SPIRITO SANTO: Colui che dimostrerà il peccato del mondo e giudicherà Satana.

Meister des Schöppinger Altars

Meister des Schöppinger Altars

 

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

Profanato come energia esistenziale di benessere e apostatato come spirito del mondo. Lo Spirito Santo, che procede dal Padre Filioque, è la Terza Persona della Trinità. Né una forza, né un principio.

Nietzsche ha offerto una nota ricostruzione ermeneutica circa il conflitto tra spirito apollineo e spirito dionisiaco, riconoscendo al secondo la superiorità originaria: sacro caos, indeterminazione vitalistica, rispetto a cui lo spirito apollineo è lo spirito di ordine e armonia.

Paradossalmente un certo Cristianesimo contemporaneo ha ricondotto  lo Spirito Santo e il diavolo a queste due forze contrapposte. E in fondo complementari. Sfumature di fragilità umana, tendenze  di bene e di male, potenzialità non attuate dalle scelte concrete degli uomini. Persino, per certi teologi, potenzialità non attuate dalle scelte di Dio stesso. “Dio” sarebbe il risultato positivo di una indeterminata volontà che ha rinunciato al male.  La nietzschiana “volontà di potenza” era protesa – nell’Oltre-Uomo – al di là del bene e del male. I “nostri” teologi ancora lasciano prevalere in Dio e nell‘uomo la volontà di bene e ordine. Ma confermano che il principio stesso di Dio sia Indeterminata Volontà, il diavolo una variabile negativa, lo spirito una energia di bene.

 

2.

Eppure lo Spirito Santo non è mai indicato nelle Scritture come una energia. Neppure un semplice simbolo/metafora della volontà di Dio. Lo Spirito Santo non è una semplice illuminazione divina, un retto pensiero secondo le intenzioni di Dio, una adesione alla Sua volontà. Lo Spirito Santo è Dio. E Dio è Trinità di Persone. E lo Spirito Santo è la Terza di queste Persone. Non è il Padre e non è il Figlio come il Padre e il Figlio non sono lo Spirito Santo.

 

3.

Satana non è lo Spirito Santo: Satana non è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Satana è un angelo, lo Spirito Santo è Dio. Satana ha una natura spirituale, è specie a se stesso. Anche l’anima umana è spirituale, ma è unita al corpo ed esiste una specie umana (nel caso degli angeli, ogni angelo è specie a se stesso). Il battezzato conosce la prima delle due Resurrezioni, come resurrezione spirituale: così sant’Agostino, nel De Civitate Dei, spiega il passo di Ap 20, in cui si fa riferimento a due Resurrezioni, perché la prima è spirituale col Battesimo, la seconda è quella della carne con il Giudizio Universale. Il cristiano è poi ricolmo di Spirito Santo, fino a quando perdura nella condizione di Grazia, senza che ci sia immanenza alcuna dello Spirito Santo. Riceve doni spirituali. Ma non si identifica con la Persona dello Spirito Santo. Né è una Sua scintilla spirituale (come invece per i panteisti che identificano Dio e natura).

 

4.

Tra Dio e gli angeli ribelli c’è inimicizia: nel cielo e nel tempo. Quanto al cielo, è la battaglia indicata in Ap 12; quanto al tempo è la battaglia indicata nell’Eden. La prima battaglia fu contro gli angeli che restarono fedeli. La seconda contro l’uomo che aderì – peccando – all’auto-deificazione (Gnosi). È una guerra impari: Dio è Dio. Satana non è il principio divino opposto al Bene, come credono i “manichei”. Satana è “solo” un angelo. Ogni cosa che fa, rientra nella permissione di Dio. Tuttavia ha avuto vittoria sull’uomo. In Adamo, nella infedeltà di Israele testimoniata dai Profeti, nel tradimento degli apostoli del loro Signore, nella volontà di molti di non riconoscere e accogliere il Messia (Gv 1, 10-11). Ha creduto di avere vittoria anche nel momento della Croce. Ma è stato sconfitto per sempre. Tuttavia nel tempo della Chiesa ha ancora modo e permissione di male. Fino all’Anticristo, il cui avvento non verrà per mezzo di scandali morali o economici, ma per mezzo di scandali dottrinali.

 

5.

Lo Spirito Santo contrassegna particolarmente questo tempo. Il tempo della Chiesa. Proprio perché Satana è stato giudicato e condannato. Lo Spirito Santo è lo Spirito di Giudizio contro il mondo che rifiuta Cristo. Quanto è lo Spirito di consolazione per la Chiesa perseguitata perché fedele. Compito dello Spirito Santo è infatti duplice: guidare i cristiani alla comprensione piena della verità (Gv 16, 13) al fine di glorificare il Figlio; “dimostrare” la colpa del mondo, quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio (Gv 16, 8). Cristo attribuisce a Sé la Giustizia, perché la compie con le opere e in modo definitivo con l’obbedienza di Croce. Ma attribuisce il peccato al mondo, come peccato di rifiuto proprio di Cristo. E attribuisce il Giudizio contro Satana, la cui condanna è ab aeterno. Quanto il suo stesso peccato. La condanna è compiuta da sempre e per sempre. Ma nella storia proprio la Pentecoste, inaugurando il tempo della Chiesa, inaugura il tempo in cui lo Spirito Santo dimostrerà il peccato del mondo e condannerà le opere del diavolo. Fino al Giudizio Universale.

 

 




Marciare per la vita per dire “No” all’aborto e alle leggi ingiuste

Marcia per la vita 2020

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Quando non sei mai stato alla Marcia e ci vai per la prima volta, ti aspetti di trovare un gruppetto di persone tristi e noiose, che sono sempre “contro” qualcosa. Ma poi, quando dalla stazione Termini di Roma ti avvicini a piazza della Repubblica e cominci a vedere palloncini, a sentire musica, a contare bimbi e passeggini, ma anche suore, sacerdoti, giovani.. ti accorgi che c’è un popolo che combatte la “buona battaglia” per la vita senza compromessi e che questo popolo è ricco di una gioia contagiosa.

Eppure, la Marcia viene spesso silenziata e non solo a livello civile – le locandine non si trovano in giro e quanti di voi possono dire di averle viste in parrocchia? Probabilmente, perché chi partecipa alla Marcia prende una posizione inusuale e scomoda: rifiutare non solo l’aborto – e con esso anche tutti gli altri crimini contro la vita umana, come ad esempio l’eutanasia o la fecondazione artificiale – ma anche le leggi che permettono tali crimini, in Italia e nel mondo.

Quest’anno, a causa della pandemia, purtroppo, non è stato possibile manifestare per la vita in occasione del decimo anniversario della Marcia. Tuttavia, era importante esserci, anche se virtualmente. Ed è per questo che si è organizzato l’evento “Connessi per la vita”. Per tutta questa settimana, professionisti di varie discipline e personaggi del mondo pro life hanno dato il loro sostegno con video di stampo formativo, testimonianze, saluti, fino a ieri, quando – nell’ora in cui tradizionalmente il popolo prolife è in Marcia nelle vie del centro di Roma – si è tenuto un “Live” trasmesso dall’emittente EWTN.

Poiché quest’anno la Marcia voleva concentrarsi soprattutto sul rapporto tra aborto e legge, in questo breve contributo, proviamo a riflettere sul perché la Legge 194 appaia – anche nel contesto politico e dell’associazionismo cattolico – quasi come un’ingiustizia intoccabile.

Le legislazioni abortiste si sono affermate attraverso un passaggio graduale che ha fatto leva su due elementi: i mass media e alcuni aspetti della cultura dominante; tra questi, spicca senz’altro l’individualismo, che in Bioetica delineiamo come “modello etico liberal-radicale”, quello cioè che considera l’autodeterminazione alla base dell’etica, partendo dal non-cognitivismo, ovvero dall’inconoscibilità dei valori. In pratica: non ha importanza che un atto sia o meno moralmente giusto, ciò che conta è che il soggetto sia libero di fare ciò che egli crede sia giusto per sé, senza ledere gli altri.

Questa dovrebbe essere una posizione, anche solo per amor di logica, da combattere, svelandone l’erroneità. Eppure, nel dibattito sull’aborto, non sempre avviene questo. Anzi. Potremmo dire che siamo di fronte a tre schieramenti anziché due. C’è la bandiera di chi è a favore dell’aborto; c’è quella di chi ritiene la vita umana inviolabile e indisponibile e che per questo considera qualsiasi legge che vada contro questo principio inapprovabile (se ancora non c’è) e inaccettabile (se è già in vigore); e poi c’è chi è contro l’aborto, ma pensa che la legge non si possa (o debba) abrogare, perché “bisogna fare i conti con la realtà”, ma soprattutto con la libertà della donna.

Se non stupisce che la fetta di intellettuali pro choice difenda come “intoccabile” la legge che dal 1978 permette in Italia che una gravidanza venga deliberatamente interrotta, esaltando questa come “scelta morale”, crea confusione, se non addirittura sgomento, che coloro che si dovrebbero battere contro questa legge, moralmente e giuridicamente ingiusta, arrivino a sostenere che essa sia soltanto “imperfetta” o addirittura “mal applicata”, perdendo di vista, anch’essi, il protagonista in questione: il concepito.

