La sindrome del criceto di Alberto Contri

 

 

di Mattia Spanò

 

La Sindrome del Criceto – potete acquistare il libro direttamente dal sito dell’editore – è uscito, in una precedente edizione, nei primi mesi del 2020, all’esordio della pandemia. Quell’estate lo lessi con sorpresa e qualche brivido perché già la prima versione presentava, con scelta di tempo al limite della preveggenza, tutte le dinamiche che hanno costituito l’impianto gnoseologico della crisi attuale. Una crisi che alla radice è sia cognitiva che del potere. Il merito principale di Contri, in fondo, è questo: insegnare come il potere persegue i suoi scopi attraverso il suo strumento privilegiato, i mass media e nel farlo soccombe.

Il criceto del titolo, condannato a girare nella ruota, è non tanto e non solo il destino dei pupi (tutti noi), ma in fondo anche quello dei pupari, condannati a questo contrappasso moderno: non potersi sottrarre alla macchina che si è fabbricata, finendo parimenti stritolati. Se qualcosa è così potentemente contrario all’uomo, è ingenuo pensare che qualche uomo possa salvarsi. Ma devi essere un vecchio lupo della steppa per saperlo.

Alberto Contri è il lupo ma non è uno scrittore, dunque può permettersi di scrivere un testo magistrale per chiarezza, levità e profondità, sottraendo la materia a inutili virtuosismi e mostrando cosa c’è in fondo al tunnel tenebroso: non solo la luce, ma anche ciò che essa illumina.

Già dai tempi del suo McLuhan non abita più qui? aveva suonato qualche campanello – o campanaccio, vista la qualità media del pubblico attuale – d’allarme a proposito di quella che lui chiama “costante attenzione parziale”, in definitiva il paradigma cognitivo che va per la maggiore, messa in relazione con una realtà in frantumi. Come dire che le premesse al caos c’erano tutte, e piuttosto evidenti.

Il fatto è che Contri, oltre al merito di non essere uno scrittore, è anche un vecchio professore di comunicazione, uno di quelli che ha imparato l’arte sul campo. E come ogni autentico esperto di comunicazione sa, i fatti possiedono un proprio linguaggio, un’energia e un realismo intrinseco.

Il vero comunicatore sa che non può seminare vento se non vuole raccogliere tempesta. Mette in fila i fatti in modo ordinato, ne coglie il senso e le implicazioni, li rappresenta secondo un canovaccio rigoroso, li osserva sotto la lente luminosa della ragione consapevole del fatto che, come scrive Carlo Michelstaedter, un peso cade.

Così si presenta La Sindrome del Criceto: uno scavo archeologico di reperti sottratti al marasma quotidiano senza i moralismi e gli infingimenti tipici di questo tempo che, per la prima volta nella storia umana in modo così pervasivo, non sa più distinguere il vero dal falso, non riesce più a stabilire rapporti di causa ed effetto.

Questa nuova edizione per i tipi di Nexus è arricchita da alcuni contributi, in particolare di Elisabetta Frezza, e fornisce un quadro più esaustivo della crisi ciclopica – nel senso omerico di prima orba e poi cieca  – che stiamo vivendo.

Tuttavia a mio modesto giudizio, per quanto sia marcatamente più meditata e corroborata da analisi di fatti successivi (su tutti l’impatto dell’Intelligenza Artificiale, che Contri scarnifica), paga qualcosa alla freschezza della prima edizione, che per tempismo aveva il pregio di funzionare come il canarino nella miniera. Se devo trovare un difetto, avrei segnalato anche soltanto tipograficamente gli inserti successivi distinguendoli dall’impianto originale. Ma sono dettagli.

Le analisi di questo tempo infausto e compresso in pochi anni – motus in fine velocior – si sono sprecate, alcune degne di nota per acume di indagine e nettezza di giudizio. Bisogna però riconoscere a Contri una sorta di primato – non saprei dire se in senso assoluto – non solo nell’ avvertire del pericolo più o meno imminente, ma anche nell’aver individuato con largo anticipo le dinamiche e le strategie della manipolazione di massa che avrebbe preso piede.

La sua analisi ex ante, così lucidamente descritta, ci lascia un’importante eredità: l’idea che le cose, quando prendono una certa piega, non possono che evolvere in modo coerente con le premesse. Forse questa, in un tempo che ha fatto della speranza un rito magico che trova sfogo in intellettualità e pratiche apotropaiche (andrà tutto bene), è la lezione più importante da mandare a memoria.

 


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