Il cardinale Becciu sta per essere riabilitato?

La visita privata di Papa Francesco al cardinale Angelo Becciu il Giovedì Santo ha dato il via a speculazioni sul fatto che il papa stia cercando di riabilitare il cardinale caduto in disgrazia.

Ne parla Andrea Gagliarducci nel suo articolo pubblicato su Catholic News Agency, che vi presento nella mia traduzione. 

 

 

Papa Francesco e il card. Angelo Becciu (Vatican media)
Papa Francesco e il card. Angelo Becciu (Vatican media)

 

La visita privata di Papa Francesco al cardinale Angelo Becciu il Giovedì Santo ha dato il via a speculazioni sul fatto che il papa stia cercando di riabilitare il cardinale caduto in disgrazia.

Le vere ragioni per cui Papa Francesco ha chiesto al Cardinale Becciu di dimettersi da Prefetto della Congregazione per la Causa dei Santi e di rinunciare alle sue prerogative cardinalizie alla fine dello scorso anno non sono mai state espresse formalmente dal Vaticano o da Becciu.

Tuttavia, secondo informazioni trapelate alla stampa, il cardinale Becciu è attualmente sotto inchiesta per appropriazione indebita, abuso d’ufficio, e “offesa al re” – cioè il papa – un crimine poco conosciuto che fa ancora parte del codice penale vaticano.

Si sa anche che Becciu è stato coinvolto in due casi: l’investimento della Segreteria di Stato in un’impresa immobiliare di lusso a Londra – che è stato finalizzato dal suo successore Edgar Pena Parra ed è ora al vaglio dei magistrati vaticani – e la cattiva gestione dei fondi della Segreteria di Stato, di cui la Segreteria è stata ora spogliata.

Il secondo caso riguarda una serie di trasferimenti sospetti a Cecilia Marogna, analista di intelligence e presunta mediatrice per la liberazione di cinque suore rapite in Africa.

La 39enne Marogna è stata poi incarcerata ed è divenuta oggetto di una richiesta di arresto internazionale del Vaticano. Le autorità italiane hanno poi revocato l’arresto di Marogna, con una decisione che ha criticato la Santa Sede, dicendo che l’incarcerazione aveva un “vuoto motivazionale”, cioè non c’era una ragione apparente.

Dall’inizio delle indagini legate a Becciu, nell’ottobre 2019, ci sono stati sei funzionari vaticani sospesi: due di loro – entrambi sacerdoti – sono stati rimandati nelle loro diocesi di origine; un altro non è stato rinnovato nel suo incarico; due di loro hanno ottenuto il pensionamento anticipato; uno di loro è stato trasferito a un altro ufficio, di fatto retrocesso.

Ma la visita del Giovedì Santo ha scatenato le voci di una possibile riabilitazione per Becciu, soprattutto quando l’ufficio stampa vaticano è stato lento a confermare la visita, mentre una persona vicina al cardinale Becciu ha detto che “Papa Francesco stesso” ha dato il permesso al cardinale di diffondere la notizia della visita.

In un altro bizzarro colpo di scena, il portale ufficiale Vatican News ha finalmente riportato la visita del papa a Becciu, citando “fonti del movimento dei Focolari” e sottolineando che “trattandosi di un appuntamento privato del Santo Padre, non ci sono conferme ufficiali per questa notizia”.

Tuttavia, se Papa Francesco avesse voluto riabilitare Becciu, una comunicazione chiara sulla sua visita sarebbe stata all’ordine del giorno, autorizzata dal papa stesso. Infatti, quando Becciu si è dimesso, il papa ha voluto che uscisse un Bollettino ufficiale così in fretta che Becciu ha scoperto che la notizia era stata ufficializzata solo quando è tornato a casa.

Perché, allora, papa Francesco ha fatto visita a Becciu?

È noto che Papa Francesco ama trascorrere la Messa del Giovedì Santo con i carcerati e altri gruppi emarginati. Becciu è attualmente emarginato e sotto inchiesta. Quindi, come ha detto una fonte alla CNA, “Il papa ha trattato Becciu come qualsiasi altro detenuto”.

È anche possibile che il papa abbia voluto compiere un gesto di misericordia. Le indagini sono in stallo, e gli ultimi rapporti suggeriscono che i procuratori vaticani non sono nemmeno vicini a una decisione. Il gesto sposta anche l’attenzione delle notizie dai pericoli del sistema giudiziario vaticano alla visita stessa.

Tuttavia, la visita di Papa Francesco non potrebbe in alcun modo essere in vista di una riabilitazione, ha detto alla CNA una fonte sicura del sistema giudiziario vaticano.

“La questione di Becciu è nelle mani del procuratore vaticano”, ha detto la fonte. “Ci sono due opzioni: o il papa esercita il suo potere come Autorità Suprema, interferisce con il potere giudiziario, e chiede di fermare l’indagine; o il papa farà un gesto paterno, lasciando la questione nelle mani del procuratore”.

Secondo le stesse fonti del tribunale vaticano, l’indagine su Becciu potrebbe concludersi “entro 40 giorni”, e “solo allora sapremo se ci saranno delle incriminazioni”.

Questo significa che il cardinale Becciu dovrà aspettare per un’eventuale riabilitazione.

Spogliato dei suoi doveri e dei suoi diritti come cardinale, Becciu potrebbe anche testimoniare in un tribunale italiano, probabilmente più di una volta, dato che ha fatto causa a “L’Espresso”, la rivista italiana che ha pubblicato molte delle storie più dannose contro il cardinale e la sua famiglia.

Qualunque sia stata l’intenzione del Papa di visitarlo, solo il tempo ci dirà se Becciu sarà perseguito o se riacquisterà i diritti che sono legati alla sua berretta rossa.

 

 




E’ davvero così difficile?

Da un post su Facebook del 10 aprile 2021 di Marina Terragni, giornalista, scrittrice e femminista.

 

 

E’ davvero così difficile comprendere che non è possibile che una parlamentare venga perseguita per avere detto che “solo le donne partoriscono” (sta capitando in Norvegia)?

Che è assurdo permettere a persone con corpi di uomini intatti partecipare alle competizioni sportive femminili (sta capitando in tutto il mondo)?

Che è molto pericoloso per le donne consentire a uomini che per ragioni di comodo si dichiarano donne di essere detenuti nelle carceri femminili (sta capitando in California, 270 richieste di trasferimento)?

Che uno che si percepisce donna da 15 mesi non può pretendere, come sta facendo, di entrare in un convento femminile (sta capitando in Olanda)?

E qui menzioniamo solo fatti degli ultimi giorni.

Che non si possono imbottire di ormoni bambine e bambini di 8 anni, rendendoli rachitici e infertili, solo perché mostrano comportamenti non perfettamente conformi al loro sesso, come peraltro è capitato a quasi tutte-i noi (sta capitando in tutto il mondo)?

E che non è accettabile che a Vancouver, Canada, un padre sia stato incarcerato per essersi opposto ai puberty blockers somministrati alla sua bambina? (oggi si terrà una manifestazione in solidarietà dell’uomo, già minacciata dai transattivisti).

No, non è difficile. 

Chiunque abbia buon senso lo capisce. Questa è l’identità di genere, nella sua versione non glitterata e fashion. Il fatto è che l’identità di genere sta al centro del ddl Zan, e noi vogliamo parlarne. Ma lui no. Lui si sottrae a ogni confronto.

 

 




I lockdown non risolvono la pandemia ma portano alla sistematica distruzione dell’economia del paese.

 

 

di Alberto Contri

 

Durante una recente puntata di Tg3-Linea Notte, Giovanna Botteri è sbottata con insolita veemenza, invocando una sorta di Norimberga per i responsabili dei “500 morti quotidiani a causa del Covid 19”, alludendo ai responsabili dei ritardi nella vaccinazione. Convinta, come tutto il Governo, in primis il Ministro Speranza, che il vaccino sia l’unica arma contro il virus. Ascoltando il dibattito alla Camera dopo le più che prevedibili manifestazioni contro gli effetti del lockdown, si sentiva ripetere un solo mantra: l’urgenza di accelerare la vaccinazione per poter tornare alla normalità.

Tutti, Governo e Parlamento, sono in preda al fattore CT: quello che fa affrontare i problemi dalla coda invece che dalla testa. Si dà per scontato che la chiusura di ogni attività e la vaccinazione siano l’unico modo per non mandare la gente all’ospedale.

Ebbene, con molta fatica ma con sempre maggiore evidenza sta emergendo un’altra verità: non esiste un’unica arma contro il Covid 19, ma esiste – anzi esisteva fin dall’inizio della pandemia – una cura a domicilio che praticata entro i primi tre giorni dalla manifestazione dei primi sintomi evita con assai alte percentuali di successo il ricovero in ospedale e in terapia intensiva (quando ci vai, spesso è già troppo tardi). È a base di farmaci di uso assai comune (aspirina, antiinfiammatorio, antibiotico, eparina e pure la tanto vituperata idrossiclorochina).

È più che necessario quindi farsi alcune domande.

Come mai gli organismi internazionali e nazionali hanno stabilito immediatamente che l’unica arma utile sarebbe stato un vaccino?

Come mai in Italia il Ministero della Sanità ha diffuso un protocollo che prescriveva come indicazione primaria, “paracetamolo e vigile attesa di diversi giorni”, giungendo pure a vietare l’uso dell’idrossiclorochina? Quel protocollo oggi è smentito da una assai ampia casistica riportata da una rete sempre più ampia di medici di base (es. qui) e finalmente anche da una istituzione autorevole come l’Istituto Mario Negri, che inoltre sconsiglia vivamente il paracetamolo, ritenuto in grado di favorire l’infiammazione. Il Prof. Remuzzi, direttore scientifico dell’Istituto, sostiene poi (insieme a John P. Joannidis, Stanford University, H-index 212…) che i lockdown sono soltanto dannosi e che si può fare meglio con molto meno.

Come riferisce la giornalista specializzata Serena Romano nel suo Diario della pandemia (disponibile gratuitamente in rete qui) lo studio che condannava l’idrossiclorochina, pubblicato su Lancet, è stato poi ritirato perché considerato inaffidabile (riferiva infatti di problemi causati da dosi molte volte superiori a quelle normalmente somministrate!). 

Ma il problema vero non è la clorochina: lo è una ostinazione degna di miglior causa nel chiudere le attività di ogni genere a causa dell’alto numero di contagi, ricoveri, saturazione delle terapie intensive, decessi. Numeri che sarebbero molto più bassi se i medici di base applicassero il protocollo del Mario Negri (naturalmente con la prontezza e sollecitudine consigliate) e quelli, analoghi delle diverse reti di medici che si stanno connettendo tra loro in numero sempre maggiore.

L’Aifa e illustri clinici obiettano che non ci sono ancora studi sufficienti in merito, ma francamente è una obiezione perlomeno curiosa, che non pochi giudicano viziata dall’influenza sulla comunità scientifica della lobby di Big Pharma. Perché, vista l’emergenza della pandemia, sono stati autorizzati dei vaccini creati in pochi mesi, quando per ammissione del presidente della Pfizer, il tempo minimo necessario è di almeno quattro anni? In molti affermano che ce ne vogliono almeno dieci.

Il Premio Nobel Montagnier, subito aggredito dalla solita lobby, ha dichiarato che degli effetti a lungo termine dei nuovi vaccini non si sa assolutamente nulla, mentre è pure ipotizzabile che il loro meccanismo di azione potrebbe far sviluppare dei tumori. Eppure sono stati approvati e presentati come l’unica arma possibile contro il Covid 19. Sono sotto gli occhi di tutti gli effetti collaterali anche mortali provocati dal vaccino di Astra Zeneca, ora addirittura sospeso in alcuni paesi o vietato agli under 55. La scienza ufficiale sostiene che si tratta di casi rarissimi e che i benefici superano comunque i rischi.

