Che cosa devo fare io, nella presente confusione della Chiesa?

Rilancio un articolo del prof. Leonardo Lugaresi pubblicato sul suo blog.

 

Piazza San Pietro colpita da fulmine

 

“Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è favorevole”, diceva un noto agente della disssoluzione, il quale dal suo punto di vista poteva anche avere ragione. Chi non lavora per Satana, il grande dissolutore, deve pensare all’opposto che la confusione sia un pericolo mortale.

Che il mondo sia confuso è normale, lo è sin dagli inizi e sempre lo sarà. L’entropia sembra però crescere anche nella chiesa, il cui “sistema” ci sta dando l’impressione di evolvere rapidamente ad un grado massimo di disordine, e la cosa più preoccupante è che chi dovrebbe istituzionalmente “sorvegliarlo” (che in greco si dice episkopein) sembra non farci caso o addirittura compiacersene (come quel “grande timoniere” di cui sopra).

In tale situazione, che cosa possiamo (e dobbiamo) fare noi piccoli, che non abbiamo nessuna responsabilità istituzionale (con le conseguenti possibilità di intervento), ma abbiamo una responsabilità personale nei confronti del battesimo che abbiamo ricevuto, di noi stessi e di tutti coloro che dalla nostra testimonianza (che in greco si dice martyrion) possono essere edificati o al contrario scandalizzati?

La buona notizia, paradossalmente, è che la confusione nella chiesa c’è sempre stata: non è dunque lo stato finale dell’entropia di un sistema chiuso le cui trasformazioni irreversibili producono inesorabilmente un aumento del disordine. La chiesa conosceva la confusione anche agli inizi, e dunque non saremo scandalizzati dal disordine della “chiesa iniziale” di oggi. Perché ricordiamoci sempre che il cristianesimo è sempre iniziale, e il suo non è affatto un “sistema chiuso” destinato alla decadenza, bensì aperto all’impulso potente della grazia divina per opera dello Spirito santo.

Conoscendo la confusione, la chiesa apostolica – la cui autocoscienza, indefettibilmente consegnata alla Scrittura nei testi del Nuovo Testamento, è normativa per noi – conosceva anche il rimedio. Ce lo indica, per esempio, San Paolo con questo avvertimento che sembra davvero (ed in effetti è) scritto per noi oggi, 23 ottobre 2020:

«Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!» (Lettera ai Galati, 1, 6-9).

Dicano e facciano quello che vogliono: io so a Chi e che cosa ho creduto. E non c’è nulla di confuso in Colui a cui ho creduto e nell’insegnamento che, per Suo mandato la chiesa mi ha impartito. Di magistero ce n’è quanto ne vogliamo (oltretutto a portata di ogni mano in quel bellissimo e per nulla confuso Catechismo che – Dio l’abbia in gloria! – san Giovanni Paolo II ha donato alla chiesa) e può rispondere, con chiarezza, ad ogni nostra esigenza. Se anche un angelo dal cielo ci predicasse un vangelo diverso da quello che abbiamo ricevuto, sappiamo che cosa fare. Che il bianco sia nero e che il nero sia bianco non lo accetteremo mai. Perinde ac cadaver qui non funziona: siamo vivi, grazie a Dio, e tali vogliamo restare.




In una fase turbolenta della vita della Chiesa, di tutto i fedeli hanno bisogno tranne che di ulteriore confusione.

Papa Francesco festeggia il compleanno del regista del docufilm "Francesco", Evgeny Afineevsky 22-ottobre-2020
Papa Francesco festeggia il compleanno del regista del docufilm “Francesco”, Evgeny Afineevsky 22-ottobre-2020

 

di Luca Del Pozzo

 

Nell’evidente tentativo di smorzarne l’impatto, in alcuni casi facendola passare quasi come una non notizia, la gran parte dei commenti all’endorsement papale alle unioni civili tra persone samesex ha inteso rassicurare che no, la dottrina non cambia, il magistero resta quello di sempre; che cioè un conto è la famiglia, quale unione tra un uomo e una donna, altro conto è tutto ciò che non può dirsi famiglia. Insomma niente di nuovo sotto il sole, se non una ulteriore conferma del fatto che ora l’accento, per così dire, è rivolto più all’ascolto delle esigenze concrete delle persone, alla loro accoglienza e al dialogo. Ma ragionare in questi termini significa puntare al dito per non vedere la luna. Perché qui a essere in gioco non è la dottrina sul matrimonio (non solo almeno), ma principalmente la dottrina sull’omosessualità. E allora si fa fatica a credere che il magistero della chiesa non sia, nei fatti, cambiato nel momento in cui il Pontefice si dice favorevole a che due persone samesex vivano stabilmente insieme, posto che – immaginiamo – tale convivenza comporta una unione non soltanto spirituale ma anche fisica, carnale. O ci siamo persi qualcosa? Non a caso Vito Mancuso, teologo insospettabile di qualsivoglia rigidità dottrinale o tacciabile di “tradizionalismo”, ieri su Repubblica metteva in relazione quanto detto dal Papa proprio con il paragrafo n. 2357 del Catechismo – che definisce gli atti omosessuali come “intrinsecamente disordinati”, e “contrari alla legge naturale” e che “in nessun caso possono essere approvati” – per sottolineare come “alla luce di questo testo penso sia chiara la novità esplosiva delle parole di Francesco secondo cui le persone omosessuali “hanno diritto a una famiglia”. Infatti, tutto chiaro. Resta da capire invece se sia stato puramente casuale che le parole del Pontefice, che era facile immaginare avrebbero avuto un’eco planetaria pur se contenute in un documentario (e come tali non vincolanti per i fedeli, laici e no), siano uscite nel bel mezzo degli scandali vaticani legati all’affaire Becciu e con il sinodo tedesco – le cui conclusioni com’è noto potrebbero riservare brutte sorprese per Roma – in dirittura d’arrivo. Ma quand’anche le frasi del Pontefice siano state utilizzate come mezzo di distrazione di massa e/o a mo’ di ramoscello d’ulivo nei confronti di una chiesa tedesca in forte fibrillazione, è tutto da dimostrare che la toppa non sia peggiore del buco (tanto più che i destini del cattolicesimo in Europa non sembrano essere in cima all’agenda dell’attuale pontificato). E senza dimenticare le potenziali ricadute ad esempio nel rapporto con le altre religioni, in primis l’islam che ha una visione, come dire, piuttosto “rigida” su omosessualità e dintorni. Visione che anche di recente è stata ribadita dal grande imam di Al Azhar, Ahmed Al Tayyeb (sì proprio lui, quello che firmò con Francesco il documento di Abu Dhabi) che in un’intervista sulla Lettura del 1° marzo scorso ha detto senza mezzi termini: “L’islam è contro chi mina i valori etici. Se la legge dell’uomo permette l’omosessualità, questo non è accettabile per l’islam”. In una fase già di suo turbolenta e problematica della vita della chiesa (per tacere del contesto esterno) di tutto i fedeli hanno bisogno tranne che di ulteriore confusione.

(lettera inviata e pubblicata su Il Foglio)




Il “papa mediatico” ha colpito ancora.

Pur non concordando conil contenuto del primo capoverso, rilancio alla riflessione di tutti un articolo del prof. Leonardo Lugaresi pubblicato sul suo sito.

 

Papa Francesco (AP Photo/Luca Zennaro, Pool)

 

Ieri sera (l’altra sera, ndr), a quanto pare, la breaking news mondiale era: “il papa è favorevole alle nozze gay”. È una mezza bufala, a quanto pare, nel senso che ieri il papa non ha detto niente, ma è stato divulgato un film che contiene spezzoni di una sua intervista di un anno fa. Chi vuole saperne di più può leggere su La Nuova Bussola Quotidiana di oggi un dossier di articoli che ad una prima lettura mi sembra valido.

Comunque stiano e comunque vadano le cose, resta il fatto che la “notizia”, per la gran parte del pubblico rimarrà quella di cui sopra, e che di conseguenza il tasso di confusione nella chiesa, già alto, aumenterà ancora di qualche tacca. Confesso di non essere più molto appassionato a questo tipo di vicende (forse perché ormai ci ho fatto il callo) ma azzardo solo una piccola osservazione. Credo che il problema che abbiamo sia che di papi ce ne sono tre. O per meglio dire, quando pronunciamo la parola “papa”, si possono intendere tre cose diverse.

La prima è la funzione e l’istituzione che concretizzano storicamente il principio petrino, cioè quell’istanza ultima di salvaguardia e promozione della fede che Gesù Cristo stesso ha voluto e posto come fondamento della chiesa. La chiesa – l’unica vera chiesa (non qualsiasi comunità cristiane a cui per convenzione oggi si attribuisca tale denominazione) – è tale in quanto è apostolica, cioè fondata sul collegio degli apostoli scelti da Gesù e sui loro successori. In seno e in comunione con il collegio apostolico, il Signore ha voluto che Pietro avesse una funzione primaziale di garanzia e conferma della fede, assistita da una speciale Sua grazia (cfr. Lc 22, 31-34). La forma concreta di espressione e di esercizio di tale munus petrino è molto cambiata nel corso dei secoli (come sa bene chiunque conosca anche solo i primi rudimenti di storia della chiesa): il papa, così come lo conosciamo oggi, non c’è sempre stato, ma per noi cattolici lo sviluppo della storia della chiesa, almeno nel suo insieme e nelle sue grandi linee, è dotato di un significato teologico perché crediamo che lo Spirito agisca e guidi tale sviluppo storico. Dunque oggi il papa è quella funzione e quella istituzione che si è andata conformando nel corso dei secoli fino al culmine della definizione del dogma della sua infallibilità ex cathedra da parte del Concilio Vaticano I.

Si usa spesso parlare di sovranità come caratteristica essenziale dell’attuale forma di espressione del principio petrino e questa idea è ben radicata nella mente dei fedeli, ma spesso viene malamente tradotta più o meno così: “il papa può fare e dire quello che vuole perché è il papa, e buon cattolico è solo chi lo segue sempre e comunque”. In realtà, la presunta sovranità di Pietro consiste solo ed esclusivamente nella sua totale ubbidienza a Cristo. Il papa non solo non può fare e dire quello che vuole, ma può fare e dire esclusivamente quello che vuole il Signore. A Pietro, Gesù ricorda che quando era giovane (cioè quando non era il “papa”) si cingeva la veste da solo e andava dove voleva, ma da vecchio (cioè da “papa”) tenderà le mani e un altro lo porterà dove lui non vorrà (cfr. Gv 21, 18). La chiesa sa e insegna solo quello che il suo Maestro le ha insegnato e che la tradizione ha trasmesso, meditato e approfondito: il papa questo solo sa e può dire da papa. Al di fuori di questa totale soggezione al suo Signore, non ha alcun potere. Se “il papa”, per assurdo, facesse un’enciclica per dichiarare che il Figlio non è della stessa sostanza del Padre, non sarebbe il papa a parlare e quell’enciclica, pur con tutti i sigilli e le ceralacche del mondo, non sarebbe magistero.

