
di Sabino Paciolla
Illuminante articolo scritto dal Card. Gerhard L. Müller, pubblicato su First Things con il titolo Against the Doctrine of Double Truth. Il card. Müller in questo articolo afferma in maniera netta che il pericolo più grande per la nuova evangelizzazione dell’Occidente, compresa la Germania, è il ritorno della dottrina della doppia verità, una credenza di origine gnostica già confutata da Ireneo di Lione con l’ermeneutica cattolica.
Questa dottrina separa la verità oggettiva (dogmatica) da una verità soggettiva o pastorale, minando l’unità della rivelazione custodita dalla Chiesa attraverso la Sacra Scrittura, la tradizione apostolica e il magistero dei vescovi. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica Dei Verbum, ha affermato la natura soprannaturale della fede e la sacramentalità della Chiesa, opponendosi sia all’immanentizzazione della fede e alla secolarizzazione, sia al razionalismo illuminista (che riduce il cristianesimo a morale naturale, come in Kant) e all’irrazionalismo romantico (che lo trasforma in sentimentalismo mistico, come in Rousseau).
Oggi, l’errore riappare sotto forma di “cambiamento di paradigma”, concetto valido nelle scienze naturali (dove le ipotesi sono provvisorie), ma disastroso in teologia, che si fonda sulla pienezza definitiva della verità e della grazia rivelate in Cristo, «la verità in persona» nella pienezza dei tempi. Filosofie come quelle di Nietzsche e Heidegger legano la verità al tempo e alla prospettiva storica, mentre in Cristo tutte le epoche sono unite nella coscienza di fede della Chiesa.
Prima di proseguire con l’articolo del Card. Gerhard L. Müller, forse è utile spiegare il concetto di “cambiamento di paradigma”. Il termine ha guadagnato notorietà soprattutto durante il pontificato di Papa Francesco, che lo ha impiegato esplicitamente in documenti ufficiali. Ad esempio, nel motu proprio Ad Theologiam Promovendam (2023), ha ribadito la necessità di un “paradigm shift” in teologia, per renderla più contestuale, pastorale, sinodale e “outgoing” (in uscita), capace di dialogare con la realtà contemporanea, la scienza e le esperienze vissute delle persone.
Questo approccio è stato collegato da molti osservatori a documenti come l’esortazione apostolica Amoris Laetitia (2016), dove alcuni interpreti (soprattutto progressisti) hanno visto un “nuovo paradigma” nel rapporto tra dottrina morale e prassi pastorale, privilegiando il discernimento caso per caso e la misericordia.
Il principale promotore del concetto nella teologia contemporanea è il cardinale Walter Kasper, che già prima del 2014-2015 (nei Sinodi sulla famiglia) parlò di un “cambio di paradigma” riguardo alla comunione ai divorziati risposati, partendo dalla prospettiva di chi soffre e chiedendo aiuto, anziché da norme astratte. Kasper è stato elogiato da Francesco per il suo contributo ai Sinodi, e il Papa ha spesso ripreso temi simili.
Su questo blog abbiamo parlato altre volte di “cambiamento di paradigma”, ad esempio qui.
Ritornando all’articolo di Müller, egli precisa che una conseguenza distruttiva del concetto di “cambiamento di paradigma” è la pretesa che la cura pastorale prevalga sulle verità rivelate di fede e morale: ciò che è dogmaticamente vero potrebbe diventare pastoralmente falso, e viceversa. Ad esempio, il matrimonio tra uomo e donna è fondato sul Logos del Creatore e Redentore, ma per «presunte ragioni pastorali (vale a dire, il benessere soggettivo degli individui)», le coppie omosessuali possono essere indotte nell’illusione che la loro relazione oggettivamente peccaminosa sia comunque benedetta da Dio.
Altro esempio: da un lato, Lumen Gentium professa la costituzione gerarchica e sacramentale della Chiesa; dall’altro, il Sinodo dei Vescovi è talvolta trattato come forum di partecipanti da tutti i settori, le cui opinioni ricevono autorità magisteriale contrariamente alla genuina collegialità episcopale. Il magistero ordinario si riferisce alla proclamazione regolare delle verità rivelate, non alle opinioni politiche private. Né la Chiesa in Germania può dirsi cattolica se il Consiglio sinodale mina l’autorità dottrinale e la giurisdizione dei vescovi secondo la legge divina, dissolvendo l’ufficio episcopale in una struttura parlamentare di tipo anglicano.
Non si può separare Cristo maestro della verità da Cristo buon pastore in modo neo-nestoriano: egli è la stessa persona divina che insegna la verità e concede la grazia. Bisogna superare la contrapposizione dualistica tra dogma e cura pastorale, tra verità e vita, e proteggere il pensiero dalle categorie ideologiche che dividono la Chiesa in tradizionalisti e progressisti, conservatori e liberali.
Si ricordi che, quando il Card. Müller parla di neo-nestoriano, intende una posizione o un errore dottrinale moderno che riecheggia l’antica eresia del nestorianesimo, condannata nel V secolo. Il nestorianesimo, attribuito a Nestorio (patriarca di Costantinopoli, ca. 381-451), è un’eresia cristologica che tende a separare eccessivamente le due nature di Cristo (divina e umana), arrivando quasi a postulare due persone distinte in Gesù: una divina (il Logos) e una umana (l’uomo Gesù), unite in modo morale o accidentale, ma non in un’unica ipostasi (persona).
La tradizione apostolica, conclude il Card. Müller riconosce il progresso guidato dallo Spirito Santo nella comprensione della rivelazione, ma solo in Cristo si rivela la pienezza della verità su Dio e sulla salvezza dell’umanità, poiché egli è «mediatore e pienezza di tutta la rivelazione» (Dei Verbum).
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