Come abbiamo avuto già modo di spiegare (qui), un approccio pro life che ritenga la 194 “indiscutibile” è moralmente erroneo, così come un approccio “procedurale” che miri a contrastare l’aborto nella pratica, senza però andare alla radice dell’idea abortista – che passa anche attraverso la legge – è controproducente, oltre che motivo di confusione delle coscienze.

Con questo nessuno nega che a livello pratico ci siano tantissime persone di buona volontà che si adoperano continuamente per salvare vite umane; ma questo non può essere fatto senza affermare allo stesso tempo che la legge 194 è una legge gravemente ingiusta anche per la sua valenza educativa: «se lo Stato lo permette, non è un male, no?» – taluni pensano. Il rischio è, infatti, di abbracciare la stessa mentalità pro choice.

La 194 uccide. Se si tace su questa verità o addirittura si parla di buona legge significa assumersi una responsabilità diseducativa devastante. La 194 non è una buona legge, non è una legge da “applicare”. È una legge gravemente ingiusta. È una legge che fa sì che ci siano uomini che hanno potere di alzare o abbassare il pollice sulla vita di altri uomini che non hanno nemmeno la possibilità di difendersi.

Ed è proprio contro la cultura della scelta che il popolo della Marcia con coraggio oppone il suo laico, minoritario, politicamente scorretto “no”. Senza se e senza ma. L’aborto è l’uccisione deliberata di un essere umano in-nocente (che non nuoce) – cosa che per i cattolici è un peccato talmente grave da gridare al cospetto di Dio come l’omicidio di Abele – e nessuna legge potrà mai trasformare questo delitto in diritto.

Nostro compito è fare in modo che lo splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della società fino alla crisi più pericolosa che può affliggere l’essere umano: «la confusione tra cosa è bene e cosa è male» (Veritatis Splendor n.94).

La società, ma anche le persone che ci stanno a fianco hanno bisogno che queste idee siano “corpo”, c’è bisogno di dare una testimonianza concreta, non basta essere d’accordo, bisogna attestarlo in maniera esplicita e manifesta. Ed è per questo che il 22 maggio 2021, a Dio piacendo, ci troveremo ancora una volta a marciare per la vita, per attestare che c’è il momento del dialogo, ma poi arriva il momento di decidersi da che parte stare, anche perché, si sa.. a Dio i tiepidi non sono molto graditi.

 




Il sorriso mascherato ma non conquistato

Leggere i sorrisi sui volti delle persone può portare a comprendere più profondamente le loro azioni e anche le loro anime. La temperatura del corpo e dell’anima si rivela in un sorriso in una rivelazione quasi immediata.

 

donna con mascherina chirurgica

(Image: Ani Kolleshi | Unsplash.com) via Catholic World Report

 

 

di Ines Murzaku

 

Ho indossato una maschera facciale ben fatta a mano e i miei occhiali da sole, e prima di correre in garage ho fatto un rapido controllo allo specchio. Era da molto tempo che non guidavo, che non ero più nel campus (universitario, ndr) o che non mi vestivo in modo formale.

Ero piuttosto scioccata nel vedermi allo specchio, con gli occhiali da sole e la maschera sul viso; non riuscivo a riconoscermi. In realtà, ero sorpresa da ciò che vedevo – o in realtà da ciò che non vedevo. Mi chiedevo se sarei stata riconosciuta dagli amici, colleghi di lavoro o studenti. Mi chiedevo come sarebbe andata a finire quando saremmo tornati al lavoro. Con la pandemia COVID-19, la maschera è entrata nella nostra vita. E la maschera, combinata con il distanziamento sociale, sfiderà e cambierà quasi tutte le nostre interazioni con gli altri.

Sto usando il futuro qui, perché il New Jersey, il mio stato, non è ancora stato riaperto mentre scrivo questo. Mentre guidavo verso il mio supermercato locale, non ho potuto fare a meno di pensare all’insegnamento e al seguire gli studenti mentre indossavo una maschera facciale. Almeno durante questo semestre insolito, ho potuto usare tutte le mie capacità verbali e facciali per insegnare online, con sorrisi e risate. Le persone saranno in grado di sorridere o di essere espressive dietro le maschere facciali? Sembra una cosa da poco, ma in realtà non lo è.

Bernard Lonergan SJ (1904-1984), filosofo gesuita, teologo ed economista, ha usato la fenomenologia del sorriso per spiegare il significato della comunicazione intersoggettiva. Per padre Lonergan, un sorriso è carico di significato; un sorriso è significativo. Questo è ciò che ha scritto nel suo ultimo grande lavoro intitolato Method in Theology (Metodo in Teologia):

[Un sorriso] non è solo una certa combinazione di movimenti di labbra, muscoli facciali, occhi. È una combinazione con un significato. Perché quel significato è diverso da quello di uno sguardo accigliato, di un rimprovero, di uno sguardo fisso, di uno sguardo truce, di uno sghignazzo, di una risata, si chiama sorriso. Perché tutti noi sappiamo che quel significato esiste, non andiamo in giro per le strade sorridendo a tutti quelli che incontriamo. Sappiamo che saremmo fraintesi… un sorriso, per il suo significato, è facilmente percepibile. Il sorriso si manifesta in un’enorme gamma di variazioni dei movimenti del viso, dell’illuminazione, dell’angolo di visione. Ma anche un sorriso incipiente, soppresso, non si perde, perché il sorriso è una Gestalt, un insieme modellato di movimenti variabili, ed è riconosciuto nel suo insieme.

Il sorriso viene naturale e istintivo; non si può imparare a sorridere nello stesso modo in cui si impara ad andare in bicicletta o a pattinare. Leggere i sorrisi sui volti delle persone può portare a comprendere più profondamente le loro azioni e anche la loro anima. La temperatura del corpo e dell’anima si rivela in un sorriso in una rivelazione quasi immediata.

Il sorriso era costante sul volto di Santa Madre Teresa, anche quando attraversava la notte oscura dell’anima. La Madre prestava particolare attenzione al sorriso e alla gioia, e chiedeva alle sue sorelle di sorridere in abbondanza. Una delle risoluzioni che prese durante il ritiro del 1956, e in cui perseverò per tutta la vita, fu quella di sorridere a Dio. Sorridete con più tenerezza, pregate con più fervore e tutte le difficoltà scompariranno, insisteva. Molti studiosi hanno posto la domanda: Cosa c’era nel sorriso della Madre, o cosa l’ha fatta continuare a sorridere per cinquant’anni, mentre attraversava un’oscurità spirituale insolitamente prolungata?

Papa Benedetto XVI, nella sua visita a Lourdes del 2008, ha riflettuto sulla teologia del sorriso come porta d’accesso al mistero dell’amore e di Dio che è Amore. Riflettendo sul sorriso della Beata Vergine Maria, Benedetto XVI ha detto:

Nella semplicissima manifestazione di tenerezza che chiamiamo sorriso, afferriamo che la nostra unica ricchezza è l’amore che Dio ci porta, che passa attraverso il cuore di colei che è diventata nostra Madre. Cercare questo sorriso, è prima di tutto aver colto la gratuità dell’amore; è anche riuscire a suscitare questo sorriso attraverso i nostri sforzi per vivere secondo la parola del suo Figlio prediletto, proprio come un bambino cerca di suscitare il sorriso della madre facendo ciò che gli piace.

Come Maria insegnò a Bernadette, per conoscere Maria, doveva “conoscere il suo sorriso”. Che cos’era allora il sorriso di Madre Teresa? Lei fornisce una risposta: “Più grande è il dolore e più scura è l’oscurità, più dolce sarà il mio sorriso a Dio”, scrive in una lettera del 16 ottobre 1961. Questo è ciò che Madre Teresa scrisse a una scolaretta:

Ogni volta che incontri qualcuno, salutalo con un sorriso. L’utilità del sorriso è che ti manterrà sempre accettabile per tutti. Allo stesso tempo, farà apparire, il tuo viso, bello. Se mai sarai arrabbiata, cerca di sorridere con forza e presto vedrai, avrai dimenticato la tua rabbia, sorridendo con tutti. Il consiglio della mamma a una scolaretta

Tuttavia, non si sorride solo con la bocca, perché tutto il viso è impegnato in un vero sorriso. Lo scintillio che la Madre aveva negli occhi sorridenti non è mai svanito. Il cardinale Angelo Comastri ha raccontato una storia personale di Madre Teresa che ha a che fare con i suoi occhi sorridenti. Il cardinale ricorda la partecipazione della Madre a una celebrazione della professione delle nuove religiose in una parrocchia romana, quando un fotografo la infastidiva scattando foto con il flash proprio davanti al suo viso. Il cardinale è intervenuto chiedendo al fotografo di non disturbare la Madre scattando foto mentre pregava. Il fotografo ha risposto in modo piuttosto brusco dicendo che Madre Teresa non era attraente, ma i suoi occhi erano i più felici che avesse mai visto. Come, si chiedeva il fotografo, era possibile? Il cardinale Comastri rimase scioccato dal commento e, alla fine della celebrazione, ripeté alla Madre ciò che il fotografo aveva commentato sui suoi occhi. Con sua grande sorpresa e con la sua abituale arguzia lei rispose: “I miei occhi sono felici, perché le mie mani hanno asciugato molte lacrime. Provaci, ti assicuro che funziona così”.

