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Claude Monet: Impression, soleil levant

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Parte I

Quando i cortocircuiti si susseguono l’un l’altro, quando tutto salta, la prima domanda è: ”com’è possibile?”

Com’è possibile, se solo spigoliamo tra i brandelli di notizie che giungono sui nostri cellulari giornalmente, renderci ragione di alcuni fatti, come l’inglese che si lamenta d’essere stato tradito dalla fidanzata, visto che ormai vivevano insieme da mesi, e che avevano un gatto; o che il popolo del web insorga contro uno che con molto cattivo gusto mette in rete le tresche amorose di una cagna con un certo numero di bastardacci del vicinato, perché vilmente e cinicamente riprende la turpe scena invece di intervenire ed impedire lo stupro di gruppo.

Ne possiamo trovare esempi a centinaia ogni giorno, ma forse ci rendiamo meno conto del potenziale di idiozia che, potremmo dire atomo dopo atomo, carica il reattore di insensatezze umane nelle quotidiane comunicazioni della trista genia di influencer. Se la regina di essi/ esse parla di qualcosa trovandolo “cute”, aggiunge un surplus di imbecillità al concetto di “carino/a” applicato malamente. Il surplus consiste nella vanità, nella pochezza di usare un termine che fa tanto essere trendy. E purtroppo non è più con noi Franca Valeri, insuperabile interprete della stupidità che si traveste da intelligenza.

Com’è possibile che si possano formulare proposizioni del tipo “persone con l’utero” o “con le mestruazioni”?

Solo pochi lustri fa si sarebbe potuto, dovuto anzi, chiamare i servizi psichiatrici per la presa “in carico” del paziente così come per i tipi che si sentono gatti o lucertole o Barbie. C’era un nome per queste cose.

Era tracciata una mappa geografica della “normalità”, termine talvolta equivoco e suscettibile di manipolazione, come qualunque altra definizione che attenga alle umane vicende, ma che tracciava un’ipotetica linea di confine, talvolta con sfondamenti impropri e numerose zone d’incerta attribuzione, che ben definiva il territorio dove “sunt leones”.

Non è più così; possiamo, per ora, ironizzare sulle pretese cervellotiche di questo o quel gruppo di nulla consistenza logica ma non possiamo spingerci più in là, perché un’invisibile minoranza con i poteri di una schiacciante maggioranza, una sorta di Avanguardia Proletaria o Comitato di Salute Pubblica, ha sancito una particolare categoria di diritti inalienabili, quelli emotivi. Ben considerando però che c’è emozione ed emozione e che è sempre il Comitato a stabilire quali siano accettabili e degne di tutela.

Non molti semestri fa (e per decenza non dico altro) c’erano categorie di persone esecrabili contro cui si potevano proferire contumelie e minacce con giovenil esuberanza, “Libero insulto in libero Stato”, ma avreste dovuto provarvi a dire a un transgender che era fuori di testa nella sua pretesa di essere riconosciuto dagli altri per ciò che lui sentiva di essere!

Ogni tanto si raccontano alla TV i miserevoli casi della signora ultraottantenne, e per intenderci la over-eighties tutta ciabatte e vestaglietta a fiori bordata in fucsia, incappata in una truffa amorosa via internet: la meschina aveva creduto di aver incontrata l’anima gemella in un aitante colonnello americano (vanno fortissimo i graduati statunitensi) con cospicuo patrimonio e innamorati perdutamente della matura donzella. Purtroppo costoro vengono sovente a trovarsi in zone sperdute e militarmente calde in cui non possono utilizzare le milionarie carte di credito e devono controvoglia chiedere un aiuto economico alla futura sposa. Il punto è: chi ha convinto queste palpitanti nubende di essere ancora appetibili nel grande torneo dell’amore?

Ebbene sì, sono le legioni di giornalisti e di esperte in psicoqualcosa che da e per molti anni hanno innalzato il vessillo di queste tarde Ginevre e Isotte, con qualche viraggio bluette verso Messaline e Semiramidi, sostenendo il diritto all’Amore in ogni età, il diritto di piacere, il dovere di ottenere dalla vita il soddisfacimento dei desideri. Negli anni ’80 il mantra era: meglio avere rimorsi che rimpianti: no, non ho grande compassione per queste vecchie filles en fleur: la nostra è un’epoca di Narcisi. E a forza di attenuanti dobbiamo essere solidali con Eva e Adamo e il loro formidabile scaricabarile: lui (un vero gentleman d’altri tempi e un fine politico, “la donna che tu mi hai messo accanto) e lei, “il serpente mi ha sedotta”. Il serpente, poveraccio, si è girato ma non ha trovato nessun altro su cui scaricare la colpa.

