Xi Jinping con la mascherina contro il coronavirus

Xi Jinping, presidente della Cina, con la mascherina contro il coronavirus – Photo: Xinhua (Asia Times)

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

«Ho molti dubbi sull’efficacia del Partito nel contenere la crisi di coronavirus!» così don Bernardo Cervellera, missionario del PIME e direttore di AsiaNews , a proposito della crisi globale scatenata dal coronavirus che ha messo in ginocchio la Cina per poi diffondersi rapidamente in tutto il mondo, fino all’Italia, diventato oggi il principale focolaio in Europa, dove i contagi aumentano di ora in ora.

Mentre il Presidente e Segretario del Partito comunista Xi Jinping parla della «più grande emergenza sanitaria» che la Cina abbia mai affrontato dalla fondazione della Repubblica Cinese («la più infettiva, rapida e difficile da prevenire e controllare») e loda l’azione del suo governo nella prevenzione e nel contenimento del contagio, sul regime piovono feroci critiche da tutto il paese.

Secondo quanto riferisce l’Asia Times, il presidente Xi Jinping «non era più stato visto in pubblico da quando aveva visitato gli ospedali a Pechino il 10 febbraio, alimentando la rabbia pubblica ribollente con la sua decisione di rifugiarsi nella sua suite/ufficio a Zhongnanhai mentre nel paese esplodeva la crisi (oltre al sospetto che lui stesso avesse potuto contrarre il virus respiratorio mortale e che avrebbe dovuto essere messo in quarantena)»”.

Per far fronte alle accuse di inefficienza il premier cinese, ricomparso in pubblico dopo tredici giorni di isolamento per delineare iniziative politiche volte combattere l’epidemia e sostenere l’economia in stato di crisi, ha elogiato l’operato del governo comunista, i suoi “giudizi accurati”, il “tempismo” e le “misure efficaci” adottate per far fronte all’emergenza ed arginare l’epidemia.

«L’efficacia della prevenzione e il lavoro di controllo hanno dimostrato una volta di più i vantaggi significativi della leadership del Partito comunista cinese e del sistema socialista con caratteristiche cinesi». Xi Jinping ha anche aggiunto che nonostante il considerevole impatto sull’economia e sulla società cinese, il coronavirus «non ha cambiato i fondamentali a lungo termine nella crescita economica della Cina».

Ma non si placano le polemiche per la gestione dell’emergenza da parte del governo cinese sotto accusa per la censura applicata alla libertà d’espressione durante le prime settimane di diffusione del virus.

«È ormai evidente –  afferma Cervellera –  che le autorità sapevano della diffusione del virus fin da dicembre scorso, ma hanno zittito i medici che avevano riportato il fatto, lanciando l’allarme solo il 23 gennaio».

Lo stesso presidente in persona sarebbe implicato in questo ritardo visto che secondo la rivista Qiushi (periodico di cultura politica edito dal comitato centrale del Partito Comunista)Xi Jinping sapeva dell’epidemia fin dal 7 gennaio (due settimane prima dell’annuncio ufficiale) e quello stesso giorno avrebbe dato indicazioni su come affrontare la crisi. «Ma questa affermazione cozza contro quella del sindaco di Wuhan che alla televisione aveva confessato i ritardi, dichiarando di aver avuto bisogno del permesso di Pechino per lanciare l’allarme sul coronavirus».

È per questo che sono in molti a puntare il dito contro la «mancanza di libertà di parola che ha portato al soffocamento delle allerte provenienti dalla base e contro la gestione del potere dall’alto verso il basso». L’esempio più eclatante è quello del giovane dottore Li Wenliang, il medico oftalmico di Wuhan, che a dicembre del 2019, fu il primo ha dare l’allarme del coronavirus, ma è stato «zittito e minacciato dalla polizia e minacciato di licenziamento dalle autorità dell’ospedale». Un gravissimo episodio che mostra la reticenza del governo comunista a concedere libertà di espressione, così come la libertà di religione, ai suoi cittadini.

A queste accuse si aggiungono i sospetti di una parte della comunità scientifica che ora, riguardo all’eziologia del virus, sembra considerare una pista diversa da quella “ufficiale” (l’ipotesi secondo cui il virus sarebbe sorto a fine 2019 in un mercato del pesce della città di Wuhan). Uno studio dell’Accademia cinese delle Scienze Sociali parlerebbe di virus “importato” dall’esterno, da un laboratorio specializzato in virologia, situato non lontano da Wuhan. Fin’ora questa era considerata un’ipotesi fantasiosa e complottista (c’è chi parla di “guerra batteriologica a bassa intensità” o di prove tecniche di bioterrorismo). Ma in un contesto come quello cinese, dove si rende palese la mancanza di libertà di espressione, dove la polizia del pensiero censura ogni tipo di protesta rendendo di fatto impossibile ogni pubblica obiezione e dove il Partito detiene il monopolio dell’informazione, l’ipotesi può perlomeno venir riconsiderata come plausibile.

Secondo gli ultimi dati ufficiali, da quando è stata rilevata l’epidemia per la prima volta a Wuhan (capoluogo della provincia di Hubei) più di due mesi fa, in Cina ci sono stati 77.262 i casi di infezione e 2.595 morti. (a Pechino, 399 contagi e quattro morti). Sono invece 24757 le persone guarite, che ora secondo le nuove disposizioni delle autorità locali, dovranno mantenere una quarantena di 13 giorni per scongiurare ricadute.  Il virus Covid-19, ha provocato più danni della crisi della SARS del 2003.

 

Pubblicato anche su testadelserpente

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