Un bicchiere da caffè con preghiera

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Prologo

Bene, le guerre di religione sono di nuovo tra noi. Chi credeva che lo svuotamento dei contenuti confessionali avrebbe portato alla pace ed alla tolleranza universali è servito. Stupisce solo che anche le più alte istanze della Chiesa Cattolica incorrano nella nefasta utopia (dabbenaggine?) dell’anelito insito nel cuore degli uomini ad una fratellanza universale. Nostalgia semmai; l’anelito è pur sempre quello di bastonarsi per bene. Naturalmente ad maiorem hominis gloriam. Covid e Ucraina docent.

Certamente non sono più le religioni tradizionali a fronteggiarsi, ma sono pur sempre sistemi di credenze. Prima dell’attuale conflitto tra anti e pro-Putin, e prima ancora dell’epocale conflitto tra vaccinisti e no-vax, istituzionalizzato e condotto da “eserciti” regolari contro soccombenti descamisados, c’era già stato nel 2020 un duro scontro tra i sostenitori delle misure di contenimento, di protezione contro il nemico invisibile, fossero le mascherine, le distanze, il lockdown, e i renitenti alla leva, i dubbiosi, i sediziosi e via denunciando.

Ora, mentre nella lotta vaccinista si è visto un unico fronte globale, al grido di “Governi di tutto il mondo unitevi!”, nei mesi del 2020 si è assistito al formarsi di alleanze variabili, di tattiche di guerra diverse: in alcuni Paesi, in genere quelli di cultura nordica, o in quelli troppo poveri per preoccuparsi di un ulteriore fattore di mortalità (vedi l’Africa), si è fatto ricorso alle raccomandazioni, ai provvedimenti empirici. In un paese come il nostro le cose sono andate in maniera diversa: si è istituito ben presto un Comitato di Salute Pubblica, articolato in ministeri, comitati scientifici, rappresentanze mediatiche, capitoli di spesa, conferenze alla Robespierre.

Ahimè, il popolo italiano oltre alla perizia nella navigazione e la sagacia inventiva non ha mai brillato per rispetto delle regole e stima dei suoi governanti; persino la pioggia è colpa di quelli. Ma non crediate che nel 2020 ci sia stata una mutazione antropologica: l’italiano rispetta le regole per paura, per costrizione, per interesse, e talvolta per vanità. Perché deve dimostrare che lui non è meno italiano degli altri, lui rispetta le regole: se gli dicono di portare la mascherina, ecco che lui la porta anche se attraversa il deserto del Gobi in solitaria, non vivrebbe mai in campagna ma se vede uno sfigato che vive in una baita scomodissima e fredda avventurarsi per sentieri deserti nella primavera quarantenata, si stizzisce come una biscia e pretende che la guardia forestale lo sanzioni; prende l’auto per andare a comprare il pane ma se in televisione mostrano  un runner correre nel nulla di un parco si inferocisce come un rinoceronte ipocondriaco.

Considera allo stesso modo un’orgia di decine di persone e la passeggiata all’aria aperta di mamma papà e bimbo sul triciclo. Eh no, le regole valgono per tutti è il suo mantra. Così si merita appieno gli assessori lager führer che penalizzano la gente e infliggono norme e punizioni senza senso, per dare un esempio, come pure l’allora Generalissimo rammaricato di non poter entrare a controllare nelle nostre case ed allo stesso tempo, paterno, di non poter ancora consentirci di dar sfogo alla nostra giovanile irruenza ed uscire così di casa, come fanciulli irresponsabili. 

Così la guerra al tempo del Covid 19.

Ma la Chiesa? 

La Chiesa ha dato prova di un’autentica anima sinodale ancor prima del Sinodo sulla Sinodalità. Eh sì, perché toto orbe (terra marique per i secchioni) la Chiesa ha parlato con una sola voce quella della prudenza, e della concordia degli spiriti con le autorità civili. E così ha perso l’occasione storica di essere veramente Mater et Magistra (chiedo venia; sarà la primavera, ma sento quel poco di latino che ricordo scorrermi nelle vene).

