“Il prof. Joseph Tritto è un microchirurgo, esperto di biotecnologie e nanonotecnologie nonché presidente della Wabt (World Academy of Biomedical Sciences and Technologies), importante accademia nata sotto l’egida dell’Unesco nel 1987. Forte di questo bagaglio, ha dato alla luce un libro-rivelazione, in uscita in Italia il 4 agosto, Cina Covid 19 – La chimera che ha cambiato il mondo (Cantagalli, pp. 288, euro 20), destinato a suscitare un dibattito globale, in quanto dimostra, con prove scientifiche, che il coronavirus responsabile del Covid-19 è stato il frutto di una ingegnerizzazione di laboratorio. Nella fattispecie, il laboratorio di alta sicurezza di Wuhan”.

Riprendo l’intervista che il prof. Joseph Tritto ha rilasciato a Gianluca Veneziani di Libero. 

Ricevo e volentieri pubblico.

 

 

Cina Covid 19 libro Cantagalli

 

 

Italiano e cittadino del mondo, con una carriera medica e accademica internazionale, il prof. Joseph Tritto è un microchirurgo, esperto di biotecnologie e nanonotecnologie nonché presidente della Wabt (World Academy of Biomedical Sciences and Technologies), importante accademia nata sotto l’egida dell’Unesco nel 1987. Forte di questo bagaglio, ha dato alla luce un libro-rivelazione, in uscita in Italia il 4 agosto, Cina Covid 19 – La chimera che ha cambiato il mondo (Cantagalli, pp. 288, euro 20), destinato a suscitare un dibattito globale, in quanto dimostra, con prove scientifiche, che il coronavirus responsabile del Covid-19 è stato il frutto di una ingegnerizzazione di laboratorio. Nella fattispecie, il laboratorio di alta sicurezza di Wuhan.

Prof. Tritto, per quale motivo ha scritto questo libro, sostenendo una tesi controcorrente rispetto alla versione condivisa dalla comunità scientifica?

«I moventi sono due. Uno è personale: ho amici medici italiani che hanno operato in prima linea durante l’epidemia. Alcuni di loro si sono ammalati, uno è finito in terapia intensiva, salvandosi miracolosamente. La seconda ragione è professionale: dirigo un’Ong, la Wabt, che come scopo ha quello di analizzare eticamente l’impatto delle biotecnologie sull’essere umano».

Perché ritiene che, dal punto di vista scientifico, il virus SARS-CoV-2, causa del Covid, non abbia origini naturali, ma sia una chimera ricombinante creata in laboratorio?

«L’ipotesi finora accreditata da alcuni scienziati è che questo virus si sia generato in natura dalla combinazione tra un virus di pipistrello e uno di pangolino. Perché ciò avvenga, però, innanzitutto dovrebbe passare, secondo gli esperti, un lasso di tempo compreso tra i 40 e i 200 anni, e poi le due specie coinvolte dovrebbero condividere la stessa nicchia ecologica, cosa che in questo caso non è. In più dovrebbe esserci un ospite intermedio che contrae il virus ricombinato e lo trasmette all’uomo: ma, per quanto riguarda il SARS-CoV-2, non è stato ancora trovato. Basterebbero questi elementi a rendere l’ipotesi di un’origine naturale del virus statisticamente improbabile e per ora scientificamente indimostrabile. Ma c’è un altro fattore, nel genoma del SARS-CoV-2, che rende quest’ ipotesi non plausibile».

E quale sarebbe?

«In alcune pubblicazioni, ad esempio nello studio dei ricercatori dell’Indian Institute of Technology di New Dehli basato sui genomi di pazienti, raccolti in database globali, si dimostra che il SARS-CoV-2 non è solo un ibrido tra il virus del pipistrello e quello del pangolino. Ma al suo interno ci sono piccoli inserti, dei residui di amminoacidi del virus HIV-1, responsabile dell’Aids. La presenza di questi inserti in un virus sviluppatosi in natura non potrebbe mai verificarsi. Non solo. Il genoma del SARS-CoV-2 presenta un’altra modifica sul cosiddetto sito furinico intracellulare, come confermano due studi, uno cinese, uno franco-canadese. Entrambi gli inserti hanno una funzione: l’inserto dell’HIV-1 permette al SARS-CoV-2 di ancorarsi alla cellula umana e di penetrare la cellula. È quindi presumibilmente responsabile dell’alta infettività del virus. La modifica al sito clivaggio furinico consente invece al virus di moltiplicarsi all’interno della cellula e lo rende fortemente patogeno».

