Ricevo e volentieri pubblico.

Non tutti i punti mi trovano d’accordo, ma in un momento di travaglio nella Chiesa, e di conseguenza nel movimento di Comunione e Liberazione, così come in altri, ogni pacata riflessione, che sia fatta con animo sincero e appassionato, con ragioni e cuore, credo possa essere di qualche utilità. 

 

Don-Luigi-Giussani-e-Julian-Carron
Don Luigi Giussani e Julian Carron

 

Questo non è un trattato su Comunione e Liberazione ma sono pensieri frutto di una ricerca durata parecchi anni cercando le cause del suo mutamento antropologico. Pensieri che propongo per un confronto a quanti sono interessati culturalmente o affettivamente alla storia di CL. Spero di non urtare la sensibilità di nessuno. Negli scorsi anni ho trovato molta difficoltà nel confrontarmi su queste questioni, spesso trovandomi davanti a un muro di gomma, con chiusure “a priori” di chi considera inaccettabile evidenziare le criticità di CL dopo la morte di don Giussani. Quindi sarà ancora più arduo, come mi accingo di fare in questo testo, tentare di parlare della presenza di “errori di impostazione” fin dall’origine senza suscitare uno scandalo a priori. Se comunque chi ha iniziato la lettura pensa di poter continuare faccio un’altra premessa per non far perdere tempo: la Chiesa Cattolica Apostolica Romana insegna le verità della Fede che sono contenute nella Sacra Scrittura e nella Tradizione, vale a dire la parola di Dio non scritta ma comunicata a viva voce da Gesù agli Apostoli giunta fino a noi per mezzo della Chiesa. Gli insegnamenti della Tradizione sono contenuti nei decreti dei Concili, negli scritti dei Santi padri, negli atti della Santa Sede e nelle parole e negli usi della Liturgia; non è farina del mio sacco ma del Catechismo Maggiore di San Pio X. Tutto quanto, Sacra Scrittura e Tradizione sono ovviamente il depositum fidae che la Chiesa trasmette inalterato non essendone la proprietaria ma la custode. Ergo qualsiasi insegnamento, a qualsiasi livello, in contrasto con i precedenti o in rottura con la Tradizione è da considerarsi errato.

Pertanto, chi ha la convinzione che il Concilio Vaticano II abbia inaugurato un nuovo corso della Chiesa Cattolica in rottura con la sua Tradizione bimillenaria troverebbe incomprensibile e forse anche scandaloso quanto vado esponendo. Scusate la franchezza ma mi sembra doveroso visto che per arrivare in fondo a questo documento si deve impegnare una certa quantità di tempo.

 

Detto questo, veniamo al motivo di questo scritto: ricercare le cause profonde che, a mio avviso, hanno inquinato l’iniziale sincero e appassionato slancio di Giussani di riproporre la fede in Cristo come impegno totalizzante della vita. Non è mia intenzione, né palese né nascosta, invitare ad abbandonare il Movimento chi ne fa parte. Mi auguro che se qualcuno convenisse che le ragioni che porto hanno fondamento, possa avviare all’interno un dibattito costruttivo. Personalmente ho tentato questa strada, non sono riuscito e ho abbandonato CL considerando non più conveniente alla mia vita spirituale continuare uno sterile confronto che a mio avviso non aveva sbocchi. Non sono quindi un ciellino fuoriuscito astioso, sono un vecchio che guarda la propria storia cercando di capire per quale strada il Signore mi ha condotto e quale mi indica.

Ho vissuto per quarant’anni nel Movimento di Comunione e Liberazione, all’inizio, e nella Fraternità poi. Guardo con gratitudine, avviandomi alla conclusione della vita, la mia storia con la consapevolezza che quei quarant’anni sono stati parte integrante del cammino di fede mio e della mia famiglia. Don Giussani mi ha educato all’amore a Cristo e alla sua Chiesa, e di questo gli sarò sempre grato. Ho per lui quindi un filiale affetto considerandomi un suo “figlio spirituale”, questo non toglie che – come per il padre biologico – non possa riconoscere oltre ai meriti anche eventuali errori nell’educazione ricevuta.

Dopo la fine dell’appartenenza a CL (notare appartenenza, termine equivoco, ma abusato in CL, perché un cristiano appartiene solo a Cristo e alla Sua Chiesa) ho riscoperto pian piano il mondo della Tradizione.

Sono uscito dalla Fraternità constatando come, dopo la morte del Fondatore, il Movimento si sia completamente portato su posizioni “politically correct”, sia politicamente che culturalmente, ma soprattutto dottrinalmente, eterodosse. (Non sto a dimostrare questa affermazione, ne trovate riscontro nei link allegati).

Eravamo abituati a giudicare tutto, ad intervenire su tutto (ho distribuito migliaia di volantini) partendo dall’insegnamento della Chiesa – che allora in materia morale era ancora ortodosso – e ora si sposano posizioni laiciste inaccettabili.

Nel tempo si è fatto sempre più strada in me il dubbio che la deviazione di CL – provocata e/o accettata senza colpo ferire da chi aveva vissuto decenni fianco a fianco con Giussani – dovesse avere una radice nascosta e credo di averla trovata, cercherò di dimostrarlo nel proseguo di questo lavoro.

Questo, quindi, è il tentativo di capire come CL si sia trasformato da un Movimento battagliero – come “il Gius” ha sempre testimoniato – in una pacifica associazione prona al potere, accusa che molti rivolgono al successore di Giussani, don Julian Carròn.

 

«Carissimo don Julian Carrón,

ti scriviamo pubblicamente da amici e fratelli nella fede, dopo aver scritto mesi fa a te privatamente o ai soli responsabili, perché, per quanto ci è dato di vedere, permane nei tuoi ultimi interventi un equivoco su cui si radica la sofferenza che oggi tanti avvertono nel Movimento. Perdona la franchezza estrema con cui ti scriviamo: speriamo tanto che non sia sfrontatezza, ma solo un gesto di sincera amicizia, verso di te e verso la nostra gente, ben sapendo che noi abbiamo più bisogno di te di essere continuamente richiamati e corretti. Ci fa piacere che nell’ultimo collegamento di SdC tu abbia apprezzato il richiamo sincero e schietto che è sorto da molti nel Movimento su queste questioni.

L’errore di fondo che si agita nel suddetto equivoco per noi sta nella limitazione o negazione del compito che la Chiesa ha di richiamare con forza a tutti gli uomini alcune verità etiche fondamentali della legge morale data da Dio agli uomini, e di chiedere che siano rispettate dall’autorità civile, specialmente quando quest’ultima o la società o entrambe avallino o promuovano gravi ingiustizie o addirittura crimini veri e propri, mentre l’aspetto di questo errore che emerge maggiormente nei tuoi ultimi interventi è la separazione o divisione tra legge morale e legge civile.

Tutto questo ci sembra il frutto di un travisamento non solo della dottrina della Chiesa in materia, come risulta particolarmente evidente nel documento “Una presenza originale”, ma anche di quella vita o esperienza cristiana che giustamente tu indichi come “il metodo di Dio” e l’unica possibilità di cambiamento del mondo. Perché ciò di cui stiamo parlando fa parte intrinsecamente di questa vita e di questa esperienza e l’errore sta proprio nell’operare un’esclusione di questo fattore dall’avvenimento cristiano in quanto tale.

[…]

Sbagli nel ritenere che quelli che sostengono la necessità di un impegno sulle questioni etiche non credano nell’importanza decisiva che solo la testimonianza di una vita può avere: su questa importanza e sulla irrinunciabilità di questa vita siamo tutti d’accordo con te al mille per mille. L’errore sta nell’escludere da questa vita e da questa testimonianza un impegno appassionato per la difesa della legge morale – cioè della giustizia – dentro la società. È per un amore che sorge l’esigenza di questo impegno, non per un moralismo. È per una implicazione intrinseca alla vita con Cristo che nasce l’urgenza di aiutare un popolo a non autodistruggersi annientando la legge morale, cioè i Comandamenti stessi di Dio. Bisogna ricordare che l’esistenza della legge morale è uno dei cinque passaggi cruciali del decimo capitolo del Senso Religioso, uno di quei cinque passaggi che documentano che non ci diamo l’essere da noi stessi, ma siamo fatti essere da un Altro e dipendiamo da Lui.»

(Caro Carrón, “non possiamo tacere” Lettera aperta al Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. Fonte culturacattolica.it 14/04/2016 Autori Matteo Graziola e Gabriele Mangiarotti)

 

Giussani non era certo un fariseo:

 

«Quando viene un attacco violento al nostro organismo, l’organismo non dice: aspettiamo un momento che venga il medico, ma comincia il contrattacco con le antitossine che ha dentro, perché è un corpo vivo, è dentro l’unità di un corpo. Noi siamo come le antitossine, come l’antitossina dell’umanità, noi portiamo dentro di noi l’antitossina; appena c’è il veleno bisogna che si reagisca, altrimenti vuol dire che non c’è vita, che è solo un discorso farisaico che abbiamo legato in testa.