Il grande poeta e filosofo Dante Alighieri (1265-1321) rifletteva sul sorriso e sul sorridere, e su come si può essere espressivi usando gli occhi. Dante ha fatto del “sorriso” (Sorriso – sostantivo e sorridere – il verbo sorridere) il segno distintivo della sua opera, e la riflessione sul tema del sorriso ha segnato uno dei contributi originali di Dante all’arte cristiana, alla poesia, all’iconografia, all’immaginario cristiano e teologico. Il sorriso ha accompagnato Dante nei suoi viaggi verso la visione beatifica di Dio mentre attraversava l’Inferno e il Paradiso.

Fino alla metà del XIII secolo, la gente negli ambienti ecclesiastici discuteva se Cristo avesse mai sorriso o meno durante la sua vita sulla terra. Sì, “Gesù pianse” (Gv 11,35), ma ha sorriso davvero? Per Dante l’anima opera principalmente in due luoghi o attraverso due finestre che si trovano entrambe sul volto delle persone: gli occhi e la bocca. È attraverso questi due “balconi”, come li chiamava lui, che le persone rivelano la loro anima: lo sguardo negli occhi quando la gente li guarda intenzionalmente e nella bocca attraverso il dolce sorriso. Chiede nel Convivio:

Che cos’è la risata se non un luccichio del piacere dell’anima, cioè una luce che appare all’esterno così come è dentro? … Si rivela negli occhi così chiaramente che l’emozione presente in lei può essere riconosciuta da chiunque la guardi con attenzione. (Libro 3, capitolo 8)

Ovviamente, indossando una maschera facciale, la bocca sarà compromessa nel fare qualsiasi espressione. Ciò che ci rimarrà in un mondo post-pandemico, almeno per un po’ di tempo, saranno gli occhi, e l’immersione profonda che si vorrà fare attraverso la finestra degli occhi di una persona per discernere e capire l’anima.

La speranza per il mondo accademico è che entro settembre si possa tornare alla normalità, ai corsi faccia a faccia nel campus. Gli studenti torneranno e si riverseranno in quelli che ora sono diventati campus fantasma. Forse per allora non saremo obbligati a indossare maschere facciali, ma anche se la maschera sarà un requisito, spero di aver imparato a leggere i volti delle persone e a regalare un sorriso con i miei occhi. La pandemia non potrà mai distruggere o conquistare i rapporti umani; non potrà atrofizzare i nostri sorrisi. Con o senza maschere facciali, continuerò a sorridere sempre e comunque, sperando di condividere un po’ di luce della mia anima con tutti quelli che incontrerò.




Il COLPEVOLE E’…..LA CONCUPISCENZA (“…Elementare Watson”)

Sant'Agostino e il Diavolo

Sant’Agostino e il Diavolo, di Michael Pacher

 

di Gianni Silvestri

 

Il METODO DEDUTTIVO è quello usato quando si ragiona partendo da un principio generale  traendone, via via, le logiche e coerenti conseguenze.
(è in genere il metodo di gran parte della filosofia e del pensiero speculativo quello di individuare/sviluppare principi e coerenti deduzioni).
Ma con questo metodo spesso non ci si intende sui principi generali di partenza (assiomi)   o sulle esatte deduzioni (con le diversità di posizioni delle varie scuole di pensiero)

In alternativa c’è il metodo INDUTTIVO che – al contrario – parte dalla analisi dei dati per poter estrapolare delle costanti, dei principi (è il metodo oggi usato dalle scienze informatiche e dai gestori di “big Data”); assemblando numerosissimi dati si cerca di comprendere le loro aggregazioni e le relative cause, logiche o concrete che siano.

Orbene, oggi cercherò induttivamente di estrapolare delle riflessioni  partendo da alcune evidenze reali per verificare se questo procedere “laico ed asettico”, senza principi predefiniti da dimostrare, possa aiutarci nella comprensione della realtà umana (nel suo sviluppo sociale o individuale).

Senza scomodare la sociologia, con una buona approssimazione appare chiaro che il conflitto sia la modalità prevalente di approccio  alle principali attività umane ;  sempre più spesso lo scontro (sociale, economico, politico, ecc.), è la prassi normale di comportamento, sia pur giustificato per migliorare la propria posizione (si parte dalla lecita concorrenza per arrivare a protezionismi, sopraffazioni e guerre di vario genere).
Storicamente da una analisi sommaria potremmo facilmente verificare che in ogni secolo, in ogni nazione della terra, in ogni sistema politico ed economico, con ogni tipo di esperienza religiosa, o di livello culturale e scientifico, non sono mai mancate le guerre e le lotte (tra popoli e stati) per conquistare posizioni di vantaggio.
Attualmente, nonostante l’evolversi del pensiero umano, delle concezioni politico-giuridiche dello Stato, delle forme di cooperazione internazionali ecc. gli scontri di interesse non sembrano diminuiti, ma anzi aumentati estendedosi a vari livelli  (pensiamo ai sofisticati conflitti finanziari, e da ultimo informatici).
Purtroppo l’esiguo spazio a disposizione non mi consente di analizzare ogni aspetto della crescente conflittualità, ma basti pensare che il secolo appena trascorso è stato il peggiore della storia umana per la brutalità delle guerre e delle ideologie sottostanti (dal nazifascismo al comunismo), nonostante sia stato quello del maggior progresso socio-economico e culturale. Su tutto regna incontrastato l’ingiustificato, miliardario, crudele, disumano, mercato degli armamenti che sottrae alla povertà, alla salute, allo sviluppo risorse ingenti, per circa 5MILIARDI DI DOLLARI AL GIORNO (qui) (qui)
Ora c’è da chiedersi: la stessa tendenza conflittuale è ravvisabile a livello personale?
Non c’è dubbio che nei secoli l’essere umano abbia ampliato le sue conoscenze, arrivando a comprendere le principali leggi naturali, da quelle del cosmo (es. la forza gravitazionale) a quelle dell’infinitamente piccolo (il misterioso mondo della fisica quantistica). Alla conoscenza scientifica l’uomo ha – soprattutto di recente – aggiunto una grande capacità di applicazione delle relative tecniche, come attesta ad esempio il recente settore dell’informatica e del web (ben presto divenuto indispensabile).
Ma a ben riflettere, nonostante tali incredibili successi, il fondamentale settore individuale, che tutto dovrebbe guidare, ha invece registrato il minor progresso: quello morale. Nonostante l’essere umano sia divenuto capace “di gestire il mondo”, forti dubbi esistono sulla capacità di gestire sé stesso ed il suo comportamento nel mondo: i segni e gli episodi generalizzati di egoismo, di sopraffazione, di violenza sembrano immutati  nonostante lo scorrere dei secoli ed il raggiungimento di ogni genere di progresso scientifico e tecnico, la funzione informativa dei media, quella formativa delle scuole ed educativa delle famiglia. Senza entrare nel merito etico, basti pensare che la prima causa di morte del mondo è l’aborto, cioè un comportamento volontario non accidentale, che porta alla soppressione di un essere indifeso, che non è certo un nemico estraneo, essendo il frutto di un rapporto umano consenziente. La cifra di 40-50 milioni di aborti annui supera le stesse vittime della II guerra mondiale (solo che qui si ripetono terribilmente ogni anno) (qui).  Ed a queste terribili cifre ci sono da aggiungere gli “aborti chimici”, frutto delle varie pillole “dei giorni dopo”, liberamente vendibili in ogni farmacia.
Ma anche a voler cercare altre conferme (di un comportamento umano non certo altruistico o pro-positivo) è indispensabile rilevare un crescente fenomeno altrettanto preoccupante: quello dei suicidi il cui numero appare in crescita soprattutto nel mondo ricco (il suicidio che è la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni).(qui)
In questi decenni si stanno sviluppando altri fenomeni di “debolezza” umana inimmaginabili sino a pochi anni fa: l’abuso di alcool, ma soprattutto di ogni genere di droga all’interno di una preoccupante “cultura dello sballo” che teorizza la necessità di “lasciarsi andare ” periodicamente per trovare soddisfazione. (qui)
Per non parlare delle crescenti ludopatie che stanno impoverendo gran parte delle fasce sociali, o il recente fenomeno degli Hikikomori (solo in Italia circa 30-50.000 giovani chiusi in casa nei loro videogiochi o nel profondo web) (qui).
Questi fenomeni evidenziano una costante “debolezza intrinseca dell’uomo”, che si esprime differentemente nelle varie epoche, ma che appare insita nella stessa natura umana. Diventa decisiva, a questo punto, la domanda fondamentale:
come mai l’essere umano sembra essere in grave difficoltà nella realizzazione del bene che pur riconosce necessario?
Come mai egli riesce meglio in ogni altra attività
(scientifica, tecnica, economica, ecc.), ben più complessa, ma non in quella di crescita morale e di umana solidarietà?
Questa contraddizione è talmente evidente che meraviglia il sostanziale silenzio sulla questione morale e sull’etica socio-economica (temi abbandonati dai più e riservati ai soliti specialisti…).
Orbene se questa contraddizione per il mondo risulta ben difficilmente spiegabile, per i cristiani è una delle conferme della Rivelazione ricevuta: essi sanno che l’essere umano è segnato originariamente da una mancanza di pienezza, dalla incapacità di seguire il  bene come stile di vita (e non solo in alcuni sporadici momenti, di “trasporto etico”).
E’ la realtà del “peccato originario”, dell’allontanamento da DIO, che ha segnato questo umano declino. La rottura di un rapporto costruttivo con Dio-Creatore  ha lasciato l’uomo solo con i suoi difetti ed i suoi fantasmi. Questa nuova condizione di “precarietà ” umana ha determinato la sua insita debolezza, cioè la Concupiscenza umana che è un termine che definisce “uno smodato, eccessivo desiderio dell’uomo che svia la libertà, verso un bene parziale, sino ad arrivare alla “tendenziale attitudine a fare il male”.
La Concupiscenza è il desiderio umano che può essere positivo come spirito di ricerca-miglioramento, ma diviene spesso poco controllabile, e genera disordine nelle facoltà morali dell’uomo e, lo inclina commettere il peccato.