Il secondo papa è la persona che pro tempore esercita quella funzione e incarna, per così dire, quella istituzione. Il suo dovere è di lasciarsi inchiodare a tale croce, sacrificando continuamente la sua soggettività al compito oggettivo che gli è stato scaricato sulle spalle. Questo è difficilissimo, anche perché ciò non può voler dire (sarebbe inumano) che egli debba rinunciare alla sua personalità. Joseph Ratzinger, che era perfettamente consapevole della delicatezza di questo nesso tra persona e istituzione, quando ritenne di dover scrivere, da Benedetto XVI qual era, dei libri (peraltro di fondamentale e colpevolmente da noi trascurata importanza) su Gesù Cristo, lo dichiarò esplicitamente nell’introduzione: “ognuno è libero di criticarmi, perché in questo momento sto parlando da ‘dottore privato’ non da papa”. (Chiese solo un “anticipo di simpatia”, che non gli fu accordato). Il nostro dovere è pregare perché la persona che temporaneamente fa il papa lo faccia nella maniera migliore e non impicciarci troppo di come lo fa: questi sono affari suoi e di Dio (con il quale i conti li dovrà regolare lui). Quanto al resto, la persona che fa temporaneamente il papa è una persona come le altre, verso la quale non possiamo che avere lo stesso atteggiamento che dovremmo avere verso tutti i nostri fratelli nella fede. Può piacerci o non piacerci, possiamo stimarla più o meno, ma tutto questo è accidentale. Osservo solo che la stragrande maggioranza di noi dovrebbe anzitutto rendersi conto di non conoscere veramente quella persona. Chi è veramente Jorge Mario Bergoglio? Io mica lo so. Non gli ho mai parlato, addirittura non l’ho mai visto di persona (con Karol Wojtyla ho parlato una volta, e con Joseph Ratzinger pure, ma quando ancora non era papa, ma entrambe le volte, ovviamente, solo per pochi istanti). Posso solo dire che quel poco che conosco di Bergoglio non lo capisco e non mi fa venire neanche il desiderio di conoscerlo meglio. Non so e non capisco che cosa pensi veramente, e quale sia la sua posizione su tante cose, perché mi pare che dica e faccia cose diverse e in contrasto tra loro. Non capisco certe cose che fa, e certe cose che dice se fossi in lui non le direi, ma insomma non è mica obbligatorio che questo papa mi piaccia quanto mi piacevano i suoi predecessori e non è affar mio il modo in cui lui fa il papa. Mi basta sapere che se un giorno, per assurdo esempio, facesse un’enciclica con dentro tutte le boiate che in questi anni il suo amico Scalfari gli ha messo in bocca, quella non sarebbe un’enciclica del papa, pur con tutti i sigilli e le ceralacche del mondo.

Il problema è il terzo papa, quello mediatico, che è poi quello che in realtà tutti conosciamo e che rischiamo di confondere col primo e col secondo. Quest’ultimo papa, che in fondo altro non è che un “pupazzo mediatico”, si è gonfiato a dismisura negli ultimi decenni, di pontificato in pontificato, e io credo che uno dei più gravi – e meno avvertiti! – problemi della chiesa di oggi sia proprio quello di come regolarsi nei confronti di tale mostruosa ipertrofia. Il punto è che la forma, i connotati, la postura, i gesti, le parole, in sintesi la comunicazione di cui tale pupazzo è l’interprete sono decisi fuori dalla chiesa, da altre agenzie e secondo altri criteri. Non conta nulla se a gonfiare il pupazzo ci siano anche degli ecclesiastici di buona (o non buona) volontà: siamo comunque fuori da quel “recinto di prossimità a Cristo” che la comunione ecclesiale ha sempre difeso e custodito. Fuori dall’ovile, fuori dal cenacolo. Quel papa lì – che, ripeto, sciaguratamente è il solo che quasi tutti conoscono – è fuori. Oggi con Bergoglio il problema è divenuto macroscopico, ma l’ipertrofia o la deformazione mediatica era cominciata già da prima: con Ratzinger, con Wojtyla, con Montini, con Roncalli, con Pacelli … L’incidente di ieri, che non è il primo e non sarà l’ultimo, è solo l’ennesima conferma di una situazione patologica che si fa sempre più grave.

Io non sono nessuno e non ho alcun tipo di autorevolezza, ma da semplice battezzato penso che un radicale ripensamento delle forme espressive del munus petrino e del suo rapporto con il sistema della comunicazione sarebbe quanto mai urgente.

 




Le parole del Papa di approvazione e sostegno delle unioni civili e le conseguenze imprevedibili nel mondo cattolico

papa Francesco

 

 

di Sabino Paciolla

 

“Gli omosessuali hanno il diritto di far parte di una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”. Lo afferma papa Francesco nel docufilm “Francesco“ di Evgeny Afineevsky, presentato ieri in anteprima mondiale al Festival del cinema di Roma, nella sezione Eventi Speciali. Il lungometraggio oggi sarà insignito, nei Giardini Vaticani, del Premio Kinéo, giunto alla 18ma edizione. 

Ieri, quando ho riportato la notizia ripresa dalla CNA, non volevo quasi crederci, anche perché alla richiesta di commento avanzata dalla CNA, il Vaticano non aveva risposto. Ma la notizia è stata confermata in toto dal giornale dei vescovi italiani Avvenire, oltre che da altre autorevoli testate internazionali e da video, e Vaticannews, facendo un servizio sul docufilm, non accenna affatto alla questione. Avvenire ha fatto un articolo spiegando che sono “Parole che stupiscono solo chi dimentica la coerenza degli interventi di papa Francesco in questi anni sul tema omosessualità”. Come dire, era un copione già  scritto e che si è sviluppato nella sua chiarezza pian pianino lungo tutti questi anni di pontificato, a cominciare da quel famoso «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?», passando poi per Amoris Laetitia, finendo al documentario di oggi. 

E’ vero, mentre era arcivescovo di Buenos Aires, Francesco appoggiò le unioni civili per le coppie gay come alternativa ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Tuttavia, non si era mai espresso pubblicamente a favore delle unioni civili come papa, e nessun pontefice prima di lui lo ha fatto.

E questo, inoltre, è in netta opposizione con quanto la Chiesa ha affermato fino ad oggi. 

Infatti, nel 2003, sotto la guida del cardinale Joseph Ratzinger e sotto la direzione di Papa Giovanni Paolo II, la Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) del Vaticano ha stabilito che

La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.

(passaggio precedente a quello di sopra, ndr) In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza. (neretto mio, ndr)

Se dunque solo 17 anni fa si riaffermava che la Chiesa in nessun modo può approvare il “riconoscimento legale delle unioni omosessuali”, oggi sentiamo dire da Papa Francesco che ciò che “dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo.” 

Dunque, una inversione ad “U”.

Da queste parole dobbiamo concludere che il bene comune non esige più, come affermava la CDF nel 2003, che “le leggi  riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società.”, ma che venga riconosciuta, anche legalmente, l’unione omosessuale, anzi, occorre addirittura battersi per questo. Non bisogna dunque preoccuparsi del fatto che tali approvazioni legali offuscano “valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità”. Nooo, bisogna invece che la Chiesa difenda tali valori, si faccia promotrice di questi valori, si batta per questi valori, e ciò per il bene degli uomini e di tutta la società.

Si capisce bene che non si può non rimanere sconcertati ed anche avviliti. 

Ed allora la mente va indietro a solo qualche anno fa quando, il 30 gennaio del 2016, riuniti al Circo Massimo di Roma per il Family Day in centinaia di migliaia di persone per sostenere la famiglia naturale, contro la proposta di legge della Cirinnà sulle unioni civili, ci sentimmo “soli” e abbandonati, senza alcuna paternità, senza alcuna vicinanza da parte delle alte sfere della Chiesa. Infatti, quel giorno non giunse neanche un telegramma di saluto. E dunque, stando alle parole del Papa, tutti noi che a centinaia di migliaia eravamo in quel Circo contro le unioni civili abbiamo sbagliato tutto.

E’ superfluo notare che tali valori, come quelli delle unioni omosessuali, sono quelli sostenuti dal mondo LGBT. E non a caso è proprio questo mondo che sta esultando di gioia. E fanno salti di gioia anche tutti quegli esponenti del mondo cattolico sostenitore o collaterale al mondo LGBT, a cominciare dal gesuita James Martin che, non a caso, fu ospitato il 30 settembre del 2019 dal Papa, un incontro che ebbe grande evidenza mediatica. Allora, scrissi che la foto di quell’udienza privata con il Papa segnava un evento, una specie di “cambio di paradigma” mediatico (leggi anche qui). 

Padre Martin, in proposito, ha scritto: “un importante passo avanti nel sostegno della chiesa alle persone LGBT”. “I commenti positivi del Papa sulle unioni civili inviano anche un forte messaggio ai luoghi in cui la chiesa si è opposta a tali leggi”, ha detto Martin in una dichiarazione, riferendosi a paesi come la Polonia.

 



 

Chiaro che anche esponenti del mondo politico che si è battuto per le unioni civili, come la Cirinnà, possono cantare vittoria. La Boschi, ad esempio, scrive che avevano ragione quattro anni fa a difendere dalle critiche la legge Cirinnà visto che “Papa Francesco difende le leggi sulle unioni civili”. 

Questo endorsement da parte di Papa Francesco avrà anche il “merito”, se così si può dire, di accelerare l’approvazione della Legge sull’omotransfobia. Infatti, il suo primo firmatario, Alessandro Zan, ha scritto sul suo profilo Twitter queste parole:

 



 

Allo stesso modo, anche le Nazioni Unite salutano con soddisfazione le parole del Papa. 

Un portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che è un cattolico devoto, ha descritto le osservazioni del Papa come “una mossa molto positiva”.

“Il segretario generale si è pronunciato con forza contro l’omofobia a favore dei diritti LGBTQ, secondo cui le persone non dovrebbero mai essere perseguitate o discriminate solo per chi amano”, ha detto il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric.

E sicuramente innalzeranno canti di lode anche i vescovi tedeschi che da gennaio scorso sono nel Cammino sinodale, all’interno del quale è stato ribadito e messo chiaramente in agenda il tema della benedizione in chiesa delle coppie omosessuali. Dopo le parole del Papa, i vescovi tedeschi si sentiranno rinvigoriti e confortati perché, penseranno, il passo dall’approvazione delle unioni civili alla benedizione delle coppie omosessuali in chiesa non potrà che essere breve. Ma questo significa un forte incremento del rischio di scima innescato dalla Chiesa tedesca.

 

P.S. –  Un fatto curioso: 

Nel lungometraggio si parla della storia di Andrea Rubera e Dario Di Gregorio, che hanno tre figli piccoli avuti con la pratica dell’utero in affitto fatta in Canada. Questi avevano chiesto al Papa come superare l’imbarazzo legato al loro desiderio di portare i figli in parrocchia alle lezioni di catechismo. La risposta di Papa Francesco è stato inequivocabile: i bambini vanno accompagnati in parrocchia superando eventuali pregiudizi e vanno accolti come tutti gli altri. Giusto, i bambini devono andare in parrocchia. Ma chissà se hanno detto al Papa che Andrea Rubera e Dario De Gregorio erano intervenuti al programma Fuori Onda, in onda su La7 il 31 gennaio 2017, e alla domanda di Costanza Miriano che chiedeva dove fosse la mamma che era stata negata ai bambini, Rubero aveva così risposto: «Miriano, la madre non c’è. La madre è un concetto antropologico…» (qui il video).




