Paolo Gulisano, medico epidemiologo e scrittore
Paolo Gulisano, medico epidemiologo e scrittore

 

 

di Eva Daniela Montanari

 

In questo frangente di autunno, dopo la clausura faticosa, si attendeva il ritorno alla solita vita ora riscoperta nel valore dei suoi aspetti più semplici e scontati. Invece no, di nuovo restrizioni. In questa circostanza sono state preziose le riflessioni del dottor Paolo Gulisano, invitato ad Arezzo dalla “Associazione Difesa dei Valori” per sviluppare il tema espresso nel titolo “Chi ha paura del coronavirus?”. Gulisano è epidemiologo di chiara fama, quel tipo di medico che studia epidemie e ragiona in termini statistici. “I numeri non mentono”. In risposta al disorientamento della popolazione, assicura che partendo dalla realtà possiamo capire ciò che è successo quest’anno, cosa ha cambiato la vita, prefigurando una sorta di rivoluzione, già in atto, un reset della società, che sta andando incontro a profondissimi e irreversibili cambiamenti.

Che cosa ha innescato questo grande cambiamento della società? Qualcosa di molto antico, con cui l’uomo ha a che fare da molto tempo, le malattie infettive, le epidemie. Le ultime epidemie, l’influenza aviaria, la suina erano state minacce fantasma perché non si erano diffuse. Quella di oggi, invece, è un pericolo concretizzatosi, a cui gli uomini reagiscono in modo arcaico, come gli uomini del passato reagivano alle pestilenze. Sembra di vivere, infatti, una pagina de “I promessi sposi”, con le stesse figure, l’untore, il monatto, la diffidenza reciproca, il delatore… Le paure antiche del contagio sono state amplificate con il contributo dei mass media.

Ma il terrore del contagio non è giustificato. Guardiamo i numeri. I morti in Italia sono stati poco più di 35.000, quando ogni anno in Italia il totale dei morti è di oltre 600.000 unità. Inoltre il 99% dei morti per COVID sono deceduti per altre gravi malattie croniche, aggravate dal virus. Di covid, quindi, è morto solo l’1%. E per ridurre la preoccupazione si deve sottolineare che è una malattia geriatrica, che non colpisce i bambini se non in forma molto leggera. Dopo il picco registrato il 6 aprile, è cominciata la discesa. Se ad aprile, infatti, avevamo 5.000 morti la settimana, nel periodo estivo si sono contati circa 30 morti. I numerosi decessi dei primi mesi sono dovuti al fatto che la medicina impotente andava a tentoni, i medici di base andati in rotta, gli ospedali pieni non trovavano le cure giuste, quando non aggravavano le condizioni del paziente.

La gestione politica della sanità ha peggiorato la situazione. Gli anziani avrebbero dovuto essere protetti, ma non è stato così. Ancora oggi le preoccupazioni sono le scuole, i bambini, mentre si sarebbe dovuto dire: Non contagiate i nonni! In Italia le scuole sono state chiuse e i bambini sono stati mandati davanti al computer per diverse ore al giorno con conseguenze drammatiche per la vista e per la loro percezione del mondo.  Per non parlare della proibizione delle autopsie onde evitare il diffondersi del virus; in realtà non sarebbero state pericolose, essendo il covid un parassita che muore con la morte dell’organismo che sfrutta. Santa disobbedienza di chi le ha fatte! Si è visto che accanto al fenomeno infiammatorio c’erano vasculiti causa di trombi che andavano a occludere le arterie polmonari. Gli ospedali, dopo lo autopsie,  hanno introdotto disaggreganti, trombolitici, potenti antiinfiammatori. La clorochina, con cui è stata curata la Sars del 2002-03, era stata sconsigliata per gli effetti collaterali. Non sempre è stata usata l’azitromicina, antibiotico che ha un effetto sia antibatterico che antinfiammatorio. Il plasma decisamente sottovalutato. Ancora oggi il negazionismo nei confronti delle cure costituisce un ostacolo. A marzo-aprile il coronavirus veniva presentato come un mostro invincibile contro il quale restavano solo due soluzioni, una il chiudersi in casa, l’altra l’attesa del vaccino, visto pericolosamente in una visione quasi messianica cui aderisce anche la Chiesa, come è attestato da un documento della Pontificia accademia per la vita, Humana Communitas, uscito in luglio. La Chiesa in uscita è diventata Chiesa in fuga, creando così sofferenza tra i fedeli. Non si è ispirata all’attiva carità di santi e testimoni della fede. In Lombardia c’è ancora il ricordo di San Carlo Borromeo che con i sacerdoti non ebbe paura ma andò incontro ai malati, esempio del pastore che protegge le pecore. Oggi invece, spinti dall’emergenza, sognando il nuovo Liberatore, si è passati da modelli matematici direttamente a sperimentazioni sull’uomo, saltando la fase di sperimentazione sugli animali. L’unico a darci la liberazione dalla grande paura è il vaccino.

