“Un duro monito per la cultura, soprattutto quella cristiana, che, per rinnovarsi, sta invece liquidando sé stessa, mentre è solo attraverso la testimonianza della sua fede che la Chiesa guadagnerà il mondo e, forse, lo cambierà.”

 

Tomáš Halík
Tomáš Halík, presbitero, filosofo e teologo ceco

 

  «Chiese vuote» e «piccolo gregge »

                     Recensione dell’ultimo libro di Tomáš Halík

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

A partire da un discorso radiofonico dell’allora professor Joseph Ratzinger (dicembre 1969), in cui il futuro papa profetizzava una Chiesa degli anni 2000 ridotta a «piccolo gregge di credenti», è fiorita una copiosa letteratura sulla fine della religione cristiana e su come sarà la Chiesa cattolica in avvenire. Fra i volumi più recenti, è d’obbligo ricordare quello, molto celebrato, di Chantal Delsol su, appunto, La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo (Cantagalli 2022) e, secondo me, la Breve apologia per un momento cattolico di Jean-Luc Marion (Morcelliana 2019), passato sotto silenzio in Italia ma che invece offre, nonostante l’angoscia per il travaglio del presente e il timore per la crisi della fede, un barlume speranza per le sorti del cattolicesimo. I volumi sia di Delsol sia di Marion, tuttavia, si interessano specificamente della fine della cristianità (chrétienté), ovvero della forma politica assunta dal cristianesimo (christianisme), come è evidente, ad esempio, proprio dal titolo di Delsol: in quanto intellettuali impegnati, anche se non nella gauche, entrambi gli studiosi, infatti, si chiedono, in definitiva, se ci sia ancora spazio per la religione cattolica in una società secolarizzata come quella francese.

Di taglio più ecclesiale e spirituale, invece, è l’ultimo contributo di Tomáš Halík, Il segno delle chiese vuote. Per una ripartenza del cristianesimo (Vita e pensiero 2020). Benché poco noto al pubblico italiano (se si eccettua la lunga recensione de Il segno delle chiese vuote da parte de La civiltà cattolica), Halík è uno dei teologi più influenti del nostro tempo, in quanto amico di papi (da S. Giovanni Paolo II a Francesco) e protagonista di una vita innegabilmente avventurosa. Nato a Praga nel 1948, infatti, fu costretto ad abbandonare la carriera accademica in quanto inviso al regime comunista; avvicinatosi alla Chiesa nel 1972, fu ordinato clandestinamente sacerdote nel 1978 a Erfurt, in Germania, da dove continuò la sua battaglia contro il comunismo, al fianco del cardinale František Tomášek (1899-1992) e di Václav Havel, primo presidente della neonata Repubblica ceca (1993-2003), nata dopo la dissoluzione dell’URSS, com’è raccontato dallo stesso Halík nella sua avvincente autobiografia, From the Underground Church to Freedom (University of Notre Dame 2019). Riabilitato quindi dal nuovo corso democratico, è diventato professore di filosofia e sociologia della religione presso l’università di Praga. Halík, quindi, ha vissuto direttamente lo stato di minoranza della Chiesa (sulle prime, non poté dire neanche a sua madre della sua ordinazione) e la persecuzione da parte di una dittatura politica vera e propria (fu compagno di studi di Jan Palach, martire della cosiddetta «primavera di Praga»); per questi motivi, le sue riflessioni sono di particolare interesse, anche se destano qualche perplessità.

Il segno delle chiese vuote risente evidentemente dell’esperienza del COVID 19, da cui Halík ricava le suggestioni delle chiese chiuse e delle funzioni sospese per evitare il contagio, considerate un segno dei tempi posto dal Signore a indicare la riduzione dei fedeli cattolici praticanti sempre più a «piccolo gregge»: «Non posso però fare a meno di chiedermi se questo tempo di chiese vuote e chiuse non rappresenti una sorta di monito per ciò che potrebbe accadere in un futuro non molto lontano: fra pochi anni esse potrebbero apparire così in gran parte del nostro mondo. Non ne siamo già stati avvertiti più e più volte da quanto è avvenuto in molti Paesi, dove sempre più chiese, monasteri e seminari si sono svuotati o hanno chiuso? Perché abbiamo attribuito tanto a lungo questo fenomeno a influenze esterne (lo “tsunami secolarista”), invece di renderci conto che si stava concludendo un altro capitolo della storia del cristianesimo e che era tempo di prepararsi a uno nuovo?».