Dato che esistono dei metodi di cura sempre più sperimentati sul campo, perché le Istituzioni della Sanità preferiscono far correre ai cittadini dei rischi a breve e a lungo termine invece di prendere anche in considerazione l’impiego di cure che hanno dimostrato di avere una percentuale di successo superiore a quella dell’efficacia dichiarata dei vaccini? L’elenco delle reti di medici di base che applicano queste cure è molto lungo, non siamo quindi di fronte ad un solitario Di Bella, ma ad un sapere medico diffuso che la scienza ufficiale si ostina ad osteggiare. Qual è il motivo?

C’è poi un altro interrogativo che inquieta non poco.

Come mai sia i media mainstream che i social network considerano complottista chiunque osi sollevare qualche dubbio sui vaccini, o condivida video e articoli di scienziati che hanno un H-index di svariate volte più alto di quello dei membri del Cts e dei virologi nostrani più gettonati?

È inaccettabile, ad esempio, che Facebook si arroghi il diritto di cancellare post sui vaccini, o di accompagnarli con l’invito a consultare una pagina e un sito che smentisce le fake news ad opera di debunker “indipendenti” che, ad esempio, sbertucciano il dr. Vanden Bossche, (già coordinatore del programma Ebola della Bill Gates Foundation, qui), perché prima di prendersi un dottorato in virologia si era laureato in veterinaria. Perché non dice lo stesso allora di Ilaria Capua, anche lei veterinaria, che inoltre non ha la stessa esperienza sul campo di Vanden Bossche?

Dando poi un’occhiata alla voce about del sito in questione, qui, si scopre che vive dei grant di Facebook, Google, oltre che di un paio di due note società che ottimizzano la pubblicità digitale (MGID inc. e ADsupply).  Ce n’è abbastanza per dire: Honni soit qui mal y pense

Meglio lasciar perdere poi i dubbi sulle origini del virus, vista la sceneggiata delle ispezioni a Wuhan i cui risultati non sono stati digeriti nemmeno dal direttore dell’OMS, notoriamente filo-cinese.  Meglio lasciar perdere i dubbi avanzati da autorevoli ricercatori sulla possibile sintesi in laboratorio del virus, e anche quelli di una sua eventuale diffusione dolosa. Meglio lasciar perdere gli intrecci tra il più ricco Fondo di Investimento del mondo (Black Rock) e le aziende produttrici di vaccini, anche se riportati dal Sole 24 Ore. Possiamo lasciar perdere tutto, nel momento di una grande emergenza, per non essere arruolati tra i pericolosi no-vax.

Ma non possiamo accettare che il Governo affronti il problema della pandemia dalla coda invece che dalla testa, procedendo nella sistematica distruzione dell’economia del paese “finchè i numeri dei ricoveri e dei morti non diminuirà”, numeri che potrebbero essere molto ma molto più bassi se, insieme alla vaccinazione, si consigliassero le cure che hanno dimostrato sul campo di guarire i pazienti a casa. L’emergenza impedisce di validarle con studi di lungo periodo: ma è proprio quello che è stato fatto per i vaccini. Perché allora due pesi e due misure?

Giovanna Botteri adesso sa chi sono i responsabili: coloro che hanno ostinatamente ignorato le opportunità delle cure domiciliari precoci, e hanno diffuso protocolli sbagliati, consigliando addirittura un farmaco dannoso. E sulla base del fattore CT hanno affollato gli ospedali e le terapie intensive, mandando inoltre in rovina l’Italia.

 

 

 

 




Hans Küng e l’infallibilità dello spirito del mondo

Hans-Kung
Hans Küng, teologo

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Lui è diventato famoso per la critica alla infallibilità del Papa. E molto altro, che può essere sintetizzato in tre nuclei teologici ormai noti: l’ambito morale (famiglia e eutanasia); l’ambito ecclesiologico (forme alternative di sacerdozio e democratizzazione storicistica di qualsiasi dogma); l’ambito teologico (la revisione della divinità di Gesù e il più assoluto sincretismo evolutivo).

Ma – io ritengo e propongo a discussione – faremmo un cattivo uso della sua eredità, se ci limitassimo a denunciarne i punti di esplicita rottura con il Credo cattolico. Dobbiamo invece cogliere l’occasione per risalire, ancora una volta, alla matrice teologica che ha reso possibile Hans Küng e tutto ciò che lui ha creduto e come e dove questo viene valorizzato e/o attuato, oggi.

Certo proprio sull’aspetto sociologico e storico, così caro al suo modernismo indeterminato, potremmo già far notare una pia curiosità: fino a quando si trattava di criticare gli aspetti o le encicliche o le resistenze “conservatrici” dei vari pontefici, tutto era permesso. Anche la pastorale della disobbedienza pratica. Ora, però, quelle stesse posizioni sono divenute minoritarie, per quanto poi – come si addice alla Provvidenza – la drammatica situazione attuale pare aver destano non poche coscienze a riscoprire provvidenzialmente la piena ortodossia. E si è giunti a rendere addirittura omaggio pubblico alla speculazione teologica di Küng. E questa sorta di “Cristianesimo alternativo o sui generis” (il termine progressismo non rende bene l’idea) – persino nelle sue forme più radicali, se non apostate della dottrina cattolica di sempre – è stato assunto a dogma assoluto e infallibile esso stesso.

Ora c’è solo il silenzio per chi osa soltanto esprimere dubbi o perplessità.

Ora viene chiesta l’uniformità indistinta persino sui social. 

Cosa sarebbe accaduto se la stessa misura fosse stata assunta per le posizioni morali di Giovanni Paolo II o quelle liturgiche di Benedetto XVI?

O “peggio ancora” quando si sollevavano dubbi (e si continua a fare) sulla possibilità di applicare l’ermeneutica della continuità, in alcuni passaggi controversi dei documenti conciliari?!

Perché qualsiasi dogma cattolico può essere revisionato e de-mitologizzato (come piace dire in certi accademici corridoi) tranne ciò che è accaduto nel secondo Novecento e poi ancora negli ultimi anni?!

Tuttavia non possiamo limitarci ad una analisi sociologica, né ridurre tutto a “questioni di partito”: in campo c’è la fedeltà al Vangelo e a ciò che Cristo ha depositato perché venisse nei millenni custodito. Cristo è la misura. Non certo l’uomo. Con buona pace dei sofisti greci e dei teologi tedeschi (e non solo tedeschi). C’è poco da aggiungere a riguardo se alcuni teologi contraddicono chiaramente la stessa teologia di Dio, perché pare ne sappiamo più di Cristo quanto a peccato, inferno, Sacrificio di espiazione, Giudizio, matrimonio, sacerdozio, ecc.

 

Ma dobbiamo fare uno sforzo maggiore.

Hans Küng è un teologo che ha operato secondo tre principi, tre assiomi coerenti e complementari: l’idea cabalistica di Dio come Indeterminazione assoluta (già analizzata qui); il misconoscimento della Trinità, l’identificazione di Dio con l’immanenza progressiva ed evolutiva del processo storico dell’umanità, dentro cui assorbire la stessa storia della Chiesa.

In virtù del primo assioma può legittimare ogni forma di sincretismo; in virtù del secondo assioma, può relegare a mito qualsiasi aspetto teologico che si riferisce a Cristo, in quanto Incarnazione del Logos; in quanto Sacrificio espiatorio per il peccato di Adamo, in quanto unica Verità e unica via per il Padre; in virtù del terzo assioma può legittimare ogni forma di revisione/evoluzione di qualsiasi dogma o istituzione o dottrina, fosse anche esplicitamente contenuta nel Vangelo, perché il Vangelo stesso è da intendersi come momento speculativo di Dio, nel Suo processo storico di auto-rivelazione razionale e dialettica.

Hans Küng è un “teologo cattolico” (si fa per dire) che è stato in grado di scrivere che: «credere in Dio Padre, secondo il Nuovo Testamento, significa credere nell’unico Dio: questa fede nell’unico Dio è comune al giudaismo, al cristianesimo e all’islamismo. […]. Credere nel Figlio significa credere alla rivelazione dell’unico Dio nell’uomo Gesù di Nazareth. […]. Credere nello Spirito Santo significa credere nella potenza e nella forza di Dio operanti nell’uomo e nel mondo»[1]. L’Incarnazione altro non sarebbe che la predicazione e l’opera di Gesù in tutta la sua esistenza, come manifestazione della volontà di Dio. Dio stesso, in un connubio tra oriente e occidente, è «vuoto», nel senso di indicibile, ed è, nel senso di «nascosto mistero dell’essere: non un super essere, ma il misterioso unificatore presente in ogni ente, l’essere stesso come fondamento, centro e fine di ogni ente e di tutto l’essere: immanente e insieme trascendente rispetto a ogni cosa»[2].

Ora, che cosa significa misterioso unificatore presente in ogni ente? L’essere formale di ogni ente? Se così fosse Küng condividerebbe in ultima battuta una visione panteista. Però si potrebbe obiettare che definisce Dio nella doppia valenza di immanente e trascendente. A parte che è sufficiente studiare la differenza ontologica spiegata da Tommaso d’Aquino per capire la differenza tra Dio che è l’essere per essenza e gli enti che hanno l’essere per partecipazione, senza che questo implichi la considerazione panteista o la considerazione dell’essere di Dio come un genere sommo. Lo stesso Aristotele negava che l’essere sia un genere. Detto ciò, il riferimento più vicino a Küng sembra essere Giordano Bruno – che almeno ebbe il pudore di morire anti-cattolico, piuttosto che pretendere di insegnare teologia cattolica – quando distingue Dio come Mens super omnia e come Mens insista omnibus. E Giordano Bruno è un convinto ilozoista, fermo assertore del vitalismo della materia divina.

Hans Küng, allora, non è “semplicemente” un teologo d’opposizione o il teologo ribelle, o il teorico del Vaticano III, e ancora e ancora. Con buona pace di Mons. Forte (vedi qui), non ha offerto nessuno “stimolo costruttivo” alla Chiesa cattolica, semmai demolitorio, compresa la sua versione e interpretazione e manipolazione dello stesso Vaticano II. Anzi, interpretando la storia della Chiesa e l’azione dello Spirito Santo secondo una lente hegeliana, non si muove neppure più sul campo della eresia, quanto su quella della apostasia più esplicita del Cristianesimo in quanto tale. Persino il luterano Kierkegaard intuiva questa contraddizione, contro Hegel e contro la Chiesa danese del suo tempo che aveva assunto le posizioni della cosiddetta “Destra hegeliana”, cioè aveva assunto la teologia hegeliana a baluardo della teologia cristiana (qui per approfondire specificatamente).

È infatti Hegel – come avevamo modo di chiarire in un articolo (qui) a lui dedicato per il bicentenario dalla nascita – il vero creatore del concetto teologico di Dio come Indeterminazione illimitata di volontà che diviene e si rivela razionalmente nel mondo, in cui bene e male coincidono, quanto essere e nulla. È il vero creatore del concetto attuale di “momento ateo di Dio”, con cui intende il simbolo della Croce come il momento della auto-alienazione di Sé, da parte di Dio che ancora non si conosce come Spirito e Ragione del mondo. È il vero creatore della identificazione dello “Spirito di Dio” con lo “spirito del mondo”, rispetto a cui qualsiasi contraddizione, qualsiasi religione, qualsiasi cultura, qualsiasi credo, qualsiasi istituzione, sono raccolti ad Unità e Sintesi dialettica, nella immanenza assoluta della storia.

