Ricevo e volentieri pubblico.

 

Gaza 9 ottobre 2023 (foto: afp)
Gaza 9 ottobre 2023 (foto: afp)

 

20 gennaio 2024, San Sebastiano

21 gennaio 2024, Sant’Agnese

22 gennaio 2024, San Vincenzo Pallotti

23 gennaio 2024, Sant’Emerenziana

 

Samizdat dal paesello

Chi ha portato l’asino sul minareto…

 

Dopo il mio ultimo Samizdat: morte inattesa di mia suocera, non rinnovo del SuperBonus con ricadute in famiglia, viaggio di 4 giorni a Roma, nascita della nipotina Maddalena, attesa di Maddalena che se ne sta in neonatologia. Il tutto condito da malattie familiari e personali.

Un po’ di “sbornia” che spiega il ritardo, per chi mi segue.

 

CCVP

Come vanno le cose a Gaza? Facciamo 25.000 morti e 60.000 feriti. A livello di case (dati del 2 gennaio) 65.000 erano distrutte e 290.000 danneggiate: 500.000 palestinesi non potranno tornare a casa anche a fine conflitto. Il 29 ottobre 2023(1) scrivevo così.

«Se va avanti la linea descritta dall’ambasciatore d’Israele in Italia (estinguere Hamas), 100.000 morti sono una stima sensata. Già adesso mi chiedo come si faccia a sopravvivere a Gaza senza acqua, luce, gas, carburante.»

Sono passati altri 3 mesi, e l’obiettivo 100.000 morti è vicinissimo. Ci sono morti che nessuno è in grado di recuperare e conteggiare, sotto le macerie di 350.000 case distrutte o danneggiate. Ci sono feriti di oggi che saranno i morti di domani. Ci saranno poi i morti per “effetti collaterali”, inevitabili quando mancano acqua, luce, gas, carburante, medicine, cibo.

In un passaggio de “La grande scommessa” l’attore Brad Pitt ricorda che un 1% di disoccupati in più provoca statisticamente 40.000 morti. Come mai? Perché chi non ha soldi non si cura, mangia malamente o non mangia, sta al freddo, eccetera. Figuratevi a Gaza.

È un genocidio? Mah, inutile perdersi in discussioni inutili.

È un CCVP (Chiamatelo-Come-Vi-Pare). È un luogo sulla terra dove ci sono 25.000 morti, 60.000 feriti, 2.200.000 persone affamate e non curate, 1.900.000 profughi interni, 350.000 case danneggiate o distrutte, e dove i colpiti sono per la maggior parte donne e bambini.

E dove la “foto” di oggi è già vecchia, perché il “lavoro” è tutt’altro che concluso.

È la vendetta, in rapporto 100 a 1, di Israele sui Palestinesi.

 

LE FOSSE ARDEATINE IMPALLIDISCONO

Quando si ricorda la frase «Per ogni tedesco ucciso, verranno uccisi tot italiani» la mente corre con facilità all’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Ricordiamo gli eventi in due parole. Il 23 marzo 1944 un gruppo dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica, partigiani del Partito Comunista), avendo studiato il percorso quotidiano e regolare del Battaglione “Bozen” per le vie di Roma, organizzò un attendato dinamitardo in Via Rasella, provocando la morte di 33 uomini della Bozen. Il 24 marzo 1944 avvenne la rappresaglia tedesca alle Fosse Ardeatine, con l’uccisione di 335 persone, in gran parte già detenute, in parte rastrellate sul momento.

Perché i tedeschi se l’erano presa tanto per quei 33 morti, quando in giro per il mondo morivano tedeschi a milioni?(2)

Perché l’attentato di Via Rasella era, appunto, un attentato, e non un’azione militare.