Torniamo ai dati. I morti per covid rappresentano il 6% dei morti del nostro paese. Vuol dire che il 94% è morto per altre cause, di tumori, malattie cardiovascolari, di altre patologie, di incidenti, ecc. Questo dato aumenterà perché il nostro sistema è diventato covidcentrico, così che ha trascurato altre patologie, ha accumulato ritardi nella diagnostica, cosa gravissima perché per certe malattie la tempestività della diagnosi è fondamentale. La percentuale del 6% avrebbe potuto essere di molto inferiore. Il picco è arrivato il 6 di Aprile, poi le curve si sono abbassate. Ma la paura rimane ed è alimentata.

E a questa paura ci si attacca per portare avanti grandi esperimenti rivoluzionari di ingegneria sociale per cui nulla sarà più come prima. E’ in corso quella che è stata chiamata “finestra di Overton” (*).

L’epidemia ha dato l’occasione di aprire una finestra di Overton per un cambiamento radicale su più fronti, dal commercio, potenziando quello elettronico, alla scuola, all’ eutanasia. Queste morti potevano essere evitate. C’è stato un abbandono terapeutico, una rinuncia terapeutica. Esistevano protocolli ufficiosi per cui non essendoci posti per tutti negli ospedali si dovevano fare scelte, delle vere e proprie “selezioni eugenetiche”: chi ha diritto di vivere può accedere alle terapie intensive, altri no. Se avevi più di 75 anni, o, anziano, soffrivi di qualche patologia non potevi essere curato di fronte alla carenza di posti. Venivi accompagnato alla morte, con il medico che accettava questa pratica come inevitabile e diceva alla figlia: “Stia tranquilla, lo accompagniamo. Non si accorgerà”. Lo stesso Bertolaso settantenne, come lui stesso ha riconosciuto, è stato curato in rispetto della sua fama.

I miei colleghi, ha detto Gulisano, hanno fatto quello che veniva detto loro di fare. Ormai si lavora per protocolli, quando invece la medicina è l’arte del curare personalizzando la cura. La medicina non sempre riesce a guarire, ma sempre deve prendersi cura del paziente, sino alla fine.

Gulisano ci ha insegnato anche un bagno di umiltà. La medicina era molto pretenziosa, sognava di dare la vita (si pensi alla vita in provetta, alla manipolazione genetica) e poi subisce uno scacco da un piccolissimo microrganismo! Potrebbe essere l’occasione per un bagno di umiltà e per una riflessione sulla medicina che sempre deve rispondere al bisogno di salute. Negli ultimi anni aveva preso una certa direzione, soddisfare i desideri, i sogni che la natura non ha realizzato, un figlio in provetta, vivere più sani e più belli. La mia arte, ha detto, è stata messa a disposizione di disegni di ingegneria sociale progettati da una dittatura sanitaria. La salute elevata a idolo è il pregresso per introdurre tutto. E’ stato completamente eclissato il “Se vuoi mi puoi salvare” come dice un malato a Nostro Signore. E’ stato introdotto, invece, un modello cinese che prende il peggio del capitalismo e il peggio del comunismo. E’ un capitalismo sfrenato con una corsa spregiudicata al guadagno, ma insieme contempla il partito unico e un apparato statale che mira a un capillare controllo sociale e alla distruzione dell’opposizione, della resistenza. Quindi chi ha ambizioni di controllo della società sogna il modello cinese e trova nell’epidemia l’occasione per esportare questo modello. Noi stiamo perdendo gran parte della nostra libertà, della nostra tradizione, della cultura europea. E’ in crisi la fragile capacità di costruire relazioni, di dialogare, di scambiarsi opinioni ed esprimere emozioni, di esporre i propri bisogni confidando nell’ascolto dell’altro, di costruire la civitas. Questa è la vera grande minaccia. Stiamo perdendo anche parte del nostro sistema sanitario che oggi è centrato sul covid (non si può entrare in ospedale senza il tampone; c’è il rischio che malattie gravi vengano trascurate, la cura ritardata). E’ possibile che ci sarà una sanità di serie A ed una di serie B: se l’ecografia che vuoi fare viene fissata a otto mesi dopo, il benestante si rivolge al privato. Per questo si vedrà una crescita di forme assicurative private. La stessa scuola non sarà come prima se farà affidamento all’insegnamento a distanza, rinunciando così alla comunità educativa. Anche il lavoro sarà defraudato dell’aspetto umano, dell’originalità, del confronto.   Sarà una atomizzazione della società, non ci saranno più comunità, saranno singoli, manovrabili dalla dittatura, da governi con derive autoritarie.