Contro questa pseudo-teologia, abbiamo il dovere di distinguere lo spirito del mondo come spirito dell’Anticristo, contro cui agisce – proprio in nome del Figlio – lo Spirito Santo. Ovvero, la Terza Persona della Trinità, che “consola” i cristiani fedeli e giudica il principe di questo mondo in quanto tale, e giudica il mondo proprio, nel rifiuto della divinità del Figlio (cfr. Gv 14).

 

 

[1] H. Küng (e altri), Cristianesimo e religioni universali, trad.it. G. Moretto, Arnoldo Mondadori, Milano 1986, p. 150.

[2] Ibidem, p. 468.

 




I “nuovi diritti” passano dal ‘globalismo giudiziario’: ancora su Sezioni Unite e adozioni omogenitoriali.

Rilanciamo un articolo di Renato Veneruso sul tema delle adozioni omogenitoriali ripreso dal sito del Centro Studi Livatino.

 

 

Torniamo sulla recente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione per sottolineare il superamento, che essa realizza, perfino dei vincoli posti della Costituzione italiana, facendo discendere l’affermazione ideologica dell’adozione same sex da un ordine pubblico internazionale, esito dello shopping giudiziario fra orientamenti giurisprudenziali e norme di altri Stati.


Dopo il primo sintetico commento (qui), è il caso di tornare sulla sentenza delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione n. 9006/2021, depositata il 31 marzo, in materia di riconoscimento in Italia dell’adozione internazionale da parte di una coppia omogenitoriale, pur se formalmente qualificata come di riconoscimento di provvedimento di adozione di un’autorità straniera.

Riprenderemo, a partire da oggi, singoli passaggi della pronuncia perché essa appare un evidente esempio di scardinamento della gerarchia delle fonti, per la prevalenza del ius receptum di fonte giurisprudenziale rispetto alla norma positiva, e quanto alla gerarchia interna all’ordinamento costituzionale rispetto alle fonti di diritto internazionale. In particolare, il punto nel quale la sentenza affronta il tema del rapporto fra ordinamento pubblico internazionale e Costituzione rappresenta un vulnus al sistema delle fonti, sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo.

Si è già avuto modo di censurare, a commento della sentenza del 5 maggio 2020 di Karlsruhe sul QE–Quantitative Easing (qui), l’automatica prevalenza dell’ordinamento costituzionale europeo su quello domestico, indotta dalla acritica interpretazione estensiva dell’art. 11 Cost., che la nostra giurisprudenza consente all’opposto di quello che fa, invece, appunto il giudice costituzionale tedesco.

La tendenziale interpretazione della norma costituzionale da parte degli interpreti italiani è infatti nel senso di ritenere automatica la prevalenza della normativa di derivazione comunitaria, a prescindere dalla sua conformità o meno ai controlimiti rappresentati dai princìpi fondamentali dell’assetto costituzionale e dei diritti inalienabili della persona umana, che pure la giurisprudenza costituzionale ha riaffermato, con chiarezza almeno a far data dalla sentenza nel caso Taricco (qui)

Lo stesso Ministro della Giustizia, prof.ssa Marta Cartabia, presidente emerita della Corte Costituzionale, ha avuto modo di affermare che l’art. 4 TUE, richiamato dalla Corte costituzionale tedesca per vincolare la UE al rispetto della “identità costituzionale degli stati membri”, condiziona l’applicazione del principio del primato europeo, e legittima una lettura di tale primato attribuendo alle corti costituzionali nazionali la possibilità di bloccare l’applicazione della norma europea a scapito della norma interna fondamentale.

Tali timidi, seppur autorevoli, tentativi italiani di affermazione della nostra identità costituzionale sono ben più – e tradizionalmente – oggetto della giurisprudenza, malamente denigrata come sovranista, della Corte costituzionale germanica, la quale, legando strettamente la devoluzione della sovranità nazionale alle materie effettivamente oggetto dell’attribuzione operata con i Trattati, di cui appunto al principio di attribuzione e di sussidiarietà (art. 5 TUE), conferma la propria legittimazione al sindacato della norma esterna al rispetto dei princìpi fondamentali dell’ordinamento costituzionale domestico. È accaduto di recente anche con riferimento al Recovery fund, (qui) .

Nella sentenza delle Sezioni Unite si va oltre: da un lato l’interprete dell’assoggettamento della norma suprema nazionale non è il giudice costituzionale bensì quello di legittimità, se pure nella sua massima assise che, è bene ricordarlo, vincola l’esegesi del giudice ordinario, per lo meno fino a una nuova eventuale pronuncia di segno contrario delle stesse SS.UU.; dall’altro, la norma di riferimento che prevale non è convenzionale, né è costituita da fonti di rango costituzionale, bensì è l’ordinamento pubblico internazionale, di derivazione giurisprudenziale, così come letto e definito dalla giurisprudenza creativa delle SS.UU. della Cassazione! Una costruzione che, come è avvenuto anche per la sentenza che a suo tempo aveva definito il caso di Eluana Englaro (qui) è la sintesi di una sorta di shopping anche fra gli ordinamenti di altri Stati.

Invece di marchiare come “sovranista” la legittima aspettativa di difendere la nostra identità costituzionale, sarebbe piuttosto il caso di censurare il globalismo giurisprudenziale, veicolo dei “nuovi diritti”: strumento nel caso di specie di aggiramento del chiaro divieto della maternità surrogata e del correlato sfruttamento delle donne, previsto dal nostro ordinamento.

 




COVID: Vaccino collegato a cecità, sordità, aborti e 5.000 morti

I dati dei sistemi di segnalazione degli eventi avversi dei vaccini negli Stati Uniti (VAERS), nell’UE (EUDRA) e nel Regno Unito (MHRA) indicano che le vaccinazioni Covid sono già state associate a circa 5000 morti e diverse migliaia di “eventi avversi” non banali, tra cui shock anafilattici (allergici), paralisi facciale temporanea, disturbi cardiovascolari e, in alcuni casi, aborti. Sono cifre sottostimati perché i sistemi di segnalazione dei vaccini coprono tipicamente solo una frazione degli effetti collaterali.

La denuncia di un medico londinese al British Medical Journal “I livelli di malattia dopo la vaccinazione sono senza precedenti e il personale si sta ammalando molto e alcuni con sintomi neurologici, il che sta avendo un enorme impatto sul servizio sanitario. Anche i giovani e i sani sono fuori per giorni, alcuni per settimane, e alcuni richiedono cure mediche. Intere squadre vengono fatte fuori perché sono andate a farsi vaccinare insieme”.

Alla luce delle documentate informazioni riportate in questo articolo, sarebbe da chiedere un’interrogazione parlamentare in merito al DL n. 44 del 1/4/2021 che impone nel nostro paese la vaccinazione Covid obbligatoria al personale che opera in ambito sanitario…

Editoriale di Neville Hodgkinson pubblicato il 6 aprile 2021 su The conservative woman, nella traduzione di Wanda Massa.

 

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Più di 30 milioni di britannici hanno ricevuto il vaccino Covid-19, la grande maggioranza senza alcuna reazione avversa immediata. Alcuni hanno sofferto di effetti collaterali che hanno causato alcuni giorni, e in alcuni casi settimane, di malattia, specialmente con il vaccino Pfizer, ma secondo i produttori questo significa che è stata sviluppata una robusta difesa contro il virus. Pfizer ha detto giovedì scorso che dopo sei mesi, una prova continua del suo prodotto mostra di essere altamente efficace nella prevenzione della malattia grave, con “nessuna seria preoccupazione per la sicurezza“.

Nel frattempo, le autorità di regolamentazione britanniche hanno seguito le agenzie altrove nel segnalare rari eventi di coaguli di sangue legati al vaccino AstraZeneca, tra cui sette morti, pur insistendo che i suoi benefici nella prevenzione del Covid superano qualsiasi rischio.

Le preoccupazioni persistono, tuttavia. Uno di questi è un meccanismo noto agli scienziati per cui il vaccino potrebbe contribuire alle morti, soprattutto quando somministrato in concomitanza con l’infezione virale stessa. Una cosiddetta proteina “spike” che rende la SARS-COV-2 particolarmente pericolosa, e che i vaccini generano per preparare il corpo a combattere il virus, potrebbe causare lo stesso tipo di danno del virus.

Il gruppo indipendente Swiss Policy Research (SPR) ha attirato l’attenzione su un avvertimento pubblicato dalla US Food and Drug Administration in dicembre dal medico statunitense Dr Patrick Whelan, secondo il quale i vaccini basati sulla proteina spike possono essi stessi innescare i sintomi di una grave affezione Covid, compresi coaguli di sangue, infiammazione del cervello e danni a cuore, fegato e reni.

Whelan, uno specialista pediatrico che si occupa di bambini affetti da sindrome infiammatoria multisistemica, ha sollecitato particolare cautela nel dare il vaccino a bambini e giovani adulti, che normalmente combattono l’infezione da coronavirus nelle sue prime fasi.

Gli studi in cui la proteina completa è stata iniettata nei topi hanno dimostrato che è una potente tossina per il cervello, mentre una forma troncata della proteina era molto meno dannosa.

Mentre ci sono pezzi di questo puzzle che devono ancora essere risolti, sembra che la proteina virale spike che è l’obiettivo dei principali vaccini SARS-COV-2 è anche uno degli agenti chiave che causano il danno agli organi distanti che possono includere il cervello, il cuore, i polmoni e i reni“, ha scritto Whelan. “Prima che uno qualsiasi dei vaccini sia approvato per l’uso diffuso negli esseri umani –  ha detto – ci dovrebbe essere una valutazione degli effetti sul cuore, forse utilizzando la risonanza magnetica cardiaca, e anche utilizzando biopsie della pelle per rilevare i danni ai tessuti distanti“.

Per quanto sia importante arrestare rapidamente la diffusione del virus immunizzando la popolazione, sarebbe molto peggio se centinaia di milioni di persone dovessero subire danni duraturi o addirittura permanenti al cervello o alla microvascolatura cardiaca a causa del mancato apprezzamento a breve termine di un effetto indesiderato dei vaccini basati sulle proteine spike a lunghezza intera su questi altri organi“.

Un meccanismo di questo tipo potrebbe essere stato all’opera nella tragica perdita di vite umane subita da Gibilterra, riportata qui il 29 marzo. Nell’arco di poche settimane la Rocca ha subito 94 morti, dando il più alto tasso di mortalità Covid del mondo, proporzionale alla sua affiatata comunità di meno di 34.000 persone. 

La SARS-COV-2 è stata segnalata per la prima volta a Gibilterra nel marzo dello scorso anno e l’11 novembre c’erano stati 842 casi confermati, con un solo decesso. Il 10 gennaio, quando è iniziato un intenso lancio del vaccino Pfizer, i casi erano saliti a 3.109. A quel punto c’erano stati 16 decessi. Ma tre settimane dopo, con 13.286 vaccini somministrati, il totale era salito a 78, su 4.128 casi confermati. La maggior parte delle vittime si trovava tra gli anziani, che avevano la priorità per il vaccino.

In seguito, il numero dei morti è aumentato più gradualmente, raggiungendo 93 alla fine di febbraio, quando erano state somministrate 36.808 dosi. Da allora c’è stato solo un altro decesso.

Dopo quasi un anno di misure rigorose per controllare la diffusione del virus, molti sulla Rocca sono grati per il lancio, che ha reso il territorio britannico il primo posto al mondo ad aver vaccinato l’intera popolazione adulta contro il Covid-19. Ora non ci sono pazienti di Covid in ospedale e non sono stati segnalati nuovi casi.

