L’ossessione progressista per le norme e gli intenti punitivi del ddl Zan su omofobia

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

 

di Lucia Comelli

 

Lo scrittore e psicanalista junghiano Claudio Risé, in un articolo comparso ieri sul quotidiano La Verità[1], fornisce un’interessante interpretazione del disegno di legge Zan: una sorta di pericolosa sintesi tra l’ideologia gender e ‘l’ossessione normopatica’, cioè la foga progressista di codificare le regole del comportamento sessuale ritenute corrette. La normopatia, è infatti “la malattia più pericolosa della società politicamente corretta”: essa detesta “le profondità e le ambivalenze dell’essere umano”, che si costruisce in un processo lungo quanto la vita stessa, e rifiuta “la libertà del sentire personale” che vuol ricondurre al ‘pensiero unico’.

Questa ossessione per il controllo della sessualità umana nasce “assieme all’ideologia Lgbt” nel college della ricca borghesia bianca americana (dove si formò Judith Butler, con la sua Teoria del genere): entrambe “non tollerano la ricerca interiore, lo sviluppo, il cambiamento”: cioè l’investigazione “spirituale e psicologica della propria verità ed identità”. Non c’è nessuna donna, nessun maschio – sostiene la Butler nel suo libro Disfare il genere: femminile e maschile sono solo recitazioni, performance teatrali.

In questo modo “si evita la fatica di ‘diventare se stessi’” e, identificandosi “con le proprie pratiche sessuali”, ci si riduce ad oggetti “normati dalle regole proposte dalla società e dai poteri del momento”. Le istituzioni stesse, invece di educare l’individuo a riconoscere la propria vocazione e a portarla nel mondo, tendono a disciplinarlo secondo le suddette regole. Così, sono nate le “procedure”, “i librettini con le norme che gli studenti dei college americani devono seguire nei loro incontri”, divenute in “seguito pilastri di tutto il politicamente corretto”: secondo tali direttive, il maschio, ancor oggi, deve chiedere nei vari momenti dell’incontro: “Ti posso prendere la mano”?, “Posso accarezzarti il braccio”?… E a lei tocca assentire o rifiutare. Da allora il corteggiamento non può più scostarsi dal previsto copione, pena l’espulsione dal college, o – nella società – l’incorrere in molteplici reati e punizioni.

L’ultima espressione, in Italia, di questa mania per le regole, è il ddl Zan. Come mai – si chiede Risé – essa “va ora a frugare nelle differenze della sessualità e degli atteggiamenti verso di esse”, anziché occuparsi di uno qualsiasi dei numerosi e più pressanti problemi esistenti nel Paese?

Il fatto è che proprio sulla differenza sessuale e sull’attrazione e incontro tra l’uomo e donna si fonda l’umanità e la sua differenza dalle altre forme della natura. Lì è la chiave di tutto, società e potere compresi. Maschile e femminile, antiquati che siano, hanno nella vita e nella storia umana un peso è un significato del tutto unico: l’attrazione e diversità fra loro e costitutiva non solo dell’umanità, ma della sua aspirazione ad andare più in alto, a trascendersi. Il libro biblico Genesi ne parla fin dall’inizio: “e Dio creò l’uomo a sua immagine… Maschio e femmina li creò” (Genesi 27). La differenza sessuale è alla base dell’umanità, ma è anche ciò che l’uomo e la donna condividono con l’immagine della totalità divina, che possiede entrambi gli aspetti.

Non si tratta insomma solo “di questioni burocratiche e di stato civile”, ma anche “dei contenuti esistenziali e trascendenti dell’umano”. Secondo l’antropologia ebraico-cristiana, l’incontro tra

uomo e donna è al centro dell’intera vita e spiritualità, ma per la cultura materialista in cui siamo immersi, questo è lo scandalo della sessualità: che il benessere dell’umano sia legato al rapporto con Dio, nel quale sono compresenti maschile e femminile, entrambi indispensabili alla piena realizzazione dell’esistenza.

Ecco allora che lo Stato si impegna a fondo per separarli, mentre uno Stato laico dovrebbe limitarsi a tutelare la libertà di ogni cittadino, senza occuparsi delle diversità sessuali. Ma è proprio qui l’aspetto più illiberale e discriminatorio del ddl Zan: “la volontà di sanzionare penalmente le convinzioni religiose dell’antropologia cristiana, in quanto difformi dall’invasiva normatività LGBT”.

Un’ideologia, quest’ultima, che arbitrariamente “separa e frammenta l’umanità”, a seconda delle sue diverse propensioni nella sfera affettiva e sessuale. Così, in nome della non discriminazione, “il silenzioso ascolto di sé dell’adolescente in rispettosa attesa della propria “chiamata” sessuale” potrebbe venir interrotto magari a scuolada una richiesta pubblica a dichiararsi. “I contenuti profondi delle persone, preziosi e fragili, vanno difesi dal cinismo spettacolare delle mode sessuali e delle loro ansie di potere e di conferma”.

Lo Stato tuteli la libertà di tutti: “chi ha fantasia di punizione e rivalsa verso la donna e l’uomo, i due protagonisti della storia umana”, non dovrebbe portarle in Parlamento, ma dall’analista.

 

[1] Claudio Risè, Il ddl Zan elimina l’uomo e la donna per legge. L’obiettivo finale: punire l’uomo e la donna, La Verità, 9 agosto 2020.




Mario Draghi ed i gesuiti

Mario Draghi Europa

 

di Gianfranco Amato

 

Cosa può legare Jorge Mario Bergoglio, cui alcuni attribuiscono giovanili simpatie peroniste, con il mondialista Mario Draghi? Cosa possono avere in comune il campione argentino degli ultimi, degli oppressi, dei poveri con il rappresentante italiano in Europa osannato dai poteri forti, dall’oligarchia finanziaria, dalla plutocrazia globalista?

La domanda è più che lecita visto che il Papain persona ha voluto nominare Draghi membro della Pontifica Accademia delle Scienze Sociali, e visto che lo ha incontrato solo un paio di volte in vita sua.

La prima occasione è stata il 19 ottobre 2013, durante un’udienza personale concessa a Mario Draghi e famiglia, mentre la seconda si è presentata il 6 maggio 2016, quando il Papa ricevette il prestigioso internazionale Premio Carlo Magno – il massimo riconoscimento europeo – nella Sala Regia del Palazzo Apostolico. In quel caso Mario Draghi era seduto tra i massivi livelli politici ed economici dell’Unione, insieme ad Angela Merkel, Jean Claude Junker, Martin Schultz e Donald Tusk. Fu proprio in quell’occasione che Bergoglio, nel discorso di ringraziamento per il premio ricevuto, disse espressamente di «sognare un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare». Chi scrisse il discorso al Papa si dimenticò di citare Gesù Cristo, ma sono molti, ormai, nei Sacri Palazzi a ritenere che il nuovo concetto di “umanesimo” possa anche prescindere dalla figura del Figlio di Dio.

Qual è allora il filo rosso che collega Bergoglio a Draghi. I bene informati lo identificano con un nome e cognome: Antonio Spadaro. Sì, proprio il gesuita direttore di Civiltà Cattolica, l’uomo che sussura al Papa, l’eminenza grigia di Francesco I.

Si dà il caso, infatti, che Mario Draghi si vanti di essere un ex allievo dell’Istituto Massimiliano Massimo, la prestigiosa scuola cattolica romana guidata proprio dai gesuiti.

Non è neppure un caso che il 2 novembre 2019 proprio Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti diretta da Spadaro, abbia pubblicato un articolo elogiativo nei confronti di Mario Draghi. L’articolo di tredici pagine si intitola Il contributo di Mario Draghi all’Europa, si trova nel quaderno 4065, pag. 220 – 233, Anno 2019, Volume IV, ed è firmato dal gesuita Guido Ruta, dottore di ricerca in Economia presso la New York University. Nel citato articolo Mario Draghi viene considerato «protagonista di una delle fasi più complesse della storia recente d’Europa», e il suo servizio come presidente della Banca centrale europea viene riconosciuto come «decisivo per salvare l’Unione economica e monetaria».

Secondo la rivista dei gesuiti, il prezioso contributo di Draghi oggi potrebbe finalmente rappresentare la «straordinaria opportunità di completare» definitivamente tale unione, archiviando una volta per tutte le «istanze populiste» euroscettiche, e attuando le «necessarie riforme» per compiete la costruzione europea.

Gli elogi per SuperMario da parte del gesuita Ruta si sprecano:«In contesti del tutto inediti, dominati dall’incertezza e dallo scetticismo, Draghi ha saputo prendere decisioni sulla base di analisi rigorose, con audacia e guidato da una visione altissima dell’Europa, unita ben oltre la moneta come nel progetto dei Padri fondatori. Ha creato così le condizioni perché il processo di unione dei nostri Paesi giunga a compimento».

Nell’articolo si arriva persino a chiedere un suo impegno diretto in politica: «Mario Draghi emerge come policy maker di altissima statura: alla gratitudine si aggiunge l’auspicio che il suo modo di procedere senza retorica, con approfondimento e visione, venga assunto in ambiti più ampi della politica sia europea sia italiana». Seguono elogi sperticati all’euro e attacchi contro le «disarticolate istanze populiste di ritorno all’autonomia monetaria», che oggi si registrano in Italia. Se non fosse per la copertina sembrerebbe di legge il Wall Street Journal o il Financial Times. Comunque, ora appare sufficientemente chiaro perché Bergoglio abbia nominato Draghi alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Che, lo ricordiamo dopo essere stato Direttore esecutivo della Banca Mondiale, da Direttore Generale della Banca d’Italia è stato l’artefice delle privatizzazioni delle società pubbliche partecipate. Era sul panfilo Britannia della Regjna Elisabetta al largo di Civitavecchia con i rappresentanti della finanza internazionale per definire il programma di svendita del patrimonio industriale e imprenditoriale italiano, a cominciare dall’Iri, Eni, Telecom, Enel, Comit, Credit. Nel 2002 è stato Vice-Presidente della Goldman Sachs, la più grande Banca d’affari privata al mondo. Nel 2005 è stato Governatore della Banca d’Italia e nel 2011 è stato nominato Presidente della Banca Centrale Europea. Un curriculm stellare di tutto rispetto per delineare il profilo di un “potente”.

 




Vaticano II: il prof. De Mattei replica al Card. Joseph Zen.

Ieri abbiamo rilanciato la replica del card. Zen al pof. De Mattei. Ieri, quest’ultimo ha riplicato a tale replica con un breve scritto inviato al blog Stilum Curiae di Marco Tosatti da cui rilanciamo.

 

Prof. Roberto De Mattei, storico della Chiesa

Prof. Roberto De Mattei, storico della Chiesa

 

Apprezzo la replica del cardinale Zen (qui) al mio articolo su Corrispondenza Romana del 5 agosto (qui) perché dimostra come Sua Eminenza conserva ancora uno spirito vivace e combattivo, ma mi permetto di continuare a dissentire sulle benemerenze del Concilio Vaticano II.

Al di là di ogni “ermeneutica”, c’è un’evidenza storica: il tragico silenzio del Concilio Vaticano II sul comunismo. E’ da questo silenzio, più che dalle parole del Concilio che è nata l’Ostpolitik.

Ogni qual volta si è riunito un Concilio Ecumenico – affermò nell’aula conciliare il cardinale Antonio Bacci – ha sempre risolto i grandi problemi che si agitavano in quel tempo e condannato gli errori di allora. Il tacere su questo punto credo che sarebbe una lacuna imperdonabile, anzi un peccato collettivo. (…) Questa è la grande eresia teorica e pratica dei nostri tempi; e se il Concilio non si occupa di essa, può sembrare un Concilio mancato!” C’è più spirito profetico in queste parole, che nel discorso di apertura del Concilio di Giovanni XXIII:

La Chiesa disarmò le sue truppe, il comunismo negli anni del Concilio e del post-Concilio seppe come approfittare del disarmo dell’avversario. Il popolo cinese ne subisce ancora le drammatiche conseguenze.

Auguro a Sua Eminenza lunga vita e grande forza per continuare a combattere l’Ostpolitik verso la Cina, ma sono convinto che questa battaglia, per essere efficace, possa e debba fare a meno di riferirsi al Vaticano II

Roberto de Mattei

 




Pensi che la cultura dell’annullamento non esista? La mia “esperienza vissuta” dice il contrario

Con Cancel culture (cultura dell’annullamento o della cancellazione) originariamente si intende l’insieme di comportamenti collettivi tesi a eliminare dal loro ambiente lavorativo quei personaggi accusati di comportamenti immorali, soprattutto molestie sessuali e quelli che in inglese ricadono nella categoria di “sexual misconduct” (cattiva condotta sessuale).