Pechino 1995-2020: Giovanni Paolo II e quella “contro-lettera cinese alle donne”.

 

 

di Giorgia Brambilla e Pierluigi Pavone

 

(segue dalla prima parte)

 

Contro la crisi di Wall Street, nel 1929, Roosevelt proclamava una strategia di interventi statali nell’economia per assorbire l’occupazione. È nota come New Deal. Certamente non si trattò di paternalismo di Stato. Il socialismo in America era ed è un insulto. Ed è un bene. Tuttavia venivano meno i dettami del liberalismo classico, per una presenza forte della politica nelle logiche di mercato. Una politica economica che avrebbero imitato anche i paesi dell’Europa Occidentale, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Almeno fino alla crisi petrolifera del 1973 e alla de-regulation degli anni Ottanta, con Reagan e Margareth Thatcher come protagonisti assoluti.

Dunque, sembra che debba avverarsi un New Deal al femminile (così sempre nella analisi di Linda Laura Sabbatini su La Repubblica di venerdì 4 settembre 2020). Fa riflettere, tuttavia, che con la Conferenza di Pechino e nel dibattito successivo non si ripudi solo una prospettiva paternalista (e non tanto sul piano economico, quanto su quello sociale, familiare e culturale). Infatti, con la scusa degli stereotipi di genere, ad essere messa in discussione non è la subordinazione della donna verso l’uomo, quanto la subordinazione della donna – al prezzo del paradosso e dell’assurdo – verso la stessa femminilità e verso la maternità in quanto tale. Pare che anche l’essere madre da parte della donna sia uno stereotipo e un ostacolo alla sua auto-determinazione (come abbiamo già evidenziato qui). Un costrutto culturale, come la famiglia per Rousseau (a cui si ispirò la Rivoluzione francese dei diritti, della libertà e della fratellanza): elemento di corruzione della naturale innocenza/santità dell’uomo.

Chiariamolo a lettere cubitali: è una ingiustizia palese il divario salariale basato unicamente sul sesso del dipendente (se uomo o donna). Qualsiasi forma di misoginia o patriarcato retti sulla considerazione della donna come inferiore all’uomo o come proprietà dell’uomo è irrazionale e ingiusta. Con buona pace di Aristotele e di quelle religioni che occultano la visibilità della donna, per proteggere l’animalità istintuale del maschio, manifestazione di una antropologia fortemente discutibile. Le rivendicazioni della donna a maggiore presenza nei ruoli decisionali, all’interno dei media, a pari opportunità nel mondo accademico e professionale sono assolutamente legittime. Ci sembra qualcosa di molto diverso – e persino in contraddizione con ciò – manipolare e pervertire un riconoscimento giuridico assolutamente condivisibile, con l’inculturazione di genere e con l’indeterminazione dell’essenza e di ogni identità. Perché di manipolazione si tratta. Con uno stile molto simile a quello del regime, dove la Conferenza dell’Onu era ospitata. Quella Cina che era dopo il 1989, e ancora oggi è, una dittatura comunista.  

Francis Fukuyama analizzava – negli stessi mesi di Piazza Tienanmen – la richiesta di elezioni democratiche nei paesi dell’Europa dell’est, che via via fuggivano dal gioco sovietico, come l’inevitabile culmine storico e ideologico dei popoli, nella loro evoluzione politica: per Fukuyama ogni uomo e ogni popolo, specialmente dopo la rivoluzione scientifica e il comune linguaggio universale della tecnologia, non può che desiderare, economicamente prima e politicamente poi, il sistema capitalista democratico: l’unico in grado di assicurare a tutti pari opportunità, meritocrazia, uguaglianza giuridica, benessere economico, libertà e riconoscimento. Gli studenti cinesi stavano confermando questa teoria della storia e della politica. Il Partito Comunista cinese provava a resistere. E – come capita con ogni regime comunista – con la forza (e solo con la forza della repressione) ebbe la meglio. Il benessere economico assicurato dalle riforme possibili dopo la morte di Mao, hanno legittimato la conservazione dittatoriale del potere combinata con una economia capitalista, in grado di sfidare, su tutti i fronti, l’Occidente. È possibile che il regime cinese abbia guardato proprio ai vicini russi: le riforme politiche di Gorbacëv erano una illusione. Minavano l’intero sistema, perché il sistema non ammetteva riforme. L’unica via d’uscita era conservare con spietatezza il potere e giocare la carta strumentale del progresso economico e tecnologico. La Cina avrebbe reso ragione alla conclusione di Eric Hobsbawm (Il Secolo Breve. 1914/1991, BUR), circa il fatto che “il paradosso della Guerra Fredda è stato che ciò che sconfisse e alla fine distrusse l’URSS non fu lo scontro ma la distensione”. La Cina non legittimò nel 1989 e non ha mai legittimato ad oggi nessuna concessione politica. E ha guidato, nel pieno controllo del governo, lo sviluppo economico, in modo tale da impedire ciò che Marx aveva previsto circa la ragione motrice delle rivoluzioni sociali: la contraddizione tra le forze produttive e le relazioni di proprietà, entro le quali le prime agiscono.

Nell’arco di una manciata di anni, dalla morte di Mao, nel 1976, all’inizio della presidenza Reagan, la Cina aveva raggiunto grandi risultati diplomatici ed economici. Il disgelo con gli USA di fatto risaliva alla presidenza Nixon, all’epoca ancora in chiave anti-sovietica. Reagan solo nella propaganda elettorale aveva criticato il Taiwan Relations Act, ovvero la decisione americana di rettificare gli accordi di mutua difesa con il governo nazionalista cinese di Taiwan, risalente al 1954.  L’“impero del male” restava la Russia. E la Cina aveva bisogno dell’America, in base a quel pragmatismo di tutta la politica di Deng Xiaoping: colui che aveva guidato – a dispetto e contro la fallimentare rivoluzione culturale di Mao – le quattro modernizzazioni (scienza, industria, economia, esercito). La Cina sarebbe diventato un paese sottoposto ad un regime dispotico sul piano politico, ma capitalista sul piano economico. Quanto più si apriva alle logiche di mercato, quanto più rafforzava la dittatura di partito e il controllo anche da parte dei servizi segreti delle industrie (da cui il giro di vite di Trump contro Huawei, ad esempio) e in generale della popolazione. E come in tutte le dittature, la forza della manipolazione linguistica è sempre un’arma potente. Oltre a quella militare.  

La Conferenza sulla donna nel 1995 – che paradossalmente avrebbe dovuto offrire a Pechino l’opportunità teatrale e la parvenza internazionale di democrazia e uguaglianza dei diritti – non solo non comportò alcun tipo di cambiamento nell’esercizio del potere da parte del Regime, ma quella stessa Conferenza fece di quella manipolazione un’arma di indottrinamento coatto a livello globale. Sullo stile tipicamente comunista; ma ben oltre quel tipo di società. E in vista di una società post-cristiana e addirittura post-umana. Così che la lotta per i diritti civili e per la libertà si tramuta in una lotta per emancipare la donna dal suo stesso essere donna, a partire dal generare vita. Ben a ragione, Eugenia Roccella – che con Lucetta Scaraffia scrisse, a dieci anni da quella Conferenza, il testo Contro il Cristianesimo. L’ONU e l’Unione Europea come nuova ideologia, Piemme) – denunciava come «i diritti riproduttivi si sono rivelati in gran parte un comodo strumento nella mani dei governi per pianificare la crescita demografica, utilizzato senza risparmio dai regimi peggiori. […]. La nascita sarà sempre più qualcosa di artificiale, guidata e monitorata da medici e scienziati fin dal concepimento. L’utopia femminista dell’autodeterminazione si sta trasformando in una cessione totale del controllo sulle capacità riproduttive alla tecno-scienza e alla medicina» (pp. 92-93).

Fa parte di questo anche la considerazione della famiglia, ormai “liquidata” in un ventaglio di possibilità. Se prima il conflitto era tra chi sosteneva la famiglia e chi la voleva evolutivamente eliminare, oggi si preferisce includere dentro la famiglia anche ciò che famiglia non è: così se tutto è famiglia, nulla è famiglia. Come il trans-umanesimo cancella l’uomo disumanizzandolo progressivamente, assemblandone i pezzi, fino a s-corporarlo, così anche la famiglia viene via via annullata in “family of choice”, per cui la famiglia non è, ma “si fa”. L’uomo deve ignorare l’ordine naturale che richiama l’imago Dei e abbracciare la scelta di ricreare se stesso a propria immagine e somiglianza. Tanto che la natura umana è un “lavoro in corso”, un inizio incompleto, uno stato perfettibile caratterizzato dalla malattia e dalla morte, da sostituire con l’immortalità bionica. Allo stesso modo, il pluralismo dei modelli di famiglia è funzionale all’operazione ideologica di cancellarne l’identità.

Non sembra, allora, che la lotta sia per la parità giuridica della donna e il ripudio di pregiudizi o costumi culturali che l’hanno reclusa o discriminata; sembra che la retorica femminista sia finalizzata – contro la donna stessa – a cancellare l’essenza di ogni cosa.

 




Non un esteta, ma un’”estetista cinica” a promuovere i Musei Vaticani

(se il video qui sotto non si apre, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

di Wanda Massa

 

Il quotidiano online Repubblica il 19 ottobre scorso, nella cronaca di Roma, ci informa che: Il Vaticano “ingaggia” l’Estetista Cinica per fare la pubblicità alla Cappella Sistina di Michelangelo.

L’Estetica Cinica, al secolo l’influencer bresciana Cristina Fogazzi, che conta al suo attivo 706mila follower su Instagram e quasi 233mila mi piace sull’omonima pagina facebook, lo conferma in un’apposita storia sui social: “Se state vedendo così tanti influencer camminare nei corridoi dei musei Vaticani è grazie a quest’uomo (dice indicando il capo ufficio stampa e addetto ai social media d’Oltretevere, ndr) che ha avuto la brillante idea rispetto a tante altre istituzioni di invitare noi per far vedere questo posto” (purtroppo non è possibile vedere la chicca della presentazione fatta dei musei dalla influencer su Facebook in quanto pubblicata sulle “stories” che, come noto, durano 24 ore: https://www.facebook.com/stories/1687028404678920 ).

Gli altri influencer a cui si riferisce nel video e che l’hanno preceduta in questa missione, sono Chiara Ferragni e Fedez, la cui performance sotto la volta affrescata da Michelangelo ha suscitato numerose di polemiche.

Cristina Fogazzi è un’imprenditrice di successo: nel solo periodo del lockdown ha fatturato 10 milioni di euro dalla vendita online dei propri cosmetici. Da donnaglamour apprendiamo inoltre che è l’esperta di bellezza scelta da Chiara Ferragni.

Se non stupisce la preferenza della famosa fashion blogger per l’Estetica Cinica, più di una perplessità invece desta la scelta della direzione dei Musei Vaticani di affidare la promozione degli inestimabili tesori loro affidati non ad un esteta, ma ad un’estetista.