Il punto essenziale del piccolo apologo raccontato non è nel ritrovato trasporto di amorosi sensi ma nel credere di poter destare lo stesso trasporto in altri con qualche decade in meno sulle spalle: ciò va contro il principio di realtà – e contro lo specchio. Se un giovanotto parlasse e agisse come un bimbo di due anni, capiremmo di trovarci di fronte ad una condizione mentale anormale e ne avremmo compassione. Se invece un vecchio barra vecchia si comportano come sventati adolescenti, lo troviamo “carino” e anzi espressione di una sempiterna giovinezza dello spirito. Invece è debolezza di mente.

Ma questi stati di etimologica incoscienza sono stati ingenerati, favoriti, indotti da un’ampia letteratura giornalistica, che da troppe stagioni ha sostenuto questo sistema di pensiero con la forza di un sillogismo a suo modo granitico (d’altra parte i medievali avevano  individuato e categorizzato ben 256 tipi di sillogismo,  che tra un po’ verranno superati dal numero dei Generi): se la vita eterna non esiste o al più è sotto l’orizzonte visibile, se d’altro canto scienza, tecnica e i vari aggiustamenti della vita sociale consentono di vivere molto più a lungo e in buona salute (o almeno lo crediamo, Covid permettendo) e se la stagione della vita in cui possiamo goderne di più con l’amore la forza le passioni è la giovinezza, allora vediamo di creare una semieternità illusoria. Gli antichi sapevano bene che il dono dell’eternità senza l’eterna giovinezza è una maledizione, come nel mito di Eos e Titone, per il quale  la dea sventata dimentica di chiedere insieme all’immortalità l’eterna giovinezza, con le conseguenze facilmente immaginabili. Noi no, non lo sappiamo perché siamo evoluti e c’abbiamo Internet.

Comunque, l’onda di risacca molto lunga di questi incauti ed edenici sfarfallii di innocenza senza rimorsi ci sta trascinando molto lontano, troppo per tornare a riva.

Sebbene spesso, nel ricercare le cause dei nostri attualissimi disastri, io mi spinga sino ad Adamo ed Eva questa volta non tornerò così indietro. L’amabile lettore deve immaginare e presupporre la vastità e la profondità delle mie argomentazioni, perché il tempo stringe ed io procederò sfrondando i rami della storia come l’allegro taglialegna di un’operetta.

Da dove sono partiti gli assalti al principio di realtà, quello che il Cristianesimo ha posto nella storia e nel pensiero di tutto l’Occidente, come un Atlante che regge sulle spalle l’intera Terra?

Come insegna (insegnava insegnerebbe) Auerbach, è il Realismo la cifra di tutta la letteratura, e io aggiungo dell’arte, occidentale, persino nelle avventure immaginifiche e scombiccherate di Gargantua e Pantagruel: nella bocca del gigante ci sono campi case e contadini, ma persino lì “si fa tutto come da noi”.

Prendiamo il David di Michelangelo. Vi troviamo la storia biblica rivissuta nella concezione classica del bello e della forma e la nascente inquietudine della modernità che si interroga sul destino dell’uomo, il tutto- filosofia storia religiosità- realizzato, potremmo dire conchiuso, nel solido marmo.

È verso la seconda metà dell’Ottocento che questo legame si spezza. Quando Monet inaugura la stagione dell’Impressionismo col il suo Impression, soleil levant, di fatto sgancia uno shrapnel, le cui schegge daranno origine agli innumerevoli altri -ismi che frantumano il nesso tra sguardo, giudizio pensiero e le cose. Non più interpretazione della realtà ma il riverbero, l’impressione che essa desta in noi. Suggestivo e musicale, con la sua piacevolezza vibrante l’impressionismo riscuote ancora molto successo, mentre la percezione cede il passo all’emozione. E in più ci fa sentire tutti un po’ critici d’arte. Ed infatti non a caso l’artista non è più l’interprete di uno spartito comune ma il depositario di una conoscenza in qualche senso iniziatica (da qui l’immagine del bohémien in opposizione al mondo borghese), in un certo senso la singolare ripetizione della tripartizione medievale delle attività, in cui al posto degli oratores ora ci sono gli artisti.

I sacerdoti di questa religione senza Dio incominciavano a non riconoscere, anzi a non prestare più obbedienza alla realtà.

Con questo non voglio certo dire che siano stati i poveri Monet, Braque Picasso e soci a premeditare il mutamento di paradigma, come oggi piace dire: sono stati i testimoni, le spie, i sensori di questi cambiamenti. Hanno funzionato come le mitiche Avanguardie. Non è che se sei mandato in avanscoperta per ciò stesso sei più intelligente. Qualche volta è esattamente il contrario. Come che sia, non a caso (espressione stupida perché nulla avviene per caso) molti movimenti letterari e artistici hanno assunto per sé il nome di Avanguardie.