Ma dopo la pubblicazione del nostro rapporto, alcuni abitanti di Gibilterra ci hanno contattato per dire che considerano il risultato come una vittoria di Pirro. Sono arrabbiati per i disagi causati da quasi un anno di isolamento, solo per essere seguiti da una perdita di vite umane da record; da una mancanza di trasparenza all’interno delle autorità mediche sulle circostanze delle morti, con il rifiuto di riconoscere che il vaccino potrebbe aver giocato un ruolo; e dal trionfalismo che circonda il successo della campagna di vaccinazione, che vedono come una distrazione da qualsiasi esame delle circostanze che hanno portato alla grave perdita di vite umane.

Un assaggio della sofferenza dietro i numeri è emerso in uno scambio sulla pagina Facebook del governo di Gibilterra, in cui una persona ha scritto: “Ho un padre di 85 anni che ha preso il vaccino. Sono completamente d’accordo con te sul fatto che hanno perso la voglia di vivere. Semplicemente non gli interessa più. Sono troppo deboli e vecchi per fare la differenza. Vivere come sono è insopportabile. Prendere l’iniezione è una vittoria per loro, pensano. Se non li uccide, saranno in grado di fare più cose; se li uccide, ne saranno fuori. Estremamente triste.  Mi si spezza il cuore a vedere mio padre così“.

Se Gibilterra fosse la sola a segnalare un potenziale pericolo del vaccino, la mancanza di attenzione alla tragedia potrebbe essere comprensibile.

Ma non è questo il caso.

Il gruppo SPR ha recentemente notato che i dati provenienti dai sistemi di segnalazione degli eventi avversi dei vaccini negli Stati Uniti, nell’UE e nel Regno Unito indicano che le vaccinazioni Covid sono già state associate a circa 5.000 morti, e diverse migliaia di eventi non banali tra cui shock anafilattico, paralisi facciale temporanea, disturbi cardiovascolari e aborti. Le cifre possono essere una sottostima, perché i sistemi di segnalazione dei vaccini in genere coprono solo una frazione degli eventi avversi.

Come i siti di fact-checking ci ricordano costantemente, associazione non significa causalità. Alcuni degli eventi possono essere coincidenti e non collegati alla vaccinazione. Tuttavia, le circostanze sono spesso tali da rendere ragionevole dedurre un rapporto di causa-effetto, che è il motivo per cui i medici e altri si sono presi la briga di segnalarli. 

Negli Stati Uniti, il 47% dei decessi si è verificato in persone che si sono ammalate entro 48 ore dalla vaccinazione, e il 31% entro 48 ore dalla vaccinazione stessa.  L’età media era di 78 anni, e il caso più giovane aveva 23 anni.  Inoltre, dice il gruppo, negli Stati Uniti e in Europa messi insieme, diverse centinaia di casi di cecità, sordità e aborto spontaneo sono stati riportati poco dopo le vaccinazioni Covid.  

Rispetto alle centinaia di milioni di vaccini somministrati, e anche al tasso di mortalità del Covid, i numeri sono piccoli. SPR dice: ‘Ma rispetto agli standard per i prodotti medici sicuri, questi numeri sono certamente significativi. Inoltre, si sa poco sul profilo di sicurezza a lungo termine dei vaccini Covid“.

SPR nota anche che Israele, che come Gibilterra ha vantato livelli record di vaccinazione con il vaccino Pfizer, sta riportando un aumento inspiegabile di morti per tutte le cause. All’inizio di marzo, circa il 90% della popolazione israeliana di età superiore ai 65 anni, e circa la metà dell’intera popolazione, era stata vaccinata. I decessi per covid hanno iniziato a diminuire dalla fine di gennaio, anche se non più velocemente che in alcuni paesi con un tasso di vaccinazione molto basso.

Ma da metà febbraio, le morti per tutte le cause sono aumentate. Questo contrasta con molti paesi europei (tra cui il Regno Unito), dove si registrano meno morti del normale per il periodo dell’anno, dopo l’aumento invernale causato dal coronavirus.

La causa dietro questo nuovo aumento della mortalità israeliana per tutte le cause sembra essere poco chiara“, dice il gruppo. Secondo il giornale israeliano YNet, il direttore di una clinica israeliana ha spiegato che attualmente stanno vedendo “un’ondata torbida di attacchi di cuore“. Il direttore crede che questo potrebbe essere dovuto alla “persistente situazione di stress” e alla “trascuratezza delle cure mediche preventive“.

Anche se un bel po’ di casi di infiammazione del muscolo cardiaco post-vaccinazione, insufficienza cardiaca e attacchi di cuore sono stati segnalati in Israele da dicembre, il direttore dell’ospedale sostiene che “una connessione al danno cardiaco da esso non è ancora stata dimostrata in modo significativo“.

Tuttavia, data l’importanza globale fondamentale di questa domanda, le autorità sanitarie pubbliche israeliane e internazionali potrebbero voler rispondere il più velocemente possibile.

SPR, fondato nel 2016, si descrive come un gruppo di ricerca apartitico e senza scopo di lucro, composto da accademici indipendenti, che indaga sulla propaganda geopolitica. Non ha finanziamenti esterni, a parte le donazioni dei lettori.

La denuncia di un medico londinese nel British Medical Journal la scorsa settimana di livelli “senza precedenti” di malattia tra il personale del servizio sanitario che ha avuto l’inoculazione del vaccino rafforza ulteriormente la possibilità che il vaccino stia causando danni dello stesso tipo che è progettato per prevenire.

Sotto il titolo, ‘I medici devono avere il vaccino Covid-19?‘, il consulente K Polyakova scrive: ‘Ho avuto più vaccini nella mia vita della maggior parte delle persone e vengo da un luogo di significativa esperienza personale e professionale in relazione a questa pandemia, avendo gestito un servizio durante le prime due ondate e tutte le contingenze che vanno con quello.

Ciononostante, ciò con cui sto lottando attualmente è il fallimento nel riportare la realtà della morbilità causata dal nostro attuale programma di vaccinazione all’interno del servizio sanitario e della popolazione del personale. I livelli di malattia dopo la vaccinazione sono senza precedenti e il personale si sta ammalando molto e alcuni con sintomi neurologici, il che sta avendo un enorme impatto sul servizio sanitario.

Anche i giovani e i sani sono fuori per giorni, alcuni per settimane, e alcuni richiedono cure mediche. Intere squadre vengono fatte fuori perché sono andate a farsi vaccinare insieme“.

La lettera era una risposta ai rapporti che il governo sta considerando di rendere obbligatorio per i lavoratori del NHS di avere il vaccino Covid, perché una percentuale elevata di operatori sanitari di prima linea – spesso quelli a più alto rischio di esposizione al Covid-19 – lo stanno rifiutando. Chris Whitty, l’ufficiale medico capo, ha detto che il personale del NHS e delle case di cura ha la “responsabilità professionale” di farsi vaccinare.

La dottoressa Polyakova scrive: “La vaccinazione obbligatoria in questo caso è stupida, immorale e irresponsabile quando si tratta di proteggere il nostro personale e la salute pubblica. La coercizione e l’imposizione di trattamenti medici al nostro personale, o soprattutto ai membri del pubblico, quando i trattamenti sono ancora in fase sperimentale, sono saldamente nel regno di una distopia nazista totalitaria e vanno ben oltre i nostri valori etici come guardiani della salute.

Io e tutta la mia famiglia abbiamo avuto il Covid. Questo così come la maggior parte dei miei amici, parenti e colleghi. Ho recentemente perso un membro della famiglia relativamente giovane con comorbidità per insufficienza cardiaca, derivante dalla polmonite causata da Covid. 

Nonostante questo, non mi svilisco mai e sono d’accordo che dovremmo abbandonare i nostri principi liberali e la posizione internazionale sulla sovranità corporea, la libera scelta informata e i diritti umani e sostenere una coercizione senza precedenti di professionisti, pazienti e persone per avere trattamenti sperimentali con dati di sicurezza limitati. Questo e le politiche che lo accompagnano sono un pericolo per la nostra società più di qualsiasi altra cosa che abbiamo affrontato nell’ultimo anno.

Cos’è successo al “mio corpo, la mia scelta“? Cos’è successo al dibattito scientifico e aperto? Se non prescrivo un antibiotico a un paziente che non ne ha bisogno perché è sano, sono un anti-antibiotico? O un negatore di antibiotici? Non è forse ora che la gente rifletta veramente su quello che ci sta succedendo e su dove tutto questo ci sta portando?

 

 




Obbligatorietà della vaccinazione per il personale sanitario? Ecco cosa pensa un medico specialista londinese.

Il British Medical Journal, la rivista scientifica più prestigiosa al mondo assieme al The Lancet, ha aperto un dibattito sulla questione che si sta dibattento nel Regno Unito se rendere obbligatoria la vaccinazione per il personale medico sanitario. Un po’ quello che sta avvenendo in Italia a seguito del decreto del primo aprile scorso che di fatto ha reso obbligatoria la vaccinazione per il personale sanitario allargato. 

Al dibattito ha partecipato anche Katya Polyakova, specialista medico di Londra che dice la sua. Ecco il suo contributo nella mia traduzione 

 

Londra-Tamigi

 

 

Cara redazione

nella mia vita ho avuto più vaccini della maggior parte delle persone e vengo da un luogo di significativa esperienza personale e professionale in relazione a questa pandemia, avendo gestito un servizio durante le prime 2 ondate e tutte le contingenze che ne conseguono.

Ciononostante, ciò con cui sto lottando attualmente è la mancata segnalazione della realtà della morbilità causata dal nostro attuale programma di vaccinazione all’interno del servizio sanitario e della popolazione del personale. I livelli di malattia dopo la vaccinazione sono senza precedenti e il personale si sta ammalando molto e alcuni con sintomi neurologici, il che sta avendo un enorme impatto sul funzionamento del servizio sanitario. Anche i giovani e i sani sono fuori per giorni, alcuni per settimane, e alcuni richiedono un trattamento medico. Intere squadre vengono tenute fuori [dal luogo di lavoro] perché sono andate a farsi vaccinare insieme.

La vaccinazione obbligatoria in questo caso è stupida, immorale e irresponsabile quando si tratta di proteggere il nostro personale e la salute pubblica. Siamo nella fase volontaria della vaccinazione, e incoraggiare il personale a prendere un prodotto non autorizzato che ha un impatto sulla loro salute immediata, e ho esperienza diretta di personale che contrae il Covid DOPO la vaccinazione e probabilmente lo trasmette. Infatti, è chiaramente indicato che questi prodotti vaccinali non offrono immunità o fermano la trasmissione. In questo caso perché lo facciamo? Non ci sono dati longitudinali sulla sicurezza (al massimo un paio di mesi di dati di prova) disponibili e questi prodotti sono solo sotto licenza di emergenza. Cosa vuol dire che non ci sono effetti avversi longitudinali che potremmo affrontare e che potrebbero mettere a rischio l’intero settore sanitario?

L’influenza è un enorme killer annuale, inonda il sistema sanitario, uccide i giovani, i vecchi con comorbilità, eppure la gente può scegliere se avere o meno quel vaccino (che era in circolazione da molto tempo). E si può elencare tutta una serie di altri esempi di vaccini che non sono obbligatori, eppure proteggono da malattie di maggiore rilevanza.

La coercizione e l’imposizione di trattamenti medici al nostro personale, a membri del pubblico, specialmente quando i trattamenti sono ancora in fase sperimentale, sono fermamente nel regno di una distopia nazista totalitaria e cadono molto al di fuori dei nostri valori etici come guardiani della salute.

