Black Lives Matter
Manifestazione del movimento Black Lives Matter

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Mentre il mondo cattolico, non solo statunitense, rimane con il fiato sospeso, in attesa che la Conferenza episcopale americana decida se accettare o no la bozza di documento sul Mistero dell’Eucaristia nella vita della Chiesa, alla prossima assemblea generale a Baltimora (15-18 novembre), il suo presidente, l’arcivescovo di Los Angeles José H. Gómez, è intervenuto da remoto lo scorso 4 novembre al ventitreesimo Congresso dei cattolici e la vita pubblica (qui), dedicato al tema della correttezza politica come pericolo per le libertà. Stupisce il silenzio pressoché assoluto con cui la sua relazione, intitolata genericamente Reflections on the Church and America’s New Religions (Riflessioni sulla Chiesa e le nuove religioni d’America: qui), sia passata inosservata, nonostante l’autorevolezza dell’arcivescovo Gómez e l’attualità del tema affrontato, che va ben oltre quello del congresso.  

Punto di partenza della relazione affidata all’arcivescovo Gómez è l’impatto che la novità di ideologie e movimenti, come quelli ispirati alle culture della cancellazione (cancel culture), della correttezza politica (politically correct) e, più recentemente, del risveglio (woke) , hanno sulla società negli Stati Uniti e, in particolare, sulla Chiesa, in quanto minacce che incombono sempre più su realtà, come quelle della famiglia e della vita umana, da sempre particolarmente sentite non solo dalla Chiesa americana, che riducono sempre più lo spazio della vita pubblica dei cristiani, sicché l’intervento dell’arcivescovo Gómez assume rilevanza anche per il cattolicesimo europeo, anch’esso insidiato da queste recenti mode.

Sarebbe facile ascrivere tutto ciò solo all’inedita diffusione del COVID-19: «I nuovi movimenti sociali e ideologie di cui parliamo oggi, sono stati seminati e preparati per molti anni nelle nostre università e istituzioni culturali». È vero però che «con la tensione e la paura provocate dalla pandemia e dall’isolamento sociale, e con l’uccisione di un nero disarmato da parte di un poliziotto bianco e le proteste che sono seguite nelle nostre città, questi movimenti si sono pienamente scatenati nella nostra società». È chiaro il riferimento ai fatti del 20 maggio dell’anno scorso: ormai, «Il nome George Floyd è ormai conosciuto in tutto il mondo. Ma questo perché per molte persone nel mio paese, me compreso, la sua tragedia è diventata un duro promemoria che la disuguaglianza razziale ed economica è ancora profondamente radicata nella nostra società. Dobbiamo tenere a mente questa realtà della disuguaglianza. Perché questi movimenti di cui stiamo parlando fanno parte di una discussione più ampia – una discussione assolutamente essenziale – su come costruire una società americana che espanda le opportunità per tutti, indipendentemente dal colore della loro pelle o da dove vengono, o dal loro stato economico».

