Duccio di Buoninsegna
Duccio di Buoninsegna – Gesù con gli Apostoli

 

Domenica XVIII del Tempo Ordinario (Anno C)

(Qo 1,2; 2,21-23; Sal 89; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21)

 

 

di Alberto Strumia

 

– Prima lettura. Il “realismo” quasi “cinico” del Qoelet, che abbiamo trovato nella prima lettura ha sempre qualcosa di affascinante, soprattutto di questi tempi. Perché “butta in faccia” la verità di un giudizio sulla vita e sull’intera storia degli esseri umani; verità che “atterra” ogni illusione di costruire la vita del singolo e della società – e addirittura di un mondo globale – dove è “obbligatorio” parlare e pensare da materialisti (lo spirito, anche se c’è è ridotto ad una “funzione” della materia). Tutto «questo è vanità!».

Ma, alla prova dei fatti:

= tutto, per prima cosa fallisce, anche dal punto di vista di quella stessa prospettiva materialistica. Perché la vita e la società, così impostate, finiscono per essere sempre meno vivibili e governabili;

= e poi, comunque, la morte (in certi casi perfino cercata!) è inevitabile e spazza via tutto, azzerando ogni speranza in un aldilà.

– Vangelo. Quel medesimo “sano cinismo” è portato alle estreme conseguenze da Gesù stesso, nel Vangelo, con quella logica coerenza che gli consente di non andarsi ad impelagare nelle beghe dei litigi per l’eredità dei beni materiali («“Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”. Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”».). L’argomento della morte, ripreso nella parabola del ricco possidente, “taglia la testa al toro”! Perché tutto ciò che di materiale si è accumulato “di qua” non serve “di là”… E ancor meno servirebbe se non ci fosse nessun “di là”.

L’ostinato accanimento con il quale, nel mondo di oggi – e perfino nella Chiesa! – si persegue una visione totalmente “orizzontale” della vita e dei rapporti umani – ormai giunta ad essere imposta dittatorialmente, a livello globale, con le armi e/o con il condizionamento mentale – non consente di vivere una vita degna di essere vissuta. Gesù avverte i suoi ascoltatori: alla prova dei fatti, «così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». È ora di aprire gli occhi: ciascuno come singolo, insieme in una stessa casa (una volta si sarebbe trattato in una stessa famiglia!), comunitariamente in un ambito ecclesiale, socialmente nelle città, nelle nazioni e nel mondo intero. Ci vuole una “cultura” che guarda all’uomo in tutte le sue dimensioni: quella “materiale” e quella “spirituale”, irriducibile alla prima. Altrimenti tutto si blocca e tutto impazzisce.

– La seconda lettura, tratta dalla lettera di san Paolo ai Colossesi, lo dice in maniera diretta ed esplicita, prima di tutto ai cristiani, perché i fedeli di quella Chiesa non smarriscano se stessi, fino ad azzerare la fede – come oggi sembra accadere perfino ai vertici della Chiesa universale” – ma siano capaci di vivere il Cielo come Fondamento e Senso della terra: «se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra». Fare diversamente sarebbe una rinuncia alla fede nella Risurrezione di Cristo. Tanto più che, anche “quantitativamente” gli abitanti del Cielo sono ben più numerosi di quelli della terra. Basta pensare ai miliardi di esseri umani che sono giù passati nell’aldilà nel corso della storia, e ai relativamente pochi, al loro confronto, che siamo noi, ancora qua. Un credente non può ridursi a pensare e vivere solo “orizzontalmente”, come se non avesse la fede. Di costoro Gesù stesso dice: «Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5,47). Per questo l’Apostolo si raccomanda ai suoi, che hanno la fede, di non adattarsi a pensare, a insegnare, e a ripetere l’ideologia del mondo – oggi “pensiero unico” – che ha già dimostrato di non funzionare. Le sue parole sono chiare: «Non dite menzogne gli uni agli altri»!

– Salmo responsoriale. La saggezza del salmista, con le parole: «insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio», dice che per contare con il giusto peso i giorni della vita, occorre avere la giusta “unità di misura” del tempo, che è il metro dell’eternità. Senza quel “metro oggettivo”, tutto diventa relativo ed insignificante, fino a svanire.

L’invocazione del salmista: «Ritorna, Signore: fino a quando?», è più che mai anche la nostra, perché l’impresa di rimettere in sesto un mondo degenerato come il nostro, è decisamente al di sopra delle capacità umane. Il mondo lasciato a se stesso si autodistrugge; Dio lo permette perché ci si accorga che non si può fare a meno di Lui («Senza di me non potete fare nulla», Gv 15,5), unica sorgente della vita in pienezza («Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza», Gv 10,10).

La Beata Vergine Maria, che ha ricevuto, in anticipo su tutti noi, i frutti della Redenzione (esentata fino dal suo concepimento dal peccato originale, Immacolata Concezione) anticipi anche per noi i tempi della manifestazione gloriosa del Signore, che attendiamo con quella coscienza escatologica che la Chiesa ha normalmente raccomandato ad ogni sincero fedele: «Ritorna, Signore: fino a quando?».

 

Bologna, 31 luglio 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.

 

 


 

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