Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da mons. Brunero Gherardini, rilanciato da Infovaticana. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica ma curata. 

 

mons. Brunero Gherardini
mons. Brunero Gherardini (ripresa da internet, autore sconosciuto)

 

Alla luce del dibattito riacceso dalle recenti consacrazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X e dalla questione dell’adesione al Concilio Vaticano II, è opportuno riproporre questo testo di monsignor Brunero Gherardini, pubblicato originariamente nel 2011 da Disputationes Theologicae.

Il testo è nato come risposta all’articolo di monsignor Fernando Ocáriz pubblicato su L’Osservatore Romano riguardo all’adesione al magistero conciliare. Gherardini, uno dei teologi più autorevoli nel dibattito sull’interpretazione del Vaticano II, non nega il carattere magisteriale del Concilio, ma introduce una distinzione decisiva: riconoscere che il Vaticano II appartiene al Magistero non equivale a trasformare ciascuna delle sue affermazioni in dogma né a escludere ogni interrogativo sulla sua continuità con la Tradizione.

Chiesa-Tradizione-Magistero

La grande celebrazione del cinquantesimo anniversario è iniziata. Non si sente ancora il rullo dei tamburi, ma l’atmosfera lo lascia già intuire. Il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II darà libero sfogo a ogni superlativo immaginabile in materia di elogi. Della sobrietà che era stata richiesta, come atteggiamento e come occasione di riflessione e analisi per una valutazione più critica e profonda dell’evento conciliare, non rimane nemmeno l’ombra. Si procede ormai senza freni nel ripetere ciò che da cinquant’anni si va dicendo e ripetendo: il Concilio Vaticano II è il culmine della Tradizione e la sua stessa sintesi. Sono già in programma congressi internazionali sul più grande e significativo di tutti i Concili ecumenici; altri, di maggiore o minore portata, verranno organizzati lungo il percorso. E la produzione saggistica sull’argomento si arricchisce giorno dopo giorno. L’Osservatore Romano, ovviamente, fa la sua parte e insiste soprattutto sull’adesione dovuta al Magistero (2/12/2011, p. 6): il Vaticano II è un atto del Magistero, quindi… La ragione addotta è che ogni atto del Magistero deve essere accolto dai Pastori che, in virtù della successione apostolica, parlano con il carisma della verità (DV 8), con l’autorità di Cristo (LG 25), alla luce dello Spirito Santo (ibid.).

A parte il fatto di dimostrare il Magistero del Concilio Vaticano II attraverso lo stesso Concilio Vaticano II – ciò che un tempo veniva chiamato petitio principii – sembra evidente che tale modo di procedere parta dalla premessa che il Magistero sia un assoluto, un soggetto indipendente da tutto e da tutti, tranne che dalla successione apostolica e dall’assistenza dello Spirito Santo. Ora, se la successione apostolica garantisce la legittimità della sacra ordinazione, risulta difficile stabilire chi garantisca l’intervento dello Spirito Santo nei termini in cui se ne parla.

C’è, tuttavia, qualcosa che è fuori da ogni discussione: nulla al mondo, ricettacolo delle cose create, possiede l’attributo dell’assoluto. Tutto è in movimento, in un circolo di interdipendenze reciproche, e quindi tutto dipende, tutto ha un inizio e avrà una fine: «Mutantur enim — diceva il grande Agostino — ergo creata sunt». La Chiesa non costituisce un’eccezione, né tantomeno la sua Tradizione o il suo Magistero. Si tratta di realtà sublimi, situate al vertice della scala di tutti i valori creati, dotate di qualità che provocano vertigini, ma rimangono comunque realtà penultime. L’eschaton, la realtà ultima, è solo Lui, Dio. Si ricorre spesso a un linguaggio che inverte questo dato di fatto e attribuisce a quelle realtà sublimi una portata e un significato che vanno oltre e al di sopra dei loro stessi limiti; in altre parole, le si assolutizza. La conseguenza è che vengono private del loro status ontologico, trasformandole in un presupposto irreale che perde, proprio per questo, persino le sublimi grandezze della loro condizione di realtà penultima.

Immersa nel momento trinitario del suo disegno, la Chiesa è e agisce nel tempo come sacramento di salvezza. Non si mette in discussione il teandismo che la rende una continuazione mistica di Cristo, né le sue proprietà costitutive (unità, santità, cattolicità e apostolicità), né la sua struttura né il suo servizio; ma tutto ciò rimane all’interno di una realtà di questo mondo, capace di mediare sacramentalmente la presenza divina, sebbene sempre come e in quanto realtà di questo mondo, che per definizione rifugge dall’assoluto.

Tanto è vero che essa si identifica con la propria Tradizione, dalla quale trae la continuità con se stessa, alla quale deve il proprio soffio vitale e dalla quale deriva la certezza che il suo ieri si trasforma sempre in oggi per preparare il suo domani. La Tradizione, quindi, le fornisce il movimento interiore che la spinge verso il futuro, salvaguardando il suo presente e il suo passato. Ma nemmeno la Tradizione è un assoluto: è iniziata con la Chiesa e finirà con essa. Solo Dio rimane.

