“Infine, se la Santa Sede chiede ai sacerdoti della Chiesa di Dio di firmare un documento civile che è contro l’insegnamento della Chiesa, cioè contro la Chiesa, e cioè contro la religione in generale, i cattolici cinesi non possono evitare di chiedersi cosa, appunto, ha firmato la Santa Sede lo scorso settembre”.

Così Anthony E Clark, professore di storia cinese e direttore del programma di studi asiatici della Whitworth University di Spokane, Washington, in uno dei suoi passaggi dell’articolo sull’accordo Cina-Vaticano del settembre scorso, che propongo ai lettori di questo blog nella mia traduzione.

Papa Francesco e Xi Jinping, presidente della Cina

Papa Francesco e Xi Jinping, presidente della Cina

 

Recentemente ho passeggiato lentamente su una collina con un prete locale in una zona remota della Cina. E’ rimasto vicino a me mentre salivamo su pendii ripidi verso una chiesa di pellegrinaggio mariano, non perché fosse instabile durante la nostra salita, ma perché voleva parlare in maniera tranquilla e sottovoce di quello che succede in Cina.

“Le autorità locali hanno inviato operai con attrezzature pesanti a ‘Sinicizzare’ la nostra chiesa”, mi ha detto, “il che significa che hanno distrutto le nostre statue all’aperto mentre tutti noi guardavamo in agonia. Cosa possiamo fare? Le cose stanno così”.

Qualche giorno dopo mi trovavo in un’altra provincia in una casa cattolica per orfani, anziani e disabili gravi. La responsabile, una vergine consacrata, ci ha informato che la loro grande statua di San Giuseppe vicino al cancello d’ingresso era stata recentemente rimossa dalle autorità. Non è stata data alcuna spiegazione.

Ciò che mi ha colpito di più di questi due incidenti è che si sono verificati dopo la firma dell’accordo provvisorio tra la Santa Sede e il governo cinese nel settembre 2018. La situazione dei cattolici in Cina avrebbe dovuto migliorare dopo l’accordo, ma la vita dei cattolici sui banchi ogni domenica non è meno complicata di prima.

Ad essere onesti, alcuni luoghi che ho visitato erano più prosperi di quanto non abbia mai visto prima. Ma questi erano tutti luoghi frequentati da visitatori stranieri, come Pechino e Shanghai. La Chiesa in Cina è entrata in una nuova era, che richiede qualche spiegazione, e che ha ispirato molta angoscia e disaccordo all’interno della più grande Chiesa.

Gli eventi successivi all’annuncio dell’accordo del 22 settembre dello scorso anno possono essere compresi solo in un contesto più ampio. La Chiesa è stata costretta a funzionare sotto un governo comunista che si oppone apertamente al credo e alla pratica religiosa, nonostante quanto afferma la costituzione cinese.

L’articolo 36 della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese dice: “I cittadini della Repubblica Popolare Cinese godono della libertà di credo religioso”. Questo è seguito subito dopo dall’avvertimento che lo Stato “protegge le normali attività religiose. Nessuno può fare uso della religione per intraprendere attività che turbano l’ordine pubblico, danneggiano la salute dei cittadini o interferiscono con il sistema educativo dello stato. Gli enti religiosi e gli affari religiosi non sono soggetti ad alcuna dominazione straniera”.

Il paradosso è che lo stato discerne ciò che è “normale”, ciò che “interferisce con il sistema educativo dello stato” e ciò che costituisce “dominazione straniera”. Essere cattolico in Cina in effetti significa che si è sempre sotto la minaccia di essere etichettati come “anormale” – fuori sincronia con obiettivi educativi accettati dallo Stato, e soggetti a un leader straniero. I cattolici cinesi dicono spesso che la loro “libertà” religiosa è libera solo se in totale conformità con le ideologie statali.

I cattolici cinesi istruiti amano citare l’imperatore Taizong (598-649) della dinastia Tang. Dopo la morte di un amatissimo consigliere, disse: “Con uno specchio di bronzo, si può vedere se si è vestiti correttamente; con la storia come specchio, si può capire l’ascesa e la caduta di una nazione; con gli uomini come specchio, si può vedere se si ha ragione o torto”. Vale a dire, i cattolici cinesi sono desiderosi di ricordare più chiaramente il comportamento passato del Partito per comprenderne le ragioni attuali.