Dopo il tramonto della visione giudaico-cristiana dell’occidente e l’ascesa del secolarismo, il modo migliore per la Chiesa per comprendere questi nuovi movimenti per la giustizia sociale, secondo l’arcivescovo Gómez, è quello di considerarli come pseudo-religioni, se non come veri e propri sostituti e rivali delle credenze cristiane tradizionali, con la loro promessa di offrire ciò che la religione stessa offre: «c’è un’altra storia là fuori oggi – una narrazione rivale della “salvezza” che sentiamo raccontare attraverso i media e le nostre istituzioni dai nuovi movimenti per la giustizia sociale». Secondo questa narrazione, alternativa e addirittura sostitutiva di quella cristiana, «Noi non possiamo sapere da dove veniamo, ma siamo consapevoli di avere interessi in comune con coloro che condividono il nostro colore della pelle o la nostra posizione nella società. Siamo anche dolorosamente consapevoli che il nostro gruppo è sofferente e alienato, non per colpa nostra. La causa della nostra infelicità è che siamo vittime dell’oppressione di altri gruppi nella società. Siamo liberati e troviamo redenzione attraverso la nostra lotta costante contro i nostri oppressori, conducendo una battaglia per il potere politico e culturale in nome della creazione di una società di equità». Chiaramente, continua l’arcivescovo Gómez, «questa è una narrazione potente e attraente per milioni di persone nella società americana e nelle società di tutto l’Occidente. In effetti, molte delle principali società, università e persino scuole pubbliche americane promuovono e insegnano attivamente questa visione. Questa storia trae la sua forza dalla semplicità delle sue spiegazioni: il mondo è diviso in innocenti e vittime, alleati e avversari. Ma questa narrazione è anche attraente perché, come ho detto prima, risponde a bisogni e sofferenze umane reali. Le persone stanno soffrendo, si sentono discriminate ed escluse dalle opportunità nella società. Non dovremmo mai dimenticarlo. Molti di coloro che aderiscono a questi nuovi movimenti e sistemi di credenze sono motivati ​​da nobili intenzioni. Vogliono cambiare le condizioni nella società che negano a uomini e donne i loro diritti e le opportunità per una buona vita». Naturalmente, distingue l’arcivescovo Gómez, «tutti noi vogliamo costruire una società che offra uguaglianza, libertà e dignità a ogni persona. Ma possiamo solo costruire una società giusta sul fondamento della verità su Dio e sulla natura umana. Questo è l’insegnamento costante della nostra Chiesa e dei suoi Papi da quasi due secoli, ormai. Il nostro Papa emerito Benedetto XVI ha avvertito che l’eclissi di Dio porta all’eclissi della persona umana. Più volte ci ha detto: quando dimentichiamo Dio, non vediamo più l’immagine di Dio nel nostro prossimo. Papa Francesco afferma con forza lo stesso punto in Fratelli Tutti: a meno che non crediamo che Dio sia nostro Padre, non c’è motivo per noi di trattare gli altri come nostri fratelli e sorelle».

Onde evitare di seguire facili credenze e comodi millenarismi, l’arcivescovo Gómez ci tiene a spiegare che «Le teorie e le ideologie critiche di oggi sono profondamente atee. Negano l’anima, la dimensione spirituale, trascendente della natura umana; oppure pensano che sia irrilevante per la felicità umana. Riducono ciò che significa essere umani a qualità essenzialmente fisiche: il colore della nostra pelle, il nostro sesso, le nostre nozioni di genere, il nostro background etnico o la nostra posizione nella società. Non c’è dubbio che si possano riconoscere in questi movimenti alcuni elementi della teologia della liberazione, che sembrano provenire dalla stessa visione culturale marxista». Per ironia della sorte, «Inoltre, questi movimenti assomigliano ad alcune delle eresie che troviamo nella storia della Chiesa. Come i primi manichei, questi movimenti vedono il mondo come una lotta tra le forze del bene e le forze del male. Come gli gnostici, rifiutano la creazione e il corpo. Sembrano credere che gli esseri umani possano diventare qualunque cosa decidiamo di fare di noi stessi. Questi movimenti sono anche pelagiani, credendo cioè che la redenzione possa realizzarsi attraverso i nostri sforzi umani, senza Dio. E come punto finale, vorrei notare che questi movimenti sono utopici. Sembrano davvero credere che possiamo creare una sorta di “paradiso in terra”, una società perfettamente giusta, attraverso i nostri sforzi politici».

Mette in guardia l’arcivescovo Gómez: «Ancora una volta, amici miei, il punto è questo: credo che sia importante per la Chiesa comprendere e coinvolgere questi nuovi movimenti, non in termini sociali o politici, ma come pericolosi sostituti della vera religione. Negando Dio, questi nuovi movimenti hanno perso la verità sulla persona umana. Questo spiega il loro estremismo e il loro approccio alla politica duro, intransigente e spietato. E dal punto di vista del Vangelo, poiché questi movimenti negano la persona umana, per quanto mossi da buone intenzioni, non possono promuovere un’autentica fioritura umana. Infatti, come stiamo assistendo nel mio paese, questi movimenti strettamente laici stanno causando nuove forme di divisione sociale, discriminazione, intolleranza e ingiustizia».

