di Mattia Spanò

 

La moneta da 20 € coniata dal Vaticano che ritrae un medico e un’infermiera mascherati intenti a vaccinare un adolescente è un piccolo caso. Non è la prima volta che la zecca vaticana emette francobolli e monete dal significato non esattamente allineato alle aspettative.

Questo genere di notizie viene facilmente ascritto alla voce “curiosità”, “colore locale”, “intrattenimento”. È senz’altro un modo di vedere le cose. C’è un secondo modo più profondo di guardare al fatto, in quanto tale colto da pochi e osteggiato dalla maggioranza, che come sempre rifiuta un’interpretazione meno scontata.

In tempi recenti e sotto il pontefice regnante, si ricordano il francobollo celebrativo del cinquecentenario della riforma protestante, che ritrae Lutero e il teologo protestante Melantone ai piedi della croce, e la moneta che rappresenta la Pachamama, l’idolo andino che ritrae secondo alcuni la Madre Terra, secondo altri una dea sanguinaria. Comunque la si veda, un idolo pagano. L’idolo è stato portato in processione nella basilica di S. Pietro, e davanti al papa sia indigeni che frati si sono prostrati in venerazione.

Da quando batte moneta – e in epoca più recente i francobolli, che sono equiparati alla moneta – il potere che detiene i diritti su quella moneta vi imprime sopra i simboli che lo personificano e i valori che lo rappresentano: ad esempio, la testa di un imperatore, una divinità, una croce, un uomo che miete un campo di grano, un fabbro e via dicendo.

La moneta ha una funzione pratica: se faccio sopra un ghirigoro casuale, di per sé basterebbe che il valore riconoscibile e accettato da tutti di quella moneta mi consenta di comprare un casco di banane o un chilo di pane.

Questo è il punto di vista legittimo e inevitabile di chi cede quella moneta in cambio di un pacco di pasta. Per questa ragione l’utilizzatore di quell’oggetto tende a trascurare il simbolo, e tuttavia lo assume come riconoscimento implicito di qualcosa.

Chi invece quella moneta la batte, la detiene, la mette in circolo e la ritira, ha un punto di vista molto diverso: usa quella moneta – un oggetto fisico – come veicolo di un’ideologia. Una forma estremamente raffinata e antica di marketing culturale.

Il piano simbolico non è, come le persone sono abituate a credere, un elemento accessorio della realtà. Al contrario, esso è la realtà: è la materia che è apparenza. Tanto è vero che se io prendessi della cellulosa o del cotone, riducendoli ad uno strato sottile e stampandoci sopra la scritta 20 euro e un Monciccì decorativo, verrei arrestato come falsario o peggio eversore, nonostante la materia impiegata sia la stessa che utilizza una zecca per emettere moneta circolante.

Un altro esempio. Mio figlio è fatto della stessa materia di qualsiasi altro bambino. A parte me e mia moglie che ne conosciamo la provenienza, cosa garantisce il resto della società umana che quello sia figlio mio e non di chiunque altro? Il piano simbolico: ci sono dei pezzi di carta, dei documenti, sui quali è scritto che è figlio mio.

Un esame del Dna potrebbe certificarlo, ma a parte il fatto che è fallibile, può essere manipolato e contaminato, come io e mia moglie potremmo aver rapito o comperato mio figlio, e poi falsificato i documenti.

Sono due esempi che attestano l’immensa potenza del simbolo e al tempo stesso l’immensa fragilità della materia propriamente detta.

Tornando al fatterello in questione: di fronte ad un vaccino che si è rivelato una solenne porcheria – ecco il piano materiale – uno Stato presieduto da un’autorità religiosa mondialmente riconosciuta “sacralizza” detto liquido ad uso interno, e lo fa mimando l’elemento trinitario – o la Sacra Famiglia, che ne è il riflesso terreno – alla radice del credo, solo leggermente rivisitato: Padre e Spirito Santo, anzi “spirita santa” in obbedienza alla fluidità di genere, punturano il Figlio. Ecco il piano simbolico.

Una moneta è per definizione qualcosa che esprime un valore intrinseco sottostante. Ciò che decido di imprimerci sopra riceve lo stigma del “sacro”, del separato: è questa separazione dalle cose umane, per così dire l’imperturbabilità del simbolo, a garantirmi del valore immutabile di quel manufatto. Che io compri cocaina o li dia in chiesa, 20 euro sono.

Se una moneta fatta d’oro o d’argento reca la scritta 20 euro, sia che il prezzo del metallo salga, sia che crolli, essa vale sempre 20 euro se non più – perché la moneta è rara, perché invecchia: è sempre il piano simbolico a sancire l’aumento del valore, non la materia.