Ora la Cancel culture viene sempre più utilizzata nei confronti di coloro che manifestano un pensiero difforme dal politicamente corretto, in particolare nei confronti di coloro che non sono d’accordo con il pensiero mainstream che afferma che il genere non ha nulla a che fare con la biologia, che il sesso non è binario ma si estende su uno spettro molto ampio. Contro queste persone parte un attacco (sui social o altro mezzo) teso ad intimidirli fino a, se del caso, far perdere loro la posizione o l’occupazione lavorativa in modo da tacitarle definitivamente. E’ quello che è successo a Colin Wright, un giovane e brillante ricercatore che ha dovuto abbandonare la sua carriera universitaria. Colin Wright è già conosciuto su questo blog.

Dal suo articolo pubblicato su Quillette, riprendiamo solo la sua storia, e ve la proponiamo nella traduzione di Stefania Marasco.

 

Colin Wright, ricercatore
Colin Wright, ricercatore

 

Non è la prima volta che alludo pubblicamente al mio calvario. Ne ho parlato su Twitter e in vari podcast. Ma lo sforzo continuo per negare l’esistenza della cultura della cancellazione mi ha convinto che ho bisogno di esporre la mia esperienza in modo più sistematico.

Nel 2008 ho deciso di intraprendere la carriera di biologo accademico. La scienza in generale e la biologia evolutiva in particolare erano state una mia passione sin dalla giovane età. Anche da studente universitario, ho mantenuto un blog che ho usato per sfatare la pseudoscienza e criticare il creazionismo e il creazionismo scientifico. Sono stato schietto e talvolta mi sono lanciato a capofitto in dibattiti con i conservatori Cristiani. I creazionisti ed i creazionisti scientifici spesso mi hanno detto che avevo torto o che ero stupido, ma i miei critici non mi hanno mai chiamato bigotto.

Questo è cambiato, tuttavia, quando ho iniziato la scuola di specializzazione nel 2013. Quello era un ambiente in cui non dovevo preoccuparmi dei creazionisti di destra. Piuttosto, la pseudoscienza che ho osservato proveniva dall’altra parte dello spettro politico, specialmente sotto forma di sostenitori della “lavagna in bianco” che sostenevano (falsamente) che le differenze di sesso nella personalità, nelle preferenze e nel comportamento umani sono interamente un risultato della socializzazione.

È stato anche durante questo periodo che ho iniziato a interessarmi a quella che molti ora chiamano “ideologia di genere”. Questa ideologia non solo invita a un trattamento compassionevole per gli individui trans (che io sostengo), ma promuove anche le affermazioni scientificamente inaccurate che il sesso biologico esiste su uno “spettro” continuo, che le nozioni di maschio e femmina possono essere semplici costrutti sociali e che il sesso di ciascuno può essere determinato da un’auto-dichiarata “identità” piuttosto che dall’anatomia riproduttiva. Quando mi sono opposto a queste affermazioni, sono stato insultato come un bigotto transfobico. Temendo danni professionali, ho smesso di impegnarmi, cedendo il campo a coloro che difendono le finzioni alla moda.

Mi sono laureato con un dottorato di ricerca in biologia evolutiva presso la UC Santa Barbara nel 2018 e ho preso una posizione come ricercatore dopo il dottorato presso la Penn State. Mi ero appena iscritto a Twitter e ho osservato che la pseudoscienza che avevo visto nel campus si era ormai metastatizzata nel resto del mondo ed era diventata la sostanza degli hashtag di tutti i giorni. Persino gli scienziati che conoscevo personalmente e rispettavo ripetevano a pappagallo questa sciocchezza come un fatto scientifico. Ma non ho osato dire una parola. Presto avrei fatto domanda per lavori di assistente-professore di ruolo; non potevo essere visto discutere pubblicamente l’affermazione che i sentimenti relativi alla percezione del genere davano il due di briscola alla biologia.

Nell’ottobre 2018, esplose lo scandalo dei “Grievance Studies(NDT – trattasi di uno studio volto ad immettere falsa documentazione in ambiente accademico per studiarne l’incidenza della diffusione acritica), portando una rinnovata attenzione sul degrado intellettuale all’interno dei campi accademici incentrati su genere e sesso. Poche settimane dopo, una delle riviste scientifiche più prestigiose del mondo, Nature, ha pubblicato un editoriale sostenendo che classificare il sesso di un individuo utilizzando una qualsiasi combinazione di anatomia e genetica “non ha basi scientifiche”. Questi eventi, accadendo in così stretta successione, mi hanno spinto oltre la mia soglia di moderazione. Nonostante gli avvertimenti dei miei mentori accademici che parlare apertamente avrebbe potuto rovinare la mia carriera, ho lasciato trasparire le mie frustrazioni represse in un saggio che ho inviato a Quillette. È stato pubblicato sotto il titolo, The New Evolution Deniers (I nuovi negazionisti dell’Evoluzione).

Il saggio è diventato virale. E mentre ho ricevuto la mia giusta dose di elogi per questo, sapevo anche di aver fornito ai critici una buona occasione per dire “ti ho preso!”. (“Non mi sono allenato per diventare uno scienziato per oltre un decennio solo per stare seduto in silenzio mentre la scienza in generale, e il mio campo in particolare, viene attaccato da attivisti che sovvertono la verità in ideologia e narrativa”, ho scritto). Le femministe della “lavagna in bianco” e gli attivisti trans allo stesso modo mi hanno pubblicamente accusato di pensiero errato.

Quel che è peggio, le mie eresie si stavano moltiplicando, dato che ero andato su Twitter per difendere le mie opinioni e confrontarmi con i miei critici. Alla fine sono anche coautore di un altro saggio di Quillette, con l’endocrinologo Dr. William Malone e l’autore Julia Robertson, intitolato Nessuno è nato in “ Il corpo sbagliato ”, sostenendo che i bambini sono sottoposti al rischio di danni a lungo termine se vengono indottrinati con disinformazione distorta ideologicamente riguardo ai loro corpi e al loro comportamento.

Nell’ottobre 2019, in seguito alla pubblicazione di quel secondo articolo, ho ricevuto la notizia che qualcuno aveva pubblicato un nuovo annuncio su EcoEvoJobs, il più grande portale di lavoro nel mio campo, che diceva: “Colin Wright è un transfobico che supporta la Scienza Razzista”. Questo è avvenuto al culmine della stagione di reclutamento accademico. Il post è stato infine rimosso dall’amministratore del portale. Ma non c’è modo di sapere quanto tempo fosse stato visibile o quanti miei colleghi lo avessero visto. (Ho espresso preoccupazione all’operatore del consiglio e ho esortato a controllare gli elenchi prima di pubblicarli, ma mi è stato detto che non era possibile. Fortunatamente, un amico esperto di tecnologia si è offerto volontario per eseguire uno script che ha scansionato la bacheca in cerca del mio nome minuto per minuto e inviarmi un messaggio di testo in caso di successo). All’epoca, avevo quasi un centinaio di domande di lavoro in fase di revisione da parte dei comitati di ricerca. Ho bloccato il mio Twitter e ho deciso, ancora una volta, di restare in silenzio.

Ma ovviamente sono caduto dal carro. Se si cercano caratteristiche comuni tra quelli di noi che vengono presi di mira per la cancellazione (Cancel culture, ndr), non si tratta di soldi o privilegi. Piuttosto, molti di noi hanno semplicemente l’incapacità di borbottare slogan che sappiamo non essere veri. Nel tempo, arriviamo all’esasperazione da propaganda disonesta che si maschera da giustizia sociale e parliamo. È un’abitudine radicata nell’impulso di dire la verità e di denunciare ciò che, non molto tempo fa, i progressisti applaudivano.

Ho rotto il mio silenzio su Twitter il giorno di San Valentino, 2020, quando il Wall Street Journal ha pubblicato un saggio che avevo scritto insieme alla dottoressa Emma Hilton, biologa dello sviluppo, intitolato The Dangerous Denial of Sex (La pericolosa negazione del sesso). Sebbene vincolati dai limiti di spazio del formato editoriale, il dottor Hilton e io siamo stati in grado di delineare brevemente la scienza del sesso biologico e spiegare in dettaglio come il suo diniego danneggi i gruppi vulnerabili, comprese donne, uomini gay, lesbiche e, in particolare, bambini con disforia di genere. Avendolo sottolineato ancor più che in altri pezzi, questo articolo ha scatenato un’ondata di odio online, forse perché avevamo pungolato la preziosa presunzione che l’ideologia di genere salvi i bambini invece di danneggiarli. Diversi professori della Penn State hanno denunciato pubblicamente il saggio come transfobico. Studenti e docenti si sono lamentati con il comitato per la diversità del mio dipartimento che avevo lanciato “un attacco personale a individui con identità di genere non binaria” e che la mia presenza al PSU “li faceva sentire meno a loro agio”.

“Dentro per un centesimo, dentro per una sterlina”, come dice l’espressione. [NDTL’espressione ‘In for a penny, in for a pound‘ che letteralmente significa ‘Dentro per un centesimo, dentro per una sterlina’ viene usata nel caso in cui ci si trovi in una situazione in cui le proprie azioni abbiano già innescato delle conseguenze e quindi sia indifferente oppure conveniente continuare a compierle o anche aumentarne l’intensità.]
All’inizio di quest’anno, il 22 febbraio, ho twittato un articolo del Guardian intitolato: “La lite tra adolescenti transgender divide la Svezia mentre le diagnosi di disforia aumentano del 1.500%”, accompagnato dal mio commento di due parole: “contagio sociale”. Il mio tweet avrebbe avuto senso per coloro che hanno familiarità con il lavoro dell’accademica della Brown University Lisa Littman, e in particolare con il suo articolo scientifico che ipotizza collegamenti tra “disforia di genere a rapida insorgenza” (ROGD) e contagio tra pari all’interno di gruppi di ragazze adolescenti. Tuttavia, gli attivisti sono stati in grado di distorcere il mio commento in un modo da suggerire che stessi prendendo di mira i bambini stessi o suggerendo che la disforia di genere fosse simile a un virus. Sapendo che ero sul mercato del lavoro, uno studente laureato della Michigan State University (e presidente del Graduate Employees Union) di nome Kevin Bird mi ha accusato di “diffusione di una disgustosa pseudoscienza transfobica”. A differenza di altri critici, Bird non ha nemmeno preteso di essere motivato da qualcosa di diverso dal desiderio di negarmi un impiego nel mio campo.



Kevin [email protected]
“Colin sta ora diffondendo una pseudoscienza transfobica disgustosa. È nel mercato del lavoro. Spero che la comunità EEB stia prestando attenzione. Non è così @DiversifyEEB https://twitter.com/SwipeWright/status/1231353767473426434”
( 3:55 AM . Feb 23, 2020)

Lo stesso Bird offre un interessante caso di studio, perché il suo esempio illustra come anche un singolo troll ideologicamente radicalizzato possa presentare l’aspetto di una campagna popolare. Se il nome di Bird sembra familiare, è perché è lo stesso attivista che ha condotto una campagna contro il vicepresidente senior della ricerca e dell’innovazione della sua università, il fisico teorico Stephen Hsu. Bird non ha una particolare distinzione nel suo campo accademico, ha twittato il supporto per la campagna banche in fiamme ed è noto che non ha “interesse a raggiungere o scoprire la verità” quando fa scienza. Ma ha anche lavorato instancabilmente per costruire la sua statura online come un rinforzo della cultura dell’annullamento (Cancel culture, ndr) e un guerriero “contro il fascismo”. In quanto tale, è stato in grado di mobilitare flash mob di troll online per aiutare nei suoi sforzi di deplatforming [NDT cancellazione di contenuti e profili dalle piattaforme di social network], motivo per cui Hsu è stato costretto a dimettersi dalla sua posizione di vicepresidente nonostante la natura spuria delle accuse di razzismo di Bird.

Fu in quel periodo che fui contattato dal presidente del dipartimento di biologia di un college privato di arti liberali nel Midwest. Mi lodò per i miei scritti e mi disse di aver persino usato il mio saggio New Evolution Deniers come base per la discussione nelle sue classi. Ma mentre lui e i suoi colleghi del dipartimento di biologia avrebbero voluto sostenere la mia assunzione, ha detto, il dipartimento delle risorse umane della scuola mi avrebbe quasi certamente bloccato perché “troppo rischioso”. Queste esperienze mi ricordano che quando Blow esalta “le masse” che stanno cancellando persone come me, le persone che elogia sono in realtà solo una piccola coalizione di troll professionisti come Bird, che lavora in concerto efficace con i burocrati delle società medio-alte avverse al rischio che ora hanno assunto il potere decisionale in molti college e campus universitari.

