Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA

 

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Puntata n. 3 – La coscienza della creaturalità (III)

Giacobbe

Questo racconto mette in luce anche un altro fattore nuovo, rispetto ai precedenti, ed è la condizione in cui l’uomo talvolta si viene a trovare di non sapere di appartenere a Dio, di essere sempre alla sua presenza: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo».

Ciò riguarda particolarmente la nostra mentalità odierna, la nostra cultura. L’uomo odierno non sa chi è: non avere la coscienza della creaturalità significa ignorare la propria natura di uomo, perché l’uomo è fatto da un Altro in ogni istante. Per questo la negazione della religione come coscienza della dipendenza dell’uomo da Dio è contro la dignità stessa dell’uomo, non ne rispetta la natura.

Mi sembra vadano sottolineati tre possibili modi di non sapere:

  1. a) il primo consiste nell’“ignorare”, cioè in quella condizione in cui l’uomo non si è ancora reso conto di appartenere a Dio, né in forza della propria ragione, né in forza di un incontro rivelatore.
  2. b) Il secondo consiste nel “censurare”, cioè nel vivere come se non si sapesse pur sapendo. Questo è il modo proprio dell’ideologia che ha inizio, da parte dell’uomo in conseguenza del “peccato originale”; come abbiamo letto poco sopra esso consiste nel “nascondersi” dalla presenza di Dio, per cercare di “nasconderla” ai propri occhi e poterla così “censurare”. La cultura contemporanea è interamente caratterizzata da questa operazione e anche noi siamo condotti a ritenere spontaneo l’atteggiamento della censura, che in realtà è indotto, ormai come un riflesso condizionato.
  3. c) Il terzo infine è un non sapere che è conseguenza di un “dimenticare”. Questo è il peccato proprio dei cristiani quando smarriscono il nucleo della loro fede, non la considerano più come il perno attorno al quale ruota la loro vita.

Proseguendo nella lettura dei testi notiamo come la narrazione del sogno di Giacobbe a Betel insista sulla parola “luogo”. Dio sembra preparare da lontano la strada dell’Incarnazione: una manifestazione della Sua presenza permanente in un “luogo fisico” preciso. Nel Nuovo Testamento sarà la Chiesa questo “luogo fisico”: vivere con la consapevolezza che la Chiesa, e in essa le nostre comunità, sono il “luogo” della presenza reale del Signore comporta anche un “atteggiamento soggettivo” completamente diverso “nei confronti della Chiesa”.

«Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre, e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra. Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto”. Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: “Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”. Ebbe timore e disse: “Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo”. Alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz» (Gen 28,10-19).

Giacobbe pone un “segno”, la pietra che consacra con l’olio, proprio perché non prevalga la dimenticanza, ma vedendo il “segno” sia aiutato a “ricordare” con vivezza più grande l’accaduto.

 

Mosè

Ormai esiste già un “popolo” e la familiarità di Dio con l’uomo, attraverso Mosè, diventa la sua familiarità con il popolo e per il popolo. Questo sta ad indicare, in vista del Nuovo Testamento, la Chiesa come “popolo”. È una categoria che è rimasta ancora talmente lontana dai cristiani, nel suo vero senso, da essere del tutto inefficace non solo nella vita sociale, ma anche e prima di tutto nella vita spirituale. L’individualismo che spesso caratterizza la coscienza cristiana va contro la natura stessa del popolo di Dio: il rapporto con Dio, la comunicazione della Grazia, in via ordinaria, sono legate all’appartenenza alla Chiesa, all’essere e al concepirsi parte di questo popolo.

Mosè, tra le figure dell’Antico Testamento è forse la più rappresentativa di una vocazione data per il bene di un popolo, per la liberazione di un popolo che appartiene a Dio.

«Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!” Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”. E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si velò il viso perché aveva paura di guardare verso Dio.

Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. Ora dunque il grido degli Israeiliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli egiziani li tormentano. Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa uscire il mio popolo, gli Israeliti”. Mosè disse a Dio: “Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?”. Rispose: “Io sarò con te”» (Es 3,1-12).

Una degenerazione del concetto di “popolo” è quella marxista che è entrata abusivamente prima nella “teologia della liberazione” e poi nella “teologia del popolo”, che ha ridotto l’autentica categoria biblica ad una categoria materialisticamente politica, distruggendone il significato originario proprio della Scrittura.

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