Monsignor_Mario_Delpini
Sua Eccellenza mons. Mario Delpini

 

 

di Mattia Spanò

 

«Una particolare cura deve essere dedicata ad accompagnare e interpretare l’esperienza dell’amore e delle diverse sfumature dell’attrazione, sia verso persone di genere diverso sia verso persone dello stesso genere. La frettolosa etichetta di “omosessuale”, “eterosessuale” mortifica la dinamica relazionale e tende a ridurla a una “pratica sessuale”. In questo ambito la comunità cristiana è chiamata oggi a una riflessione attenta, a un confronto rispettoso e paziente, e insieme ad offrire forme di accompagnamento adeguato» (passo ripreso dalla Proposta pastorale di mons. Mario Delpini, Arciv. di Milano)

 

Scorrendo la Proposta Pastorale dell’arcivescovo Mario Delpini alla Diocesi di Milano, d’acchito mi vengono in mente due cose.

La prima, è che un tempo non lontano si mandavano ai fedeli lettere pastorali. Nell’uso canonico, la lettera ha un valore prescrittivo, o quanto meno descrittivo, spesso le due cose insieme: nella lettera si ingiunge di privilegiare questo o quello ed evitare quell’altro, avendo cura di descrivere in dettaglio cosa siano questo, quello e quell’altro.

Oggi, pur mantenendo encicliche e costituzioni, i cambiamenti più taglienti sono spesso affidati a “proposte” diocesane, “relazioni finali” o “esortazioni”, come nel caso di Amoris Laetitia. Per non parlare di sortite a braccio, interviste e libri, spesso frutto di dialoghi con figure di basso livello. Così s’infiltra la diga della legge: con l’uso, con la chiacchiera estemporanea e le opinioni.

Gettando un’occhiata clinica alla maggior parte dei documenti ecclesiali, si notano verbosità e soprattutto un allarmante procedere a tentoni.

Il risultato è che il fedele ritrova in questi documenti esattamente ciò che vuol vedere, come con le macchie di Rorschach.

Sono “proposte”, cioè qualcosa che lascia libero il destinatario di aderire o meno, ma nel caso in cui lo faccia lo fa a modo suo. Come se il fedele non si sentisse già abbastanza libero di trasgredire precetti ecclesiali – giammai quelli che vengono dal divin staterello – la minestra viene annacquata a dismisura.

Questo genera di per sé confusione e cambiamenti, oltre intenzioni buone o cattive. Un Sinodo sulla Lingua e sulle categorie del pensiero ontologico era più urgente del Sinodo sulla Sinodalità.

Il secondo aspetto è riassunto dal riferimento pensoso alla Parola di Dio. Tutto si può dire della Parola di Dio fuorché difetti in chiarezza. Dio comanda, non dialoga né suggerisce né propone. Questo carattere di Dio è intatto in religioni come quella islamica o induista. È andato a farsi benedire solo nel cattolicesimo.

La “Parola di Dio” può essere un comando duro, sgradito, un richiamo come nota lo stesso Delpini, ma è appunto “vocazione”, chiamata ad una via netta. Allora perché questa “pensosa disponibilità”?

Perché l’uomo è riluttante ad accogliere la vocazione ad una vita cristiana. Lo è sempre stato e in modi e forme variabili sempre lo sarà.

Il punto non è, come scrive l’arcivescovo, che il rifiuto e il disprezzo per l’anticaglia cristiana non tenga conto del fatto che “i cristiani non vogliono e non possono giudicare nessuno”, ritornello decrepito che suona soave alle orecchie di chi disprezza il cattolicesimo.

Il punto è che i cristiani per primi, e in particolare i cattolici, non sono più disposti ad accettare giudizi da Dio, men che meno comandi e istruzioni.

Il comandamento nuovo, di amare il prossimo come se stessi, dovrebbe fare il paio con il fatto di amare Dio sopra ogni cosa, e dunque sopra ogni prossimo. Altrimenti ci si cala nell’abisso delle sensazioni personali senza più uscirne. Per me l’amore è spaccare una bottiglia in testa a mio figlio, chi siete voi per giudicarmi? Vale tutto.

Dall’epochè, la sospensione del giudizio (che ad un certo punto dovrebbe essere emesso, se non che “sospensione” è sinonimo di “astensione”) Delpini discende una serie di dotte elucubrazioni, che guarda caso fanno vela col vento in poppa nell’oceano fatato della sessualità.

