Riguardo alla sospensione delle messe per i fedeli a causa della crisi da epidemia da coronavirus abbiamo pubblicato due articoli, quella del monaco teologo dom Giulio Meiattini (qui) e quella di mons. Charles Pope (qui). Oggi voglio rilanciare, poichè ritengo degno di nota, un articolo di don Marco Begato, sdb,  che è stato pubblicato sul sito de l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

 

Coronavirus (fonte ANSA)

Coronavirus (fonte ANSA)

 

Voglio condividere una meditazione che, muovendo dallo stato di emergenza del Covid-19, vada a diagnosticare la situazione spirituale, culturale e cultuale del popolo cristiano in Italia.

Pongo due premesse, necessarie al fine di inquadrare eticamente e responsabilmente il discorso che segue:

1.Sono d’accordo che dobbiamo usare prudenza e seguire protocolli sanitari al fine di contenere ed estinguere l’epidemia.

2.Sono d’accordo che dobbiamo obbedire ai vescovi e alle indicazioni date, condivisibili o meno.

Con ciò confido che legislatori, medici e inquisitori siano consolati e confortati.

Ciò posto, credo sia degno di un uomo porsi delle domande, che guardino anche al di là dell’hic et nunc.

 

Il punto fondamentale, da un’ottica prima teologica e poi politica

La mia domanda muove da un orizzonte squisitamente teologico: che valore ha nella storia l’attuale sospensione della Santa Messa col popolo?  Se modulata in termini cristiani: cosa vuole dirci Dio ponendoci in tale situazione?

In questa fase, pur non avendo risposte e non volendomi inoltrare in ipotesi ardite, reputo un dovere in coscienza sostare su questa domanda. Un simile colpo alle cerimonie non può essere considerato alla stregua di un qualsiasi altro impedimento sociale, è necessario lasciarsi interrogare da esso.

Per elaborare lo stato di cose, ricorrerò alla categoria del castigo divino. Esso ha il merito di poter supplire all’assenza di risposte teoriche, con il ricorso a risposte pratiche: al castigo divino i fedeli, prescindendo da qualsivoglia elaborazione teoretica del fenomeno, reagivano inaugurando tempi di penitenza comunitaria e personale, moltiplicando le preghiere e ponendo maggior attenzione agli atti di misericordia.

In tale ottica, i commenti che sento, tutti tesi a normalizzare la situazione da un punto di vista psicologico (mi piace la Messa alla radio) o spiritualista (anche i santi hanno obbedito a leggi ingiuste), spesso peraltro formulati in modo impreciso e invocati piuttosto secondo una deduzione paralogistica anziché sillogistica, cioè ragionando per impressioni anziché per argomentazioni, non sono pertinenti e non colgono la portata del problema.

Dobbiamo lasciarci interrogare dall’eccezionalità, non tentare di normalizzarla strumentalmente.

Quale valore possiamo dare al concetto di castigo divino e quali limiti pone?

L’uso del concetto di castigo divino, cui ricorro in tale contesto, è giustificato dalle Scritture (ira di Dio), dalla teologia (S. Tommaso, autore accreditato anche dal Concilio Vaticano II), dalla liturgia (meritati castighi) e dal tempo liturgico (in Quaresima il ciclo mosaico delle piaghe e dell’esodo è centrale).

Va dichiarato peraltro che la gente non è stata abituata ad adoperarlo e a comprenderlo, e si aggiunga che malauguratamente la gente anche cattolica è un po’ troppo abituata a giudicare Dio, quantomeno nel parlato quotidiano. L’uno e l’altro fattore però sono incompatibili con la vita religiosa cristiana autentica, che è chiamata a rendere ragione della propria fede e non può mai decadere in atteggiamenti irreligiosi tipici del mondo secolarizzato.

Se mi mancano gli elementi che mi permettano di definire con certezza il Coronavirus un castigo di Dio, sono invece propenso a ritenere che il vero castigo di Dio che incombe sulla nostra vita cristiana non sia appunto l’epidemia, ma la sospensione del culto eucaristico liturgico in senso pieno.

Quando definisco la situazione attuale come castigo di Dio, non intendo poi in alcun modo leggere il termine in senso psicologico, ma ontologico. Dio non sceglie di castigare, quasi fosse un interlocutore capriccioso e ciecamente vendicativo, preda di passioni volubili. Dio reagisce al male e lo fa in proporzione al male stesso e nella Sua imperscrutabile Sapienza.

Dire castigo di Dio allora significa disporsi praticamente a mettere tutto il presente nelle sue mani e chiederne da Lui la salvezza, significa poter fondatamente sperare che, alla luce di una conversione personale unita alla conversione del popolo, Dio potrà donare salvezza alle anime e ai corpi in tale caotico contesto.

