Ricevo la segnalazione dall’amico Valerio Capasa e volentieri pubblico.

Valerio Capasa insegna materie letterarie presso il Liceo Scientifico Statale «Arcangelo Scacchi» di Bari ed è dottore di ricerca in Italianistica. Ha scritto quattro libri di critica letteraria (Un’esigenza permanente. Un’idea di Cesare Pavese; Lo scopritore di una terra incognita. Cesare Pavese poeta; Lo sguardo che incontra le cose. Mondi letterari del Novecento; Dante Petrarca Giotto Simone. Il cammino obliquo: la svolta del moderno) e numerosi saggi su riviste letterarie; si occupa di letteratura, cultura e scuola.

Quello che segue è un estratto del suo contributo al libro Corpi nello schermo: esplorazioni sulla DAD.

Didattica a distanza © Michele Dottavio, Buona Vista
Didattica a distanza © Michele Dottavio, Buona Vista

 

 

di Valerio Capasa

 

Dal fertile angolo di osservazione della distanza, occorre mettere a fuoco anzitutto la didattica: che cosa vuol dire fare lezione? La domanda è capitale per qualsiasi epoca, ma ancor di più quando lo schermo rimpiazza l’aula e si dilata lo smarrimento esistenziale, come ha raccontato una preside della provincia di Bergamo:

Scusate. A me la didattica a distanza si è inceppata, avvitandosi su se stessa dopo un’iniziale e scoppiettante partenza. Non sono stati problemi tecnici a farla implodere, e nemmeno forse quelli legati ai limiti culturali o strumentali di alcune famiglie. È stato proprio il virus. Un virus che qua ha falciato nonni, madri e padri in quasi tutte le famiglie dei miei studenti e dei miei docenti. Un’ecatombe. Da qui il crollo psicologico, il dolore chiuso dentro le case che rimbalza senza poter uscire, nemmeno via web. Un dolore che annulla ogni voglia di pensare al dopo. Qui nessuno canta sul balcone. Qui nessuno si sente tra i salvati. Insomma, il terrore, la depressione, lo smarrimento hanno fortemente influenzato l’iniziale slancio didattico e tutta la buona volontà degli insegnanti e degli alunni. Dovrò lavorare su questo, adesso, e non sui device o sugli aspetti tecnici. E non so da che parte cominciare… perché non ne sono capace.

Un insegnante può cominciare dal contraccolpo provocato da questo dolore oppure ignorarlo, se nemmeno la morte di decine di migliaia di italiani insieme al mutamento repentino delle condizioni sociali ed esistenziali sfaldano la routinaria altalena di spiegazioni e interrogazioni né l’atavica ossessione del programma (che a livello ministeriale nemmeno più esiste, ma la disabitudine alla gabbia aperta induce gli uccellini a volerci comunque rimanere dentro, autoimponendosi programmazioni dipartimentali): anche se il mondo finisse domani, l’ansia di stare indietro prescrive che il programma “must go on”. Bisogna “fare” Petrarca, Boccaccio, l’umanesimo, Machiavelli… ma a chi? ci accorgiamo dei ragazzi a cui si rivolgiamo? vediamo quegli occhi? Cosa cambia, nella spiegazione di un argomento, quando a un alunno è morto un parente o qualcun altro trema per i suoi nonni? Una lezione rimane inalterata se una ragazza ha due fratelli che seguono contemporaneamente altre videolezioni, con le precarietà di connessione, spazi e concentrazione che ne conseguono? Ci è mai passato per la testa che qualche animo sensibile stesse affogando nell’abisso dell’incomunicabilità domestica? La quotidiana ora scolastica ha qualcosa da dire alle angosce inespresse, agli stipendi andati in fumo, all’atrofia del cuore? sa accompagnare le croci che a ciascuno tocca caricarsi e strappare i ragazzi da quella metonimia del nichilismo che prende il nome e la forma del divano e delle serie tv?

 

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Corpi nello schermo. Esplorazioni sulla Dad raccoglie alcune testimonianze di insegnanti e studenti sulla didattica a distanza. Il libro è curato da Chiara Gemma, docente ordinario ed europarlamentare, ed è pubblicato da Cafagna editore (si può scaricare gratuitamente qui: https://www.cafagnaeditore.it/prodotto.php?id=66), con prefazione del ministro Lucia Azzolina.


Tra gli interventi, quello di Valerio Capasa punta su tre questioni:
1.       Che cosa vuol dire fare lezione?
Ora che gli schermi hanno portato a galla il meglio e il peggio della scuola, più che mai non è possibile continuare a fare lezione spiegando e interrogando in automatico. In che modo quello che accade rivoluziona la didattica? La quotidiana ora scolastica ha qualcosa da dire alle angosce inespresse, agli stipendi andati in fumo, all’atrofia del cuore?
2.      Che cosa vuol dire conoscere?
Video e link hanno mostrato che la scuola può ridursi a un (inutile) doppione di internet, che si accontenta di consumatori di una sorta di tv culturale. A cosa serve, allora? Si limita a fornire informazioni su alcune discipline o permette qualcosa di più interessante, che si chiama conoscenza?
3.      Dove si è nascosto l’io?
In questi mesi di pandemia la deformazione del tempo ha sollecitato a fare i conti con la propria anima: ma quanti insegnanti hanno guardato l’anima dei loro studenti? Non si muore soltanto di Covid, ma anche di insensatezza: cosa può salvare l’io dal suo eterno lockdown?

 

 

 

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