Il senso di colpa per associazione è un segno distintivo di tutte le forme di panico sociale. E all’inizio di marzo, ho ricevuto un messaggio di testo da un caro amico e collaboratore di ricerca che ora è professore associato presso un’importante università di ricerca, che mi informava che i suoi colleghi avevano iniziato a interrogarlo sulla nostra relazione professionale. Mi ha detto che questo genere di cose stava accadendo abbastanza frequentemente tanto che sentiva il bisogno di denunciare pubblicamente le mie opinioni per riabilitare il suo nome. Ed è esattamente quello che ha fatto. Chiedetevi quali altri movimenti ideologici e periodi storici tendiamo ad associare ad atti del genere.

Più tardi quel mese, qualcuno ha nuovamente pubblicato “Colin Wright è un transfobico che supporta Scienza Razzista” sulla bacheca di EcoEvoJobs. Ho contattato l’amministratore del portale – di nuovo – esprimendo le mie preoccupazioni. Questa volta non ho ricevuto risposta.

Nel frattempo, un account Twitter anonimo mi ha informato che quelle “e-mail preventive” erano state inviate a commissioni di ricerca accademica riguardo me. Sebbene sia impossibile verificare queste affermazioni, noto che la stessa tattica è nota per essere stata usata contro l’ex professore di psicologia Bo Winegard, che è stato recentemente licenziato dal Marietta College dopo uno sforzo persistente da parte di attivisti simili (forse gli stessi) per denigrarlo come razzista e “scienziato razziale”. In effetti, queste “masse” anonime, come le chiama Blow, potrebbero essere una sola persona.

Ad aprile, ho scelto di lasciare il mondo accademico. Per dare credito alla Penn State, non sono stato licenziato. In effetti, ho avuto l’opportunità di prolungare il mio contratto di borsa di studio per un altro anno. Tuttavia, non credevo più che qualsiasi quantità di duro lavoro o genio da parte mia avrebbe portato a un lavoro accademico di ruolo nel clima attuale. Né volevo passare il mio tempo a rispondere costantemente a false accuse di transfobia e razzismo. Mi ero imbarcato in questo viaggio perché amo la scienza e volevo aiutare a respingere le forze della pseudoscienza nella sfera pubblica. Ma un simile progetto diventa impossibile quando gli scienziati stessi sono stati intimiditi da piccoli gruppi di attivisti che chiedono che il metodo scientifico sia subordinato al pensiero magico e che cercano di rovinare le vite di coloro che dissentono. Se seguirete le mie orme, potrete aspettarvi di ricevere un trattamento simile.

Nessuna delle opinioni che ho mai sposato è estrema. In effetti, tutte o la maggior parte sono prese come buon senso praticamente da chiunque non sia un attivista o un accademico professionista. E le ripeterò qui. Maschio e femmina non sono costrutti sociali, ma sono vere e proprie categorie biologiche che non rientrano in uno spettro. Gli esseri umani sono sessualmente dimorfici e questo è importante in determinati contesti, come lo sport. Ignorare la realtà del dimorfismo sessuale può danneggiare donne e membri della comunità gay la cui esperienza di discriminazione è radicata in queste differenze reali tra corpi maschili e femminili. Le teorie esoteriche sul genere che pretendono di negare la realtà della biologia, o che confondono il sesso biologico con caratteristiche sessuali secondarie o stereotipi basati sul sesso, possono confondere i bambini; e sono probabilmente in parte responsabili del massiccio aumento della disforia di genere auto-dichiarata tra gli adolescenti, in particolare le ragazze adolescenti.

Nelle righe finali di The New Evolution Deniers, ho scritto che il mondo accademico “non è più un rifugio per intellettuali schietti e dal pensiero libero” e che “ora si deve scegliere tra vivere una vita con le labbra a cerniera lampo in quanto scienziato accademico, o vivere una vita come intellettuale realizzato “. La mia esperienza, rafforzata dal flusso costante di e-mail che ricevo da accademici interessati, suggerirebbe che la situazione è peggiorata.

Quello che avete letto qui è la storia di un solo ex accademico. Ma dovrebbe preoccupare tutti il ​​fatto che l’intero mondo accademico sia ora tenuto in ostaggio da una minoranza rumorosa che insiste che dovremmo abitare in un ambiente intellettuale fantastico che è poco più di un gioco ideologicamente deviato sui miti cristiani. Non cadete in errore: la cultura dell’annullamento è molto reale. E le sue manifestazioni non sono limitate ai ricchi e ai potenti. Come per molti processi culturali, la lotta per annullarlo sarà una lotta lunga e dura. Non pretendo di sapere come andrà a finire. Ma so che inizia aprendo gli occhi sul problema. Fare altrimenti significherebbe – se potessi prendere in prestito una frase dal lessico della giustizia sociale – la letterale cancellazione della mia esperienza vissuta.

Colin Wright è caporedattore di Quillette.




Agamben: Stato di eccezione e stato di emergenza

Interessante articolo del filosofo Giorgio Agamben su stato di eccezione e stato di emergenza, su cui è utile riflettere. L’articolo è pubblicato su Quodlibet.

 

Giorgio Agamben

Giorgio Agamben, intellettuale

 

Un giurista di cui un tempo avevo qualche stima, in un articolo appena pubblicato su un giornale allineato, cerca di giustificare con argomenti che vorrebbero essere giuridici lo stato di eccezione per l’ennesima volta dichiarato dal governo. Riprendendo senza confessarlo la distinzione schmittiana fra dittatura commissaria, che ha lo scopo di conservare o restaurare la costituzione vigente, e dittatura sovrana che mira invece a istaurare un nuovo ordine, il giurista distingue fra emergenza e eccezione (o, come sarebbe più preciso, fra stato di emergenza e stato di eccezione). L’argomentazione in realtà non ha alcuna base nel diritto, dal momento che nessuna costituzione può prevedere il suo legittimo sovvertimento. Per questo a ragione nel suo scritto sulla Teologia politica, che contiene la famosa definizione del sovrano come colui «che decide sullo stato di eccezione», Schmitt parla semplicemente di Ausnahmezustand, «stato di eccezione», che nella dottrina tedesca e anche fuori di questa si è imposto come termine tecnico per definire questa terra di nessuno fra l’ordine giuridico e il fatto politico e fra la legge e la sua sospensione.
Ricalcando la prima distinzione schmittiana, il giurista afferma che l’emergenza è conservativa, mentre l’eccezione è innovativa. «All’emergenza si ricorre per rientrare quanto più presto è possibile nella normalità, all’eccezione si ricorre invece per infrangere la regola e imporre un nuovo ordine». Lo stato di emergenza «presuppone la stabilità di un sistema», «l’eccezione, al contrario, il suo disfacimento che apre la strada a un sistema diverso».

La distinzione è, secondo ogni evidenza, politica e sociologica e rimanda a un giudizio di valutazione personale sullo stato di fatto del sistema in questione, sulla sua stabilità o sul suo disfacimento e sulle intenzioni di coloro che hanno il potere di decretare una sospensione della legge che, dal punto di vista giuridico, è sostanzialmente identica, perché si risolve nei due casi nella pura e semplice sospensione delle garanzie costituzionali. Quali che siano i suoi scopi, che nessuno può pretendere di valutare con certezza, lo stato di eccezione è uno solo e, una volta dichiarato, non si prevede alcuna istanza che abbia il potere di verificare la realtà o la gravità delle condizioni che lo hanno determinato. Non è un caso che il giurista debba scrivere a un certo punto: «Che oggi si sia di fronte a un’emergenza sanitaria a me pare indubitabile». Un giudizio soggettivo, emanato curiosamente da qualcuno che non può rivendicare alcuna autorità medica, e al quale è possibile opporne altri certamente più autorevoli, tanto più che egli ammette che «dalla comunità scientifica provengono voci discordanti», e che quindi a deciderne è in ultima istanza chi ha il potere di decretare l’emergenza. Lo stato di emergenza, egli prosegue, a differenza da quello di eccezione, che comprende poteri indeterminati, «include soltanto i poteri finalizzati allo scopo predeterminato di rientrare nella normalità» e tuttavia, concede subito dopo, tali poteri «non possono essere specificati preventivamente». Non è necessaria una grande cultura giuridica per rendersi conto che, dal punto di vista della sospensione delle garanzie costituzionali, che dovrebbe essere l’unico rilevante, fra i due stati non vi è alcuna differenza.

L’argomentazione del giurista è doppiamente capziosa, perché non soltanto introduce come giuridica una distinzione che non è tale, ma, per giustificare a ogni costo lo stato di eccezione decretato dal governo, è costretto a ricorrere a argomentazioni fattuali e opinabili che esulano dalle sue competenze. E questo è tanto più sorprendente, dal momento che dovrebbe sapere che, in quello che è per lui soltanto uno stato di emergenza, sono stati sospesi e violati diritti e garanzie costituzionali che non erano mai stati messi in questione, neppure durante le due guerre mondiali e il fascismo; e che non si tratti di una situazione temporanea è affermato con forza dagli stessi governanti, che non si stancano di ripetere che il virus non solo non è scomparso, ma può riapparire a ogni momento.

È, forse, per un residuo di onestà intellettuale, che, alla fine dell’articolo, il giurista menziona l’opinione di chi «non senza buoni argomenti, sostiene che, a prescindere dal virus, il mondo intero vive comunque più o meno stabilmente in uno stato d’eccezione» e che «il sistema economico-sociale del capitalismo» non è in grado di affrontare le sue crisi con l’apparato dello stato di diritto. In questa prospettiva, egli concede che «l’infezione pandemica del virus che tiene in scacco società intere sia una coincidenza e un’opportunità imprevista, da cogliere per tenere sotto controllo il popolo dei sottomessi». Ci sia lecito invitarlo a riflettere con più attenzione allo stato della società in cui vive e a ricordarsi che i giuristi non sono soltanto, come sono purtroppo ormai da tempo, dei burocrati a cui incombe soltanto l’onere di giustificare il sistema in cui vivono.

 




Quale bellezza ci salverà?

Caravaggio - L'incredulità di San Tommaso (Wikipedia)
Caravaggio – L’incredulità di San Tommaso (Wikipedia)

 

di Aurelio Porfiri

 

Io, come tutti voi, vivo nel mondo di oggi, un mondo frenetico, iperattivo, che non conosce mai riposo. Insomma, non vengo da un pianeta lontano ma sono immerso fino alla testa in questo corto circuito esistenziale che chiamiamo vita. La vita, come sappiamo, è anche dura, ingiusta, non di rado incomprensibile. Ora, noi abbiamo varie risposte per questa situazione, risposte che vengono dalla nostra cultura, esperienza o fede. Queste risposte sono come delle lenti che ci permettono di mettere a fuoco quello che sperimentiamo dalla viva e brutale esperienza.

A proposito di bellezza

Io, come penso di aver già affermato più volte, sono un musicista, quello che viene definito “un’artista”, anche se questa definizione non mi piace affatto. Leggendo vari testi sull’argomento musica, arte ed estetica, mi ritrovo spesso a confrontarmi con una citazione che in effetti si offre come possibile risposta ai dubbi sull’esistenza or ora espressi. La frase è del famosissimo scrittore russo Fëdor Michailovič Dostoevskij: “la bellezza salverà il mondo”. Sicuramente conoscete questa frase, non vi può essere ignota perché la si trova dappertutto e in tutte le salse. Ma, come spesso accade, la frase viene citata sovente a sproposito e, soprattutto, non in maniera veramente accurata. La citazione è tratta dal romanzo L’idiota (pag. 478-479) e presa nel suo contesto integrale suona così: “E’ vero, principe, che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo? State a sentire, signori,” gridò ad alta voce, rivolgendosi a tutti, “il principe sostiene che la bellezza salverà il mondo! E io sostengo che questi pensieri gioiosi gli vengono in testa perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato […]. Ma quale bellezza salverà il mondo?” Certo in questo modo, nel suo originale contesto, la frase non ha tutta quella potenza affermativa che sembra avere nelle citazioni che comunemente si fanno di essa. Facendo una breve ricerca su internet ho potuto constatare gli usi più disparati di questa citazione, per la maggior parte riferiti alla bellezza puramente estetica e sensuale. Ma credo sia mio dovere fa risuonare l’ultima domanda: quale bellezza salverà il mondo?

