
di Sabino Paciolla
Oggi si apre la COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2025. Gli incontri avranno inizio a Belém, città portuale brasiliana situata sul limitare dell’Amazzonia, e termineranno il 21 novembre.
Le attese di ampi settori dell’establishment, di lobbies e movimenti ambientalisti sono alte ma vi è anche grande consapevolezza della delicatezza del momento: “tra le varie cose, in ballo ci sono i tagli delle emissioni previsti per l’accordo di Parigi, i finanziamenti ai cosiddetti ‘Paesi meno sviluppati’, gli aiuti alle popolazioni indigene e il tentativo di istituire un fondo per la preservazione delle foreste”. Le assenze saranno notevoli, a cominciare dagli Stati Uniti.
All’apertua di questo evento, è bene fare il punto della situazione.
Cambiamenti significativi
Negli ultimi mesi del 2025, stiamo assistendo a un fenomeno che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile: il progressivo smantellamento delle politiche Net Zero e il declino dell’ESG (Environmental, Social, and Governance) come stella polare della finanza e dell’industria globale. Quello che era stato presentato come un impegno irrinunciabile per salvare il pianeta si sta rivelando un castello di carte, minato da pressioni politiche, incertezze normative, scontento dei cittadini impoveriti da un forte aumento dei prezzi, lamentele delle piccole e medie imprese sopraffatte dalla burocrazia verde e, secondo alcuni scienziati, da basi scientifiche tutt’altro che solide.
L’ESG in declino: La fine di un’epoca
L’ESG, un tempo considerato il futuro inevitabile degli investimenti, sta attraversando una crisi profonda. La legislazione anti-ESG sta guadagnando slancio negli Stati Uniti, mettendo l’opinione pubblica contro le aziende e le banche che aderiscono alle linee guida ESG. Dal 2021, un numero crescente di stati americani ha introdotto leggi che penalizzano le istituzioni finanziarie coinvolte nell’ESG. Nel 2024, il West Virginia ha vietato alle banche coinvolte nell’ESG di fare affari con le organizzazioni statali, mentre nel 2023, il governatore della Florida DeSantis ha vietato ai funzionari statali di investire in fondi ESG o di vendere obbligazioni ESG.
La ragione di questo cambiamento radicale? L’ESG si è trasformato da strumento tecnico di rendicontazione a campo di battaglia politico. La crescente opposizione nei confronti delle banche che disinvestono dai combustibili fossili ha portato gli Stati a varare una legislazione contro di loro, in un clima politico sempre più ostile alle iniziative climatiche.
Le grandi banche voltano le spalle al Green
L’abbandono più clamoroso degli impegni climatici è arrivato dal settore bancario. Quando la Glasgow Financial Alliance for Net Zero (GFANZ) è stata lanciata con grande clamore alla COP26 nel 2021, c’era ottimismo sul fatto che le coalizioni che ne fanno parte, tra cui la Net Zero Banking Alliance (NZBA), avrebbero assunto un ruolo di primo piano nel promuovere l’azione per il clima. La NZBA contava oltre 140 membri provenienti da 45 paesi all’inizio del 2024.
Tuttavia, nel periodo precedente all’insediamento di Donald Trump, alcune delle più grandi banche statunitensi e canadesi, tra cui JP Morgan, Bank of America, Goldman Sachs, Citi e Morgan Stanley, hanno lasciato l’alleanza, riducendone il patrimonio totale del 22%. Sono state seguite da cinque dei sei membri giapponesi del gruppo e dal finanziatore australiano di infrastrutture Macquarie.
Il colpo di grazia è arrivato quando l’organismo ha votato per abbandonare il suo obiettivo di 1,5° C e lo ha sostituito con un impegno meno oneroso: ‘allinearsi agli obiettivi di temperatura dell’Accordo di Parigi per limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2° C e puntare a 1,5° C’.
