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Davide Prosperi e Julian Carron

 

 

di Mattia Spanò

 

Letta l’intervista che Davide Prosperi, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha rilasciato al Corriere della Sera, provo ad agglutinare un dubbio residuo: alla fine della fiera, politica sì o politica no?

L’impressione che ricavo dalla proposta di Prosperi infatti è duplice, dunque sintomatica di un malessere profondo di per sé non riducibile a Prosperi stesso o al movimento di Cl. Da una parte si intende ribadire un’identità e una proposta chiare. Dall’altra ciò che si fa, i giudizi che si danno, le posizioni che si prendono mi sembrano di una contingenza disperante: quando non si sa (o non si vuole) prendere una posizione, si batte l’erba a caso. E sono generoso.

L’altra intervista da leggere per inquadrare quella di Prosperi è quella al cardinal Camillo Ruini. La lettura incrociata dei due testi, e di alcuni commenti pubblicati a ruota, fornisce un’immagine nitida: a meno di non essere degli inguaribili ottimisti, atteggiamento che non si confà al cattolico, la situazione non è né grave né seria. È che la situazione non esiste affatto – situazione: spazio fisico in cui un soggetto si stabilisce o è stabilito, luogo.

Prosperi fa una sintesi attualizzata della storia e della presenza del movimento nella vita civile italiana dopo la morte di don Giussani che tocca diversi nervi scoperti, e lo fa prendendo il toro per le corna con linguaggio felpato. Si può essere o meno d’accordo con lui, ma il professore non svicola (innanzitutto da se stesso, le proprie responsabilità e il proprio pensiero: visti i tempi, non è poco), e al tempo stesso accenna un’inevitabile discontinuità col suo predecessore, il quale a sua volta aveva marcato un’altrettanto inevitabile discontinuità col fondatore.

Giustamente Prosperi annota che ogni movimento è più grande di chi lo guida: verità di cui si erano un po’ perse le tracce. Il “carisma”, oggetto misterioso, si declina nelle persone che lo partecipano, eppure non dipende da nessuna di queste. Tutto giusto e interessante, ma torno alla domanda iniziale: politica sì o politica no?

Il tema non investe soltanto Cl, ma tutto il cattolicesimo italiano, e forse non solo. Il cattolico militante non è politicamente rappresentato. Il problema non riguarda solo i cattolici: nemmeno i comunisti o eredi di altre storie politiche lo sono, a meno di non pensare che la vispa Elly sia l’erede spirituale di Berlinguer, o Gianfranco Rotondi della Dc, o la Meloni di Almirante. Non prendiamoci in giro.

Lo dico in modo rude: non basta piazzare due omini qui e tre donnine là per garantirsi una “presenza”, e men che meno una “presenza cristiana”. Questo garantisce ad un circolino di stakeholder rendite parassitarie residuali, non fa gli interessi del popolo né quelli del paese e nemmeno quelli di comunità particolari, incluse quelle confessionali.

Questo equivoco ha radici lontanissime: il rapporto del movimento – anzi: dei movimenti – con la politica è sempre stato tormentato. Presenza cristiana o presenza politica? L’equivoco è il convitato di pietra di una dottrina sociale praticata in sordina, per giunta in un contesto avverso: la maggioranza degli italiani ormai non comprende più l’esperienza religiosa, forse non ne avverte nemmeno la necessità, al di là di una professione di fede melensa e velleitaria.

Il cattolicesimo sociale e politico del ‘900 ha segnato la fine di un’egemonia culturale già minata dalle “rivoluzioni” dei secoli precedenti, tuttavia è esistito, e lo ha fatto in perimetro ideale e pratico netto. In altre parole, ad una società cristiana nei suoi fondamenti, quindi culturalmente egemone, non servono partiti d’ispirazione cristiano-sociale: questi sorgono quando tanto il cristianesimo quanto la società entrano in crisi, ovvero non sanno più definirsi.