A questo proposito il Catechismo della Chesa Cattolica (CCC) precisa: « L’uomo tentato dal maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà ». Egli cedette alla tentazione e commise il male. Conserva il desiderio del bene, ma la sua natura porta la ferita del peccato originale. È diventato incline al male e soggetto all’errore:
« Così l’uomo si trova in se stesso diviso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre». ( 1707)

Come si vede una “lettura teologicamente orientata” non solo inserisce l’uomo in una visione  più vasta e non limitata, ma sembra l’unica idonea a spiegare la condizione umana di debolezza morale che sopra abbiamo constatato (a partire da una serie di dati, di evidenze e considerazioni di realtà) e che risulta poco spiegabile razionalmente. Grazie a questo approccio spirituale e religioso di “umana fragilità creaturale” diviene più chiaro questo profondo mistero dell’essere umano che progredisce nelle conoscenze (scientifiche, tecniche, economiche, ecc.),  ma non nella capacità morale di utilizzarle. Questo peccato originale, cioè questa condizione umana di imperfezione ontologica, rende imperfette, da sempre, anche le varie realizzazioni sociali a causa del prevalere del male (che teoricamente nessuno vuole, ma che sempre riemerge).
Nel nostro ragionare induttivo vi è un’ultima prova determinante, quasi di carattere sperimentale, che può assicurare la bontà delle presenti constatazioni: ognuno di noi può rendersi conto, analizzando i tanti episodi di vita personale, della propria condizione umana di fragilità morale, nonostante i desideri e gli sforzi di realizzare il bene. Lo stesso S. Paolo nella lettera ai Romani osservava questa generalissima e comune contraddizione: Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.
Concludendo appare evidente (sia dalla nostra esperienza personale che da quella sociale) che l’essere umano è pervaso da una “tendenza al male” che pur non  vuole intimamente, ma che non è in grado di sconfiggere da sé in maniera duratura, sembra non averne gli anticorpi.  Egli ha bisogno di Altro da sé, di una Energia nuova che lo conduca al bene profondo di cui ha nostalgia e desiderio; un Altro che lo accompagni nel suo cammino terreno che nessuno desidera sia fine a se stesso: abbiamo tutti un’aspirazione all’eternità.  Dopo secoli di insuccessi e distruzioni, è giunto il tempo in cui prendere atto di questa debolezza innata e ricostruire questo rapporto con il Creatore, da cui abbiamo avuto origine e Vita.  E’ necessario accedere ad “una maggiore energia di bene” che non è nostra, ad una Grazia che non abbiamo, ma che ci è stata promessa: “Bussate e Vi sarà aperto, cercate e troverete”. Una Grazia che è l’unica nostra vera Risorsa in quanto estranea alle nostre “debolezze genetiche”, una grazia che è l’Amore di Chi ci conosce meglio di noi stessi, perché ci ha voluti e creati; la Grazia di un Dio che ci attende da sempre e che è l’Unica nostra Risposta: “…ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te” riconoscerà, dopo la sua conversione, il “viveur”  Agostino nelle sue confessioni (1.1.5).
“Induttivamente”: In pace.

 




Apologia della devozione esteriore e biasimo del fariseismo ipocrita

Serpeggia nella Chiesa, da qualche anno, un odio ingiustificato a quelle che, spregiativamente, sono indicate come “regole”. Si vuol far passare l’idea che chi ama la dottrina o la legge sia un fariseo, attaccato solo all’esteriorità del culto. Non è esattamente così: anche se è vero che tutti i farisei amano l’esteriorità, non è affatto vero il contrario e, cioè, che tutti gli amanti della dottrina siano farisei.

 

San Luigi Maria Grignion de Montfort

San Luigi Maria Grignion de Montfort

 

di Silvio Brachetta

 

San Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716), nel suo Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, osserva che «le pratiche esteriori, fatte bene, aiutano quelle interiori […]; esse inoltre hanno il vantaggio di edificare il prossimo che le vede, ciò che non si può dire di quelle interiori» (c. VIII, n. 226). Per cui – scrive – «benché l’essenziale di questa devozione consista nell’interiore, essa comporta diverse pratiche esteriori che non bisogna trascurare».

E, a sostegno della tesi, il Montfort cita direttamente Gesù Cristo che, rivolto ai farisei, li rimprovera di «trasgredite le prescrizioni più gravi della legge – la giustizia, la misericordia e la fedeltà» – anche se non bisogna affatto «omettere» di pagare «la decima della menta, dell’anèto e del cumìno» (Mt 23, 23).

Non solo Gesù non condanna l’osservanza delle regole, ma lo stesso Montfort precisa con forza: «Che nessun mondano, o critico, metta qui il naso per dire che la vera devozione sta nel cuore, o che bisogna evitare ciò che è esteriore perché ci può essere vanità, o che si deve tener nascosta la propria devozione, ecc…». Ma anzi, come dice Gesù: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16).

L’atteggiamento farisaico o ipocrita, dunque, non risiede nell’osservanza delle regole esteriori, ma nell’intenzione con la quale esse sono compiute o nel limitarle all’esteriorità. Sta infatti scritto: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6, 1).

A questo proposito il Montfort, nel Trattato, cita San Gregorio, secondo cui le buone opere sono auspicabili «non perché si debbano compiere le proprie azioni e devozioni esteriori per compiacere gli uomini e ricavarne qualche lode», ma «per piacere a Dio e così rendergli gloria, senza preoccuparsi dei disprezzi o delle lodi degli uomini».

Che poi, tra le opere buone, debba rientrare anche l’osservanza della Legge divina – e quindi l’osservanza di regole e precetti – lo afferma ad esempio il Concilio di Trento (Decreti, c. XI), che pone una relazione tra esse, mediante il Salmo 118: «Ho piegato il mio cuore ad osservare i tuoi precetti, per la ricompensa». Ma molto più lo si evince dalla realtà medesima: non è ipocrita il genitore che indica al figlio come comportarsi bene, né il legislatore che legifera, né il giudice che giudica, né chiunque rispetti un qualche regolamento, né il fedele che adempie i comandamenti divini, né il sacerdote che si attiene alle rubriche liturgiche.

Viceversa l’ipocrita separa sempre il dire dal fare, le regole dall’azione e, in ultima analisi, il precetto dalla carità (o dalla libertà). A questo proposito, San Tommaso d’Aquino afferma che «l’osservanza dei comandamenti basta a introdurre nella vita [eterna]», ma «le opere buone non bastano a introdurre nella vita [eterna], se non emanano dalla carità» (Summa Theologiae, Ia IIae, q. 100, a. 10). Se, difatti, è vero quanto dice il Signore: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19, 17); è altrettanto vero quanto dice San Paolo: «Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, non sono nulla» (1Cor 13, 3).

È comunque sbagliato ritenere, per quanto visto, che l’osservanza (anche scrupolosa) di leggi, decreti o regolamenti sia l’anticamera del comportamento farisaico, specialmente quando è presente la carità. Né qualcuno può essere accusato di fariseismo per via del fatto che ama il Magistero cattolico o la dottrina di Gesù Cristo.

La dottrina medesima della Chiesa è conosciuta come «sacra dottrina». Il Catechismo della Chiesa Cattolica, in questo senso, si riferisce alla «dottrina salvifica di Cristo» (n. 2179) o «dottrina di vita» (n. 2764).

 




“In certi ecclesiastici mi sembra che siamo giunti in qualche modo alla ‘banalità del male’”

Mi scrive un sacerdote a proposito della lettera di Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO), sulla ripresa delle messe dopo l’interruzione per l’infezione del coronavirus.

 

Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO)

Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO)

 

di Un sacerdote

 

Caro Sabino ho appena letto la lettera di mons. Derio, vescovo di Pinerolo, che ha voluto rimandare l’apertura delle Sante Messe al 25 maggio, così motivando:

Carissime amiche, carissimi amici, in questi giorni si è acceso un dibattito sulle Messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di  tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti: il dolore di chi ha perso un famigliare, senza neppure poterlo salutare; l’angoscia di chi ha perso il lavoro e fatica ad arrivare a fine mese; il peso di chi ha tenuto chiuso un’attività per tutto questo tempo e non sa come e se riaprirà; i ragazzi e i giovani che non hanno potuto seguire lezioni regolari a scuola; i genitori che devono con fatica prendersi cura dei figli rimasti a casa tutto il giorno; la ripresa economica con un impoverimento generale… Queste sono questioni che mi porto in cuore e sulle quali, come Chiesa di Pinerolo, stiamo cercando di fare il possibile. E’ in gioco il futuro del nostro territorio. A questo dedico la maggior parte delle mie poche forze in questi giorni, mettendoci mente e cuore …” (leggi qui).