La rassegnazione di Halík dimentica frettolosamente il fiorire delle comunità di tradizionalisti (in Europa e, soprattutto, negli Stati Uniti, dove il trend demografico dei cattolici è in crescita) e dei paesi del Terzo mondo perché affascinato dalle chiese sempre più desolatamente vuote in quanto stimolo per trasformare il volto della Chiesa così come finora conosciuta. Ma trasformarlo in che modo? «Dobbiamo abbandonare molte delle nostre precedenti idee su Cristo. (…) Non dobbiamo prendere per buone le notizie che circolano attorno a noi, ma insistere a volere toccare le sue ferite. D’altronde, dove altro saremo sicuri di incontrare quelle ferite se non nelle ferite del mondo e nelle ferite della Chiesa, nelle ferite del corpo che Egli assunse su di sé?». Halík, in poche parole, sta evocando l’immagine della Chiesa come «ospedale da campo» cara a papa Francesco, che si limita, cioè, solo a curare le ferite di una civiltà cristiana che si sta spegnendo, rinunciando così alla missione di evangelizzare tutte le creature affidatale direttamente da Cristo: «Dobbiamo abbandonare i nostri obiettivi di proselitismo», forse per lasciare il campo a nuove forme di proselitismo, come quella della propaganda gender?

Conclude Halík: «Possiamo naturalmente accettare questa Quaresima di chiese vuote e silenziose semplicemente come una breve misura temporanea che sarà presto dimenticata. Ma possiamo anche sfruttarla come kairós: un momento opportuno per “prendere il largo” e cercare una nuova identità per il cristianesimo in un mondo che cambia radicalmente sotto i nostri occhi. L’attuale pandemia non è certamente l’unica minaccia globale per il nostro mondo, ora e in futuro». Nessuna parola però su quali siano le altre minacce globali incombenti, come, ad esempio, la manipolazione del sesso e dell’identità dell’uomo resa possibile dalla moderna tecnologia o le nuove forme di dittatura che minacciano sempre più da vicino la libertà dell’uomo; solo un chiaro invito a riscrivere, non si sa bene come, la storia del cristianesimo: ancora una volta, «Forse questo tempo di edifici ecclesiali vuoti mette simbolicamente in luce il vuoto nascosto delle Chiese, e il loro possibile futuro se non si compie un serio tentativo per mostrare al mondo un volto del cristianesimo completamente diverso».

Il segno delle chiese vuote è una lettura stimolante, ricca di dotti riferimenti tratti dalla letteratura e dalla filosofia di tutti i tempi. Riferimento per riferimento, manca però stranamente quello a Un cantico per Leibowitz di Walter Miller Jr. (1959), romanzo certamente noto a Halík che, raccontando la vita delle sparute comunità cristiane di un futuro apocalittico, ha ispirato Rod Dreher e le varie Opzioni Benedetto che affollano le menti e i cuori di tanti credenti. Benché si tratti di un romanzo che testimonia la fede e la pietà di una Chiesa preconciliare che non c’è più e che, secondo Halík, non può (o non deve) più tornare, è anche vero che Miller non è stato certo un autore dalle vedute limitate (di lui mi sono già occupato: https://www.sabinopaciolla.com/l-opzione-leibowitz-e-lorigine-della-tesi-di-rod-dreher-sul-futuro-del-cristianesimo/).

Credo, pertanto, che Un cantico per Leibowitz ritragga molto bene i rischi di una Chiesa quasi compiaciuta non solo di ridursi alla dimensione di «piccolo gregge di credenti», ma addirittura di scomparire, là dove l’autore, ad esempio, dà la parola all’abate Zerchi, che, lungi dall’essere rassegnato, si sforza, al contrario, di testimoniare la fede cristiana a un mondo preoccupato innanzi tutto di sopravvivere a sé stesso, dopo il disastro nucleare causato dall’uomo. Infatti, in un serrato dialogo fra l’abate e il medico addetto a salvare le vite dei pazienti minacciate dall’esposizione alle radiazioni, apprendiamo che il medico aspira a occupare anche il cortile del monastero dell’abate Zerchi, già ridotto a «campo di misericordia» (mercy camp), quasi una sorta di lazzaretto in cui prendersi cura, ed eventualmente sopprimere, i più disgraziati.

