Un articolo di Dominique de la Barre pubblicato sul blog Le Temps, tradotto per noi da Elisa Brighenti. 

 

San Martino di Tours Formella in marmo policromo (Cappella del Crocifisso – Chiesa di San Martino, Venezia)

San Martino di Tours Formella in marmo policromo (Cappella del Crocifisso – Chiesa di San Martino, Venezia)

 

Mentre oggi, 11 novembre, il re del Belgio depone una corona di fiori ai piedi del milite ignoto e gli scolari di Francia e Belgio si rallegrano per un giorno  di riposo in memoria di un armistizio celebrato come una vittoria, in altri paesi europei è semplicemente il giorno di San Martino.

Figlio di un alto funzionario dell’amministrazione militare romana, che gli valse il suo nome, quello dedicato a Marte, il dio della guerra, Martino nacque nel IV secolo d.C. nella provincia romana della Pannonia, l’attuale Ungheria; è poi cresciuto a Pavia, allora conosciuta come Ticinum. Egli stesso militare, Martino verrà promosso al rango di guardiano, la cui funzione era di condurre i pattugliamenti notturni e di ispezionare i posti di guardia.

 

Terra di sangue

 

Inviato in missione d’ispezione in Gallia intorno al 350 d.C., egli imbocca la futura Via Francigena, attraversa le Alpi a Mont Jovis, che ancora non aveva il nome di Gran San Bernardo e si ferma in Vallese, luogo in cui qualche anno prima San Maurizio e i suoi compagni erano stati martirizzati. Arrivato a Vérolier, il luogo della tortura, ottiene, durante una visione, la rivelazione del luogo preciso in cui San Maurizio era caduto a terra. Da militare quale era, affonda la sua spada nel campo di Vérolier da cui sgorga sangue; appare al suo cospetto un angelo, che gli presenta una brocca perché il sangue venga raccolto, brocca che è ora conservata tra i tesori dell’abbazia.

 

L’episodio del cappotto

 

Proseguendo il suo cammino, raggiunge Samarobriva, che oggi si chiama Amiens, dove avviene l’episodio che avrebbe cambiato la sua vita e la cui iconografia ne conserverà intatta la memoria. Una sera dunque, mentre faceva la ronda, Martino vide un mendicante che giaceva mezzo nudo sul ciglio della strada. Impietositosi, tagliò a metà con la spada il suo cappotto da militare e con questa metà coprì il mendicante. Direte, perché solo la metà? Forse Martino era come ognuno di noi, quando cerchiamo nelle tasche una piccola moneta piuttosto che offrire un contributo più sostanzioso? No, perché gli ufficiali romani erano tenuti a finanziare da sé la metà del costo delle loro attrezzature, mentre all’altra metà provvedeva lo Stato. Martino ha quindi dato ai poveri l’intera metà di ciò che gli apparteneva e di cui poteva disporre, mentre sentiva di non avere il diritto di fare lo stesso con la parte dello Stato.

L’immagine di San Martino che condivide il suo mantello ha lasciato una traccia indelebile nella pittura, nella scultura e nell’architettura europea: appare sulla facciata del Duomo di Lucca, mentre Breughel, El Greco e Van Dijck sono tra i tanti pittori che hanno affrontato questo tema.

 

L’origine della parola “cappella”.

 

È così che Martino si stabilì in Gallia e divenne il vescovo di Tours. Ma la storia non finisce qui perché, quando Martino morì, ai suoi contemporanei fu immediatamente chiaro che avevano avuto a che fare con un santo. Dove si trovava l’altra metà del cappotto, non quello dato al povero, ma quello che l’ufficiale avrebbe dovuto riconsegnare alla direzione? Ora, il termine latino con cui venivano indicati i mantelli corti indossati dagli ufficiali dell’esercito imperiale era “capella”. Questo mezzo mantello, ora elevato al rango di reliquia, fu custodito in un edificio eretto a questo scopo e chiamato “cappella”, mentre coloro che si sarebbero occupati della sua cura sarebbero stati detti “cappellani”.

Pensiamoci: una cappella non è una piccola chiesa, è un luogo che ricorda il segno di un gesto di aiuto di un soldato romano nei confronti di un senzatetto del IV secolo, al quale tutte le cappelle d’Europa devono il loro nome. Ma l’eredità di Martino non si limita allo spazio fisico di una struttura architettonica, anzi si estende allo spazio culturale, sotto forma di cappelle musicali, come quella di Dresda, o nella musica di Haydn, Kapellmeister del principe Esterházy.

 

Un santo popolare

 

Oggi Martino è il nome più diffuso nella toponomastica europea: si estende da Saint Martin in the Fields a Londra, all’Abbazia di Pannonhalma in Ungheria, dedicata al santo. Tra i due, una serie numerosa di villaggi portano il suo nome, conservando le numerose tradizioni legate alla figura del santo: le oche di San Martino, i maiali del Giura, i croissant che si usano mangiare oggi a Poznań in Polonia.

Inoltre, il santo ha lasciato la sua impronta su innumerevoli persone che hanno segnato la storia dell’Europa: Martino V, il Papa del Concilio di Costanza e fondatore dell’Università di Lovanio, alma mater di La Ligne Claire, Martin Lutero, Martin Heidegger, Simone Martini, Martin Bodmer che ci ha lasciato la sua fondazione, il povero Martin pauvre misère de Brassens, Martini e Rossi même.

Per quanto riguarda i bambini delle scuole tedesche, oggi non avranno occasione di fare festa. Ma quella sera, in Renania soprattutto, ma anche nei paesi  di lingua tedesca, sarebbero usciti in processione sotto la luce dei lampioni dei loro quartieri, nel pieno del Martinsumzug, cantando “Lanternen, Lanternen” in ricordo di questo grande santo, grande in quanto caritatevole.

 

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