Il 31 ottobre 2012, papa Benedetto XVI, nel commemorare i 500 anni dall’inaugurazione dell’affresco della volta della Cappella Sistina, pronunciava queste parole: “Questa opera è stata ed è veramente la lucerna dell’arte nostra, che ha fatto tanto giovamento e lume all’arte della pittura, che ha bastato a illuminare il mondo (cit. Vasari, ndr) ». Ma non si tratta solo di luce che viene dal sapiente uso del colore ricco di contrasti, o dal movimento che anima il capolavoro michelangiolesco, ma dall’idea che percorre la grande volta: è la luce di Dio quella che illumina questi affreschi e l’intera Cappella Papale. Quella luce che con la sua potenza vince il caos e l’oscurità per donare vita: nella creazione e nella redenzione. E la Cappella Sistina narra questa storia di luce, di liberazione, di salvezza, parla del rapporto di Dio con l’umanità.”

Forse il vero problema non è il disinteresse dei visitatori per i Musei Vaticani, ma il progressivo eclissarsi della fede, che ci sta privando della capacità di vedere e di gustare la sublime Bellezza dell’arte cristiana.

 




Certi di alcune….cose.

 

 

di Brunella Rosano

 

In realtà la frase era diversa: “Certi di alcune grandi cose” e si riferiva ad un libro di don Luigi Giussani: una raccolta di suoi scritti dal 1979 al 1981. Quindi cose “alte”. Più modestamente mi riferisco a due cose che stanno avvenendo in Italia: uno, si muore solo più di COVID, ovvero virus cinese, due, qualsiasi cosa succeda, è colpa dell’omofobia degli italiani.

Andiamo con ordine. Parlare di covid dopo il profluvio di parole dette e scritte da chiunque in questi mesi, mi sembra decisamente temerario, per cui mi limito all’essenziale. Sembra che in Italia l’unica causa di morte sia il covid. O i nostri medici sono diventati particolarmente bravi ed hanno sconfitto tutte le altre malattie, oppure semplicemente non le curano più: o “ sei covid” e allora meriti le cure oppure….. aggiustati! Lo disse anche il governatore del Veneto Zaia nella conferenza stampa del 27 agosto. L’importanza di una preposizione semplice! Morire “di” covid o morire “con” covid cambia completamente il significato non solo della frase, ma della realtà, e la gente resta terrorizzata!  Ci hanno imposto anche la causa della morte! Uniformati, appiattiti fino alla fine! Non sono proprio ferrata in “diritto”, ma quando ero giovane se si  dichiarava il falso in atto d’ufficio, si commetteva reato. Ora non più?

Sono stata più volte rimproverata per la mancanza di paura nei confronti del virus. Ho seguito e seguo quanto disposto dai vari DPCM (che alcuni/molti giuristi hanno dichiarato anti-costituzionali, ma che sono sempre in vigore e di fatto hanno cambiato la nostra vita) il tanto che basta per non pagare le salatissime multe previste per chi “sgarra”, e ho adottato il  metodo “don Bosco”: durante la peste del 1854 a Torino promise ai suoi ragazzi che si sarebbero salvati dalla peste se “avessero vissuto in grazia di Dio, portato al collo una medaglia di Maria S.S. e recitato ogni giorno un Pater, Ave, Gloria”. Ho cercato di vivere come quei ragazzi: messa al mattino celebrata da don Gabriele Mangiarotti grazie al collegamento con Pietrarubbia ( monastero delle monache dell’Adorazione Eucaristica), medaglietta della Madonna al collo, e preghiera per vivere “in grazia di Dio”.  La nostra vita è nelle Sue mani : possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma quando arriva il nostro momento, non possiamo aggiungere alla nostra vita neanche un’ora! E poi, come disse il figlio di Costanza Miriano: “Tutt’al più muoio. Tanto c’è la vita eterna”!

All’inizio della reclusione forzata, 19 marzo 2020, monsignor Crepaldi  scrisse tra le altre queste cose “La parola Salus significa anche salvezza e non solo salute. In un certo senso, la salvezza dà anche la salute”. Si riduce tutto a questa semplice domanda : vogliamo solo perseguire la salute del corpo, e quindi seguiamo tutto ciò che ci viene imposto, ragionevole o no, oppure desideriamo la salvezza della nostra anima e quindi cerchiamo di vivere in Verità?? 

Secondo: qualsiasi cosa accada c’è di mezzo l’omo-trans-fobia! Un aereo viene dirottato? Sicuramente il pilota è omofobo e sull’aereo viaggia una persona transessuale! Ho esagerato volutamente per dire che l’ideologia viola la realtà pur di affermarsi!! Come si può affermare che in Italia c’è l’emergenza omofobia quando addirittura tra chi ci governa, cioè in Parlamento, ci sono onorevoli dichiaratamente “omosessuali”? Come sono arrivati su quei seggi? Se c’è un’emergenza in Italia è l’incuria del territorio: è vero, negli ultimi giorni si sono aperte le cataratte del cielo, è venuta giù l’acqua di sei mesi, ma non è possibile che ogni volta che piove i ponti crollino, le strade franino fino a scomparire, le gallerie si allaghino, lasciando interi paesi isolati, senza acqua potabile e senza corrente elettrica! Se c’è un’emergenza è la mancanza di lavoro! Non siamo omofobi! Ma sicuramente non siamo ben disposti verso chi inventa emergenze e non vede la realtà, anzi la deforma a proprio uso e consumo! Inevitabile trattandosi di una “ideologia”! Non ci sono bastate le ideologie del secolo scorso che hanno seminato morte e distruzione, parlo del comunismo e del fascismo. Adesso vogliono sottometterci con un’altra perversa ideologia: il “genderismo”: ognuno di noi può scegliere il proprio sesso. Partendo dal presupposto che il sesso biologico è un puro “accidente”, l’ideologia “gender” afferma che ognuno può scegliere di essere ciò che si sente di essere. L’essere maschio o femmina è un “condizionamento sociale” e quindi non si può essere determinati dal sesso biologico! E’ esattamente il contrario: si nasce maschi o femmine e l’ideologia impone la confusione, la possibilità di scegliere cosa essere, in modo variabile, a seconda del “sentimento”! E per imporre che tutti siano d’accordo con questa idea farlocca vogliono legiferare in proposito. In realtà sono anni che le correnti più laiciste che vanno al governo in modo più o meno casuale  tentano di imbavagliarci: ci aveva già provato l’onorevole Scalfarotto anni fa. Ora, approfittando della distrazione da covid, sono tornati alla carica con un nuovo progetto di legge, la Zan- Scalfarotto- Boldrini….. A furia di provare un giorno o l’altro ce la faranno e chi avrà l’ardire di affermare che la famiglia è composta da padre, madre, figli, o che per crescere bene un bambino ha bisogno di una figura paterna e una figura materna, verrà accusato di incitamento all’odio e rischierà la prigione, sei anni,non un giorno!

Proprio ieri mi è capitato sotto gli occhi un articolo di Raffaella Frullone apparso sulla Nuova Bussola Quotidiana sul libro di Walt Heyer, un ex “trans gender” che ha subito su di sé i danni della “transizione chirurgica”, sull’esperienza drammatica di trenta persone con “disforia di genere” (il termine tecnico con cui si identifica il disturbo legato alla non accettazione del proprio sesso biologico): esperienze drammatiche di dolore, disperazione e rimpianto per tutti i farmaci a base ormonale assunti, per  le operazioni chirurgiche subite e la sensazione continua di inadeguatezza e infelicità che molte volte ha portato a tentare il suicidio! Pur riconoscendo che la genesi psichica dell’attrazione omosessuale rimane in gran parte inspiegabile, il dolore e la disperazione  non sono provocati tanto dalla  non accettazione sociale (ormai la cultura lgbt è dominante ), quanto dalla profonda infelicità che affligge il nostro cuore quando non accettiamo il disegno di Dio Creatore.

Wilna Van Beek, ex lesbica, ha lanciato un appello al premier canadese Trudeau perché non vengano vietate le cosiddette “terapie di conversione”, cioè quei supporti psicologici che aiutano a mettere a fuoco l’origine della “disforia di genere”, che si trova spesso in situazioni famigliari caratterizzate da squilibri nei ruoli delle figure genitoriali, senza escludere, a volte, episodi di violenza e abusi sofferti nella prima infanzia. Il guaio è che queste terapie hanno un grave difetto: non rendono alle industrie farmaceutiche! Avete presente il giro d’affari che c’è dietro questa falsa idea che è possibile scegliere il proprio sesso? E’ di questi giorni la notizia che l’Aifa ha posto a carico del Sistema Sanitario Nazionale, cioè di tutti noi contribuenti, i farmaci per chi si identifica come trans e desidera cambiare sesso. Stiamo parlando di persone perfettamente “sane” che vogliono assumere farmaci per transitare nel sesso opposto, come se bastasse sostituire gli organi genitali per diventare quello che non si è. Ogni singola cellula del corpo umano ha il dna maschile o femminile!

La cultura laicista rifiuta il Dio creatore e vuole imporre a tutti questa concezione imbavagliando chi la pensa diversamente.

Per il covid ci hanno messo la mascherina, per l’omofobia ci appioppano la legge Zan- Scalfarotto.

E chi la pensa diversamente deve subire l’ostracismo del negazionista o del carcere.

La dittatura del pensiero unico è servita!

 




EllaOne, la pillola venduta alle minorenni senza ricetta. Ecco cos’è.

In un nostro precedente articolo a firma della prof.ssa Giorgia Brambilla, avevamo espresso tutto il nostro disappunto per la decisione presa il 10 Ottobre scorso dall’AIFA di eliminare l’obbligo di ricetta medica anche per le minorenni per l’uso della pillola EllaOne® .  Le motivazioni addotte dal direttore generale Nicola Magrini (“uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze” e “una svolta per la tutela della salute fisica e psicologica delle adolescenti”) lasciano anche in questa occasione oltremodo perplessi.

Anche se tuttora risulta controverso se ellaOne si comporti come contraccettivo o piuttosto come anti-nidatorio, ci preme sottolineare che in entrambi i casi siamo in presenza di un atto immorale. 

A sottolineare i rischi per la salute, riportiamo di seguito un articolo dal taglio scientifico che ci ha inviato il prof. Filippo M. Boscia, Professore di Fisiopatologia della riproduzione umana presso l’Università di Bari, nonché Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani, il quale in un precedente comunicato aveva espresso tutto il suo rammarico per la decisione presa dall’AIFA.   

 

Pillola aborto

 

 

di Filippo M. Boscia

 

Per contraccezione d’emergenza si intendono tutti i metodi in grado di prevenire una gravidanza indesiderata dopo un rapporto sessuale non protetto, o in caso di fallimento del metodo anticoncezionale in uso (es. rottura del profilattico).

A tale scopo varie sono state le metodiche adoperate nel tempo: estrogeni a dosi elevate, il metodo yuzpe (estroprogestinico), l’introduzione di una spirale intrauterina e più di recente il levonorgestrel (c.d. pillola del giorno dopo) e ultimo l’ulipristal acetato (c.d. pillola dei cinque giorni dopo).

Nel caso degli ultimi due farmaci, poiché si tratta di preparati con una alta concentrazione ormonale, è necessario informare la donna interessata sui possibili effetti collaterali e sui rischi relativi all’uso in mancanza, data l’urgenza, di sufficienti dati clinici. Deve anche essere ben chiaro il messaggio che la contraccezione d’emergenza è una pratica del tutto occasionale e non può essere di uso continuativo (vedi effetti collaterali).

