Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Gavin Ashenden, pubblicato su Catholic Herald. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Sinodo dell'Amazzonia
Sinodo dell’Amazzonia

 

Le conseguenze delle dichiarazioni di Papa Francesco ai vescovi italiani non si placano. In parte perché le sue parole hanno vanificato gli sforzi di progressisti e conservatori di capire perché il Papa avrebbe dovuto usare il linguaggio che ha usato per esprimere il suo punto di vista.

Forse è meglio riflettere su ciò che possiamo sapere invece che su ciò che non possiamo sapere? Ciò che è diventato più evidente sulla scia di questi eventi è la spietata furia della lobby arcobaleno per coloro che trasgrediscono.

Ciò solleva la questione più ampia di ciò che la Chiesa cattolica ha affrontato quando si è proposta, fin dagli inizi del Concilio Vaticano II, di costruire un ponte di migliore comprensione reciproca attraverso l’abisso della modernità.

Il progetto è sempre stato condannato a causa del dispiegarsi del secolarismo?

Per tutta la durata del suo pontificato, fino a quest’ultima settimana, Papa Francesco ha ricevuto una piattaforma di ammirazione da parte dei media, ed è stato riconosciuto come molto più “uno di loro” di qualsiasi altro pontefice precedente.

“Chi sono io per giudicare”, è diventata la sua frase d’effetto sulla pubblica piazza. Ma, con grande sorpresa dei media, si trova a disagio con l’affermazione che c’è troppa frociaggine nei seminari e che gli omosessuali non dovrebbero essere ordinati.

A parte, ovviamente, il contesto. Come può il contesto aiutarci a quadrare un cerchio problematico?

In origine si trattava semplicemente di un’osservazione spontanea rivolta ai giornalisti in aereo. Ma la frase è entrata nella coscienza politica e culturale contemporanea sviluppando una vita propria, con un impatto tale che la conversazione che l’ha fatta nascere viene spesso dimenticata o ignorata.

Si trattava infatti di una risposta a uno scandalo emerso in seguito a voci sulla vita privata di un sacerdote cattolico scandalosamente attivo dal punto di vista sessuale. L’uomo al centro dello scandalo era Mons. Battista Ricca, che aveva avuto una relazione con un altro uomo – la cui “intimità” era “così aperta da scandalizzare numerosi vescovi, sacerdoti e laici” dell’Uruguay, dove aveva prestato servizio nella nunziatura dal 1999 al 2004.

La sua vita privata e sessuale era così pubblicamente provocatoria da suscitare indignazione, prima in Uruguay e poi a Roma dopo il suo trasferimento.

I fatti erano stati documentati dal giornalista Sandro Magister su L’Espresso. I dettagli dello scandalo dimostrano perché la vicenda abbia avuto una tale notorietà.

Magister documentò all’epoca: “L’intimità dei rapporti tra Ricca e (il suo amante) Patrick Haari era così palese da scandalizzare numerosi vescovi, sacerdoti e laici di quel piccolo Paese sudamericano, non ultime le suore che si occupavano della nunziatura.

Anche il nuovo nunzio, il polacco Janusz Bolonek, arrivato a Montevideo all’inizio del 2000, trovò intollerabile quel ménage e ne informò le autorità vaticane, insistendo ripetutamente con Haari affinché se ne andasse. Ma inutilmente, visti i suoi legami con Ricca.

All’inizio del 2001 anche Ricca finì nei guai per la sua condotta sconsiderata. Un giorno, recatosi come altre volte – nonostante gli avvertimenti ricevuti – a Bulevar Artigas, in un luogo di ritrovo per omosessuali, fu picchiato e dovette chiamare alcuni sacerdoti per farsi riportare in nunziatura, con il volto tumefatto.

Nell’agosto del 2001, un’altra disavventura. Nel cuore della notte l’ascensore della nunziatura si bloccò e al mattino presto dovettero intervenire i pompieri. Trovarono intrappolato nella cabina, insieme a Mons. Ricca, un giovane che fu identificato dalle autorità di polizia…”.

Sorprendentemente, in seguito è stato promosso a una posizione in Vaticano, servendo come segretario alle riunioni della commissione cardinalizia sulla Banca Vaticana con l’espressa approvazione di Papa Francesco.

La relazione ha riservato una sorpresa scioccante dopo l’altra. L’amante gay di Ricca ha chiesto che i suoi bagagli venissero inoltrati al nuovo alloggio in Vaticano dopo la sua nomina per via diplomatica, ma è sorto un problema.

“Una volta aperto il bagaglio per sbarazzarsi del suo contenuto – come deciso dal nunzio Bolonek – vi è stata trovata una pistola, che è stata consegnata alle autorità uruguaiane, e oltre agli effetti personali, un’enorme quantità di preservativi e materiale pornografico”.

Dopo che Magister ha esposto gli scandali del passato di Ricca, è emerso che per coprire il comportamento passato di Ricca e per soddisfare la procedura di selezione che non c’erano ragioni contro la sua nomina, il suo passato era stato oggetto di un insabbiamento in Vaticano da parte di quella che è stata descritta come la “lobby gay”.

Come spesso accade, l’insabbiamento si è rivelato un problema ancor più grave del comportamento scandaloso di un prete gay rampante.

