di Fabio Vessillifero
I Pastori in fuga e il Mistero confinato: la resa di Roma e Milano
Il panorama liturgico ed ecclesiale di questa solennità del Corpus Domini 2026 offre alla nostra riflessione due dati di cronaca di una certa gravità, che non possono in alcun modo essere liquidati come semplici variazioni di calendario o scelte dettate da contingenza e opportunità logistica, ma che si configurano come veri e propri sintomi di una crisi da decifrare. Da un lato, assistiamo alla decisione del Papa di non presiedere la storica e solenne processione cittadina nella sua Diocesi di Roma, lasciando la Cattedra del Laterano per un viaggio apostolico in Spagna proprio nei giorni in cui la Città Eterna sarebbe stata chiamata a stringersi visibilmente attorno al suo Vescovo per proclamare la Signoria del Risorto nelle sue strade. Dall’altro, nella metropoli di Milano, l’Arcivescovo e la Curia ambrosiana hanno stabilito che la tradizionale processione diocesana non percorrerà le vie della città, ma si svolgerà interamente all’interno delle navate del Duomo, adducendo come motivazione le complessità del traffico, la congestione turistica e la ricerca di un maggiore raccoglimento.
Il Diritto Canonico declassato a fastidio burocratico
Nel quadro di questa duplice ritirata liturgica da parte delle due principali Cattedre vescovili d’Italia, l’omissione più profonda e problematica investe direttamente la sfera della normativa ecclesiastica, poiché le decisioni di lasciare vuota la cattedra romana e di recludere la processione ambrosiana entro le mura del Duomo entrano in aperta e stridente tensione con il quadro normativo che la Chiesa stessa si è data per custodire la natura pubblica e gerarchica del culto eucaristico. Il Codice di Diritto Canonico, in particolare al canone 944, stabilisce con assoluta precisione che spetta al Vescovo diocesano determinare le disposizioni circa lo svolgimento delle processioni per provvedere alla loro dignità e alla devozione dei fedeli, intenzionando tale atto non come una devozione privata ma come una pubblica testimonianza di venerazione verso la santissima Eucaristia da compiersi attraverso le pubbliche vie. La prassi liturgica universale e il Caeremoniale Episcoporum esigono la presenza del Pastore precisamente come epifania visibile della Chiesa locale unita al suo principio di unità ontologica. Sottraendo la figura del Vescovo alla presidenza del popolo in cammino, o alterando la natura stessa della processione — che per definizione canonica e teologica deve percorrere le strade del secolo per santificarle —, si assiste a una preoccupante svalutazione della norma giuridica. Il diritto nella Chiesa non è mai un mero formalismo burocratico o una sovrastruttura positiva, ma è la forma visibile della verità teologica e dell’ordine ecclesiologico; indebolire queste disposizioni per assecondare le pretese del mondo significa privare la legge canonica della sua forza precettiva proprio laddove essa è posta a difesa e custodia del Mistero più grande.
L’auto-ghettizzazione sul dettato del mercato: quando il mondo sfratta il Creatore
Questa rinuncia alla manifestatione pubblica del mistero eucaristico si configura come un silenzioso ma devastante cedimento strutturale dinanzi alle istanze più aggressive della secolarizzazione. Quando la Chiesa accetta di sottrarre il Divino Sacramento allo sguardo della polis, giustificando tale ritirata con il pretesto del caos urbano o del disturbo alla fluidità dei consumi (ad es. il turismo), essa non sta semplicemente proteggendo il sacro dal profano, ma sta di fatto eseguendo il verdetto di quel laicismo ideologico che esige la reclusione della fede nell’orizzonte claustrale della pura soggettività. Si consuma così un vero e proprio capovolgimento teologico e metafisico: non è più la Presenza Reale che investe, redime e santifica lo spazio e il tempo degli degli uomini, ma è il ritmo immanente del mercato che detta le condizioni di visibilità al Creatore, esiliandolo laddove non possa turbare il sonno profondo di una società anestetizzata dal consumo e dalla produzione.
La fabbrica degli automi senz’anima: lo sradicamento della persona e il trionfo del nichilismo
Tale ritirata non ferisce soltanto la pietà del popolo cristiano, ma assesta un colpo severo all’edificio stesso dell’antropologia e del diritto naturale. La dignità intrinseca della persona umana, infatti, non trova la sua giustificazione ultima in un contratto sociale negoziabile o nelle concessioni fluttuanti del potere statale, bensì nel suo legame ontologico e costitutivo con il Trascendente. L’uomo è persona precisamente perché sussiste in una relazione verticale con l’Assoluto. Quando la signoria di Cristo sulla storia e sulla creazione viene occultata e rimossa dalle piazze, l’antropologia si appiattisce inevitabilmente sul dato biologico o funzionale, riducendo l’essere umano a un ingranaggio anonimo, a un automa senza anima, totalmente manipolabile da un sistema che lo vuole privo di radici, orfano di memoria e spogliato di ogni tensione verso l’Eterno. La cancellazione della regalità sociale di Cristo non può che aprire così la strada al nichilismo più radicale, lasciando l’individuo atomizzato e indifeso di fronte alle logiche della pura utilità economica o dell’edonismo.