Io e tutta la mia famiglia abbiamo avuto la COVID. Così come la maggior parte dei miei amici, parenti e colleghi. Recentemente ho perso un membro della famiglia relativamente giovane con comorbidità per insufficienza cardiaca, risultante dalla polmonite causata dal Covid. Nonostante questo, non verrò mai meno e non sono d’accordo, che dovremmo abbandonare i nostri principi liberali e la posizione internazionale sulla sovranità del corpo, la libera scelta informata e i diritti umani e sostenere la coercizione senza precedenti di professionisti, pazienti e persone di essere sottoposti a trattamenti sperimentali con dati di sicurezza limitati. Questo e le politiche che lo accompagnano sono un pericolo per la nostra società più di qualsiasi altra cosa che abbiamo affrontato nell’ultimo anno.

Cos’è successo a “il mio corpo, la mia scelta”? Cos’è successo al dibattito scientifico e aperto? Se non prescrivo un antibiotico a un paziente che non ne ha bisogno perché è sano, sono un anti-antibiotico? O un negatore di antibiotici? Non è forse ora che la gente rifletta veramente su quello che ci sta succedendo e su dove tutto questo ci sta portando?

 

K Polyakova

 

 




Le Sacre Scritture dovrebbero essere più Trans-Friendly?

Donald DeMarco, professore emerito della Saint Jerome’s University e professore aggiunto al Holy Apostles College and Seminary, ci parla dell’assurdità della neo-lingua affetta dal politicamente corretto di origine transessualista che vorrebbe fosse applicata anche alle Sacre Scritture.

Ecco un suo articolo pubblicato su Crisis Magazine, nella mia traduzione.

 

Vangelo

 

Gli ospedali universitari di Brighton e Sussex (Regno Unito) hanno pubblicato una nuova serie di linee guida che introduce un assortimento di termini “trans-friendly”. La preoccupazione è di evitare di offendere le persone che hanno effettuato la transizione di genere con l’insistere sul fatto che esiste una cosa come i sessi distinti. Le linee guida istruiscono medici, infermieri e ostetriche a usare termini neutri rispetto al genere. Così, “allattamento al petto” dovrebbe sostituire “allattamento al seno” in modo che allattare un bambino non sia necessariamente associato a un sesso particolare. Il latte materno lascia il posto al “latte dal petto” o al “latte umano”. La persona impegnata a dare il “latte dal petto” dovrebbe essere conosciuta come un “genitore che partorisce”, piuttosto che come una madre. Le donne incinte dovrebbero essere chiamate “persone incinte” e il padre “secondo genitore biologico”.

Come sa chiunque abbia la minima conoscenza dell’anatomia umana, il latte materno non viene direttamente dal petto. Ma in quella che ora viene chiamata “l’era della post-verità”, la verità deve passare in secondo piano rispetto all’ideologia di genere. Sia gli uomini che le donne hanno il petto. In questo senso, sono entrambi uguali. Rendere distintiva la madre che allatta al seno potrebbe essere offensivo per le persone transgender che non vogliono essere escluse. Tuttavia, nonostante l’impegno di essere inclusivi, la realtà indica che l’uomo è escluso dall’allattamento al seno mentre l’atto di allattare al seno della madre è negato. Questo dovrebbe essere offensivo per le madri che allattano i loro bambini.

Rodney Dangerfield, il cui personaggio non ha mai ottenuto alcun rispetto, ha fatto risalire questa mancanza di rispetto al fatto che è stato allattato da suo padre. Quello che una volta era inteso chiaramente come uno scherzo è ora considerato come un gradito esempio di inclusività. Ciò che è la perdita della commedia è il guadagno della neutralità di genere.

Nel frattempo, il Gender Institute Handbook dell’Australia National University suggerisce che “genitore gestazionale” è preferibile a “madre”, mentre “genitore non partoriente” dovrebbe sostituire “padre”. Fino a che punto questa tendenza andrà avanti è difficile da dire. Forse la festa della mamma lascerà il posto alla Festa del Genitore Gestazionale. In quel caso, un bambino potrebbe essere in grado di acquistare una tazza dedicata a “Il miglior gestante del mondo”. Tazze appropriate potrebbero essere progettate per “Il miglior secondo genitore biologico del mondo”. I termini “Mamma” e “Papà” verrebbero eliminati dal gergo. I bambini frequenterebbero corsi di formazione sulla sensibilità.

Senza dubbio ci saranno persone che vorrebbero vedere le Sacre Scritture cambiate per accogliere la brigata dei transgender. La Genesi affermerebbe che Dio ha creato “persone” che possono stare insieme in modi diversi. Maschio, femmina, marito, moglie e matrimonio verrebbero cancellati. La Madonna che allatta sarebbe conosciuta come la “Persona che allatta”. San Paolo si rivolgerebbe ai suoi lettori con il saluto: “Cari fratelli-sorelle” (la sfumatura non è traducibile in italiano. In inglese siblings=fratelli si riferisce indifferentemente a fratelli e sorelle, ndr). Non ci sarebbe nessun matrimonio a Cana, solo un raduno di persone senza un motivo particolare.

Tradizionalmente, la realtà veniva prima e le parole dovevano rispecchiare la realtà. Gli anatomisti riconoscevano la funzione di allattamento delle ghiandole mammarie e la chiamavano “allattamento al seno”. Nel coraggioso nuovo mondo, viene prima un’ideologia arbitraria, che non riflette la realtà, e le parole sono usate per rispecchiare quell’ideologia. Questa, naturalmente, è una formula per il caos, dato che non tutti cominceranno con la stessa ideologia. La realtà non sarebbe più un denominatore comune. Tuttavia, il “Grande Fratello” starà a guardare.

Nel mondo della neutralità di genere, non c’è modo di specificare il proprio nipote, nipote, zia o zio. Se ci si riferisce al “figlio del fratello(sorella) secondario del mio genitore biologico”, l’identità di nipote o nipote rimane oscura. Allo stesso modo, il “fratello(sorella) del mio genitore biologico primario” è mia zia o mio zio? E il suo “fratello(sorella)” è suo fratello o sua sorella?

Il vocabolario dei termini politicamente corretti, come “trans-friendliness”, “gender neutrality”, “diversità”, “inclusività” e “uguaglianza”, non riesce a porre il dialogo al punto di partenza. Parlare di allattamento al seno come allattamento al petto significa allontanarsi notevolmente dalla realtà. La scienza dell’anatomia dovrebbe essere resa meno chiara. Ne seguirebbe un processo di educazione a marcia indietro. Sarebbe possibile un ritorno alla realtà? L’ideologia ha un prezzo alto.

La religione ci comanda di non offendere Dio. Se eseguiamo questo mandato, non dobbiamo preoccuparci di offendere nessuno, poiché tutti gli esseri umani sono figli di Dio. Cristo ci comanda di amare il nostro prossimo. Questo è un comando positivo e un buon punto di partenza. Non offendere nessuno è un mandato negativo che trascura il mandato positivo che dovrebbe precederlo. Anche se potessimo evitare di offendere qualcuno, potremmo ancora essere all’oscuro di ciò che dovremmo fare. Dobbiamo agire, e non offendere non è un atto. Una vita che evita di offendere le persone ma non si preoccupa mai di loro è sterile e vuota. Non si possono coltivare fiori strappando le erbacce.

La Sacra Scrittura non fa concessioni alla correttezza politica. Mette al primo posto le cose importanti. Onora il primato di Dio, della verità e dell’amore. Cedendo alla correttezza politica, evitiamo ciò che viene prima e ci perdiamo senza una bussola. La Scrittura è la nostra bussola perché ci indica invariabilmente la giusta direzione.

 

 




La Chiesa non è nostra proprietà, ma è di Gesù Cristo.

“La cosa più elementare da riconoscere è proprio questa: la Chiesa è Sua. Ecclesiam Suam, così si intitolava la prima enciclica di Paolo VI. Nel Credo, confessiamo la Chiesa come mistero di fede. Vuol dire che siamo nell’ambito della grazia. Vuol dire che la Chiesa è dono di Dio e non creazione dell’uomo. Vuol dire che la Chiesa non è nostra proprietà, ma è la Chiesa di Gesù Cristo.”

Un articolo del card. Georges Cottier, op, pubblicato sulla rivista 30 Giorni.

 

adorazione eucaristica

 

In questi tempi è capitato anche a me di riflettere sui malintesi sorti intorno ad alcuni gesti e parole del Papa, sulla lettera che Benedetto XVI ha inviato ai vescovi riguardo alla remissione della scomunica ai vescovi lefebvriani e sulle polemiche intorno a vicende che in qualche modo coinvolgevano la Chiesa, come il fatto dolorosissimo del Brasile.

Cosa può significare per noi tutto questo?

Una prima impressione è che tanti, anche tra i cristiani, non sanno più cosa sia la Chiesa. È un paradosso: il mistero della Chiesa come oggetto di fede è stato il tema centrale del Concilio Vaticano II, e adesso una crisi si manifesta proprio su questo punto. È un paradosso che ci invita a riflettere su come Dio guida la Sua Chiesa.

La cosa più elementare da riconoscere è proprio questa: la Chiesa è Sua. Ecclesiam Suam, così si intitolava la prima enciclica di Paolo VI. Nel Credo, confessiamo la Chiesa come mistero di fede. Vuol dire che siamo nell’ambito della grazia. Vuol dire che la Chiesa è dono di Dio e non creazione dell’uomo. Vuol dire che la Chiesa non è nostra proprietà, ma è la Chiesa di Gesù Cristo. È Lui che la guida e la fa vivere con la parola, la grazia sacramentale e con quella linfa che circola e che si chiama carità. Siamo nella Chiesa in quanto riceviamo il dono di Cristo. È Lui che ci mette insieme. Se la Chiesa è un fatto di grazia, dono che niente esige nella creatura, possiamo vivere questo mistero solo attraverso le vie che il Signore ci ha dato. E la prima via è la preghiera. Per questo mi ha confortato così tanto papa Benedetto, quando all’Angelus ha chiesto ai fedeli di pregare per lui. È la prière de demande, il segno che il cuore è aperto a ricevere il dono di Dio. Se la Chiesa vogliamo guidarla o costruirla noi, facciamo sbagli o cose inutili. Sono impressionato dall’immensità di progetti portati avanti da cristiani, che spesso danno pochissimi frutti. Quando la Chiesa ha dovuto indicare un patrono per l’opera delle missioni, non ha scelto un grande evangelizzatore. Ha scelto Teresina di Gesù Bambino, che scriveva di sé: «Quando sono caritatevole, è solo Gesù che agisce in me».

Questo è il mistero della Chiesa, che affiora anche nel modo in cui avviene la testimonianza di Gesù risorto. Chi sperimenta la liberazione interiore donata dallo Spirito Santo diffonde gratuitamente agli altri questo dono. La testimonianza non è il risultato di una nostra capacità o applicazione. Per questo la testimonianza più limpida e commovente è quella che i testimoni danno senza accorgersene. Mentre chi insiste troppo sulla sua attività di testimone, come se fosse un ruolo da ricoprire, spesso mira soltanto a fabbricarsi un personaggio.

San Paolo, nella Lettera ai Romani e nella Prima ai Corinzi, ci indica che l’annuncio evangelico non si fonda sulla sapienza di un discorso e allo stesso tempo è attento alla condizione concreta dei destinatari cui si rivolge. Scrive ai Corinzi: se qualcuno può rimanere confuso o fuorviato vedendo un suo fratello mangiare le carni sacrificate agli idoli nei templi pagani, è opportuno evitare tale pratica, anche se lo Spirito Santo ha dissolto ogni superstizione ed è chiaro che quelle carni sono come tutte le altre. Questo discernimento, questa attenzione rispettosa delle condizioni date è connaturale alla testimonianza cristiana. Non bisogna equivocare l’invito dello stesso san Paolo ad annunciare la Parola «opportune et importune» come fanno certe sètte protestanti che non cercano la vera opportunità, ma si compiacciono delle proprie provocazioni oltranziste e così creano guai per tutti, soprattutto nei Paesi a maggioranza musulmana o nelle terre di missione.

