Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

Heinrich Hofmann, Gesà Cristo e il giovane ricco sovrano, dipinto, 1889 (Riverside Church)
Heinrich Hofmann, Gesà Cristo e il giovane ricco sovrano, dipinto, 1889 (Riverside Church)

 

Puntata n. 21 – I carismi dei fondatori e le comunità nella Chiesa (I)

La domanda da cui partire

Penso che, a questo punto, sia significativo prendere in considerazione la parabola del giovane ricco per riassumere, in un certo senso, quanto abbiamo detto finora e mettere a fuoco il passaggio che riguarda questo capitolo. Intendiamo accostare la parabola evidenziando in particolare modo una delle domande che il giovane ricco rivolge al Signore.

«Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: “Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?”. Egli rispose: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti”. Ed egli chiese: “Quali?”. Gesù rispose: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso”. Il giovane gli disse: “Ho sempre osservato tutte queste cose; che cosa mi manca ancora?”» (Mt 19,18-20).

Che cosa mi manca ancora? Questa è la domanda da cui partire. Ecco, allora, che alla luce di questa domanda possiamo riassumere e ripercorrere schematicamente il percorso tracciato nei capitoli precedenti.

Siamo innanzitutto partiti dalla constatazione che al cristianesimo come tante volte lo si intende e lo si vive oggi sembra proprio mancare qualcosa di fondamentale. È quindi il nostro cristianesimo che viene interpellato da questa domanda del giovane ricco: che cosa mi manca ancora?

Occorre guardare che cosa manca al nostro modo di concepire e vivere la fede, perché sia veramente la pienezza della fede della Chiesa, come la intende il Concilio, come la intende il Catechismo della Chiesa Cattolica, come l’annunciava il Papa san Giovanni Paolo II con il suo Magistero.

È dunque legittimo e doveroso domandarsi qual è il passo da fare oggi perché maturi la coscienza cristiana? Che cosa manca al nostro cristianesimo per essere un cristianesimo più maturo, che non si fermi ai Dieci Comandamenti dati da Mosè (che non sono altro che la Legge naturale), per cogliere il valore dei quali, in fondo, non c’è bisogno di Cristo, anche se per riuscire a praticarli davvero occorre comunque la Grazia?

Ma torniamo al giovane ricco. «Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto”» (Mt 19,21).

Noi diremmo, se vuoi avere una fede non dimezzata, non disumana, non disincarnata, non distorta, ma secondo il cuore della Chiesa… «Allora, vai, vendi quello che possiedi […] e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi» (Mt 19,21).

Nel rispondere a questa domanda abbiamo cercato di individuare in che cosa consiste, anzitutto, nella Chiesa di oggi la risposta a questo invito: «Vieni e seguimi!». In che cosa, oggi, sembra siano così pochi a seguirlo; e non necessariamente per cattiva intenzione, ma per una sorta fraintendimento, di riduzione della sostanza dell’Annuncio cristiano. In che cosa dobbiamo liberarci delle nostre idee sul cristianesimo («vendi quello che possiedi») e in che cosa consiste il tesoro di Cristo, quell’aspetto del tesoro che è stato, in qualche modo, dimenticato dalla storia anche cristiana e che la Chiesa con il Concilio ci ha invitato a ritrovare.

Il tesoro oggi dimenticato consiste in alcune “perle preziose” – per usare ancora un’immagine evangelica (cfr., Mt 13,44-46) – che, con l’aiuto di Dio, vogliamo regalarci, avendole ricevute dalle mani stesse della Chiesa.

1) Prima perla: la coscienza della creaturalità

Occorre, anzitutto, rieducare la sensibilità nostra e altrui a rendersi conto che non ci diamo la vita da noi stessi, ma ogni nostro respiro viene al mondo, perché Qualcuno ce lo dà e non c’è frazione di secondo dell’esistenza che possa sussistere se non c’è Dio che la crea, che la vuole e l’ama. Qualcuno ci dice, anche quando noi non ci pensiamo: Voglio che tu ci sia, perché ti amo.