L’ulipristal acetato, appartenente alla famiglia degli SPRM (Selective Progesterone Receptor Modulators = Modulatori Selettivi del Recettore del Progesterone), è un farmaco, commercializzato in Europa col nome di ellaOne e negli Stati uniti come Ella, in compressa da 30 mg, da assumere entro 120 ore (5 giorni) dal rapporto sessuale potenzialmente fecondo, dotato di un’efficacia contraccettiva pari al 98%, soprattutto se assunto nelle prime 72 ore (dati OMS).

L’azione del farmaco si basa principalmente sulla capacità di rallentare la maturazione del follicolo, in tal modo ritardando o evitando l’ovulazione. L’ulipristal contrasta altresì la maturazione ovaio-indotta dell’endometrio, rendendolo così inospitale ad accogliere un eventuale uovo fecondato.

Sebbene entrato nell’uso più di dieci anni addietro, resta tuttora controverso se ellaOne si comporti come contraccettivo o piuttosto come anti-nidatorio, in modo analogo a quanto avviene con il mifepristone (o RU486), molecola a struttura simile, sebbene a dosaggio più basso.

Mozzanega e coll. (2014) hanno evidenziato che la dichiarata efficacia contraccettiva del farmaco (fino a cinque giorni dal rapporto sessuale) in pratica dipende dal momento del ciclo mestruale in cui viene assunto. Di conseguenza la capacità di ritardare l’ovulazione potrebbe diminuire proprio al suo avvicinarsi sino ad essere nulla al momento del picco dell’LH (ormone luteinizzante). In tal caso l’azione anticoncezionale sarebbe in realtà dovuta

agli effetti negativi del farmaco sulla maturazione endometriale.

Sono dello stesso anno due studi, uno di Levy e coll. secondo cui, dall’osservazione di oltre un milione di donne che avevano usato l’ulipristal, il tasso di abortività, in caso di continuazione della gravidanza, era risultato inferiore a quello della popolazione generale (14% vs 20%) e l’altro di Li e coll. che, confermando tali dati, aggiungevano che colture di cellule endometriali trattate in vitro con ulipristal a dosi dieci volte quella della pillola in commercio non presentavano alterazioni significative, concludendo che sarebbe da

escludere per il farmaco un effetto anti-impianto.

L’uso di ellaOne è controindicato in presenza di gravi stati patologici del rene e del fegato, in quanto metabolizzato da questi due organi. Inoltre, a causa di un leggero effetto antagonista del recettore dei glucocorticoidi, è controindicato negli stati d’asma gravi e in quelle donne con rari disordini del metabolismo del galattosio, data che contiene lattosio monoidrato.

Non sembra esservi un significativo rischio di effetti collaterali, anche in caso di più assunzioni ripetute a breve distanza di tempo, sebbene sia sempre opportuno ricordare alle interessate che non si può utilizzare l’ulipristal come metodo anticoncezionale abituale.

Va comunque segnalato che, a causa del danno epatico grave in donne che avevano assunto il farmaco nella terapia dei fibromi uterini, è stato disposto dall’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) che l’ulipristal non debba essere più adoperato con quest’altra già prevista indicazione d’uso.

Il Consiglio Superiore di Sanità, in risposta alla richiesta di parere in ordine al regime di dispensazione, in data 10 marzo 2015, affermava:

“Ritiene, alla luce dei dati relativi:

-alla possibilità di gravi effetti collaterali su donne a rischio in caso di assunzioni

ripetute o multiple in assenza di controllo medico;

-alla cultura non ancora diffusa nel nostro Paese relativa alla protezione dei

rapporti sessuali in termini di rischio infettivo e di gravidanze indesiderate;

-alla disponibilità continuativa, nel nostro ordinamento, di personale medico in

grado di attuare una prescrizione;

che il farmaco ellaOne debba essere venduto in regime di prescrizione medica

indipendentemente dall’età della richiedente”.

e riguardo ad una presunta tossicità per il feto, in caso di mancato effetto:

“Ritiene, alla luce dei dati relativi:

-agli effetti del farmaco su una gravidanza in atto non ancora sufficientemente

chiariti dalla ricerca;

-alla efficacia del farmaco limitata nei primissimi giorni dopo il rapporto

sessuale a rischio;

-al parere precedentemente espresso dal CSS relativo alla necessità di

prescrizione medica del farmaco;

che il medico, nel caso esista la possibilità di una gravidanza già in atto al

momento della prescrizione debba escludere la stessa mediante la esecuzione

di un test di gravidanza”.

Com’è noto però l’obbligo della prescrizione medica, e del test di gravidanza che doveva precederla, per le maggiorenni veniva eliminato a partire dal 9 maggio 2015, cioè solo due mesi dopo l’avvenuta conferma.

Il 10 Ottobre 2020 l’AIFA ha tolto l’obbligo di ricetta anche per le minorenni. Le motivazioni addotte dal direttore generale Nicola Magrini (“uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze” e “una svolta per la tutela della salute fisica e psicologica delle adolescenti”) lasciano anche in questa occasione oltremodo perplessi.

 

Riferimenti bibliografici:

 

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs244/en/index.html

Mozzanega B, Gizzo S, Di Gangi S, Cosmi E, Nardelli GB. Ulipristal Acetate: Critical Review

About Endometrial and Ovulatory Effects in Emergency Contraception. Reprod Sci 2014;

21:678-685.

Levy DP, Jager M, Kapp N, Abitbol JL. Ulipristal acetate for emergency contraception:

postmarketing experience after use by more than 1 million women. Contraception, vol. 89,

n. 5, may 2014, 431–3.

Hang Wun Raymond Li, Tian-Tian Li, Ying Xing Li, Ernest Hung Yu Ng, William Shu Biu

Yeung, Pak Chung Ho, Kai Fai Lee. In-vitro study on the effect of ulipristal acetate on human

embryo implantation using a trophoblastic spheroid and endometrial cell co-culture model.

Poster A124 – 13th ESC Congress “Challenges in sexual and reproductive Health – The

European Journal of Contraception and Reproductive Health Care, 2014.

https://www.sipre.eu/wp-content/uploads/2015/05/parere-ellaOne.pdf

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/05/08/15A03360/sg

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato4953143.pdf




Fratelli tutti, ma senza più Dio. Un filosofo giudica l’ultima enciclica di Francesco

Rilancio un articolo di Sandro Magister sulla ultima enciclica papale Fratelli tutti pubblicato sul suo blog Settimo cielo

 

Salvatore Natoli
Salvatore Natoli, filosofo

 

 

Pochi giorni dopo la sua pubblicazione, l’enciclica “Fratelli tutti” è già passata in archivio, vista l’assenza in essa del minimo spunto di novità rispetto alle precedenti e arcinote allocuzioni di papa Francesco sugli stessi temi.

Ma se proprio questa diluviale predicazione francescana della “fraternità” desse vita a un “cristianesimo diverso”, nel quale “Gesù null’altro fosse che un uomo”?

È questo il serissimo “dilemma” nel quale il filosofo Salvatore Natoli vede caduta oggi la Chiesa, con il pontificato di Jorge Mario Bergoglio.

Natoli lo scrive e argomenta in un libro a più voci di commento a “Fratelli tutti”, curato dal vescovo e teologo mons. Bruno Forte (segretario speciale della III Assemblea generale straordinaria del sinodo dei vescovi che si è svolto dal 5 al 19 ottobre del 2014 sul tema «Le sfide della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione», ndr) ed edito da Scholé-Morcelliana, che è in vendita da oggi a Roma e in Italia:

> Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale

Gli studiosi chiamati a commentare l’enciclica sono di prim’ordine nei rispettivi campi: il biblista Piero Stefani, l’ebraista Massimo Giuliani, l’islamologo Massimo Campanini, lo storico del cristianesimo Roberto Rusconi, la medievista Chiara Frugoni, lo storico dell’educazione Fulvio De Giorgi, l’epistemologo Mauro Ceruti, il pedagogista Pier Cesare Rivoltella, il poeta e scrittore Arnoldo Mosca Mondadori.

Natoli è uno dei maggiori filosofi italiani. Si dichiara non credente, ma per formazione e per interessi ha sempre ragionato sul confine tra fede e ragione, attentissimo a ciò che si muove nella Chiesa cattolica.

Nel dicembre del 2009, quando a Roma il comitato per il “progetto culturale” della Chiesa italiana, presieduto dal cardinale Camillo Ruini, promosse un imponente convegno internazionale sul tema cruciale: “Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto”, Natoli fu uno dei tre filosofi chiamati a intervenire, assieme al tedesco Robert Spaemann e all’inglese Roger Scruton.

Quel convegno non era una sfilata di opinioni giustapposte, ma mirava dritto a quella “priorità” che per l’allora papa Benedetto XVI “sta al di sopra di tutte”, oggi più che mai, in un tempo “in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento”.

La priorità cioè – come quel papa aveva scritto nella sua lettera ai vescovi del 10 marzo di quello stesso anno – “di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto”.

Di questa drammatica urgenza non c’è ombra nelle 130 pagine di “Fratelli tutti”.

Ma lasciamo il giudizio al filosofo Natoli, in questo fulminante estratto del suo commento all’enciclica.

 

Fratelli-tutti-libro-Morcelliana

“E SE GESÙ NULL’ALTRO FOSSE CHE UN UOMO?”

 

 

di Salvatore Natoli

 

 

La modernità ha dibattuto strenuamente sull’esistenza di Dio; basti pensare alla valutazione delle prove dell’esistenza di Dio da Cartesio a Kant: si può dimostrare, non si può dimostrare? Ebbene, il conflitto sull’esistenza di Dio dimostrava chiaramente che Dio era la questione centrale di quella cultura, sia per i negatori, sia per quelli che la sostenevano. Era il tema dominante, non si poteva tacere di quello.

Ma ad un certo punto Dio è svanito, non ha costituito più problema perché non lo si sentiva più necessario. Oggi, argomentare sull’esistenza di Dio è un problema che non ha nessuno, neppure i cristiani. A caratterizzare il cristianesimo è sempre di più la dimensione della “caritas” e sempre meno quella della Trascendenza. “Fratelli tutti” mi pare lo testimoni con coerenza. E questo è un grande dilemma dentro il cristianesimo, del quale si fa carico “in actu exercito” papa Francesco. La Trascendenza non è negata, ma sempre meno nominata. Ma non c’è bisogno di una negazione esplicita se la cosa diventa irrilevante.

”Et exspecto resurrectionem mortuorum” è un’affermazione – tratta dal Messale romano – sempre più marginale nel vocabolario cristiano. Il camminare in compagnia degli uomini – espressione che ricapitola “Fratelli tutti” (cfr. n. 113) – è sempre stato presente, ma era semplicemente il transito verso un esito ben più radicale: la redenzione definitiva dal dolore e dalla morte. L’una dimensione sosteneva l’altra.

Ma oggi possiamo constatare un singolare slittamento: il cristianesimo si risolve sempre di più e semplicemente nel “Christus caritas”. Non è questo il Cristo di “Fratelli tutti”? Un Cristo che non a caso – si vedano i paragrafi nn. 1-2 e 286 – ha il volto di Francesco d’Assisi, il santo cristiano che più parla ai credenti di altre religioni e ai non credenti.