La novità dell’annuncio cristiano va offerta sempre in maniera umile e rispettosa nei confronti dei destinatari dell’annuncio. Non è una questione di opportunismo tattico-strategico. È una conseguenza propria del fatto che la verità annunciata dai cristiani è un dono, non è un loro possesso. E se questo dono non illumina il modo stesso in cui lo si annuncia, rimane solo un pretesto per fare discorsi. Ricorderò sempre le osservazioni di una signora di un Paese dell’Est che era arrivata a Roma dopo la fine del comunismo, e aveva incontrato la fede. Era una persona colta. Per aiutarla, le avevo suggerito di seguire dei corsi di teologia, a un certo livello. Un giorno mi disse che alcuni professori le ricordavano quelli dell’ambiente comunista dove era vissuta: gente che faceva discorsi su cose in cui evidentemente non credeva più. Il cardinale Charles Journet, mio padre e maestro, ripeteva sempre che la frontiera della Chiesa attraversa i nostri cuori. La pretesa di dimostrare coi nostri argomenti la verità della fede, quando il cuore non è abitato dalla carità, può suscitare scandalo e obiezione. Si percepisce un distacco, un’estraneità del cuore che respinge e allontana gli altri più dei nostri peccati e delle nostre infedeltà.

In questi mesi si è anche parlato della solitudine del Papa, dell’inadeguatezza dei suoi collaboratori, dei limiti emersi nell’azione della Sede apostolica. Anche su questi temi il dibattito è apparso condizionato da diffusi equivoci di fondo.

Un certo “limite” è connaturale alla Chiesa. Quando Gesù ascende al Cielo lasciando gli apostoli guidati da Pietro come suoi testimoni, sa bene che Pietro è un uomo con tutti i suoi limiti, che non vengono affatto sottaciuti nelle pagine dei Vangeli. I papi nella storia non sono stati né tutti dei geni né tanto meno dei santi. Ma anche questo fa vedere che la Chiesa è opera di Dio. Che sulla piccola barca, piena di peccatori, c’è il Signore. È Lui che può placare le tempeste e rassicurare chi ha paura. Ho letto tempo fa un racconto di viaggio di un protestante ginevrino che era venuto a Roma nel 1840. Descrive le greggi di pecore che pascolavano in piazza San Pietro, e come tutto apparisse in rovina. La Basilica sembrava un monumento del passato, come il Colosseo. Se la Chiesa fosse opera degli uomini che la guidano, sarebbe già finita da un pezzo. D’altronde, la Chiesa si è sempre sottratta alla tentazione di considerarsi una cittadella dei puri e dei santi.

Su un giornale francese ho letto che la remissione della scomunica ai vescovi lefebvriani è la prova che anche la Chiesa cattolica non è infallibile, perché il Papa attuale ha revocato un provvedimento del suo predecessore. Una banalità, ma che dà la misura della confusione che circola riguardo a queste cose. Il carisma d’infallibilità, che è quello della Chiesa stessa, risiede a titolo singolare nel Papa in quanto successore di Pietro, quando sancisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale (cfr. Lumen Gentium 25). Nel governo ordinario della Chiesa un papa può sbagliare, e non è un disastro, è umano.

Riguardo alle circostanze presenti, negli ultimi tempi molti hanno insistito su una presunta difficoltà che avrebbe il Papa a comunicare con chiarezza il senso delle sue decisioni. Io ho avuto tante volte occasione di sperimentare la lucidità comunicativa di Joseph Ratzinger, così come la sua disponibilità ad ascoltare le ragioni degli altri. Tutti hanno potuto vedere che il Papa sa farsi capire benissimo, ad esempio quando parla a braccio e senza troppe mediazioni ai giovani o ai sacerdoti, o anche nel tono diretto con cui si è rivolto ai vescovi nella lettera del 10 marzo. D’altro canto, forse c’è chi esaspera gli allarmi sulle divisioni nella Chiesa. Occorre riconoscere che una differenza di opinioni non va temuta ed esorcizzata. Anche nella Curia vaticana, su tante cose, non la pensiamo tutti allo stesso modo. Nessuno nella Chiesa può avere come ideale un sistema totalitario dove c’è uno che pensa per tutti e gli altri si arrabattano a trovare i modi per non dire niente. Il confronto tra i diversi modi di vedere le cose è sempre utile, è segno di vitalità. 

 

 




Verità e vita

“La vita non nata è ora, in Nuova Zelanda, simultaneamente reale e irreale, con la questione risolta solo quando si sa come finisce la gravidanza”. “La nostra presa sulla verità oggettiva è un po’ come il nostro senso dell’equilibrio – tendiamo a darla per scontata finché non la perdiamo, e avendola persa ci ritroviamo a vacillare. E il relativismo morale contro cui la Chiesa ha a lungo messo in guardia ha ora ceduto al relativismo fattuale e scientifico.”

Un articolo di Ed Condon pubblicato su The Pillar, nella mia traduzione. 

 

Feto

 

La potenza e il mistero dei misteri pasquali è la loro pura visibilità per i presenti. L’uomo chiamato Gesù, colui al quale gli apostoli guardavano per inaugurare il regno di Dio, il Messia, è stato graficamente e indiscutibilmente messo a morte il Venerdì Santo, e nel modo più violento e degradante concepito dall’uomo.  

Lo scandalo della croce ha lasciato il posto allo shock della tomba vuota, e al magnifico terrore dell’apparizione del Signore risorto, ma anche allora alcuni di coloro che lo conoscevano meglio erano lenti a credere ai loro occhi.

La verità, anche la verità ovvia, apparente, è ancora oggi al centro di tanta nostra discordia sociale. L’amministrazione del “devoto cattolico” Joe Biden rimane assolutamente impegnata a far passare l’Equality Act, che renderebbe bugiardi e criminali coloro che annunciano anche le più ovvie verità della biologia umana, chiamando uomini gli uomini e donne le donne. 

L’imminente criminalizzazione della verità è abbastanza reale, anche se sembra troppo folle da credere. In Canada, un padre è stato arrestato per oltraggio alla corte dopo aver parlato pubblicamente contro la “terapia di transizione di genere” di sua figlia di 11 anni. Ha anche violato un ordine del tribunale di riferirsi a sua figlia con il suo “nome e pronomi preferiti” (era cioè obbligato, lui il padre, a riferirsi a sua figlia come fosse un figlio, ndr).

La nostra presa sulla verità oggettiva è un po’ come il nostro senso dell’equilibrio – tendiamo a darla per scontata finché non la perdiamo, e avendola persa ci ritroviamo a vacillare. E il relativismo morale contro cui la Chiesa ha a lungo messo in guardia ha ora ceduto al relativismo fattuale e scientifico.

Quando vivevo a Londra, e prima dell’ubiquità degli smartphone per risolvere ogni questione, un membro della mia cerchia di bevitori introduceva spesso affermazioni palesemente sbagliate con la frase “Il fatto è…”, con il fastidio di tutti. 

Quindici anni fa, questa retorica era riservata ai noiosi del pub e agli adolescenti che imparavano a discutere. Ora, è una pratica giornalistica accettata. 

All’inizio di questa settimana, la CNN ha pubblicato una “notizia” che includeva questa dichiarazione piuttosto sorprendente di fatti presunti: “Non è possibile conoscere l’identità di genere di una persona alla nascita, e non ci sono criteri di consenso per assegnare il sesso alla nascita”.

Non so nulla del “giornalista” che ha riportato questi “fatti”. Può darsi che abbiano non più esperienza dei bambini che nascono, o dell’anatomia umana di base, di quanto ne abbiano del corretto stile di scrittura – chi usa le contrazioni nella prosa formale, vi chiedo? Ma il fatto è che, per prendere in prestito una frase, tali affermazioni controfattuali sono sempre più la norma richiesta del discorso pubblico. 

Tutto sta diventando relativo, e le contraddizioni inerenti sono ovunque da vedere.

In Nuova Zelanda, la settimana scorsa, è stata approvata una nuova legge che dà un congedo legale per lutto alle madri incinte che perdono il loro bambino per un aborto spontaneo, anche nelle prime fasi della gravidanza. 

Questa è una misura ovviamente umana e lodevole. È anche, si potrebbe pensare, un ovvio riconoscimento che in ogni aborto spontaneo una madre perde un figlio, con tutto il dolore che viene con quella tragedia. Eppure il Washington Post, nel suo tacito elogio della misura, l’ha accostata alla recente decriminalizzazione totale dell’aborto in Nuova Zelanda, presentando entrambe le politiche come vittorie dei diritti delle donne.

L’accostamento delle due misure da parte dello stesso governo è un esempio lampante dei paradossi che si creano quando si sancisce il concetto di verità relativa nella legge: Un aborto spontaneo è una tragedia, una vera perdita per la madre e una vita che deve essere pianta; un aborto è l’esorcizzazione di un grumo di cellule, senza valore, umanità o dignità. 

La vita non nata è ora, in Nuova Zelanda, simultaneamente reale e irreale, con la questione risolta solo quando si sa come finisce la gravidanza, una sorta di “Bambino di Schrödinger“, se volete.

Tali offese contro la vita, la verità e la ragione umana di base possono indurci ad infuriarci, a sfogare la nostra opposizione con una rabbia che fa roteare gli  occhi e sprizzare saliva. Non è un impulso irragionevole o ingiustificato, umanamente parlando. Ma il Triduo Pasquale, e specialmente il Venerdì Santo, ci ricorda che questa non è la risposta cristiana.

Il Servo sofferente sulla croce è andato lì come testimone mite e disponibile dei peccati del nostro mondo, e lo ha fatto non per condannarlo, ma per redimerlo. La notte prima di morire, Cristo disse ai suoi discepoli: “Io sono la Via, io sono la Verità e la Vita”. 

Noi che vogliamo essere suoi discepoli dobbiamo seguire il suo cammino, annunciando la verità con l’amore che monta la croce. Modellare questo amore non è affatto una testimonianza facile da offrire, ma dobbiamo trarre coraggio dalla consapevolezza che questa verità parla al nostro mondo spezzato: Mentre Cristo esalava il suo ultimo respiro, fu il centurione pagano che fissò il cadavere di un criminale condannato e si meravigliò: “Veramente, quest’uomo era figlio di Dio”.

 

 




Il Calvario di Hong Kong del 2021

“È a dir poco scandaloso che questi uomini coraggiosi e altri affrontino una tale persecuzione senza alcun sostegno pubblico da parte del Vaticano: un’inadempienza dell’obbligo morale e del dovere resa ancora peggiore dal fatto che la Santa Sede continua a insistere sull’efficacia dei suoi nuovi accordi e del suo ‘dialogo’ con Pechino”

Un articolo di George Weigel, giornalista, scrittore e amico di Papa San Giovanni Paolo II, pubblicato su Catholic World Report, che propongo alla vostra attenzione nella mia traduzione. 

 

Jimmy Lai
Jimmy Lai

 

La notizia era attesa, ma questo non l’ha resa meno straziante: l’editore di giornali Jimmy Lai, il veterano attivista per la democrazia Martin Lee e altri coraggiosi difensori dei diritti umani sono stati condannati a Hong Kong per una serie di reati che non avevano nulla a che fare con la violazione di leggi giuste e tutto a che fare con la sfida all’illegalità dei governanti cinesi comunisti di Hong King.