Premesso che non vedo come spostando di qualche giorno l’apertura si possano risolvere i dolori e le angosce di chi ha purtroppo sofferto, non avevo mai pensato che l’Eucarestia non fosse poi così indispensabile, e che ci fossero quindi cose più urgenti, visto che nel Sacrificio Eucaristico si offre all’uomo la sola Salvezza possibile e il suo unico conseguibile Destino, altrimenti “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?” (Mc 8, 36-37). Ma ormai, rifacendomi al famoso libro di Hanna Arendt, anche in certi ecclesiastici mi sembra che siamo giunti in qualche modo alla “banalità del male”. Si dicono e si fanno in modo tranquillissimo cose pazzesche, direi atroci. La lista è lunga …

Esprimere le soprascritte considerazioni come se si bevesse un bicchier d’acqua, fa venire in mente quello che disse Cristo sulla Croce. “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34) che nulla c’entra con una sorta di buonismo da parte di Gesù, ma solo è tristissima, sia pure misericordiosa, constatazione sul fatto che il male può giungere appunto ad annullare la sua stessa consapevolezza. Ma questo vescovo sa quello che dice? Ma sta qui, proprio qui, senza sostituirsi ovviamente al giudizio ultimo di Dio, la suprema spaventosità del male; come dice poeticamente un salmo: “Torpido come il grasso è il loro cuore” (Sal 118, 70). Sul cuore il grasso dei peccati compiuti è talmente inspessito che non se ne avverte più il battito umano: «Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera da teatro”, come dice Görres» (J. Ratzinger, Elogio della coscienza. Il brindisi del Cardinale, Lectio magistralis all’Università di Siena, 1991). Forse sono certi vescovi a non essere indispensabili! Desolante …

 




Maternità surrogata: un problema di dignità umana

(se il video non si carica clicca qui)

 

 

di Ines Murzaku

 

Guardate questo video inquietante, un coro di neonati innocenti che piangono in attesa di essere consegnati a destinazione. Come possiamo rimanere in silenzio di fronte a queste immagini inquietanti? Sono neonati senza identità, ai quali è stata negata l’esperienza della voce, dell’odore e delle braccia accoglienti delle loro madri – o anche solo la possibilità di rivolgersi alle loro madri quando hanno fame.

Qualsiasi essere umano rispettabile troverà tutto questo molto inquietante. Eppure BioTexCom, un centro leader in Ucraina per il trattamento dell’infertilità e la riproduzione umana, lo ha rilasciato per assicurare ai clienti che i prodotti, cioè i neonati, sono in buone mani e raggiungeranno le loro “destinazioni” non appena le restrizioni di confine dovute a COVID-19 saranno allentate.

Quando il video è stato pubblicato recentemente su YouTube, c’erano quarantasei bambini in attesa di essere partoriti. Da allora, il numero di neonati nella struttura è aumentato a cinquantuno – quindi la “produzione” continua. I bambini nascono da madri surrogate in una clinica per la riproduzione attualmente situata nell’Hotel Venezia di Kiev.

Tra i servizi che BioTexCom offre ai clienti c’è una grande banca di donatrici di ovuli e madri surrogate. Questo è quanto il centro promette:

Ogni giorno esaminiamo fino a 200 candidate che vogliono donare i loro ovuli, e solo il 20% di loro soddisfa i nostri severi requisiti riguardo la salute fisica e psicologica delle future donatrici di ovuli,  l’età, l’avere almeno una restrizione di un bambino sano e, naturalmente, di aspetto piacevole. La nostra base di donatrici ha un vantaggio eccezionale – avete la possibilità di scegliere una donatrice da soli. Così, vi vengono fornite le sue foto, il video colloquio e la foto in 3D su cui potete vedere la vostra donatrice da diverse angolazioni. La nostra base di donatori è una delle più grandi al mondo. Ci permette di avviare un programma subito dopo la firma di un contratto, senza perdere tempo a cercare un donatore.

Dalla caduta della cortina di ferro, l’Ucraina è diventata una destinazione di maternità surrogata per le persone provenienti dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti. Coppie o single provenienti da Germania, Francia, Spagna, Italia, Israele, Gran Bretagna, America e altri paesi si recano in Ucraina per “ordinare” un bambino perfetto.

Per quanto strano, è abbastanza logico. Le donne dell’Occidente industrializzato hanno “esternalizzato” la produzione di bambini; possono sostenere economicamente i bambini ma non vogliono o non possono portare [in grembo] fisicamente un bambino. Per questo si rivolgono all’Ucraina e ad altri paesi poveri dell’Europa dell’Est, a donne con uteri forti per portare e far nascere i bambini.

Il vuoto legislativo creatosi dopo la caduta del comunismo ha permesso la legalizzazione della maternità surrogata commerciale in Russia e Ucraina, e le agenzie e gli studi legali l’hanno trasformata in un business redditizio.

Secondo uno studio dell’Unione Europea sulla maternità surrogata negli Stati membri dell’UE, gli aspiranti genitori hanno pagato tipicamente 30.000 euro (circa 33.000 dollari) a uno studio legale ucraino “per ordinare” un bambino.

maternità, di Tiziana Marra

maternità, di Tiziana Marra

La Chiesa cattolica non prende alla leggera questi insulti alla dignità umana. L’arcivescovo Sviatoslav Shevchuk di Kyiv-Halych, capo della Chiesa cattolica ucraina, e l’arcivescovo Mieczyslaw Mokrzycki di Leopoli, presidente della conferenza episcopale di rito latino del Paese, hanno fatto appello al governo ucraino affinché ponga fine al “doppio crimine dell’affitto di uteri”, che è diventato una piaga in Ucraina.

Trattare gli esseri umani come beni da ordinare, produrre e vendere è una grave violazione della dignità umana. L’appello dei vescovi ha colpito nel segno: il doppio crimine della maternità surrogata viola i diritti dei bambini e la dignità delle donne, che per vari motivi – soprattutto per difficoltà economiche – sono costrette a vendere il loro corpo e la loro maternità.

La maternità surrogata è un reato contro le donne; come si può “affittare” il corpo di un altro essere umano? E in che modo pagare l’affitto [di un utero] fa di te un genitore? La maternità non è una merce e non dovrebbe essere in vendita. Il legame tra madre e figlio si crea al momento del concepimento nel grembo materno; nessuno ha il diritto di rompere questo legame.

Papa Francesco si è espresso chiaramente (Amoris Laetitia, 54) contro lo sfruttamento delle donne povere del terzo mondo: “La storia è appesantita dagli eccessi delle culture patriarcali che consideravano le donne inferiori, eppure ai nostri giorni non possiamo trascurare l’uso delle madri surrogate e lo sfruttamento e la commercializzazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica”.

La gente vuole “avere tutto”, ma ci sono dei limiti a ciò che questo può significare. Dio ha posto dei limiti a nostro vantaggio. Ci sono cose che sono extra commercium (che non si possono commerciare, ndr), non si possono comprare. I bambini sono doni con la loro dignità intrinseca – piuttosto che beni di cui uno ha il diritto di acquistare sul mercato aperto.

La Chiesa cattolica ha costantemente insegnato che la vita umana è sacra perché, fin dal momento del concepimento, coinvolge l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in un rapporto speciale con il Creatore, che è il suo unico fine. Nessuno dovrebbe giocare a fare Dio e produrre esseri umani nei centri riproduttivi, sfruttando donne svantaggiate. Nel 1987, San Giovanni Paolo II ha approvato l’Istruzione sul rispetto della vita umana nella sua origine e sulla dignità della procreazione, che parla specificamente della maternità surrogata:

La maternità sostitutiva (surrogata, ndr) rappresenta una mancanza oggettiva di fronte agli obblighi dell’amore materno, della fedeltà coniugale e della maternità responsabile; offende la dignità e il diritto del figlio ad essere concepito, portato in grembo, messo al mondo ed educato dai propri genitori; essa instaura, a detrimento delle famiglie, una divisione fra gli elementi fisici, psichici e morali che le costituiscono.

Santa Madre Teresa, che ha trascorso tutta la sua vita in missione al servizio dei più poveri tra i poveri dell’India, potrebbe offrire una soluzione alla maternità surrogata come ha fatto per l’aborto: “Vi dirò qualcosa di bello. Stiamo combattendo l’aborto tramite l’adozione, la cura della madre e l’adozione del suo bambino. Abbiamo salvato migliaia di vite”. Forse lo stesso potrebbe valere per la maternità surrogata – possiamo combattere il disordine della maternità surrogata riscoprendo l’adozione.

 




Card. Sarah: I pastori della Chiesa, nel loro desiderio di essere “buoni cittadini”, hanno troppo spesso perso di vista la loro missione più importante.

Un editoriale del giornalista scrittore Phil Lawler pubblicato su Catholic Culture. Di esso prendo ampi stralci. Eccoli nella mia traduzione. 