Che cosa, dunque, può fare un cristiano oggi di fronte a forze così imponenti, che minacciano di schiacciarlo, insieme a quel gioiello di benessere e civiltà che è stato l’Occidente? Ecco la proposta dell’arcivescovo Gómez: «La mia risposta è semplice. Dobbiamo annunciare Gesù Cristo. Audacemente, creativamente. Abbiamo bisogno di raccontare la nostra storia di salvezza in un modo nuovo. Con carità e fiducia, senza paura. Questa è la missione della Chiesa in ogni epoca e in ogni momento culturale. Non dobbiamo lasciarci intimidire da queste nuove religioni di giustizia sociale e identità politica. Il Vangelo rimane la forza più potente per il cambiamento sociale che il mondo abbia mai visto. E la Chiesa è stata “antirazzista” fin dall’inizio. Tutti sono inclusi nel suo messaggio di salvezza. Gesù Cristo è venuto ad annunciare la nuova creazione, l’uomo nuovo e la donna nuova, a cui è stato conferito il potere di diventare figli di Dio, rinnovati a immagine del loro Creatore. Gesù ci ha insegnato a conoscere e amare Dio come nostro Padre, e ha chiamato la sua Chiesa a portare quella buona notizia fino ai confini della terra — per raccogliere, da ogni razza, tribù e popolo, l’unica famiglia mondiale di Dio. Questo è il significato della Pentecoste, quando uomini e donne di ogni nazione sotto il cielo ascoltavano il Vangelo nella loro lingua madre. Questo è ciò che intendeva san Paolo quando diceva che in Cristo non c’è più ebreo o greco, maschio o femmina, schiavo o libero. Certo, nella Chiesa non sempre siamo stati all’altezza dei nostri bei principi, né abbiamo sempre svolto la missione affidataci da Cristo. Ma il mondo non ha bisogno di una nuova religione laica per sostituire il cristianesimo. Abbiamo bisogno che noi siamo testimoni migliori. Cristiani migliori. Cominciamo perdonando, amando, sacrificandoci per gli altri, allontanando i veleni spirituali come il risentimento e l’invidia. Personalmente, trovo ispirazione nei santi e nelle figure sante della storia del mio Paese. In questo momento, guardo specialmente alla Serva di Dio Dorothy Day [1897-1980]. Per me, offre una testimonianza importante su come i cattolici possono lavorare per cambiare il nostro ordine sociale attraverso il distacco radicale e l’amore per i poveri radicati nelle Beatitudini, nel Discorso della Montagna e nelle opere di misericordia. Aveva anche la netta sensazione che, prima di poter cambiare il cuore degli altri, dobbiamo cambiare noi stessi. Una volta disse: “Vedo fin troppo chiaramente quanto siano cattive le persone. Vorrei non vederle così. Sono i miei peccati che mi danno tanta chiarezza. Ma non posso preoccuparmi molto dei tuoi peccati e delle tue miserie quando ne ho così tanti miei. … La mia preghiera di giorno in giorno è che Dio allarghi così tanto il mio cuore che io possa vedervi tutti e vivere con tutti voi, nel suo amore”. Questo è l’atteggiamento di cui abbiamo bisogno in questo momento, quando la nostra società è così polarizzata e divisa. Traggo ispirazione anche dalla testimonianza del Venerabile Augustus Tolton. La sua è una storia incredibile e veramente americana. È nato in schiavitù, è fuggito in libertà con sua madre ed è diventato il primo uomo di colore ad essere ordinato sacerdote nel mio paese [nel 1886]. Padre Tolton una volta disse: “La Chiesa cattolica deplora una doppia schiavitù: quella della mente e quella del corpo. Si sforza di liberarci da entrambi”. Oggi abbiamo bisogno di questa fiducia nella forza del Vangelo. In questo momento, rischiamo di scivolare in un nuovo “tribalismo”, un’idea precristiana dell’umanità divisa in gruppi e fazioni in competizione. Abbiamo bisogno di vivere e annunciare il Vangelo come vera via di liberazione da ogni schiavitù e ingiustizia, spirituale e materiale. Nella nostra predicazione e pratica, e specialmente nel nostro amore per il prossimo, dobbiamo testimoniare la bella visione di Dio della nostra comune umanità — la nostra comune origine e comune destino in Dio».