Cristianesimo e bellezza

Questa domanda ci fa pensare alla nostra condizione di cristiani e al nostro rapporto con la bellezza. Spesso questo rapporto è molto problematico, strano a dirsi, visto la bellezza artistica che la Chiesa Cattolica ha prodotto durante i secoli. Ma, spesso, si è preferito separare l’insegnamento sistematico del cristianesimo dall’insegnamento per via estetica. Questo ha anche una ragione, che è dovuta all’uso sfuggente e difficile proprio della parola “estetica”. È una di quelle parole che viene usata nelle accezioni più disparate. Dove troviamo, noi cristiani, la bellezza? Essa ha un senso per noi o ci bastano le affermazioni teologiche? La bellezza può essere via della Teologia? Veramente la bellezza ci salverà? Ma cosa è questa bellezza? Se si avrà la pazienza di seguirmi credo che si potrà riconsiderare visioni che vengono date per acquisite. Penso potrà essere, come lo è stato per me, un percorso sorprendente.

Chiarificare i nomi

Facciamo innanzitutto un poco di chiarezza sui termini che usiamo. In questo ci è utile un bel testo di Ugo di san Vittore, teologo che incontreremo in articoli successivi. Nel suo Didascalicon (VI, 3) ci dice qualcosa che io trovo particolarmente illuminante: “Ricordo quando frequentavo la scuola e mi preoccupavo di approfondire il significato dei nomi degli oggetti che incontravo o che capitavano sotto le mie mani e come io formulavo il mio stesso pensiero su di essi, e cioè che uno non può conoscere la natura delle cose prima di aver imparato i loro nomi”. Trovo questa osservazione molto interessante e indovinata. In effetti i nomi ci danno indicazioni interessanti sulla natura delle cose. Ora, i nomi che mi sentirei di introdurre all’inizio sono tre: Teologia, Arte ed Estetica (da qui con la maiuscola per dare risalto alla loro considerazione approfondita). Dobbiamo parlare del rapporto tra Teologia ed Estetica e della mediazione che l’Arte offre. Il rapporto tra Dio e bellezza è molto più stretto di quello che in un primo momento si può immaginare.

 

(continua)

 




Stiamo sperimentando un uso politico della paura legata al COVID?

Rilanciamo dal blog di Antonio Socci l’ultimo suo articolo perché si inserisce nel filone che stiamo affrontando su questo blog, filone che vede l’intreccio tra paura connessa al COVID e la sua gestione da parte delle autorità di governo.

Nuovo Ordine Mondiale -Governo

 

La pandemia è un’immensa sciagura, per tutti i popoli. Ma c’è stato (e c’è) un uso politico della paura da parte di certe élite di governo? E con quali scopi? Ha ragione chi ritiene che sia in corso un gigantesco e inquietante esperimento politico?

A parlarne sono alcuni pensatori “non allineati” che subito il sistema mediatico delegittima bollandoli come “complottisti”. Ma a notare che qualcosa di strano sta accadendo è anche – per esempio – il pensatore simbolo dell’europeismo mainstream, Bernard Henri Lévy, che ha appena pubblicato un libro: “Il virus che rende folli”.

Lévy nota, giustamente, che l’epidemia di Covid non è stata affatto una novità apocalittica nei nostri anni. Rammenta l’influenza di Hong Kong, “dopo il maggio ‘68”, che fece un milione di morti “per emorragia polmonare o soffocamento” o, dieci anni prima, l’influenza asiatica, arrivata sempre dalla Cina, che fece due milioni di morti.

Ma allora non si verificò il panico planetario di oggi. Lévy si dice “raggelato”, ma non dalla pandemia: dal “modo molto strano in cui abbiamo reagito questa volta”, dall’“epidemia di paura che ha attanagliato il mondo”.

Infatti “abbiamo visto le città di tutto il mondo diventare città fantasma. Abbiamo visto tutti, da un capo all’altro del pianeta… popoli interi tremare e farsi trascinare nelle proprie abitazioni, a volte a colpi di manganello, come animali selvatici nelle loro tane”.

Lévy si chiede se è la “vittoria dei saggi del mondo che vedono in questo grande confinement – (…) il ‘grande internamento’ teorizzato da Michel Foucault nei testi in cui descriveva i sistemi di potere del futuro – la prova generale di un nuovo tipo di fermo e di arresto domiciliare dei corpi”. Oppure se è “il contrario” ovvero “il segno, rassicurante, che il mondo è cambiato, che finalmente sacralizza la vita e che tra questa e l’economia, sceglie la vita”.

La seconda ipotesi mi sembra radicalmente confutata da molti fatti e dati che mostrano come la vita umana nel mondo abbia totalmente perso la sua sacralità.

Resterebbe la prima, ma purtroppo Lévy non la analizza. Certo, nota che “è stata la prima volta che abbiamo visto tutte le menti critiche della galassia di ultrasinistra applaudire a uno stato di emergenza”. Ma si ferma alla protesta contro la paura.

Cita però di sfuggita il filosofo italiano Giorgio Agamben che – essendo di sinistra – ha scatenato malumori e polemiche proprio a sinistra perché, riflettendo sulle “conseguenze etiche e politiche” della tempesta Covid ha colto “la trasformazione dei paradigmi politici che i provvedimenti di eccezione andavano disegnando”.

Nel suo libro “A che punto siamo?” valuta la vicenda Covid “in una prospettiva storica più ampia” e conclude che qualcosa di importante si stava (e si sta) sperimentando.

Scrive: “Se i poteri che governano il mondo hanno deciso di cogliere il pretesto di una pandemia per trasformare da cima a fondo i paradigmi del loro governo degli uomini e delle cose, ciò significa che quei modelli erano ai loro occhi in progressivo, inesorabile declino e non erano ormai più adeguati alle nuove esigenze (…) i poteri dominanti hanno deciso di abbandonare senza rimpianti i paradigmi delle democrazie borghesi, coi loro diritti, i loro parlamenti e le loro costituzioni, per sostituirle con nuovi dispositivi di cui possiamo appena intravedere il disegno, probabilmente non ancora del tutto chiaro”.

Davvero si può usare politicamente “il pretesto di una pandemia” o Agamben esagera? In effetti c’è chi, già qualche anno fa, ha invitato a “usare” proprio una eventuale pandemia per scopi politici (ovviamente, a suo avviso) lodevoli.

Nel 2009 – quando si paventava la diffusione dell’influenza suina – il famoso economista e tecnocrate francese Jacques Attali, da acuto analista, in un articolo su “L’Express”, scrisse: “La Storia ci insegna che l’umanità non si evolve in modo significativo se non quando ha davvero paura: essa allora mette in campo anzitutto dei meccanismi di difesa; a volte intollerabili (i capri espiatori e i totalitarismi); a volte inutili (la distrazione); a volte efficaci (strategie terapeutiche, respingendo se necessario tutti i precedenti principi morali). Poi, una volta terminata la crisi, trasforma questi meccanismi per renderli compatibili con la libertà individuale e includerli in una politica sanitaria democratica. Questa iniziale pandemia” scriveva Attali “potrebbe innescare una di queste paure strutturali”.

In particolare Attali, prevedendo la necessità di governare “meccanismi di prevenzione e controllo” per “un’equa distribuzione di farmaci e vaccini”, scriveva: “Verremo quindi, molto più velocemente di quanto avrebbe prodotto la sola ragione economica, a gettare le basi di un vero governo mondiale” e “nel frattempo potremmo almeno sperare nella messa in opera di una vera politica europea in materia”.

Attali nel 2006 aveva pubblicato Breve storia del futuro” e già lì vagheggiava un “governo mondiale” che segnava la fine dell’egemonia americana e vedeva “l’Unione europea avanguardia dell’iperdemocrazia”. Ma quella sua utopia aveva i tratti di una cupa distopia.




Covidismo, ovvero l’ideologia del COVID-19. Quando le precauzioni prese contro COVID-19 possono fare più male del virus stesso

Interessante questa analisi di Phil Devine, professore emerito di filosofia al Providence College. Il suo intervento è stato pubblicato su Mercatornet e ve lo propongo nella mia traduzione

Paura da covid coronavirus

 

La campagna contro Covid-19 ha avuto tre caratteristiche inquietanti: la presunzione di “colpevolezza”, la repressione del deviato scientifico, e l’animus antireligioso esibito da molte autorità civili.

Le chiese sono state chiuse mentre i negozi di liquori, le cliniche per gli aborti e i negozi di armi sono rimasti aperti, e le persone sane sono state confinate per proteggere i residenti delle case di cura, quando in realtà le nostre politiche hanno esposto queste persone a gravi rischi. Gli effetti di tali misure possono essere terribili.

Il capitalismo democratico, il fascismo, il feudalesimo e il socialismo sono tutte ideologie, ognuna con un sistema sociale e politico che, a volte in modo molto imperfetto, lo incarna.

Ma nei circoli influenzati da Marx, la parola ideologia ha un senso dispregiativo, e designa una forma di falsa coscienza. C’è un’ideologia Covid-19 (che chiamerò covidismo) almeno in senso descrittivo, e ci sono ragioni per credere che si tratti di un’ideologia anche in senso dispregiativo.

Per ragioni poco chiare, il covidismo è considerato illuminato e progressista, mentre lo scetticismo nei suoi confronti, anche se ispirato dalla preoccupazione per il destino dei ristoratori, è considerato conservatore o addirittura reazionario.

L’ideologia in senso dispregiativo contiene alcuni elementi di verità. Ma il suo motto è la convinzione del filosofo David Hume che “la ragione è e deve essere schiava delle passioni”. I nazisti avevano ragione nel vedere che la società di Weimar era gravemente disfunzionale, anche se la cura che offrivano era incommensurabilmente peggiore della malattia. Il nocciolo della verità nel covidismo è che il Covid-19 è a volte una malattia mortale, della cui trasmissione sappiamo poco. La maggior parte dei casi sono lievi o moderati – a volte così tanto che il paziente non è consapevole della malattia. Il numero dei casi (e dei decessi) è esagerato poiché si considerano come casi di Covid-19 persone malate per altre cause. Il “diffusore silenzioso” che gioca un ruolo importante nella narrazione covidista rimane un’ipotesi controversa.

L’ideologia di Covid-19 fa appello a quella che Hobbes chiamava “paura del potere invisibile”, una paura che viene aumentata solo dalle precauzioni prese contro di esso… La gente pensa che le cose sgradite che è costretta a fare debbano essere in qualche modo giustificate, proprio come alcuni sostengono che ci deve essere qualcosa di sbagliato negli ebrei visto che così tante persone li odiano.

Fa anche appello alla paura degli esseri umani in quanto tali – ciò che io chiamo antropofobia. Ci viene chiesto di presumere che le persone, noi stessi inclusi, siano fonti di infezione fino a prova contraria – una paura che si sente più acutamente quando le persone con cui abbiamo a che fare sono in qualche modo estranee. E vicino al nucleo del covidismo c’è l’argomento che le persone perfettamente sane sono un pericolo letale se si avventurano fuori di casa se non per scopi “essenziali” (alcolici, marijuana, armi o aborti, ma non per partecipare ad una messa).

La retorica dell’ideologia di Covid-19 ha due elementi: il fondamentalismo scientifico e l’argomento fallace della paura.

Il fondamentalismo scientifico è segnalato dall’affermazione che coloro che mettono in discussione il “consenso” sono anti-scienza o colpevoli di “negazione”. Come il candidato alla presidenza e per qualche tempo segretario di Stato John Kerry ha posto la faccenda in un altro contesto: “Ho detto spesso che il cambiamento climatico globale è una questione in cui nessuno ha il lusso di essere ‘mezzo gravida’. O lo sei o non lo sei. E così è con il cambiamento climatico. O capisci o accetti la scienza – o non la capisci”. La visione migliore è quella del defunto Charles Krauthammer: “Non c’è niente di più antiscientifico dell’idea stessa che la scienza sia stabile, statica, insensibile alle sfide”.

La paura può essere razionale, ma un appello irrazionale alla paura ignora le altre fonti di pericolo e ci spinge a prendere precauzioni con costi non considerati.

La Covid-19 non è l’unica malattia mortale. La paura di essa, però, ha portato a trascurare altre malattie e altre cause di morte come la fame. Il compagno di un mio amico gay è morto di recente; non ha ricevuto le cure salvavita per una malattia polmonare di cui aveva bisogno perché non aveva il Covid-19.

I covidisti sostengono che qualsiasi misura, per quanto altrimenti distruttiva, è legittima se riduce l’incidenza di Covid-19, anche solo leggermente. Lascio gli effetti economici delle precauzioni agli economisti. Il resto si può riassumere nella frase “anche la distanza sociale può uccidere”. La California, con una popolazione di 40 milioni di abitanti, è stata gettata nel panico da una morte per coronavirus. A titolo di paragone, quasi 4.300 californiani si sono uccisi nel 2016, con un aumento del 50% rispetto al 2001. E la legge californiana incoraggia il suicidio in alcuni casi.