Tutto questo (sempre procedendo come il nostro boscaiolo) è durato più o meno sino agli anni ’50 del secolo scorso. Finito l’incubo delle guerre si apriva un periodo di prosperità, di pace e tranquillità nel nostro esagitato Occidente. E giunse l’alba di una nuova era di uguaglianze e diciamolo di tempo libero. Così le masse si meritarono l’epoca di divulgazione di queste conoscenze sino allora esoteriche, con le inevitabili e rivelatrici distorsioni. Anche Nietzsche buon’anima si prese la pena del contrappasso ed ogni povero deficiente si sente un superuomo. E se ogni uomo è legge a sé stesso, tutto appare letteralmente possibile e quelli meno capaci di pensiero e giudizio, quelli più disarmati sono alla mercé di qualunque Dulcamara.

Tornando alla prosa delle mie vicende personali,  nei primi tempi dell’attuale mirifico pontificato mi sorpresi spesso a dare pratica attuazione al retorico “sogno o son desta?”e, visto che tra i miei pochi pregi non è annoverata la prontezza di riflessi, ho impiegato parecchi anni a rendermi ragione degli accadimenti e a formulare un’ipotesi di lavoro: visto il precipitare vorticoso degli eventi in campo laico come in quello religioso, ho trovato numerose interessanti assonanze, ad esempio sul cosa si sia fatto per contrastare il caos imminente. Poco o nulla.

Soprattutto nulla sul piano culturale: l’attività della principale forza politica conservatrice in Italia, per di più d’ispirazione cristiana, manifestava assoluta incapacità a leggere le nuove situazioni ed una conseguente, ma debordante oltre il necessario, inazione.

Passato lo spauracchio nel ’48 dei rossi, la D.C ha di fatto appaltato la questione culturale all’allora P.C.I.

Forte del largo consenso popolare ha permesso magnanimamente che case editrici, ruoli e figure accademiche, manuali di storia, filosofia e letteratura fossero gestiti dalle maestranze ben preparate del PCI, che bene avevano assorbito gli insegnamenti di Gramsci sull’egemonia culturale.

La DC aveva il voto del Sud agricolo, delle donne e del vastissimo bacino degli enti pubblici che poteva brillantemente far fronte ai blocchi delle masse operaie concentrate a Torino Milano e non molte altre città del Nord.

La questione culturale appariva decisamente secondaria rispetto alla questione politica che era tenuta sotto controllo nonostante scioperi, lotte studentesche, attentati.

Per ironia della sorte e della Storia, proprio quando le mutazioni del lavoro e quindi degli schemi classici, diremmo da manuale, delle forze in campo avrebbero dovuto togliere la sedia di sotto al Partito della Sinistra, questo nelle sue trasformazioni, proteiformi non solo nel nome, ha trovato una nuova egemonia nel campo dei diritti vecchi e nuovi appartenente tipicamente al pensiero borghese.

Formidabile cecità dei conservatori che non avevano capito nulla della tattica dei loro avversari che mandavano piccole truppe d’assalto, per esempio i radicali, a minare sui fianchi le loro forze e intanto gli toglievano il terreno sotto i piedi, centimetro dopo centimetro.

Sempre che avessero qualcosa da difendere, oltre al potere e alla smania di conservarlo. Poi basta un cretino che non paga gli alimenti alla moglie e viene giù tutto: certamente sarebbe successo lo stesso, perché quella fu solo la prima buona occasione, ma intanto fu quella e non altre e secondariamente, ma non troppo, il Comitato di Salute Pubblica aveva già preparato l’istituzione dei Tribunali del Popolo. La responsabilità quindi fu grande, tanto più che non c’è scritto da nessuna parte che bisogna favorire il radicamento della gramigna.

E ora ne vediamo gli esiti. Se quarant’anni fa una parte dei dirigenti del PCI, cresciuti ed educati in una società cristiana, avrebbero potuto, e forse voluto, far proprio l’aforisma di Croce, “non possiamo non dirci cristiani”, e avevano sostenuto l’aborto di stato come la necessaria ancorché dolorosa mitigazione di un dramma già esistente nella società riconosciuto come tale, quarant’anni dopo abbiamo una Schlein insorgere contro il molto supposto strappo della Meloni al G7 perché a suo dire l’Italia avrebbe fatto una gran brutta figura davanti al mondo.

Questione di etichetta dunque, come portare i sandali sopra i calzini.

E anche qui, detto en passant, grande ipocrisia tradotta in cortocircuito del pensiero: si continua a dire che non si può entrare nelle scelte della donna, perché frutto di un vissuto doloroso e poi si celebra il diritto all’aborto costituzionalmente garantito. E via con i mortaretti d’esultanza.

È caduta la maschera e si deve cancellare – la vera parola d’ordine del nostro tempo – oltre a una vita anche il dolore della madre perché non s’è mai visto e non si può vedere un diritto così carico di sofferenza.

Cose e parole ancora divergono.

Per fortuna che rimane la Chiesa Cattolica ad erigere un argine contro l’esercito del Faraone che incalza.

Ma di questo la prossima volta.

 

 


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