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di Fabio Vessillifero

 

Nota introduttiva dell’Autore

La pubblicazione di questa riflessione si innesta nel cuore pulsante dei principi costituzionali che garantiscono la libera manifestazione del pensiero e la libertà della scienza e dell’insegnamento, espressi dagli articoli 21 e 33 della nostra Carta. Porre pubblicamente una critica radicale e strutturale al modello scolastico contemporaneo non è un atto di ostilità verso le istituzioni, ma un dovere di cittadinanza attiva e di resistenza culturale contro ogni forma di omologazione tecnocratica del pensiero.

  1. Il peccato originale: il primato della persona schiacciato dal Leviatano statale

Il cammino ideale della nostra Costituzione repubblicana si apre con una solenne dichiarazione di sottomissione dello Stato alla persona umana: la Repubblica non crea, non concede e non inventa i diritti dell’uomo, ma si limita a riconoscerli e a garantirli come realtà inviolabili che preesistono all’ordinamento giuridico stesso. Persino la sovranità, che l’articolo primo attribuisce al popolo, trova il suo limite invalicabile in questo recinto sacro dei diritti umani. La persona, con la sua sete di verità, la sua dimensione spirituale e la sua trama di relazioni, è la sorgente originaria del diritto, mentre lo Stato si configura, nel disegno originario dei padri costituenti, come un puro strumento di servizio, un custode e un emancipatore delle energie vive della società civile.

  1. Il grande imbroglio dell’articolo 33: la trappola del monopolio e il feticcio del «Senza oneri»

È proprio in questa premessa personalista che si consuma la più profonda, drammatica e silenziosa contraddizione della storia repubblicana: il tradimento del progetto scolastico. I costituenti, usciti dalle macerie della dittatura fascista, sapevano bene che l’essere umano non si forma nel vuoto pneumatico dell’individualismo astratto e nemmeno per decreto governativo. La persona fiorisce, si educa e scopre se stessa all’interno dei corpi sociali intermedi, a partire dalla famiglia fino ad arrivare alle associazioni, alle comunità storiche e religiose, a quelle realtà concrete in cui storicamente l’intraprendenza del popolo ha edificato scuole, ospedali e opere di carità. Rispettare la persona significa, in modo speculare e indissolubile, rispettare queste formazioni sociali e la loro libertà di proporre una visione del mondo e dell’uomo. Nel momento in cui la Carta stabilisce all’articolo trentatré che la Repubblica istituisce scuole statali, non intendeva affatto consegnare allo Stato il monopolio delle coscienze, bensì imporre un dovere di prestazione: lo Stato deve aprire scuole per rimuovere gli ostacoli economici, affinché anche il figlio dell’operaio possa accedere alla cultura e rendersi libero. Ma subito dopo, la Costituzione riconosce il diritto di enti e privati di istituire scuole libere, disegnando un sistema autenticamente misto e sussidiario, in cui la scuola pubblica avrebbe dovuto essere l’espressione diretta della società, delle sue componenti culturali e di quel legame vitale tra culto e cultura, dove per culto si intende ogni sistema sorgente di significato che osa dare una risposta coerente su Dio, sull’uomo e sull’ordine del cosmo.

  1. Da Gentile a Gramsci: la diabolica staffetta per l’occupazione delle coscienze

Questa tensione dialettica, che nelle intenzioni dei costituenti doveva garantire un fecondo pluralismo, è stata deliberatamente fatta fallire nei fatti concreti. Quella che viviamo oggi è una realtà in cui la scuola non statale è ridotta a un’esigua, asfittica minoranza, trasformata in un privilegio per ceti abbienti a causa del soffocamento economico operato dallo Stato, il quale ha brandito la clausola del senza oneri come una clava ideologica per non finanziare la libertà di scelta delle famiglie. Il progetto pluralista è stato schiacciato da una morsa storica micidiale. Da un lato, l’ossatura della scuola italiana è rimasta fedele all’impianto idealista e statolatra del ministro fascista Giovanni Gentile, secondo cui lo Stato è l’entità etica suprema e l’unico legittimo educatore dei cittadini. Dall’altro lato, la cultura marxista che con il ’68 prese il sopravvento, anziché smantellare questo centralismo autoritario, lo ha occupato e fatto proprio, vedendo nella scuola unicamente statale uno strumento principe per l’egemonia culturale e la direzione ideologica delle masse.