La domanda posta al Papa sull’aereo non riguardava solo la nomina di Mons. Ricca, ma anche la presunta copertura da parte della lobby gay.

Al Papa è stato chiesto di affrontare l’insabbiamento in Vaticano.

E fu questo che portò alla sua risposta che conteneva il famoso o famigerato “chi sono io per giudicare”.

Vale la pena di registrare esattamente le sue parole.

“Poi, lei ha parlato della lobby gay. Si scrive tanto sulla lobby gay. In Vaticano non ho ancora trovato nessuno che abbia una carta d’identità con la scritta ‘gay’. Dicono che ci sono. Credo che quando si ha a che fare con una persona del genere, si debba distinguere tra il fatto che una persona sia gay e il fatto che qualcuno formi una lobby, perché non tutte le lobby sono buone. Questa non lo è. Se qualcuno è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarlo? Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo spiega in modo bellissimo, dicendo… aspetta un attimo, come lo dice… dice: ‘nessuno deve emarginare queste persone per questo, devono essere integrate nella società'”.

Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli e sorelle gli uni degli altri, e c’è questo e c’è quello. Il problema è fare di questa tendenza una lobby: una lobby di miserabili, una lobby di politici, una lobby di massoni, tante lobby. Per me questo è il problema più grande. La ringrazio molto per aver posto questa domanda. Molte grazie”.

La questione più grave è che Papa Francesco ha rifiutato di riconoscere l’esistenza di una lobby gay quando gli è stato chiesto.

Da allora la “mafia lavanda”, come viene spesso chiamata, è emersa come una forza con cui fare i conti ai più alti livelli della Chiesa. In effetti, una delle ombre più gravi su questo papato è la protezione di molestatori di bambini omosessuali tra i più alti esponenti del Vaticano.

La seconda è che, comunque si voglia descrivere Mons. Ricca, sarebbe generoso dire che era una persona “gay, in cerca del Signore e di buona volontà”.

Eppure, da questo doppio travisamento è nata una frase che è stata ripresa e ha fatto il giro del mondo con una risonanza che è durata anni, fino alla settimana scorsa.

Questa settimana il blogger conservatore Mario Andinolfi ha dato sfogo alla sua frustrazione per il modo in cui questa singola frase è stata usata dai media per aumentare la tensione sui dibattiti sulla sessualità.

Ha scritto: “Ormai emarginato nella Chiesa progressista di Francesco, non so quante volte (sono stato) attaccato con epiteti molto negativi, sventolandomi in faccia la frase del Papa “Chi sono io per giudicare?” del luglio 2013.

“In tutti quei dibattiti televisivi, ho chiesto a tutti di ascoltare l’intero minuto della dichiarazione papale, non di distorcerla ascoltando solo il frammento di 10 secondi usato per strumentalizzarla. Ho passato 10 anni negli studi televisivi [italiani] ad essere descritto come il ‘cattolico omofobo ratzingeriano'”.

Andolfini prosegue elogiando Papa Francesco per la sua franchezza “anche se è stata una franchezza ‘incauta’ – con i vescovi italiani, nel parlare negativamente dell’ammissione degli omosessuali al seminario”.

Lamentando che i media di sinistra abbiano sfruttato il Papa esclusivamente come icona del cambiamento, si è chiesto: “Chissà cosa dirà oggi di Francesco, non capendo che la Chiesa cattolica è l’unica fonte di luce in un’Italia oscurata dal loro feroce conformismo che ora finge di scandalizzarsi per una parola schietta usata dal Papa in un incontro a porte chiuse per spiegare che come cattolici abbracciamo tutti, ma non ci rassegniamo al dilagare del peccato che chiamiamo con il suo nome. Viva le parole inopportune del Papa, viva la noncuranza di Francesco”.

Andinolfi ci ricorda che la lobby gay non esiste solo all’interno del Vaticano, ma domina anche i media e la cultura occidentale.

Ha citato Massimo Gramellini sulla prima pagina del Corriere della Sera che mette alla berlina Papa Francesco, paragonandolo a un rozzo “wrestler”, umiliandolo chiedendo che Bombolo [comico italiano morto nel 1987] “interceda per lui” dal cielo, e conclude: “È incredibile cosa ti succede se offendi la lobby dell’arcobaleno.

“In un attimo ti trasformi in concime su cui si può sputare liberamente, anche se per 10 anni ti hanno innalzato a punto di riferimento assoluto. Chi tocca quel filo scoperto [quell’argomento] si fulmina… sempre”.

Ciò su cui potremmo voler riflettere, sulla scia delle turbolenze che hanno seguito la franchezza di Papa Francesco, è il riconoscimento che ciò che abbiamo preso per un secolarismo razionale con cui si può negoziare nella nostra cultura sempre più progressista, potrebbe invece essere un ritorno a un paganesimo più oscuro con visioni radicalmente e intensamente opposte alla fede cattolica.

Se la fraseologia franca di Papa Francesco ha gettato una luce sulla situazione che la Chiesa si trova ad affrontare, è forse per dimostrare che il compito di convertire una cultura secolare in decadenza è più radicale di quanto si sapesse.

Gavin Ashenden

 


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