      La maturità dell’esperienza fa contrattaccare, il vuoto dell’esperienza fa venir paura.»

(L.Giussani, Dall’utopia alla presenza. 1975-1978; Rizzoli 2006 p. 102)

 

Ha scritto Manlio Rossi in un articolo su campariedemaistre.com del 22/09/2017:

Alcuni intellettuali cattolici, come il professor De Mattei, hanno sostenuto che il movimento non fosse sano già dall’inizio. È noto che don Giussani flirtasse intellettualmente con autori della nouvelle théologie e da ciò De Mattei deduce che le radici del modernismo carroniano possono già essere rintracciate negli scritti del fondatore, che parla sempre della fede come di “incontro” che risponde alle “esigenze del cuore”. Chiunque leggesse la Pascendi dominici gregis di san Pio X – lettura attualissima per i tempi (ultimi?) che stiamo vivendo – si accorgerebbe che è proprio del modernismo ridurre la fede e il suo contenuto alla risposta a una esigenza e a una pulsione spirituale dell’uomo.

[…]
Dentro CL sono nate famiglie cristiane, vocazioni al sacerdozio (molti sono partiti missionari con la Congregazione San Carlo di mons. Camisasca), vocazioni alla vita monastica, alla vita religiosa, alla verginità nel mondo (i Memores Domini). Tanto bene non può che venire da Dio e sia resa lode a Lui per questo bene che si è degnato di darci mediante don Giussani e chi lo seguì.»

Ora però la musica è cambiata.

Carron non partecipa alle manifestazioni della famiglia contro il matrimonio omosessuale. Il Meeting di Rimini si è imborghesito. Gli elementi più religiosi (vita liturgica, preghiera alla Madonna) sembrano annacquati e hanno perso di centralità.

Ma soprattutto, Carron si è travestito in cantore di papa Bergoglio. La sua intervista rilasciata a Crux la scorsa estate dovrebbe aver aperto gli occhi a chiunque non li avesse ancora aperti (conto me stesso fra costoro).
Lì Carron ci parla di un’altra religione, il kasperismo, che poco ha a che vedere con la religione fondata da Nostro Signore.

 

Andiamo dunque a verificare cosa dice la Pascendi dominici gregis di san Pio X:

Ma, oltre al detto, questa dottrina dell’esperienza è per un altro verso contrarissima alla cattolica verità. Imperocché viene essa estesa ed applicata alla tradizione quale finora fu intesa dalla Chiesa, e la distrugge. Ed infatti dai modernisti è la tradizione così concepita che sia una comunicazione dell’esperienza originale fatta agli altri, mercè la predicazione, per mezzo della formola intellettuale. A questa formola, perciò, oltre al valore rappresentativo, attribuiscono una tal quale efficacia di suggestione, che si esplica tanto in colui che crede, per risvegliare il sentimento religioso a caso intorpidito e rinnovar l’esperienza già avuta una volta, quanto in coloro che ancor non credono, per suscitare in essi la prima volta il sentimento religioso e produrvi l’esperienza. Di questa guisa l’esperienza religiosa si viene a propagare fra i popoli; né solo nei presenti per via della predicazione, ma anche fra i venturi sì per mezzo dei libri e sì per la trasmissione orale dagli uni agli altri. Avviene poi che una simile comunicazione dell’esperienza si abbarbichi talora e viva, talora isterilisca subito e muoia. Il vivere è pei modernisti prova di verità; giacché verità e vita sono per essi una medesima cosa. Dal che è dato inferir di nuovo, che tutte le religioni, quante mai ne esistono, sono egualmente vere, poiché se nol fossero non vivrebbero. E tutto questo si spaccia per dare un concetto più elevato e più ampio della religione!

Per il modernismo quindi la Fede non è una conoscenza ma un sentimento.

Vediamo cosa ha detto Roberto De Mattei:

Invito a leggere il libro di don Giussani, Un avvenimento di vita cioè una storia. Itinerario di quindici anni concepiti e vissuti, con un’introduzione del cardinale Ratzinger (Il Sabato, Milano 1993). Il volume raccoglie le interviste e gli appunti da conversazioni pubbliche che il fondatore di CL ha tenuto tra il 1976 e il 1992. Il libro non contiene nessuna esplicita negazione delle verità di fede e vuole manifestare anzi l’attaccamento alla Chiesa di don Giussani. Ma alla fine delle 500 pagine si rimane con una sensazione di vuoto intellettuale. Al lettore non rimane che questo messaggio: non serve né l’apologetica, né l’approfondimento razionale della verità. Ciò che conta è vivere. Ma vivere che cosa? Si tratta, spiega don Giussani, di “rendere la fede un avvenimento” (p. 339).

Comunione e Liberazione nasce da una “intuizione del Cristianesimo come avvenimento di vita e quindi come storia” (p. 349). “Il metodo consiste in questo: che l’intuizione diventa esperienza (…). L’esperienza è il luogo in cui si vede se ciò che è intuito vale per la vita” (p. 351). La fede è incontrare Cristo, riconoscere la sua presenza nella storia e nella propria vita. Ma chi è Cristo? La risposta ciellina è scoraggiante: colui che si incontra. Il problema di fondo è che, al di fuori della tautologia dell’incontro, Cielle non è andata e non potrà mai andare, proprio per la sua pretesa di ridurre il cristianesimo a pura esperienza ed esigenza dello spirito.

(Processo ai nuovi modernisti www.robertodemattei.it 2 27/11/2013)

 

Don Giussani è stato un modernista? Uno strano modernista se ha potuto scrivere le cose citate da Gianfranco Amato e Gabriele Mangiarotti in Per l’umano & per l’eterno. Il dialogo con don Giussani continua. (ed. Ares 2016). In questo testo i due autori – ciellini doc – in un immaginario dialogo con don Giussani, riprendono sue affermazioni sparpagliate in vari testi che vengono citati.

. Oggi sembrerebbe che chi non sia allineato alla logica del politicamente corretta imposta dal potere sia da considerarsi un pariah, un intoccabile, un troglodita a cui togliere il diritto di cittadinanza e di parola, uno a cui viene negata la dignità di persona civile.

Duemila anni fa il possessore intero dei diritti dell’uomo era il civis romanus, ed era l’imperatore che definiva chi avesse questo status. Identicamente oggi, chi ha totalmente il diritto ad essere persona, chi è integralmente persona in modo concreto, cioè in modo tale che i suoi diritti possano essere utilizzati è fissato dallo Stato, deve appartenere al partito, al potere, oppure al clan, al tipo di gente che è al potere. È questo che conferisce dignità all’uomo.

Scriveva Romano Guardini: «Uno sguardo d’insieme ci dà l’impressione che sia la natura sia l’uomo stesso siano sempre più alla mercé dell’imperiosa pretesa del potere economico, tecnico, organizzativo statale. Sempre più nettamente si delinea una situazione in cui l’uomo tiene in suo potere la natura, ma insieme l’uomo tiene in suo potere l’uomo, e lo Stato tiene in suo potere il popolo, e il circolo vizioso del sistema tecnico ed economico tiene in suo potere la vita.

(L. GIUSSANI, La crisi dell’esperienza cristiana come trionfo del potere, in Atti del Seminario, Cadenabbia 18-20 aprile 1986, Urbino, Fondazione Adenauer, 1987, p.17)

 

. Sembra di rievocare gli orrori dello statalismo sovietico.

In un libro pubblicato da La Casa di Matriona (Sotto le ceneri dell’ideologia) ci sono delle testimonianze impressionanti di autori del «Samizdat».

Per esempio, la seguente di un giovane di ventidue anni partecipante ad un Seminario filosofico-religioso poi distrutto da Andropov: «Lo Stato contemporaneo ha imposto una signoria totale mai vista nella storia, sottoponendo a sé tutte le sfere della vita umana che prima avevano esistenza autonoma, persino l’amore. Ma la sua espansione maggiore è avvenuta a danno delle nostre anime. Da noi non si pretende semplicemente che accettiamo come verità l’ideologia, ma anche che partecipiamo con sincero entusiasmo, che adoriamo le forze statali e collettive fino a farne dei feticci magici. I cristiani accettano lo Stato e la società nella misura in cui non vengono a limitare la signoria di Cristo e non distruggono l’annuncio del Regno».

(Ibidem)

 

. Siamo alla forma di statolatria.