  1. I camerieri di Davos: quando il Ministero diventa l’interfaccia dell’ingegneria globale

Oggi, svanite le grandi ideologie del Novecento, questa immensa macchina iper-centralizzata non è affatto scomparsa; è rimasta intatta nelle sue strutture piramidali, ma è stata occupata da un nuovo padrone: le élite finanziarie globaliste e gli organismi tecnocratici internazionali come il World Economic Forum di Davos o l’OCSE. Per questi poteri sovranazionali, una scuola libera, parcellizzata e gestita autonomamente dai corpi intermedi della società civile sarebbe ingovernabile. Al contrario, il vecchio centralismo ministeriale gentiliano si rivela l’interfaccia perfetta: basta conquistarne il vertice della piramide burocratica a Roma per calare dall’alto, attraverso il ricatto o l’incentivo dei fondi europei e dei piani di finanziamento vincolati, un’agenda globale standardizzata che si riversa all’istante su milioni di studenti. La dimostrazione plastica di questo condizionamento si è palesata nelle disposizioni del ministro Valditara, che ha stabilito di dedicare l’ultimo giorno di scuola interamente all’agenda dell’ambiente e della sostenibilità, stanziando a questo scopo trenta milioni di euro di fondi europei (qui). Questo atto rivela come la macchina ministeriale esegua fedelmente le direttive ecologiste di Davos e Bruxelles, usando il denaro non per finanziare una cultura libera, ma per remunerare a progetto i docenti e piegarli, complice il loro basso stipendio, a farsi esecutori burocratici di una transizione decisa altrove, esautorando completamente l’autonomia educativa delle comunità locali.

  1. La liquidazione dell’anima: il cinico dizionario della scuola-azienda

In questa mutazione genetica, la scuola ha smesso di essere un luogo di cultura per trasformarsi in una scuola-azienda. Il lessico stesso ne denuncia il tradimento antropologico: il preside si fa dirigente scolastico e manager burocrate, i percorsi educativi si vendono sul mercato locale come offerte formative per accaparrare clienti, e il cammino interiore dello studente viene monetizzato in crediti e debiti formativi. Soprattutto, si compie il delitto più raffinato: la progressiva sostituzione sistematica delle conoscenze con le competenze. Non si vuole più che l’uomo sappia, ma che sappia fare; non si vuole che contempli o giudichi, ma che esegua compiti e risolva problemi transitori entro i parametri stabiliti dal sistema produttivo.

  1. Il bavaglio ai classici: l’obbligo kantiano e la censura del sovversivo san Tommaso

Questo slittamento dalle conoscenze alle competenze trova la sua giustificazione filosofica proprio nell’imposizione scolastica del criticismo di Immanuel Kant, funzionale a questo disegno poiché teorizza che l’intelletto umano non conosce la realtà oggettiva ma la costruisce attraverso le proprie griglie formali. Se tutto è ridotto a una funzione della mente, se la verità in sé non è accessibile, allora tutto diventa relativo, transitorio ed evolutivo, e lo studente viene addestrato a accettare le procedure formali stabilite dal potere di turno. Al contrario, il realismo classico e la gnoseologia di pensatori come san Tommaso d’Aquino vengono sistematicamente emarginati o ridotti a fossili storici attraverso un’impostazione storicistica che mummifica i classici nel loro passato, privandoli della loro carica di verità presente. Tommaso è spaventoso per il sistema attuale perché insegna che la mente umana può afferrare la verità oggettiva delle cose e della natura umana, offrendo alla persona un criterio di giudizio assoluto e naturale superiore a qualsiasi legge dello Stato, a qualsiasi bando europeo e a qualsiasi direttiva finanziaria.

  1. Il verdetto: la scuola italiana è clandestina rispetto alla Carta del 1948

La contraddizione intrinseca è dunque totale ed evidente: la Costituzione proclama solennemente il primato della persona e dello sviluppo della sua coscienza libera sopra lo Stato, ma nei fatti la Repubblica mantiene e finanzia una scuola iper-statale che riduce la persona a mero capitale umano, a ingranaggio fungibile e flessibile da flettere secondo le esigenze del mercato globale. Una scuola che sradica l’orizzonte del senso, censura la domanda sul culto originario della realtà e pota lo spirito dei giovani anziché coltivarne l’umanità, non è semplicemente una scuola che funziona male. È una scuola che cammina in direzione ostinata e contraria rispetto ai propri principi fondativi. È una scuola sostanzialmente, intimamente incostituzionale.

 

(Fabio Vessillifero è uno pseudonimo)

 


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