Dana Gioia, poeta e scrittore

Dana Gioia, poeta e scrittore

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

In Can Poetry Matter? (1991), il poeta Dana Gioia (1950-) si chiede se sia possibile, anche in tempi difficili, scrivere o a leggere poesia. Stando a Gioia, che considera l’oggetto della poesia «l’intera esistenza umana», sembrerebbe di sì, ma la migliore spiegazione della scelta del poeta californiano si legge non nel suo notevole saggio, quanto nelle sue poesie, sulle quali voglio brevemente soffermarmi, per presentarne al lettore alcuni temi.

È bene sgomberare il campo da un equivoco: benché improntata a forme chiaramente classicheggianti e pur perseguendo la piacevole linearità dei versi del movimento letterario del New Formalism, quella di Gioia non è una poesia dal tono rassicurante, perché popolata da presenze silenziose e un po’ inquietanti, ma non pericolose, in quanto non attraversata dal nichilismo senza speranze dell’arte contemporanea: «Eco della torre dell’orologio, passo /nel vicolo, spazzato/dal vento che setaccia le foglie» (Prayer, 1991).

Janet McCann ha definito Gioia «un poeta metafisico contemporaneo»; tuttavia, l’aggettivo «metafisico» non va inteso in senso filosofico o soprannaturale ma, più sottilmente, come «qualcosa che è al di là del senso ovvio e della suggestione ovvia di un argomento», secondo la poetica di John Donne (1572-1640). Come le sue poesie «divine», ammirate anche da lettori non protestanti, pure quelle di Gioia non sono religiose nel senso tradizionale della parola, in quanto non traggono ispirazione dalla pompa o dalla mera devozione, ma sviluppano i principali luoghi della teologia cattolica, come l’uso sacramentale dei simboli, il ruolo redentivo della sofferenza, la correlazione fra sacro e profano e fra verità e bellezza.

Perciò, la poesia di Gioia è anche «sacramentale»: la spiegazione metafisica della realtà, cioè, sta sotto ciò che è umile e apparentemente poco importante in un’epoca di secolarismo, proprio come i segni fisici, a volte legati alla tradizione, rimandano a una presenza spirituale: l’annuncio di un matrimonio, la celebrazione di un battesimo, la sepoltura di una persona cara; momenti che scandiscono la vita degli uomini, ma che alludono alla presenza di Dio.

Planting a Sequoia (1991), dedicata al figlioletto Michael Jasper, morto fra le sue braccia prima di Natale ad appena quattro mesi, illustra che cosa Gioia intenda. Attraverso il rito di piantare un albero, di tradizione famigliare, in memoria del bimbo, il poeta non esprime solo il dolore per la sua precoce scomparsa, ma ne ricorda la presenza sempre viva e l’amore che lo ha generato, anche «quando la nostra famiglia non c’è più, tutti i suoi non ancora nati [sono] morti, /ogni nipotina e nipotino sparpagliati, la casa abbattuta, /la bellezza della mamma cenere nell’aria». Dopo, Gioia confessò di aver imparato ad apprezzare il grande dono della vita, e di essere diventato differente: più umile, gentile e paziente, di essersi aperto alla grazia.

Gioia si iscrive così nella tradizione dei grandi scrittori cattolici di lingua inglese, primi fra tutti Graham Greene (1904-1991) e Flannery O’Connor (1925-1964), per i quali il mondo è un mistero dove Dio ci aspetta, nascondendosi al cuore di esso, in opposizione allo spiritualismo orientaleggiante e psichedelico dei poeti beat, poco amati da Flannery O’Connor («i roboanti scrittori di San Francisco») come da Gioia (The «Fallen Western Star». The Decline of San Francisco as a Literary Region, 1999-2000).

