Che cos’è la tradizione? Per papa Francesco, «La tradizione è la garanzia del futuro e non il contenitore delle ceneri…. La tradizione della chiesa è sempre in movimento. La tradizione non salvaguarda le ceneri». Secondo questa idea, sembra che la tradizione mostri da dove vengono le cose e dovrebbe ispirare dove vanno, ma questo è tutto: ulteriori specificazioni dipendono da noi e dal nostro discernimento dei bisogni attuali. Molte persone potrebbero pure essere d’accordo con questo punto di vista, ma come si applica, per esempio, alle Sacra Scrittura, ai concilî e alle definizioni dogmatiche? Una risposta può venire da un recente Manifesto su un’autentica idea di tradizione e di tradizionalismo, scritto da Marc Barnes, Larry Chapp e Sean Domencic (https://gaudiumetspes22.com/blog/a-manifesto-of-the-new-traditionalism), che qui di seguito traduco per il lettore italiano.

Nicola Lorenzo Barile

 

Concilio Vaticano II (foto CNS)
Concilio Vaticano II (foto CNS)

 

Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13, 52)

La Chiesa Cattolica è custode della Sacra Tradizione trasmessa ai discepoli da Gesù Cristo. In questa epoca di sradicamento, non c’è da stupirsi che le nuove generazioni stiano tornando alla tradizione, riscoprendone l’eredità dimenticata, sia nella Chiesa, sia nel mondo. Ma ogni volta che lo Spirito guida gli uomini alla Verità, il Diavolo si sforza di pervertire le loro buone intenzioni. Come cattolici, ci atteniamo a tutto ciò che è buono nel movimento per il ripristino delle tradizioni perdute e ci opponiamo a tutte le apparenze del male. È diventato evidente che lo strumento del Diavolo per rovinare il tradizionalismo del XXI secolo è lo spirito dei Farisei, che si opposero al rinnovamento dello Spirito e alla Buona Novella di Nostro Signore Gesù Cristo. Rifuggiamo i sepolcri imbiancati di questo tradizionalismo morto.

Piuttosto, rappresentiamo la fiamma viva di un tradizionalismo molto diverso, una cosa bella, vivente, sempre antica e sempre nuova! Nelle parole del Santo Padre, «Si tratta dell’autentica Tradizione della Chiesa, che non è un deposito statico né un pezzo da museo, ma la radice di un albero che cresce. È la millenaria Tradizione che testimonia l’azione divina nel suo Popolo e “ha la missione di mantenere vivo il fuoco più che di conservare le ceneri”» (Querida Amazonia, § 66). In ogni tempo, questa viva fiamma della Tradizione si è accesa sempre più con lo «scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo» (Gaudium et Spes, § 4).

Pertanto, affermiamo non solo la validità del Concilio Vaticano II, ma il primato di queste costituzioni dogmatiche e pastorali, nella nostra epoca, per istruire il popolo di Dio ad essere «strumento di redenzione di tutti» (Lumen Gentium, § 9). Rifiutiamo chi fa strappi, sia a destra, sia a sinistra, affermando che il Concilio ha insegnato il modernismo. Allo stesso modo, respingiamo i tiepidi liberal che, nonostante la loro formale accettazione del Concilio, hanno smorzato il suo pieno messaggio e sono venuti a compromesso con la forma conservatrice o progressista dell’individualismo borghese della modernità. Senza la piena fioritura del Concilio, il mondo moderno non può essere redento, sicché se «dubitare del Concilio è dubitare dello stesso Spirito Santo che guida la Chiesa», allora annacquare il Concilio è annacquare l’opera dello Spirito.

