crocifisso

 

 

di Giuseppe Talamonti

 

Faccio seguito al bell’articolo di Lucia Comelli sull’intervista a Rouart a proposito di islamismo e cristianesimo. Non ho nulla contro l’Islam, mentre ho molto da ridire sul senso di malinteso islamismo che ha colpito tanti europei. Molti, specialmente in Francia, madre dell’Illuminismo, provano quasi una sorta di rimorso per il razzismo, lo sfruttamento, il colonialismo di cui si sono resi responsabili alcuni nostri antenati. Sembra quasi che, per farci perdonare, dobbiamo cedere culturalmente nei riguardi di chi viene da noi in cerca di una vita migliore. Magari anche una vita più libera e più sicura rispetto a quella che gli sarebbe garantita dai loro governi “confessionali”. Qualche europeo oggi ritiene che derogare da qualche regola di democrazia sia una dimostrazione di democrazia stessa, qualora sia fatto per rispettare la cultura e le tradizioni di questa gente. Insomma siamo noi che ci adattiamo a loro e non il contrario. Cent’anni fa, tre fratelli di mio nonno emigrarono negli Stati Uniti. Sicuramente sarà stata dura per loro. Trovarono delle regole e una cultura con cui forse si scontrarono, ma che alla fine assorbirono. Quando, di recente, ho incontrato i miei “cugini”, stentavo a riconoscere la loro origine: alti, corpulenti, vestiti all’americana, masticavano solo qualche parola d’italiano. Mantenevano orgogliosamente i loro cognomi italiani e tenevano alla loro italianità, ma in un paio di generazioni sono diventati americani a tutti gli effetti. Questa è integrazione! 

Quanti di quelli che oggi arrivano da noi con la loro cultura, che noi garantiamo a scapito della nostra, fra un paio di generazioni, avranno discendenti che si saranno altrettanto integrati? 

Sono tuttavia convinto che questa gente, che spesso arriva senza arte ne parte, sia solo una componente del problema.  Il problema principale non sono loro, ma noi. La cultura cristiana dell’accoglienza viene sfruttata dalla sinistra e  travisata da alcuni cattolici. Non si tratta più di sfamare e vestire un essere umano e neppure di riconoscergli i nostri stessi diritti, peraltro senza spesso pretenderne il rispetto dei nostri doveri. Come sottolineato dalla Comelli, la demolizione nichilista della cultura giudaico-cristiana che aveva forgiato l’Europa, ci ha reso una civiltà decadente e smarrita che ormai cova quasi un complesso di inferiorità verso i nuovi arrivati. Come i poveri Romani di fine impero, confusi, sfiduciati e corrotti, che si vedevano circondati da barbari aitanti che  avevano ben chiaro in mente il proprio obiettivo. 

Qualche anno fa, in seguito alla protesta di una musulmana, furono tolti i crocefissi dal mio ospedale. Pare che questa donna ritenesse inconciliabile con la sua cultura e ingiusto nei riguardi della sua religione, vedere sulle pareti di un luogo pubblico il “simulacro” di una religione a lei estranea. 

Qualcuno, pensando di essere politicamente corretto, decise che i crocifissi erano discriminatori nei riguardi delle altre religioni e li fece rimuovere. Le proteste contro quest’atto, definito di “laicismo”, furono quasi inesistenti. Sicuramente esisteva una cosiddetta “maggioranza silenziosa” che, pur non approvando, non reagì (per quieto vivere, per pigrizia, per ignavia o forse per volontà di essere “accoglienti” a tutti i costi).  

L’ospedale è un luogo pubblico, aperto a tutti, ma è anche e soprattutto un luogo di sofferenza, di cura e di speranza. Tutti aspetti  che sono ben rappresentati da quel “simulacro”. 

Posso garantire che anche l’ateo più incallito getta almeno uno sguardo verso quel crocefisso  al muro se viene a trovarsi, smarrito e impaurito, ad aspettare l’esito di un esame oppure prima di un intervento chirurgico complesso. L’esistenza della “maggioranza silenziosa” è testimoniata da ciò che è accaduto dopo la rimozione dei crocifissi “ufficiali”. Sulle pareti e sugli armadi del reparto, è apparsa una miriade di santini e immaginette sacre, attaccate alla meglio con lo scotch o le puntine da disegno. Non era meglio lasciare i crocefissi? 

È la dimostrazione che, nonostante il nichilismo imperante, ci sono momenti in cui chiunque può sentire quantomeno il bisogno di rapportarsi col Divino. Qualcuno dirà che si tratta solamente di superstizione e disperazione. Invece è Speranza e bisogno di Sacro, come ben descritto nell’articolo di Lucia Comelli. 

In quel periodo, avevo un paziente musulmano, persona colta e raffinata, con cui riuscivo ad avere un minimo di dialogo. Una volta entrai nella sua stanza mentre lui stava pregando verso La Mecca. Rispettosamente uscii e ritornai più tardi. Dopo, trovai la maniera di dirgli: 

“Se noi facessimo come voi che ci avete tolto i crocefissi, io l’avrei interrotta durante le preghiere”. Mi rispose sereno:

“A noi non importa niente se su quella parete volete tenerci un crocefisso. Come potrebbe darci fastidio la statuetta di plastica di qualcuno cui non crediamo? Non siamo stati noi a rimuovere i vostri simboli ma voi stessi. Noi non avremmo mai accettato di rimuovere i nostri simboli!”

Venni così a sapere che la donna musulmana che aveva scatenato la rimozione dei crocefissi era un’italiana convertita. Il simbolo di Cristo probabilmente la infastidiva perché le ricordava chi lei era stata e quali erano le sue radici. Forse lei aveva trovato nell’Islam quel bisogno di sacro che la nostra cultura relativista/nichilista non le offriva più, ma tuttavia non sopportava che qualcosa le ricordasse da dove veniva. 

Dopo questi avvenimenti, feci immediatamente capire a tutti che nessuno avrebbe potuto toccare il crocifisso che tengo appeso sopra la mia scrivania, nella mia stanza. Doveva esser chiaro che quello era un piccolo spazio mio, seppure in una struttura pubblica e che l’avrei difeso con le unghie e con i denti. Misi un cartello:

“Qualora qualcuno si sentisse offeso o imbarazzato da questo mio crocefisso, sappia che io non mi sentirò nè offeso nè imbarazzato se vorrà scegliersi un altro medico”. 

Mi hanno fatto rimuovere il cartello, ma il crocifisso che ho portato dalla Terra Santa è ancora lì.

Se noi cristiani ci mettiamo un po’ di resilienza, di grinta e di buon senso, forse possiamo ancora evitare di finire come indiani nella riserva, qui a casa nostra.

 

Il dott. Giuseppe Talamonti è neurochirurgo presso l’Ospedale Niguarda di Milano. Già coordinatore nazionale del gruppo di neurochirurgia pediatrica della Società Italiana di Neurochirurgia (SINch).

 

 

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