Conclude l’arcivescovo di Los Angeles: «Infine, in quest’ora penso che la Chiesa debba essere una voce per la coscienza e la tolleranza individuali, e dobbiamo promuovere una maggiore umiltà e realismo riguardo alla condizione umana. Riconoscere la nostra comune umanità significa riconoscere la nostra comune fragilità. La verità è che siamo tutti peccatori, persone che vogliono fare la cosa giusta, ma spesso non la fanno. Ciò non significa rimanere passivi di fronte all’ingiustizia sociale. Mai! Ma dobbiamo insistere sul fatto che la fraternità non può essere costruita attraverso animosità o divisione. La vera religione non cerca di danneggiare o umiliare, di rovinare i mezzi di sussistenza o la reputazione. La vera religione offre un percorso anche ai peggiori peccatori per trovare la redenzione. Un ultimo pensiero, amici miei. E questa è la realtà della provvidenza di Dio. Dobbiamo aggrapparci a questa comprensione soprannaturale, perché è vero: la mano amorevole di Dio guida ancora le nostre vite e il corso delle nazioni».

Quello che trovo particolarmente interessante del discorso di Gomez, a parte il testo, tradotto quasi integralmente, sono due cose. Il primo è la sua scelta coraggiosa di fare un attacco così diretto e incondizionato a ciò che abbiamo chiamato la cultura woke e al suo status quasi (non tanto «quasi», in verità) religioso diffuso tra interi settori della nostra società. Essa attira l’attenzione di persone molto arrabbiate, che hanno l’abitudine di abbattere statue e vandalizzare chiese nello stato natale dell’arcivescovo Gómez in California, ma non c’è alcun vantaggio evidente nell’attaccarla frontalmente – solo il suo apparente impegno a parlare, mentre riflette su un argomento che è certamente al centro della vita degli americani, ma non ha indotto troppi suoi fratelli vescovi a intervenire.

Esaminando poi le reazioni immediate al discorso dell’arcivescovo Gómez, la necessità del suo intervento e la veridicità della sua diagnosi sembrano evidenti: parecchie persone, e alcuni cattolici che apparentemente così si identificano, gli hanno dato del «fascista», o del «suprematista bianco» (il che è sorprendente, dato che è nato in Messico e parla l’inglese come sua seconda lingua), e (cosa interessante) dell’eretico e dello scismatico. Almeno quelli che gli rivolgono queste ultime accuse sembrerebbero implicitamente confermare che fanno politica con la religione, anche se condannano l’arcivescovo Gómez proprio per questo motivo.

La seconda cosa che trovo interessante del suo discorso è la tempistica. È stato tenuto meno di una settimana dopo che il presidente Biden è stato ricevuto calorosamente in udienza da papa Francesco e meno di due settimane dall’assemblea autunnale della Conferenza episcopale statunitense a Baltimora. Mentre la bozza del documento dei vescovi sull’eucaristia non contiene affatto il tipo di linguaggio esplicitamente politico che molti commentatori, anche se pochi vescovi, si aspettavano, incombe sull’assemblea la chiara indicazione da parte di papa Francesco che i vescovi non facciano politica. Mentre alcuni interpreteranno il discorso dell’arcivescovo Gómez come una testimonianza profetica sui segni dei tempi, altri – immagino anche alcuni vescovi – accuseranno il presidente della Conferenza episcopale statunitense proprio di essersi immischiato in politica. Quale che sia la buona o cattiva fede in queste valutazioni, Gomez le avrà sicuramente previste e comunque ha deciso di correre il rischio. Reflections on the Church and America’s New Religions È la sua personale dichiarazione d’intenti in vista dell’appuntamento a Baltimora.

 

 

 

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