Proprio come il Concilio di Nicea, il Concilio Vaticano II è stato, e rimane, impantanato in un’era di crisi. Ma un concilio ecumenico non può essere ridotto ai suoi partecipanti imperfetti, né alla corruzione e al caos che persistevano prima, durante e dopo il concilio. Confidiamo nella provvidenza del Padre Onnipotente di operare ogni cosa per il bene e nella promessa del Signore Gesù a Pietro a Cesarea di Filippo. Pertanto, respingiamo l’attuale tendenza tra i tradizionalisti che fanno strappi nel trattare il Vaticano II come un «Concilio fallito», che dovrebbe essere ignorato o addirittura annullato. Una cosa è la critica leale, un’altra è il rifiuto totale, e noi affermiamo che il Concilio e i suoi scopi sono stati il ​​risultato di un movimento genuino dello Spirito Santo che resta attuale, e lo è ora più che mai. Affermiamo come azione dello Spirito Santo l’enfasi del Concilio sulla chiamata universale alla santità, il dialogo interreligioso ed ecumenico, la riforma liturgica, la teologia morale rinnovata dal ritorno a un approccio più scritturistico, il dinamismo liberatorio della dottrina sociale della Chiesa, e la Chiesa come gerarchia di carismi relazionali che si intersecano e si arricchiscono reciprocamente. Il Concilio ha già prodotto abbondante messe in queste zone, ma gli operai che predicheranno, difenderanno e vivranno questi insegnamenti sono ancora troppo pochi.

Non scriviamo per avviare una nuova scuola di pensiero, né per promuovere pratiche non consolidate, ma per descrivere il ritorno alle fonti del cattolicesimo radicale e ortodosso che è stato ampiamente professato e praticato per oltre mezzo secolo, producendo molte sante forme di apostolato e santi stessi. Per coloro che stanno con noi, e per coloro che sono stanchi degli strappi e del liberalismo allo stesso modo, offriamo questo schema della filosofia, delle pratiche e del programma di un nuovo tradizionalismo.

 

  1. La Chiesa non è anzitutto un castello difensivo, ma soprattutto un popolo missionario unito nell’amore

 

Contrariamente all’individualismo della modernità, non siamo salvati «individualmente, senza alcun legame tra loro», bensì come «un popolo, che Lo riconoscesse secondo la verità e Lo servisse nella santità» (LG, § 9). Pertanto, richiediamo «quei ministri, che sono rivestiti di sacra potestà» (LG, § 18) della gerarchia ecclesiastica e comunità cristiane di confratelli laici o religiosi con cui possiamo seguire Nostro Signore. Le comunità di religiosi consacrati «forniscono ai loro membri gli aiuti di una maggiore stabilità nella loro forma di vita, di una dottrina provata per il conseguimento della perfezione» (LG, § 43), ma anche i laici, invece di accettare lo stato della nostra società post-cristiana atomizzata, devono « impregnare di valore morale la cultura e le opere umane», affinché «consociando le forze [essi] risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l’esercizio delle virtù» (LG, § 36).

Ma non immaginiamo che la Chiesa possa ridursi a un castello o a un bunker in cui nascondere i giusti, ma piuttosto Essa «riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio» (LG, § 5). La comunità che proclamiamo non ha paura di predicare il Vangelo perché, anche in tempi di aspra persecuzione, i santi martiri hanno gioito di ricevere la loro corona. La Croce proclama che anche la morte del corpo è vittoria. Il nostro desiderio di evangelizzare si fonda sulla consapevolezza che «questa Chiesa… è necessaria alla salvezza» (LG, § 14). Questo non ci impedisce di pregare e dialogare con i protestanti, fintanto che continuiamo a «pregare, sperare e lavorare» perché tutti i cristiani «nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo Pastore affinché tutti, nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo Pastore» (LG, § 15), il Papa, che è «perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli» (LG, § 23). Pertanto, plaudiamo ed apprezziamo particolarmente gli sforzi ecumenici degli ordinariati personali, che hanno consentito ai protestanti di riunirsi a Roma conservando il loro patrimonio liturgico e spirituale. I nostri sentimenti sono simili per i nostri fratelli maggiori, gli ebrei, che restano «popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (LG, § 16), e deploriamo il virulento antisemitismo che permane in alcuni tradizionalisti. Allo stesso modo, ai musulmani, alle popolazioni indigene, agli indù, ai buddisti, e anche agli altri che «cercano il Dio ignoto nelle ombre e sotto le immagini» (LG, § 16) nelle nuove religioni pagane della nostra epoca, proclamiamo che «che quanto di buono si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti e culture proprie dei popoli, non solo non vada perduto, ma sia purificato, elevato e perfezionato a gloria di Dio, confusione del demonio e felicità dell’uomo» alla luce di Cristo» (LG, § 17). Pertanto, mentre non abbiamo alcun interesse per il sincretismo e l’indifferentismo religioso, e restiamo sempre desiderosi di abbattere gli idoli, lodiamo gli sforzi per la vera inculturazione del Vangelo nelle culture non cristiane e la Nuova Evangelizzazione dell’Occidente post-cristiano, consapevoli che «ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di disseminare, per quanto gli è possibile, la fede» (LG, § 17).