Questo passaggio – lo domando ai cristiani – è reversibile o irreversibile? E se Francesco – mi permetto di osare – fosse l’ultimo papa della tradizione cattolico-romana, e stesse nascendo un cristianesimo diverso? Un cristianesimo che ha al centro la giustizia e la misericordia e sempre meno la resurrezione della carne. La condivisione del dolore non è la stessa cosa della definitiva liberazione dal male. La promessa cristiana era: “non ci saranno più né dolore né morte, non ci sarà più il male”; mentre adesso pare che il cristianesimo dia per scontato che il dolore accompagnerà sempre gli uomini ed in questo stato essere cristiani vuol dire sostenersi reciprocamente. Sottolineo quest’aspetto dell’enciclica perché mi pare si trovi ad essere del tutto convergente con quanto la parte migliore della modernità laica ha sostenuto, seppure in termini di altruismo e solidarietà e senza alcun riferimento ad una redenzione definitiva altrimenti chiamata “salvezza”. […]

Non so quanto per i cristiani sia ancora rilevante la fede nell’avvento di un mondo senza più dolore e morte e per di più – questo mi pareva fosse decisivo – in un finale di partita in cui gli uomini saranno risarciti da tutto il dolore patito. Ma dico di più: quanto credono ancora in un’eternità beata, in un eterno presente dove non vi sarà più nulla da attendere, ma sarà redento per intero il passato? […]

In ogni caso a chi è cristiano importa comunque e tanto il “Christus caritas”. “Ubi caritas et amor, ibi Deus est. Congregavit nos in unum Christi amor” (sempre dal Messale romano): questo è perfettamente conveniente agli uomini. E se Cristo non fosse affatto il Dio incarnato, ma al contrario fosse proprio l’incarnazione a rappresentare davvero l’inizio della morte di Dio? E se Gesù null’altro fosse che un uomo che, però, ha mostrato agli uomini che solo nel loro reciproco donarsi hanno la possibilità di divenire “dèi” seppure al modo di Spinoza: “homo homini Deus”? Non più, dunque, “tu scendi dalle stelle”, ma piuttosto “il darsi sostegno gli uni degli altri” per dimorare felici sulla terra.

La promessa d’una liberazione definitiva dal dolore e dalla morte forse è solo mito, ma in ogni caso non è nelle disponibilità di coloro che i greci chiamavano appunto i “mortali”. Il reciproco aiuto, al contrario, è nella disponibilità degli uomini e il cristianesimo, riconosciuto e assunto nella forma del buon Samaritano, ci può rendere davvero pienamente umani. Se così è, come direbbe Benedetto Croce, non possiamo non dirci cristiani. È questo un dilemma che da non credente pongo ai credenti, ai cattolici.

Infatti, da non credente, sono perfettamente d’accordo, parola per parola, su quanto dice l’enciclica nel capitolo secondo, commentando la parabola del buon Samaritano. Questo è da fare! Da questo punto di vista, Gesù esprime una possibilità degli uomini. Ma il Dio che risorge dai morti è solo una possibilità di Dio, ammesso che ci sia.




I Democratici che oggi criticano Amy Coney Barrett per la sua fede cattolica, prendano insegnamento da John F. Kennedy.

Il giudice Amy Coney Barrett, nelle sue audizioni in commissione del Senato americano per la sua candidatura a giudice della Corte Suprema USA, proposta dal presidente Donald Trump, sta subendo un fuoco di sbarramento da parte di esponenti del Partito democratico a causa della sua fede cattolica. Le viene infatti obiettato che, a causa della sua fede, non potrebbe essere un giudice imparziale. E’ la stessa cosa che accadde al candidato presidente John F. Kennedy, un membro del Partito Democratico. Gli si obiettava che, a causa della sua fede, non potesse essere un presidente super partes. Ecco come Kennedy rispose a quelle obiezioni. E’ bene che i Democratici di oggi prendano insegnamento dal dai Democratici di allora.

Il 12 settembre 1960, il candidato alla presidenza John F. Kennedy tenne un importante discorso alla Greater Houston Ministerial Association, un gruppo di ministri protestanti, sulla questione della sua religione. All’epoca, molti protestanti si chiesero se la fede cattolica romana di Kennedy gli avrebbe permesso di prendere importanti decisioni nazionali come presidente indipendente dalla Chiesa. Kennedy affrontò queste preoccupazioni davanti a un pubblico scettico del clero protestante. Quella che segue è una trascrizione del discorso di Kennedy.

La proposta del discorso e la sua traduzione è a cura di Maurizio Patti.

 

John F. Kennedy

 

Kennedy: Rev. Meza, Rev. Reck, le sono grato per il suo generoso invito a esprimere la mia opinione.

Mentre la cosiddetta questione religiosa è necessariamente e propriamente l’argomento principale qui stasera, voglio sottolineare fin dall’inizio che abbiamo questioni molto più critiche da affrontare nelle elezioni del 1960: la diffusione dell’influenza comunista, fino a quando non si sarà ridotta a 90 miglia al largo della costa della Florida; il trattamento umiliante del nostro presidente e vicepresidente da parte di coloro che non rispettano più il nostro potere; i bambini affamati che ho visto in West Virginia; gli anziani che non possono pagare le spese mediche; le famiglie costrette a rinunciare alle loro fattorie; un’America con troppi bassifondi, con troppe baraccopoli, con troppe poche scuole, e troppo tardi per andare sulla luna e nello spazio.

Questi sono i veri temi che dovrebbero decidere questa campagna. E non sono questioni religiose – perché la guerra e la fame e l’ignoranza e la disperazione non conoscono barriere religiose.

Ma siccome io sono cattolico, e nessun cattolico è mai stato eletto presidente, i veri problemi di questa campagna sono stati oscurati – forse deliberatamente, in alcuni ambienti meno responsabili di questo. Quindi è apparentemente necessario che io affermi ancora una volta non in che tipo di chiesa credo – perché questo dovrebbe essere importante solo per me – ma in che tipo di America credo.

Credo in un’America dove la separazione tra Chiesa e Stato è assoluta, dove nessun prelato cattolico direbbe al presidente (se fosse cattolico) come comportarsi, e nessun ministro protestante direbbe ai suoi parrocchiani per chi votare; dove nessuna chiesa o scuola ecclesiastica abbia fondi pubblici o preferenze politiche; e dove a nessun uomo viene negato un incarico pubblico solo perché la sua religione è diversa. Credo in un’America che non è ufficialmente né cattolica, né protestante, né ebrea; dove nessun funzionario pubblico chiede o accetta istruzioni di ordine pubblico dal Papa, dal Consiglio Nazionale delle Chiese o da qualsiasi altra fonte ecclesiastica; dove nessun organismo religioso cerca di imporre la sua volontà direttamente o indirettamente alla popolazione in generale o agli atti pubblici dei suoi funzionari; e dove la libertà religiosa è così indivisibile che un atto contro una chiesa è trattato come un atto contro tutti. Perché mentre quest’anno è essere un cattolico contro il quale è puntato il dito del sospetto, in altri anni è stato, e potrebbe essere un giorno di nuovo, un ebreo – o un quacchero o un’unitaria o un battista. Sono state le vessazioni della Virginia nei confronti dei predicatori battisti, per esempio, che hanno contribuito a portare allo statuto della libertà religiosa di Jefferson. Oggi potrei essere io la vittima, ma domani potresti essere tu – fino a quando l’intero tessuto della nostra società armoniosa non sarà strappato in un momento di grande pericolo nazionale.

Infine, credo in un’America dove l’intolleranza religiosa un giorno finirà; dove tutti gli uomini e tutte le chiese saranno trattati allo stesso modo; dove ogni uomo avrà lo stesso diritto di frequentare o meno la chiesa di sua scelta; dove non ci sarà nessun voto cattolico, nessun voto anti-cattolico, nessun voto di blocco di alcun tipo; e dove cattolici, protestanti ed ebrei, sia a livello laico che pastorale, si asterranno da quegli atteggiamenti di disprezzo e divisione che hanno così spesso guastato le loro opere in passato, e promuoveranno invece l’ideale americano di fratellanza. Questo è il tipo di America in cui credo. E rappresenta il tipo di presidenza in cui credo – una grande carica che non deve essere umiliata facendone lo strumento di un qualsiasi gruppo religioso, né offuscata da un arbitrario rifiuto di occupare i membri di un qualsiasi gruppo religioso. Credo in un presidente le cui opinioni religiose sono un affare privato, non imposto da lui alla nazione, né imposto dalla nazione come condizione per ricoprire tale carica.

Non guarderei con favore a un presidente che lavora per sovvertire le garanzie di libertà religiosa del Primo Emendamento. Né il nostro sistema di controlli e contrappesi glielo permetterebbe. E non guardo con favore nemmeno a coloro che si adopererebbero per sovvertire l’articolo VI della Costituzione richiedendo una prova religiosa – anche per indietreggiamento – per esso. Se non sono d’accordo con questa salvaguardia, dovrebbero essere fuori a lavorare apertamente per abrogarla.

Voglio un capo dell’esecutivo i cui atti pubblici siano responsabili nei confronti di tutti i gruppi e non obbligati ad alcuno; che possa partecipare a qualsiasi cerimonia, servizio o cena che il suo ufficio possa opportunamente richiedergli; e il cui adempimento del giuramento presidenziale non sia limitato o condizionato da alcun giuramento religioso, rituale o obbligo. Questo è il tipo di America in cui credo, e questo è il tipo per cui ho combattuto nel Pacifico del Sud, e il tipo per cui mio fratello è morto in Europa. Nessuno suggeriva allora che potessimo avere una “lealtà divisa”, che non credessimo nella libertà, o che appartenessimo a un gruppo sleale che minacciasse le “libertà per le quali i nostri antenati morirono”.

E infatti, questo è il tipo di America per la quale i nostri antenati sono morti, quando sono fuggiti qui per sfuggire ai giuramenti di prova religiosi che negavano la carica ai membri delle chiese meno favorite; quando hanno combattuto per la Costituzione, la Carta dei diritti e lo Statuto della libertà religiosa della Virginia; e quando hanno combattuto nel santuario che ho visitato oggi, l’Alamo. Perché accanto a Bowie e Crockett sono morti McCafferty e Bailey e Carey. Ma nessuno sa se erano cattolici o no, perché non c’è stata una prova religiosa all’Alamo.