Sulla Tradizione la Chiesa esercita un vero e proprio controllo: un discernimento che distingue l’autentico dal non autentico. Lo fa attraverso uno strumento a cui non manca «il carisma della verità», purché non si lasci trascinare dalla tentazione dell’assoluto. Tale strumento è il Magistero, i cui titolari sono il Papa, in quanto successore del primo Papa, l’apostolo san Pietro, sulla cattedra romana, e i vescovi in quanto successori dei Dodici nel ministero o servizio alla Chiesa, ovunque ne esista un’espressione locale. Ricordare le distinzioni del Magistero — solenne, se proviene dal Concilio ecumenico o dal Papa quando l’uno o l’altro definiscono verità di fede e di morale; ordinario, se proviene dal Papa nella sua attività specifica, e dai vescovi nel loro insieme e in comunione con il Papa — risulta superfluo; molto più importante è precisare entro quali limiti viene garantito al Magistero «il carisma della verità».

Occorre dire innanzitutto che il Magistero non è una «super-Chiesa» che imponga giudizi e comportamenti alla Chiesa stessa; né una casta privilegiata al di sopra del popolo di Dio, una sorta di potere forte al quale basta obbedire. È un servizio, una diaconia. Ma è anche un compito da svolgere, un munus, concretamente il munus docendi, che non può né deve sovrapporsi alla Chiesa, dalla quale e per la quale nasce e agisce. Da un punto di vista soggettivo, coincide con la Chiesa docente, il Papa e i vescovi uniti al Papa, nella funzione di proposta ufficiale della fede. Dal punto di vista operativo, è lo strumento mediante il quale si svolge tale funzione.

Troppo spesso, tuttavia, lo strumento si trasforma in un valore fine a se stesso e vi si fa appello per stroncare sul nascere qualsiasi discussione, come se fosse al di sopra della Chiesa e come se non avesse davanti a sé l’immensa mole della Tradizione che deve accogliere, interpretare e ritrasmettere in tutta la sua integrità e fedeltà. Ed è proprio qui che si manifestano quei limiti che lo preservano dal pericolo dell’elefantiasi e dalla tentazione assolutista.

Non è il caso di soffermarsi sul primo di questi limiti, la successione apostolica. Non dovrebbe risultare difficile per nessuno dimostrarne, caso per caso, la legittimità e, quindi, la conseguente successione nel possesso del carisma proprio degli Apostoli. È invece opportuno spendere qualche parola sul secondo, vale a dire sull’assistenza dello Spirito Santo. La procedura sommaria oggi in voga è più o meno la seguente: Cristo ha promesso agli Apostoli, e quindi ai loro successori, cioè alla Chiesa docente, l’invio dello Spirito Santo e la sua assistenza per l’esercizio del munus docendi nella verità; di conseguenza, l’errore è escluso a priori. Sì, Cristo ha fatto tale promessa, ma ha anche indicato le condizioni per il suo adempimento. Tuttavia, proprio nel modo in cui si fa appello alla promessa si percepisce una grave distorsione: o non si citano le parole di Cristo, oppure, se vengono citate, non viene loro attribuito il significato che hanno. Vediamo di cosa si tratta.

La promessa si trova soprattutto in due testi del quarto evangelista: Gv 14,16.26 e 16,13-14. Già nel primo risuona con estrema chiarezza uno dei limiti menzionati: Gesù, infatti, non si limita a promettere «lo Spirito della verità» — si noti questo corsivo, dovuto all’articolo specificativo thV, che di volta in volta viene tradotto come «della», come se la verità fosse un attributo facoltativo dello Spirito Santo, quando in realtà lo personifica —, ma ne annuncia anche la funzione: farà ricordare tutto ciò che Lui, Gesù, aveva insegnato in precedenza. Si tratta, quindi, di un’assistenza volta a preservare la verità rivelata, non di un’integrazione di questa con altre verità distinte o diverse da quelle rivelate, o presumibilmente tali.

Il secondo dei testi giovanici, a conferma del primo, entra nel dettaglio con ulteriori precisazioni: lo Spirito Santo, infatti, «vi guiderà alla verità completa», anche a quella che ora Gesù tace perché va oltre la capacità dei suoi (16,12). Nel farlo, lo Spirito «non parlerà di sua iniziativa, ma dirà tutto ciò che avrà udito […] prenderà del mio e ve lo comunicherà». Non ci saranno quindi rivelazioni successive. L’unica Rivelazione si conclude con coloro ai quali Gesù sta parlando ora. Le sue parole hanno un significato univoco, riferito all’insegnamento da Lui impartito e unicamente a quell’insegnamento. Un linguaggio né criptico né cifrato, ma chiaro come il sole. Si potrebbe sollevare un’obiezione riguardo alla prospettiva di un’apparente novità in relazione a ciò che Gesù ora tace e che sarà annunciato dallo Spirito Santo; ma la delimitazione del suo intervento a un’azione di guida verso il possesso di tutta la verità rivelata da Cristo esclude novità sostanziali. Se dovessero emergere novità, si tratterebbe di significati nuovi, non di verità nuove; da qui il molto azzeccato eodem sensu eademque sententia di san Vincenzo di Lerino. In definitiva, la pretesa di collegare all’assistenza dello Spirito Santo qualsiasi movimento di foglie, intendo dire qualsiasi novità e specialmente quelle che adeguano la Chiesa alle dimensioni della cultura dominante e della cosiddetta dignità della persona umana, non solo costituisce un capovolgimento strutturale della Chiesa stessa, ma anche una grande croce tracciata sui due testi sopra indicati.