Per realizzare questo nobile obiettivo di redenzione universale, sono necessari molti operai per la mietitura. Siamo particolarmente ispirati dall’enfasi del Concilio Vaticano II sulla chiamata universale alla santità, l’insegnamento che «tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» (LG, § 40). Non immaginiamo che ciò significhi che i ruoli propri del laico, del clero e del religioso debbano essere confusi o offuscati, ma piuttosto che ogni cristiano abbia una vocazione alla santità, da vivere in modi diversi, ma sempre con la stessa devozione e virtù radicali: «Se quindi nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ricevuto a titolo uguale la fede che introduce nella giustizia di Dio» (LG, § 32). Perciò è tanto più necessario che i laici si avvalgano delle tradizioni di preghiera, digiuno ed elemosina raccomandate dai santi. Riconosciamo, naturalmente, che la pratica di questa antica pietà non porta a nulla senza la ricerca dell’amore perfetto. E così pratichiamo e incoraggiamo varie devozioni tradizionali, come il digiuno e l’astinenza frequenti, lo Scapolare della Madonna e il Santo Rosario, e innumerevoli altre novene, consacrazioni e feste, perché raccomandate e praticate da uomini e donne santi, pieni di gioia del Vangelo, che ardevano dell’amore di Dio e del prossimo. «Il vero culto dei Santi non consiste tanto nel moltiplicare gli atti esteriori, quanto piuttosto nell’intensità del nostro amore fattivo, col quale, per il maggiore bene nostro e della Chiesa, cerchiamo “dalla vita dei santi l’esempio, dalla comunione con loro la partecipazione alla loro sorte e dalla loro intercessione l’aiuto”» (LG, § 51). Poiché nel Corpo mistico vengono sempre suscitati nuovi santi per opera dello Spirito, noi accogliamo e pratichiamo molte delle nuove devozioni nella Chiesa, come la coroncina della Divina Misericordia, non perché siano innovazioni recenti, ma perché sono mostrate ispirare santo zelo e carità.

 

 

  1. La filosofia perenne di San Tommaso è fondamento delle preziose “Nuove Teologie”

 