La solitudine può uccidere, in riconoscimento di ciò il Regno Unito ha nominato un ministro della solitudine. (Dubito che farà molto).

Le morti per disperazione includono non solo le morti per suicidio, ma anche avvelenamento da droghe e alcol, così come le malattie epatiche alcoliche e la cirrosi, a cui aggiungerei l’insufficienza cardiaca quando il paziente è depresso. Il tasso di tali decessi è in costante aumento. Hanno due cause sociali: l’insicurezza economica e l’isolamento sociale.

Non ho bisogno di scegliere tra queste due spiegazioni: entrambe sono sicuramente aumentate dalle misure adottate contro il Covid-19. Le hotline per la prevenzione dei suicidi sono state tenute occupate durante la crisi di Covid-19. I casi di violenza domestica sono aumentati durante la pandemia, così come i casi di abusi su minori. Si prevede un’ondata di divorzi quando la crisi finirà.

La coronofobia ha generato una moralità perversa, per cui stare a casa e guardare Netflix è un atto di eroismo come quello dei soldati che hanno combattuto nell’invasione del D-Day (lo Sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, ndr). Evitare il prossimo, anche attraversare la strada per evitarlo, e indossare una mascherina quando non si può evitarlo, è un’espressione di solidarietà; costringere le famiglie in difficoltà a passare più tempo insieme migliorerà i loro rapporti, e l’amore per Gesù significa negare alle persone l’Eucaristia.

Per quanto tempo? Finché non sarà “sicuro” – il che può significare per sempre.

Agli americani piace pensare al loro Paese come a una democrazia costituzionale, nonostante le riduzioni di libertà associate alla Guerra al Terrore. La speranza di una democrazia rinata richiede il superamento di quello che Charles Taylor chiama il nostro “isolamento auto-imposto”, che l’ideologia covidista rafforza in modo massiccio.

Stiamo vivendo quella che Denis Praeger ha definito “una prova generale per uno Stato di polizia”. L’antropofobia si trasforma rapidamente in paura degli estranei sociali. Le minoranze religiose e razziali di tutto il mondo hanno fatto da capro espiatorio per Covid-19. E in stati come il Maine, la paura di Covid-19 è stata usata come veicolo di un risentimento di lunga data nei confronti degli “out-of-staters” (le persone che non vivono permanentemente in uno stesso Stato degli USA, ndr). Le tensioni tra afroamericani e polizia sono esplose, portando a proposte assurde di abolizione della polizia. Ed è sorto un conflitto di classe tra chi è in grado di proteggersi dalle conseguenze delle nostre precauzioni e chi non può farlo.

I cittadini e i politici, nel prendere decisioni prudenziali sulla salute pubblica, devono liberarsi, per quanto umanamente possibile, da distorsioni ideologiche. Le precauzioni prese contro Covid-19 possono fare più male del virus stesso. Un lettore potrebbe chiedersi: penso di essere immune da distorsioni ideologiche? Al contrario, siamo tutti peccatori – cognitivamente come in ogni altro modo.

Il meglio che posso fare è pensare come meglio posso.

 




I M5S prima volevano “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”, ora vogliono tenerla chiusa come una cassaforte. Perché?

Giuseppe Conte

 

di Sabino Paciolla

 

Ve lo ricordate Beppe Grillo nel 2013 quando urlava «Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno. Scopriremo tutti gli inciuci, gli inciucetti e gli inciucioni: quando illumini un ladro il ladro non ruba più!»? E tanti a gridare: “Bene, bravo, biiiis!!”. Ve lo ricordate quando diceva che una volta andati al governo i 5Stelle avrebbero fatto tutto alla luce del sole? Tutto sarebbe stato chiaro, anzi, chiarissimo? Nessun segreto, nulla da nascondere? Questo ci raccontavano. E ce lo raccontava Beppe Grillo, un personaggio, è il caso di dire. Uno che di professione faceva il comico, che però è stato preso sul serio, e tanti italiani gli hanno creduto. Per carità, nulla contro i comici. Quello del comico è un grande e nobile mestiere. Ma che una grande parte della popolazione italiana abbia creduto ad uno che diceva quelle cose, ad uno che parlava di scatolette di tonno, ad uno che diceva che in Italia vi erano dei puri, i 5Stelle, che andati in Parlamento avrebbero scoperto “tutti gli inciuci, gli inciucetti e gli inciucioni”, beh, la dice lunga sulla politica italiana e sugli italiani. 

Mi è venuta in mente quella frase di Grillo del 2013 quando ho pensato alla opposizione espressa in questi giorni dal governo Conte verso chi chiede di portare alla luce del sole, di rendere pubblico, di far conoscere agli italiani il contenuto dei documenti del Comitato Tecnico Scientifico sulla base del quale il Governo ha decretato lo stato di emergenza, ha legiferato a botta di DPCM. E la situazione, a questo punto, non so se sia più comica o drammatica. 

Infatti, il governo ha fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar di rendere pubblici i verbali secretati del Comitato tecnico-scientifico della Protezione civile. Conte richiede tale segretezza invocando una “ragione di ordine pubblico”. Perché proprio la “ragione di ordine pubblico”? È naturale che in molti ci si chieda: Che cosa ha da nascondere il governo agli italiani? Perché non vuol far conoscere agli italiani i verbali del Comitato Tecnico Scientifico che hanno portato alle sue decisioni di limitare pesantemente le libertà di associazione, di culto, di religione, di movimento…. tutelate dalla Costituzione? Se il governo ha fatto tutto per il bene degli italiani, perché allora non vuol far conoscere le valutazioni del Comitato Tecnico Scientifico? C’è qualcosa che gli italiani non devono conoscere? E cosa?

Ad esempio, questa segretezza ha qualcosa a che vedere con quella circolare di maggio del Ministero della Salute che sconsigliava di fare esami post mortem, le autopsie, ai deceduti per Covid-19, anche se era la stessa circolare che riconosceva che “con il decesso cessano le funzioni vitali e si riduce nettamente il pericolo di contagio”? Infatti, secondo un gruppo di medici legali, che ha pubblicato uno studio sul Journal of clinical medicine, è stato proprio quel «lockdown della scienza», quella mancata possibilità di effettuare autopsie, che ha impedito di conoscere per tempo le effettive cause del decesso, e prolungare così un percorso terapeutico che, a detta di molti, si è rivelato non completamente idoneo. Non alla polmonite ma alla microtrombosi venosa è da ricondurre la causa prima delle complicanze, e quindi della morte, da infezione da SARS-COV-2. E’ la microtrombosi venosa la possibile e prevenibile complicanza della polmonite da virus SARS-CoV-2, hanno spiegato gli specialisti della Humanitas Research Hospital. Sono state proprio le autopsie fatte NONOSTANTE le direttive del Ministero della Salute che hanno permesso di arrivare a queste conclusioni e aprire scenari completamente diversi. 

Perché i 5Stelle nel 2013 si sgolavano affermando di voler “aprire la scatoletta di tonno” ed oggi vorrebbero chiuderla come fosse una cassaforte? Quali “tonni” vogliono nascondere?

Quello che è certo è che il governo ha limitato le nostre libertà, ha bloccato il paese, ha creato le condizioni perché l’economia ne risentisse pesantemente: PIL a -13% e, al momento, perdita di 600.000 posti di lavoro

Quello che è sicuro è che quando la paura è diffusa nella popolazione un governo ottiene tutto dai cittadini, anche quello che in altre circostanze quegli stessi cittadini non avrebbero mai consentito. E questo il governo Conte sembra lo abbia capito bene. 

Vi ricordate in maggio quando abbiamo pubblicato alcuni articoli del filosofo Giorgio Agamben? In uno di essi si poteva leggere: 

“È evidente che, al di là della situazione di emergenza legata a un certo virus che potrà in futuro lasciar posto ad un altro, in questione è il disegno di un paradigma di governo la cui efficacia supera di gran lunga quella di tutte le forme di governo che la storia politica dell’occidente abbia finora conosciuto. Se già, nel progressivo decadere delle ideologie e delle fedi politiche, le ragioni di sicurezza avevano permesso di far accettare dai cittadini limitazioni delle libertà che non erano prima disposti ad accettare, la biosicurezza si è dimostrata capace di presentare l’assoluta cessazione di ogni attività politica e di ogni rapporto sociale come la massima forma di partecipazione civica. Si è così potuto assistere al paradosso di organizzazioni di sinistra, tradizionalmente abituate a rivendicare diritti e denunciare violazioni della costituzione, accettare senza riserve limitazioni delle libertà decise con decreti ministeriali privi di ogni legalità e che nemmeno il fascismo aveva mai sognato di poter imporre”.

La stessa proroga dello stato di emergenza fissata fino al 15 ottobre è la dimostrazione evidente di una volontà di prolungare pretestuosamente una emergenza che attualmente non esiste. La proroga dell’emergenza viene attuata sulla base di una ipotesi di futura recrudescenza del virus nei mesi a venire. Ma intanto il governo si assicura OGGI i poteri speciali che la Costituzione prevede solo in casi eccezionali e a tempo. E oggi non si registra un  “caso eccezionale”. Lo ammette implicitamente lo stesso governo.

Tutti i costituzionalisti hanno messo bene in evidenza i pericoli insiti in questo stato di cose. Sul Corriere della Sera, il professor Sabino Cassesse, costituzionalista e giudice emerito della Corte Costituzionale, aveva espresso contrarietà alla proroga dello stato d’emergenza dicendo: «Manca il presupposto della proroga: non basta che vi sia il timore o la previsione di un evento calamitoso. Occorre che vi sia una condizione attuale di emergenza». «L’urgenza non vuol dire emergenza».

Continua il prof. Cassese: occorre «evitare l’accentramento di tutte le decisioni a Palazzo Chigi. E questo non solo perché finora si sono già concentrati troppi poteri nella Presidenza del consiglio dei ministri, o perché in ogni sistema politico una confluenza eccessiva di funzioni in un organo è pericolosa, ma anche e principalmente perché l’accentramento crea colli di bottiglia e rallenta i processi di decisione».

Infine, il giudice emerito conclude dicendo che la proroga della dichiarazione dello stato di emergenza «è inopportuna perché il diritto eccezionale non può diventare la regola. Proprio per questo sia la legge che lo prevede, sia la costante giurisprudenza della Corte costituzionale hanno insistito sulla necessaria brevità degli strumenti derogatori, perché non è fisiologico governare con mezzi eccezionali. Questi possono produrre conseguenze negative non solo per la società e per l’economia, creando tensioni nella prima e bloccando la seconda, ma anche per l’equilibrio dei poteri, mettendo tra le quinte (ancor più di quanto non accada già oggi) il Parlamento e oscurando il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, al cui controllo sono sottratti gli atti dettati dall’emergenza».

E allora, la conoscenza di quei verbali secretati potrebbe forse mettere in evidenza che la situazione socio-sanitaria del paese potrebbe essere stata ingigantita oltre le reali condizioni pur di mantenere una decretazione di emergenza (DPCM)? Se così non è, allora si consenta la pubblicazione dei verbali dell’attività del Comitato Tecnico Scientifico, e tutti saranno più contenti. Noi per primi.

I dubbi, come noto, avvelenano la democrazia.  

 




Perché il ddl Zan contro l’omofobia, la transfobia e la misoginia, non giova affatto alle donne.

Alessandro Zan

 

 

di Lucia Comelli

 

L’accesa discussione in atto sul disegno di legge contro l’omofobia, la transfobia e la misoginia approvato un paio di giorni fa in Commissione Giustizia mi ha spinto a precisare

Un testo agile e ben documentato sulla teoria gender [ben riconoscibile anche nel ddl Zan] e sui notevolissimi interessi politici ed economici che la sostengono a livello Mondiale

termini come transessuale e transgender, dato che la proposta di legge estende le pene e le aggravanti previste dall’articolo 604 bis e ter del C.P. (la cosiddetta legge Mancino) a condotte motivate da omo – transfobia  senzadefinire le parole suddette, il cui significato evidentemente si presuppone acquisito, e senza soprattutto chiarire mai l’esatto significato della nuova fattispecie di delitto (come esigerebbe invece uno stato di diritto come il nostro, nonché l’estrema durezza delle pene previste).

