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Domenica XVI del Tempo Ordinario (Anno C)

(Gn 18,1-10; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42)

 

di Alberto Strumia

 

Le letture della liturgia di questa domenica ci introducono, ciascuna, ad un contenuto centrale della nostra fede, che va tenuto ben presente, insieme agli altri, per mantenere un equilibrio perfetto tra le dimensioni di una vita cristiana consapevole e ben vissuta. Dimenticare anche solo uno di questi tre contenuti, per accentuarne solo uno non aiuta e può spingere anche a deviazioni che sono più ideologiche che cristiane. Vediamo di lasciarci guidare da ciascuna delle letture, una dopo l’altra.

– La Trinità e l’incontro della libertà di Dio e della libertà dell’uomo. Nella prima lettura l’Antico Testamento, già dal libro della Genesi (l’arrivo di Abramo nella terra di Canaan è datato a circa 1850 anni prima di Cristo), Dio si “rivela”, quasi con timida delicatezza, come Trinità. È il primo accenno velato alla natura trinitaria di Dio che, nel Vangelo, Gesù svelerà pienamente parlando, con “normalità” di Dio come Padre, di sé stesso come del Figlio e dello Spirito Santo come terza Persona, dando così pieno compimento alla Rivelazione storica di Dio all’umanità.

È significativo, dal punto di vista dottrinale e teologico che l’autore sacro, evidentemente ispirato, riporti il rivolgersi di Abramo ai tre misteriosi personaggi («tre uomini stavano in piedi presso di lui»), come ad un unico interlocutore («Mio signore»). I tre sono ben distinti come singole persone, ma sono una cosa sola, una sola natura divina, una sola sostanza. Lo si sarà capito bene, dopo le parole di Gesù, circa duemila anni dopo Abramo e dopo i Concili dei primi secoli della Chiesa.

Ma oltre all’iniziare a rivelarsi di Dio come Trinità di Persone in una sola natura/sostanza, si rivela la volontà di Dio di coinvolgere la libera volontà dell’uomo a collaborare fattivamente con la Volontà di Dio. Quasi che Dio intenda “delegare”, in parte, la Sua Volontà alla volontà dell’uomo che intende assecondarla («Quelli dissero: “Fa’ pure come hai detto”»). Solo un Dio Onnipotente può permettersi, senza timore, di “rischiare” tanto…

– Un frammento della Croce di Cristo affidato all’uomo, perché collabori a manifestare la Redenzione. Nella seconda lettura l’Apostolo Paolo registra nella sua stessa vita personale il dato di fatto di questa Onnipotenza di Dio che ha il coraggio di affidare a lui – come del resto ad ogni cristiano dopo di lui – un frammento della Sua Croce («dò compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne»), cioè della manifestazione della Sua opera di riparazione/restituzione all’uomo della “giustizia originale” infranta con la decisione dell’uomo/umanità di darsi delle leggi di vita alternative a quelle immesse in lui da Dio Creatore (è il “peccato originale”).

Errore che oggi viene replicato fino alle estreme conseguenze con il disprezzo teorizzato e praticato dei Comandamenti, ogni volta che si disprezza Dio, lo si sostituisce idolatricamente con le creature (natura, animali ambiente, pretestuosamente divinizzati), si uccide, si offende, si manipola la persona umana e la si deruba della proprietà che le è affidata perché governi bene le cose.

Paolo sa che le sue sofferenze (fisiche e morali) sono come un frammento della Croce di Cristo, che il Signore ha voluto affidargli per renderlo, in certo modo, partecipe del piano della Redenzione, della riparazione della “giustizia originale”. Ciò che ci tocca patire, in questa vita terrena, a causa del peccato originale, della perdita del “giusto modo” di rapporto con Dio Creatore, è interamente a carico nostro personale, ed è “reso utile” per il bene dell’umanità intera, perché Cristo lo ha già preso nella Sua Croce riparatrice. Paolo lo ha capito così bene da riuscire ad arrivare a dire: «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi». È pazzesco! Ma è talmente vero che dà senso a tutto quello che ci tocca in sorte di dover affrontare nella vita.

– I frutti di una vita divenuta buona. Il salmo responsoriale non fa altro che decantare i frutti di una vita che diventa “buona” quando è vissuta assecondando la “legge di natura” che Dio Creatore ha immesso nell’uomo e in tutta la realtà delle cose create: «Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia […] non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino». Oggi si fa sistematicamente il contrario, mettendo l’uomo al posto di Dio, come sostituto di Dio invece che come collaboratore di Dio Creatore. Ed è per questo che le cose smettono di funzionare e tutto si rivolta contro l’uomo. Ma quasi tutti sembrano fermarsi ad un livello troppo superficiale di analisi delle contraddizioni e non approdano mai al cuore del problema.

– La centralità di Cristo dà valore a tutto il resto: dimenticarlo vanifica “il fare”. Nel Vangelo, infine troviamo Gesù che insegna “la lezione” che gli uomini e i credenti di oggi devono imparare e che persino nella Chiesa sembra, da molti, essere non solo stata dimenticata, ma sostituita con l’insegnamento contrario. Come Marta, nella Chiesa dei nostri anni, si punta tutto sull’attivismo, su un “sociale” che si occupa più della materialità della vita che della presenza reale di Cristo e parla d’altro invece di annunciarlo, dimenticandosi della Sua natura divina («Marta invece era distolta per i molti servizi»). Non che non si debba fare ciò che c’è bisogno di fare, ma tutto deve essere per Cristo, con Cristo e in Cristo («Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta»).

Diversamente si finisce per essere noi a dare ordini al Signore, pretendendo di insegnargli quello che deve fare («Signore non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti»). Marta, con il tempo imparerà («Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà”», Gv 11,21) e ci dobbiamo augurare, anzi dobbiamo pregare, perché anche nella Chiesa, di oggi, come accadde a Marta, si impari a mettere al centro Cristo (Allora disse Marta: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo», Gv 11,27). Diversamente si finisce per tornare pagani («Non fanno così anche i pagani?», Mt 5,47).

E oggi il paganesimo è tornato ad essere dominante, con il culto naturalistico di ciò che non è più concepito come “la Creazione”, ma come una sorta di divinità materialisticamente intesa. Ma questa “idolatria” non salva l’uomo!

Tutto si deve fare, e lo si può fare bene, se Cristo è riconosciuto cone centro e fondamento di ciò che siamo e facciamo («Cristo è il centro del cosmo e della storia», Redemptor hominis, n. 1).

Lo aveva bene interiorizzato e vissuto in ogni istante Maria, la Madre di Dio e della Chiesa. Ed è a lei che tendiamo la mano perché, con noi, risollevi l’umanità intera riportando ogni essere umano, ad incominciare da ogni cristiano, a riconoscere e ritrovare la propria dignità:

«Riconosci, cristiano la tua dignità, e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare all’abiezione di un tempo con una condotta indegna. Ricordati chi è il tuo Capo e di quale Corpo sei membro. Ricordati che, strappato al potere delle tenebre, sei stato trasferito nella luce del Regno di Dio. Con il Sacramento del Battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il Sangue di Cristo» (San Leone Magno, Discorso sul Natale).

 

Bologna, 17 luglio 2022

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari.

 


 

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