La 39° tesi del Sillabo condannava questa espressione: «Lo Stato come origine e fonte di tutti i diritti gode di un diritto senza confini»: è lo Stato di oggi, da noi vissuto, accettato e difeso. Raramente si può definire un fattore della vita di oggi come questa frase del Sillabo fa.

(Ibidem)

 

. Lei cita il Sillabo di Pio IX, ma sa che molti, anche all’interno del mondo cattolico, ora lo considerano un documento superato, un ingombrante macigno contro il dialogo con la modernità?

Noi abbiamo rivalutato quel documento della Chiesa anche perché raramente si può definire un fattore della vita di oggi come fa la 39° tesi.

(Ibidem)

Emanato nel 1864 da Pio IX, il Sillabo è un documento di ottanta proposizioni che la Chiesa rifiuta considerandole errori. Questi errori sono, in realtà, le concezioni filosofiche moderne (panteismo, razionalismo, naturalismo…), le concezioni economiche dominanti che riducono l’uomo a mezzo, il concetto di Stato – ripeto – come «origine e fonte di tutti i diritti» che «gode un certo suo diritto del tutto illimitato»

(L. GIUSSANI, Scuola di religione, Torino, Ed. Società Editrice Internazionale, 2014, p. 422.)

 

Questo documento continua ad essere odiato perché ha chiarito le parti (insieme all’enciclica Pascendi contro il modernismo). Adesso, invece, il modernismo domina ovunque.

(L. GIUSSANI, L’’attrattiva Gesù, Milano, Ed. Biblioteca Universale Rizzoli, 1999, p. 79.)

 

Come si fa a essere modernisti e difendere il Sillabo e la Pascendi? Stiamo facendo confusione? Sembrerebbe, ma se avete pazienza c’è un senso in quanto vado esponendo. Per aumentare le perplessità basta prendere qualche pagina delll’intervista fatta da Robi Ronza a Giussani nel 1976. (Comunione e Liberazione – Interviste a Luigi Giussani, Jaca Book)

Già dall’inizio l’esperienza era proposta come luogo della verifica (pag.40)

“Mi sembra che questo modo di procedere si possa ultimamente ricollegare alla definizione di verità che è propria di san Tommaso D’Aquino: la verità come adaequatio rei et intellectus”.

 

Nel proseguo dell’intervista Giussani fra gli autori che hanno avuto influsso sulla sua formazione cita Guardini, De Lubac, Gabriel Marcel (filosofo del “socratismo cristiano”), don Milani

(di lui dice don Curzio Nitoglia:3 La sua dottrina e la sua vita son piene di rivolta e odio di classe, d’insubordinazione ad ogni Autorità (civile ed ecclesiastica), di indipendenza assoluta, di mancanza di spirito didattico, di laicismo e soprattutto di confusione teologica, la quale oscilla tra il cripto-giudaismo e il giudeo-cristianesimo.),

Antonio Gramsci

(“sulla formazione delle tesi di Gioventù Studentesca non si può invece registrare un influsso diretto dei neo-marxisti, mentre in una successiva fase della vita del movimento l’influenza di questi pensatori, soprattutto Gramsci, diventerà di un certo rilievo”).

Sempre nel dialogo con Ronza:

La comunione cristiana vissuta non è il solo attore della storia, ma è il solo che può portare a compimento l’operato storico. Non è il solo in quanto tutti gli altri tentativi umani, autenticamente impegnati nello stesso senso, contengono frammenti più o meno grandi di verità e di attuazione buona”.

 

Faccio un inciso perché una sottolineatura particolare merita il fatto che De Lubac abbia avuto un influsso particolare sulla formazione di don Giussani. Il teologo francese è senz’altro un esponente di rilievo della Nouvelle Théologie ovvero del modernismo. Del 1946 scrisse Surnaturel. Études historiques, un’opera che fece scandalo e che fu condannata da Pio XII nella sua enciclica Humanis generis. Gli fu proibito l’insegnamento, e i suoi libri furono ritirati dalle scuole e dagli istituti di formazione. De Lubac sosteneva che l’uomo ha diritto alla Grazia mentre la dottrina cattolica insegna che questo diritto è stato perso con il peccato originale. Verrà poi riabilitato da Giovanni XXIII, nominato “esperto” del Concilio e nominato cardinale nel 1983 da Giovanni Paolo II. Questa parentesi su De Lubac mi serve per far notare le contraddizioni che hanno interessato gli anni dal ‘60 in poi e che hanno certamente influenzato la formazione di don Giussani. Quello che era stata la dottrina cattolica fino a Pio XII è stata a poco a poco ribaltata; dunque, possiamo condividere la visione dell’ermeneutica della continuità o dobbiamo arrenderci all’evidenza della rottura che il Concilio Vaticano II ha introdotto nel Magistero e nella vita della Chiesa? Se non possiamo etichettare don Giussani come modernista dobbiamo però renderci conto che respirò l’aria che proveniva da quegli ambienti.

Ma torniamo agli inizi di Comunione e Liberazione, ecco le “indicazioni operative per la ripresa del movimento cattolico” che Rocco Buttiglione (a quei tempi filosofo di riferimento di CL) dà dalle colonne della rivista ufficiale del movimento (CL anno II n. 3 marzo 1975):

[…]

Il riconoscimento di ogni brandello di senso religioso, quando lo si trovi, in chiunque lo si trovi. Questo è indispensabile per non lasciare schematizzare ed irregimentare un’azione che può essere fattore di novità solo se riesce ad infrangere gli schemi consolidati della nostra società politica. Questo significa piena libertà di dialogo con il mondo comunista con il dichiarato proposito di influire sulla sua crisi, offrendo di essa una possibilità di soluzione che sia di liberazione di crescita per tutto ciò che di senso religioso e di tradizione di popolo è contenuto nel patrimonio teorico e pratico dei comunisti italiani.

Questa libertà di riconoscimento, ovviamene, non si limita al partito comunista. Essa comprende tutti gli uomini effettivamente interessati ad una esperienza di liberazione e capaci di riconoscere e rispettare la chiesa come esperienza di liberazione.

Non si tratta di scegliere a priori un interlocutore piuttosto che un altro, operazione legittima e forse necessaria per un intellettuale, ma non appropriata alla natura di un movimento di chiesa. Si tratta piuttosto di lavorare al costruirsi, nel paese, di esperienze di unità popolare, perchè il vero interlocutore della chiesa è il popolo, la gente comune con le sue particolari grandezze ed i limiti particolari che la definiscono nella sua concretezza.

L’accento posto sul partito comunista nasce dalla constatazione che esso è oggi di fatto una grande forza popolare che incontriamo nella scuola, nel quartiere e in università, che ha in sè un germe di diversità rispetto a forze politiche e culturali che non rispettano e non desiderano forme di unità di popolo. Senza escludere tutte le necessarie forme di confronto teorico che questo implica, è bene sottolineare che è a partire da questa prospettiva di trasformazione democratica della società per garantire a chi in essa è soggetto di novità politica lo spazio anche istituzionale per esprimersi, che il nostro tentativo di ricostruzione del Movimento Cattolico incontra il Partito Comunista. Questa impostazione evidentemente non esclude nessuno: incontra tutte le forze presenti nella società italiana nell’ordine e nella misura stessa della loro presenza.

3) Questo riconoscimento non può ovviamente né saltare né sostituire ciò che siamo soliti chiamare riconoscimento nella fede. È infatti solo come segno di una unità fra i cattolici e nella chiesa in Italia che noi possiamo intraprendere un riconoscimento con i non-cristiani.

Essi, d’altronde, per primi ne sono consapevoli e ce ne rendono consapevoli. È perchè siamo chiesa che siamo un interlocutore interessante nella società italiana. Essere chiesa significa avere una tradizione di presenza e di immanenza nella coscienza popolare di cui qualunque azione che voglia ricomporre esperienze di unità sociale non può non tenere conto.

Essere chiesa, per noi, significa poter rivolgere parole piene di senso che ridestano una memoria di fede a strati popolari assai più larghi di quelli che si riconoscono immediatamente in Comunione e Liberazione. La parola ché rivolgiamo a loro è tanto più significativa quanto più è indicazione di una modalità concreta in cui la memoria di fede possa tornare ad essere esperienza di vita quotidiana e concreta.

Solo una simile ripresa di movimento cattolico, di movimento e di assunzione di responsabilità di tutta la chiesa verso la società italiana, dà la sua piena dimensione al lavoro che abbiamo iniziato.

