Dal Catechismo all’esperienza cristiana
Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica
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Puntata n. 5 – La coscienza della creaturalità (V)
c) La coscienza della creaturalità nel Nuovo Testamento
Le vocazioni nel Nuovo Testamento si innestano sulla “coscienza della creaturalità” di quei personaggi che hanno viva la coscienza di appartenere a Dio, attraverso l’appartenenza a quel “luogo” vivente che è il popolo di Israele, che attende il Messia: la coscienza della creaturalità è qui interamente aperta al piano della redenzione, ma non ne conosce ancora i contenuti e le modalità.
Giovanni Battista si trova al confine tra i due testamenti. Avremo modo di parlare più avanti della sua figura e vocazione. Partiremo quindi dalla figura della Vergine Maria.
Maria
Così di vocazione in vocazione la familiarità con Dio, la coscienza dell’appartenenza a Lui, la coscienza della creaturalità arriva fino al Nuovo Testamento, per preparare poi la “coscienza della redenzione”, coscienza dell’appartenenza a Cristo, che attraverso la Chiesa diverrà la nostra coscienza.3
Forse siamo troppo abituati alla lettura del Nuovo Testamento, avulsa dalla storia dell’Antico Testamento che lo precede preparandolo, e vediamo le vocazioni di Maria e di Paolo come dei quadretti isolati e distaccati dalla realtà, talmente eccezionali come sono, da non riguardare, se non da molto lontano, la nostra vita.
Esse, invece, si inseriscono nella continuità della storia di un popolo, in una tradizione che ha formato la coscienza di Maria e di Saulo al senso dell’appartenenza e della provvidenza del Signore. Queste vocazioni del Nuovo Testamento portano con sé tutta la novità dell’incontro con Cristo, tutta la prospettiva assolutamente nuova della redenzione, ma allo stesso tempo ereditano l’antica modalità del comunicarsi di Dio all’uomo in un incontro e in un “luogo fisico”.
«Nel sesto mese, l’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di Grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei» (Lc 1,26-38).
Maria, domandando «com’è possibile?» domanda qual è la strada che deve seguire, chiede il “metodo” per poter davvero obbedire: l’angelo glielo indica e lei lo accoglie, lo fa proprio. Lo stesso siamo chiamati a fare noi domandando alla Chiesa il metodo dell’“approfondimento della fede” e imparando da essa come può avvenire la nostra fecondità.
Paolo
La vocazione di Paolo è la vocazione di un convertito. Mentre in Maria il passaggio dalla coscienza della creaturalità alla coscienza della redenzione avviene con una continuità lineare, pur nella straordinarietà della sua storia umana, per Paolo il passaggio dalla coscienza della creaturalità alla coscienza della redenzione si attua attraverso un incontro che capovolge completamente le sue categorie di lettura della storia. La cecità improvvisa di Paolo, dopo la caduta da cavallo, sembra indicare proprio il processo di riabilitazione necessario per imparare, come un bambino appena nato, a vivere nella nuova condizione antropologica che lui stesso definirà con la formula: l’uomo nuovo in Cristo.
«Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati.
E avvenne che mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Rispose: “Chi sei, o Signore?”. E la voce: “Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare”. Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla.
Così guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda. Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: “Anania!”. Rispose: “Eccomi, Signore!”. E il Signore a lui: “Su, va’ sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista”.
Rispose Anania: “Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. Inoltre ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome”. Ma il Signore disse: “Va’, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dianzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome”. Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: “Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo”. E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono» (At 9,1-19).
Tutto l’itinerario biblico che abbiamo percorso, che sicuramente può essere ampliato. Basti pensare alla vocazione di Giuseppe, lo Sposo di Maria la Madre di Gesù, del quale non conosciamo, dalla Scrittura, neppure una parola. Ma conosciamo il comportamento, le decisione responsabilmente prese di fronte a Maria e per proteggere Maria e Gesù. Per una riflessione meditativa sulla sua figura rimando all’esortazione apostolica di san Giovanni Paolo II Redemptoris custos.
È comunque sufficiente, oltre che ad offrire un materiale utile per imparare a gustare la meditazione della Scrittura, a darci una prospettiva storica. Dio opera nella storia degli uomini, entrando nella storia delle persone e cambiandola, orientandola a sé perché ognuno trovi la verità della vita. E il primo dato dell’esperienza umana toccata da Dio, è la coscienza della creaturalità: l’uomo appartiene a Dio e sa di essere voluto e amato in ogni istante. Tutto è dato, tutto è dono, a cominciare dal nostro esistere istante per istante. Ma se tutto è dono non può non nascere il desiderio di spendere la vita per Colui che dona tutto a noi: anche noi abbiamo bisogno di essere un dono per Lui. Ma non siamo capaci: la dolorosa constatazione di questa incapacità di essere dono per qualcuno, di esserlo sempre e perfettamente, pone il problema della salvezza da questa condizione di incoerenza e di errore, di peccato. Si apre così la strada al tema della “coscienza della redenzione”.





















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