In realtà, consultando alcuni siti che intendono dar voce alle minoranze sessuali, ho constatato direttamente l’equivocità di termini come trasgender e transessuale, che riflettono probabilmente nel linguaggio comune – il caos etimologico maturato all’interno della stessa comunità LGBTQI+.  Infatti il significato attribuito a queste parole è cambiato nel corso degli anni ed è ancora oggetto di un acceso dibattito.  Comunque, secondo la guida online che ho consultato: transgender è una persona il cui sesso biologico e l’identità di genere non concordano, che si identifica con il genere opposto a quello attribuitogli alla nascita, ma che non chiede di modificare i propri caratteri sessuali primari attraverso operazioni chirurgiche (come fa il transessuale)[1].

Queste precisazioni possono sembrare irrilevanti ai fini della tutela[2] delle minoranze sessuali e delle donne (infatti ai reati di omolesbobitransfobia si sono voluti aggiungere, nel recente testo unico[3], quelli ispirati alla misoginia[4]); invece non lo sono, perché sancire per legge un diritto significa contestualmente stabilire un dovere per qualcun altro ed è per questo che i cosiddetti nuovi diritti, come la tutela dell’identità di genere, tendono a confliggere con i diritti naturali, riconosciuti come inviolabili dall’art. 2 della nostra Costituzione. Se il ‘ddl Zan’ diventerà legge dello stato, ridurrà infatti sensibilmente le libertà di opinione e di espressione, la libertà religiosa, la libertà educativa dei genitori e persino il diritto all’uguaglianza e alla pari dignità sociale tra uomo e donna (art. 3) che la proposta di legge afferma invece di voler tutelare. Proprio su quest’ultimo, contraddittorio, aspetto del testo in questione vorrei soffermarmi.

La tv nazionale norvegese ha trasmesso nel 2010 il “paradosso norvegese”, un documentario girato dal sociologo e attore Harald Eia (sopra nella foto), che ha mostrato attraverso un’inchiesta rigorosa l’infondatezza scientifica dell’ideologia gender, secondo la quale donne e uomini sarebbero diversi unicamente dal punto di vista fisico, essendo ogni altra differenza frutto di condizionamenti culturali eliminabili. Il filmato (che dura una mezz’oretta ed è reperibile online con i sottotitoli in italiano) ha suscitato un appassionato dibattito dal quale, nel 2011, è nata la decisione del Consiglio dei ministri dei governi nordici di sospendere i finanziamenti al Nordic Gender Institute.    

 Come ha riconosciuto onestamente su Facebook Aurelio Mancuso, dirigente del Pd e già presidente di Arci Gay:

«L’utilizzo del termine identità di genere anziché transfobia apre oggettivamente un conflitto molto forte con il femminismo della differenza e di quello radicale. Conflitto che non si sarebbe proposto fino a pochi anni fa, ma che ora investe una dura discussione pubblica in tutto il mondo. Proprio nelle file dei partiti progressisti potrebbero esprimersi forti contrasti, tali da pregiudicare, soprattutto in Senato, l’approvazione della legge»[5]

Nel nostro Paese la legge consente già ad un uomo che abbia completato il processo di transizione (cioè si sia sottoposto a terapia ormonale e ad un intervento chirurgico di demolizione

del sesso maschile) di essere riconosciuto per legge come una donna (benché per un uomo trasformarsi realmente in donna o viceversa – sia per ovvi motivi impossibile, allo stesso modo per cui un sessantenne non può in nessun caso ritrasformarsi in un ventenne). Il Ddl Zan, inserendo nel testo la tutela dell’identità di genere, spiana la strada alla riforma – già proposta dal Mit (movimento identità trans) – della legge 164/2, che oggi regola la materia, che mira ad ottenere un pieno riconoscimento della nuova identità sulla base della semplice ‘autocertificazione’ dei soggetti interessati[6], senza necessità di alcun intervento chirurgico/farmacologico né di alcuna perizia: imponendo a chi rappresenta lo stato e agli altri cittadini di considerare a pieno titolo come donne esseri umani biologicamente maschi a tutti gli effetti (e viceversa).

 Che problema c’è? Ribattono i promotori della legge (e con loro molte anime belle): sosteniamo gli stessi diritti e libertà per tutti, senza distinzione!

Ora, che si possano estendere illimitatamente i diritti di un gruppo di cittadini senza contraccolpi negativi su altri è una convinzione logicamente insostenibile, smentita oltretutto da molteplici spesso grotteschi – fatti di cronaca. Un paio di giorni fa, ad esempio, mi sono imbattuta in una notizia bizzarra, direi comica, se i tempi fossero meno confusi di quelli presenti: a Toronto un’estetista ha dovuto chiudere la sua attività, unica fonte di sostentamento, per essersi rifiutata di fare una ceretta inguinale a un trans (con genitali maschili). L’aspetto drammatico della vicenda, non l’unica di tal genere, è che a farle chiudere i battenti per discriminazione contro l’identità di genere della cliente è stato il tribunale per i Diritti Umani della Columbia Britannica[7]: la ceretta come nuovo diritto umano!

 

La giornalista e femminista Marina Terragni [nella foto]in merito al Ddl Zan ha chiarito efficacemente nel suo blog la contrarietà di molti gruppi femministi al ddl Zan.  

 

In realtà l’aver sostituito l’identità di genere al sesso biologico nella definizione dei concetti di «uomo» e «donna» sta provocando problemi consistenti nei Paesi e nelle organizzazioni sovranazionali che hanno imboccato questa strada. In Inghilterra, punta avanzata dell’ideologia gender, alcune quote politiche riservate alle donne da tempo sono occupate da uomini che si identificano come donne: già nel 2018 Jeremy Corbin, leader del partito laburista inglese, usò le quote rosa per candidare in posizione di vantaggio alcune candidate trans, provocando l’esodo di circa 300 militanti e dirigenti donne del partito. La questione dell’identità di genere provoca da anni colossali problemi anche nel mondo dello sport: negli Usa gli sprinter o i lottatori transgender maschi che si identificano come femmine fanno man bassa delle classifiche sportive universitarie, sottraendo alle donne biologiche opportunità e borse di studio collegate ai risultati atletici[8]. Problemi anche peggiori nelle carceri: basta una dichiarazione scritta, fondata sulla percezione di sé come donna, e persone che sono fisicamente maschi a tutti gli effetti, persino se già condannati per violenza carnale, possono finire nelle sezioni femminili dei penitenziari[9] con drammatiche conseguenze per le altre detenute. Non è un caso che l’utilizzo nel ddl Zan del termine identità di genere anziché transfobia abbia causato anche in Italia, come osservato da Mancuso, un conflitto molto forte con una parte importante del femminismo. Contrasto che trova un’eco nella discussione in atto nel mondo occidentale. L’ostilità di molte femministe storiche e delle stesse attiviste dell’Arcilesbica[10], alla sostituzione della categoria del sesso con quella dell’identità di genere, nel ddl in questione, è stata spiegata con chiarezza dalle protagoniste del dibattito in molteplici interventi pubblici.

Come ha scritto La giornalista e femminista Marina Terragni in merito al Ddl Zan nel suo blog[11]:

«una legge che introduce il rischio di essere perseguiti penalmente se dici, per esempio, che una donna è una donna e non un mestruatore o una persona dotata di “buco davanti”; o che solo le donne partoriscono; o che l’omofecondità è solo un delirio di onnipotenza; o che l’utero in affitto è un abominio… una legge del genere sembra voler colpire più le donne che gli uomini … L’identità di genere è il luogo in cui la realtà dei corpi – in particolare dei corpi femminili – viene fatta sparire … è la ragione per cui le donne che si vogliono liberamente incontrare tra loro non possono farlo, e subiscono aggressioni quando lo fanno. Gli spogliatoi femminili a cui devono poter accedere persone con apparati genitali maschili. Le case-rifugio per donne maltrattate che devono ospitare anche persone con pene e testicoli. L’identità di genere è … la ragione per la quale chi dice che una donna è un adulto umano di sesso femminile viene violentemente messa tacere, come è capitato a molte femministe: da Germaine Greer a Silvyane Agacinski, Julie Bindel, Chimamanda Ngozi Adichie e ora anche a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, sotto attacco come transfobica per essersi detta donna e aver rifiutato la definizione di “persona che mestrua”. L’identità di genere è il motivo per il quale la ricercatrice Maya Forstater è stata licenziata dopo aver affermato che non è possibile cambiare il proprio sesso biologico, e altre donne in UK sono sotto processo. L’identità di genere ha a che vedere anche con altre questioni, come l’utero in affitto: le molte donne che lottano contro questa pratica vengono bullizzate come omotransfobiche che vogliono conservare il proprio “privilegio” e non accettano di cancellare la parola madre per essere definite “persona che partorisce”».”

Francesca Izzo, sempre dell’associazione SeNonOraQuando Libere (vedi in appendice la sintesi di un suo interessante articolo), riconduce il duro scontro in atto tra le stesse “femministe” a proposito della legge Zan adue opposte visioni della libertà femminile: una che punta a “neutralizzare” e a cancellare le differenze fluidificandole [cioè abbracciando la teoria gender e quindi negando la specificità dell’essere donna],l’altra che cerca di dare loro valore e senso [femminismo della differenza].

Per quanto mi riguarda, considero una scelta tragica per il bene comune quella di imporre per legge, indottrinando sistematicamente i più giovani e vulnerabili (diffondendo a tappeto nelle scuole la teoria gender) e mettendo a tacere con la forza i dissenzienti, una concezione ideologica e quindi falsa dell’essere umano e della sessualità. Negare la dimensione biologica, proprio nel momento in cui peraltro si classificano gli esseri umani in base alle loro pratiche sessuali, non aiuta veramente chi sperimenta un doloroso disallineamento tra la propria mente e il corpo, e costringe comunque i cittadini a sconfessare la realtà dei fatti, vivendo nell’equivoco e nella menzogna.

Concludo facendo pertanto mia un’affermazione della grandissima pensatrice Hannah Arendt:


 “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più[12]

 

 

 

 

[1] Guida illustrata alla cultura queer -Transessuale cosa vuol dire? in Iosonominoranza.

[2] In realtà già assicurata dalla normativa esistente (articoli 61, 594, 595 e 612 del C.P.), come provato dalle sentenze di condanna pronunciate in tal senso negli ultimi anni.

[3] Il disegno di legge contro l’omofobia, la transfobia– che per comodità chiamo ancora ddl Zan (dal nome di uno dei proponenti) – nasce in realtà a metà luglio come sintesi di 5 proposte precedenti.

[4] Forse per rispondere alle critiche di chi, di fronte alla notevole crescita delle violenze contro le donne durante il lockdown, avrebbe voluto portare l’attenzione del governo su questa emergenza sociale, anche perché i dati forniti dall’OSCAD (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) attestano la bassa incidenza di reati omotransfobici nel nostro Paese. In questo modo le donne, la metà del cielo, sono ridotte ad una sfumatura nella variegata galassia LGBTQI+. 

[5] Flavia Perina, Le battaglie per l’identità di genere rischiano di danneggiare i diritti delle donne, LinKiesta, 12 giugno 2020.

[6] Marina Terragni, Perché la legge contro l’omotransfobia è una faccenda che riguarda noi donne tutte, in FemminileMaschile, 22 giugno 2020.

[7] “È successo in Canada, a Toronto: un giorno l’estetista Marcia Da Silva ha visto arrivare nel suo centro Jessica Yaniv, un transessuale nato uomo che si identifica come una femmina, per altro lesbica. Il trans ha chiesto una ceretta inguinale.

Stando a quanto riporta il ‘Toronto Sun’, l’estetista – che all’inizio aveva accettato di fare la ceretta – ha cambiato idea quando ha capito che Yaniv aveva dei genitali maschili. La cosa non solo la turbava, ma avrebbe richiesto una procedura diversa rispetto alla ceretta inguinale femminile … Il transessuale, che continua a sostenere si tratti di discriminazione, ha scritto in un tweet: “Sono femmina. Sono una donna. Non sono un uomo. Ho diritto a OGNI servizio a cui una donna ha diritto e qualsiasi rifiuto di questo tipo costituisce una violazione dei miei diritti”.  Si rifiuta di fare la ceretta inguinale al trans: lui le fa chiudere l’attività, in VoceControCorrente, 27 Luglio 2019.

[8]Annalisa Cangemi, 300 donne contro Corbyn: nel partito hanno incluso anche le trans tra le quote rosa, 2 maggio 2018 (www.fanpage.it).

[9] Nata come David Thompson era diventata Karen White. La trans, che non si aveva ancora portato a termine la sua trasformazione a donna con l’operazione ai genitali, è stata accusata di stupro dopo aver violentata una donna. Finita in carcere, e rinchiusa nel penitenziario femminile, però, avrebbe abusato anche di due detenute. È accaduto in Gran Bretagna dove il caso ha avuto una forte risonanza. Trans finisce In un carcere femminile con l’accusa di stupro e violenta due detenute,10/09/2018 (www.pianetacarcere.it).