 

Leggere oggi queste parole non può non far nascere perplessità, a mio parere sono già presenti tutti gli aspetti futuri di una presenza politica dei ciellini fatta di compromessi e di perdita dell’iniziale slancio missionario. Lo stesso Formigoni che da Presidente della regione Lombardia ha fatto una politica di sostegno alla famiglia e alla scuola libera e contraria all’aborto, al termine della sua carriera politica, da senatore, ha appoggiato governi PD che da sempre portano avanti politiche completamente opposte.

 

Ma don Giussani era un fautore del compromesso? Sapendo della sua grande stima per Andreotti (definito sempre punto di riferimento dai politici ciellini) bisognerebbe rispondere affermativamente.

Ma le parole che seguono sono di tutt’altro spessore. Dal testo precedentemente citato di Amato-Mangiarotti:

 

. Eppure, qualcuno tra i cristiani ritiene che la politica sia l’arte del possibile e che su questi delicati ambiti occorre usare più la saggezza umana che la rigidità tetragona della fede.

Un cristianesimo filtrato dalla nostra saggezza, ridotto a noi, porta all’equivoco e non alla testimonianza, genera compromesso con gli avversari e non vittoria della nostra fede. Non si può annacquare il vino di Dio con l’acqua dei suoi avversari. Non si afferma il cristianesimo sottacendo gli aspetti della sua verità. Amare gli «altri» non è dimenticare ciò che ci distingue da loro per cercare punti di accordo. Non ameremmo gli altri se innanzitutto noi non portassimo loro la realtà per cui noi non siamo come gli altri, la realtà cioè che ci viene da Cristo”. (L. GIUSSANI, Il cammino al vero è un’esperienza, Milano, Ed. Rizzoli, 2006)

 

. Ma così, sbarrando le porte alla possibilità del compromesso, non si rischia di essere etichettati come degli «spiriti chiusi», uomini e donne incapaci di confrontarsi con la mentalità comune?

Questo è un atteggiamento gravido di equivoci. In particolare, è notevole rilevare come una simile posizione tenda a strappare alla presenza cristiana nell’ambiente e nella società proprio ciò che essa ha di unico, a svuotare la presenza cristiana proprio del contenuto della sua comunione, a dissipare proprio l’essenza della sua missione”. (Ibidem)

 

. Lei allora non si annovera tra la schiera dei cosiddetti uomini del dialogo?

Ma il dialogo è proposto all’altro di quello che io vivo e attenzione a quello che l’altro vive, per una stima della sua umanità e per un amore all’altro, che non implica affatto un dubbio di me, che non implica affatto il compromesso in ciò che io sono.

La democrazia, perciò, non può essere fondata interiormente su una quantità ideologica comune, ma sulla carità, cioè sull’amore dell’uomo, adeguatamente motivato dal suo rapporto con Dio.

È vero che il dialogo implica un’apertura verso l’altro, chiunque sia perché chiunque testimonia o un interesse o un aspetto che si sarebbe messo da parte, e perciò chiunque provoca a un paragone sempre più completo, ma il dialogo implica anche una maturità di me, una coscienza critica di quello che sono. Se non si tiene presente questo, sorge un pericolo grande: confondere il dialogo con il compromesso”. (Ibidem)

 

. E che cosa obietta a chi sostiene che su questi delicati temi occorre cominciare a dialogare partendo dai cosiddetti valori comuni?

L’insistenza sui «valori comuni» mi sembra un gioco al ribasso, una tentata omologazione che porti a obliterare e a cassare le differenze incomode, e perciò ultimamente le identità reali. Così pare impossibile che l’appartenenza a un potere immanente a un determinato momento storico non faccia agire in modo potenzialmente antitetico al valore originario della persona. È qui che il potere diventa strapotere, a meno che esso sia continuamente contestato; la vigilanza e la collaborazione in questo, per me, è la democrazia vera e viva. Il problema è analogo a quello che accade fra una persona autocosciente e il suo Destino: se la persona non è continuamente richiamata, la propria soggezione e la funzionalità al Destino è impossibile. Non può passare un’ora senza che venga contraddetta, senza che si corrompa il proprio cammino! Vi è come una forza di gravità che soffoca tutti gli impeti, anche i più ideali: mentre questi si svolgono, ecco che quella forza già li piega a un assetto contraddittorio all’impeto stesso. Pertanto, il potere della società mi pare non possa contraddire l’impeto originale della persona solo se è coralmente contestato, cribrato e affiancato da forme di collaborazione. È solo nella vigilanza del popolo che il potere non diventa strapotere. La democrazia nasce come dialogo e collaborazione fra entità umane che si stimano in quanto precise identità, e si rispettano non perché si autolimitano, ma per l’imperscrutabile destino della differenza, che è «cammino diverso al comun destino» di pascoliana memoria.

(L. GIUSSANI, L’io, il potere, le opere. Contributi da un’esperienza, Genova, Ed. Marietti 1820, 2000)

 

 

Arrivati a questo punto che spiegazione dare alla confusione che ho introdotto in questa esposizione? Per quanto ne ho capito do la seguente che traggo da un articolo di don Curzio Nitoglia, dal quale molto ho imparato in questi anni.

È un’altra concezione di “veritas est adaequatio rei et intellectus”:

Il pragmatismo, l’esperienza religiosa e il sentimentalismo

Il pragmatismo è un sistema filosofico-religioso sorto in America sulla fine dell’Ottocento per opera di William James († 1910).

Esso più che una dottrina speculativa è una tendenza o uno “stato di spirito”, che considera ogni cosa (anche la Religione, Dio e il Culto liturgico) dal punto di vista pratico, ossia attraverso la bellezza, l’azione e l’esperienza.

Quindi il criterio per discernere la verità non è più quello realistico di Aristotele e San Tommaso dell’adeguazione del pensiero alla realtà oggettiva (“veritas est adaequatio rei et intellectus”), ma quello soggettivistico blondeliano della convenienza dell’azione ai bisogni estetico/sentimentalistici del soggetto umano (“veritas est adaequatio vitae et intellectus”).

Si parte dalla svalutazione irenistica della polemica teologica per giungere alla sopravvalutazione dell’esperienza e della sensibilità religiosa, che son buone in sé, ma vanno subordinate all’intelletto o al Vero e alla volontà o al Bene come il corpo deve essere sottomesso all’anima.

Per agire, secondo il pragmatismo, l’uomo ha bisogno di una credenza, di un vago sentimento religioso; se questo giova all’uomo è vero, altrimenti è falso e così pure la religiosità che ne consegue.

L’uomo sente e sperimenta la divinità e si eleva ad essa con un atto di sentimento religioso, seguito da un’utilità pratica. Quindi le dispute filosofico/teologiche sono inutili e dannose e vanno lasciate da parte come retaggio del medioevo.

L’esperienza religiosa o il sentimentalismo estetico/religioso sono una conseguenza scontata del pragmatismo. Infatti, se il sensibile è superiore al razionale e al volontario (per esempio, le scarpe con le fibbie e il ferraiolo son reputate più importanti della lieve difformità del solo 5% dei 16 Decreti del Concilio Vaticano II con la Tradizione), ne segue che la religiosità deve essere vissuta o sperimentata in maniera sentimentale e non più come un assenso dell’intelletto, mosso dalla grazia divina, a delle verità soprannaturali divinamente rivelate (virtù soprannaturale della Fede) e come un atto di amore di Dio e del prossimo da parte della volontà mossa dalla grazia (virtù della Carità).

La religione è così ridotta a esperienza di religiosità o sentimento religioso, che invece, secondo la sana filosofia e la teologia cattolica, segue e non precede la conoscenza e l’amore razionale di Dio. Il pragmatismo ha reso l’esperienza, il sentimento e la sensibilità la principale fonte della religione, la quale viene ridotta ad una semplice esperienza religiosa sentimentalistica che porta allo smarrimento dello spirito umano e rischia di perdersi nell’anarchia religiosa. [I grassetti sono miei]

(don Curzio Nitoglia, L’attualità alla luce dell’Esperienza della Tradizione, 09/10/2014)

 

Questo è il punto nodale: esperienza vs conoscenza spiegato da un amico sacerdote cattolico, apostolico, romano.

La virtù della Fede non è un sentimento religioso ma emana dall’intelletto perfeziona la capacità dell’intelligenza, siamo nel campo della conoscenza. In questo si distingue dal senso religioso che si fonda sulla sensibilità. Se mi distacco dalla conoscenza entro nel campo del sentimento e prima o poi vado in confusione.”

Come ho già detto non voglio certo tirare conclusioni classificando don Giussani come modernista. Nei miei incontri con lui, pur rari e brevi, sono stato sempre spronato a vivere più intensamente la Fede in Cristo nella Chiesa. E come non ricordare la sua devozione alla Santa Vergine definita “certezza della nostra speranza”? Certo oggi è facile vedere gli errori di ieri ma bisogna sempre considerare il contesto.    