Mentre lottiamo per trovare la pienezza della Verità sotto la tirannia del relativismo, guardiamo al fondamento sicuro della «sacra tradizione, della Sacra Scrittura e dell’autorità magistrale della Chiesa» (Dei Verbum, § 9). Più di ogni altra scuola di pensiero, ci basiamo sull’insegnamento di San Tommaso, il più grande degli Scolastici, che sintetizza la tradizione patristica e la filosofia di Aristotele. Ci incoraggiano le parole della Aeterni Patris «a restaurare la saggezza aurea di San Tommaso». Tuttavia, la nostra stima per il Dottore Angelico non ci induce a pensare che una nuova teologia non sia necessaria. C’è sempre la tentazione di fare di un grande filosofo un idolo, che distrugge ironicamente il valore del suo pensiero, perché la pienezza della Verità viene solo da Dio. Sappiamo che «la sacra teologia poggia sulla parola scritta di Dio, insieme alla sacra tradizione, come suo fondamento primario e perpetuo»; e poiché Dio non smette mai di parlare attraverso le Scritture, «[la teologia] trova in questa stessa parola della Scrittura un sano nutrimento e un santo vigore» (DV, § 24). Pertanto, quando nel corso della storia sorgono nuovi errori e sfide, la rilettura delle Scritture ci fornirà sempre nuove risposte teologiche alle nuove insidie ​​di Satana. Nella nostra epoca di tanti mali – capitalismo e liberalismo, totalitarismo e materialismo, rivoluzione sessuale e militarismo -, abbiamo un grande bisogno di nuove teologie. La nouvelle théologie, che è al centro del Concilio Vaticano II, è stato il primo di molti approcci teologici che hanno sviluppato la Sacra Tradizione, in modo del tutto compatibile con i fondamenti di san Tommaso. Continuiamo a studiare e imparare da altre nuove scuole di pensiero, in particolare la teologia del corpo, la teologia della liberazione (interpretata secondo le Istruzioni vaticane) e la teologia del bene comune, sviluppata alla luce del personalismo. Ci rallegriamo anche per i nuovi frutti del dialogo ecumenico con l’Oriente, che ha prodotto le intuizioni della sofiologia. Mentre tutte queste nuove teologie, a volte, sono state sprezzanti nei confronti di altre tradizioni o addirittura promosse da eretici, noi, radicati nella solida roccia dell’ortodossia, non abbiamo paura di un dialogo fruttuoso mentre cerchiamo «l’armonia che esiste tra gli elementi della fede» («the harmony which exists between elements of the faith»: DV, § 12).

Affermiamo che una teologia veramente cattolica abbraccerà l’approccio del «sia-sia» della Chiesa universale, radicato nel principio filosofico dell’analogia e nella cristologia di Calcedonia. Pur difendendo tuttavia l’assoluta necessità della dottrina, il Mistero di Dio rivelato in Cristo non deve mai essere ridotto a stantie proposizioni, così che «la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» (DV, § 8). Quindi, tutta la teologia, per essere veramente cattolica, deve essere cristologicamente orientata in modo da evitare tutti quei falsi binari oppositivi che sono il segno di ogni eresia che, attraverso un’esagerata elevazione di una verità a scapito di altre, così spesso distorce il compimento euristico di tutte le cose in Cristo. Nell’aprirci al dono indescrivibile della Verità, dobbiamo accostarci alla Rivelazione con tutta umiltà, perché «Nella sacra Scrittura … restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l’ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, “affinché possiamo apprendere l’ineffabile benignità di Dio e a qual punto egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia adattato il suo parlare”» (DV, § 13).

 

  1. La legge naturale e l’opzione preferenziale per i poveri sono state unite nell’insegnamento sociale cattolico

 

Il mondo moderno ha assistito allo sviluppo di molte forme di materialismo secolare, che sono tutte idolatrie sottilmente velate. Il capitalismo liberale, il socialismo marxista e il nazionalismo fascista, negli ultimi secoli, si sono tutti alternati nel perseguitare e nel pervertire sia il popolo di Dio, sia i poveri di questo mondo. Questi eventi storici non sono neutrali per i cristiani, perché «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et Spes, § 1). «La missione della Chiesa non mira soltanto a portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche ad animare e perfezionare l’ordine temporale con lo spirito evangelico» (Apostolicam Actuositatem, § 5). Tragicamente, però, molti cattolici hanno cercato di difendere i diritti della Chiesa o i diritti dei poveri accettando gli errori delle diverse idolatrie moderne, nonostante che «La Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza … non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana» (GS, § 76). Pertanto, respingiamo i limiti del paradigma politico della modernità di destra e di sinistra e abbracciamo la tradizione della dottrina sociale della Chiesa come nostro fondamento. Crediamo simultaneamente nel «valore immutabile del diritto naturale delle genti e dei suoi principi universali» (GS, § 79), che ci mette in contrasto con le dottrine liberali marxiste e progressiste, e che «Occorre perciò che sia reso accessibile all’uomo tutto ciò di cui ha bisogno per condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito, l’abitazione», il che ci mette in contrasto con i regimi reazionari e conservatori (GS, § 26). In breve, crediamo nella famiglia, nella proprietà, nella giustizia e nella gerarchia tanto quanto nella solidarietà, nella dignità, nella pace e nella liberazione.