O riteniamo che il solo intervento di medici e governatori ci aiuterà?

Veniamo ora alla posizione dei politici: atea e irreligiosa, da qualsiasi punto la si guardi.

Il decreto governativo è redatto in modo tale da far risultare sospesi “eventi in luogo pubblico o privato, ivi compresi quelli di carattere culturale, ludico, sportivo o religioso, anche se svolti in luoghi chiusi ma aperti al pubblico, quali, a titolo d’esempio, grandi eventi, cinema, teatri, discoteche, cerimonie religiose”.

Così i fenomeni religiosi vengono di fatto equiparati a quelli culturali, ludici e sportivi. Una simile equazione è intollerabile. L’apporto del fenomeno religioso alla società, specialmente in occasioni di simili catastrofi che superano l’abilità dell’intervento umano, spicca di per sé, non solo ponendosi su tutt’altro piano rispetto agli eventi culturali, ludici e sportivi, bensì offrendosi come fonte di sostegno per la società e per lo Stato stesso.

Ciò è scritto nella coscienza di milioni di cittadini, direi della maggior parte di essi, nonostante la forte secolarizzazione del nostro Paese.

Ma procediamo, ben oltre il sentimento della coscienza religiosa dei cittadini, ne va del senso oggettivo delle cose. Qual è il fondamento del reale? Abbassiamo la domanda: qual è il fondamento della convivenza umana? Possiamo dire che sia lo Stato con le sue prescrizioni giuridiche positive? O esiste un fondamento al di là di esso?

Se rispondiamo essere lo Stato, allora è legittimo che esso misconosca la qualità eminente del fenomeno religioso rispetto a quelli culturali, ludici e sportivi. Tale tesi però è universalmente riconosciuta come una tesi politica propria dell’ateismo nelle sue differenti declinazioni. Parliamo in tal caso di stato laicista.

Se invece cerchiamo un ulteriore fondamento e riconosciamo che la divinità precede e fonda lo Stato, allora siamo in una visione politica religiosa, tipica appunto di uno Stato che si riconosce non assoluto e sempre inferiore al senso religioso del reale.

Il decreto e i decreti emanati fino ad oggi, esprimono una visione laicista di fatto. Non la dichiarano, può darsi non volessero nemmeno assumerla, ma di fatto la esprimono.

Cosa avrebbe dovuto fare lo Stato e come avrebbe dovuto muoversi? Senza entrare nei dettagli, ritengo che lo Stato avrebbe dovuto distinguere gli eventi religiosi dagli altri. Secondariamente, così come è stato fatto per le manifestazioni sportive, avrebbe dovuto stilare un protocollo che ne consentisse lo svolgimento a certe condizioni, in ottemperanza al contenimento dell’epidemia.

Invece lo Stato ha dato indicazioni per il proseguimento di attività sportive, ha dato indicazioni blande per il contenimento di attività commerciali, incluse quelle associate tradizionalmente alla viziosità e alla superficialità (ricordo che il Folle di nietzschiana memoria getta la sua lanterna nel cuore di un mercato, in mezzo a una folla di senza Dio; cfr. Gaia Scienza n° 125), ma non ha speso parole altrettanto puntuali per il culto.

Cosa mi sarei atteso da uno Stato laico e non laicista? Che permettesse e magari invitasse la Chiesa, con la quale è legato nello specifico dagli accordi concordatari, a pregare secondo i propri riti per propiziare il nume e scongiurare il male. Ribadisco, ponendo certe condizioni di prudenza.

Come è stato commentato, affrontato e recepito dai nostri Pastori? Con un adeguamento sine glossa. Davanti al morbo i Pastori hanno scelto di sposare in toto il decreto laicista. Poche le lamentele levatesi ad oggi da parte dei porporati.

Non ci è dato sapere se vi sia stata una polemica a porte chiuse tra Chiesa e Stato. Di certo non vi è stata lamentela successiva.

Anche questa posizione rientra nel novero dei fatti che mi obbligano ad interrogarmi. Qual è il senso teologico di tale resa incondizionata a decreti di impianto laicista da parte dei Pastori? Cosa li ha impediti o nel proporre adattamenti del decreto o nel lamentarne l’attuazione?

Il cristiano può ancora recarsi nelle chiese per la preghiera personale, ma se a un tratto inizia la celebrazione di una Messa, tutti devono uscire. Illogico da ogni punto di vista. Dal punto di vista teologico provocante e tragico: cosa ci sta dicendo l’Altissimo?

Tale domanda, che abbiamo fin qui riletto nei suoi fondamenti, chiede ora una riflessione sui suoi sviluppi, tanto individualmente quanto comunitariamente.