[10] Arcilesbica ha sottoscritto la la Dichiarazione per i diritti delle donne basate sul sesso firmata nel 2019 da un gruppo di accademiche, scrittrici e attiviste in tutto il mondo, con lo scopo di eliminare “tutte le forme di discriminazione contro le donne che risultano dalla sostituzione della categoria del sesso con quella dell’identità di genere”. L’associazione si è inoltre pronunciata contro la maternità surrogata, sponsorizzata dal movimento trans. Cfr Elisabetta Invernizzi, Perché considerare le persone trans come donne sta facendo esplodere il movimento Lgbt,

[11] Terragni, Perché la legge contro l’omotransfobia è una faccenda …

[12] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo. Questo libro, pubblicato nel 1952, è considerato una pietra miliare negli studi sui regimi totalitari.

 

 

 

Le due anime del femminismo secondo Francesca Izzo

 

Il movimento delle donne contestando l’ordine naturale e quindi immutabile secondo cui gli uomini e le donne hanno per natura un destino, una funzione sociale definita in base al loro sesso ha per primo distinto il sesso con cui gli esseri umani vengono al mondo (un dato corporeo che coinvolge anche la dimensione psichica) dal genere, cioè dal ruolo sociale e comportamentale che le diverse società attribuiscono ai due sessi.  Su questa distinzione su cui il movimento delle donne ha “lavorato” per costruire un’identità femminile autonoma e libera si è divaricato il percorso tra le femministe che considerando la celebre frase di Simone de Beauvoir “donna non si nasce, si diventa” come un programma da realizzare, fanno coincidere totalmente il sesso con il genere, cancellando ogni specifica identità femminile e quelle che invece cercano di costruire un mondo in cui donne e uomini possano convivere pari e differenti, e la maternità, non sia considerata come un vincolo oppressivo, ma venga valorizzata  come una manifestazione altissima della creatività umana.

In quest’ultimo modo di intendere la libertà delle donne, il sesso e quindi la corporeità sono centrali, nell’altro invece risulta un mero dato biologico, da cui è bene prescindere per ancorarsi solo al genere, cioè alla costruzione sociale (che è trasformabile).

Qui si innesta la teoria gender, di origine anglosassone teorizzata dalla filosofa americana Judith Butler. Quest’ultima ha spinto la storicità del genere sino a considerare il sesso biologico una semplice costruzione sociale. Questa corrente di pensiero, nata all’interno dell’universo femminista, intendeva dare piena dignità e uguaglianza di diritti alle minoranze gay, transgender, queer essa, tuttavia, non solo svalorizza la dualità sessuale e l’eterosessualità, ma le giudica negativamente perché rappresentano un ordine che condanna chi non vi rientra alla perenne marginalità.

Contrastare questa posizione non significa difendere chissà quale privilegio bensì i fondamentali per qualsiasi azione di libertà femminile come quella ad esempio di collocare la maternità al centro della vita pubblica. Una politica delle donne fondata sul gender considererebbe questa azione discriminatoria verso le donne gender. Il dibattito aperto tra le “femministe” a proposito della legge Zan in qualche modo riproduce l’opposizione tra due diverse visioni della libertà femminile, una che punta a “neutralizzare” e a cancellare le differenze fluidificandole, l’altra a cercare di dare loro valore e senso, anche a quella dei trans operati o meno.

Francesca Izzo, Perché «identità sessuale» valorizza le differenze, 20 luglio 2020

 

 

 




Barsotti: «Il Concilio ecumenico con la ricchezza mirabile della sua dottrina potrebbe cadere nel nulla, se non vi saranno santi che rendano il suo messaggio credibile al mondo»

Una amica lettrice di questo blog, dopo la lettura dell’articolo su Divo Barsotti ed il Concilio vaticano II che avevamo rilanciato da Cooperatores Veritatis (leggi qui), ci ha segnalato quest’altro articolo, che vi proponiamo, sempre tratto da Cooperatore Veritatis che, a sua volta, riprende un estratto del Capitolo XII del libro Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre, scritto da padre Serafino Tognetti (San Paolo, 2012). Gli altri articoli sull’argomento li trovate qui.

 

Divo Barsotti

Divo Barsotti

 

Estratto del Capitolo XII del libro Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre, scritto da padre Serafino Tognetti (San Paolo, 2012).

Il rapporto di don Barsotti con il Concilio Vaticano II si può schematicamente dividere in tre periodi: prima del Concilio, durante, e dopo il Concilio. Le sensazioni, i pensieri, le reazioni, furono diversificate a seconda dei momenti: le aspettative (prima), l’ascolto di quello che veniva prodotto (durante), la valutazione dei frutti (dopo).

[…]

Prima del Concilio Vaticano II don Divo manifestò spesso una certa insofferenza nei confronti di alcune rigidità e chiusure dell’istituzione ecclesiastica. Si legga per esempio quanto disse alla sua Comunità proprio poche settimane prima che, a sorpresa, il Papa Giovanni XXIII annunciasse l’indizione del Concilio:

«Che la nostra preghiera sia questa: perché tutti i popoli riconoscano la Chiesa, e la Chiesa riconosca tutti i popoli; che la Chiesa in quanto Corpo mistico del Cristo, ma anche come società di uomini (la Chiesa organizzata, strutturata attraverso una gerarchia visibile) riconosca, intenda, ascolti e senta le aspirazioni e i bisogni di ogni anima. Non voglia, la Chiesa, mortificare, soffocare le aspirazioni legittime di ogni cultura, non voglia essere sorda al bisogno di ciascun popolo di onorare Dio nel suo modo, di pensare il dogma cristiano secondo proprie categorie mentali – impresa estremamente ardua, anzi, impossibile all’uomo, se gli uomini non fossero condotti dallo Spirito Santo. Un’unità che non sia il frutto dello Spirito di Dio sarà sempre un’unità di rovina, un’unità di impero».

Don Divo sentiva che qualcosa doveva cambiare, soprattutto in ordine all’evangelizzazione dei popoli. Per lui tutto deve appartenere alla Chiesa perché tutto nella Chiesa deve essere assunto e salvato (tranne il peccato), e il compito del teologo è proprio quello di farsi interprete di tutta la realtà creata per portarla a Cristo. A don Divo pareva però che la Chiesa di quegli anni fosse lontana da orizzonti così ampi. […]

[…]

Il momento dell’apertura del Concilio ci rivela un duplice atteggiamento da parte di don Barsotti. Da una parte egli presentava l’evento conciliare ormai imminente come «un’occasione, forse la più grande che Dio abbia concesso all’umanità di oggi, per essere salvata»; dall’altra parte il Concilio potrebbe però rivelarsi «un’occasione per cui questa umanità, invece di essere salvata, potrebbe precipitare nel buio, nella tenebra, non dico in un’apostasia dichiarata, ma in uno scetticismo, in una tensione, in una disperazione che non potrebbe essere più lenita da una speranza che le venga da Cristo, che le venga dalla Chiesa, che è del Cristo la continuatrice, anzi la stessa presenza».

Questo timore di don Divo era motivato dalla percezione di un pericolo che egli scorse nascosto sotto i facili entusiasmi di molti:

«Il pericolo di un Concilio che lascia le cose come le trova, anzi le peggiora. Perché ogni grazia di Dio è per sé ambigua: se l’anima non la riceve e non la fa fruttificare, quella grazia si trasforma per te in un motivo maggiore di condanna, di rovina e di morte».

Don Divo seguì con attenzione e soprattutto nella preghiera lo svolgimento delle sedute conciliari e al termine del Concilio commentò subito i testi delle Costituzioni conciliari ai membri della sua Comunità. La sua accoglienza fu inizialmente assai positiva: nelle direttive del Concilio egli vide quasi «un frutto» di quanto il Signore aveva già operato in seno alla sua Comunità. […]

[…]

Alla chiusura del Concilio, l’8 dicembre 1965, don Divo era a Roma in piazza San Pietro […].

[…]

Don Divo condusse la Comunità a meditare via via i documenti conciliari. Certamente una delle tematiche che più lo interessava era quella relativa alla riforma liturgica. Accolse le novità con prudenza ma anche con una certa preoccupazione:

«Il primo errore che dobbiamo evitare è pensare che la riforma liturgica abbia un carattere essenzialmente e primariamente pastorale. Oltre tutto, questo non potrebbe mai essere nella Liturgia. Ha anche un carattere pastorale, indubbiamente, ma prima ancora è preghiera. La prima cosa che si impone per me, se io voglio essere ministro della preghiera liturgica, è che io preghi e che faccia pregare gli altri. Naturalmente se questa preghiera liturgica diviene per me preghiera, diviene preghiera per gli altri, non potrà esserlo che nella misura che questa preghiera rimane in qualche modo comprensibile, diviene veramente la parola che esprime una vita interiore e del popolo e del sacerdote che prega. La preghiera liturgica dunque ci forma alla preghiera e forma il popolo alla preghiera soltanto in quanto fa pregare; se non facesse pregare, non formerebbe né alla Liturgia né alla preghiera. Ed ecco una cosa importante allora che dobbiamo evitare, che cioè queste riforme siano fatte come una “prima di teatro”, come uno spettacolo».

Negli anni a seguire, don Divo sentì drammaticamente la crisi che scosse la Chiesa. Nei confronti del Concilio avvertì il pericolo di una banalizzazione dell’annuncio cristiano che sembrò perdere la dimensione soprannaturale per ridursi, nella comune prassi ecclesiale, al livello meramente sociale e umano. Si sentì nell’aria la crisi culturale che, soprattutto con il movimento del ’68, voleva mandare al macero le tradizioni. Egli continuò a favorire una formazione solida e robusta, senza la quale la Chiesa rischia di cadere nel vago senso religioso. […]

Nel 1970 Barsotti pubblicò un piccolo volume, Dopo il Concilio, in cui il suo giudizio nei confronti dell’evento conciliare continuava a mostrarsi positivo, pur con qualche riserva, soprattutto verso alcune posizione largamente diffuse nel posi concilio: stigmatizzò «la volontà impaziente» con cui si voleva cercare di realizzare quanto il Concilio aveva promulgato, gli atteggiamenti sempre più frequenti di contestazione verso l’autorità gerarchica, i limiti di un’eccessiva insistenza sul concetto di Chiesa come “popolo di Dio”, il rischio che il servizio della Chiesa ai poveri si riducesse a un impegno per la loro promozione sociale ed economica, ecc.

L’anno seguente il Papa Paolo VI lo convocò in Vaticano per predicare gli esercizi spirituali alla Curia romana, nella prima settimana del marzo del 1971. Davanti a Paolo VI, Barsotti riprese buona parte dei pensieri già espressi nella pubblicazione dell’anno precedente. Il suo richiamo all’importanza del magistero conciliare era evidente e continuo, ma egli non nascose al Papa le sue perplessità nei confronti delle carenze che riscontrava in qualche documento conciliare. Il punto su cui don Divo richiamò maggiormente l’attenzione fu l’esigenza di una nuova fioritura di santi nella Chiesa:

«Il Concilio ecumenico con la ricchezza mirabile della sua dottrina potrebbe cadere nel nulla, se non vi saranno santi che rendano il suo messaggio credibile al mondo». [5]

Proprio a motivo delle grandi ambizioni dell’ultimo Concilio è necessaria la testimonianza dei santi:

«Un Concilio ecumenico quale quello che abbiamo celebrato in questi ultimi anni è tale da esigere una santità estremamente grande. Se il Concilio di Trento ha richiesto tale fulgore di santità che anche oggi ci meraviglia e ci esalta […], quale santità dovrà richiedere il Concilio ultimo, perché esso abbia una reale efficacia di rinnovamento nella Chiesa di Dio!». [6]

Barsotti in quella circostanza non risparmiò qualche rimprovero ai teologi che «sembrano tutti aver fretta, vogliono preparare un nuovo Concilio: le parole non generano più che nuove parole […]. Il Concilio di Trento ha nutrito la teologia per quattro secoli; del Vaticano II i teologi sembrano già stanchi dopo pochi anni dalla fine». [7]

Il suo era un atteggiamento molto realista, depurato ormai da ogni facile ottimismo, di fronte alla situazione assai preoccupante che la Chiesa si trovava ad affrontare in quegli anni turbolenti. Nello stesso testo si riporta un’espressione che egli enunciò davanti al Papa Paolo VI: «Perché dopo il Concilio abbiamo assistito non a un rinnovamento, non a una Pentecoste, ma a una crisi che ci ha fatto paura?».