L’idea di piazzare uomini e donne in “rilevantissime rappresentanze istituzionali” non ha portato alcun beneficio apprezzabile. Anzi, per certi versi ha certificato l’irrilevanza della tanto strombazzata “presenza cristiana nella società e nelle istituzioni”. Non solo non ci hanno sentiti arrivare: non siamo proprio arrivati, e quando lo siamo non si sono accorti che eravamo cristiani.

Si possono affastellare bubbole a fascine sul punto ma, e cito a titolo di esempio, avendo inteso con le mie orecchie non so quante volte l’espressione “centralità della persona umana” o l’alato riferimento alla “dottrina sociale della Chiesa”, mi sono convinto col tempo che pressoché nessuno di coloro che le pronuncia con tanto sussiego si è mai preso il disturbo di leggere – non studiare: leggere – le cinque encicliche che costituiscono il corpus della “presenza cristiana” nella società secolarizzata moderna e post-moderna. Oppure l’hanno fatto ma hanno preferito prendersi – e prenderci – in giro. Poco male, così fan tutti.

Eppure nel movimento di Cl era nato un pensiero politico, non sempre coerente e quasi mai universale, cioè cattolico, nella pratica, ma esisteva. Era sorta un’anima politica, spesso tradita e manipolata, ma c’era. Forse ha prevalso l’idea, espressa in varie sfumature da Carròn e per altri versi dallo stesso Ruini, che la battaglia culturale e quindi politica fosse perduta.

Non basta appellarsi alla bellezza – armata o disarmata, è secondario – dell’esperienza di un incontro o un avvenimento, specie se questa non diventa giudizio, cultura e anche scontro con le roccaforti del pensiero laicista – aborto, eutanasia, divorzio breve, omosessualismo e gender, vaccinismo, digitalizzazione e conversione green, per fare una rapida carrellata delle maggiori baggianate indigeste.

Il movimento, i movimenti, sono divisi o uniti? Da un lato non ha importanza, dall’altro non può sfuggire che tale “unità nella divisione” discende da questa irresolutezza di fondo. A monte si erge una sorta di scoramento, un’invincibile malinconia della chiesa militante alimentata dagli stessi presbiteri e dal papa: non è Cristo che salva, ma una cooperazione volontaristica fra uomini volta ad un “futuro migliore”. Questo è l’errore tragico, e non è un errore da poco.

O reagiamo lasciando scaturisce un dialogo nuovo e serrato con tutte le realtà politiche – inclusa DSP del comunista Marco Rizzo, il quale fra tutti gli atei in circolazione mi sembra il più affine al senso religioso come lo intendeva Giussani – oppure le pur apprezzabili sottigliezze di Prosperi resteranno lettera morta.

Con esse periranno anche i cascami del cristianesimo sociale, specie sotto un pontefice che sta cercando di traghettarli verso istanze promosse da agenzie che di cristiano non hanno nulla, e molto di anticristiano: migrazionismo forzato, liquidità sessuale, censura, strame dei diritti e delle identità, erosione sistematica della dottrina e della pastorale, scientismo e altro ancora.

Non una negoziazione in base al manuale Cencelli, tot voti, tot deputati, tot prebende, ma un dialogo sui principi fondamentali di una società solida: tutela dei diritti, incluso quello di professare pubblicamente un culto (ce le ricordiamo le chiese sgomberate dai carabinieri durante la pandemia?), habeas corpus, tutela e promozione della famiglia naturale, il rispetto non peloso della Costituzione soprattutto nella partecipazione ai conflitti internazionali eccetera.

Come non si può fare a meno della Chiesa, non si può fare a meno della politica, fosse anche ritirarsi a vita contemplativa come San Benedetto, e rifondare l’Europa agonizzante con preghiera e lavoro. Barcamenarsi, nelle condizioni storiche attuali, non è più possibile.

 


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