 

Esiti nel rapporto Stato-Chiesa futuro

Da un punto di vista comunitario e quindi politico, è necessario analizzare il messaggio lanciato dai Vescovi del nord, coesi nel recepire il Decreto – di fatto laicista – senza in nulla opporsi.

Notiamo nel frattempo che i Vescovi del centro-sud hanno talvolta assunto posizioni più critiche e meno supine.

La dinamica di tali fatti lascia perplessi. Ma stupisce solo relativamente coloro che hanno seguito gli sviluppi della teologia degli ultimi decenni. Augusto Del Noce ha speso molte pagine e sottili intuizioni nel descrivere l’esito inevitabilmente ateo di una posizione filosofica secolarizzante, nel senso che la storia ha dato alle svolte avviate da Cartesio [1]. In parallelo il filosofo torinese ha già mostrato come una teologia della secolarizzazione non potesse se non portare a uno svuotamento del messaggio cristiano e a una sottomissione del pensiero politico ecclesiale a quello statale [2].

I Vescovi possono ben chiedere obbedienza e ne avranno – sul tema torneremo subito sotto. Ma il vero punctum quaestionis non è anzitutto se dare obbedienza ai preposti. La domanda è quale modello di convivenza Chiesa-Stato stiamo inverando.

Non starò a precisare se l’idea di una comunità ecclesiale ormai del tutto politicamente prona al Governo italiano sia stata concepita nell’emergenza Coronavirus, oppure se sia ad essa precedente e l’emergenza ce l’abbia solo palesata. Il fatto basilare però permane: l’epidemia ci consegna una comunità ecclesiale prostrata allo Stato.

Davanti a ciò si prospetta un futuro atro. Ovunque in Europa dilagano forme di cristianofobia che colpiscono la Chiesa a vari livelli: culturale, educativo, liturgico, fino al puro e semplice vandalismo senza tutele e senza echi mediatici.

La Chiesa all’indomani del Coronavirus rischia di presentarsi come una realtà inerme e passiva. Tale posizione metterà i Suoi nemici in condizione di abusarne notevolmente.

A partire da quali basi e con quanto margine di svantaggio speriamo di trovarci allora pronti a reagire, tenuto conto che ora ne siamo stati del tutto impotenti? E teniamo conto che stiamo plasmando la coscienza della massa cattolica all’obbedienza indiscussa e alla resa totale. Resa culturale prima – si pensi alla polarizzazione del dibattito politico cattolico in senso prettamente piddino e sardiniano – e cultuale adesso.

 

Sul concetto di obbedienza

Circa l’esortazione a obbedire, mi sia concesso qualche appunto, dal tenore più blando dei precedenti.

Anzitutto mi insospettisce questo ricorso quasi militare all’obbedienza. Tutta la teologia conciliare e post-conciliare ha lavorato sul concetto di coscienza, libertà e senso. Ora pare sia tutto dimenticato.

Si citano i santi, i quali spesso furono sottoposti a obbedienze ingiuste e mai disobbedienti. A parte il rischio di sancire con tale argomento l’ingiustizia del comando episcopale vigente, va detto che i santi affrontavano obbedienze personali, qui si discute invece di una obbedienza collettiva. L’obbedienza personale, checché di fronte a ingiustizia, può essere santificante. Lo è in quanto rafforza le virtù del singolo e la sua imitatio Christi. Questo è assodato.

A livello collettivo però il discorso è differente. Si santifica l’individuo e non il collettivo, al quale interessa piuttosto la convenienza politica. Se le Guide daranno indicazioni errate e il popolo le seguirà, ciò significa che il popolo dovrà accettare anche le conseguenze sbagliate che ne scaturiranno. Le accetterà anche a nome delle prossime generazioni. Con che diritto? Con che coscienza?

Obbediscano dunque i singoli, quanto più sono interessati alla propria individuale santificazione. Si esprimano nel frattempo pubblicamente coloro che sono preoccupati dello sviluppo politico cioè condiviso, e quindi del bene comune.

Ora, che il bene del popolo possa venire dall’avvilimento dei gesti chiamati a edificarlo (quali la liturgia, id est azione del e per il popolo) questo pare non condivisibile.

Infine, come anticipavo, ci vuole prudenza nell’usare taluni concetti. Il concetto di obbedienza, se frainteso, può riportarci agli esempi tristi dei soldati obbedienti delle ultime due grandi guerre. Non a caso il teologo Ratzinger mosse i suoi studi sulla coscienza proprio alla luce delle gesta nefaste degli obbedienti delle fila naziste [3]. Nel concetto di obbedienza insomma ne va del vero concetto di coscienza e libertà, anche per i cattolici. Quindi sarebbe bene non abusarne.