Vi chiedo stasera di seguire questa tradizione, di giudicarmi sulla base della mia storia di 14 anni di Congresso, delle mie dichiarazioni contro un ambasciatore in Vaticano, contro l’aiuto incostituzionale alle scuole parrocchiali, e contro qualsiasi boicottaggio delle scuole pubbliche (che io stesso ho frequentato) – invece di giudicarmi sulla base di questi opuscoli e pubblicazioni che tutti noi abbiamo visto selezionare accuratamente citazioni fuori contesto dalle dichiarazioni dei leader della Chiesa cattolica, di solito in altri Paesi, spesso in altri secoli, e sempre omettendo, naturalmente, la dichiarazione dei vescovi americani del 1948, che sostenevano fortemente la separazione tra Chiesa e Stato, e che riflette più o meno il punto di vista di quasi tutti i cattolici americani. Non considero queste altre citazioni vincolanti per i miei atti pubblici. Perché dovresti? Ma lasciatemi dire, rispetto ad altri Paesi, che sono totalmente contrario all’uso dello Stato da parte di qualsiasi gruppo religioso, cattolico o protestante, per costringere, proibire o perseguitare il libero esercizio di qualsiasi altra religione. E spero che voi ed io condanniamo con uguale fervore quelle nazioni che negano la loro presidenza ai protestanti e quelle che la negano ai cattolici. E piuttosto che citare i misfatti di coloro che sono diversi, vorrei citare il resoconto della Chiesa cattolica in nazioni come l’Irlanda e la Francia, e l’indipendenza di statisti come Adenauer e De Gaulle.

Ma lasciatemi sottolineare ancora una volta che queste sono le mie opinioni. Perché, contrariamente all’uso comune dei giornali, io non sono il candidato cattolico alla presidenza. Sono il candidato alla presidenza del Partito democratico, che si dà il caso sia anche cattolico. Io non parlo per la mia chiesa su questioni pubbliche, e la chiesa non parla per me.

Qualunque sia la questione che mi si presenta come presidente – sul controllo delle nascite, sul divorzio, sulla censura, sul gioco d’azzardo o su qualsiasi altro argomento – prenderò la mia decisione in accordo con queste opinioni, in accordo con ciò che la mia coscienza mi dice essere l’interesse nazionale, e senza riguardo alle pressioni o ai dettami religiosi esterni. E nessun potere o minaccia di punizione potrebbe indurmi a decidere altrimenti.

Ma se mai dovesse arrivare il momento – e non ammetto che un conflitto sia anche solo lontanamente possibile – in cui la mia carica mi chiedesse di violare la mia coscienza o di violare l’interesse nazionale, allora mi dimetterei dalla carica; e spero che qualsiasi funzionario pubblico coscienzioso faccia lo stesso.

Ma non intendo scusarmi per queste opinioni con i miei critici di fede cattolica o protestante, né intendo rinnegare le mie opinioni o la mia chiesa per vincere queste elezioni.

Se dovessi perdere sulle questioni reali, tornerò al mio posto in Senato, soddisfatto di aver fatto del mio meglio e di essere stato giudicato con equità. Ma se questa elezione viene decisa sulla base del fatto che 40 milioni di americani hanno perso la possibilità di diventare presidente il giorno del battesimo, allora sarà l’intera nazione a perdere – agli occhi dei cattolici e dei non cattolici di tutto il mondo, agli occhi della storia, e agli occhi del nostro stesso popolo.

Ma se, d’altra parte, dovessi vincere le elezioni, allora dedicherò ogni sforzo della mente e dello spirito a compiere il giuramento della presidenza – praticamente identico, potrei aggiungere, al giuramento che ho fatto per 14 anni nel Congresso. Infatti, senza alcuna riserva, posso “giurare solennemente di esercitare fedelmente la carica di presidente degli Stati Uniti, e di preservare, proteggere e difendere al meglio la Costituzione, che Dio mi aiuti”.




Fratelli Tutti, c’è un dettaglio che racconta quello che la Chiesa non sa raccontare

Un interessante articolo sulla enciclica Fratelli tutti scritto da Andrea Gagliarducci sul suo blog.

 

 

C’è, nell’enciclica Fratelli Tutti, anche un passaggio dedicato alla comunicazione. Eppure, secondo me quel passaggio non è quello più importante per i comunicatori cattolici. C’è un paragrafo, piuttosto, che racconta un’altra storia, ma soprattutto racconta di un cambio di paradigma che è avvenuto nella società e che ha colpito la Chiesa e gli uomini di Chiesa. È il paragrafo 86.

In quel paragrafo, il Papa sottolinea di essere a volte rattristato dal fatto che “pur dotata di tali motivazioni, la Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù e diverse forme di violenza”. Ma oggi – aggiunge Papa Francesco – “con lo sviluppo della spiritualità e della teologia, non abbiamo scuse. Tuttavia, ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi”.

 Conclude Papa Francesco: “La fede, con l’umanesimo che ispira, deve mantenere vivo un senso critico davanti a queste tendenze e aiutare a reagire rapidamente quando cominciano a insinuarsi. Perciò è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti”.

 Ci sono varie cose che colpiscono di questo passaggio. Ma la prima, quella che riguarda la presunta mancata condanna della schiavitù, è quella che ritengo più sorprendete.

 La questione della condanna della schiavitù è stata a lungo tempo dibattuta, e la vulgata sostiene che la Chiesa sarebbe stata a favore della schiavitù perché non la ha mai condannata esplicitamente. Di questa accusa si è occupato anche il sito UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali) in un dossier pieno di riferimenti specifici. Per chiarire, il sito non è certamente un sito anti-Papa Francesco. Anzi: UCCR ha ad un certo punto persino sospeso le pubblicazioni per non trovarsi coinvolto inevitabilmente nella polarizzazione del dibattito. Il dossier rappresenta un’ottima linea guida per sviluppare il ragionamento.

Si parte da un presupposto: l’insegnamento di Gesù non è l’insegnamento per formare una nuova società, ma per formare una nuova umanità. Questa è chiamata a far nascere una nuova civiltà. Non c’è il desiderio di prendere il potere con lo scopo di eliminare il male dalla terra, ed è qui la più grande differenza con le rivoluzioni secolari.

Ed è per questo che, dopo Gesù, i cristiani vissero nel sistema della schiavitù e non la combatterono frontalmente. Sarebbe stato persino dannoso per il messaggio cristiano, perché nessuno avrebbe pensato al Vangelo, ma solo a combattere quanti si opponevano ad un sistema che, alla fine, reggeva buona parte dell’economia dell’impero.

Il cristianesimo, tuttavia, pur accettando la presenza dalla schiavitù come istituzione sociale, cominciò a sviluppare la nozione che anche lo schiavo è un essere umano. Il motivo per cui non si opposero direttamente era che non avevano il potere di cambiare l’ordine sociale. Ma potevano raccomandare che gli schiavi fossero trattati bene. Anche San Paolo scrisse di libertà soprattutto in termini di libertà interiore, chiese che gli schiavi fossero trattati come fratelli, e continuamente si riferisce agli schiavi, lasciando intendere che possono contribuire allo splendore della vita cristiana.

Nel IV secolo, San Gregorio di Nissa disse pubblicamente che la schiavitù è contraria alla legge di Dio, Sant’Ambrogio chiese di liberare gli schiavi, San Giovanni Crisostomo smontò le basi economiche della schiavitù ed esortò i padroni ad insegnare agli schiavi un lavoro, Sant’Agostino si oppose fermamente alla schiavitù.

Ci sono stati due Papi, Pio I e Calisto I, che sono stati schiavi. Nel VII secolo, la schiave britannica Bathilde fu canonizzata.

Certo, nemmeno gli imperatori cristiani hanno abolito la schiavitù. Eppure, Costantino aveva l’obiettivo di liberare più cristiani possibile, mentre Giustiniano affermò che la schiavitù era “contro il diritto naturale”.

A questo si aggiungono innumerevoli concili che hanno affrontato il tema. I Concili di Orange, Orleans ed Epone stabilirono che è uno schiavo rifugiato in Chiesa va protetto; il Concilio di Verberie e Compiegne stabilì che il matrimonio tra un “libero” e uno schiavo è valido se contratto con pieno consenso; i Concili di Auxerre, Rouen, Wessex e Berghamsted chiesero per gli schiavi il riposo domenicale; il Concilio di Chalon-sur-Saone chiese la soppressione del traffico di schiavi, il Concilio di Clichy proibì la riduzione di un uomo libero in schiavitù.

Nell’Europa Medievale, la Chiesa estese tutti i suoi sacramenti a tutti gli schiavi, fino a proibirla per i cristiani, divenendo di fatto una abolizione universale. Gregorio XVI, nel documento “In Supremo”, denunciò con forza il traffico di schiavi e i cristiani che ne avevano approfittato.

E poi ci sono altri documenti papali: la “Sicut Dudum” di Papa Eugenio IV, che condannava la schiavitù nelle calerie, nel 1435; la Sublimis Deus di Paolo III che condannava la schiavitù. E ancora: nel 1462 Pio II dichiarò la schiavitù un grande crimine, nel 1639 Papa Urbano VIII la proibì, e lo stesso fece Benedetto XIV nel 1741, mentre nel 1888 Leone XIII, parlando ai vescovi brasiliani, diede loro il mandato di estirpare dalla nazione i residui di schiavitù e canonizzò poi Pietro Claver, gesuita, uno dei più illustri avversari della schiavitù, mettendo in luce “l’enorme villania dei mercanti di schiavi”.

Di fronte a tutte queste evidenze storiche, mi sembra difficile comprendere perché il Papa si lamenti di una condanna che secondo lui non c’è stata. Perché mai la Chiesa è stata a favore della schiavitù. Possono esserci stati uomini di Chiesa che la hanno appoggiata, ma sono stati casi.

Alla fine, il problema mi sembra essere quello di tutta la Chiesa oggi, e in generale del mondo. Si misurano le circostanze sulla base di un qui ed ora. La Chiesa non poteva subito urlare ad alta voce contro l’istituzione della schiavitù, ma ha portato avanti una battaglia a lungo termine: ha cambiato la mentalità, ha mostrato che tutti potevano essere uguali, ha creato un mondo dove la schiavitù è arrivata ad essere considerata come inaccettabile. Sulla base, tra l’altro, dell’idea che siamo tutti figli dello stesso Padre, e dunque “tutti fratelli”, come recita il titolo dell’enciclica.

Ma questa logica si applica a molte delle situazioni attuali della Chiesa. Si cerca di fare giustizia subito, di parlare subito, di condannare subito, senza però guardare ai contesti più ampi. Più che combattere la mentalità corrotta, e formarne di conseguenza una nuova, si combattono direttamente i corrotti, cosa che crea una dialettica che non sembra mai avere fine.

Funziona per il tema della schiavitù, ma funziona allo stesso modo per gli scandali di natura finanziaria, o per quelli morali. C’è bisogno di dare un giudizio, di esprimere una parola forte, di essere parte di quella rivoluzione che il mondo pensa che la Chiesa debba avere. C’è troppa fretta, forse, in una Chiesa che invece ha sempre pensato in termini di eternità.

Non solo. Si perde anche il senso stesso della Chiesa. Papa Francesco ama parlare di una Chiesa “ospedale da campo”. Ottima similitudine. Quando arriva un ferito all’ospedale da campo, cosa si fa? Lo si cura o prima si fa la lista di tutti i suoi errori e si controlla quanto è corrotto e, nel caso, lo si caccia?

Se si entra in questo ragionamento, si possono comprendere molte cose della Chiesa. Si può capire che molti errori che sono stati fatti vadano letti in un’altra luce. La Chiesa non condanna, ma permette a tutti i suoi figli di redimersi. Senza processi sommari, ma con l’idea di creare una nuova civiltà.