I 33 morti erano dei coscritti altoatesini, per la maggior parte cattolici, inquadrati nel Reggimento di Polizia “Bozen”. Non erano esattamente il prototipo del nazista come noi lo immaginiamo: erano sudtirolesi, in parte di lingua ladina, arruolati a forza e comandati da ufficiali tedeschi.(7)

A Roma tutto ciò che facevano era addestramento e marce. Riprendo da Wikipedia.

«Gli uomini della truppa ricoprivano tutti il grado di Unterwachtmeister, il più basso dopo quello di allievo. Quasi ogni mattino marciavano fino al campo di esercitazioni e al poligono di tiro di Tor di Quinto, nei pressi del foro Mussolini, per poi fare ritorno verso le 14:00 seguendo sempre lo stesso percorso: piazza del Popolo, via del Babuino, piazza di Spagna, via dei Due Macelli. Giunti all’incrocio con via del Tritone, sebbene questa strada fosse più comoda per raggiungere via delle Quattro Fontane, il maggiore Hans Dobek (per errore spesso chiamato “Dobbrick”), comandante del battaglione che seguiva spesso gli spostamenti dei suoi uomini, ordinò che la colonna continuasse lungo via del Traforo per poi svoltare in via Rasella, parallela di via del Tritone mal lastricata e più ripida, per evitare il traffico del centro. La colonna marciava con alla testa il comandante della compagnia, il sottotenente Walter Wolgasth di Amburgo, divisa in tre file con un sottufficiale davanti a ognuna; gli uomini più alti erano nelle prime file, in modo da dare un’impressione di forza. La marcia era spesso accompagnata dal canto Hupf, mein Mädel (Salta, ragazza mia), imposto dal maggiore Dobek con dure punizioni per chi non avesse cantato. Sebbene fosse intonato molto controvoglia dai militari altoatesini, che si sentivano ridicoli, il canto era considerato dai partigiani una provocazione e una dimostrazione di spavalderia.»

«Agli uomini, tra cui vi erano dei ladini che parlavano tedesco con difficoltà, fu vietata la libera uscita per impedire ogni contatto con la popolazione romana, venendo severamente puniti qualora avessero comprato qualcosa all’esterno o, essendo per la maggior parte cattolici praticanti, si fossero recati segretamente in chiesa. Durante l’addestramento, gli ufficiali tedeschi erano soliti insultarli come “traditori”, “maiali” e “bastardi”. Per la difficoltà nell’addestrarli e la scarsa marzialità dimostrata anche dopo ore di esercitazioni, li definivano inoltre “teste di legno tirolesi” (Tiroler Holzköpfe).»

Informato dell’attentato, Hitler vuole la rappresaglia: 30 o 50 per 1.

Dall’Italia lo ridimensionano a 10 per 1. Diventeranno poi 335 invece di 330.

L’attentato di Via Rasella militarmente era un non senso (morirono anche due civili italiani, uno era un dodicenne). La rappresaglia per l’attentato fu un crimine senza attenuanti.

Tutto questo è l’ovvio.

Ma, se provate a portare questo “ovvio” in Palestina, non otterrete molti consensi. Sintetizzando.

  • Ciò che ha fatto Hamas il 7 ottobre 2023 è un crimine senza senso.
  • La rappresaglia di Israele a Gaza (con appendici in Cisgiordania) è un altro crimine, senza attenuanti.
  • Le proporzioni di vendetta adottate da Israele verso la popolazione di Gaza fanno impallidire le Fosse Ardeatine.

Qualcuno può affermare il contrario? Qualcuno può affermare che la tragedia di Gaza che ho descritto prima sia una sorta di “effetto collaterale” della legittima volontà di Israele di far sparire Hamas? Non scherziamo.

Con un’azione come quella condotta da Israele a Gaza, Hamas sarà l’unica cosa che rimarrà in essere.

Per il resto è genocidio, a partire da donne e bambini. E, se non vi piace la parola “genocidio”, CCVP.