L’impressione è che l’obbedienza sia usata come uno slogan e come un guinzaglio delle coscienze, esattamente al modo in cui risuonava fino a poche settimane fa l’invito a una certa disobbedienza. Ma se fosse davvero così e se quindi la gerarchia volesse barattare la verità con la retorica, ci sarebbe poco di cui stare tranquilli e poco da cui venir santificati.

Vado a concludere. Indico corsivamente un criterio cristologico per sciogliere il nodo dell’obbedienza, tale criterio ci servirà per dare un commento sintetico a cornice delle riflessioni fin qui vergate.

Se leggiamo le scritture notiamo che l’azione di Gesù Cristo non è banale, come alcuni oggidì tendono a dipingerla. Nel caso dell’obbedienza, per esempio, è evidente che il Signore porta un criterio rinnovato, difficile da sintetizzare. Dichiara assoluta fedeltà a tutta la Scrittura, fino all’ultimo iota, poi però non tiene in considerazione varie delle norme religiose: il sabato, le abluzioni, i digiuni. Peraltro non si presenta mai come un disobbediente, bensì come il vero obbediente, colui che obbedisce non alla lettera legalistica, ma alla volontà di Dio.

Senza altro approfondire, stiano attenti gli apologeti dell’obbedienza senza se e senza ma: il rischio di fariseismo è dietro l’angolo e non ha a che vedere con l’itinerario di Cristo né del cristiano.

Questa superficialità, con la quale si predica dimenticando la novità dell’esempio del Cristo, ha un precedente – se mi è concessa una deviazione – nel ragionamento usato per imporre l’accoglienza indiscriminata degli ultimi: come Cristo si è immolato, così noi dobbiamo essere disposti a tutto, immolandoci per i fratelli (es. migranti). Eppure sono i Vangeli stessi a mostrare che Gesù ha fuggito più volte la cattura, la lapidazione e il giudizio, arrivando ad accettarlo solo nell’Ora stabilita e non senza pregare il Padre di allontanare da lui il calice delle sofferenze. Anche qui, l’esempio cristiano autentico sfugge alle riduzioni di convenienza propagandate ultimamente.

Ciò significa che a più riprese ci troviamo di fronte a casi di manipolazione culturale del fenomeno religioso. Di cosa è indice un simile approccio, che travisa il modello di Gesù e lo strumentalizza al fine di imporre ideologie moderniste? Se fosse un approccio deliberato, sarebbe un atto di alta menzogna. Non penso sia deliberato e studiato, non penso sia quindi indice di alcunché, bensì sintomo. Tale approccio è sintomo di una visione religiosa insidiosa ormai infilitratasi nella vita e nel pensiero dei cristiani, ad essa darei senza tanti giri di parole il nome di gnosticismo. La proiezione gnostica si è introdotta così sottilmente e radicalmente nel sentire comune, che ormai il cristiano medio non se ne avvede più e la fa propria.

Uno spiritualismo che va a confondersi con forme di ateismo secolaristico e che usa ricostruzioni – mitologiche più che teologiche, mediatiche più che scritturistiche – della immagine del Cristo: questa è la gnosi che oggi sembrerebbe traboccare nel sentimento del popolo cristiano, senza garanzia di eccezione per governatori e pastori [4].

E tale cornice interpretativa mi pare renda conto con puntualità dell’ora presente che ci tocca in sorte. La prima parte di questo mio discorso la reputo una descrizione oggettiva, la seconda è un’interpretazione. Lascio ai lettori competenti di valutarla. Personalmente non mi sbilancio oltre, non so cioè dire quanto sia diffusa tale visione gnostica, né tantomeno saprei indicare nominatim esponenti della medesima, men che meno tra i nostri pastori, cui ripeto il mio ossequio e destino la mia preghiera filiale. Non sto dunque lanciando giudizi contro nessuno, ho solo condiviso una meditazione, sia pure pungente. Auguro che possa servire agli uomini di buona volontà per esaminarsi non tanto a livello della propria coscienza, quanto della propria conformazione culturale. Dal Covid-19 ci rialzeremo sicuramente, come da ogni epidemia passata, dall’ignoranza religiosa invece no, se non decidiamo di farlo intenzionalmente, in caso contrario le conseguenze politiche e individuali sarebbero nefaste.

Marco Begato

 

 

[1] A. Del Noce, Il problema dell’ateismo, 1964.

[2] A. Del Noce, Il cattolico comunista, 1981.

[3] https://lanuovabq.it/it/la-lezione-di-san-newman-e-ratzinger-sulla-coscienza

[4] Ho approfondito tale prospettiva nel saggio Res Amissa. La perduta cosa, in Campari&deMaistre (ed.), Fino alla fine del mondo, Historica Edizioni 2017, pp. 109-163.

 

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