Eppure, c’era qualcosa di completamente appropriato nella storia che colpisce le pagine dei giornali americani il Venerdì Santo. Perché da anni ormai Jimmy Lai e Martin Lee, due cattolici devoti, hanno percorso la via del Calvario, lungo la quale hanno incontrato il Signore conformandosi a Cristo e alla sua sofferenza redentrice. Quella sofferenza era al servizio della verità, come Gesù ricorda a Pilato nel racconto giovanneo della passione che la Chiesa legge ogni Venerdì Santo. E questi due coraggiosi cattolici, e i loro compatrioti pro-democrazia, stanno sicuramente soffrendo per la verità.

Che lo abbiano fatto volentieri, sapendo bene cosa stavano facendo e quali rischi stavano correndo, rende la loro testimonianza ancora più cristica.

Una delle caratteristiche più sorprendenti del racconto della passione di San Giovanni è che Gesù ha il controllo sovrano degli eventi per tutta la storia. La passione non è enfaticamente qualcosa che accade solo al predicatore miracoloso di Nazareth; la passione è qualcosa che Gesù abbraccia come il destino stabilito per lui dal Padre per la salvezza del mondo. Così in tutto il racconto della passione di Giovanni, Gesù ha il controllo degli eventi: nel discorso dell’Ultima Cena; nel giardino del Getsemani; nel suo confronto con le autorità del Tempio; nel suo dialogo con Pilato; nelle sue parole dalla croce a Maria e Giovanni – in tutti questi momenti drammatici, è Gesù che porta avanti l’azione. Così le sue ultime parole dalla croce, “È finita”, sono la proclamazione finale della sua sovranità messianica: ha completato l’opera per la quale il Padre lo ha mandato nel mondo e così china il capo e rinuncia al suo spirito (Giovanni 19.30), nell’atto finale di obbedienza alla volontà del Padre.

Jimmy Lai e Martin Lee, naturalmente, non pensano a se stessi in termini messianici. Ma il loro camminare sulla via crucis di Hong Kong negli ultimi anni è stata una vera imitazione di Cristo. Entrambi avrebbero potuto lasciare la città che amavano e vivere comodamente altrove; entrambi hanno scelto di restare e combattere per la libertà che credono Dio voglia per gli esseri umani creati a immagine e somiglianza divina. Entrambi avrebbero potuto smorzare le loro proteste quando i teppisti comunisti di Pechino hanno iniziato a stringere la morsa su Hong Kong, in palese violazione dell’accordo della Cina con la Gran Bretagna quando la sovranità sulla città è tornata alla Cina nel 1997; invece, hanno amplificato le loro voci di protesta, anche quando, nel caso di Jimmy Lai, il regime di Pechino e i suoi lacchè di Hong Kong hanno fatto di tutto per rovinarlo finanziariamente.

Alla domanda se avesse mai considerato di lasciare Hong Kong sotto queste pressioni, la risposta di Martin Lee, 82 anni, è stata inequivocabile e inequivocabilmente cristiana: “Se ho la scelta di morire pacificamente in un letto fuori Hong Kong, o morire nel dolore in una prigione cinese, la domanda per me non è come muoio, ma se andrò in paradiso? Morire senza le mie convinzioni è ciò che mi darebbe veramente dolore”.

Jimmy Lai, da parte sua, ha manifestato la profondità della sua fede cattolica con la serenità e la calma con cui ha affrontato i suoi persecutori e carcerieri. A imitazione di Gesù davanti a Pilato, Jimmy Lai non si è tirato indietro né ha imprecato; ha preso posizione sulla verità, dimostrando così di essere il personaggio più nobile e più forte in questo dramma. Dalla sua incarcerazione senza cauzione, Jimmy Lai non ha vissuto di rabbia o di odio; ha vissuto nella fede, offrendo la sua sofferenza al Signore e nutrendosi della ricezione della Santa Comunione portata a lui in prigione da un altro eroe cattolico, il cardinale Joseph Zen, S.D.B.. Il Vaticano e il papa possono non avere tempo per il cardinale Zen; ma il cardinale Zen ha tempo per Jimmy Lai e altri prigionieri di coscienza.

Jimmy Lai continuerà a combattere fino alla fine, così come Martin Lee. Combatteranno, però, con le armi dello spirito e con argomenti reali – armi che la forza bruta e le menzogne schierate dal regime di Pechino contro di loro non possono eguagliare. Anche in questo, stanno vivendo l’imitazione di Cristo. Entrambi questi cattolici prigionieri di coscienza possono morire nelle prigioni cinesi comuniste. Ma saranno i veri vincitori della contesa, perché saranno rimasti fedeli alla verità sulla dignità umana che conoscono come parte essenziale della loro profonda fede cattolica. E il Giudice giusto di tutti saprà cosa hanno fatto, perché l’hanno fatto, e nel cui nome santo l’hanno fatto. Credendo questo, possono combattere senza rancore, nutriti dai sacramenti e dalla preghiera.

È a dir poco scandaloso che questi uomini coraggiosi e altri affrontino una tale persecuzione senza alcun sostegno pubblico da parte del Vaticano: un’inadempienza dell’obbligo morale e del dovere resa ancora peggiore dal fatto che la Santa Sede continua a insistere sull’efficacia dei suoi nuovi accordi e del suo “dialogo” con Pechino.

C’è, comunque, ancora tempo per il Vaticano per alzare la voce e mostrare il tipo di coraggio che Papa San Giovanni Paolo II ha mostrato nell’affrontare i regimi criminali. Quando i processi farsa di Jimmy Lai, Martin Lee e altri attivisti dei diritti umani di Hong Kong si concluderanno con le loro inevitabili condanne e questi coraggiosi combattenti per la libertà saranno consegnati alle prigioni cinesi, il regime di Pechino spera che il mondo si dimentichi di loro. Questa speranza potrebbe essere frustrata se Papa Francesco, il segretario di stato cardinale Pietro Parolin e il capo diplomatico del Vaticano, l’arcivescovo Paul Gallagher, mantenessero vivi i nomi di Jimmy Lai, Martin Lee e dei loro compagni dissidenti sulla piazza internazionale.

È il minimo che le più alte autorità della Chiesa possano fare per alcuni dei figli e delle figlie più coraggiosi del cattolicesimo, che stanno percorrendo la Via Crucis nell’imitazione del Signore e in obbedienza a quello che credono sia il loro dovere cristiano e cattolico.

Jimmy Lai e Martin Lee sono uomini di fede pasquale. Sanno che il peggio della storia umana è accaduto il Venerdì Santo e che Dio ha dato la sua risposta la Domenica di Pasqua. Sapendo questo, possono vivere da uomini liberi nel senso più profondo della libertà umana. Che tutti i loro compagni cattolici possano pregare e lavorare per la libertà di Hong Kong in solidarietà con loro. Questo è sicuramente ciò che il Signore che regna dal Calvario vorrebbe che facessimo.

 




IUSTITIA IN VERITATE – La nuova frontiera: cavie di stato

Ricevo e volentieri pubblico.

 

Palazzo Chigi, sede del Governo italiano
Palazzo Chigi (Roma), sede del Governo

Il Decreto Legge n. 44 – Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da COVID-19, in materia di vaccinazioni anti SARS-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici, entrato in vigore il 01/04/2021 purtroppo non è un pesce d’aprile ma una tragica realtà.

Abbiamo scoperto che lo stato può imporre un trattamento sanitario obbligatorio, basato su una terapia genica sperimentale, la cui efficacia è dubbia (infatti non è garantita l’immunizzazione, nè l’eventuale sua durata)  mentre gli effetti avversi, soprattutto a medio e lungo termine, non sono noti, e certamente esiste già una preoccupante casistica sulle sue conseguenze, anche fatali, a breve termine.

Per il momento sono interessati dal provvedimento gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario che svolgono la loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi professionali (art.4, comma 1).

Si tratta di una nuova frontiera nel progressivo annullamento delle nostre libertà fondamentali dove la persona è di fatto spogliata anche del proprio corpo, sul presupposto che essendo di proprietà dello stato può diventare laboratorio di esperimenti medici.

Di fatto il DL ha trasformato i nostri sanitari in cavie di stato, ma nessun’altra categoria di lavoratori può ragionevolmente sentirsi al sicuro.

E’ necessario comprendere l’assoluta gravità di questo ennesimo atto liberticida, che viola la Costituzione, la Dichiarazione di Helsinki, la Convenzione di Oviedo, il Codice di Norimberga, la Normativa sulla privacy, lo Statuto dei lavoratori e la recente Risoluzione 2361 del 27 gennaio 2021 del Consiglio d’Europa, che vieta agli Stati di rendere obbligatoria la vaccinazione anti SARS-CoV-2, e di usarla per discriminare lavoratori o chiunque decida di non avvalersi della vaccinazione.

Il decreto legge n. 44 del 1/4/2021 potrebbe tuttavia non essere convertito in legge, ma è grave che si sia arrivati a concepirne l’elaborazione sulle basi di una politica sanitaria, che con le sue scelte da oltre un anno sta fagocitando ormai tutti i diritti della persona. Di fronte a tale modalità di intervento legislativo si manifestano quindi evidenti profili di violazioni di norme anche di rango costituzionale.

E’ una battaglia di libertà sotto ogni profilo perché questo ennesimo DL impositivo è l’ultimo atto di una serie di abusi che vanno identificati con il loro nome, ma che i più hanno subito passivamente, rendendo di fatto possibile qualunque prepotenza e arbitrio: la mascherina all’aperto, i tamponi senza sintomi, il coprifuoco, la chiusura di locali che avevano adottato protocolli di sicurezza, gli arresti domiciliari delle zone rosse…

Come già rilevato da diversi giuristi, il decreto legge sul vaccino obbligatorio è zeppo di illegittimità costituzionali e, in alcune ipotesi, potrebbe addirittura integrare anche fattispecie di reato per la sua pervasività.

Si stanno quindi elaborando dei ricorsi affinchè si giunga ad un pronunciamento da parte della Corte Costituzionale.

Inoltre prevedendo ai commi 3, 4, 5, 6 dell’art.4 la trasmissione di dati individuali sensibili ai sensi del D. Lgs 51/2018, senza il consenso dell’interessato e al di fuori dell’ambito penale, configura un illecito, a cui si applicano le sanzioni previste dagli articoli 41, 42 e 43 del D.Lgs 51/2018.

L’articolo 41 parla di risarcimento del danno, mentre l’articolo 42 prevede sanzioni amministrative in capo a chi tratta e trasmette tali dati. I soggetti a cui fa riferimento l’art. 42 sono i datori di lavoro e tutti quei funzionari che trasmetteranno i dati per conto del datore di lavoro o dall’ospedale alla ASL. Le relative sanzioni amministrative vanno da 50.000 euro fino a 150.000 euro e sono previste anche sanzioni penali (ex art. 43 D.Lgs 51/2018) fino a tre anni di reclusione.

Consigliamo quindi alle categorie interessate:

  • innanzitutto di mantenere la calma, senza cedere alle pressioni psicologiche;
  • nell’immediato querelare e presentare esposti al garante della privacy nei confronti di chi trasmetterà i propri dati sensibili;
  • alla ricezione dell’invito da parte dell’azienda sanitaria locale di residenza (art.4 comma 5) si può presentare la lettera con la richiesta di vaccinazione e procedere in una delle due modalità:
  1. non presentarsi all’appuntamento ed attendere altre eventuali comunicazioni, ripetendo la risposta con la prenotazione della vaccinazione;
  2. presentarsi al colloquio con la scheda di richiesta di informazioni sul vaccino. Infatti, trattandosi di una procedura medica, deve sempre essere richiesto il rilascio di un consenso informato.
  • In ragione del comma 2 dell’art. 4 del DL, è anche possibile agire in modo di attendere maggiori approfondimenti medici, ad esempio esibendo alla richiesta di vaccinazione il certificato redatto da un medico di medicina generale dove vengono prescritti diversi esami di accertamento, quali ad esempio:
    • Test Sierologico per accertare la presenza di anticorpi SARS-CoV-2, che potrebbero scatenare una reazione autoimmune in seguito alla vaccinazione;
    • Test Anticorpali verso il PEG (polietilenglicole), presente nei vaccini mRNA e principale causa accertata delle reazioni anafilattiche.