Il problema di fondo è semplice: gli impegni climatici delle banche si basano in larga misura su ipotesi di decarbonizzazione dell’intera economia. Come ha dichiarato JP Morgan, senza progressi significativi da parte dei clienti e dell’economia in generale, la capacità di supportare la transizione e di progredire verso gli obiettivi è limitata. La parte non detta è che le banche non sono mai state disposte a rifiutare l’opportunità di finanziare settori ad alte emissioni che rimanevano redditizi.
Le corporation fanno marcia indietro
Il ritiro non si è limitato al settore finanziario. Wells Fargo, Bank of America e Morgan Stanley hanno già lasciato la Net Zero Banking Alliance, citando pressioni politiche e preoccupazioni legali; BP e HSBC hanno ridimensionato i loro obiettivi di zero emissioni nette.
Il caso British Petroleum è emblematico. Nel 2020, l’allora CEO Bernard Looney aveva promesso che entro il 2030 l’azienda avrebbe aumentato di dieci volte gli investimenti nelle energie rinnovabili, portandoli a 5 miliardi di dollari, e costruendo parchi eolici e solari con una capacità di 50 gigawatt. Greenpeace aveva descritto la promessa come “un Natale anticipato, con decenni di ritardo”.
Cinque anni dopo, a febbraio, sotto la pressione di un aggressivo hedge fund attivista, Elliott Management, BP ha annunciato un’inversione di rotta delle riforme di Looney, compreso il suo impegno a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette. Il nuovo CEO Murray Auchincloss ha dichiarato: “Siamo andati troppo lontano, troppo in fretta”. BP ha abbandonato l’obiettivo di ridurre la produzione di petrolio, ha promesso di vendere una quota dell’azienda solare Lightsource, e si è impegnato a investire 10 miliardi di dollari all’anno in progetti petroliferi e gasieri. Come si vede, una netta inversione a U.
Anche i giganti della tecnologia hanno fatto marcia indietro. Il giorno dopo che il presidente Donald Trump ha riconquistato la Casa Bianca, i leader di una coalizione per l’azione climatica sostenuta da Apple e da centinaia di altre grandi aziende hanno rilasciato una dichiarazione provocatoria in cui promettevano di ‘lottare per il futuro che gli americani chiedono e meritano’. Ma quando la seconda amministrazione Trump ha iniziato a prendere forma, il tono di America Is All In – una coalizione bipartisan statunitense per l’azione climatica, considerata la più ampia mai assemblata negli USA per promuovere obiettivi ambientali – si è ammorbidito e le principali aziende che la sostenevano hanno fatto un passo indietro.
“Per quanto riguarda gli impegni in materia di clima e riduzione delle emissioni di carbonio, aziende come Google, Microsoft e Shell si sono posizionate come leader nella sostenibilità, fissando obiettivi ambiziosi di zero emissioni nette… Tuttavia, la rapida ascesa dell’intelligenza artificiale, grande consumatrice di energia, sta costringendo queste aziende a riconsiderare, o addirittura ad abbandonare, tali impegni”. Meglio non perdere il treno dell’Intelligenza Artificiale, piuttosto che essere intransigenti sui cambiamenti climatici. Meglio gli utili per i soci e il vantaggio competitivo che l’Intelligenza artificiale offre, piuttosto che una posizione radicale sui cambiamenti climatici. E ciò, nonostante che il fabbisogno mondiale al 2030 di energia elettrica attribuita alla sola Intelligenza Artificiale, stime IEA, sarà pari a quella del consumo dell’intero Giappone.
Nessuna delle principali aziende tecnologiche, industriali o di vendita al dettaglio della coalizione ha firmato la lettera aperta del gruppo a dicembre che ribadiva il suo impegno nei confronti dell’Accordo di Parigi. Tra i non firmatari figuravano Walmart, Siemens e Apple.
Anche John Deere e Ford hanno ridimensionato o censurato gli obiettivi, i programmi e le iniziative formali in materia di diversità in risposta agli attivisti conservatori.
L’Effetto Trump: Il climate change definito una “truffa”
L’elezione di Donald Trump a un secondo mandato ha dato un colpo devastante alle politiche green. Trump ha chiamato il cambiamento climatico una ‘truffa’, dicendo: “È una delle più grandi truffe di tutti i tempi… la gente non ci crede più”.