Quella per il sesso è una specie di fissazione incistata nell’attualità. Mi domando a chi o a cosa giovi affrontare di petto l’argomento, se non risolvere problemi interiori propri riconducibili al fatto di sentirsi traditi dalla natura disposta da Dio: perché esercitare la continenza se la natura mi prescrive il desiderio sessuale?

La risposta è semplice. In primo luogo, si sceglie l’astensione dalle proprie pulsioni erotiche come ascesi personale e forma di consacrazione a Dio. Peraltro, non è un’esclusiva del cattolicesimo. La questione casomai è se si tratti di una scelta libera, e si possieda o si guadagni la forza di perseverare sino alla dissoluzione del corpo.

Dopo la ragione cogente, c’è quella ontologica. Dio non solo crea, ma ordina il creato. Le disposizioni divine sono varie, per alcuni valgono e per altri no. Le opzioni – il sabato fatto per l’uomo e non il contrario – sono ridotte di numero e piuttosto chiare.

Il sesso ha un fine creazionale, non solo relazionale. Se questo fine creazionale è assente, non dovremmo nemmeno parlare di sesso. Non c’è aggiustamento che tenga. Stabilita la materia ordinata, Dio chiede di operare una scelta fra le poche sul tavolo, e di perseverare. La cosa non piace? Nessuno è obbligato ad aderire, ma certo non si può guardare al rifiuto della Parola come ad un’altra forma di obbedienza alla stessa. O alla vocazione come un fatto episodico.

Tutto ciò non esclude un uso disordinato del corpo – il che vale per tutti, omosessuali e non – fatto che richiederebbe un neologismo, ma a prescindere dal significante resta disordinato. Possiamo “pensosare” a volontà, ma questo è.

Invece che ostinarsi a ragionar di sesso quando non si deve praticarlo e riconoscendo di non avere la statura intellettuale di un Giovanni Paolo II o un Benedetto XVI, non sarebbe meglio approfondire il loro lascito invece di lanciarsi in spericolati e scurrili superamenti del loro magistero?

Partendo da premesse ontologiche come la diversità dell’uomo dalla donna – diversità che con tutta evidenza non è più ordinata a niente, e l’argomentazione fumogena di Delpini lo testimonia in re ipsa – ecco che l’autore conclude che nessuno deve essere indotto a pensare di “essere fatto male, di essere sbagliato”. Il sesso genetico ridotto ad un’affezione psichica. La vocazione fondamentale è “ad amare”, scrive l’alto prelato. Imparo da Delpini che mentre il sesso alla nascita è un fatto culturale, l’amore sarebbe connaturato.

A parte che “fatto male” e “sbagliato” sono due cose radicalmente diverse, come si possa essere aperti al dono della vita – richiamo in premessa – in rapporti sterili come quello omosessuale, Delpini non lo dice. Non lo dice perché l’obiettivo pastorale della Nuova Chiesa è raccogliere pecore e capri. Il contrario di ciò che fa Nostro Signore, che è venuto a separare gli uni dalle altre.

Non esiste alcuna vocazione ad amare se non come conseguenza dell’obbedienza al comandamento divino. Certo non esiste come pulsione erotica atavica da soddisfare come descritto da Philip Roth in Lamento di Portnoy: con una mela, o un pezzo di fegato.

Esiste la vocazione a fare la volontà di Dio, e ad amare questa volontà quando possibile. Altrimenti farla comunque, anche se ciò significa condurre il proprio figlio al macello come Abramo fa con Isacco.

L’amore è l’esperienza succedanea del rispetto del comando divino. Dio salva Isacco, redarguisce Giobbe, abbandona Giona alla calura e sacrifica infine Suo Figlio per amore nel senso di finalità, non presupposto.

Ecco a cosa conduce il molliccio pensiero umano che vaglia l’adamantina Parola di Dio: ad un diluvio di parole tese a giustificare l’inspiegabile, l’ingiustificabile. A mettere il carro davanti ai buoi. Invece di domandarsi in cosa Dio abbia tradito l’uomo, l’uomo farebbe meglio a domandarsi in cosa tradisce Dio.

Quando si scrive che “la vita cristiana non si riduce ad una convinzione personale, né ad una dottrina da imparare né ad un sentimento” ma è piuttosto “entrare nel mistero di Dio che ha mandato il Suo Figlio Unigenito nella carne, nella storia”, si sposta il piano della riflessione sulla “dimensione misterica della vita cristiana”, come coerentemente scrive Delpini.