 

RIPRENDIAMO LA STORIA DEL SIONISMO

Il sionismo è un’ideologia e, come tutte le ideologie, contiene in sé un “buco” antropologico che viene negato anche quando i fatti ti si spiattellano davanti.

Anzi, l’impostazione dell’ideologo è questa: «Se i fatti non collimano con l’Idea, tanto peggio per i fatti».

Il sionismo nasce come realtà magmatica, formata da obiettivi contraddittori. Poi, a un certo punto, si cristallizza in un’Idea. Idea sbagliata che adesso nessuno è in grado di fermare.

All’inizio (fine del XVIII secolo e inizio del XIX) ci fu la “emancipazione”. La Haskalah era un movimento ebraico che sosteneva l’adozione dei valori illuministici e, puntando sulla “tolleranza” illuministica, chiedeva l’espansione dei diritti per gli ebrei nella società europea. Annunciavano quindi la “uscita dal ghetto”, uscita non solo fisica, ma anche mentale e spirituale.

Il ghetto era una realtà bivalente: potevi vederlo come costrizione, potevi vederlo come protezione. Di fatto lo scardinamento del ghetto avvenne per l’opera culturale di un “illuminismo ebraico” e l’illuminismo, si sa, ha poco a che vedere con le religioni in generale.

Così gli ebrei cominciarono a dividersi in categorie. Se eri un oste del ghetto, o un bottegaio del ghetto, o un artigiano del ghetto, cosa andavi a fare fuori dal ghetto? Quello era il tuo luogo, scelto e non forzato. Fuori dal ghetto (fisico, mentale, spirituale) andarono quelli che potevano aspirare a ricoprire ruoli: professori universitari, medici, politici, amministratori, ufficiali dell’esercito,… Ma uscirono da illuministi ebraici, divenendo in breve, in maggioranza, illuministi atei, o ebrei “leggeri” (privi dello “spirito del ghetto”, direbbe Zabotinskij(3)).

I matrimoni misti, consentiti dall’emancipazione, portarono con facilità i figli all’allontanamento dalle radici ebraiche.

Ecco quindi che l’emancipazione, vista inizialmente come il “sole dell’avvenire”, cominciò a mostrare i suoi problemi e cominciò a generare anche il magma delle possibili soluzioni. Proviamo a schematizzarle.

  • Salvaguardia dell’identità religiosa tramite l’isolamento, non più coatto, ma scelto (ricordiamoci della “bivalenza del ghetto”: costrizione-protezione).
  • L’assimilazione tout court. L’ebreo come il cattolico. Vive come gli altri, si trova in sinagoga il sabato, fa certe pratiche, ma niente deve farlo riconoscere come “ebreo alla prima occhiata”.
  • La creazione di un’autonomia nazionale e culturale. Qualcosa di simile ai sudtirolesi nei confronti dell’Italia, volendo semplificare al massimo. Cosa possibile ovviamente solo all’interno di Stati di una certa dimensione (l’Impero Russo in primis).
  • L’emigrazione. Con l’emancipazione si è persa l’identità. Ma l’emancipazione via via generalizzata nei vari Stati consente di andare altrove, dove si pensa che l’identità perduta possa essere ricostruita.
  • L’adesione alla “rivoluzione”. Dove ci sono movimenti rivoluzionari di qualunque natura, lì ci sono degli ebrei. Ribaltare l’esistente, per poi guidare l’esito rivoluzionario.
  • Infine, l’adesione al sionismo.

Da notare che l’ipotesi emigrazione portava con sé un corollario pesante: l’oste, il bottegaio, l’artigiano, avrebbe dovuto diventare un colono, di fatto un contadino.