Il seminario al tempo del “Gius” era fortemente inquinato, sottobanco venivano proposti autori eterodossi. Arrivato nel mondo della scuola si trovò di fronte ad un diffuso abbandono della fede e della pratica cristiana, reagì con forza, con un forte carisma. Ripropose Cristo, centro del Cosmo e della storia. Denunciò i guasti ma non seppe vedere la rottura provocata dal Concilio Vaticano II nella Chiesa. Giussani accolse con favore il CVII.

 

Io mi ricordo ancora i soprassalti di entusiasmo che abbiamo avuto trovando sviluppate organicamente nei documenti del Concilio, che man mano uscivano, tematiche che costituivano il contenuto più profondo della nostra sensibilità intellettuale, del nostro impegno e della nostra prassi di vita. Avevamo la riconoscenza di chi si sente ridire con più compiutezza e profondità, con «autorità», il perché esauriente di ciò che sta vivendo.

Don Giussani (Da quale vita nasce Comunione e Liberazione –  Litterae Communionis n. 7-8 del 1979)

 

Non ci fu mai critica verso la nuova Messa di Paolo VI, eppure ai sacerdoti ordinati negli anni prima del Concilio avrebbe dovuto essere evidente la protestantizzazione del nuovo rito rispetto alla Messa di sempre. Non posso certo fare valutazioni sulla teologia o l’ecclesiologia del fondatore di CL, mi limito a considerazioni basate sul vissuto di quegli anni di un giovane neoconvertito che incontrava un modo vivo ed entusiasmante di vivere la fede. Certamente in buona fede si viveva il post-concilio in continuità con l’insegnamento della Chiesa, “solo” si proponeva un “metodo nuovo” basato sull’incontro, sull’esperienza, sulla comunità.

“Error parvus in principio fit magnus in fine”, credo si possa dire, ammesso che all’inizio fosse “parvus”. Dice don Curzio nell’articolo citato:

Quando si parla di Concilio Vaticano II come dogmaticamente inaccettabile, non si può racchiudere in tale constatazione di “rottura oggettiva con la Tradizione apostolica” la responsabilità soggettiva o formale di chi lo ha accolto in buona fede, pensando di obbedire all’Autorità.

Così come, quando si constata la nocività oggettiva del Novus Ordo Missae, non si vuole minimamente offendere chi pensa di celebrarlo – in buona fede – in obbedienza all’Autorità, per ignoranza incolpevole delle carenze dottrinali del Nuovo Rito.

Queste carenze furono subito messe in luce nel “Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae4 con la “Lettera di presentazione” dei cardinali Antonio Bacci e Alfredo Ottaviani, ove si trovano considerazioni severe sulla non piena ortodossia oggettiva del nuovo rito (“si allontana impressionantemente dalla dottrina cattolica sul Sacrificio della Messa qual è stata definita dal Concilio di Trento”) e si chiede al Papa di abrogarlo quale “legge nociva”.

[Il documento, che richiedeva il ritiro del nuovo rito perché discordante coi decreti dommatici del Concilio Tridentino, fu ahinoi respinto.]

 

Per quanto mi riguarda oggi mi è chiaro che “lex orandi lex credendi”, ma per tanti anni ho ritenuto normale ricevere la Santa Eucarestia in mano, in fretta come un biscottino! Nelle Messe degli esercizi della Fraternità, con 20.000 persone divise in tre padiglioni della Fiera di Rimini, le particole avanzate venivano date – anche da laici – alle persone sedute nelle file più vicine a “pacchetto”. Sicuramente nessuno lo faceva con intento sacrilego ma qualche domanda viene spontanea: che consapevolezza si aveva della Presenza reale di Cristo in Corpo, Sangue, Anima e Divinità?

Ecco, bisognerebbe aprire il capitolo sulla formazione. Il testo principale di studio in CL è sempre stata la “Scuola di Comunità”, ovvero di anno in anno un saggio di Giussani, integrata dal “Libro del mese” di vari autori ma mai  encicliche o testi antecedenti il Concilio Vaticano II. Per tanti giovani che aderivano al Movimento dalle più disparate esperienze politiche o culturali la Chiesa sembrava fosse iniziata il 25 gennaio 1959, tutto il resto era storia che puzzava di vecchio. Anche se formalmente non si è mai detto. Al Movimento arrivavano atei, ex terroristi rossi e neri, gente che veniva da esperienze religiose sui-generis (come il sottoscritto), giovani dagli oratori. Una amalgama difficile che dopo il primo entusiasmo avrebbe avuto bisogno di una solida formazione cattolica, l’”ingenua baldanza” nel tempo si è dimostrata insufficiente a reggere lo scontro con il mondo.

Che cos’è invece quella «baldanza ingenua» con cui lei definisce il suo movimento nel quarantennale della nascita?
Questo chiarisce che non siamo integralisti. La «baldanza» deriva dalla natura finale dell’avvenimento, dalla certezza che l’incontro fatto è l’incontro con la Verità, con la Verità della Terra Incognita, come scrivevano i geografi antichi attorno alla terra nota: cioè del Mistero. Il cristianesimo è l’incontro con il Mistero dentro un incontro umano. (https://it.clonline.org/archivio/luigi-giussani/quella-baldanza-ingenua-che-viene-dalla-fede)

È stato così anche per gli apostoli all’inizio, ma poi per tre anni Gesù li ha forgiati nella “conoscenza”.  Questo non ha impedito che scappassero tutti il Giovedì Santo, ma ha permesso che poi “ricordassero”, come i discepoli di Emmaus.

I risultati del CVII sono sotto gli occhi di tutti. L’intervento5 di mons. Carlo Maria Viganò del giugno 2020 è per me chiarificatore. L’ermeneutica della continuità, tanto declamata da Benedetto XVI, è finita (se mai c’è stata), l’ha cancellata Bergoglio:

 

Francesco ha sconfessato ancora una volta la pia illusione dell’ermeneutica della continuità, affermando che la coesistenza tra Vetus e Novus Ordo è impossibile perché questi sono espressione di due impostazioni dottrinali ed ecclesiologiche inconciliabili. (Arciv. Carlo Maria Viganò sulla Traditionis Custodes. ‘Lapides clamabunt’ 6)

Non ho cambiato argomento, la definitiva deriva di CL, iniziata con la presidenza di don Julian Carron, ho cercato di dimostrare che ha radici nell’impostazione originaria del Movimento; quel “Error parvus in principio fit magnus in fine” così collegato al CVII, una “novità” nella storia della Chiesa.

Per la prima volta nella storia un Concilio ecumenico, il Concilio Vaticano II, non utilizza il «massimo grado» di Magistero con cui erano stati aperti i venti Concili precedenti presieduti da un Papa. In tal modo, per la prima volta nella storia, viene elusa la «pretesa di verità» richiesta dal «carattere dogmatico» della fede cristiana.

(Enrico Radaelli, Per il ritorno del dogma. Ovvero per far tornare la Chiesa a Cristo7)

 

In fondo troverete dei link per qualche approfondimento sul CVII che non è possibile fare adeguatamente in questo contesto. Il cambiamento antropologico iniziato nel 1959 ha avuto come conseguenza una progressiva protestantizzazione della Chiesa nella quale il Movimento (ma direi tutte le nuove realtà laicali post-concilio) è cresciuto. Le parole del grande teologo Brunero Gherardini (1925-2017) credo che rendano ragione di quanto ho cercato di esporre.

 

Su una scala di più vaste dimensioni, i motivi della specificità dell’ultimo Concilio avrebbero potuto esser meglio e più profondamente esplicitati, ma ciò non avrebbe in nessuna misura cambiato il problema di fondo:

c’è continuità o discontinuità fra il Vaticano II ed i venti concili ecumenici che lo precedettero?

Ed il postconcilio ha concorso, o no, ad allontanar il Vaticano II dalla Tradizione ecclesiastica, facendo di esso un punto di partenza?

La questione è tutta qui e nessuno – né pastore, né teologo, né semplice fedele in condizione di farlo – dovrebbe affrontar la lettura e lo studio del Vaticano II come se si trattasse d’un tutto chiuso in se stesso. Attraverso l’esperienza che ho potuto maturare dall’immediato postconcilio ad oggi ed anche in conseguenza della volgata da me più volte deprecata per l’immagine acritica che del Concilio Ecumenico Vaticano II ha diffuso e diffonde, continuo a chiedermi se non sia finalmente venuto il momento per un’approfondita analisi dei singoli documenti del XXI Concilio ecumenico e se questa medesima analisi non debba farsi comparativamente con quella degli altri venti Concili, allo scopo di provare se il Vaticano II sia nel solco della continuità più o meno evolutiva, o sia invece con essa in parziale o totale rottura.