A che scopo sarebbe stato creato questo virus-chimera? Come arma di bioterrorismo o solo a fini di studio scientifico?

«Per dare una risposta, occorre riavvolgere il nastro. Nel 2005, dopo l’epidemia della Sars, nasce l’Istituto di Virologia di Wuhan, a capo del quale viene messa la prof. Shi Zheng-Li, che reperisce coronavirus di alcune specie di pipistrello e li ricombina con altre componenti virali, al fine di creare vaccini. Nel 2010 ella entra in contatto coi ricercatori americani guidati dal prof. Ralph Baric, che a sua volta lavora su virus ricombinanti avendo come base i coronavirus. Grazie ai virus matrice forniti dalla Shi, Baric crea nel 2015 una chimera Sars-virus di topo, che ha un effetto patogeno sulle cellule umane analizzate in vitro. A quel punto la collaborazione Cina-Usa diventa competizione. La Shi vuole lavorare a un virus più potente per realizzare un vaccino più potente: combina in vitro un virus di pipistrello con uno di pangolino e nel 2017 pubblica i risultati di queste ricerche in alcuni articoli scientifici. Le sue ricerche attirano l’interesse del settore militare e medico-biologico cinese che si occupa di armi biologiche usate come deterrente a scopo difensivo e offensivo. Così la Shi viene affiancata da medici e biologi che fanno capo all’ambito politico-militare, come Guo Deyin, studioso di vaccini anti-Aids e anti epatite virale ed esperto di tecniche di ricombinazione genetica. L’introduzione dei nuovi inserti ingegnerizzati nel genoma del virus è il frutto della collaborazione tra il team della Shi e quello di Guo Deyin. La realizzazione di questa nuova chimera, da un punto di vista scientifico, è un successo. Tanto che, una volta scoppiata l’epidemia, i due ricercatori chiedono all’Oms di registrarla come un virus nuovo, H-nCoV-19 (Human new Covid 19), e non come un altro virus derivato dalla SARS. È ragionevole pensare che la Shi abbia agito solo nell’ottica del prestigio scientifico, senza però tenere conto dei rischi in termini di sicurezza e degli interessi politico-militari che la sua ricerca avrebbe suscitato».

Come invece il virus sarebbe fuoriuscito dal laboratorio? Per un incidente, un furto o un rilascio intenzionale nell’ambiente?

«Escluderei quest’ ultimo, che avrebbe danneggiato i cinesi, così come il furto, essendo i laboratori di quel tipo controllatissimi. È più probabile una fuga accidentale, causata da un blackout, o una contaminazione accidentale del personale. Nel laboratorio di Wuhan si muoveva troppa gente: più individui ci sono più cresce il rischio di contaminazione. Inoltre molte delle persone al suo interno non avevano una formazione specifica per trattare certi virus in modo coordinato e attento».

Perché la Cina non ha mai fornito il genoma completo del virus all’Oms o ad altri Paesi?

«Perché fornire il virus matrice avrebbe significato riconoscere che il SARS-CoV-2 era stato creato in laboratorio. Nel genoma incompleto messo a disposizione dalla Cina mancano infatti alcuni inserti degli amminoacidi dell’Aids, che fungono da pistola fumante. Intanto però sono in corso delle trattative tra le intelligence di 5 Paesi (Usa, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Giappone) e la Cina. I primi forse, nelle trattative diplomatiche, sarebbero disposti a soprassedere sulle responsabilità cinesi, di cui hanno le prove, in cambio della possibilità di ottenere il virus matrice per sviluppare un vaccino universale».

Avremo mai un vaccino del genere?

«È estremamente improbabile trovare un vaccino unico che blocchi il virus, considerate le tante mutazioni del SARS-CoV-2. Al momento sono stati identificati 11 ceppi diversi: la linea genetica A2a sviluppatasi in Europa e quella B1 che ha attecchito in Nord America sono più contagiose del ceppo 0 originatosi a Wuhan. Credo pertanto che, al più, si potrebbe trovare un vaccino multivalente, valido per 4-5 ceppi e in grado di coprire il 70-75% della popolazione mondiale».

 

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