Due esempi illustreranno come i cattolici giudicano l’attuale governo dalla sua lunga storia di discriminazione anti-cristiana. Tra gli eroi della Chiesa cinese c’è Candita Xu (1607-1680), nipote di Paul Xu Guangqi (1562-1633), compagno di Matteo Ricci SJ (1607-1680). Accumulò una fortuna producendo seta e ricami, e contribuì a finanziare la missione dei gesuiti in Cina, costruendo chiese e promuovendo la recita quotidiana del rosario. L’influenza e la ricchezza della famiglia Xu costituirono la base della sostanziale missione cattolica di Shanghai, che nel 1955 fu quasi interamente conquistata dalle autorità comuniste. Il vescovo della città e molti dei suoi sacerdoti furono arrestati per il reato di essere “sabotatori ideologici”.

Già prima della vittoria e della fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, il Partito aveva trascorso più di un decennio a tiranneggiare – e persino ad uccidere – i cattolici. All’inizio del 1940, le forze di Mao Zedong arrestano e fucilano 12 dei monaci cinesi appartenenti all’ordine fondato dal missionario belga don Frédéric-Vincent Lebbe (1877-1940). I cattolici cinesi avevano sperato che la violenza anti-cristiana della ribellione dei Boxer nel 1900 non si sarebbe mai ripetuta, ma la retorica ufficiale del Partito elogiava i Boxer per la loro “resistenza contro i cristiani”, e venivano incoraggiate nuove forme di “resistenza” man mano che il Partito diventava sempre più dominante negli anni Quaranta.

Ciò che ora è cambiato nel panorama cattolico cinese è che per la prima volta dal 1949 il Vaticano si è seduto allo stesso tavolo del Partito e ha firmato un accordo, anche se questo rimane un segreto. Perché, si chiedono i fedeli cinesi, il Vaticano deve tenere segreti alle persone la cui vita questo accordo ha già iniziato a condizionare? Di solito è il Partito che opera in segreto, non i leader della fede cattolica.

Ora abbiamo un altro annuncio da Roma. Il Vaticano ha emanato delle linee guida per i sacerdoti e i vescovi cinesi che decidono se firmare dichiarazioni con le quali promettono di conformarsi alle politiche statali, in cambio di poter esercitare legalmente il loro ministero cattolico.

Alcuni esempi tratti dalle “Linee guida pastorali della Santa Sede riguardanti la registrazione civile del clero in Cina” serviranno ad illustrare perché questo nuovo documento ha lasciato così tanti fedeli cinesi sconcertati.

Il primo paragrafo del documento riconosce che i sacerdoti in Cina sono tenuti a firmare un impegno ufficiale per sostenere l’aspettativa dello Stato che la Chiesa aderisca “al principio di indipendenza, autonomia e autoamministrazione”. Poiché “autonomia” e “indipendenza” sono essenzialmente la stessa cosa, una migliore traduzione del regolamento cinese sarebbe stata: “autogoverno, autosufficiente e che si diffonde autonomamente”.

Lo Stato insiste sul fatto che il clero deve essere d’accordo per iscritto che la Chiesa non può essere governata da alcuna entità al di fuori della Cina, compresa la Santa Sede; non può accettare alcun sostegno materiale da fuori della Cina; e non può permettere attività missionarie straniere.

Il documento vaticano affronta questa realtà con un’affermazione piuttosto curiosa: “La Santa Sede non intende forzare la coscienza di nessuno….. [e] continua a chiedere che l’iscrizione civile del clero avvenga in modo da garantire il rispetto della coscienza e delle profonde convinzioni cattoliche delle persone coinvolte”.

I cattolici cinesi si chiedono se questa affermazione abbia un qualche senso. Perché com’è possibile che il governo cinese possa “rispettare la coscienza e le profonde convinzioni cattoliche” del clero e, allo stesso tempo, richiedere loro di firmare un accordo che è manifestamente contrario al credo cattolico?

Il documento vaticano cerca di affrontare questa contraddizione facendo riferimento a parte dell’accordo di settembre. L’accordo provvisorio …. riconoscendo il ruolo particolare del Successore di Pietro porta logicamente la Santa Sede a comprendere e interpretare l'”indipendenza” della Chiesa cattolica non in senso assoluto”, sia come autorità spirituale che politica, ma piuttosto ad affermare “che per l’identità cattolica non ci può essere separazione dal Successore di Pietro”.