Avendo separato in modo manicheo la realtà spirituale dai fatti materiali, secondo Flannery O’Connor, lo scrittore moderno non è più capace di cogliere Dio sacramentalmente nella creazione, come insegnavano invece S. Tommaso d’Aquino (1225-1274), per il quale tutte le cose nel mondo sensibile sono segno di qualcosa di sacro e, pertanto, in un certo senso, «sacramento», anche se non cause della nostra santificazione come i sette sacramenti e, più modernamente, Blaise Pascal (1623-1662), convinto che le prove metafisiche dei filosofi potessero rivelare al massimo un Essere metafisico assoluto, ma non il Dio vivente, quello di Abramo e dei cristiani, cui si rivolge l’interiorità umana che aspira alla salvezza.

Per conoscerLo, dopo il peccato originale, deve verificarsi però una  novità: Egli deve, cioè, rivelarsi all’uomo, perché, da allora, Dio si nasconde nella natura: «Veramente tu sei un Dio nascosto,/
Dio di Israele, salvatore» (Is 45, 15). Secondo Pascal, nell’ordine naturale la verità deve passare attraverso la ragione, mentre in quello soprannaturale attraverso la volontà ma, avendo l’uomo sovvertito quest’ordine, lasciando prevalere nell’ordine naturale la volontà, corrotta dal piacere, allora Dio è costretto a trasmettere le verità della religione solo dopo aver domato la ribellione della volontà con una dolcezza del tutto celeste che la seduce e la trascina, ovvero la grazia di Gesù Cristo.

Attenta lettrice di S. Tommaso e di Pascal, Flannery O’Connor si convince che la grazia si comunichi all’uomo nella sua realtà naturale, perché si trasformi e si realizzi pienamente, attraverso un gesto «assolutamente giusto, eppure assolutamente inatteso (…) che in qualche modo stabilisca il contatto con il mistero (…) una situazione estrema che meglio rivela quel che siamo in sostanza»: la violenza,  qualcosa di inaudito per il moderno sentimentalismo, ma che nella storia della salvezza è tradizionalmente al servizio della diffusione della grazia, giacché, come ricorda la scrittrice della Georgia, «La violenza è una forza che si può usare a fin di bene o a fin di male e tra le cose che conquista c’è il regno dei cieli» (Mt 11, 12).

Niente di nuovo: non comincia forse il viaggio di conversione alla grazia di Dante Alighieri (1265-1321) con la discesa agli Inferi e la conoscenza della natura del male in tutte le sue forme? Siamo però convinti, si chiede ancora Flannery O’Connor, che facendo lo stesso «in un’epoca che dubita dei fatti come dei valori, trascinata da una parte all’altra da ideali effimeri», si ottenga il medesimo risultato raggiunto da Dante nella sua epoca? Evidentemente sì, secondo i grandi scrittori cattolici di lingua inglese del secolo scorso e anche Gioia è d’accordo, come si vede in The Homecoming (1991), un poema teologico sulla natura del male e sul libero arbitrio che, di fronte alla scelta del peccato, porta il giovanissimo protagonista a rifiutare la grazia e a commettere il più terribile dei crimini.

La poesia allora «conta», secondo i versi di Gioia, perché è il segno temporale di qualcosa di più profondo: la via che la verità divina sceglie per rivelarsi, anche se in modo indiretto e all’inizio indecifrabile, nelle cose di questo mondo, dando ad esse un significato che trascende il loro orizzonte, «un momento (…) nel quale si può avvertire la presenza della grazia in attesa di essere accettata o rifiutata», scrive sempre Flannery O’Connor: «una discesa attraverso l’oscurità del familiare in un mondo dove, come il cieco guarito nel Vangelo [Mc 8, 24], [il romanziere] vedrà gli uomini come fossero alberi, alberi che camminano. È l’inizio della visione».

 

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Di seguito il discorso che Dana Gioia tenne, non privo di ironia, quando vinse la medaglia Laetare da parte dell’Università cattolica di Notre Dame. ;a Laetare Medal è il massimo riconoscimento per un cattolico americano. L’ha avuta pure Biden seppur fra mille proteste. Qui la trascrizione del discorso.

 

(se il video non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

 

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