Papa Francesco, domenica scorsa, ha invitato il piccolo numero di fedeli in Marocco a non fare proselitismo tra i musulmani nel paese, ricordando le parole di Benedetto XVI secondo le quali la Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione. Ma cosa intendeva papa Francesco con le sue osservazioni sul “proselitismo”?

Edward Pentin, approfondisce questo concetto in un suo articolo pubblicato su National Catholic Register che vi propongo nella mia traduzione.

Papa Francesco visita in Marocco marzo 2019

Papa Francesco visita in Marocco marzo 2019

Papa Francesco, domenica scorsa, ha invitato il piccolo numero di fedeli in Marocco a non fare proselitismo tra i musulmani nel paese, ricordando le parole di Benedetto XVI secondo le quali la Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione.

I commenti, fatti durante un incontro con sacerdoti e religiosi nella cattedrale di Rabat, hanno suscitato una buona dose di forte reazione sui social media.

“È la nuova non-evangelizzazione”, ha detto un osservatore in un tweet, mentre un altro ha osservato che aveva letto le parole del Papa ignorando il Grande Incarico di Gesù: fare discepoli e battezzare tutte le nazioni nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. (“Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, Mt, 28.19)

Un sacerdote ha detto al Register di sentire solo una continuazione della “costante ambiguità” del Papa, e si è chiesto “come si concilierà con la Chiesa perseguitata?”

Ma quando lette nel contesto, le parole di Francesco non sono state così controverse come molti media sembravano suggerire.

Non ha esortato, per esempio, i fedeli ad astenersi dal convertire gli altri per aumentare il loro piccolo numero, come suggerito da alcuni articoli.

Nel relativo paragrafo dell’indirizzo si legge:

La nostra missione come battezzati, sacerdoti e consacrati, uomini e donne, non è determinata dal numero e dalle dimensioni degli spazi che occupiamo, ma piuttosto dalla nostra capacità di generare cambiamento e di destare meraviglia e compassione. Lo facciamo nel modo in cui viviamo come discepoli di Gesù, in mezzo a coloro con i quali condividiamo la nostra vita quotidiana, gioie e dolori, sofferenze e speranze (cfr. Gaudium et Spes, 1). In altre parole, le vie della missione non sono quelle del proselitismo.  Per favore, queste vie non sono quelle del proselitismo! Ricordiamo Benedetto XVI: “la Chiesa cresce non attraverso il proselitismo, ma attraverso l’attrazione, attraverso la testimonianza” [omelia del 2007]. Le vie della missione non sono quelle del proselitismo, che porta sempre ad un vicolo cieco, ma del nostro modo di stare con Gesù e con gli altri.

Nel precedente paragrafo di apertura, il Santo Padre ha ricordato che Gesù “ci ha chiamati alla missione” e che “ci ha messo in mezzo alla società come una manciata di lievito: il lievito delle Beatitudini e l’amore fraterno con cui, come cristiani, tutti noi possiamo unirci per rendere presente il suo regno”.

“In questo contesto – ha proseguito – ricordo il consiglio di san Francesco ai suoi fratelli mentre li mandava fuori:  “Andate a predicare il Vangelo: e, se necessario, anche con le parole”.

Il Papa non ha usato la parola evangelizzazione o conversione nell’allocuzione, ma ulteriori domande suscita la definizione della parola “proselitismo”.

Il dizionario inglese di Oxford definisce un proselito come “una persona che si è convertita da un’opinione, religione o partito ad un altro”, ma molti intendono il proselitismo come una conversione forzata o sotto pressione. Dunque, cosa intende il Papa con questo termine?

La definizione di Papa Francesco

Massimo Borghesi, autore de Jorge Mario Bergoglio: una biografia intellettuale: dialettica e mistica, ha detto al Register il 1° aprile che per Francesco, il proselitismo “indica lo zelo privo di misericordia, animato più dalla volontà di potere che dal desiderio di comunicare Cristo”.

Ha aggiunto che “al contrario, una testimonianza di vera umanità, di amore per il prossimo, come quella di Madre Teresa nell’India indù, è capace di attrarre cuori, di indurre rispetto verso i cristiani, verso gli uomini di Cristo”.

Borghesi ha ricordato anche i martiri di Tibhirine, monaci uccisi dagli islamisti in Algeria nel 1996, che “produssero affetto e ammirazione per la fede cristiana in tanti musulmani” – un esempio, ha aggiunto, dato anche dal beato Charles de Foucauld, il missionario francese del XX secolo assassinato anche lui in Algeria ma nel 1916 e beatificato da Benedetto XVI nel 2005.

“Il cristianesimo nei primi secoli si comunicava per attrazione, anche quando il nome di Cristo non poteva essere pronunciato”, ha aggiunto. “Francesco non fa altro che ricordare un’esperienza fondamentale della Chiesa”, ha detto Borghesi, e chi pensa che il Papa stia sposando una “cattiva teologia” dimostra di “non aver capito nulla”.

“Nessuno degli ultimi papi, da Giovanni Paolo II [vedi una dichiarazione del 1987 in cui rifiuta “ogni forma di proselitismo”] a Benedetto XVI, ha mai detto che bisogna andare in terra islamica per catechizzare i musulmani”, ha detto. “Non si tratta solo di ragioni opportunistiche, ma anche di rispetto. Lo stesso rispetto che viene richiesto ai cattolici dalla Chiesa ortodossa che si recano in Paesi tradizionalmente legati all’ortodossia”.

Ma San Francesco sarebbe d’accordo con questo approccio? Il santo ha visitato il sultano d’Egitto Malek al-Kamil 800 anni fa per “mostrare a lui e ai suoi sudditi la via della salvezza e annunciare la verità del messaggio evangelico”, secondo san Bonaventura.

Ha continuato nel ricordare che San Francesco predicava il Vangelo al sultano in modo tale che al-Kamil non si offendesse, poteva vedere l’amore che sgorgava dal santo, e si stupì della sua audacia.

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