Le azioni della nuova amministrazione sono state immediate e radicali. Il recesso dall’Accordo di Parigi sul clima rappresenta una sfida significativa per l’inversione della curva delle emissioni globali, poiché gli Stati Uniti sono uno dei maggiori produttori mondiali di gas serra. Il nuovo Consiglio nazionale per la supremazia energetica istituito da Trump ha dato subito la priorità alla produzione interna di petrolio e gas e all’abolizione del divieto di trivellazione offshore.
Inoltre, Trump ha revocato il piano di Biden che prevedeva che entro il 2030 il 50% di tutti i nuovi veicoli venduti negli Stati Uniti fossero elettrici, bloccando la distribuzione dei fondi di un programma da 5 miliardi di dollari per l’installazione di stazioni di ricarica.
Il basso profilo di fronte all’incertezza normativa
Le grandi aziende stanno adottando un atteggiamento sempre più cauto. Nella prima metà del 2025, le società quotate in borsa negli Stati Uniti hanno registrato un forte calo nella presentazione volontaria di rapporti di sostenibilità, segnando un cambiamento significativo nella strategia di comunicazione ESG.
Gran parte del rallentamento può essere attribuito al panorama normativo globale complesso e mutevole, in particolare la direttiva dell’Unione Europea sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese (CSRD) e le leggi della California sulla divulgazione delle informazioni climatiche. Molte aziende stanno ritardando le relazioni volontarie mentre valutano come conformarsi a questi quadri normativi obbligatori.
I dirigenti di alto livello hanno paura di parlare degli obiettivi ambientali in una Washington dominata dai conservatori. Come ha affermato un esperto: “La gente è piuttosto spaventata. Essere chiassosi e orgogliosi potrebbe essere rischioso per le aziende in questo momento”.
Alcune aziende stanno cambiando strategicamente, nascondendo o rinominando i precedenti impegni di sostenibilità per ridurre il rischio. Costco, ad esempio, sta mantenendo le sue pratiche ma le ha rinominate come programma “Persone e comunità”.
L’Europa sceglie il pragmatismo intimorita dai movimenti nelle ultime votazioni
Anche l’Unione Europea, tradizionalmente in prima linea nella lotta al cambiamento climatico, sta virando verso posizioni più pragmatiche. Il 5 novembre 2025, dopo mesi di intense trattative e una maratona notturna a Bruxelles, l’Unione Europea ha finalizzato un accordo per ridurre le emissioni nette di gas serra del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990.
Tuttavia, l’accordo ha dovuto affrontare sfide significative tra i 27 Stati membri, con Ungheria, Slovacchia e Polonia che hanno votato contro a causa delle preoccupazioni sul ritmo e la portata della politica climatica in un contesto di difficoltà economiche.
L’accordo include concessioni significative: una maggiore flessibilità per gli Stati membri nel raggiungimento degli obiettivi, consentendo di rivendicare una quota maggiore di riduzione delle emissioni attraverso l’acquisto di crediti di carbonio internazionali. I critici, come Thomas Gelin di Greenpeace UE, sostengono che questo equivale a un “riciclaggio di carbonio offshore”. Tutto ciò, nonostante che il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, abbia fatto una triste constatazione: il superamento nei prossimi anni del limite di 1,5 gradi di riscaldamento globale fissato negli Accordi di Parigi è ormai “inevitabile”.
In Europa, a causa di un rallentamento economico che è vicino alla stagnazione, causata da un lato dalle norme green e dall’altra dall’aumento elevato dei costi dell’energia dovuto alla guerra in Ucraina, avanza il “pragmatismo” che diluisce le ambizioni verdi. Non sono più solo i tradizionali paesi che dal mainstream vengono definiti “negazionisti”, come la Polonia o l’Ungheria, a sostenere che la transizione verde ha un costo per le imprese e i consumatori. Anche i tre grandi dell’UE (Germania, Francia e Italia) hanno abbracciato questo pragmatismo.