Questi non sono princìpi astratti: sosteniamo i nascituri minacciati dal regime di aborto e i poveri e le classi lavoratrici minacciati dalla tirannia dello Stato e del Mercato tecnocratici; né si limitano alle elezioni, poiché desideriamo «contro ogni forma di materialismo offrire anche la testimonianza di una vita evangelica » (AA, § 31). Respingiamo gli errori perniciosi del liberalismo, che sottrae la religione alla sfera pubblica, e accettiamo la «la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo» (Dignitatis Humanae, § 1), ma affermiamo prontamente che «la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa» (DH, § 2). Siamo contrari alla rivoluzione sessuale, ma abbiamo compassione, non odio, per le anime sviate dall’ideologia del moderno libertinismo sessuale. Ci opponiamo a quelle forme di femminismo che si oppongono alla maternità e al pudore, ma rimproveriamo la misoginia spesso sposata dai tradizionalisti reazionari, che negano «la legittima promozione sociale della donna» (GS, § 52). E ci opponiamo a ogni forma di razzismo e nazionalismo perché «la Chiesa esorta i suoi figli, come pure tutti gli uomini, a superare, in questo spirito di famiglia proprio dei figli di Dio, ogni dissenso tra nazioni e razze» (GS, § 42), senza dimenticare di «coltivare con magnanimità e lealtà l’amore verso la patria» (GS, § 75) con una preghiera costante per la conversione delle nostre patrie.

Mentre molti continueranno a ritrarre il post-liberalismo radicale della Chiesa come fascista nella sua difesa dei diritti di Dio, o socialista nella sua difesa dei diritti dei poveri, noi rifiutiamo di dubitare della nostra missione di cercare prima il Regno di Dio e la Sua giustizia, poiché «l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo della umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione, che adombra il mondo nuovo » (GS, § 39). La nostra urgenza di promuovere e praticare la dottrina sociale della Chiesa, sia nelle comunità locali, sia nei movimenti popolari, è accresciuta dalle catastrofi economiche ed ecologiche che ci attendono se l’umanità non si pente e non si sottomette al bene comune. Pertanto, lodiamo o cerchiamo di vivere noi stessi le pratiche del movimento operaio cattolico, secondo la sua origine e ispirazione tradizionale, e di edificare, come fecero i nostri progenitori Adamo ed Eva nell’armonia del Giardino, il Legislatore Mosè nella nazione d’Israele, e gli innumerevoli santi prìncipi e governanti della cristianità – una Civiltà dell’Amore.

 

  1. Il necessario rinnovamento liturgico fu iniziato, tradito e lasciato incompiuto

 

Agli albori della Chiesa, i Sacri Misteri erano celebrati da uomini di grande fede, che spesso venivano sostenuti dalla festa pasquale a continuare la morte di un martire. In epoca medievale, quando la Chiesa trasformò costantemente tutte le istituzioni sociali alla luce del Vangelo, la Santa Messa si sviluppò in modi belli ed elaborati attraverso la vita di molti grandi santi e la storia della cristianità. Ma quando la modernità iniziò con i disastri della corrotta Chiesa rinascimentale e della Riforma protestante, la liturgia fu, per la prima volta, centralizzata e le fu data stabilità nel Concilio di Trento. Amiamo questa Messa tridentina, che ci ha nutrito spiritualmente e ci ha dato accesso alla cultura perduta della cristianità. Tuttavia, riconosciamo che la liturgia non ha potuto svilupparsi organicamente in quest’epoca, mentre la cultura cristiana ha sopportato secoli di laicità militante e di industrializzazione; «è perciò necessario compiere in essi alcuni adattamenti alle esigenze del nostro tempo» (Sacrosanctum Concilium, § 62). Tuttavia, detestiamo gli innegabili e diffusi abusi liturgici che hanno accompagnato l’attuazione del Novus Ordo. Sappiamo che «la liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC, § 10), e quindi rifiutiamo di accettare lo status quo di liturgie irriverenti, mondane o semplicemente insignificanti che rendono difficile vivere l’«anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini» (SC, § 9 [ma, in realtà, § 8]).