Ma non è tutto. Il limite dell’intervento magisteriale risiede anche nella sua stessa formulazione tecnica. Affinché sia veramente magisteriale, in senso definitorio o meno, è necessario che l’intervento ricorra a una formula già consacrata, dalla quale risulti senza alcun dubbio la volontà di parlare come «Pastore e Dottore di tutti i cristiani in materia di fede e di morale, in virtù della sua autorità apostolica», se chi parla è il Papa; oppure che risulti con uguale certezza, ad esempio nel caso di un Concilio ecumenico, attraverso le formule abituali dell’affermazione dogmatica, la volontà dei Padri conciliari di legare la fede cristiana alla Rivelazione divina e alla sua trasmissione ininterrotta. In assenza di tali presupposti, si potrà parlare di Magistero solo in senso lato: non ogni parola del Papa, scritta o pronunciata, è necessariamente Magistero; e lo stesso vale per i Concili ecumenici, non pochi dei quali non hanno trattato questioni dogmatiche o non esclusivamente tali. A volte hanno persino inserito il dogma in un contesto di dispute interne e di contese personali o di fazioni, al punto da rendere assurda qualsiasi pretesa magisteriale all’interno di tale contesto. Continua a suscitare un’impressione chiaramente negativa un Concilio ecumenico di indiscutibile importanza dogmatico-cristologica come quello di Calcedonia, che impiegò la maggior parte del proprio tempo in una vergognosa lotta fatta di personalismi, precedenze, destituzioni e riabilitazioni; in questo, Calcedonia non è dogma. Allo stesso modo, non lo è la parola del Papa quando dichiara in privato che «Paolo non intendeva la Chiesa come istituzione, come organizzazione, ma come organismo vivente, in cui tutti agiscono gli uni per gli altri e gli uni con gli altri, uniti a partire da Cristo»; è vero esattamente il contrario, ed è noto che la prima forma istituzionale, proprio per favorire quell’organismo vivente, fu strutturata da Paolo in modo piramidale: l’apostolo al vertice, poi gli episcopoi-presbuteroi, gli hegoumenoi, i proistamenoi, i nouthetountes, i diakonoi; si tratta di distinzioni di compiti e funzioni non ancora definite con esattezza, ma sono già distinzioni di un organismo istituzionalizzato. Anche in questo caso, sia ben chiaro, l’atteggiamento del cristiano è quello del rispetto e, almeno in linea di principio, anche quello dell’adesione. Ma se per la coscienza del singolo credente l’adesione a un caso come quello esposto non è possibile, ciò non implica ribellione contro il Papa né negazione del suo Magistero: significa unicamente che quello non è Magistero.

Il discorso torna ora, per concludere, al Concilio Vaticano II, al fine di dire, se possibile, una parola definitiva sulla sua appartenenza o meno alla Tradizione e sulla sua qualità magisteriale. Su quest’ultima non c’è alcun dubbio e quei laudatori che ormai da cinquant’anni non si stancano di sostenere l’identità magisteriale del Concilio Vaticano II perdono tempo e ne fanno perdere agli altri: nessuno la nega. Tuttavia, date le sue esuberanze acritiche, sorge un problema di qualità: di quale Magistero si tratta? L’articolo de L’Osservatore Romano a cui ho fatto riferimento all’inizio parla di Magistero dottrinale: e chi lo ha mai negato? Anche un’affermazione puramente pastorale può essere dottrinale, nel senso di appartenere a una determinata dottrina. Ma chi parlasse di dottrinale in senso dogmatico si sbaglierebbe: nessun dogma figura nell’attivo del Concilio Vaticano II, il quale, se possiede anche un valore dogmatico, lo possiede in modo riflesso laddove si ricollega a dogmi definiti in precedenza. In definitiva, come è stato detto e ripetuto a chiunque abbia orecchie per intendere, il suo è un Magistero solenne e supremo.

Più problematica è la sua continuità con la Tradizione, non perché esso non abbia dichiarato tale continuità, ma perché, specialmente in quei punti chiave in cui era necessario che tale continuità risultasse evidente, la dichiarazione è rimasta senza dimostrazione.

mons. Bruno Gherardini

7 dicembre 2011

 

 

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