È nata esattamente da una tale questione l’accennata proposta della rilettura critica del Vaticano II, per uscire dalla soffocante volgata, non so se più ingenua o più superficiale e scorretta, giunta ormai alle soglie del mezzo secolo di vita. La volgata secondo la quale il Vaticano II avrebbe detto tutto e tutto bene, comporta la conseguenza che non ci sarebbe più nulla da dire e che qualunque cosa si volesse dire, dovrebb’esser soltanto una fedele risonanza del suo dettato conciliare all’unico scopo di dar inizio ad una nuova vita di Chiesa, se non proprio ad una Chiesa nuova.

In pratica, la volgata è riuscita nell’intento di far accettar il Vaticano II non solo come valore di riferimento ecclesiale per la soluzione d’ogni emergente problema, ma anche come risposta ad esigenze nuove, culturalmente emerse nel secolo che separa il I dal II Concilio vaticano. In realtà, l’accentuazione del nuovo sia nelle dette esigenze, sia nelle risposte del Vaticano II, o da elaborar alla luce di esso, ha avuto l’effetto – qualcuno però solamente questo intendeva – di conferir all’ultimo Concilio il carattere del temuto, dell’impossibile, del deprecabile nuovo inizio. Ciò non rende assolutamente impraticabile quell’ermeneutica della continuità che, appena eletto, Benedetto XVI additò a tutta la Chiesa, con speciale riferimento ai pastori, ai teologi e a quanti fossero interessati al messaggio del Vaticano II; tuttavia, non la facilita. Perché l’ermeneutica della continuità possa mettersi in atto, è indiscutibilmente necessaria una previa dimostrazione che lo spirito di quella cultura contemporanea dalla quale son germinate sia le nuove esigenze, sia le risposte del Concilio e del postconcilio, non è affatto entrato nelle arterie della vita ecclesiale. Se mai, le ha appena sfiorate.

E bisognerebbe pure dimostrare che l’impaurita rilevazione del “fumo di Satana” come luciferina presenza, capace

d’ottunder ed ammorbare la vita della Chiesa, era infondata. Ed infondati eran del pari altri autorevolissimi rilievi, come quello del 29 giugno 1972: “Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio” (PAOLO VI, Insegnamenti, Tip. Poligl. Vaticana, X, 1972, p. 707-708). O come quello del 6 febbraio 1981: “Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi. Si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propagate vere e proprie eresie in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni” (GIOVANNI PAOLO II, Insegnamenti, c.s. IV/1 1981, p.235). O come quello d’un ben noto rapporto sulla Fede: “È incontestabile che gli ultimi vent’anni sono stati decisamente sfavorevoli per la Chiesa cattolica. I risultati che hanno seguito il Concilio sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti…Ci si aspettava una nuova unità cattolica e si è invece andati incontro ad un dissenso…dall’autocritica all’autodistruzione. Ci si aspettava un nuovo entusiasmo e si è invece finiti troppo spesso nella noia e nello scoraggiamento. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza…La riforma della Chiesa presuppone un inequivocabile abbandono delle vie sbagliate che hanno portato a conseguenze indiscutibilmente negative” (J. RATZINGER, Rapporto sulla fede, cit. p. 27-28).

È peraltro sotto gli occhi di tutti – e qualcuno perfino l’addita come una scelta d’intelligente lungimiranza e di coraggio apostolico – il radicale cambiamento di mentalità che, iniziatosi col modernismo nei primi anni del secolo scorso, trionfò nelle anticamere del Vaticano II, nell’aula conciliare e soprattutto nel disastroso decorso del postconcilio. Chi lo negasse, o negasse che l’atmosfera ne sia rimasta inquinata, specie dopo le predette e preoccupate ammissioni degli stessi Pontefici, dimostrerebbe di viver fra le nuvole.

In realtà, quella che ci vien rifilata è un’atmosfera talmente inquinata, che sembra aver essiccato la sorgente stessa dell’autenticità cristiana: la santità. Non tragga in inganno il numero ingente dei nuovi santi e beati: mai come in

questi ultimi tempi ne sono stati proclamati di più. Il numero però non neutralizza l’osservazione sull’essiccarsi della polla vitale, sia perché, per quanto ingente, è sempre insignificante di fronte all’intera umanità, sia perché l’osservazione trae ininterrotta conferma dalla realtà del momento: la mentalità secolarizzata, l’imperante cultura postcristiana, l’irrisione pratica e talvolta anche teorica dei valori – con allusione alla vita, alla famiglia, all’onestà dei costumi e dei rapporti sociali, alla tutela dei piccoli e della loro innocenza, al culto del dovere, al rapporto almeno parallelo fra doveri e diritti -. Non vorrei esser troppo negativo, ma l’impressione è che tutto quanto s’intende dicendo “valori” sia oggi affetto da una necrosi progressiva.

Non è una questione di lana caprina, perché la necrosi non ha risparmiato nulla e nessuno; nemmeno i fondamentali principi etici del far il bene e fuggir il male, bene e male essendo oggi misurati col metro puramente soggettivo: ognuno se li fa e se li distrugge. Anche gli uomini di Chiesa. O alcuni di essi.

(Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II – Un discorso da fare, Casa mariana Editrice)

 

Le migliaia di giovani, come il sottoscritto, che hanno incontrato Cristo seguendo don Giussani dopo l’”incontro”, dopo la prima “esperienza”, dopo aver riscoperto il “senso religioso” avrebbero avuto bisogno di una solida formazione. Il non averla avuta ha prodotto, a mio avviso, due conseguenze: chi se ne è accorto ha dovuto cercare altrove, chi è rimasto, ritenendo l’appartenenza e l’unità prioritari sulla Verità, è rimasto imprigionato dentro una “compagnia” che vive di schemi lontani anni luce dall’iniziale slancio di don Giussani. Basta citare l’intervista a Giorgio Vittadini8 fatta alla fine del Meeting 2021: un coacervo di “leccate”, banalità e genuflessioni al potere dittatoriale che si è instaurato in Italia, o peggio ancora le posizioni sulla scuola e sulle unioni civili9.

Molti in CL dicono che Giussani avrebbe detto le stesse cose, ecco una definitiva smentita (sempre dal libro Amato/Mangiarotti):

. Che cosa risponde a chi sostiene che anche su proposte di leggi che tendono ad imporre l’ideologia gender nel sistema scolastico, che puntano al riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso, che vogliono introdurre un reato di opinione in tema di omofobia, bisogna comunque tentare la via del dialogo e del compromesso?

In questi casi cedere al compromesso significa inaridire la mordenza di quelle «poche grandi cose» che contano, e si diventa sempre più ricchi di ciò che si vuole e si afferra. Ma allora la fede non cresce più in noi, perché la fede cresce solo rischiandosi nel quotidiano. (L. Giussani, Dal temperamento un metodo, Milano, Ed. Rizzoli 2006)

[..]

. Sembra davvero un’anestesia.

Il potere fa addormentare tutti, il più possibile.

Il suo grande sistema, il suo grande metodo è quello di addormentare, di anestetizzare, oppure, meglio ancora, di atrofizzare. Atrofizzare che cosa?

Atrofizzare il cuore dell’uomo, le esigenze dell’uomo, i desideri, imporre un’immagine di desiderio o di esigenza diversa da quell’impeto senza confine che ha il cuore. E così cresce della gente limitata, conclusa, prigioniera, già mezzo cadavere, cioè impotente! (L. Giussani, L’io rinasce in un incontro, Rizzoli 2010)

. Sembra Sembra proprio che il potere voglia ridurre il popolo ad una massa di impotenti.

 Il potere ha bisogno di pianificare, di omogeneizzare, di livellare, così utilizza più facilmente tutto per i suoi scopi, non ha l’incognita dell’urto della libertà. L’urto della libertà sono i desideri, perciò il nemico del potere sono i desideri. Come diceva un mio amico psicanalista, esprimere un desiderio è già l’inizio della lotta col potere; e traeva la conclusione che stiamo andando verso una società di impotenti, dove l’ambito del desiderio è imposto dal potere. Era l’ideale, del resto – l’ho già raccontato tante volte – del rettore dell’Istituto tecnologico del Massachusetts, espresso davanti a Churchill, l’ideale di un governo dell’umanità realizzato nel momento in cui la scienza potrà determinare dalla radice tutti i pensieri e i sentimenti dell’uomo: è l’abolizione dell’umanità in funzione e in favore di quelli che hanno in mano il potere (perché poi, se si va avanti troppo, non si può più neanche ribellarsi, ci tolgono il desiderio di ribellarci). Per cui il potere è tale in proporzione dell’impotenza altrui!