Secondo la costituzione stessa che avvia queste riforme, la Sacra Liturgia dovrebbe porre l’accento sullo sviluppo organico (SC, § 23), sul latino (SC, § 36), Vespri pubblici (SC, § 100), penitenza quaresimale (SC, § 109), cori di musica sacra (SC, § 114), canto gregoriano (SC, § 116) e nobile bellezza (SC, § 124). Quanto raramente ciò si realizza! Non c’è da stupirsi che permanga una continua insoddisfazione per la vita liturgica. Non dubitiamo minimamente della validità e del valore del Novus Ordo, né ne neghiamo la dignità e le potenzialità, ma aneliamo a vederlo universalmente attuato come hanno decretato i Padri conciliari. Poiché il rinnovamento liturgico continua necessariamente, la nostra assistenza alla Messa secondo il nuovo rito trae mutuo arricchimento da liturgie praticate con più riverenza, come la Messa tridentina, l’Uso anglicano, i riti monastico e gallicano, e le liturgie delle Chiese orientali in comunione con Roma. Di norma, tutti preghiamo per continuare ad avere accesso alla forma antica che più ci ha nutrito. Soprattutto, professiamo la nostra fede nel «sacrificio eucaristico» del «Corpo e Sangue» di Cristo (SC, § 47) e quindi, in un momento di tanto dubbio e confusione circa la Presenza Reale, pratichiamo la ricezione della Santa Comunione sulla lingua, pregare affinché la coerenza eucaristica sia custodita con cura e ci adoperiamo per promuovere, nelle parole dell’allora cardinale Ratzinger, «un nuovo Movimento liturgico, che richiami alla vita la vera eredità del Concilio Vaticano II».

 

È a questa preghiera della Chiesa, Santo Sacrificio della Messa, che ci rivolgiamo per forza di lavorare, pregare e soffrire per la fede di Gesù Cristo, guidati dal Concilio per redimere il mondo moderno, poiché «la rinnovazione poi dell’alleanza di Dio con gli uomini nell’eucaristia introduce i fedeli nella pressante carità di Cristo e li infiamma con essa» (SC, § 10). In breve, siamo al fianco di quelle innumerevoli anime che bramano l’ortodossia e il rinnovamento, che professano il tomismo e la nouvelle théologie, che abbracciano la gerarchia e la liberazione, che pregano con forme tradizionali e partecipazione attiva, in una parola, i profeti del Nuovo Tradizionalismo. Confidiamo che nuovi e grandi santi continueranno a sorgere in testimonianza contro la nostra epoca dannata di morte, disperazione e Mammona. Guidati dalle quattro tesi di cui sopra, come figli fedeli della Santa Madre Chiesa, invitiamo tutte le persone di buona volontà ad unirsi a noi nell’opera del Vangelo attraverso la pratica di questi princìpi, ricevuti dal Concilio Vaticano II, nelle famiglie e negli apostolati, nelle comunità intenzionali e nei movimenti popolari, nelle parrocchie e nelle città, nelle diocesi e nei governi di tutto il mondo. «Or a colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo, a lui sia la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù, per tutte le età, nei secoli dei secoli» (Ef 3, 20-21).