E l’emigrazione di massa non poteva avvenire con un movimento fai da te, ma rendeva necessario l’intervento del super-ricco con acquisto preventivo di terre e organizzazione dei viaggi (documentazione per l’uscita, navi a disposizione, biglietti a basso costo, pubblicazioni informative sui luoghi di arrivo, ecc.).(4)

Mettete tutto insieme: l’auto-ghettizzazione, l’assimilazione (il “cresus assimilato” riempie di disgusto Zabotinskij), le aree ebraiche all’interno dell’Impero Russo, l’emigrazione organizzata e spesso fallimentare, la rivoluzione ovunque avvenga. In questo magma nasce il movimento sionista.

Come già scritto(1), il movimento sionista nasce ufficialmente nel 1897, a seguito dell’affare Dreyfus (antisemitismo in Francia) e si inserisce nell’epoca delle grandi migrazioni dall’impero russo generate dai pogrom antisemiti del 1881-1882 e del 1903-1906.

Due le linee sioniste.

  • Costituire un luogo in cui l’antisemitismo fosse assente per definizione.
  • Costituire un luogo dove l’ebreo potesse vivere in sicurezza.

Due linee simili, anche se non identiche.

Volendo descrivere le cose come stanno, le due idee potevano essere sintetizzate così: creare un ghetto moderno, non una piccola enclave all’interno di uno Stato, ma uno Stato-ghetto dove ci fossero solo ebrei o dove gli ebrei fossero sufficientemente armati da controllare e/o ghettizzare i non ebrei.

La scelta iniziale dei Monti Mau in Kenya (detta “scelta ugandese”) era adatta per uno scopo simile. Si trattava solo di “castrare” la naturale propensione dell’uomo del ghetto per il commercio e il piccolo artigianato, e di trasformarlo in un colono militarizzato.

La scelta di andare in Palestina fu ideologica, priva di senso sia per l’antisemitismo che per la sicurezza.

Sono da rileggere le parole di Zabotinskij che ho già citato(1). Notate che siamo nel 1914, solo 17 anni dopo la nascita ufficiale del Movimento Sionista. E Zabotinskij sta citando parole del sionista Max Nordau(5), ancora antecedenti.

«Dottore [Nordau, NdR], noi non dobbiamo prendere la strada degli idioti. Non soltanto il turco non è nostro cugino, ma neanche col vero Ismaele non abbiamo niente in comune. Noi, grazie a Dio, apparteniamo all’Europa; per duemila anni abbiamo contribuito a creare la cultura occidentale. Dalla vostra stessa bocca ho sentito pronunciare, nei discorsi al Congresso, le parole: “Noi andiamo in Palestina per estendere i confini (morali) dell’Europa fino alle rive dell’Eufrate. Il nostro massimo nemico per questa guerra è il Turco”. È venuta adesso la sua ora. Dobbiamo noi rimanere a far niente?»

Creare un luogo con antisemitismo assente?

Creare un luogo per la sicurezza?

Niente di tutto questo. Solo ideologia. «Estendere i confini morali dell’Europa fino alle rive dell’Eufrate».

Naturalmente non è vero che gli Ebrei per duemila anni hanno contribuito a creare la cultura occidentale, per il semplice motivo che il concetto di “occidente” è piuttosto moderno.

Diciamo che certamente gli Ebrei hanno contribuito a formare l’Europa illuminista e rivoluzionaria, quella che esporta in armi la sua “superiorità morale”.

 

IL SIONISMO HA REALIZZATO TUTTO, TRANNE I PROPRI OBIETTIVI

Riguardiamo i 5 punti citati alla pagina precedente.

Obiettivi contraddittori, ma il Sionismo li ha realizzati tutti.

  • Se uno pensa all’identità religiosa ebraica, pensa a Israele. Dentro ci sono ebrei atei ed ebrei ultra-ortodossi, ma l’identità percepita dall’esterno è netta.
  • L’assimilazione non è più necessaria. Assimilarsi serve se sei in minoranza. Ma in Israele sei maggioranza.
  • Autonomia nazionale e culturale. Autonomia massima, sei uno Stato-ghetto.
  • Da qualunque luogo puoi vedere Israele come la terra promessa, e lì emigrare.
  • Adesione alla rivoluzione. L’insediamento in Israele fu (ed è tuttora) un moto rivoluzionario: insediamenti prima legali e poi illegali, guerriglia, attentati, colpi di mano, occupazioni, espropriazioni,…

Tutto realizzato.