Non si trattava certamente di invitare a baciare sulla bocca il lebbroso, ma mentre si sollecitava una ragionevole prudenza, si sarebbero anche potuti richiamare i fedeli a serie riflessioni, non dirò cristiane non essendo questo il caso, ma di senso comune sul fatto che non siamo noi a decidere il se ed il quando della nostra vita e della nostra morte: “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?” (Mt. 6,27). Riflessione che in effetti sempre sgomenta, ma che non per questo è meno vera e necessaria.

Fai tutto quel che è in tuo potere per difendere la tua vita e poi rilassati e vivi. C’è un abisso tra il chiudere a chiave la porta di casa alla sera e murarsi dentro ogni calar del sole. Quale miglior servizio avrebbe potuto portare la Chiesa agli uomini del proteggerli e liberarli dal panico e dallo stordimento? 

C’è stato un ahimè spiegabilissimo zelo nel precorrere i desiderata del Governo (e non solo in Italia, dove pure esistevano gli strumenti giuridici per mantenere una ragionevole autonomia), che richiama inevitabilmente l’operare di un lacchè. Il problema di un tale agire è che poi la gente ti tratta come tale e può accadere, come di fatto è accaduto, che una Wanna Marchi, dico una Wanna Marchi, quest’Ipazia dello scioglipancia, si sia permessa, con la sua innata levità di tratto, di inveire contro quei buzzurri e deficienti di cattolici che pretendevano di assistere alla Messa, rischiando, soprattutto nei giorni feriali, di dar luogo ad esplosivi assembramenti. O che un altro maitre à penser abbia potuto ammonire che si può pregare Dio anche al bagno! (E ringraziamolo, perché ha usato un’espressione rispettosa). No, caro signore, Dio non lo si prega al bagno, lì, mentre si fa altro, tutt’al più si intesse un soliloquio che si spaccia per preghiera: la civiltà è nata dal culto dei morti, vale a dire dalla creazione di uno spazio sacro, separato da quello profano. Elementare, Fiorello. 

Per due lunghissimi anni ho dovuto assistere a procedure assurde, a panche incerottate, transennate, con emoticon ammiccanti (poi non dite che la Chiesa non sa parlare il linguaggio dell’uomo d’oggi!) a sguardi grifagni, a mielosi inviti a disinfettarsi le mani e a non inginocchiarsi per non rischiare di spargere vagonate di virus sul collo distante solo 40 centimetri dell’incauto nella fila davanti, per vedere poi propagarsi come un miasma l’incredibile usanza del disinfettarsi le mani prima di prendere l’Ostia. L’ho attribuito ad una sciocca imitazione dell’operato del celebrante, lui sì poveraccio tenuto a disinfettarsi le mani, minuziosamente e ostentatamente coram populo (eh dai), ma l’ho giudicato una inconsapevole blasfemia.

Eh, bene, non ho dovuto vedere questa pratica consigliata sul vademecum del pio e responsabile cattolico, emanato nientepopodimeno che dalla Curia Arcivescovile di Milano! Oh, cavoli! Mi sono detta, perché sono una signora. Nel testo “Si consiglia ai fedeli di detergersi le mani con soluzione idroalcolica prima di ricevere la Comunione”.  

Abbiate un po’ di pazienza e seguitemi per pochi momenti. Le ostie vengono comprate a sacchetti o sacchettoni, si può presumere confezionate con le normali precauzioni igieniche, messe poi e conservate nella pisside, che sempre presumiamo tenuta scrupolosamente pulita e non esposta a vapori infetti. E siccome la Curia milanese raccomanda di non utilizzare i fogli delle preghiere per almeno tre ore se ne inferisce che reputi quello un lasso di tempo sufficiente a far morire soffocati gli eventuali virus infiltratisi (gliel’avrà detto Burioni?). Or bene, il sacerdote, disinfettatosi e purificatosi, che neanche un levita biblico, prende l’Ostia, la fa cadere sulla mano facendo attenzione a non entrarvi assolutamente in contatto. Sono testimone oculare dell’abilità manuale di un sacerdote che riesce ad imprimere alla particola un movimento elicoidale, una carambola in pratica, così da essere sicuro di centrare perfettamente il palmo.  