Pastore, pecore, gregge

Il mio amico e collega Jeff Mirus ci avverte che non dobbiamo affrettarci a giudicare i pastori della nostra Chiesa; non dobbiamo giungere alla prematura conclusione che essi si inchinano alle autorità civili limitando il ministero pastorale durante l’attuale epidemia. Ha ragione, naturalmente, e riconosco in me stesso una forte tendenza a un giudizio avventato: una tendenza che devo controllare.

Tuttavia non posso sfuggire alla conclusione che i devoti cattolici hanno buoni motivi per sospettare che in questa crisi i loro pastori si siano preoccupati più delle conseguenze politiche delle loro azioni che delle ricadute pastorali. 

Molto spesso, le restrizioni annunciate dai leader della Chiesa hanno coinciso esattamente, punto per punto, con i regolamenti emanati dalle autorità civili. A Roma, la polizia ha chiuso l’accesso a piazza San Pietro (che è di loro competenza), e poi poche ore dopo il Vaticano ha annunciato la chiusura della basilica di San Pietro (che è sotto il controllo vaticano). È stata una coincidenza? Lo stesso schema è stato evidente in tutto il mondo: I leader della Chiesa hanno chiuso le chiese non appena i funzionari pubblici hanno imposto regole di emergenza.

(…)

Non potevamo tenere aperte le chiese, ci è stato detto, perché la Chiesa cattolica è una chiesa pro-vita, e non dobbiamo mai fare nulla che possa mettere in pericolo la vita di coloro che vengono a pregare con noi. Questa logica è valida, per quanto riguarda il suo funzionamento. Ma non si spinge abbastanza lontano.

La Chiesa cattolica non si occupa di salvare vite umane, ma di salvare anime. Così, durante un’epidemia, mentre i leader civili hanno giustamente in mente la salute fisica della gente, i leader della Chiesa dovrebbero essere più attenti al benessere spirituale della loro gente. Per quanto sia importante preoccuparsi della salute dei parrocchiani, i pastori non dovrebbero mai fare nulla che metta in pericolo le anime di coloro che venerano con noi.

Solo raramente le esigenze della salute fisica entrano in conflitto con quelle del benessere spirituale. Ma un tale conflitto è sorto in queste ultime settimane. Pastori diversi hanno risolto questo conflitto in modi diversi, e non intendo mettere in discussione i loro giudizi. Ma troppi pastori, invece di prendere le loro decisioni, le hanno delegate interamente alle autorità secolari. E questa è una scelta che metto in discussione.

(…)

In un articolo pubblicato da Le Figaro, il cardinale Robert Sarah fa un’osservazione, esprimendo la preoccupazione che i pastori della Chiesa, nel loro desiderio di essere “buoni cittadini”, abbiano troppo spesso perso di vista la loro missione più importante. Sì, la Chiesa lavora per il bene della società in generale, e offre la sua guida sulle questioni temporali, come si addice (secondo le parole di papa Paolo VI) a un “esperto di umanità”. “Ma a poco a poco i cristiani sono arrivati a dimenticare il motivo di questa competenza”, osserva il cardinale.

La Chiesa cattolica può offrire consigli ai responsabili civili, alla ricerca del bene comune, perché la Chiesa sa di cosa ha bisogno l’umanità per trovare la vera e duratura felicità. Ma le guide civiche non possono restituire il favore; non possono offrire lo stesso tipo di guida alla Chiesa, perché il mondo laico non comprende la missione di salvezza della Chiesa. La Chiesa comprende il mondo; il mondo non comprende la Chiesa.

Quindi la Chiesa non può, anzi non deve accettare la presunzione che lo Stato sappia cosa è bene per la Chiesa. Il compito dello Stato è quello di sapere cosa è bene per il benessere temporale dei cittadini in generale. Quando le leggi dello Stato sono concepite per questo scopo ed equamente applicate, la Chiesa fa bene ad obbedirle. Per esempio, le chiese parrocchiali dovrebbero rispettare le norme locali di sicurezza antincendio. Ma quando lo Stato decide arbitrariamente che le funzioni religiose non sono attività essenziali, la Chiesa non può e non deve acconsentire. Il culto è essenziale. La Chiesa lo sa perché è “esperta di umanità” e perché conosce il Primo Comandamento. Accettare la designazione come “non essenziale” significa negare la giusta autorità della Chiesa di Cristo.

Quando i funzionari civili emettono ordini su ciò che è buono per la salute pubblica, i vescovi cattolici dovrebbero ascoltare, perché i funzionari civili hanno la giusta autorità per far rispettare le regole di salute pubblica. Un vescovo prudente, infatti, normalmente presterebbe attenzione a queste regole anche se personalmente le ritiene sbagliate, perché il vescovo non è un esperto nel campo della sanità pubblica. Ma se e quando le regole violano le prerogative della Chiesa – se compromettono la missione evangelica – allora il vescovo deve fare obiezione, e protestare, e se necessario sfidare l’autorità civile. E così dobbiamo fare anche noi.

 




Il nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze, anche di libertà, dovranno essere sacrificate.

Rilancio un pezzo dell’intelletuale Giorgio Agamben che ha pubblicato su Quodlibet come spunto alla riflessione sulle libertà che tanto ci sta appassionando questi giorni.

 

Giorgio Agamben, intellettuale

Giorgio Agamben, intellettuale

 

Ciò che colpisce nelle reazioni ai dispositivi di eccezione che sono stati messi in atto nel nostro paese (e non soltanto in questo) è l’incapacità di osservarli al di là del contesto immediato in cui sembrano operare. Rari sono coloro che provano invece, come pure una seria analisi politica imporrebbe di fare, a interpretarli come sintomi e segni di un esperimento più ampio, in cui è in gioco un nuovo paradigma di governo degli uomini e delle cose. Già in un libro pubblicato sette anni fa, che vale ora la pena di rileggere attentamente (Tempêtes microbiennes, Gallimard 2013), Patrick Zylberman aveva descritto il processo attraverso il quale la sicurezza sanitaria, finallora rimasta ai margini dei calcoli politici, stava diventando parte essenziale delle strategie politiche statuali e internazionali. In questione è nulla di meno che la creazione di una sorta di “terrore sanitario” come strumento per governare quello che veniva definito come il worst case scenario, lo scenario del caso peggiore. È secondo questa logica del peggio che già nel 2005 l’organizzazione mondiale della salute aveva annunciato da “due a 150 milioni di morti per l’influenza aviaria in arrivo”, suggerendo una strategia politica che gli stati allora non erano ancora preparati ad accogliere. Zylberman mostra che il dispositivo che si suggeriva si articolava in tre punti: 1) costruzione, sulla base di un rischio possibile, di uno scenario fittizio, in cui i dati vengono presentati in modo da favorire comportamenti che permettono di governare una situazione estrema; 2) adozione della logica del peggio come regime di razionalità politica; 3) l’organizzazione integrale del corpo dei cittadini in modo da rafforzare al massimo l’adesione alle istituzioni di governo, producendo una sorta di civismo superlativo in cui gli obblighi imposti vengono presentati come prove di altruismo e il cittadino non ha più un diritto alla salute (health safety), ma diventa giuridicamente obbligato alla salute (biosecurity).

Quello che Zylberman descriveva nel 2013 si è oggi puntualmente verificato. È evidente che, al di là della situazione di emergenza legata a un certo virus che potrà in futuro lasciar posto ad un altro, in questione è il disegno di un paradigma di governo la cui efficacia supera di gran lunga quella di tutte le forme di governo che la storia politica dell’occidente abbia finora conosciuto. Se già, nel progressivo decadere delle ideologie e delle fedi politiche, le ragioni di sicurezza avevano permesso di far accettare dai cittadini limitazioni delle libertà che non erano prima disposti ad accettare, la biosicurezza si è dimostrata capace di presentare l’assoluta cessazione di ogni attività politica e di ogni rapporto sociale come la massima forma di partecipazione civica. Si è così potuto assistere al paradosso di organizzazioni di sinistra, tradizionalmente abituate a rivendicare diritti e denunciare violazioni della costituzione, accettare senza riserve limitazioni delle libertà decise con decreti ministeriali privi di ogni legalità e che nemmeno il fascismo aveva mai sognato di poter imporre.È evidente – e le stesse autorità di governo non cessano di ricordarcelo – che il cosiddetto “distanziamento sociale” diventerà il modello della politica che ci aspetta e che (come i rappresentati di una cosiddetta task force, i cui membri si trovano in palese conflitto di interesse con la funzione che dovrebbero esercitare, hanno annunciato) si approfitterà di questo distanziamento per sostituire ovunque i dispositivi tecnologici digitali ai rapporti umani nella loro fisicità, divenuti come tali sospetti di contagio (contagio politico, s’intende). Le lezioni universitarie, come il MIUR ha già raccomandato, si faranno dall’anno prossimo stabilmente on line, non ci si riconoscerà più guardandosi nel volto, che potrà essere coperto da una maschera sanitaria, ma attraverso dispositivi digitali che riconosceranno dati biologici obbligatoriamente prelevati e ogni “assembramento”, che sia fatto per motivi politici o semplicemente di amicizia, continuerà a essere vietato.

