Van-Gogh-Cielo-stellato

 

VII domenica del tempo ordinario – Anno C – 23 febbraio 2025

1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; 1Cor 15,45-49; Lc 6, 27-38

 

di don Ambrogio Clavadei

 

“Come è bello il mondo e come è grande Dio!”, così disse una mattina all’alba la mamma di don Luigi Giussani recandosi con lui alla prima messa, e molte volte quel suo bambino, diventato grande e sacerdote, lo ha ricordato con commozione. Questo santo sacerdote lo abbiamo appena ricordato commossi nel ventennale della sua morte.

Sì, il mondo è bello ma perché è grande Dio, è grande perché lo ha creato come cosmo armoniosamente ordinato e, soprattutto, quando questo cosmo è diventato un caos a motivo del peccato, lo ha riscattato da ogni sua bruttura, ricostituendolo in prospettiva ancora più bello, chiamandoci poi a partecipare di questa sua opera redentrice. Più si riconosce con stupore all’alba di ogni nostro giorno questa grandezza di Dio, più la nostra umanità appartiene a questa sua misura di bellezza che non ha misura e che, unica, corrisponde all’infinità creata del nostro cuore, così che l’affermazione finale e sintetica del vangelo di oggi: “con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”, più viene accettata, accettando che sia l’incommensurabilità di Dio a misurarci, più fa sì che in me e fuori di me si dilati lo spazio di questa sua meravigliosa opera ricreatrice.

Così pregava san Paolo per i suoi Efesini: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 17-19). È questa quadruplice spazialità divino umana dell’amore infinito di Cristo a costituire il metro della nostra vita.

Ma come è difficile acconsentire a questa proposta di insuperabile pienezza che Dio ci offre in sé e nel suo agire per noi e che – sola – corrisponde a quel desiderio d’infinito che il nostro cuore porta dentro di sé! Anzi, alla fine, ci si accorge che è impossibile, e la nostra vita quotidiana è piena della testimonianza di tutte quelle piccinerie grandi o piccole con cui continuamente smentiamo ciò che dovremmo desiderare, restando di fatto dei piccoli uomini, invece che diventare dei giganti, tagliando e ripartendo realtà e rapporti secondo, appunto, le nostre misure. Tutto viene filtrato dalla griglia dei nostri pregiudizi, ingabbiato dalla rete dei nostri schemi, tranciato dalle nostre parziali preferenze.  Altro che amare i nostri nemici!

Ed anche là dove lo slancio del cuore attinge a tutta la sua generosità, prima o poi è costretto al freno; l’uomo “tratto dalla terra” – dice san Paolo – “è fatto di terra”; la nostra natura porta in sé la sempre incombente fragilità del peccato: il re Davide, che pure risparmiò per sacro timore la vita a Saul, sul suo letto di morte raccomanderà cinicamente al figlio Salomone di eliminare senza complimenti chi gli si era mostrato avverso (cfr. 1 Re 2, 5-9).

Ma proprio là dove il cuore sperimenta la delusione quotidiana del proprio slancio, ogni volta si ripresenta lo slancio immancabile di Cristo. Nella nostra terra morta, dove tutto è misura e letto di Procuste penetra sempre ogni volta, se lo lasciamo agire, colui che, risorto senza misura, si ripropone come autentica misura della nostra vita. Così come è entrato nel grembo delimitato di una donna, entra nel grembo quotidiano del nostro piccolo cuore di uomini, entra nel nostro pensiero e nel nostro gesto raccorciato, per darci la possibilità di farli rinascere e crescere fino ai confini di quella sua misura sconfinata che si chiama misericordia, amore che tutto perdona: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”. Solo questo ponte paternamente costruito supera il baratro profondo scavato dalla nostra limitata misura.

Se accettiamo di percorrerlo non che il nostro vivere diventi improvvisamente e magicamente grandissimo (certo col tempo può accadere anche questo, e i Santi ne sono la testimonianza vivente); la cosa decisiva è invece che la nostra misura, la pesantezza schiacciante della nostra piccineria, ogni volta può essere ribaltata dal perdono di Cristo, così come lo fu una volta per tutte la pietra rovesciata del suo sepolcro.

Di conseguenza, se viviamo nella misura della misericordia, tutto diventa suscettibile di abbraccio e di possesso, perché il gesto aperto al perdono brucia alla radice ogni limitato moralismo, anche se generoso. Ma è meglio dire che il moralismo alla fine si mostra sempre ingeneroso, proprio perché non si affida alla misura della pietà di Dio, ma solo alla propria. Il moralismo, il buonismo, alla fine – proprio come Davide con i suoi nemici – si mostra senza pietà, anche quando sembra essere massimamente pietoso, perché alla fine non ce la fa più e facilmente questa sorta di amore diventa indifferenza, detestazione o addirittura odio là dove non trova corrispondenza, mentre la vera carità basta a se stessa.

Ma come attingere ogni giorno questa misura infinita del perdono di Cristo che dilata la nostra vita e la compie nel suo destino? Come avviene il passaggio a quest’altra misura? Là dove essa accetta il sacrificio di essere raggiunta da quella misura umana che Dio ha scelto per dilatarci. Dove accetta di essere raggiunta dalla compagnia cristiana, intesa come regola e misura vera della vita. È scandaloso ma vero. Infatti la compagnia cristiana è sì nelle sue membra inevitabilmente limitata, fatta anch’essa di terra, così da apparire angusta nel suo primo impatto, ma nel suo cuore più vero essa è il segno illimitato attraverso cui il Dio infinito si commisura con noi. Se allora questa sorta di scandaloso paradosso viene accettato, esso ci dilata infinitamente: “sforzatevi di entrare per la porta stretta” (Lc 13, 24) ha detto il Signore. Ricordiamo bene questa “strana” modalità di Dio in un tempo come il nostro dove emergono dolorosamente i vasti limiti di certa compagine ecclesiale! 

È infatti la Chiesa e non altro il metodo che Dio ha scelto per condurre a maturità il mondo. E poiché questa dilatazione per avvenire ha dovuto assumere inevitabilmente la misura angusta della Croce, ecco che la partecipazione ad essa, la più dolorosa, sta proprio nell’accettare di permanere con pazienza (ma non certo con acquiescenza) dentro i limiti di quella compagnia che Dio ha scelto per farci partecipare al suo infinito.

La misura infinita di Dio in Cristo è la misura infinita della Croce che, pure, sembra un nulla: “Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Lì amò con la sua Croce sino a quella fine che non ha fine: “Tutto è compiuto” (Gv 19, 30). Proprio là dove tutta la nostra orribile piccineria ha racchiuso Cristo nei confini infimi del nostro peccato, è avvenuto il miracolo della nostra dilatazione. Proprio là sulla Croce infatti Dio ha fatto compiutamente misericordia. Così allora anche l’inevitabile croce quotidiana che in qualche modo ci tocca dentro il limite di coloro che come nostri prossimi ci scandalizzano, o più ampiamente appartengono come noi alla Chiesa, e che della Chiesa (e quindi di noi) purtroppo si mostrano nemici, può diventare l’occasione privilegiata della nostra anticipata risurrezione mediante la quale l’immagine dell’“uomo celeste” inizia a baluginare in noi come l’alba che preannuncia il sole: “Come è bello il mondo – come è bella la Chiesa nonostante tutto – come è grande Dio”.

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