Nella attuazione di questo esperimento sociale hanno provato a vedere fin dove ci si poteva spingere nella limitazione delle libertà. Chi avrebbe dovuto opporsi a tutto questo? La Chiesa, che invece è stata debole, imbelle, accondiscendente, prona ai diktat statali come mai si era visto dai tempi di Enrico VIII. Chi rifiutò obbedienza al re finì sul patibolo, a cominciare da san Tommaso Moro. Accanto al martirio, per garantire i propri privilegi ci fu l’apostasia di tutti i vescovi eccetto uno, John Fisher. Oggi la nostra Chiesa rischia di essere Chiesa di Stato, incapace di dare un giudizio su ciò che accade. In quel documento “Humana Communitas” si parla di vaccino, di solidarietà umana, ma è assente il tentativo di capire il mistero del male, il lutto; non c’è Dio.

Sto vivendo tutto quello che sta accadendo con la voglia di oppormi. San Paolo diceva “Non conformatevi alla mentalità di questo mondo”. Non conformarsi vuol dire anche mantenere la mente libera, rifiutare la manipolazione, l’essere parte di un gregge muto che accetta tutto. Questo dev’essere il nostro intento, la nostra missione. I cristiani che 2000 anni fa facevano parte dell’Impero romano e vivevano in una società in decadenza, non si preoccuparono di puntellare quello che stava andando in rovina. Fecero qualcosa di nuovo. I monasteri benedettini gettarono le basi della civitas cristiana, della nuova Europa. Non vi lascio con una visione catastrofica, pessimistica. Quello che sta avvenendo non ci deve vedere passivi, rassegnati, ma protagonisti. Anche se a volta ci sentiamo schiacciati, diretti dall’alto, possiamo coltivare una libertà di pensiero dentro di noi, mantenere le nostre comunità, perché in fondo, il disegno è quello di renderci isolati. E’ un messaggio di speranza e la speranza è una virtù cristiana. Quella speranza che nei primissimi tempi del lockdown, nonostante la realtà, era alimentata da “andrà tutto bene” rilanciato dai tetti, sostenuto a fine consolatorio e costrittivo, ora non viene più riaccesa perché non interessa neppure dare delle false rassicurazioni. Non si nascondono più. Ora dicono: “Obbedisci, fai così, altrimenti ti arresto”.

 

(*) Joseph P. Overton era un sociologo americano che descrisse i fenomeni di cambiamento sociale, ottenuti apparentemente non in maniera coercitiva e violenta. Oggi si possono evitare le “marce su Roma o le prese del Palazzo d’Inverno e ottenere cambiamenti radicali. Attraverso la finestra di Overton si possono ottenere cambiamenti di giudizio, invertire il valore al contrario. L’aborto un tempo considerato un crimine inaccettabile e ingiusto poi è stato tollerato, ammesso in certi casi; poi giustificabile, doveroso. E se la tua coscienza si oppone, questo non è ammissibile. Anche l’eutanasia, un tempo era inaccettabile e paragonata agli efferati programmi nazisti che eliminavano i deboli, i disabili, come indegni di vivere. Poi, pian piano, ammissibile, doverosa, infine, legalmente tutelata. Si consideri l’omossessualità: un tempo chiamare marito il compagno era visto come innaturale, ora è normale anche per la legge.

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