In questione è un’intera concezione dei destini della società umana in una prospettiva che per molti aspetti sembra aver assunto dalle religioni ormai al loro tramonto l’idea apocalittica di una fine del mondo. Dopo che la politica era stata sostituita dall’economia, ora anche questa per poter governare dovrà essere integrata con il nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi se una tale società potrà ancora definirsi umana o se la perdita dei rapporti sensibili, del volto, dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una sicurezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia.

 




Guanti monouso per la distribuzione della Comunione

Un mio amico, riflettendo sulle norme igieniche dettate dal protocollo a presidio della distribuzione della Comunione, mi ha inviato le seguenti considerazioni che a me paiono piuttosto ragionevoli e sensate. Le condivido con i lettori di questo blog.

 

guanti monouso

 

di Un amico

 

Fra le incongruenze delle disposizioni igienico-sanitarie, che a partire dal 18 maggio dovranno essere applicate durante la celebrazione della S. Messa con fedeli, ce n’è una in particolare palesemente assurda. Già qualcuno ha attirato l’attenzione su questo aspetto. Lo facciamo di nuovo per essere ancora più precisi e per suggerire ai vescovi e ai preti, che si troveranno a dover applicare queste indicazioni, di far prevalere la semplice intelligenza alla “fede nella pseudo-scienza”.

Si prescrive dunque:

La distribuzione della Comunione avvenga dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso”.

In questo “capolavoro” di sapienza igienico-sanitaria, troviamo diverse incoerenze macroscopiche. La prima: si parla di “guanti monouso”. L’aggettivo indica che, usati una volta, dovrebbero essere sostituiti. Ma in questo caso “una volta” cosa significa? Se lo scopo è quello di non trasmettere il contagio dovremmo dire: cambiateli ad ogni fedele che riceve la comunione. Altrimenti non si tratta più di guanti monouso, ma pluriuso. Se vengono 50 o 60 persone a fare la comunione, il guanto monouso che si presume protegga da possibili contagi – il ché è tutto da dimostrare, come si vedrà – andrebbe sostituito ogni volta. Se è “monouso”, appunto! Se poi non è monouso, allora si eviti la parola e se ne usi un’altra. Per esempio “guanti al lattice” o altro.

E qui veniamo al secondo aspetto, il più incredibile. I guanti monouso non vanno confusi con i guanti sterili. Questi ultimi sono contenuti in genere in buste sigillate di plastica trasparente, dopo che sono stati opportunamente sterilizzati con metodiche collaudate. Come si fa anche con i ferri chirurgici. I guanti sterili servono non a proteggere l’operatore, ma a non infettare il paziente o colui verso il quale viene condotta una qualunque operazione che richieda sterilità.

I guanti monouso, al contrario, sono dei comuni guanti contenuti in pacchetti di cartone sottile non sigillati, che prendono aria da varie fessure e al cui interno possono essere presenti vari tipi di microbi o anche semplicemente polvere. Il modo di trattare questi pacchetti di guanti è molto disinvolto. Prima di arrivare all’utente possono essere passati da vari ambienti, da mezzi di trasporto più o meno sporchi e da varie mani più o meno pulite e aver inglobato al loro interno diversi “ospiti” microscopici. Anche il modo, non sempre semplice, con cui si estraggono dalla scatola “tirandoli” non è certo garanzia di sterilità. Essi, infatti, non servono a proteggere da infezioni il paziente o la persona su cui eventualmente si svolge una qualche operazione con le mani, ma serve semmai a proteggere l’operatore dallo sporcarsi o dal venire direttamente a contatto con oggetti o persone igienicamente non affidabili. Sono i guanti che usano anche gli addetti alle pulizie, per intendersi, o una donna di casa che vuol pulire i carciofi senza macchiarsi le mani. La loro funzione non è diversa dai guanti di gomma che qualche volta si usano quando si lavano le stoviglie. Non proteggono le stoviglie, ma le mani di chi lava.

Se questa è la loro effettiva funzione, allora i guanti monouso proteggono non i fedeli (anzi, semmai il contrario, visto che sono meno puliti delle mani igienizzate) ma le mani del celebrante. Ma se questo fosse il timore, non sarebbe meglio allora fare a meno dei guanti e alla fine della distribuzione lavarsi o igienizzarsi di nuovo le mani? Il ché dovrebbe essere comunque fatto, dopo essersi tolti i guanti monouso, come chiunque ben sa, per via se non altro del sudore che essi producono.

L’aspetto più ridicolo della prescrizioni in esame è che si raccomanda al celebrante di igienizzarsi prima le mani (per esempio con soluzione disinfettante) e poi di infilarsi questi guanti, che non hanno, come già detto, nessuna garanzia di igiene e di cui non si dice che devono essere igienizzati. Insomma, il celebrante dopo essersi ben igienizzate le mani se le deve di nuovo sporcare toccando e indossando questi guanti, la cui carica microbica è imponderabile, per poi dare l’ostia ai fedeli. Come dire: prima mi lavo le mani ben bene, poi mi metto i guanti monouso per poi mettermi a tavola a mangiare. Ecco, proprio questi guanti monouso, che monouso non sono, vengono fatti indossare per distribuire la comunione dopo che si sono igienizzati… non i guanti, ma le mani che devono essere coperte dai guanti, i quali non sono per nulla puliti, ma solo “non usati”. Una bella differenza.

Morale della favola: oltre a non dare disposizioni illogiche e insensate è altrettanto importante, prima di metterle in pratica, verificare la loro pertinenza. Altrimenti si rischia di obbedire ciecamente a qualunque cosa ci venga detta da qualunque persona che disponga su qualunque argomento. E questo non fa bene alla salute!




Brague: “Per la nostra civiltà, non ho molta speranza. Ma solo la Speranza cristiana può salvarci”

Rémi Brague è un docente e filosofo francese, professore emerito di Filosofia medievale e araba presso l’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. E’ stato inoltre professore invitato presso numerosi atenei, tra cui la Pennsylvania State University, la Boston University, il Boston College, l’Universidad de Navarra di Pamplona e l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. L’undici aprile scorso ha rilasciato una intervista a Eugénie Bastié, per Le Figaro. L’intervista è stata tradotta in italianao da Mauro Zanon e pubblicata a cura di Giulio Meotti su Il Foglio

 

RÈmi Brague, filosofo

RÈmi Brague, filosofo

 

Le Figaro – Una delle lezioni di questa crisi, è che il regno dell’economia si è bloccato per lasciare posto alla cura dei più vulnerabili. Non è forse il segno che, nonostante tutto, siamo ancora cattolici?

 Rémi Brague – Che siamo caratterizzati da una cultura cristiana è assolutamente evidente, anche per coloro che se ne dispiacciono. Gli induisti, quando credono ancora alla reincarnazione, pensano che ogni male sia meritato, che sia una punizione per gli errori commessi in una vita precedente, e che sia un modo per espiare le proprie colpe. Madre Teresa, che cercava di alleviare le sofferenze dei moribondi, era estremamente malvista dagli induisti delle caste alte. Per questi ultimi, Madre Teresa privava gli sventurati della possibilità di una migliore incarnazione nella vita successiva. Ritenere che le vittime debbano essere soccorse, chiunque esse siano, e a prescindere, in particolare, da quale sia la loro religione, la loro utilità sociale, la loro età, semplicemente perché queste persone sono “il mio prossimo”, è un credo di origine cristiana. Questo credo viene messo in luce fin dalla parabola del “buon samaritano”.

 

Per lottare contro la diffusione del virus, sono stati sospesi tutti i riti per i credenti. Questa sospensione della comunione e la virtualizzazione dei nostri riti (messe televisive) non ci fanno forse capire qual è il vero valore delle chiese?

Viviamo in un mondo dove il virtuale ha sostituto il reale. Ciò vale in tutti gli ambiti. C’era un’eccezione, che era appunto rappresentata dai riti religiosi. Non perché riguarderebbero la dimensione eterea della nostra esperienza, lo “spirito”, come viene detto erroneamente in maniera ahimè troppo diffusa. Ma proprio perché, al contrario, riguardano il corpo. La messa è un pasto, e non si può mangiare a distanza. Le chiese sono dei refettori, delle mense popolari o dei Restos du (sacré-)coeur (la rete di associazioni francesi nate nel 1985 da un’iniziativa dell’attore comico Coluche per la distribuzione di pasti a persone bisognose o in difficoltà, ndr) dove tutti vengono accolti senza controlli all’ingresso. Certo, il cibo che viene offerto a messa non è un cibo qualsiasi. E certo, l’obiettivo finale dei sacramenti non è quello di ricordarci che abbiamo un corpo. Ma forse potrebbero anche aiutarci a ricordarcelo. Perché associano indissolubilmente l’Altissimo a ciò che c’è di più umile, di più elementare nella nostra condizione: nutrirci, riprodurci (anche il matrimonio è un sacramento), morire. Questa alleanza paradossale conferisce alla nostra povera e fragile specie una dignità fuori dal comune.

 

I funerali sono stati ridotti al minimo indispensabile. Cosa pensa di questa sospensione inedita delle “leggi non scritte” che fondano la civiltà?