Come si fa ad essere cristiani senza la memoria costante di questo? Si può anche esserlo, ma è come non gustare la vita, ma solo sopportarne il peso. Ma come si può essere uomini senza la memoria costante di questo? Mentre la vita può essere gustata, ma per gustarla bisogna sapere di essere voluti e amati, saperlo con l’intelligenza, ma anche riconoscerlo con il cuore. Dio voglia che il riunirci nelle nostre comunità cristiane ce lo faccia venire in mente con sempre maggiore facilità e consolazione. Dio voglia che io possa essere per te il segno visibile di questo Amore più grande di me e di te, senza il quale né io né te possiamo vivere.

2) Seconda perla: la coscienza del peccato

Può sembrare paradossale dire che la coscienza del peccato è fonte di libertà, che è una “perla”: ma è così. Spesso la coscienza del peccato, o non c’è, o è moralistica e quindi falsata.

Prima di tutto occorre la coscienza del “peccato originale”. È inutile perdere tempo dietro l’idea ottimistica (pelagiana e illuministica) secondo la quale l’uomo è capace da solo di sistemare le sue contraddizioni sia interiori (mediante una sorta di psicanalisi), che sociali (mediante un progetto socio-politico). Non basta lavorare sui meccanismi psicologici, o sociali, per creare un soggetto libero e una società libera. La sfida del cristianesimo consiste nel dire che la questione è molto più radicale: l’uomo, ogni uomo, porta con sé una radice malata che è conseguenza di una libera scelta delle origini e tende a rinnovare questa scelta negli errori volontari di ogni giorno, là dove si vuole concepire autosufficiente, là dove nega il dato di fatto del suo venire da un Altro, e del suo essere per un Altro.

Se le cose stanno così, se abbiamo presente sempre che le cose stanno così, non perdiamo tempo in inutili sforzi di falsa umiltà: ma io non sono capace, ma io non ce la faccio, io non sono adeguato… 

Ma è chiaro! Nessuno è bravo, nessuno è capace: è un’ingenuità pensare di essere bravi abbastanza, o che altri siano bravi abbastanza per risanare la condizione umana. Questa non può essere la fonte di un’obiezione al cristianesimo, ma al contrario è il punto di partenza indispensabile per essere cristiani; diversamente si è solo farisei.

Di fronte al peccato originale e al suo riprodursi nel peccato attuale ogni discorso sulla bravura è ridicolo perché falsa la realtà. La prima ricchezza della quale sbarazzarsi è questa “ricchezza della bravura” di chi si sente superiore nel bene, o la “ricchezza della falsa umiltà” di chi si sente superiore nel male: siamo tutti sulla stessa barca. Occorre per tutti un Salvatore che sia Dio stesso. Riconoscere questo nei singoli momenti della vita è la vera umiltà.

Questa prospettiva libera dalla menzogna del moralismo, per questo è una perla preziosa: fa pulizia di una falsa impostazione. Il “merito” di un cristiano non consiste principalmente nello sforzarsi di essere buoni, perché nessuno ci può riuscire, ma nel domandare e nell’accogliere il bene da un Altro:

«Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono» (Mt 19,17).

Con questo rilievo Gesù vuole insinuare nel suo interlocutore proprio questo stato di fatto: Uno solo è buono. Il moralismo è invece quel modo di impostare il problema morale che considera lo sforzo dell’uomo per migliorare se stesso come l’elemento più rilevante e l’intervento della Grazia come accessorio e, alla fine dei conti irrilevante. Mentre, nella realtà le proporzioni sono ribaltate e la capacità di coerenza è piuttosto un dono da domandare. E se uno sforzo dobbiamo compiere esso consiste anzitutto nel tenere presente questa concezione del rapporto tra l’uomo e Cristo.

3) Terza perla: la Persona di Gesù Cristo

Il Salvatore c’è: è Gesù Cristo. «Non si tratta qui soltanto di mettersi in ascolto di un insegnamento e di accogliere nell’obbedienza un Comandamento. Si tratta, più radicalmente, di aderire alla persona stessa di Gesù» (Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis splendor, n. 19).