Le dichiarazioni del papa, il suo magistero, le prese di posizione immanenti e circostanziali hanno un valore ormai relativo. Se ad esempio il papa dice una cosa in aereo, e tutti la sentono, e poi scrive un’enciclica che smentisce o contraddice quanto ha dichiarato a braccio, cosa prevale? In teoria l’enciclica, in pratica la dichiarazione in volo. La seconda è ascoltata da tutti, la prima letta, compresa e applicata da pochi. Ma, questo è il nocciolo, se ne può discutere.

Stampare una moneta o un francobollo dotandolo di un’immagine semplice, comprensibile a tutti, non equivoca significa dire: questo è vero, questo ha valore, questo non passa, non è interpretabile. La materia, di per sé caduca e opinabile, si solidifica nella sua espressione simbolica, sulla quale non si può discutere.

Si parla, oltretutto, di tirature celebrative. La celebrazione, la festa, il rito, riguardano in origine le cose sacre. Dunque il Vaticano ha a suo tempo celebrato Lutero – un sapiente e carismatico monaco tedesco che voleva la cancellazione della Chiesa Cattolica – in seguito la Pachamama, oggi i vaccini. Nonostante, o forse proprio perché, siano cose palesemente contrarie alla realtà dei fatti così come la dottrina cattolica la professa.

Invece di stabilire l’eterno nelle cose umane, si eternizzano le cose umane. Come si fece su un altro piano non distante, erigendo un monumento al Migrante (maiuscolo) in piazza S. Pietro. Anche qui la statua esposta in pubblico promana un messaggio molto chiaro: questo non è un episodio transitorio, ma un valore universale duraturo.

Il piano simbolico prevale perché va contro quello materiale, che è cangiante e soggetto al disgregamento: ogni vivente è un morto che cammina, proprio per questo si rivolge e attribuisce valore a ciò che travalica questo deperimento, l’esistenza che guarda negli occhi il non essere e trema di paura. 

Se qualcuno esita ancora nel leggere il valore dei simboli, si pensi alle battaglie feroci che hanno riguardato ad esempio la rimozione dei crocifissi dalle aule scolastiche, o del presepe. O alle polemiche americane per l’installazione della statua di satana che accoglie due bambini ai suoi piedi. O alla rimozione della Z dai loghi occidentali in funzione anti-russa.

Il piano simbolico è quello che decreta se una cosa abbia ragione di esistere e un’altra debba essere eliminata, prescindendo totalmente dal fatto reale, vale a dire se una cosa sia buona o cattiva, o semplicemente conforme ad una credenza.

In caso contrario, il simbolo cancella quella credenza introducendosi nell’uso comune, nel banale quotidiano: esposto all’uso e alla vista. Uno si aspetterebbe la croce o la Vergine Maria su una moneta di conio vaticano, e trova una Trinità travisata che somministra cure miracolose. La piccola croce che sovrasta la scena – molto piccola – è appena un simulacro del vecchio che serve a benedire il nuovo. Anche qui, una transizione.

A chi sopravvive di simboli e li propone – parliamo delle istituzioni umanamente più forti e durature: l’iPhone domani può sparire nel dimenticatoio, certi valori e certe “presenze di assenze” no – non interessa che questi simboli descrivano una realtà umana, o rispondano ai suoi bisogni. Delimitano uno spazio sacro come fece quando Draghi dichiarò, sempre a proposito di monete, l’euro “irreversibile”.

Naturalmente il divino non obbedisce a leggi umane. Ad esempio la lotta al contante e la digitalizzazione del denaro potrebbero essere la campana a morto del sistema che li promuove, perché viene meno il simbolo concreto sul quale quel sistema poggia i venerabili piedi, ma i promotori di questa follia antiumana lo ignorano, un po’ perché sperano di spegnersi serenamente nel proprio letto prima che la tempesta arrivi in questo mondo (e non credono in uragani nell’altro, forse non credono proprio che esista un altro mondo, o al limite finisce tutto a tarallucci e vino), il che dimostra che non sanno quello che fanno. Di loro non resterà pietra su pietra (Lc 21, 6), come avvenuto dell’intoccabile sacerrimo tempio di Gerusalemme.

Però ci provano sempre, sperando che sia la volta buona, un po’ come quelli che si spappolano la pensione ai videopoker perché “prima o poi…”: peccato che il videopoker sia programmato per farti vincere 75 euro ogni 100 che ne scommetti. Vincono perdendo, finché prima o poi si svegliano in mutande sotto un ponte, chiedendosi cosa è andato storto.

 


 

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