Ciò su cui si fonda la civiltà, ossia ciò che costituisce l’umanità stessa degli esseri umani, sta in un piccolo numero di regole. Tuttavia, ciò che W. R. Gibbons chiama la “nostra bella civiltà occidentale” sembra essersi dedicata al nobile compito di distruggerle. Anzitutto, le discredita chiamandole “tabù”. Che bella parola! Quanto è utile! Da quando il capitano Cook l’ha portata con sé da Tahiti, permette di mettere nello stesso sacco i più alti imperativi morali e le più futili routine, l’omicidio e il fatto di indossare la cravatta di un college di cui non si è stati fellow, la bestialità e l’abbottonarsi l’ultimo bottone del gilet… Fra queste regole di base, ce n’è una che concerne i riti funebri. Il celebre passaggio dell’Antigone dove Sofocle fa apparire la nozione di “legge non scritta” riguarda appunto gli onori da tributare a un corpo, anche se è quello di un ribelle. In breve, non si può trattare il cadavere di un caro scomparso come qualsiasi altra cosa. Lo si seppellisce, lo si imbalsama prima di metterlo in un sarcofago, lo si brucia in un falò, lo si abbandona ai rapaci in cima a una torre, o la sua famiglia lo divora in un pasto solenne, poco importa in che modo. Ma non lo si tratta come un oggetto fra gli altri, da buttare in una discarica. Fra le celebri ultime parole, sono note quelle dell’ecologista sul suo letto di morte: “Me ne frego, sono biodegradabile”. I paleontologi sottolineano l’estrema importanza della presenza nelle tombe preistoriche, a partire dal 300.000 anni prima della nostra era, dei pollini fossili. I nostri lontani antenati deponevano i fiori sui cadaveri. Non sapremo mai quali erano le loro inte   nzioni. Ma comunque, avevano per i cadaveri una sorta di rispetto. Lo stiamo perdendo.

 

Quale messaggio può trasmettere la resurrezione in questi tempi tragici? Quali speranze (nel testo originale, è “espérance”, nel senso cristiano del termine, e non “espoir”, ndr) esprimete per la nostra civiltà alla fine di queste crisi?

 Per la nostra civiltà, non ho molta speranza. Ma lei ha ragione a parlare di speranza nel senso cristiano del termine. Solo essa può salvarci. E’ una delle tre virtù dette “teologali”, assieme alla fede e alla carità. Queste virtù hanno la peculiarità di non essere eccessive. Fatto che le distingue dalle altre virtù, dove l’eccesso dell’una ostacola l’esercizio delle altre. Per esempio, un’eccessiva prudenza può farci dimenticare il dovere di prestare soccorso al nostro prossimo. In compenso, non si può credere troppo, amare troppo, sperare troppo. Lo scopo ultimo di queste virtù è in realtà infinito: Dio che, con la purezza della carità, ci prepara “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo” (Prima lettera ai Corinzi). Concretamente, come si dice, è lecito sperare – conclude Rémi Brague – questa volta da un’attesa tutta umana, in una piccola presa di coscienza dei limiti della nostra condizione, della “nostra portata”, come diceva Pascal.

  

 




Scuola e coronavirus: Dentro e oltre la didattica a distanza

Didattica a distanza

 

 

di Pietro Gargiulo

 

Tentiamo un minimo di scandaglio ad una profondità maggiore rispetto alle pur necessarie considerazioni sul “come e quanto fare la didattica a distanza”. Spunti per un dialogo e, per chi vorrà, un lavoro per guardare dentro e oltre l’attuale emergenza.

La pandemia ha messo una lente di ingrandimento sulla scuola. Portando la scuola nelle abitazioni private l’ha resa pubblica come non mai. I docenti sono entrati nelle famiglie degli studenti e viceversa. Con effetti a volte comici. Tutto, positività e limiti, è stato amplificato, fino a rendere necessario fare qualche passo indietro per vedere il quadro che si sta delineando.

In un certo senso la stessa Dad sta preparando un mercato. Un’altra e più pervasiva rivoluzione informatica è alle porte. Ciò che la fantascienza ha preannunciato si sta realizzando, a partire dalla scuola. Oggi la Dad si concretizza attraverso reti, piattaforme e capacità ancora molto limitate. Proviamo solo ad immaginare, con il prossimo salto tecnologico del 5G, la pressione che verrà esercitata su tutti noi per “scaricare e condividere”. In particolare, gli studenti potranno interagire con un mondo di conoscenza, attraverso modalità “immersive” e di “realtà aumentata”.

Sembra così realizzarsi l’ideale illuminista dell’enciclopedia. Che il sapere sia catalogabile, rintracciabile, liberamente attingibile da chiunque, in qualunque momento tramite la rete. Nei paesi poveri, ipotizzano le organizzazioni internazionali, in una sola generazione si potrebbe colmare il vuoto di istruzione endemico, che anni di campagne hanno appena scalfito.

Di fronte a queste possibilità alcuni avanzano l’ipotesi di universalizzare la Dad, renderla lo strumento principale, se non unico dell’istruzione: ottimizzazione dei costi, riduzione degli spostamenti, rimodulazione delle organizzazioni lavorative e degli orari.
Tralasciando qui gli aspetti contrattuali e tecnici, le resistenze di altri riguardano questioni fondamentali: educazione e istruzione non possono essere ridotte ad una comunicazione di conoscenza e, ultimamente, è risultato chiaro che sono dimensioni antropologiche, esistenziali, psicologiche della radice stessa della natura umana come natura relazionale, irriducibile a qualsiasi strumentalità. L’ideale illuminista, pure si realizzasse, sarebbe una fiaccola che brucia e non scalda.

Da dove ripartire, dunque? Primo: recuperando la distinzione fra realtà, senso e strumenti. Senza ripartire dalla realtà, senza un senso che dia valore e direzione all’agire, è quasi inevitabile cadere in una sorta di idolatria verso gli strumenti (con il suo rovescio di rifiuto assoluto e lamento querulomane).

Non ha mai smesso di essere attuale il paradosso platonico, che condanna l’alfabeto scrivendo, nel Fedro: “tu non offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”. Qualsiasi strumento, foss’anche un libro, acquista il suo valore se e nella misura in cui risulta adeguato alla realtà dalla quale trae ragion d’essere e dal senso, dallo scopo verso cui quella realtà è direzionata.

Per poter ripartire dalla realtà bisogna rimettere al centro le domande radicali: cosa siano educazione, istruzione e formazione; quali siano il senso e lo scopo per il quale educare, istruire, formare; e, finalmente, quale debba essere la coscienza con la quale scegliere e utilizzare gli strumenti, senza idolatrarli né demonizzarli.

La realtà che la pandemia ha reso evidente è che lo Stato, la politica, le norme, seguono – e non precedono – l’educare, l’istruire. Volenti o nolenti la prima e fondamentale realtà educativa è e sarà sempre la famiglia. Come nessuna madre attenderebbe un dpcm per allattare il figlio; come nessun padre attenderebbe un dpcm per insegnare al figlio come fare la barba; così madri e padri hanno cercato – e docenti ed educatori hanno offerto – e, insieme, rinsaldato l’alleanza educativa in questo momento assolutamente eccezionale.

La realtà che la politica e il sentire comune devono recuperare e reinventare è la scuola “comunità naturale” intermedia. Scuola: insieme dei rapporti sussidiari che le famiglie, gli educatori, i docenti, i dirigenti liberamente scelgono per educare e istruire le nuove generazioni. La più grande responsabilità che gli adulti hanno, sempre e comunque.

C’è un test che possiamo fare per aiutarci a pensare il rientro: quel che la scuola ha fatto e il modo con cui l’ha fatto fino al giorno della chiusura è utile per sostenere alunni e famiglie in questo momento? E’ stato come un seme che si può riprendere per aiutare noi e i ragazzi? Abbiamo avuto una modalità di rapporto, nel veicolare i contenuti, che ora ci permette, anche attraverso uno schermo, di parlare agli studenti sapendo che molti genitori sono appena fuori dall’inquadratura? Riuscivamo a mantenere la giusta distanza in presenza? Senza essere mai troppo vicini e al tempo stesso senza essere lontanissimi pur fra le stesse quattro mura? Oggi, la distanza non va né esaltata né condannata, è una condizione. Oggi, possiamo abbracciare la distanza.

Il moto della storia è dato dalla novità che porta ogni generazione. La responsabilità degli adulti è servire ciò che nasce e farlo crescere. Che spettacolo indegno dover lottare con la politica anche per le cose più ovvie, sicurezza e gessetti colorati. Qui ricordiamo solo la più urgente emergenza educativa in questi giorni surreali: non lasciare chiudere le scuole paritarie e mettere in ancor più difficoltà le statali!
I ragazzi che si collegano e partecipano tramite la Dad e, forse, anche più quelli spariti dagli schermi, stanno dicendo che hanno bisogno di essere accompagnati. Ora è il tempo propizio per ripensare in toto la scuola! Indipendentemente dagli strumenti che abbiamo e avremo a disposizione.
I ragazzi hanno bisogno che qualcuno gli ridica “sapere aude!”.
Non spingendoli a una falsa emancipazione in una solitudine “illuminata”, esito della rilettura kantiana, ma dal di dentro di un rapporto educativo fra l’amico/maestro Orazio e l’amico/discepolo Massimo. Ognuno sostituisca il proprio nome.

Da qui si può ripartire.

 

Pietro Gargiulo è dirigente scolastico e Referente di Articolo 26

 

Fonte: OrizzonteScuola.it