Dal Catechismo all’esperienza cristiana
Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA
Puntata n. 17 – La coscienza di appartenere alla Chiesa (I)
Siamo giunti ad un punto veramente nodale delle nostre riflessioni sulla coscienza cristiana, perché ciò di cui ci accingiamo a parlare riguarda direttamente la “vita presente”.
Riguarda anzitutto la vita e in particolare il legame tra fede e vita, l’effettiva influenza della fede sulla vita di tutti i giorni. Perché la fede non può essere solamente un “motivo ispiratore” di fondo, generico e incapace di penetrare gli aspetti particolari e concreti inerenti le singole scelte personali e sociali, che di fatto si devono compiere in casa come sul lavoro e nella dimensione pubblica. Se la fede serve veramente per vivere si deve poter riconoscere, anche visibilmente, una “qualità umana” propria dei credenti.
Ciò che stiamo per considerare riguarda il presente: se tutto il piano della Redenzione è efficace – come effettivamente lo è – Gesù Cristo non può rimanere confinato nel passato di duemila anni fa. E viceversa non può neppure essere esclusivamente proiettato nel futuro, nell’escatologia, alla fine dei tempi o dopo la nostra morte; deve avere un influsso effettivo, un legame reale con la nostra “vita presente”, con la storia umana odierna.
La conseguenza più importante è che questo legame con il presente rende possibile l’incontro con Cristo oggi, per ogni uomo della storia e rende presente una sorta di “verifica” del cristianesimo oggi come al tempo di Gesù. In che modo deve avvenire questo legame tra Gesù vissuto duemila anni fa – nel passato quindi – e il mio presente di oggi? In che modo questo legame può avvenire rispettando la natura dell’uomo, dal momento che la Grazia si innesta sulla natura e non la contraddice?
Ora una legge della natura dell’uomo consiste nel fatto che essa «deve essere condotta alle realtà spirituali […] attraverso le cose corporee e sensibili» (San Tommaso, Summa theol, III, q. 61, a. 1).
Perché questo accada il Signore ha stabilito una maniera per continuare a rendersi presente in modo visibile, corporeo, sensibile in ogni istante della storia, così che ogni uomo possa incontrarlo nel presente della sua personale esistenza. Questa modalità è la Chiesa. «Nella Chiesa Dio ci dà per cibo in forme visibili l’invisibile e così ci conduce sempre di più verso l’invisibile, fino a che da ultimo non siamo riusciti a crescere fino a Lui invisibilmente» (J. Ratzinger, Popolo e casa di Dio in sant’Agostino, Jaca Book, Milano 1971, p. 18).
La Chiesa non può essere intesa esclusivamente come depositaria dell’insegnamento e del testamento spirituale del suo Fondatore, o appena come incaricata di svolgere una missione, anche se non con le sue sole forze umane. Essa è molto di più. Ciò che la Chiesa è nella sua realtà, nella sua essenza, è stato espresso dal Concilio Vaticano II riprendendo le immagini della teologia di san Paolo e dei Padri: la Chiesa è come un “Sacramento”, è “il Corpo di Cristo”, è “un Popolo”, è “il Tempio” o “edificio spirituale”, è “la Sposa”, è l’inizio del “Regno di Dio” sulla terra.
Credo che la nostra coscienza ecclesiale debba ancora molto maturare su questo punto. Infatti, molto spesso queste immagini vengono intese come delle “allusioni metaforiche” e non come vere e proprie “analogie”, per cui vengono svuotate della loro realtà oggettiva, vengono disincarnate e rese quindi inefficaci per la vita e per la storia.
La “metafora” è una descrizione impropria di una realtà, in quanto tra la realtà descritta e la realtà dalla quale viene tratta l’immagine non c’è un legame di “partecipazione” nell’essere, ma solo una somiglianza estrinseca; mentre l’analogia esprime, nel linguaggio, la “partecipazione” effettiva, secondo l’essere, di qualcosa che è presente sia nella realtà descritta che nella realtà dalla quale viene tratta l’immagine, secondo una qualche proporzione (cfr. Summa theol., I, q. 13).