(L. Giussani, L’io rinasce in un incontro, Rizzoli 2010)

 

Quanto alla scuola Giussani tuonava: “fateci andare in giro nudi ma lasciateci la libertà di educare”, credo sia sufficiente per tacitare Vittadini che dice nell’articolo sopra citato:

 “Tutti i dibattiti sulla scuola pubblica e sulla scuola libera ideologici che ci hanno ammorbato per anni nascono semplicemente perché uno non ascolta l’altro. Basta ideologie, è finito quel mondo. Adesso il mondo è il dialogo” e mandarlo dietro la lavagna non prima di averlo sbugiardato ricordandogli quando diceva il contrario: “Scuola libera, non solo cattolica. Per questo la nostra battaglia sull’educazione, la più importante dal punto di vista politico, si è svolta su due fronti: pluralismo nella scuola libera e pluralismo nella scuola di Stato.” 10

 

Mancando dall’inizio un solido attaccamento alla Tradizione il carisma di don Giussani, così sinceramente legato a Cristo, centro del cosmo e della storia, non ha tenuto. Questo è un fatto non discutibile, la prova ne è il mutamento antropologico del Movimento a partire da quelli che furono i suoi più stretti collaboratori della prima ora. (Con pochissime eccezioni, cito solo mons. Negri verso il quale ho un grande debito di riconoscenza. Ha sempre combattuto contro la deriva di CL e sostenuto chi è uscito dal Movimento. Da Vescovo ha dato spazio e incoraggiato anche gruppi legati alla Messa Vetus Ordo e non ha taciuto sulla gravissima crisi della Chiesa firmando L’Appello per la Chiesa e per il mondo di mons. Viganò.

[http://www.unavox.it/Documenti/Doc1333_Appello_per_la_Chiesa_e_per_il_mondo.html]

È tornato al Padre il 31/12/2021 da dove certamente intercederà per tutti gli amici veri e anche quelli “meno veri” che ora vede nella Verità).

Non mi sono addentrato nelle sabbie mobili della pandemia e del “siero magico”, riporto negli allegati interventi autorevoli a riguardo, ma anche su questo argomento la dirigenza ciellina si è inchinata al politicamente corretto!

 

Il 16 novembre 2021 è arrivata la  notizia delle dimissioni11 da Presidente della Fraternità di don Julian Carròn. Agli amici legati a concetti di appartenenza e di unità (che potrebbero, sottolineo potrebbero, avere le caratteristiche di un intruppamento di comodo, quasi che reagire a questa situazione sia paragonabile all’apostasia), chiedo di esaminare questo scritto senza preconcetti. Non è un invito ad uscire da CL, l’ho già detto, non mi permetterei mai di entrare nella sfera della coscienza. È una esortazione a guardare la realtà, a cercare la Verità, quella che rende liberi, quella che la Chiesa ha sempre insegnato e che ancora insegna attraverso i pastori rimasti fedeli e così magari riportare il Movimento, con una nuova consapevolezza, a quanto era nelle intenzioni del fondatore: offrire una strada verso la santità. Questa volta anteponendo la conoscenza all’esperienza.

Termino con un brano di Enrico Maria Radaelli tratto da Street Theology, dove ci ricorda che “non prevarranno”:

 La Chiesa fugge. È cinquant’anni che fugge. Muore, rantola, ma, pur morendo e rantolando, ancora però fugge.

Certo: lo scampanio lieto e umile delle campane di San Giorgio, qui in via Torino, a seicento metri e ancor meno dal gran Duomo di Milano, si libera ogni mattina alla stessa ora come ai tempi di mia nonna, devotamente a Messa tutti i santi giorni che Dio mandava sulla terra, e la gran piazza di san Pietro, giù al centro del mondo, a mezzogiorno di ogni domenica è sempre più gremita, per l’atteso fervorino papale dell’Angelus, è così tutti vanno dritti imperterriti per il corso dei giorni come nulla fosse, e scrolliamoci via i profeti di sventure una volta per tutte, Roncalli docet, si vede che le statistiche che girano sono le solite invenzioni, i cattolici stanno invadendo il mondo, in Arabia Saudita sono al 95%.

E cos’è mai questa bislacca, assurda storia che la Chiesa fugge? Non si direbbe. E invece fugge. Eccome se fugge.

Fuggono i fedeli e fuggono i Pastori. E gli uni e gli altri da dieci sonori e lunghissimi lustri fuggono dalla stessa medesima causa, se pur per motivi non del tutto coincidenti. E posto poi che tutti si nascondono l’un l’altro di star fuggendo, e ancor più tutti si nascondono il motivo della sconsiderata loro gran fuga, nessuno si accorge di star nel frattempo anche morendo, a milioni morendo, e sempre più morendo, sicché tanto più accelerano la fuga, tanto più, ansimando, muoiono e muoiono. E da questa morte, da questa qui, che è ben dello spirito, che è dunque quella vera, che è allora quella brutta, definitiva, eterna, se non ci badi, come ne fuggi?

Il bello è – si fa per dire – che Pastori e fedeli van verso questo loro spirito morto che non vedono, per sfuggire alla morte di un corpo che invece vedono, altro che se vedono!

Da cosa fugge la Chiesa? da cosa fuggono da mezzo secolo Pastori e fedeli (prima i Pastori, s’intende, poi i fedeli)?

Va detta una cosa tremenda: Pastori e fedeli non stanno fuggendo da un nemico, da qualcuno che più grande e più forte di loro li sta inseguendo per distruggerli, divorarli, farli a pezzi, ma da molto meno: stan fuggendo dal niente, dall’unica cosa da cui davvero mai si dovrebbe fuggire. E proprio loro fuggire. Da cosa dunque stanno mai fuggendo?

Fuggono, per dirla in una parola anche se la cosa è ben più complessa, dalla responsabilità. Gli uni per paura, e vedremo presto di che; gli altri per mancanza di paura, giacché, scoperto che l’Inferno, come dicono tutti, “per la grande pietà del Signore non esiste, e, se pure esistesse, è vuoto”, sono sgravati del terrore che li teneva legati in qualche modo – molti solo per un capello – a Dio.

La paura.

Ecco uno dei sentimenti che più sommuove il mondo.

Lo sommuove e lo sbriciola. Un sentimento però per nulla autarchico, ma dipendente; cioè che nasce, a sua volta, da una soggezione. Mai sottovalutarlo. E infatti: la Chiesa ne è schiava da mezzo secolo. Da stessa se ne è fatta schiava.

E si procura di rimanervi, anche, e di restarci il più a lungo possibile, in questa schiavitù che le dà tanta sicurezza, convinta che senza di essa, fuor di prigione, morirebbe uccisa dai suoi nemici, dal mondo che l’attende appena fuori.

Paura, ho detto, di assumersi responsabilità. Quali responsabilità? Quelle di dover dire qualche verità sgradevole, di quelle che da sempre non piacciono al mondo, al pensiero unico e laicista che domina il mondo, verità che poi sarebbero le eterne verità dette e ridette dalla Chiesa da duemila anni. Ma, dice Papa san Gregorio Magno (in TOMMASO D’AQUINO, S. T., II-II, 10,1, ad 3): «Dalla vanagloria nascono le stravaganze dei novatori», e la vanagloria, nelle vesti del rispetto di sé, dell’amore per il proprio Io, della considerazione per l’apprezzamento che della propria persona si vagheggia e si brama abbiano gli uomini, il mondo, i posteri, del folle timore che il mondo invece magari non solo contrasti, ma anche disprezzi, ridicolizzi, derida gli insegnamenti da dargli, è ancora una volta la morbida culla del modernismo, del neomodernismo e dell’atteggiamento che hanno assunto i Pastori anche più alti della Chiesa nei confronti delle verità da dire e da non dire al mondo in questi ultimi cinquanta anni di storia del mondo, e della Chiesa in esso.

Quando poi, questa fuga, non sia piuttosto la pazza corsa di un’innamorata verso un suo nuovo amore, un amore adulterino, e l’adultera predisponga allora gli inganni per non essere scoperta, per giustificarsi, e si studi di compiacere l’oggetto della sua ammirazione e del suo delirio. E chi è mai costui? Ma è il mondo moderno! Non si era capito?

Che fuga inutile! I Pastori stanno fuggendo dal dogma, ma il dogma li rincorrerà. E non solo li rincorrerà, ma li vincerà, ed essi vi si getteranno felici, in questo loto bruciante sconfitta e insieme sua ennesima totale immensa vittoria, memori di Lc 22,32: «E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». Il dogma può esser dimenticato, può esser combattuto, ma non può esser vinto, perché il giuramento di Cristo è: «Non prevarranno» (Mt 16,18). E non prevarranno. Ma lasciamo stare i trionfi di domani, che son lontani: ora è tempo di ferite, di sangue, di guerra, di ferocia, di lotta per non morire, per riprender la corona, per tornare nella Città usurpata, riassettare gli altari, chiedere perdono a Dio. È il tempo della chiarezza. Della chiarezza e della lotta.