«Guardateli. Sono malati, feriti, fratturati, spaventati. Anche i bambini. Stanchi, storpiati, miserabili», dice il medico.

«Non voglio che vada così», è la replica dell’abate. «Sentite… mi stavate dicendo in che modo una legge fatta dall’uomo abbia reso obbligatorio, per voi, leggere e spiegare questo a un caso di radiazione critica. Io non ho fatto obiezioni a questo. Diamo a Cesare ciò che gli spetta, fino a questo punto, poiché è questo che la legge vuole da voi. Ma allora, non potete comprendere che io sono soggetto a un’altra legge, la quale mi proibisce di permettere a voi o a chiunque altro di consigliare, a chiunque, qui, su questa proprietà affidata alle mie cure, di fare qualcosa che la Chiesa considera un male?».

«Oh, lo comprendo abbastanza bene».

«Ottimamente. Dovete farmi soltanto una promessa, e potrete servirvi del cortile».

«Quale promessa?».

«Semplicemente che non consiglierete a nessuno di andare a un “campo di misericordia”. Limitatevi a fare la diagnosi. Se troverete casi disperati da radiazione, dite loro ciò che la legge vi costringe a dire, consolateli come volete, ma non dite loro di andare a uccidersi».

«Io credo che sarebbe giusto fare questa promessa riguardo ai pazienti della vostra Fede».

«Mi dispiace ma non è abbastanza. (…) Perché se un uomo ignora il fatto che qualcosa è sbagliato, e agisce nell’ignoranza, non incorre in una colpa, purché la ragione naturale non sia sufficiente a mostrargli l’errore. Ma, mentre l’ignoranza può scusare l’uomo, non scusa l’atto che è errato in se stesso. Se io permettessi l’atto semplicemente perché l’uomo ignora che esso è sbagliato, allora incorrerei nella colpa, perché io so che è un errore. In realtà, come vedete è dolorosamente semplice».

«Ascoltatemi, padre. Stanno lì seduti, e vi guardano. Qualcuno grida. Qualcuno piange. Qualcuno si limita a starsene lì seduto. E tutti dicono: “Dottore, cosa posso fare?” E io, che cosa dovrei rispondere? Non dovrei dire nulla? Devo dire: “Puoi morire, ecco tutto”. Voi cosa direste?»

«Prega», è la risposta semplice ma fulminante dell’abate.

Mentre noi abbiamo semplicemente dimenticato, come dice la Breve apologia di Marion, che Cristo mai ha garantito ai suoi di diventare la maggioranza o di essere dominanti, ma soltanto che se fossero passati attraverso la Sua stessa esperienza della croce, avrebbero guadagnato la vita eterna, il mondo dell’abate Zerchi è, invece, reso veramente non più abitabile da una apocalisse provocata dall’uomo stesso, ma non per questo è segnato dalla rassegnazione, com’è dimostrato dalle battute conclusive del dialogo fra il monaco e il medico.   

«Ascoltate, la sofferenza è l’unico male che io conosco. È l’unico che sappia combattere».

«E allora Dio vi aiuti».

«Mi aiutano di più gli antibiotici».

«E allora scrivete: “Non raccomanderò l’eutanasia ad alcun paziente, finché sarò in questa abbazia”. E firmate. (…) Vi ho offerto una possibilità di fare il vostro lavoro, come è richiesto dalla legge che voi riconoscete, senza calpestare la legge che io riconosco».

Finisco di riportare il racconto da Un Cantico per Leibowitz dicendo che il medico alla fine firmò e solo allora poté usare il cortile dell’abbazia: a Dio era stato dato quel che era di Dio, e a Cesare quel che era di Cesare, anche al tramonto del mondo così come l’avevamo conosciuto. Un duro monito per la cultura, soprattutto quella cristiana, che, per rinnovarsi, sta invece liquidando sé stessa, mentre è solo attraverso la testimonianza della sua fede che la Chiesa guadagnerà il mondo e, forse, lo cambierà. 

 


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