Scena dal cartone animato "Il re leone"

 

 

di Sabino Paciolla

 

“Ed io che sono?”. Ecco la domanda essenziale e fondamentale che l’uomo dalla notte dei tempi si è sempre posto. È il grido umanamente più vero che l’uomo sia capace di esprimere perché nasce dal desiderio incolmabile di verità del suo cuore.

È una domanda che suscita emozione, tormento e timore, perché l’uomo percepisce la sproporzione tra se stesso, un minuscolo punto nello sconfinato cosmo, e il mistero totale della realtà. Un punto infinitesimale, che percepisce tutta la sua impotenza, eppure cosciente della sua grandezza, della sua dignità. Una grandezza ed una dignità percepite anche in mezzo alla banalità del male, di cui l’uomo è capace. Una grandezza ed una dignità che nascono dalla coscienza intuita di non essere definito dai suoi limiti, dal suo male. La percezione di una grandezza ricevuta, di un dono immeritato.

Una domanda che ci urge, che non ci lascia tranquilli. Una domanda che sbuca sempre come un fungo non appena ci fermiamo e ci sediamo, mettendo da parte le nostre turbolenti attività quotidiane che a volte si trasformano in un sonnifero mortale per il nostro cuore. Una domanda che nasce dal “Misterio eterno / dell’esser nostro”, come ha scritto Leopardi.

E proprio Leopardi, in una delle sue più belle poesie, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, immaginando di rivolgersi alla Luna, scrive:

“….
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
 che sì pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l’ardore, e che procacci
il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
star così muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia              
seguirmi viaggiando a mano a mano,
e quando miro in cielo arder le stelle:
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
……”

Queste domande, che raggiungono altezze inimmaginabili e vertiginose, sono espressione della grandezza dell’uomo. È quello che noi chiamiamo il senso religioso. L’uomo diventa grande, percepisce la sua dignità quando scopre  la dimensione religiosa della sua esistenza.

Eppure, potente è il perenne tentativo dell’uomo di soffocare questa domanda, di distruggere questo anelito di verità, questa insaziabile tensione al vero, al bello e al giusto.

Ci sarà sempre chi dirà che quel desiderio è solo un sogno, a volte un incubo, da cui svegliarsi il prima possibile. Ci sarà sempre chi dirà che non bisogna essere sentimentali. Ci sarà sempre chi dirà che è roba da adolescenti. Ci sarà sempre chi dirà che bisogna essere concreti. Ci sarà sempre chi dirà che il tempo fugge, e dunque carpe diem. Ci sarà sempre chi dirà che tutto è politica, e la lotta di classe genererà l’uomo giusto. Ci sarà sempre chi dirà che la scienza donerà l’eternità all’uomo…….Sempre si alzerà fragorosa la cinica risata dell’uomo sazio (e disperato) di sé.

Ma il cuore dell’uomo è desiderio di Infinito. E giustamente sant’Agostino dice:

Ci hai fatti per te, o Signore, 
e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. (Confess. 1, 1, 1)

A questo ho pensato quando una cara amica ha condiviso un brevissimo spezzone del cartone animato “Il re leone”. Nella sua semplicità, illustra plasticamente tutto quello che ho tentato di dire.

Guardatelo.

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