Ora, sic stantibus… insomma stando così le cose, sfido chiunque a definire le probabilità di un contagio in tali circostanze; dal canto mio penso che il numero esprimente la percentuale dovrebbe avere segno negativo. E comunque noi tutti tocchiamo maniglie e sostegni sui bus, maneggiamo denaro passandolo di mano in mano, tocchiamo vaschette di plastica e scatole di cartone, lattine al supermercato e in mille altre circostanze e non ci avventiamo selvaggiamente su disinfettanti ogni momento, ma lì, prima, dopo e durante sentiamo il bisogno di disinfettarci in un parossismo di cautela.

Ma Monsignori voi ci chiedete di credere l’incredibile, vale a dire che quel piccolo pezzo di simil pane insipido sia il Corpo di Cristo, quello come le altre centinaia di migliaia distribuite tutti i giorni. Io ci credo, perché sono nata e vissuta in un orizzonte spirituale cristiano, e il paradosso non mi spaventa, anzi in qualche momento mi pare di intravedere per così dire i termini di questa improbabile equazione a n incognite, ma devo ammettere che se si presentassero alla maggioranza delle persone, comprese gli habituès parrocchiali, da un lato l’assunto della presenza reale di Cristo e dall’altro le tesi più estremiste dei fruttariani, a maggioranza bulgara queste ultime verrebbero considerate come più plausibili.

In altri termini il sacerdote è serio quando mi porge l’Ostia dicendo “il Corpo di Cristo”? E nello stesso tempo forse mi giudicherebbe un’esaltata se dicessi che il livello minimo sindacale della fede è quello di essere ragionevolmente sicuri di non contrarre il Covid dal Corpo glorioso di Cristo? Nessuno lontano più di me dal misticismo estremo di Santa Caterina che baciava le piaghe purulente per punirsi dell’istintivo ribrezzo, ma insomma mi piace pensare di riuscire a non essere troppo vile, volevo dire prudente.

Monsignori miei, il comunicarsi al Corpo e Sangue di Cristo è l’accadimento più epocale, più folgorante dell’esistenza cristiana, e il fatto che sia per così dire nascosto sotto le apparenze del pane e del vino non ne diminuisce la portata scandalosa, e voi me lo trattate con lo spirito burocratico applicabile alle vaschette del prosciutto al super. 

Tutto questo poi per un virus che, secondo generali e fondate stime, può essere letale per lo 0,2 – 0,6% delle persone ammalate anche se per il nostro Darth Vader nazionale la letalità è del 100%: non ti vaccini, ti ammali, muori. Se Dio non voglia dovessimo incontrare un virus letale come l’Ebola o il bacterium  Yersinia (peste), quali sarebbero le indicazioni delle Conferenze Episcopali: quelle di appostare  volontari tra bifora e bifora per cecchinare i sospetti contagiati, mentre le devote sferruzzerebbero per improbabili Missioni? In altri tempi, religiosi e religiose affrontavano in piena consapevolezza i rischi dell’assistenza materiale ma ancor più spirituale agli appestati. Ora si sono uniformati alle regole della prudenza in vero ed esemplare spirito d’obbedienza.

Ma c’era bisogno della Chiesa per dire ciò che così bene dicono virologi, politici e giornalisti? 

La Chiesa dovrebbe sapere che la gente è attirata, oggi come nei tempi biblici, dalla prospettiva di banchetti fastosi, cibi succulenti (Isaia,55,1-5) e che il cibo d’asporto è buono solo nella pubblicità.

 


 

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