di Alfredo Villa
Ho partecipato ad una Santa Messa feriale in una delle tante chiese di una città della provincia italiana.
Pochissime persone, tutte oltre i sessant’anni, luce fioca e freddo e quella sensazione di imbarazzo che spesso caratterizza i sopravvissuti.
Il sacerdote che celebrava probabilmente era stato ordinato prima del Concilio Vaticano II, avendo sicuramente ben oltre ottant’anni.
Pur se rallentato ed in difficoltà nei movimenti, soprattutto durante gli spostamenti richiesti dalla liturgia, comunque eseguita con sacrale dignità ed ancor più incerto nello scendere qualche gradino al momento della distribuzione dell’Eucarestia, questo vecchio prete ha officiato una splendida Messa, celebrando con tutta l’autorevolezza che solo il suo Ministero può conferire.
In seguito, mi sono però chiesto a cosa avevo effettivamente partecipato, oltre ovviamente a quello che conta davvero, ovvero alla realtà ontologica del Sacrificio Eucaristico.
Sono certo di aver assistito all’imperitura gloria e grandezza della Chiesa di Cristo.
Ho anche compreso che, spesso con superficialità ed applicando parametri terreni, tale desolante, vecchio, spettacolo, non può che rendere evidente, alle gerarchie della Chiesa, la necessità di un suo radicale rinnovamento, come se, cercando di salvaguardare senso e funzione, tutto il resto possa e debba adeguarsi ai tempi.
Analizzando con gli occhi del mondo anche solo una qualsiasi Santa Messa Feriale in una qualsiasi Parrocchia italiana, quasi tutti concorderebbero sulla necessità di svecchiare, anche solo a livello di linguaggio e di forma, ciò che appare così dolorosamente lontano da tutto quanto accade fuori da quelle quattro mura sepolcrali, animate, di quando in quando, da fantasmi del passato e da corpi vecchi e debilitati.
E quindi, con razionalità mondana, ecco spuntare come funghi le più svariate soluzioni per rinnovare la Chiesa e le sue liturgie con il fine di attrarre nuova linfa, parlare ai giovani e con questo garantirsi una continuità che sa molto di sopravvivenza.
Inoltre, la motivazione per dare vita ad una “nuova” Chiesa è quasi darwiniana, poiché quanto, sulla terra, non si sia adeguato ed asservito allo spirito del tempo, si è miseramente estinto.
La recente Santa Messa a cui ho assistito sembrava effettivamente confermare la necessità di modifiche strutturali di medio termine, affinché la Chiesa, come noi la conosciamo, evolva, per non sparire.
Del resto, è la Chiesa stessa, soprattutto dal suo interno perché in realtà nessuno le ha mai chiesto di riformarsi, che ritiene necessaria una particolare accelerazione nel provare a fare di tutto per mostrarsi capace di incamminarsi verso un non meglio definito “nuovo”, che, per essere tale, necessita solo di essere diverso da prima.
Tale riforma è del resto solo ostacolata da alcune frange tradizionaliste, che, come zavorra, rallentano l’auspicabile passaggio, ma è noto a tutti che con la morte della generazione di quel vecchio prete e della mia, ogni resistenza sarà “fisicamente” smantellata.
Ma cosa ho “sentito” nel cuore, che è ben altra cosa rispetto al comprendere della ragione, durante quella Santa Messa e che vorrei provare a trasmettervi con queste poche righe, su cosa dovrebbe cambiare nella Chiesa affinché non si debba più assistere ad un evento, che ad occhi umani, appare avvilente se non addirittura tristemente agonico?
La prima è che ho partecipato ad una Santa Messa meravigliosa.
Al di là dell’aspetto essenziale relativo alla Celebrazione Eucaristica stessa, ho percepito il Vangelo prendere vita ed ho sperimentato il significato di alcune lettere paoline quanto alla relazione capovolta tra debolezza e forza e sull’infinito valore della perseveranza, forza e perseveranza che diventavano carne in quel vecchio prete maestoso proprio nelle sue difficoltà.
La seconda è la straordinaria capacità di Dio di trasfigurare e dare nuova vita e significato alla povera e limitata realtà umana, proprio quella realtà che la Chiesa vorrebbe attrarre modificando sé stessa.
Come sull’altare il pane ed il vino diventavano vero Corpo e vero Sangue, attraverso la transustanziazione, tutto quanto in noi lì presenti, di fragile, finito, temporale ed apparentemente destinato a ridursi ed a spegnersi, veniva trasfigurato in una straordinaria bellezza trascendente e colma di vita, proprio quella vita, che essendo tale, non può essere che giovane e forte.
Inoltre, come sia totalmente condivisibile e soprattutto comprensibile e sperimentabile, ciò che disse Pietro sul Tabor, ovvero “è bello per noi stare qui”, dove tale certezza, che ha fatto proferire alla Pietra su cui la Chiesa che si vuole smantellare è nata, non derivava né dalla forma dell’evento a cui Pietro stava assistendo e neppure dalla sua attualità, spettacolarità o unicità, ma dal fatto, semplice e vero, di essere contemporaneamente spettatore ed attore di qualche cosa di non qualificabile, ma che per la sua stessa essenza è cosa buona, giusta e necessaria e, se volessimo usare un termine ormai desueto, salvifica.
Perché è solo la Salvezza, l’unica ragione della gioia dell’essere presente alla manifestazione tangibile della Salvezza stessa.
Per concludere, ma credo che l’elenco di tale sentire potrebbe essere ben più lungo, sono certo che la grazia ed il dono di essere fisicamente presenti nel momento in cui il tempo presente si fonde nell’eterno e la terra si unisce al Cielo, renda concetti come divenire, modificare e riformare, così come il loro opposto, ovvero mantenere, preservare e restaurare, privi di significato.
La polarizzazione tra vecchio e nuovo diventa nella Chiesa di Cristo, che Lo celebra, assolutamente insensata.
Quindi per concludere e per rispondere alla domanda iniziale, di che cosa ha bisogno la Chiesa per aggiornarsi e “ringiovanirsi” con lo scopo di attrarre a sé un nuovo popolo, una nuova assemblea?
Assolutamente di nulla.
E questo non solo perché a tale domanda Gesù ha già risposto, quando profeticamente ha annunciato che tutti saranno attratti da Lui quando verrà innalzato sulla Croce ed in seguito e per sempre in ogni Santa Messa, ma perché mi è apparso evidente che l’unica cosa che sarebbe servita in quella Santa Messa, è che miracolosamente, sia il sacerdote che tutti gli astanti, ringiovanissero di quarant’anni, riportando noi e non la Chiesa, alla nostra giovinezza, anche fisica e questo per poter meglio manifestare con la nostra massima energia, la nostra lode e la nostra gratitudine, ma ancor più il nostro amore, perché spesso sono i giovani che amano con quella follia ed esuberanza tanto gradita a Dio.
Quindi non è la Chiesa che deve cambiare di fronte allo scorrere del tempo e delle mode, ma è il Suo popolo che deve ritornare non solo bambino, semplice e fiducioso, ma anche giovane, pieno d’amore, speranza e propensione al rischio.
Se questo non è possibile ai nostri corpi mortali, non è sicuramente negato al nostro cuore.
È quindi lui che deve cambiare, non la Chiesa.
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