Il “voltafaccia” di Bill Gates
Persino Bill Gates, uno dei più influenti sostenitori della lotta al cambiamento climatico, ha moderato le sue posizioni. Poco prima della COP30, Bill Gates ha esortato la comunità globale a concentrarsi principalmente sul miglioramento del benessere umano, della salute e dell’agricoltura nei paesi in via di sviluppo. Questo messaggio rappresenta un cambiamento significativo rispetto alla sua precedente visione, secondo cui il cambiamento climatico è una minaccia urgente ed esistenziale che richiede alla comunità globale di concentrarsi principalmente su ingenti investimenti immediati nelle tecnologie di riduzione delle emissioni.
Gates ha presentato “tre verità”: il cambiamento climatico è un problema grave, ma non sarà la fine della civiltà; la temperatura non è il modo migliore per misurare i progressi in materia di clima, un parametro migliore è la qualità della vita; la salute e la prosperità sono la migliore difesa contro il cambiamento climatico.
Questo marcato cambiamento di posizione da parte del “guru” del catastrofismo climatico, che molti lo hanno “salutato” come un solenne voltafaccia, se non addirittura un tradimento, deve far pensare molto coloro che a testa bassa continuano ancora ad essere radicalmente intransigenti sui cosiddetti cambiamenti climatici.
Chicco Testa: “Dichiarare fallito il Green Deal”
In Italia, Chicco Testa, figura di spicco nel dibattito energetico, è stato ancora più diretto. Alla domanda su cosa aspettarsi dalla COP30, Testa ha risposto: “Io mi aspetterei che si dichiarasse il fallimento di queste politiche green. Le emissioni totali negli ultimi 30 anni sono state pari a tutte quelle degli ultimi due secoli. Non c’è stato un anno in cui siano diminuite, fatta eccezione per la crisi dei subprime e quella del Covid. L’anno scorso abbiamo fatto il record”.
Testa ha criticato duramente la strategia europea: “Noi per 5 anni, nel primo mandato di Ursula von der Leyen, dal 2019 al 2024, abbiamo praticamente solo parlato di Green deal. Improvvisamente ci siamo trovati con un problema di riarmo, un problema di dazi e guerre commerciali, e con il rapporto Draghi che ci ha spiegato che l’industria europea sta perdendo competitività. C’era bisogno di aspettare che lo dicesse Draghi? Dove guardavano i signori che stavano a Bruxelles in quei 5 anni?”.
La sua analisi è impietosa: “Il secondo obiettivo del Green deal, che era quello di raggiungere una posizione di avanguardia nella green economy, è stato drammaticamente fallito. Siamo in ritardo sui chip, sull’intelligenza artificiale e su tanto altro”.
Il dissenso degli scienziati: Prodi, Zichichi, Rubbia e Clauser
Il ripensamento sulle politiche climatiche trova sostegno anche in una parte della comunità scientifica italiana, spesso ignorata dal dibattito mainstream. Franco Prodi, fisico e fratello dell’ex premier, ha messo in discussione le certezze dell’IPCC: Secondo Prodi, l’affermazione che il 98% del cambiamento climatico è colpa dell’uomo è una bufala: “Questa percentuale non è calcolabile con le conoscenze attuali del sistema fisico del clima. Non nego un effetto antropico. Il cambiamento climatico è connaturato, non può non esserci perché dipende dal sole, dall’astronomia, dall’effetto gravitazionale degli altri pianeti, dai componenti dell’atmosfera che possono essere naturali e antroipiche. Il sistema clima è complessissimo”.
Prodi ha sottolineato che nel periodo caldo romano Annibale valicò le Alpi con gli elefanti, attraversando passi che ora sono ghiacciati. Nel periodo caldo medievale la temperatura della Groenlandia era più alta di tre gradi rispetto ad oggi: tremila vichinghi vi insediarono 280 fattorie.
Antonino Zichichi, fisico di rilievo internazionale e già presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha ribadito posizioni simili. Zichichi sostiene che il riscaldamento globale dipende dalla nostra sorgente di energia e di calore: il Sole. È l’attività della nostra stella che incide sul clima. È impensabile che l’attività antropica possa causare gli stessi effetti del Sole.