Giorgio Alberto Crotti    

6 gennaio 2022

 

 

Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix.

Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus,

sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta.

 

NOTE

1  https://campariedemaistre.blogspot.com/2017/09/la-demolizione-di-comunione-e.html

https://www.robertodemattei.it/2013/11/27/processo-ai-nuovi-modernisti/

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2017/07/12/lebreo-don-lorenzo-milani-a-50-anni-dalla-morte/

http://www.unavox.it/doc14.htm

5  https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2020/06/mons-vigano-risponde-al-direttore-di.html

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2021/07/arciv-carlo-maria-vigano-sulla.html

https://www.aldomariavalli.it/2020/07/16/per-il-ritorno-del-dogma-ovvero-per-far-tornare-la-chiesa-a-cristo/

8 https://www.ilsussidiario.net/news/meeting-2022-vittadini-oltre-la-crisi-un-nuovo-inizio/2213201/

9 https://www.sabinopaciolla.com/vittadini-ci-sorprende-sempre/

10 https://www.tempi.it/nudi-ma-liberi/

11https://www.aldomariavalli.it/2021/11/16/dimissioni-di-carron-cl-al-bivio-tra-nuovi-statuti-e-ipotesi-commissariamento/

 

Articoli critici

 

SUPER EX E LA MUTAZIONE DI CL: DISTRUGGERE UN CARISMA È SCAVARSI LA FOSSA…

https://www.marcotosatti.com/2018/07/11/super-ex-e-la-mutazione-di-cl-distruggere-un-carisma-e-scavarsi-la-fossa/

 

Renzi al Meeting, tanta simpatia nessuna speranza (Riccardo Cascioli)

https://lanuovabq.it/it/renzi-al-meetingtanta-simpatianessuna-speranza

 

L’ombra di Repubblica sul Meeting di Rimini (Riccardo Cascioli)

https://lanuovabq.it/it/lombra-di-repubblica-sul-meeting-di-rimini-1

 

IL MEETING DI RIMINI CHIUDE IN MODO INFELICE UN’EDIZIONE APERTA IN MODO INFELICE. PERCHÉ NE PARLIAMO? ALCUNE UTILI PRECISAZIONI (Paolo Deotto)

https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/il-meeting-di-rimini-chiude-in-modo-infelice-unedizione-aperta-in-modo-infelice/

 

Il Meeting e la “risposta a sfida” di Del Noce: cosa rimane?

https://lanuovabq.it/it/il-meeting-e-la-risposta-a-sfida-di-del-noce-cosa-rimane

 

SCANDALOSO. ALLA PRESENTAZIONE DEL MEETING DI RIMINI DI COMUNIONE E LIBERAZIONE PARTECIPA UNA “ILLUSTRE” OSPITE: EMMA BONINO (Paolo Deotto)

https://blog.libero.it/Rober5/12182974.html

 

Le uniche battaglie perse sono quelle che non si combattono (Mauro Bazzi)

https://www.culturacattolica.it/attualit%C3%A0/in-rilievo/abbiamo-detto-gli-editoriali/le-uniche-battaglie-perse-sono-quelle-che-non-si-combattono

 

“Voi siete il sale della terra”. Analisi dello scivolamento di Comunione e Liberazione verso lo “spirito di questo secolo” (J. P.)

http://sanmichele.altervista.org/index.php/vita-della-chiesa/59-movimenti/3081-voi-siete-il-sale-della-terra-analisi-dello-scivolamento-di-comunione-e-liberazione-verso-lo-spirito-di-questo-secolo

 

Cari amici di CL, fatemi capire (Stefano Fontana)

https://lanuovabq.it/it/cari-amici-di-cl-fatemi-capire

 

 

 

Documenti inerenti al Concilio Vaticano II e alla situazione odierna nella Chiesa

 

Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ» Presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali Ottaviani e Bacci

http://www.unavox.it/doc14.htm

 

Concilio, postconcilio, paraconcilio: fumo negli occhi

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/la-contro-chiesa/8744-concilio-il-fumo-negli-occhi

 

Arcivescovo Viganò: Non credo che il Vaticano II fosse invalido, ma fu gravemente manipolato

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2020/07/arcivescovo-vigano-non-credo-che-il.html

 

Mons. Viganò risponde al direttore di CWN, Phil Lawler, sui problemi dottrinali e pastorali sorti dal Vaticano II

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2020/06/mons-vigano-risponde-al-direttore-di.html

 

Per il ritorno del dogma. Ovvero per far tornare la Chiesa a Cristo di Enrico Maria Radaelli

https://www.aldomariavalli.it/2020/07/16/per-il-ritorno-del-dogma-ovvero-per-far-tornare-la-chiesa-a-cristo/

 

Arciv. Carlo Maria Viganò sulla Traditionis Custodes. ‘Lapides clamabunt’

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2021/07/arciv-carlo-maria-vigano-sulla.html

 

Concilio Vaticano II / Così l’uomo è stato messo al posto di Dio

https://www.aldomariavalli.it/2020/10/05/concilio-vaticano-ii-cosi-luomo-e-stato-messo-al-posto-di-dio/

SUPER EX. “CHI SONO IO PER GIUDICARE…” HA DATO IL VIA LIBERA ALL’OMOERESIA NELLA CHIESA.

https://www.marcotosatti.com/2018/08/20/super-ex-chi-sono-io-per-giudicare-ha-dato-il-via-libera-allomoeresia-nella-chiesa/

 

SUPER EX SI CHIEDE: LA FRATELLANZA INDICATA DA PAPA BERGOGLIO È QUELLA CRISTIANA O QUELLA MASSONICA?

https://www.marcotosatti.com/2019/06/06/super-ex-si-chiede-la-fratellanza-indicata-da-papa-bergoglio-e-quella-cristiana-o-quella-massonica/

 

La “Chiesa diversa” di papa Francesco. La “peste nera” si diffonde…

https://cronicasdepapafrancisco.com/2021/10/17/la-chiesa-diversa-di-papa-francesco-la-peste-nera-si-diffonde/

 

LO STRANO CONCLAVE DEL 1958

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/9899-lo-strano-conclave-del-1958

 

Dieci buone ragioni per restare nella Chiesa cattolica

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/9592-restare-nella-chiesa

 

La corsa suicida della modernità spiegata in 16 punti

https://www.corriereregioni.it/2021/04/12/la-corsa-suicida-della-modernita-spiegata-in-16-punti-di-francesco-lamendola/

 

San Pio da Pietrelcina non piace ai progressisti perché non glorificò il Concilio

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/3744-san-pio-e-i-progressisti

 

CHE COS’E’ LA SANTA MESSA?

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/3722-che-cos-e-la-santa-messa

 

SAN PIO X: UNA LEZIONE ATTUALE

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/63-una-lezione-piu-che-mai-attuale

 

Mons. Athanasius Schneider. Alcune riflessioni sul Concilio Vaticano II e la crisi attuale della Chiesa

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2020/06/mons-athanasius-schneider-alcune.html

 

don Curzio Nitoglia. Le lezioni da trarre dal grande scisma d’Occidente

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2016/01/don-curzio-nitoglia-le-lezioni-da.html

 

Il Vaticano II e il Calvario della Chiesa

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2020/08/il-vaticano-ii-e-il-calvario-della.html

 

Benedetto XVI ammette di avere rimorsi di coscienza sul Vaticano II

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2016/10/benedetto-xvi-ammette-di-avere-rimorsi.html

 

Consacrazione dell’Italia al “cuore immondo di satana”

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2021/10/16/consacrazione-italia-cuore-immondo-di-s/

 

La Moralità del “Green Pass”

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2021/10/15/moralita-green-pass/

 

Un mondo sottosopra… Il comunista Togliatti “canonizza” Maria Goretti & Papa Bergoglio “regolarizza” le unioni gay…

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2021/05/11/togliatti-berliguer-bergoglio-goretti/

 

Mons. Marcel Lefebvre. La Chiesa del Vaticano II e la Massoneria

https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2015/11/mons-marcel-lefebvre-la-chiesa-del.html

 

Il Modernismo é intrinsecamente perverso e non é lecita nessuna cooperazione con esso

Di don Curzio Nitoglia

https://doncurzionitoglia.wordpress.com/2016/10/19/modernismo-perverso/

 

 

 

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