A proposito della questione della nuova disciplina vaticana riguardante l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche riportiamo l’opinione di Robi Ronza, giornalista e scrittore italiano, che per molti anni ha vissuto dal di dentro la vita di Comunione e Liberazione.

 

Julian-Carron
Julián Carrón

 

Pur tra impercettibili ma diffusi bisbigli, un silenzio un po’ attonito sta facendo seguito alla pubblicazione del decreto che il Dicastero della Santa Sede per i Laici, la Famiglia e la Vita ha pubblicato lo scorso venerdì 11 giugno. È un silenzio che non conviene perché fra l’altro lascia campo aperto a interpretazioni malevole e banali (come ad esempio si può vedere in «Papa Francesco rottama i movimenti. Dopo dieci anni i capi devono lasciare» su La verità di sabato scorso).

Il decreto, che “disciplina l’esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche, e negli altri enti con personalità giuridica soggetti alla vigilanza diretta del medesimo Dicastero”, ha senza dubbio validità generale, ma nel concreto della situazione presente è su misura per Comunione e Liberazione.Il vigente statuto della Fraternità di Cl fissa un sistema di governo in forza del quale una stessa persona può venire rieletta senza limiti, anche a vita, alla carica di presidente della Fraternità da una diaconia centrale composta di persone in pratica da lui stesso scelte. Finché alla testa del Movimento era don Luigi Giussani il meccanismo risultava non solo compatibile ma adeguato al suo specifico e non ereditabile carisma di fondatore.

Dopo la sua scomparsa dalla scena di questo mondo occorreva porre mano al superamento di tale sistema, ipso facto divenuto inadeguato e ingiustificato; e inoltre contrario non solo al vigente diritto canonico ma anche a quelle più che millenarie buone prassi di governo delle associazioni di fedeli il cui più antico e compiuto documento è la regola di San Benedetto. Era qualcosa che s’imponeva nient’affatto per amore di democrazia nel senso politico del termine (che non ha senso alcuno nel caso di un movimento ecclesiale) quanto per quel dovere e quella responsabilità che con la scomparsa del fondatore passano alla gente del Movimento nel suo insieme in quanto erede del carisma da cui esso è nato; qualcosa di simile ai doveri e alle responsabilità che passano ai figli al venire meno dei genitori.

Dal mio punto di vista la revisione dello statuto per adeguarlo alla fase successiva alla morte del fondatore avrebbe dovuto essere uno dei maggiori compiti del primo successore che, pure nel caso di Cl come in altri, ha il vantaggio di godere della specifica autorevolezza che gli deriva dall’esser stato indicato dal fondatore stesso. Osservo qui per inciso che sul primo successore, le sue difficoltà e il suo compito ci sono delle pagine, che mi permetto di segnalare, nel mio recente libro Luigi Giussani, Comunione e Liberazione & oltre, Edizioni Ares, 2021.

Se invece che sotto la pressione di un decreto della Santa Sede, la revisione dello statuto della Fraternità di Cl fosse avvenuto motu proprio sarebbe stato ovviamente assai meglio. Perciò ho fatto parte anch’io della numerosa schiera dei “ciellini” che, pur essendo sempre più a disagio a causa tra l’altro di tale inadempienza, preferivano pazientare e quindi non sollecitare al riguardo interventi dall’alto. C’è a quanto pare chi ha preferito fare diversamente e siamo così arrivati a questo punto. E per di più in una situazione in cui si potrebbe arrivare a un totale azzeramento dell’intero governo della Fraternità, tutto composto di persone che ne fanno parte da oltre i dieci anni indicati dal decreto pontificio quale limite massimo di durata ininterrotta nella carica.

In questo quadro occorre pregare, desiderare e volere che la transizione verso il nuovo statuto avvenga con grande partecipazione e in un clima di cordialità, di reciproca pazienza, di ascolto e di perdono. Un lungo e complesso lavoro occorre perché in una realtà intercontinentale come Cl, dove sin qui mai si è votato, le elezioni siano possibili e autenticamente libere; e prima ancora si costruiscano spazi adeguati di pubblico incontro e di pubblico confronto mancando i quali non sarebbe possibile alcuna seria scelta dei candidati alle varie cariche.

 

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