Zichichi ha affermato che non esiste l'”equazione del clima”, cioè non esiste un metodo scientifico attraverso il quale poter determinare l’impatto esatto delle attività umane sul clima. Distingue però tra clima e inquinamento: “Bisogna combattere l’inquinamento planetario con severità. Ma non bisogna collegare le attività dell’uomo alle variazioni climatiche”.
Anche Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, ha rivisto la sua posizione. Dati alla mano, le temperature medie globali risultano stabili da 17 anni, nonostante l’esplosione dell’aumento delle emissioni. Rubbia, in passato convinto dell’effetto antropico, ora è scettico.
Rubbia evidenzia come le conoscenze scientifiche incomplete del complesso sistema climatico abbiano portato a “scelte energetiche molto costose” in Europa, e auspica “maggior prudenza e discussione” prima di adottare misure drastiche.
Infine, il premio Nobel 2022 per la fisica, John Clauser, che due anni fa, parlando al Quantum Korea, ha detto: “Ho un elefante nella stanza che ho scoperto di recente riguardo al cambiamento climatico. Credo che il cambiamento climatico non sia una crisi. Anche la comunità scientifica a volte può essere annacquata dalla pseudoscienza. Ricorda, se vuoi che la pseudoscienza sia vera, basta semplicemente farla girare e diventa vera.”. In un’altra occasione, anche detto: “A mio parere, non esiste una vera crisi climatica. Esiste, tuttavia, un problema molto concreto nel garantire un tenore di vita dignitoso alla vasta popolazione mondiale e una crisi energetica correlata. Quest’ultima viene inutilmente aggravata da quella che, a mio parere, è una scienza del clima errata”.
Cittadini e imprese patiscono sotto il peso della burocrazia e dell’aumento dei prezzi
Nel rapporto di Fondapol si legge che “Le aziende stanno annegando sotto uno ‘tsunami normativo’, le accuse di greenwashing si moltiplicano e, nel 2024, per la prima volta, gli investitori hanno ritirato 30 miliardi di euro dai fondi ‘green’.
In un momento in cui l’economia globale sta diventando sempre più competitiva, questa impalcatura di leggi complesse, a volte incoerenti e spesso costose non solo si sta rivelando letale per molte aziende europee, ma sta anche generando un effetto di “repulsione” tra i cittadini contro le questioni ambientali, alimentando i voti per i partiti radicali. Oggi è urgente abbandonare l’ideologia”. Occorre abbandonare questa burocrazia ambientale.
L’Europa, che si è costantemente posizionata come leader globale nella lotta ai cambiamenti climatici, sostenendo obiettivi ambiziosi e appoggiando iniziative ecologiche, incontra sempre più il disappunto dei cittadini che, nelle votazioni, si spostano sempre più verso partiti conservatori, percepiti come meno radicali nelle scelte climatiche.
Conclusione
Quello a cui stiamo assistendo nel 2025 non è semplicemente un aggiustamento tattico o una pausa strategica, ma un ripensamento profondo delle politiche climatiche globali. Il declino dell’ESG, l’abbandono degli impegni da parte di banche e corporation, il ritorno di Trump e la sua retorica contro il “climate scam”, l’incertezza normativa, il pragmatismo europeo, il cambio di rotta di Bill Gates, il malcontento dei cittadini e dell’apparato produttivo, e le voci critiche di scienziati come Prodi, Zichichi e Rubbia rappresentano tutti pezzi di un puzzle più grande.
Resta da capire se questo rappresenti una sana correzione di rotta verso politiche più realistiche ed economicamente sostenibili, o se sia l’inizio di un arretramento nella lotta contro il cambiamento climatico. Una cosa è certa: l’era dell’ottimismo climatico incondizionato è finita, e il futuro delle politiche ambientali sarà molto più complesso e conteso di quanto molti avessero immaginato solo pochi anni fa.
Sostieni il Blog di Sabino Paciolla




















Scrivi un commento