L’invincibile carne del Mistero: la densità del Dogma spezza le catene
Eppure, contro questa metodica opera di sradicamento che vorrebbe isterilire la civiltà privandola della sua sorgente feconda — quella stessa fede eucaristica che nei secoli ha edificato ospedali e università, assistito i poveri e i marginalizzati, ispirato le vette supreme dell’arte, delle cattedrali e del canto polifonico e gregoriano —, insorge la densità oggettiva del dogma cattolico. L’Eucaristia non è un vago simbolo archetipico o un’astrazione intellettuale, ma è il Sacrificio incruento dell’altare, l’attualizzazione vera, reale e sostanziale del mistero della Redenzione. In quel frammento di Pane azzimo, per la forza della transustanziazione, risiede il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Questa realtà ontologica possiede una forza d’urto invisibile ma invincibile, che sfugge completamente alle categorie sociologiche e ai piani di controllo geopolitico. Un’ideologia ha bisogno di propaganda per sopravvivere, mentre il Sacramento agisce per la sua stessa intrinseca potenza divina, ex opere operato. Finché un solo sacerdote celebrerà il Santo Sacrificio e finché anche un solo fedele piegherà le ginocchia in adorazione davanti all’Ostensorio, la pretesa totalitaria del mondo contemporaneo di possedere interamente l’uomo sarà spezzata. La carne viva del mistero eucaristico grida la verità dell’uomo contro ogni finzione tecnocratica, custode eterna di quella Trascendenza che nessuna forza immanente potrà mai definitivamente confinare, ammutolire o cancellare dalla storia.
La Processione del Corpus Domini come esequie del nichilismo contemporaneo
La processione del Corpus Domini non è il relitto di un passato, ma è semmai l’anticipazione delle esequie di quel mondo immanentista e tecnocratico che si crede immortale e che invece sta consumandosi da se stesso nel proprio nichilismo.
C’è un contrasto ontologico assoluto in questa immagine. Da una parte abbiamo l’illusione ottica delle élite globaliste e del mercato, che marciano apparentemente trionfanti con i loro ritmi frenetici, ma che in realtà celebrano ogni giorno il proprio vuoto, consumando beni e uomini fino all’annientamento del senso. Dall’altra parte, il popolo cristiano che cammina dietro l’Ostensorio compie un atto di supremo realismo: porta nelle strade l’unica Realtà che non passa, l’unico Pane che non si consuma ma nutre per l’Eternità.
La processione diventa così l’annuncio profetico del crollo dell’idolo. Mentre la società dei consumi divora se stessa nel tentativo di anestetizzare la sete di infinito della persona, il passaggio del Sacramento per le vie del secolo stende un velo pietoso sulla cenere di quel mondo immanentista. Camminare dietro Cristo non è un rifugio nostalgico, ma l’atto di presenza della Chiesa al funerale della modernità liquida. È la proclamazione che, quando le luci della festa del mercato si saranno definitivamente spente nel buio del nulla che hanno generato, l’unica carne che rimarrà viva e splendente sarà quella del Verbo Incarnato, sorgente indistruttibile della dignità dell’uomo e della creazione.
(Fabio Vessillifero è uno pseudonimo)
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”Non condivido la lettura della situazione, almeno per la Diocesi di Milano cui appartengo.
Ritengo la scelta del nostro Vescovo una grandissima occasione di ripensamento fino all’espiazione riguardo la processione del Corpus Domini.
Sono stata una fedelissima di tali annuali processioni fino a quella conclusasi al castello sforzesco, dove la pomposità artefatta e la grande disorganizzazione hanno lasciato un vuoto nel cuore.
Non è stata la prima processione dove non ho potuto ricevere il Corpo del Signore.
Non ho più voluto partecipare.
Dobbiamo riappropriarci di una devozione reale e non formale a partire dal Tabernacolo che ciascun cattolico ha nella propria Parrocchia!
La scelta del Vescovo è stata certo dolorosa ma necessaria nell’orizzonte di “un nuovo inizio”.
Allego se riesco il riferimento di un video.
https://www.youtube.com/watch?v=WcJw0dHaMh4
Gentile Signora Maria Rita, comprendo profondamente la sua sofferenza di fronte a processioni vissute in passato come eventi caotici o intrisi di una pomposità artefatta; quando la forma si svuota della sostanza, il vuoto nel cuore è una reazione legittima e dolorosa. Tuttavia, la soluzione a una devozione formale non può essere la ritirata nei recinti parrocchiali o tra le navate del Duomo. Il rischio di questo presunto “nuovo inizio” è quello di assecondare, pur senza volerlo, la pretesa del vecchio laicismo, che esige la reclusione della fede nella pura soggettività, lasciando le strade orfane dell’unica presenza che redime il tempo e lo spazio dell’uomo contemporaneo.
Già san Giovanni Paolo II metteva in guardia da questa tentazione, esortando pastori e fedeli a fare la processione del Corpus Domini con rinnovato slancio (cf. Mane nobiscum Domine, n. 18), proprio perché essa manifesta l’Eucaristia come fonte e culmine dell’intera vita comunitaria e non come un fatto privato. Purtroppo, la tattica di certo modernismo pastorale è proprio quella di far morire queste manifestazioni di morte naturale, organizzandole senza curare il coinvolgimento del popolo e delle famiglie, per poi dichiararle anacronistiche.
Alla radice di questa agonia organizzativa vi è una più profonda e drammatica crisi di fede nella transustanziazione. Quando molti sacerdoti riducono la Santa Messa a un rito didattico e orizzontale, smarrendo il senso del Mistero e del Sacrificio, anche la gestualità ne risente: la prassi generalizzata della comunione ricevuta in piedi e sulla mano, unita alla totale disattenzione per i frammenti, rivela che la presenza reale non è più percepita nella sua densità ontologica e sostanziale, ma degradata a un fatto puramente simbolico o virtuale. Chiudersi in chiesa per sfuggire al traffico o al turismo non è una purificazione spirituale, ma la resa di pastori che, avendo svuotato l’Eucaristia della sua forza soprannaturale, non hanno più il coraggio di testimoniarla e difenderla nella polis.
https://lanuovabq.it/it/alludienza-generale-il-papa-spiega-la-grammatica-del-rito
Parla, parla, parla, ma …non fa!!! (vedi alla fine dell’articolo)
Tobia