Dal momento che della materia non si capisce più nulla, tutti dovrebbero gettarsi nel mare dello spirito. Delpini non manca nemmeno di operare una surrettizia confusione fra “sentimento” e “dottrina”, mettendo la seconda sullo stesso piano del primo. Malizia alla quale lo stesso pontefice purtroppo non è nuovo. Appaiare due elementi che sul piano semantico fanno a pugni, è una disonestà grave.

Senza cavillare troppo e fuori dai denti: entrare nel misterico mi pare una pessima idea. Se si ammette sul piano della realtà fisica che 2+2 può fare 5, come fece a suo tempo padre Spadaro SJ, figuriamoci il guazzabuglio che l’uomo può fare nel regno dello Spirito, dove un asse cartesiano serve come una molletta a spegnere un incendio. Avendo rifiutato il Dio fatto carne, bisogna pure che la carne si faccia Dio. Questo mi sembra il cuore del problema.

Quando Delpini parla di “pluralità di vocazioni al matrimonio”, è chiaro anche a un ubriaco che il riferimento sia al matrimonio omosessuale e transessuale – il famoso “lui che era una lei ma è un lui”, intervista di papa Francesco certificata sul sito della Santa Sede, e bisogna allora chiedersi come si possa distinguere fra insegnamenti ex-cathedra e divagazioni informali, come chiede di fare mons. Schneider, se tutto finisce nel medesimo calderone – o anche al matrimonio fra una donna e un cadavere, come accaduto in Francia, o la storia del coreano che ha sposato un cuscino.

La proposta pastorale di Delpini è intrisa di linguaggio psico-socio-antropologico, che è un po’ la cifra di questo pontificato. Per la verità, questa opzione epistemologica abbonda da decenni, ma proveniente dal basso. Non c’è dubbio che il pontificato di Francesco abbia legittimato dall’alto la fuoriuscita di questa melma pseudo-colta dalla suburra.

Che questo reflusso della coscienza moderna – l’uomo emancipato non solo dal Creatore, ma anche dal creato e dall’uso della ragione stessa – conduca a “suscitare il desiderio di capire e vivere meglio ciò che essi sono, riconoscendo al contempo l’importanza e il valore della relazione con l’altro”, come postula Delpini, oltre ad essere improbabile contraddice di sana pianta l’ingresso nel mistero di Dio, verso il quale non c’è altra via che la negazione non della carne in sé, ma dell’iper-valutazione della carne.

Pervenuti a questo punto del caos, l’unica forma possibile di amore ai nostri pastori è quella di richiamarli ad un brusco risveglio.

La natura umana è umiliazione, parola che deriva da humus, terra. Come Adamo, che nella sua radice significa la stessa cosa: terra. Se intersechiamo il piano biblico con quello ecologico, la conclusione da trarre è che salvando il pianeta, l’uomo non salva sé stesso, ma salva la propria tomba.

Non solo la salva: la scava, la prepara, la accudisce, la orna di fiori. Ma sempre tomba è. La matrice del ragionamento di Delpini è ideologica: è una visione sistemica, che affronta il tema della sessualità con gli stessi criteri dell’approccio ecologico.

Siamo in presenza di un idealismo panico. Tutto è connesso, tutto è naturale e come tale dev’essere accettato, tutto si sviluppa secondo linee imperscrutabili, di fronte alle quali l’uomo non può che soccombere.

La reale volontà di Dio non è comprensibile, ma solo “pensabile”, per giunta a tempo perso: ci sono ferite da guarire, accompagnamenti da fare come badanti che trascinano vecchiette.

Invece di ammettere “Signore, non ce la faccio, aiutami tu” – il “senza di me non potete fare nulla” che Delpini abbandona solo soletto fra le righe – eccoci “in cammino” verso nuove fantastiche avventure: salvare il pianeta, pascere gli uomini in quello che già sono (come invitare una gallina a razzolare e un maiale a grufolare: sai che sforzo), chiamare amore tutto e il suo contrario.

L’unica conclusione fondata da trarre al termine della lettura delle cinquanta sfumature di Delpini contenute nella sua proposta pastorale, è che le pecore non hanno bisogno dei pastori: pascolano da sole. Temo che il progetto sia questo. L’attardarsi in sinodi e ragionamenti leziosi appare solo il tentativo di mantenere gli onori dello status pastorale, mandando in soffitta gli oneri.

 



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