Esse, invece, non sono un “modo di dire”, ma indicano e descrivono la realtà vera e propria, la natura stessa della Chiesa. Un’interpretazione metaforica, anziché analogica, è riconoscibile dalle conseguenze distorte che induce nella vita cristiana personale e comunitaria, come la scarsa, o addirittura mancante coscienza e azione missionaria e culturale delle comunità e dei singoli credenti.
Riducendo il riferimento alla realtà ad un “modo di dire” si svuota il contenuto stesso della fede, rendendolo irrilevante per la vita quotidiana: da un lato si tende a relegare l’Avvenimento di Cristo in un passato lontano, ormai irraggiungibile; dall’altro, viceversa, si viene a spostare il problema del destino dell’uomo verso un futuro collocato all’infinito, esclusivamente oltre la storia, al quale si dà il nome di “eternità”.
Ma con Gesù Cristo l’Eternità è entrata nella storia e la Chiesa è il “luogo” in cui questo legame continua a sussistere e ad essere vivibile per chiunque lo voglia e in ogni tempo. Dobbiamo dunque aiutarci a comprendere il legame effettivo che c’è tra Cristo e la Chiesa, prendere coscienza del fatto che l’esserci della Chiesa fa sì che Cristo non sia un fatto relegato nel passato, ma sia presente oggi.
Se Cristo è Risorto ed è vivo realmente e non metaforicamente, posso io incontrarlo oggi come allora? E se posso incontrarlo nella Chiesa, in che modo questo incontro può avvenire?
La Chiesa è la continuità della presenza di Cristo nella storia – Alcuni passi dei Vangeli
Per rispondere a queste domande, e prima di prendere in considerazione alcune di queste “analogie” della Chiesa dobbiamo cercare di indicare, attraverso il Vangelo, la descrizione di come è avvenuta, nell’esperienza dei discepoli, la presa di coscienza del legame oggettivo tra la loro comunità e il Maestro, tra il suo operare e il loro operare.
- a) Inizialmente essi furono costituiti e scelti.
«[Gesù] salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che Egli volle ed essi andarono da Lui. Ne costituì dodici che stessero con Lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni» (Mc 3,13-15).
A questi dodici che furono chiamati ad essere Apostoli diede una parte del suo potere. Ma se agli apostoli conferì quello che oggi chiamiamo un “potere d’ordine” – trasmesso poi ai Vescovi, successori degli Apostoli – a tutti i discepoli e alla Chiesa intera diede il potere e il mandato di “renderlo presente” e, in questo senso, di “operare come Lui opera”: «Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1).
- b) Gesù, oltre ad insegnare e a compiere miracoli in presenza dei discepoli, comincia, ad un certo punto, a mandarli avanti da soli, creando un momentaneo apparente distacco tra Lui e loro.
Tuttavia, nonostante che Lui non sia apparentemente insieme a loro, li incarica di insegnare e di compiere miracoli come Lui stesso faceva quando era con loro, raccomandandosi di non portare nessuno strumento, nessun mezzo (borsa, bisaccia, sandali, ecc.), ad indicare loro che non erano i loro mezzi a produrre quelle guarigioni, ma il Suo potere e identificandosi in un certo senso Lui stesso con loro.
«“Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada”. […]
“Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il Regno di Dio”. […]
“Chi ascolta voi ascolta Me, chi disprezza voi disprezza Me. E chi disprezza Me disprezza Colui che Mi ha mandato”» (Lc 10,3-9.16).
Ma come potevano loro, da soli compiere le stesse cose che Lui compiva? Non potevano bastare gli insegnamenti ricevuti – tra l’altro ancora poco compresi nel loro vero significato e valore – non potevano bastare i loro sforzi umani per produrre effetti superiori alle capacità umane, come i miracoli e le conversioni. E allora come potevano avvenire quelle guarigioni, come poteva avvenire il cambiamento degli uomini e delle donne che incontravano?
Essi erano stati resi portatori, “partecipi” del potere di Cristo. Lo portavano con sé anche quando Lui sembrava non essere con loro, ed essi ne avevano una “verifica” nei fatti: «I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare”» (Lc 10,17-19).
La Chiesa, fin dall’inizio viene resa partecipe del potere di compiere ciò che Cristo compie: quello che l’esperienza visibile dimostra sono gli stessi effetti che si hanno quando Gesù è visibilmente presente.




















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