Propongo ai lettori di questo blog questo interessante tentativo di riflettere sul significato delle lettere private trafugate di Benedetto XVI e scritte al cardinale Walter Brandmüller.

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

 

Foto: papa Benedetto XVI (Filippo Monteforte/AFP/Getty Images)

Foto: papa Benedetto XVI (Filippo Monteforte/AFP/Getty Images)

L’abdicazione di Papa Benedetto XVI, un evento la cui portata è difficile da esagerare, è tornata alla cronaca la scorsa settimana con la pubblicazione di due lettere inviate nel novembre 2017 dal Papa emerito al cardinale Walter Brandmüller. L’abdicazione, mai adeguatamente spiegata, è ora riconosciuta come causa di dolore e rabbia nella Chiesa, togliendo valore alla valutazione del pontificato di Benedetto XVI.

Non c’è mai stato un ragionevole dubbio che Benedetto si sia dimesso e che la sede di Pietro si sia resa vacante, per poi essere riempita da papa Francesco. Ma se una decisione così grave, di abdicare l’ufficio di pastore universale, fosse di per sé ragionevole, era certamente in dubbio.

All’epoca, molti commentatori – compreso il sottoscritto – erano ansiosi di dare a Benedetto il beneficio di ogni dubbio. Sicuramente perché una tale decisione per essere stata presa, Benedetto avrà avuto ragioni persuasive. All’epoca, però, il Santo Padre offriva solo la serenità della sua coscienza che era la decisione giusta a causa della sua forza decrescente. Tuttavia la forza decrescente è inevitabile per tutti gli uomini prima di morire, così è sembrato che la forza decrescente, piuttosto che l’evidente incapacità, fosse una base debole su cui basare la rinuncia all’ufficio papale.

Nel 2016, Benedetto spiegò il suo pensiero in Ultimo Testamento (il titolo della versione italiana è “Ultime conversazioni”), un libro ntervista di Peter Seewald. La spiegazione offerta era ancora meno soddisfacente. L’incapacità di Benedetto di compiere ulteriori viaggi transoceanici – apparentemente indicata dal medico pontificio – gli ha impedito di partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù a Rio nel 2013. Per questo si è dimesso. Lungi dall’essere persuasivo, sembrava del tutto inadeguato alla gravità dell’atto.

Le lettere di Brandmüller sottolineano questa gravità. Nell’autunno del 2017, il cardinale Brandmüller, già presidente della Pontificia Commissione per le scienze storiche, ha dichiarato pubblicamente che la figura del “papa emerito” è un’invenzione completa, senza precedenti nella vita della Chiesa.

“Certo, sapete benissimo che i papi si sono ritirati, anche se molto raramente”, scriveva Benedetto a Brandmüller il 9 novembre 2017, rimproverando il suo amico. “Cosa sono stati dopo? Papa emerito? O cosa, invece?”.

Benedetto ha continuato ad affermare, più che argomentare, che non poteva tornare ad essere cardinale, come, egli nota, papa Pio XII aveva deciso di fare se rapito dai nazisti. Tale situazione lo avrebbe coinvolto maggiormente nelle vicende ecclesiali in corso, a scapito del suo successore.

“Se conoscete un modo migliore e quindi credete di poter condannare quello che ho scelto, vi prego di parlarmene”, ha concluso Benedetto.

C’è una nota lamentosa, Benedetto chiede al suo alleato di considerare che ha fatto del suo meglio, cercando di ridurre la gravità della sua decisione che, pur avvenendo “molto raramente”, ha avuto dei precedenti. Ma Brandmüller ha la meglio sull’argomento, sottolineando che lo status di “papa emerito” è del tutto nuovo.

I papi precedenti che si sono dimessi, o sono stati deportati, lo hanno fatto a causa di una crisi di legittimità del loro governo. Quindi non c’era un “papa emerito” che viveva serenamente accanto al suo successore. Abdicare in assenza di crisi costituisce una novità assoluta.

Le lettere – anche se non abbiamo la risposta di Brandmüller del 15 novembre – implicano che il cardinale abbia ritenuto che l’abdicazione in assenza di crisi abbia portato la Chiesa, anche se indirettamente, a una crisi sotto papa Francesco.

Nella sua seconda lettera a Brandmüller, datata 23 novembre, Benedetto riconosce il “dolore profondo” che l’abdicazione ha causato a “molti” e che “può capire molto bene”. Ma Benedetto, scrivendo 10 mesi fa, teme che questo dolore “si è trasformato in rabbia” non solo contro le “dimissioni, ma si sta espandendo sempre più alla mia persona e a tutto il mio pontificato”.

Benedetto ha ragione. Per Brandmüller e altri, le dimissioni sono ora un grande segno nero contro Benedetto, che segna tutto il suo pontificato.

“In questo modo un pontificato viene svalutato e fuso in una tristezza per la situazione della Chiesa di oggi”, lamenta Benedetto, lasciando intendere che l’angoscia di Brandmüller per papa Francesco non deve portare lui e i cattolici che la pensano allo stesso modo alla svalutazione dell’intero pontificato di Benedetto.

Sembra un passo troppo lungo rimaneggiare tutto ciò che Benedetto ha fatto attraverso la lente della sua abdicazione. Eppure nella divisione e nella rabbia del momento presente, questo è un pericolo.

Le lettere a Brandmüller erano private e scritte molto prima di questa tumultuosa estate. Ora, però, esse sono il primo riconoscimento pubblico da parte di Benedetto che le sue dimissioni sono state dolorose per i più devoti a lui, e viene biasimato per le difficoltà che hanno segnato gli ultimi anni.

Se questo è il modo in cui Benedetto vedeva le cose 10 mesi fa, che cosa deve pensare ora?

 

Fonte: Catholic Herald

 

Padre Raymond J. de Souza, oltre ad essere sacerdote, è stato anche consulente della Conferenza episcopale USA. Egli ha studiato economia e politica (BA Hons.) e politica pubblica (MPA) alla Queen’s University prima di laurearsi in economia dello sviluppo (MPhil) all’Università di Cambridge in Inghilterra. La sua formazione in seminario si è conclusa al St. Philip’s Seminary di Toronto (Bachelor of Thomistic Thomistic Thought) e al Pontificio Collegio Nordamericano di Roma (STB, Pontificia Università Gregoriana; STL, Pontificia Università della Santa Croce).

Padre de Souza scrive abitualmente per i principali giornali cattolici come National Catholic Register, National Post, Catholic Herald, ecc. E’ direttore della rivista Convivium.

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