Ma cosa significa questo per il sacerdote cattolico in Cina che, secondo la sua coscienza, è obbligato a firmare un documento che gli impone di accettare che la Chiesa cinese è “indipendente” da tutte le potenze straniere, e in molte province gli impone di impedire a chiunque abbia meno di 18 anni di entrare nella sua chiesa o addirittura di essere educato alla religione all’interno della sua famiglia? In Cina lo Stato afferma il suo primato sulla religione, e questo non è accettabile per un cattolico che accetta il primato di Dio e della Chiesa su tutto il resto.

Le nuove linee guida vaticane dicono anche che “la Santa Sede continua a dialogare con le autorità cinesi sulla registrazione civile di vescovi e sacerdoti per trovare una formula che, pur consentendo la registrazione, rispetti non solo le leggi cinesi ma anche la dottrina cattolica”. Molti cattolici cinesi – oltre ai cattolici non cinesi come me – giudicano ingenuo, se non irrazionale, aspettarsi la riconciliazione delle “leggi cinesi” con la dottrina della Chiesa.

Le linee guida raccomandano che un sacerdote “specifichi per iscritto” i punti della registrazione con cui non è d’accordo. Questa è una strana aspettativa. Il Partito non ha in precedenza permesso ai credenti di firmare accordi con lo Stato comprensivi di un emendamento con il quale il firmatario esprime di non essere d’accordo con l’accordo. E se al sacerdote o al vescovo che firma la registrazione è consentito una tale stipula, il Vaticano non può certamente raccomandare che tale clero si sottoponga alle vicissitudini del trattamento statale dei cristiani cinesi.

Infine, se la Santa Sede chiede ai sacerdoti della Chiesa di Dio di firmare un documento civile che è contro l’insegnamento della Chiesa, cioè contro la Chiesa, e cioè contro la religione in generale, i cattolici cinesi non possono evitare di chiedersi cosa, appunto, ha firmato la Santa Sede lo scorso settembre.

I media cattolici hanno prestato molta attenzione ai cardinali che hanno presentato richieste di chiarimenti da parte della Santa Sede su recenti dichiarazioni e decisioni. Le più famose sono i cinque dubia (o “dubbi”) sull’esortazione apostolica Amoris Laetitia che sono stati presentati da quattro cardinali nel 2016.

Ora un altro cardinale, il franco Joseph Zen, già vescovo di Hong Kong, ha sottoposto ancora ulteriori dubia a papa Francesco. Riguardano l’adeguatezza e la solidità delle nuove linee guida per i sacerdoti e i vescovi cinesi.

I media non hanno riconosciuto la gravità di questi dubia, emessi da un cardinale della Chiesa. Infatti, in linea di principio, i dubia presentati al Papa sfidano l’autorità del documento che stanno contestando. L’idioma latino lex dubia non obligat significa che “una legge dubbia non è vincolante”. In altre parole, i dubia del cardinale Zen mettono in discussione l’accettabilità delle linee guida su come il clero cinese dovrebbe rispondere quando gli viene chiesto di firmare un documento civile per esercitare il proprio ministero.

Quando ha letto per la prima volta le linee guida, il cardinale Zen ha prenotato immediatamente un volo per Roma, ha camminato fino alla residenza del Papa, la Domus Sanctae Marthae, e ha presentato i suoi dubia alla casa papale. Quella sera fu invitato a cena con il Santo Padre. Alla fine del pasto il cardinale Zen chiese al Papa dei suoi dubia. Francesco rispose, secondo quanto riferito: “Posso occuparmi di questo problema”. Null’altro  è stato detto.

I dubia del cardinale Zen si concludono con un appello appassionato: “Signore, abbi pietà per la Chiesa della nostra patria, e non permettere a chi vuole distruggere la vera fede di avere successo”.

Il cardinale non è l’unico leader della Chiesa che si preoccupa dello stato dei fedeli cattolici cinesi. Ma la sua angoscia dimostra che i cattolici in Cina sono alla disperata ricerca di prove che Roma comprende la loro fede e la vita nella Chiesa e li guida con saggezza e chiarezza.

Mi piace l’immagine della Cina come un dragone. In Cina, questa creatura mitologica è un essere di buon auspicio, mentre in Occidente i draghi sono percepiti come astuti e pericolosi. Che l’Oriente o l’Occidente abbia ragione, JRR Tolkien aveva ragione quando consigliava: “Non ridere mai dei draghi vivi”.

 

Anthony E Clark è professore di storia cinese e direttore del programma di studi asiatici della Whitworth University di Spokane, Washington.

Fonte: Catholic Herald

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