Non significa, si badi bene, che non si debba amministrare la giustizia. Anzi, la giustizia è una grandissima forma di carità. Ma questa giustizia deve essere anche considerata nel contesto. A volte, una condanna netta può essere buona per i titoli dei giornali, ma di certo non aiuta una istituzione che avrà molte mele marce, ma ha anche un mondo nascosto che fa del bene e ci crede davvero, e va protetto. Tutto questo “Vaticano nascosto” deve essere messo a rischio dalla condanna di alcuni? Anche qui, è il principio della Chiesa ospedale da campo che sembra venire meno.

Le parole di Papa Francesco, però, dimostrano anche un cambiamento di paradigma in cui la Chiesa si percepisce. Non più in funzione di eternità, ma in funzione contingente. Conta la condanna, non conta la strada e la resurrezione. Questo è il messaggio che sembra passare.

Con questo, passa anche un altro messaggio: che il Papa scrive i suoi documenti partendo direttamente dal suo punto di vista personale, ma senza allargare davvero lo sguardo. È un dato che colpisce. Le encicliche dovrebbero essere documenti di portata universale, non legati alle situazioni del momento. Vero che le situazioni del momento un po’ richiedono altri tipi di sguardo – la pubblicazione della Caritas In Veritate fu tardata proprio per vedere gli effetti della crisi economica, ad esempio. Ma è anche vero che serve, piuttosto, una visione universale, di insieme, di sintesi. Si punta all’eternità, non alle risposte ai problemi concreti, al qui ed ora.

È stata sempre questa la strada della Chiesa. Ed è per questo che la Chiesa non ha mai ceduto ai poteri secolari, ma è sempre andata avanti per la sua strada.

E si viene all’oggi. Perché quando Giuliano Ferrara, riferendosi alla situazione che si è creata con gli scandali finanziari vaticani, scrive che un Papa “il repulisti lo fa a modo suo invece di eseguire maldestramente i mandati investigativi della Guardia di Finanza”; quando Mattia Feltri nota che “è il Vaticano ma sembra la Procura di Trani”; quando, insomma, campioni del pensiero liberale, atei devoti o non devoti notano la secolarizzazione della Chiesa; allora si è annullato lo scarto tra una Chiesa che ha la dimensione di eternità e una Chiesa che invece misura le reazioni in minuti, come fa il secolo.

La posizione di Papa Francesco sulla schiavitù racconta di una nuova autopercezione della Chiesa, paradossalmente più mondana proprio nel tentativo di renderla meno mondana. Ed è qui che si comprende anche come la comunicazione sulla Chiesa abbia fallito.

Ci siamo preoccupati di andare a guardare i dettagli dei dibattiti conciliari e post conciliari o semplicemente pseudo-intellettuali, di dividere il mondo in progressisti e conservatori, e non abbiamo visto, invece, una Chiesa che doveva lottare per mantenere la sua identità e difendere la sua storia. Anzi. Ogni volta che si è provato a difendere l’identità della Chiesa, chi ci ha provato è stato tacciato di conservatorismo. Provate a chiedere a Paolo VI e al lavoro che fece con l’Humanae Vitae.

Si è passati da un Benedetto XV che nella Pacem Dei Munus Pulcherrimum rivendicava il modo in cui la Chiesa aveva portato la pace in Europa federando le popolazioni, ma mantenendo a ciascuna le proprie caratteristiche, ad una Fratelli Tutti in cui la storia della Chiesa sembra passare in secondo piano.

Non è colpa di Papa Francesco, e non è che questo renda l’enciclica non cattolica, o il Papa scismatico. Non voglio essere frainteso su questo. Ma quel paragrafo dell’enciclica mi ha detto di un mondo che è cambiato, e questo è un dato che deve far riflettere. Non merita la gioia smisurata che si nota in ambito progressista, contenti di un punto di vista vicino, e quasi amico. Ma non merita nemmeno indifferenza. Perché i cattolici devono essere consapevoli della loro storia, anche andando in direzione ostinata e contraria.

E no, non c’entra poi il nazionalismo xenofobo, la Chiesa non ha mai giustificato nemmeno questo. Forse si deve cominciare a comprendere prima di tutto cosa significa essere cattolici. E forse dovrebbero cominciare a farlo proprio quei mezzi di comunicazione che si dicono cattolici, ma che in fondo restano nella dimensione unica del presente. Senza mai considerare che il cattolico ha quattro dimensioni: il presente che vive, il passato che lo sorregge, il futuro che gli dà speranza e la vita eterna che gli dà la certezza. Non può cedere, dunque, al complotto contro la verità (copyright di Pio IX) che sembra essere diventata la storia.

 




Un popolo di depressi e le famiglie ridotte a focolai

“Al tempo stesso cresce un rapporto di dipendenza e non sopportazione del Racconto permanente sul Covid: quella seduta no-stop per allarmarci, quelle prescrizioni ripetute a pappagallo, come un mantra o meglio una mania ossessiva, quei dati, quelle immagini, quelle storie…. E poi quei commenti, compreso questo, quelle previsioni, quelle minacce infinite. Basta bastaaaaaa! Cambiate canale, spegnete il video… non si può parlare sempre della stessa cosa. Ma ci saranno più cose in cielo e in terra del covid, no? Si potrà pure parlare d’altro, lo si faceva durante la guerra, sotto i bombardamenti, e non si può fare ora?”

Un articolo di Marcello Veneziani ripreso dal suo blog.

 

Marcello Veneziani, scrittore e giornalista
Marcello Veneziani, scrittore e giornalista

 

Per Natale avremo un bilancio di 40mila morti, 400mila ammalati e 40 milioni di depressi cronici, anche gravi. Il primo bilancio è terribile nella prossimità, cioè per le vittime, i loro familiari e conoscenti, ma nella media storica di 640mila decessi all’anno il dato si ridimensiona. Il secondo è oneroso per i pazienti, per i medici, per le strutture ospedaliere e di terapia intensiva. Ma il terzo, impalpabile, trascurato, riguarda i due terzi del popolo italiano. Non so cosa stia accadendo all’estero, non circolano le esperienze, non ci sono più viaggi, non sappiamo come stiano vivendo davvero gli altri popoli la pandemia-bis. Ma in Italia si è fatta insopportabile e il paese vive sull’orlo di una crisi di nervi. Crisi individuale benché di massa, crisi privata benché il cumulo di crisi private ne fa una gigantesca e pubblica. Non ha trovato il collettore per coagularsi, non ha ben focalizzato il target. Ma fiumi di lava scorrono sotterranei nel nostro paese, un ribollire di pozze, si vedono fumi e focolai dappertutto.

Una larga, lunga, profonda depressione attanaglia la gente nei suoi più intimi alveari. Se togli a un uomo i contatti, le prospettive elementari di futuro, il lavoro, i rapporti famigliari, i viaggi e ancor più l’aspettativa dei viaggi; se togli Natale, sotto grave minaccia, le feste, persino quella dei morti e la sua caricatura, Halloween, se fai avvertire che ogni prossimità è peccato, ogni cena è peccato, ogni festa è peccato mortale, un paese piomba in una depressione senza pari. E a Capodanno tampone e lenticchie…

Mi tengo basso a parlare di 40milioni di depressi, escludendo un terzo della popolazione, tra i quali ci sono gli ottimisti, gli incuranti giulivi, gli innocenti, gl’incoscienti e gli impermeabili, quelli che vivono nel momento, gli stoici e gli asceti, coloro che già vivono un perpetuo lockdown nella loro vita, più quelli contenti della situazione: casalinghi, in smart working, azzerata la vita sociale, bello. Ma la stragrande maggioranza vive male, è caduta in uno stato d’ansia, anzi d’angoscia, vive tra il nulla di una vita spogliata e la paura per la salute in pericolo. I gradi della depressione sono diversi, da quella strisciante e sommersa a quella evidente, con farmaci. Rispetto alla quantità di popolazione depressa, sono anzi sorprendentemente pochi i casi esplosivi di eruzione; anche nel lockdown di primavera, francamente mi aspettavo più violenze domestiche, persino omicidi, per la lunga cattività e l’obbligo di convivenza duratura. Ma la piega generale che ha preso la depressione è di tipo down, stai giù, un senso di avvilimento, di abbattimento, appena animato dal Terrore del virus.

Al tempo stesso cresce un rapporto di dipendenza e non sopportazione del Racconto permanente sul Covid: quella seduta no-stop per allarmarci, quelle prescrizioni ripetute a pappagallo, come un mantra o meglio una mania ossessiva, quei dati, quelle immagini, quelle storie…. E poi quei commenti, compreso questo, quelle previsioni, quelle minacce infinite. Basta bastaaaaaa! Cambiate canale, spegnete il video… non si può parlare sempre della stessa cosa. Ma ci saranno più cose in cielo e in terra del covid, no? Si potrà pure parlare d’altro, lo si faceva durante la guerra, sotto i bombardamenti, e non si può fare ora? Non dovremmo stabilire misure di profilassi psichica, razionare i programmi e le notizie sul covid, stabilire un tetto alle dosi?

A tutto questo si aggiunge l’inversione della realtà adottata dai media su input delle istituzioni. A cosa mi riferisco? Al fatto, per esempio, che la Madre di tutti i contagi sembra essere da qualche tempo la famiglia, la vita in casa, fino a ieri considerata rifugio di sicurezza. Vogliamo dire che non è la famiglia la Madre di tutti i mali, semmai è il danneggiato finale, la vittima terminale? Perché il problema è a monte e si chiama trasporti pubblici o locali pubblici. È lì, in bus, in pullman, in metro, in treno, in aereo o nei bar e nei luoghi pubblici che si rischia il contagio e poi si porta a casa. Non il contrario. Ma siccome a livello pubblico si sono fatti solo ridicoli decreti ma nulla che migliori davvero le condizioni di trasporto in sicurezza, nulla sulle strutture e i mezzi, se non divieti caduti nel vuoto, allora tutto ricade sui singoli e sulle famiglie. A ciò si aggiunge la serpeggiante ideologia grillo-sinistra secondo cui pubblico è bene, famiglia è male. E giù mazzate alla famiglia. Il ridicolo tetto sotto il tetto, ovvero massimo sei persone a tavola, il tam tam che i contagi si prendono in famiglia, magari a causa del sangue, delle eredità genetiche e della struttura autoritaria della famiglia…

Si capovolge non solo il lessico ma anche il senso delle parole: la mancanza di relazioni è una virtù, vivere da soli è un pregio, la famiglia è il luogo più insicuro e infido che esista. Da bambini ci insegnarono che esiste il passato remoto; ora è stato abolito e al suo posto c’è il presente remoto, ovvero essere presenti da remoto. Da bambini ci insegnarono che la famiglia è il focolare, ora è il focolaio, non luogo primario degli affetti ma degli infetti. La casa, da covo a covid.

È solo una coincidenza ma la campagna contro la famiglia con la sua delegittimazione come luogo principale di violenze, soprusi, abusi, ipocrisie; è male aiutare le famiglie per invogliarle a non abortire; libertà contro i “lacci” famigliari e naturali. Coincidenze, solo coincidenze. E se la famiglia fosse un diversivo per non parlare di nove mesi passati nel vuoto a non migliorare la sanità, le strutture, i trasporti, le cure, e prevenire il previsto ritorno del covid? Nove mesi sotto il covid, e la bestia, a differenza degli umani, non abortisce…