«L’esame di coscienza non può non riguardare anche la ricezione del Concilio, questo grande dono dello Spirito alla Chiesa sul finire del secondo millennio. In che misura la Parola di Dio è divenuta più pienamente anima della teologia e ispiratrice di tutta l’esistenza cristiana, come chiedeva la Dei Verbum? È vissuta la liturgia come “fonte e culmine” della vita ecclesiale, secondo l’insegnamento della Sacrosanctum Concilium? Si consolida, nella Chiesa universale e in quelle particolari, l’ecclesiologia di comunione della Lumen Gentiumdando spazio ai carismi, ai ministeri, alle varie forme di partecipazione del Popolo di Dio, pur senza indulgere a un democraticismo e a un sociologismo che non rispecchiano la visione cattolica della Chiesa e l’autentico spirito del Vaticano II? Una domanda vitale deve riguardare anche lo stile dei rapporti tra Chiesa e mondo. Le direttive conciliari – offerte nella Gaudium et Spes e in altri documenti – di un dialogo aperto, rispettoso e cordiale, accompagnato tuttavia da un attento discernimento e dalla coraggiosa testimonianza della verità, restano valide e ci chiamano a un impegno ulteriore» (San Papa Giovanni Paolo II, Tertio Millennio Adveniente, § 36 [1994]).

 

Dr. Larry Chapp

gaudiumetspes22.com

Dorothy Day Catholic Worker Farm

Harveys Lake, PA

 

Sean Domencic

Direttore di Tradistae

Holy Family Catholic Worker

Lancaster, PA

 

Marc Barnes

Editor di New Polity

Steubenville, OH

 

(seguono altre firme)

 

Nota conclusiva:

Offriamo umilmente questo manifesto alla Chiesa il 22 dicembre 2021 d.C., XVI anniversario del Discorso di Natale alla Curia Romana di papa Benedetto XVI, in cui contrastava l’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» con l’«ermeneutica della riforma». Invitiamo altri a unirsi a noi nel firmarlo, condividerlo e praticarlo, e preghiamo tutti coloro che raggiunge di pregare per il fiorire del nuovo tradizionalismo in tutta la Chiesa e tra tutte le persone di buona volontà.

Qui si chiude il Manifesto del nuovo tradizionalismo, cui vorrei aggiungere, in breve, qualche considerazione. Negli Stati Uniti è in ascesa una visione dell’identità cattolica come se fosse costantemente sotto attacco da parte dei disorientanti cambiamenti sociali e culturali in atto nella vita moderna. Secondo questa visione, i cattolici sono vittime di una miriade di entità e di -ismi senza volto. È come se i cattolici dovessero girare intorno ai loro carri per difenderli («to circle the wagons»), per usare una frase idiomatica risalente al periodo della vita coloniale. Di fronte al mondo moderno al di là dei carri, la loro difesa limita le risposte della fede allo scontro militante o a nascondersi dietro i carri per proteggere la purezza della propria fede, da tenere sempre sotto sorveglianza.

Il Manifesto del nuovo tradizionalismo sembra invertire questa tendenza così diffusa oltre oceano. Innanzi tutto, esso non è opera di celebrati accademici o famosi giornalisti ma, piuttosto, di laici colti (soprattutto di Sean Domencic) impegnati nell’assistenza dei più bisognosi in worker farms. Quindi, ci ricorda che un’assemblea formale di alti prelati e rinomati accademici non sono il veicolo migliore di una nuova Pentecoste. I concilî della Chiesa si sono per lo più limitati ad affrontare questioni pratiche, come problemi disciplinari e controversie dottrinali. Le ispirazioni sono venute dai santi e ha avuto ben poco a che fare con i processi, i meccanismi di voto, le gerarchie o le qualifiche accademiche. Benedetto, Francesco e altri santi che hanno rinnovato la Chiesa non avevano incarichi o qualifiche formali, e non uscivano da un processo di ascolto globale. Hanno visto cosa dovevano fare, l’hanno fatto e questo ha cambiato il mondo.

 

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