Padre Raymond de Souza in questo articolo si chiede chi ha nominato i due vescovi cinesi al Sinodo dei giovani. La sua opinione è che la chiara impressione è che siano stati scelti dal governo di Pechino, cioè dal Partito Comunista Cinese. Se così fosse, tanti sarebbero gli interrogativi.

Ecco il suo articolo nella mia traduzione.

 

Foto: vescovi cinesi che partecipano al Sinodo dei giovani, mons. Giuseppe Guo Jincai, vescovo di Chengde (provincia di Hebei) e mons. Giovanni Battista Yang Xiaoting, vescovo di Yan'an (Shaanxi)

Foto: vescovi cinesi che partecipano al Sinodo dei giovani, mons. Giuseppe Guo Jincai, vescovo di Chengde (provincia di Hebei) e mons. Giovanni Battista Yang Xiaoting, vescovo di Yan’an (Shaanxi)

 

I partecipanti al Sinodo dei vescovi, iniziato questa settimana a Roma, sono stati nominati con vari mezzi. Le Conferenze episcopali nazionali hanno eletto i loro vescovi delegati, alcuni funzionari curiali partecipano d’ufficio, le Chiese orientali hanno avuto i loro rappresentanti designati, e il Santo Padre ha nominato altri partecipanti. Infine, il Partito comunista cinese ha fatto le sue nomine.

Lasciatemi spiegare. La costituzione apostolica, che è stata rivista, e che regola il Sinodo, pubblicata appena qualche settimana fa da papa Francesco, non prevedeva alcuna disposizione per la nomina dei comunisti cinesi, ma a Roma le cose si stanno muovendo velocemente.

L’accordo firmato il 22 settembre tra la Santa Sede e la Cina – o, in effetti, con il Partito Comunista Cinese, cui è stato dato il controllo di tutte le questioni religiose all’inizio di quest’anno – rimane segreto, quindi nessuno sa davvero cosa ci sia dentro. Forse c’era una clausola relativa alle nomine sinodali. Forse no. Per essere esatti, solo i cinesi sanno quello che hanno accettato, perché la Cina viola regolarmente molti degli accordi commerciali, di proprietà intellettuale e monetari che sottoscrive. Così la Santa Sede, per non parlare dei cattolici in Cina, dovrà infatti aspettare per vedere con che cosa si ritrova.

Sappiamo che papa Francesco – che si è assunto la responsabilità personale, immediata dell’accordo con la Cina durante la conferenza stampa aerea di ritorno dall’Estonia – ha accettato di revocare le scomuniche su sette vescovi illegittimamente consacrati dall'”Associazione patriottica”, la Chiesa fantoccio istituita dal regime cinese.

In un gesto di cattiva volontà, le stesse autorità comuniste cinesi hanno annunciato chi avrebbe partecipato all’attuale sinodo di Roma. Tali annunci, naturalmente, sono di solito fatti dalla Santa Sede. Il cardinale Lorenzo Baldisseri ha annunciato che i due vescovi “erano stati invitati” dal Santo Padre, cosa che deve avvenire affinchè si entri nel Sinodo, ma la chiara impressione avuta è che essi non siano stati scelti da Roma ma da Pechino.

Sarà affascinante vedere se i vescovi nominati dalla Cina raccomanderanno al Sinodo la recente pratica del governo cinese di vietare ai bambini di partecipare alle funzioni religiose. È improbabile che il Sinodo sulla gioventù consideri altrimenti questa strategia pastorale.

I due prelati selezionati da Pechino sono Giovanni Battista Yang Xiaoting, vescovo di Yan’an-Yulin, e Joseph Guo Jincai, vescovo di Chengde. Quest’ultimo, quasi certamente scelto per la massima provocazione possibile, è stato uno dei vescovi scomunicati fino all’altro ieri. È anche segretario generale della “Conferenza episcopale” dell’Associazione patriottica dei vescovi cinesi, che ancora non comprende i vescovi “clandestini” che sono in comunione con Roma, legittimamente consacrati, ma non riconosciuti dal regime.