Con l’unico problema che quelli NON erano gli obiettivi del Sionismo, erano semplicemente il magma nel quale il Sionismo nacque.

Il Sionismo voleva un luogo in cui l’antisemitismo fosse assente per definizione. Ha invece creato il luogo dove l’antisemitismo è al massimo livello sulla terra.

Il Sionismo voleva un luogo per la sicurezza ebraica. Ha invece creato il luogo più pericoloso al mondo per un ebreo.

Questo è il dato di fatto.

L’ideologia sionista ha creato il luogo della guerra permanente.

 

CHI HA PORTATO L’ASINO SUL MINARETO…

Come se ne esce?

Se ne esce constatando il fallimento totale dell’ideologia sionista.

Ma, una volta constatato il fallimento (cosa non facile; ricordiamoci che «se i fatti non collimano con l’Idea, tanto peggio per i fatti»), occorre che qualcuno chiuda il Sionismo, possibilmente con un “atterraggio morbido” come avvenne per il comunismo sovietico.

Chi è quel “qualcuno”?

Samaan, cristiano siriano che venne a parlare a San Martino in Rio, citò il proverbio: «Chi ha portato l’asino sul minareto sa anche come farlo scendere»(6).

Solo chi ha costruito il Sionismo sa come smontarlo.

Nessuno potrà spostare gli ebrei dalla terra. Ma è invece possibile togliere l’ideologia sionista dalla mente degli ebrei. Ebrei non sionisti e palestinesi non islamisti potrebbero allora convivere.

Solženicyn scriveva: «Nella lunga e caotica storia umana, il ruolo svolto dal popolo ebreo – poco numeroso, ma energico – è innegabile e persino considerevole. Questo vale anche per la storia della Russia. Ma, per tutti noi, questo ruolo resta un enigma storico. Anche per gli ebrei. Questa strana missione ha dato loro tutto, tranne la felicità».

Che gli ebrei siano potenti non ci sono dubbi, basti pensare che ci sono 12 ebrei nel governo Biden. Ma la felicità segue altre vie, diverse dalla potenza.

Ci sarà un piccolo resto d’Israele che cerca la felicità? Questi potrebbero far implodere il Sionismo.

Quanto a noi, attendiamo oranti. Sperando che nel frattempo il contatore dei morti a Gaza rallenti fino a fermarsi.

 

Giovanni Lazzaretti

giovanni.maria.lazzaretti@gmail.com

 

 

NOTE

  • 1) Samizdat n.52, “Ogni albero si riconosce dal suo frutto”.
  • 2) 5 milioni di militari, 2 milioni di civili, arrotondando per difetto.
  • 3) Vladimir “Ze’ev” Zabotinskij, sionista della fase pre-Israele (muore nel 1940, non vede la nascita dello Stato ebraico). Pluricitato in Taglio Laser n.427 e Samizdat n.52
  • 4) Per fare un esempio, l’emigrazione degli ebrei russi in Argentina nella seconda metà del XIX secolo fu fallimentare. Ricevettero terre a basso costo per essere “coloni”, ma si rimisero a fare i loro mestieri.
  • 5) Max Simon Nordau (Simon Maximilian Südfeld), leader sionista ungherese, fu cofondatore con Theodor Herzl dell’Organizzazione Sionista.
  • 6) Samaan citò il proverbio nell’interrogarsi su come far sparire l’ISIS che tanto male stava facendo in Siria. Ma il proverbio vale per ogni situazione intricata e apparentemente irresolubile: qualcuno ha sempre le “chiavi” per smontare ciò che è stato costruito.


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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