Questi consigli sono ancora più importanti soprattutto per coloro che abbiano già sviluppato reazioni avverse alla prima dose del vaccino e non intendano sottoporsi alla seconda.

Da notare infatti che gli effetti collaterali conseguenti alla campagna di vaccinazione anti coronavirus, inclusi i decessi improvvisi, sono stati “brillantemente” risolti nell’articolo 3 del DL che introduce pure un vero e proprio scudo penale per i vaccinatori, sollevandoli da ogni responsabilità.

Di conseguenza, poiché le multinazionali farmaceutiche non risponderanno di eventuali danni, inclusi paresi, disabilità o decessi, in ragione degli accordi siglati dalla Commissione Europea per l’acquisto e distribuzione di vaccini, che sollevano i produttori da ogni responsabilità legale e finanziaria, a pagare per eventuali effetti collaterali gravi sarà lo Stato italiano.

Ovvero tutti i cittadini contribuenti che, di fatto, dopo aver finanziato ed acquistato i vaccini, si devono per giunta assumere la responsabilità, anche risarcitoria, in caso di reazioni avverse.

Particolarmente inquietante è inoltre l’art. 5 del DL, che esautora completamente gli amministratori di sostegno dal prestare consenso alla vaccinazione delle persone in stato di incapacità a loro affidate, avocando questo diritto in capo al direttore sanitario della ASL o della struttura di assistenza o a un suo delegato, dunque bypassando anche eventuali familiari.

Iustitia in Veritate, che nell’analisi di queste problematiche collabora con altri legali e realtà associative, conformemente ai propri intenti di tutela delle persone lese nei propri diritti fondamentali, offre ai suoi associati consulenze legali personalizzate in caso subissero conseguenze in ragione del proprio rifiuto alla vaccinazione e per difendersi contro questa forma impositiva di contrasto al Covid-19.

Nei luoghi di lavoro il suggerimento è di evidenziare situazioni di pressione o di mobbing persuasivi in tale direzione e soprattutto reagire formalmente agli eventuali provvedimenti che, pertanto, vanno contestati.

La situazione è fluida ed è quindi necessario sempre individuare la strategia più adatta ad ogni singolo contesto, ricordando ovviamente che, a fronte di un provvedimento concreto, questo va impugnato.

 

Milano, 4 aprile 2021 – Santa Pasqua di Resurrezione

 

Iustitia in Veritate – Corso Venezia 40 – 20121 Milano (MI)

Email: [email protected] – Tel: 02/4507.6634

Sito: http://www.iustitiainveritate.org

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/asdilesi/

 

Di seguito il testo degli articoli 3, 4, 5 del DL 44 del 1/4/2021:

Art. 3

Responsabilità penale da somministrazione del vaccino anti SARS-CoV-2

  1. Per i fatti di cui agli articoli 589 e 590 del codice penale verificatisi a causa della somministrazione di un vaccino per la prevenzione delle infezioni da SARS-CoV -2, effettuata nel corso della campagna vaccinale straordinaria in attuazione del piano di cui all’articolo 1, comma 457, della legge 30 dicembre 2020, n. 178, la punibilità è esclusa quando l’uso del vaccino è conforme alle indicazioni contenute   nel   provvedimento    di    autorizzazione all’immissione in commercio emesso dalle competenti autorità e alle circolari pubblicate sul sito istituzionale del Ministero della salute relative alle attività di vaccinazione.

Art. 4

Disposizioni urgenti in materia di prevenzione del contagio da SARS-CoV-2 mediante previsione di obblighi vaccinali per gli   esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario

  1. In considerazione della situazione di emergenza epidemiologica da SARS-CoV-2, fino alla completa attuazione del piano di cui all’articolo 1, comma 457, della legge 30 dicembre 2020, n. 178, e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, al fine di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza, gli esercenti le  professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario che svolgono la loro attività   nelle    strutture    sanitarie,    sociosanitarie     e socio-assistenziali,   pubbliche   e   private,    nelle    farmacie, parafarmacie e negli studi professionali sono obbligati a  sottoporsi a  vaccinazione  gratuita  per  la  prevenzione   dell’infezione   da SARS-CoV-2. La vaccinazione costituisce requisito essenziale per l’esercizio della professione e per lo svolgimento delle prestazioni lavorative rese dai soggetti   obbligati.   La   vaccinazione   è somministrata nel rispetto delle indicazioni fornite dalle regioni, dalle province autonome e dalle altre autorità sanitarie competenti, in conformità alle previsioni contenute nel piano.
  2. Solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale, la vaccinazione di cui al comma 1 non è obbligatoria e può essere omessa o differita.
  3. Entro cinque giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, ciascun Ordine professionale territoriale   competente trasmette l’elenco degli iscritti, con l’indicazione del luogo di rispettiva residenza, alla regione o alla provincia autonoma in cui ha sede. Entro il medesimo termine i datori di lavoro degli operatori di interesse sanitario che svolgono la loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie, socio-assistenziali, pubbliche o private, nelle farmacie, parafarmacie e negli studi professionali trasmettono l’elenco dei propri dipendenti con tale qualifica, con l’indicazione del luogo di rispettiva residenza, alla regione o alla provincia autonoma nel cui territorio operano.
  4. Entro dieci giorni dalla data di ricezione degli elenchi di cui al comma 3, le regioni e le province autonome, per il tramite dei servizi informativi vaccinali, verificano lo stato vaccinale di ciascuno dei soggetti rientranti negli elenchi. Quando dai  sistemi informativi vaccinali a disposizione della regione e della  provincia autonoma  non  risulta  l’effettuazione   della   vaccinazione   anti SARS-CoV-2 o la presentazione della richiesta di  vaccinazione  nelle modalità stabilite nell’ambito della campagna vaccinale in atto,  la regione o la provincia autonoma, nel rispetto delle  disposizioni  in materia di protezione  dei  dati  personali,  segnala  immediatamente all’azienda sanitaria locale di residenza i nominativi  dei  soggetti che non risultano vaccinati.
  5. Ricevuta la segnalazione di cui al comma 4, l’azienda sanitaria locale di residenza invita l’interessato a produrre, entro cinque giorni dalla ricezione dell’invito, la documentazione comprovante l’effettuazione della vaccinazione, l’omissione o il differimento della stessa ai sensi del comma 2, ovvero la presentazione della richiesta di vaccinazione o l’insussistenza dei presupposti per l’obbligo vaccinale di cui al comma 1. In caso di   mancata presentazione della documentazione di cui al primo periodo, l’azienda sanitaria locale, successivamente alla scadenza del predetto termine di cinque giorni, senza ritardo, invita formalmente l’interessato a sottoporsi alla somministrazione del vaccino   anti   SARS-CoV-2, indicando le modalità e i termini entro i   quali   adempiere all’obbligo di cui al comma 1.  In caso di presentazione   di documentazione attestante la richiesta di vaccinazione, l’azienda sanitaria locale invita l’interessato a trasmettere immediatamente e comunque non   oltre   tre   giorni   dalla   somministrazione, la certificazione attestante l’adempimento all’obbligo vaccinale.
  6. Decorsi i termini di cui al comma 5, l’azienda sanitaria locale competente accerta l’inosservanza dell’obbligo vaccinale e, previa acquisizione delle ulteriori eventuali informazioni presso le autorità competenti, ne dà   immediata   comunicazione   scritta all’interessato, al datore di lavoro e all’Ordine professionale di appartenenza.  L’adozione dell’atto   di   accertamento   da   parte dell’azienda sanitaria locale determina la sospensione dal diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali o comportano, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio da SARS-CoV-2.
  7. La sospensione di cui al comma 6, è comunicata immediatamente all’interessato dall’Ordine professionale di appartenenza.
  8. Ricevuta la comunicazione di cui al comma 6, il datore di lavoro adibisce il lavoratore, ove possibile, a mansioni, anche inferiori, diverse da quelle indicate al comma 6, con il trattamento corrispondente alle mansioni esercitate, e che, comunque, non implicano rischi di diffusione del contagio. Quando l’assegnazione a mansioni diverse non è possibile, per il periodo di sospensione di cui al comma 9, non è dovuta la retribuzione, altro compenso o emolumento, comunque denominato.
  9. La sospensione di cui al comma 6 mantiene efficacia fino all’assolvimento dell’obbligo vaccinale o, in mancanza, fino al completamento del piano vaccinale nazionale e comunque non oltre il 31 dicembre 2021.
  10. Salvo in ogni caso il disposto dell’articolo 26, commi 2 e 2-bis, del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, per il periodo in cui la vaccinazione di cui al comma 1 è omessa o differita e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, il datore di lavoro adibisce i soggetti di cui al comma 2 a mansioni anche diverse, senza decurtazione della retribuzione, in modo da evitare il rischio di diffusione del contagio da SARS-CoV-2.
  11. Per il medesimo periodo di  cui  al  comma  10,  al  fine  di contenere  il  rischio  di  contagio,  nell’esercizio  dell’attività libero-professionale, i soggetti di cui al comma 2 adottano le misure di prevenzione igienico-sanitarie indicate dallo specifico protocollo di sicurezza adottato con  decreto  del  Ministro  della  salute,  di concerto con  i  Ministri  della  giustizia  e  del  lavoro  e  delle politiche sociali, entro venti giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.
  12. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Art. 5

Manifestazione del consenso al trattamento sanitario del vaccino anti SARS-CoV-2 per i soggetti che versino in condizioni di incapacità   naturale

  1. All’articolo 1-quinquies del decreto legge 18 dicembre 2020, n. 172, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 gennaio 2021, n. 6, sono apportate le seguenti modificazioni:
  2. a) nella rubrica, le parole «ricoverati presso   strutture sanitarie assistenziali» sono soppresse;
  3. b) dopo il comma 2, è inserito il seguente: «2-bis. Quando la persona in stato di incapacità naturale non è ricoverata presso strutture sanitarie assistenziali o presso analoghe strutture, comunque denominate, le funzioni di amministratore di sostegno, al solo fine della prestazione del consenso di cui al comma 1, sono svolte dal direttore sanitario della ASL di assistenza o da un suo delegato.»;
  4. c) al comma 3, le parole «individuato ai sensi dei commi 1 e 2» sono sostituite dalle seguenti: «individuato ai sensi dei commi 1, 2 e 2-bis» e, dopo la parola «ricoverata», sono inserite le seguenti: «o della persona non ricoverata di cui al comma 2-bis»;
  5. d) al comma 5, le parole «presupposti di cui ai commi 1, 2 e 3» sono sostituite dalle seguenti: «presupposti di cui ai commi 1, 2, 2-bis e 3» e, dopo le parole «dalla direzione della struttura in cui l’interessato è ricoverato», sono aggiunte le seguenti: «o, per coloro che non siano ricoverati in strutture sanitarie assistenziali o altre strutture, dal direttore sanitario dell’ASL di assistenza»;
  6. e) al comma 7, primo periodo, le parole «ai sensi del comma 2, a mezzo di posta elettronica certificata, presso la struttura dove la persona è ricoverata», sono sostituite dalle seguenti: «ai sensi dei commi 2 e 2-bis, a mezzo di posta elettronica certificata, presso la struttura dove la persona è ricoverata ovvero, nel caso di persona non ricoverata ai sensi del comma 2-bis, presso l’ASL di assistenza».