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di Kiara Tommasiello

 

Approfittando della vacanze di Natale, dei vari coprifuoco e quindi della presenza di figli e marito, ho finalmente visto la versione cinematografica integrale sia di The Hobbit, che di questo capolavoro assoluto della letteratura inglese che è The Lord of the Rings (e so bene di arrivare in ritardo clamoroso rispetto a quasi tutti gli appassionati di narrativa, nonché agli utenti minimamente cinefili di tutti i social a livello mondiale, ma tant’è). Comunque, insomma, l’ho visto e quando sono arrivati i titoli di coda e, ancora, le note struggenti della colonna sonora, avrei pianto senza ritegno…con addosso quella nostalgia di infinito e di eternità che sono certa di aver provato (simile, naturalmente, non uguale) solo ogni volta che, dopo aver partorito, mi portavano via l’adorabile creaturina per sistemarla, così mi dicevano, salvo poi riportarmela il giorno dopo. E a quei tempi non c’era il rooming-in, quindi, anche da restituita, la creaturina era solo in prestito temporaneo…(nel senso che fintantoché stavamo lì era un anda e rianda, poi però li sempre riportati a casa eh…) e la nostalgia, un’indescrivibile nostalgia, era l’emozione primaria. Nostalgia di un amore senza pari che mi aveva ormai catturata, presa senza poter più risparmiare nulla di me stessa, eppure che sapevo non avrei mai potuto prendere, né afferrare, un amore cui appartenevo ma che non sarebbe mai stato mio.

Cosa c’entra questo con il Signore degli anelli e con la scena che ho condiviso? C’entra eccome, tantissimo. Guardando quel film (che anche per quanto è lungo fa pensare all’eternità, ma non è questo il punto), mi sono passati davanti in tutta la loro potenza i più grandi sentimenti e le emozioni più forti dell’essere umano: il coraggio, la forza, l’umiltà, la fedeltà, l’onore, l’amore e l’amicizia, la lotta contro il male che è in noi e fuori di noi, la purezza del sentire contro il desiderio di possedere, la speranza, lo stupore, la fede e la fiducia. E proprio a proposito di fede e fiducia, quando Gandalf dice a Peregrino Tuc perché non deve aver paura di morire, quando con tutta la ferma dolcezza di cui è capace chi crede davvero, gli svela che la morte non è la fine, glielo dice come uno che lo sa perché lo ha toccato con mano, lo ha visto, come in un’esperienza di amore puro, dove non c’è niente da afferrare perché sei tu ad essere preso e non puoi non crederci perché ti prende tutto, non risparmia niente di te. E’ fede ma lo è proprio come dovrebbe essere la fede: io non te lo posso dimostrare quello che ti sto dicendo, sembra dire il vegliardo con il bastone, ma tu lo puoi vedere comunque nelle mie parole perché l’ho udito, toccato e visto. E Gandalf non ha permesso che la visione di tanta bellezza se ne andasse. Credo che l’abbia trattenuta grazie alla nostalgia di quegli infiniti spazi senza tempo e senza luogo, che abbia guarito la paura di morire di Pipino, che poi è anche la nostra più grande paura, lasciando che a parlare fosse proprio l’esperienza di quell’Amore così forte da toccare anche la sua carne, come si vede nel suo sguardo, quell’amore dal quale ognuno di noi proviene, di cui e per cui siamo fatti.

E allora mi chiedo, in questi tempi mortiferi, scoraggiati, confusi, malati, in questa cortina di pioggia continua e fredda, chi se non chi ha incontrato davvero il Cristo può rincuorare gli smarriti di cuore, facendo intravedere “le bianche sponde e al di là di queste, un verde paesaggio, sotto una lesta aurora”? come tacere proprio ora, noi che quell’Amore lo vediamo, lo tocchiamo, ce ne nutriamo nel corpo e nell’anima e lo udiamo parlare ogni volta che partecipiamo al grande banchetto eucaristico? Come abbandonare una guerra feroce e infida ma che al fondo sappiamo essere stata già vinta, già bagnata e redenta dal sangue di Dio?    

Ma soprattutto e infine, come pensare, così prossimi al ritorno del Re, di avere ancora tempo in abbondanza, tempo di grazia da sprecare?

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