Nella sua lettera del 2007 ai cattolici in Cina, Benedetto XVI ha stabilito chiaramente che la Conferenza patriottica della conferenza episcopale fasulla è illegittima perché “governata da statuti che contengono elementi incompatibili con la dottrina cattolica“. La falsa conferenza può non essere riconosciuta da Roma, ma la sua leadership sarà in aula sinodale. O forse l‘accordo segreto con la Cina ha reso legittima anche la Conferenza episcopale (fasulla, ndr).

Sul volo di ritorno dall’Estonia, papa Francesco ha sottolineato che per centinaia di anni le corone spagnola e portoghese hanno nominato vescovi – anche se questo, “grazie a Dio”, non avviene più. Più recentemente, la Chiesa ha avuto accordi con odiosi regimi del XX secolo, in particolare con la Polonia comunista. Tutto vero, ma un insegnamento chiave del Vaticano II era che la Chiesa deve avere assoluta libertà nella nomina dei suoi vescovi, e che nessun ruolo statale è legittimo. L’accordo cinese appare quindi in contraddizione con l’insegnamento di un concilio ecumenico, poi codificato nel Codice di Diritto Canonico del 1983.

Papa Francesco ha l’autorità di emendare quei canoni, se lo desidera, e forse lo ha fatto, anche se il codice non è realmente soggetto a revisione segreta.

In cosa possono sperare i cattolici cinesi? Forse il migliore è il fattore Wojtyła. Karol Wojtyła è stato ordinato 60 anni fa la scorsa settimana, il 28 settembre 1958, con l’anniversario che cade pochi giorni dopo la firma dell’accordo. Il nuovo vescovo ausiliare di Cracovia era molto giovane, solo 38 anni, ma sia la Chiesa che lo Stato riconobbero che Wojtyła era qualcosa di straordinario.

Sei anni dopo, quando venne il momento di nominare un nuovo arcivescovo di Cracovia, furono applicati i protocolli elaborati nel 1956. La Chiesa scelse il proprio candidato, ma i comunisti polacchi potevano opporre il veto. E lo fecero, ponendo il veto a sette candidati consecutivi, facendo sapere che avrebbero continuato a porre il veto fino a quando la Chiesa non avesse proposto Wojtyła. Non era questo lo spirito dell’accordo, ma i comunisti non si preoccupano troppo di attenersi né allo spirito né alla lettera. Alla fine, la Chiesa pose Wojtyła, e i comunisti furono d’accordo. È stato il più grande errore di calcolo nella storia del comunismo.

Lo Stato polacco si stava liberalizzando nei confronti della religione quando furono concordati i protocolli del 1956, e anche i comunisti polacchi capirono che il cattolicesimo era centrale per l’identità polacca. Non in Cina, dove lo Stato sta effettivamente aumentando il controllo sulla religione.

Ma la Provvidenza potrebbe avere un’altra sorpresa-Wojtyła in serbo?

 

fonte: Catholic Herald

 

 

Padre Raymond J. de Souza, oltre ad essere sacerdote, è stato anche consulente della Conferenza episcopale USAEgli ha studiato economia e politica (BA Hons.) e politica pubblica (MPA) alla Queen’s University prima di laurearsi in economia dello sviluppo (MPhil) all’Università di Cambridge in Inghilterra. La sua formazione in seminario si è conclusa al St. Philip’s Seminary di Toronto (Bachelor of Thomistic Thomistic Thought) e al Pontificio Collegio Nordamericano di Roma (STB, Pontificia Università Gregoriana; STL, Pontificia Università della Santa Croce).

Padre de Souza scrive abitualmente per i principali giornali cattolici come National Catholic Register, National Post, Catholic Herald, ecc. E’ direttore della rivista Convivium.

 

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