Ma che cosa vuol dire questo aderire alla Persona di Gesù, questa immedesimazione con la Persona del Signore che non sia solamente un seguirne l’insegnamento, che non sia solamente leggere il Suo Vangelo, o celebrare la Sua liturgia, o imitare la Sua bontà d’animo?

C’è una differenza molto semplice da fare tra il moralismo e l’autentica immedesimazione con Lui e c’è un test di verifica molto semplice: se il punto di partenza siamo noi stessi, il nostro sforzo di adeguarci a Lui come a qualcosa di esterno a noi che dobbiamo raggiungere, allora la nostra posizione è moralistica, perché facciamo conto, di fatto, solamente sulla nostra capacità di raggiungerlo, anche se diciamo «Signore, Signore» (cfr., Mt 7,21).

Ma, di fatto, nessuno può riuscire a raggiungerlo. Se il punto di partenza, invece è Lui, se a noi non tocca produrre la Salvezza, ma piuttosto accoglierla, allora la posizione è cristiana: non sono io che devo raggiungerlo a fatica, ma è Lui che mi ha raggiunto e io posso accoglierlo.

In sostanza l’immedesimazione cristiana consiste in un’incorporazione a Cristo, secondo un’espressione cara a san Paolo. Per questo c’è l’Eucaristia, per renderci, attraverso il sacramento, un corpo unico con Lui, per diventare un tutt’uno con Lui: si tratta di una trasformazione del nostro essere.

Ma se ci fermassimo a questo punto, noi che veniamo a due- mila anni di distanza nel tempo, saremmo portati, se siamo temperamenti un po’ sensibili e dotati di immaginazione, a tentare di produrre, ancora una volta con il nostro sforzo interiore, qualcosa che somigli a quel sentimento che dovettero provare i primi discepoli. E questo nel tentativo di colmare quella distanza che ci separa da Cristo nel tempo.

Che cosa mi manca ancora?

4) Quarta perla: la Chiesa, luogo della Presenza reale di Cristo

Quando abbiamo parlato della Chiesa abbiamo insistito sul fatto che essa è il Corpo reale di Cristo, in analogia all’Eucaristia e il luogo della Sua presenza, non per modo di dire, ma realmente. E in questo luogo che, di fatto, si realizza e può anche essere verificata in un’esperienza, la connessione viva, corporea tra noi e Cristo.

«Il Maestro, che ci insegna i Comandamenti di Dio, che invita alla sequela e dà la Grazia per una vita nuova, è sempre presente e operante in mezzo a noi, secondo la promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 18,20). La contemporaneità di Cristo all’uomo di ogni tempo si realizza nel Suo Corpo, che è la Chiesa» (Veritatis splendor, n. 25).

Ecco il punto da ricuperare sempre nel cammino di fede: questa “contemporaneità di Cristo” agli uomini di ogni epoca della storia. Questa contemporaneità deve essere riscontrabile anche in una forma empirica, sensibile, non può rimanere a livello ideale, non verificabile. Ecco che cosa manca ancora.

Negare questa contemporaneità equivale, di fatto, a negare la fede nella Risurrezione, perché se Cristo non è contemporaneo non è incontrabile oggi, è come dire che è ancora morto, o se anche è vivo non è più nella Sua Carne, mentre Cristo è ancora incarnato, è Risorto con il Suo Corpo, a differenza degli altri morti che devono ancora risorgere e sono vivi esclusivamente nell’anima, ma non ancora nel loro corpo, che non è ancora risorto.

Il demonio lavora sempre, nella storia, contro l’Incarnazione, nascondendosi sotto la falsa purezza dello spiritualismo, che porta con sé la parvenza di una maggiore religiosità, mentre il cuore del cristianesimo consiste nell’Incarnazione e il cuore dell’Incarnazione è la Presenza umana di Dio che si mantiene “contemporaneo” all’uomo nella storia. L’eternità non è forse la permanente e definitiva contemporaneità di Dio a se stesso e a tutta la creazione? Allora l’Incarnazione che perdura nel Corpo di Cristo che è la Chiesa è l’inserimento sperimentabile dell’Eternità di Dio nel tempo, è l’escatologia realizzata.

 

Facebook Comments