Rilancio un articolo dal blog di Marcello Veneziani che riflette sullo stato di emergenza a partire da un libro di Giorgio Agamben.

 

Marcello Veneziani, scrittore e giornalista

Marcello Veneziani, scrittore e giornalista

 

A che punto siamo con la dittatura sanitaria? Stiamo vivendo l’estate come l’intervallo tra due emergenze, tempo sospeso in attesa della nuova chiamata alle armi a cui la crisi economico-sociale e il virus ci chiameranno alle soglie dell’autunno. Dobbiamo dunque considerare l’emergenza come una categoria permanente della politica, magari non fissa ma ricorrente, ora incombente, ora vigente? Emergenza vuol dire sospensione della libertà, dei diritti elementari, a cominciare dalla libertà di movimento e dalla vita sociale, fino al voto. E polizza per il potere in carica, dal governo ai suoi ausiliari. Una dittatura su basi sanitarie, la biopolitica si fa biosicurezza.

Di dittatura sanitaria ne parlammo, credo per primi, il 15 marzo scorso. Molti condivisero quella denuncia, taluni la svilupparono, pochi la espressero apertamente. Tra i pochissimi che in altro modo denunciarono la trasformazione della democrazia in dispotismo ci fu un filosofo assai noto soprattutto fuori d’Italia, di tutt’altro indirizzo culturale, che cominciò a scriverne sul manifesto: è Giorgio Agamben, più volte citato su queste pagine. Ora ha raccolto in un libretto “A che punto siamo? L’epidemia come politica” (ed. Quodilibet), la sua lucida e radicale critica dello stato d’eccezione imposto con la pandemia.

A suo dire, i tre sistemi di credenze su cui si fonda l’occidente – vale a dire il cristianesimo, il capitalismo e la scienza – si sono piegati a uno: il sistema scientifico-medico, che ha sviluppato una propria teologia, la paura del male e il timor di Dio, la sua liturgia e il culto obbligato. È la religione del nostro tempo e ai filosofi, dice Giorgio Agamben, tocca come in passato avversarla.

Come è potuto avvenire, si chiede, che un intero paese, senza accorgersene eticamente e politicamente sia crollato di fronte alla malattia? È accaduto perché gli uomini non credono più a nulla, tranne che alla nuda esistenza biologica, la nuda vita, da salvare a qualunque costo. Ma sulla paura di perdere la vita, nota Agamben, si può fondare solo una tirannia. Montaigne diceva che chi ha imparato a morire ha disimparato a servire: viceversa si è pronti a ogni schiavitù pur di salvare la pelle. Ma c’è un sottinteso che non è mai esplicitato: la vita non è solo biologia, nuda vita corporale, ma c’è altro, di essenziale. In altri tempi si sarebbe detto l’anima. Agamben, autore di un’opera monumentale sull’homo sacer, si spinge fuori dalle mura del pensiero imperante e pronuncia la parola giusta, finora rimossa: vita spirituale. Parola a lungo vietata, che ora Agamben (e Cacciari) riprendono a pronunciare. “Abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale”, in senso affettivo, culturale e non solo.

Ma chi è il responsabile di questo dispotismo fondato sulla paura? A parte le responsabilità della casta scientifico-sanitaria, è lampante e diretta la responsabilità della politica: il potere esecutivo, nota l’autore, si è sostituito al potere legislativo, il governo al parlamento e a ogni altro potere, sconfinando. E qui sarebbe facile ma ripetitivo ricordare le colpe di chi fonda il suo governo, il suo consenso e la sua durata, sull’emergenza per il virus. Il potere politico è l’utilizzatore finale dell’emergenza.

Una responsabilità parallela ce l’hanno i giuristi che non hanno eccepito nulla contro “l’uso sconsiderato dei decreti d’urgenza”. Vero, ma dire giuristi è un po’ generico: la responsabilità primaria tocca a quei giuristi che avevano potere di intervenire, dal Capo dello Stato alla Corte costituzionale.

Ma una responsabilità grande Agamben l’attribuisce alla prima “agenzia spirituale”, la Chiesa di Bergoglio: si è fatta ancella della scienza, ha rinnegato i suoi principi essenziali. La Chiesa, scrive, “sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi”; ha dimenticato che tra le opere di misericordia c’è visitare gli ammalati, celebrare i sacramenti, seppellire i morti, sapendo dai martiri che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede. La salvezza conta più della salute.

Una responsabilità non secondaria è pure dei media e della loro omertà. Qui Agamben rivela che “i grandi giornali in Italia si rifiutano di pubblicare le mie opinioni” e riporta un articolo richiestogli e poi rifiutato dal Corriere della sera. Sfonda una porta aperta, dalle nostre parti…

L’Italia per lui è un laboratorio politico in cui si sperimentano le nuove tecnologie di governo; sull’orlo di un dispotismo che Agamben non trova di meglio che definire fascismo, ma le sue coordinate hanno ben altra fattura e ispirazione. A onor del vero, Agamben dice pure che “Se un fascista dice che 2+2=4, questa non è un’obiezione contro la matematica”. Ossia una verità resta tale anche se la dice qualcuno inviso. E il fatto che l’estrema destra abbia sposato tesi vicine alle sue, riconosce, non ne inficia la validità e in ogni caso “hanno tutto il diritto di esprimere la loro opinione”.

Non ha torto Agamben a ritenere che la riduzione biologica della vita abbia qualcosa a che vedere coi lager nazisti; ma se vuol dare rigore filosofico al suo ragionamento non può ignorare né l’esperienza parallela e precedente dei gulag e tantomeno che il totalitarismo più vicino nel tempo della pandemia è oggi quello cinese, dispotismo asiatico e comunista.

Quel che non è affrontato nel pamphlet è il conflitto davvero epocale che è sotto l’epidemia e passa per il commercio, l’Oms e il 5G: la guerra fredda mondiale tra Usa e Cina, di cui non sappiamo le dimensioni, la radicalità e i misfatti sotterranei. Con un establishment occidentale che pur di punire Trump, sta facendo il gioco della Cina totalitaria.

A differenza di Agamben pensiamo il dispotismo come una minaccia, una possibilità e non un sistema ormai instaurato; confidiamo negli anticorpi della realtà e nel Katechon, per usare un linguaggio a lui caro, in grado di frenarne l’avvento. Gli dei ci salveranno, forse.

 

 

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