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Domenica III del Tempo Ordinario (Anno A)

(Is 8,23b-9,3; Sal 26; 1 Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23)

 

di Alberto Strumia

 

Per comprendere l’insegnamento delle letture di questa terza domenica del Tempo Ordinario, applicandolo a quanto siamo chiamati, quasi costretti, a dover affrontare ai nostri giorni, è utile partire dal Vangelo.

– Il Vangelo. Appena ricevuta la notizia dell’arresto di Giovanni Battista, che preludeva alla sua esecuzione in carcere, come logica conseguenza dei “capricci” immorali di chi stava al potere (oggi sono addirittura eretti a “diritti fondamentali” della persona!) e che Giovanni denunciava, Gesù lascia Nazaret, dove si era esposto pubblicamente e con successo («Gesù ritornò in Galilea […] e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi», Lc 4,14-15). Non intendeva avallare neppure con la Sua presenza l’arresto di chi gli aveva preparato pubblicamente la strada, come simbolo di una “ragione” che, illuminata dalla Grazia, giunge all’assenso, della “fede”. Non intendeva in alcun modo proporre una “fede” in Lui che accettasse l’arresto e la condanna a morte della “ragione”.

Non era più il momento di predicare insegnando in quei “luoghi ufficiali” del culto e dell’istruzione religiosa, autorizzati dal potere costituito, nei quali si accettava quell’arresto.

Era venuto il momento di cambiare posto per offrire una chiave di lettura della Scrittura, della Legge, che non la travisasse per accontentare il pensiero dominante di quel potere che aveva incarcerato Giovanni, rappresentante della “sana ragione” che prepara la strada per arrivare alla fede in Cristo.

Gesù si trasferisce “altrove” («lasciò Nazaret e andò ad abitare a Cafarnao»), quasi ritirandosi, per iniziare a “lavorare sott’acqua”. Non tocca fare così, oggi, anche a chi vuole seguirne l’esempio sul serio?

E lo fece «perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia», perché dovevano compiersi le Scritture. Forse non è vero anche per noi oggi, che è giunto il momento:

– di attraversare l’epoca in cui il “pensiero unico” dominante nel mondo di oggi, “arresta” la concezione “cristiana e umana” della persona, in vista della sua definitiva esecuzione sul patibolo della scena pubblica?

– di attraversare il tempo dell’apostasia da Cristo, prevista già nell’Antico e Nuovo Testamento, come serpeggiante e talora dominante anche negli ambienti di Chiesa? Ritirarsi senza rompere, in alcun modo, il legame sacramentale con la Chiesa che, per quanto ammalata, rimane, per Sua Volontà, il mezzo del legame oggettivo con Cristo.

«Gesù cominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”», e invitò a stare con Lui “quei pochi” che ebbero il coraggio si seguirlo subito («Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello», «Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello […], e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono».

Quei “pochi” sarebbero stati così determinati da ritornare sempre da Lui anche dopo le cadute e i tradimenti di alcuni momenti. A noi è dato di farlo grazie al Sacramento della Penitenza.

Attraverso quei pochi Lui renderà sempre possibile, per chi vuole, fare l’esperienza della “guarigione” del proprio modo di concepire se stessi e di vivere la terra in vista del Cielo (Attraverso quei pochi Gesù agiva in Persona, «guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo»).

Nei periodi più cristiani della storia quei “pochi” diventeranno “molti”, per ritornare ad essere “pochi”, consapevoli, nei tempi bui della prova, come il nostro.

– Nella seconda lettura san Paolo mette in guardia di fronte alla tentazione del culto della personalità che fa “accontentare” del fascino di chi hai davanti (Paolo, Apollo, Cefa, ecc.) perché ti parla in modo convincente, o alla “compagina” di quelli con i quali ti trovi bene perché ti capiscono, senza arrivare mai alla fede in Cristo. Il motivo per cui non basta accontentarsi del “personaggio”, è che il “personaggio” non salva («Paolo è stato forse crocifisso per voi?»), non riapre l’accesso alla “giustizia originale”, al “modo giusto” nel rapporto con Dio e con la realtà, perché non è in grado farlo, richiamando a se stesso, ma solo da Cristo riceve l’efficacia della sua predicazione.

– La prima lettura sembra parlare anche a noi della condizione di “umiliazione” culturale e umana che siamo costretti a subire oggi, nelle odierne Zabulon e Neftali («Il Signore umiliò la terra di Zabulon e la terra di Neftali»), ma ne parla come di una situazione che va vissuta, ormai, come un’epoca passata («In passato…»), vivendo il tempo presente alla luce della fede in Cristo che ha già vinto e guardando più alla Sua vittoria definitiva che a tutto il resto, con la pazienza di attendere ancora per poco la manifestazione finale della Sua e della nostra gloria («…in futuro renderà gloriosa»).

– Il Salmo resposoriale descrive la condizione interiore dell’animo di chi vive la terra vedendo, ormai, tutto alla luce del Cielo, perché «Il Signore è mia luce e mia salvezza» e «questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore, tutti i giorni della mia vita», cioè sempre.

Affidandosi alla Vergine Maria che ci ha preceduto in questo percorso della storia umana, siamo al sicuro: lei ha promesso di anticipare anche il tempo di questa manifestazione gloriosa («Il mio Cuore immacolato trionferà», Fatima), perché così le ha detto il Signore («Io porrò inimicizia tra te [Satana] e la donna, tra la tua stripe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa», Gen 3,15).

«Non si è mai sentito dire che tu abbia abbandonato chi ti ha chiesto seriamente aiuto (a saeculo non esse autitum quemquam tua implorantem auxilia, tua petentem suffragia esse derelictum)».

 

Bologna, 22 gennaio 2023

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.

 

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