Ma è nelle parti pubblicate del suo diario, risalenti a quegli anni, che soprattutto troviamo espresso il travaglio interiore di don Barsotti dopo il Concilio. Nelle pagine del 1967 egli non nascose le sue difficoltà: gli facevano paura la lunghezza e il linguaggio dei documenti, che sembrano attestare una sicurezza tutta umana più che una fermezza di fede. Egli reagì soprattutto «contro la facile ubriacatura dei teologi acclamati al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico». [8]

Barsotti si mostrò infastidito dalla continua esaltazione del Concilio che gli sembrava «frutto di cattiva coscienza»: il trionfalismo che veniva rinfacciato alla Curia romana, dopo il Concilio diveniva lo stile di chi celebrava ora i suoi presunti trionfi. Per don Divo il Vaticano II «forse perché ha voluto dir troppo, non ha detto molto». [9]

Da qui un atteggiamento teso a relativizzare la sua importanza, cercando di collocarlo sempre nel solco della Tradizione, senza mai sganciarlo dai Concili precedenti. Scrisse a questo riguardo nel diario del 1984:

«Il Concilio ultimo è legittimo, ma non ha fatto che mettere alcune virgole e qualche punto al discorso di sempre. È ben povera cosa nei confronti dei Concili che l’hanno preceduto. Il numero stesso dei documenti più che dire la sua grandezza, dice la presunzione dei Vescovi, dice la povertà del suo insegnamento». [10]

Un altro aspetto stigmatizzato nei diari fu la visione troppo ottimista della storia umana che sembra essere supposta da alcuni documenti: a questo riguardo, è nei confronti della Costituzione pastorale Gaudium et spes che egli manifesta le sue maggiori perplessità. [11]

Don Divo riconosceva l’assistenza dello Spirito Santo, che ha impedito che nei vari documenti venissero proclamati errori, ma affermò che: «[…] non sono stati impediti gli equivoci, l’ambiguità e soprattutto non è stata impedita la presunzione, non l’ambizione e il risentimento, non la superficialità e la volontà di un rinnovamento che voleva essere uno scardinamento, uno sradicamento della tradizione dogmatica, una diminuzione della tradizione spirituale». [12]

Se è dunque vero che lo Spirito Santo assicura l’infallibilità del Concilio, non ne assicura però l’efficacia: egli per questo criticò i Padri conciliari che non vollero impegnare l’infallibilità del loro magistero, pretendendo però di assicurarne l’efficacia.

Ciò che don Divo Barsotti denunciò in modo particolare fu una scelta precisa dei Padri conciliari e dei Vescovi del post-concilio:

«Non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di “rinnovare” la Chiesa, quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto». [13]

Ma fondamento di un tale “rinnovamento” per don Divo non è un autentico impegno di conversione personale, come dev’essere, bensì l’orgoglio umano:

«Sono perplesso nei riguardi del Concilio medesimo: la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. […] Ma soprattutto mi indigna il comportamento dei teologi. Crederò loro quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo. […] Tutto il resto è retorica. Soltanto la santità salva la Chiesa. E i santi dove sono? Nessuno sembra crederci più». [14]

Egli contestò anche l’insistenza da parte di molti teologi nel mettere continuamente in cattiva luce la situazione della Chiesa pre-conciliare, giustificando in tal modo la convocazione del Concilio, il quale, essendo l’esercizio supremo del Magistero, «è giustificato solo da una suprema necessità». [15]

Arrivò a pensare che la paurosa crisi della Chiesa post-conciliare fosse proprio derivata «dalla leggerezza di aver voluto provocare e tentare il Signore» [16], dall’aver quasi costretto Dio a parlare quando non vi era il bisogno di farlo.

Dopo un lungo travaglio interiore, nell’ultima pagina dedicata al Concilio tra le sezioni pubblicate del suo diario, don Divo sembrò arrendersi e offrire l’atto della sua obbedienza:

«La difesa ad oltranza del Concilio dice la cattiva coscienza di chi lo difende… Se è opera di Dio, non ha bisogno di essere difeso. E tuttavia debbo credere all’assistenza dello Spirito. Nel Concilio non possono essere stati insegnati errori, anche se può essere stata taciuta la verità. E se le direttive non fossero opportune, si impone tuttavia l’obbedienza». [17]

Le perplessità e le amarezze più volte manifestate da Barsotti nei confronti di certe derive post-conciliari non lo portarono però mai ad assumere posizioni di rottura nei confronti del Magistero e nemmeno ad auspicare il ripristino di forme e usi del passato. Seppur con qualche titubanza, don Divo mostrò sempre di accettare le decisioni e le riforme post-conciliari, invitando i membri della sua Comunità a fare altrettanto.

Nei confronti del Concilio il suo atteggiamento si rivela quindi obbediente ma allo stesso tempo critico; aperto e fiducioso nell’accogliere le necessarie riforme, ma anche sempre attento a indicare i rischi e i pericoli di certe scelte affrettate e spesso derivate da posizioni di inaccettabile contestazione verso la Chiesa e la sua Sapienza ispirata.

 

(Se il video non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

 

NOTE

5] D. Barsotti, La responsabilità dei preti. Prediche al Papa, Ediz. San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2010,91
6] Ibidem, 91-92.
7] Ibidem, 176-177.
8] D. Barsotti, Battesimo di fuoco, op. cit., 58.
9] D. Barsotti, Nel cuore di Dio. Diario 11 febbraio 1984 – 12 marzo 1985. Introduzione di L. Russo, EDB, Bologna 1991,284.
10] D. Barsotti, Nel Figlio al Padre, op. cit., 257. Nel diario del 1988 Barsotti fa riferimento a una lettera indirizzata al Papa Giovanni Paolo II, in cui gli scriveva che «il Concilio era certamente legittimo, ma non aveva messo che solo delle virgole al discorso continuo della Tradizione. Ed ero incapace – continua – di capire perché si citasse quasi esclusivamente questo Concilio ultimo».
11] Leggiamo nel diario del 1974: «L’ambiguità della Costituzione pastorale Gaudium et spes si manifesta evidente, ed è estremamente grave, nel fatto che il rapporto Chiesa-Mondo non si risolve nel martirio. La Croce non è al centro della teologia del Concilio, non è la soluzione e il compimento della missione della Chiesa» (D. Barsotti, L’Attesa. Diario 1973-1975, op. cit., 213-214).
12] D. Barsotti, La Presenza donata, op. cit., 103.
13] D. Barsotti, Fissi gli occhi nel sole, Ediz. Messaggero, Padova 1997, 117.
14] D. Barsotti, Battesimo di fuoco, op. cit., 58.
15] Ibidem, 27.
16] Ibidem.
17] Ibidem, 222.




DA PAPISTA RETROGRADO A DIVERGENT SOVVERSIVO: come è stata stravolta la percezione del cattolico fedele, nel tempo del socialismo globale ed ecclesiastico.

San Pio X

San Pio X

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

Un tempo, il cattolico fedele alla dottrina bimillenaria della Chiesa era considerato papista e retrogrado. C’era da esserne orgogliosi dell’odio del mondo, perché era uniformarsi a Cristo, rifiutato e crocifisso. Così invitata a fare San Pio X – il Papa che intuì più di tutti, e addirittura, vista la situazione attuale, con ancora più ragione di ciò che comprendeva, che il pericolo anti-cristico non era nella persecuzione manifesta ma nel subdolo modernismo. Il cattolico un secolo fa non dialogava col Nemico, nelle sue forme evidenti e persecutorie, ambigue e apostate, ma gli si opponeva nella fede, nella cultura, nella politica e nella società. Cercava di conservare un ordine cristiano contro gli elementi rivoluzionari, prima propri di una élite di fratelli di loggia (diciamo tra 1700 e 1800), poi diventati sempre più di senso comune e di massa, nell’arco di un secolo di strutturata pedagogia di Stato.

Tuttavia, questo è venuto meno. Il socialismo ha svelato la sua vera natura, ancor più totalitaria del comunismo sovietico (che imponeva una economia ingiusta e inefficiente e un ateismo di stato) perché realizza – democraticamente – una ingegneria sociale e un bio-potere capace di stravolgere intimamente ogni assetto culturale e identitario, dei popoli quanto del singolo rispetto a se stesso. Il socialismo ha raggiunto la fine della sua storia, l’apice teorico e pratico del progetto che coltivava: la possibilità di sostituirsi a Dio per forgiare dal nulla più assoluto l’uomo nuovo, un oltre-uomo fluido e globalista senza essenza, senza identità, senza radici, senza famiglia. Che proviene dal nulla, vive per il nulla e muore nel nulla (congedandosi dalla società, come si dice nei paesi più progrediti nel suicidio assistito).

2.

Al cattolico resta l’opzione di adeguarsi alla mentalità del principe di questo mondo, oppure, se vuole restare fedele al Credo perenne e immodificabile della Chiesa, di essere – anche se può sembrare paradossale – rivoluzionario, non uniformato. Rispetto al sistema attuale e attuato. Un po’come in una recente trilogia filmica: un divergent. Nel film – tratto dai libri di Veronica Roth – i divergenti erano coloro non biologicamente adeguati a una delle cinque fazioni previste in uno Stato organico. “Cellule sociali” non perfettamente allineate e specializzate in una delle classi, ingegneristicamente create e plagiate, per la pace e la fratellanza comunitaria. Oggi, per il cattolico essere divergent è un fatto di verità, di perseveranza, di fedeltà. Contro l’apostasia e contro il socialismo reale. Non tanto quello economico, quanto culturale o onnicomprensivo.

Agli occhi del mondo e spesso tra le fila anche autorevoli della stessa Chiesa è percepito come un pericolo incomprensibile. Una minaccia sovversiva per il sistema democraticamente indotto. Per il cattolico è una ragione di opporsi all’avvento dell’Anticristo, vivendo il tempo della Passione della Chiesa e in un mondo globale, votato ad collettivismo biologico, familiare e culturale. Ed è percepito allora – lui – come diverso, assurdamente alternativo, elemento destabilizzatore del Nuovo Mondo.

3.

C’è stata, evidentemente, una metamorfosi strutturale all’interno della Chiesa e nella società: spesso ci si è uniformati in uno stesso linguaggio e in una stessa prospettiva, sulla base della identificazione tra lo Spirito Santo e lo spirito (satanico) del mondo: ovvero, l’essenza stessa del modernismo denunciato da Pio X. Un linguaggio che ora, numerosi cattolici comuni e atei, diversi ecclesiastici e massoni, svariati credenti e comunisti parlano all’unisono, in armonia e fratellanza, in una comune religiosità cosmica: ecologia e sincretismo; teorie sul matrimonio e nuove ipotesi sul sacerdozio; annullamento della colpa e il misconoscimento dell’inferno; revisione della missione stessa della Chiesa come azione di esorcismo, battesimo e evangelizzazione, secondo l’unica verità che è Cristo Dio.

Questa metamorfosi ha preso avvio negli anni sessanta del Novecento. Ma non per caso, né per esagerazione, né per qualche abuso di troppo o travisamento eccessivo di qualche dichiarazione ecclesiale. La vera metamorfosi fu prima dottrinale in sé, studiata e forgiata nei tavolini e nei libri della nuova teologia (nella prima metà del XX secolo); quindi proposta e imposta secondo opportune e strumentali autorità o eventi globali. Solo così, poi, comportò degli effetti che stravolsero la coscienza del cattolico fedele alla dottrina di sempre e la percezione nel mondo contemporaneo.

Il connubio che divenne maggioritario tra anni settanta e ottanta, tra nuovo cattolicesimo e comunismo, faceva ancora conservare al cattolico tradizionale il ruolo di reazionario. Il comunismo era pur sempre ancora rivoluzionario e il cattolicesimo stava accettando il ruolo di propulsore del cambiamento sociale e socialista: bisognava aprirsi e cambiare. In nome dell’ammodernamento.

4.

Ora che l’ammodernamento è compiuto in tutte le sue forme, il ruolo del cattolico fedele al Credo è diventato il ruolo dell’anomalo. Un divergent, appunto, di fronte ad una compiuta teologia della liberazione globale e della emancipazione dalla dottrina cattolica ribadita con forza e fedeltà dal Concilio di Trento: emancipazione liturgica, dove si nega il Santo Sacrificio di espiazione dei peccati; emancipazione antropologica dove si nega il peccato e il Giudizio; emancipazione teologica, dove si nega la divinità di Gesù e la Trinità.

Sarà osteggiato, anche all’interno della stessa Chiesa, in modo diverso: non è più il nemico del progresso, ora che il progresso si è compiuto; non più il papista conservatore dell’ordine, ora che il vecchio ordine è distrutto e si è imposto intimamente il nuovo. È colui che mette in discussione radicalmente il nuovo ordine.

Vi chiameranno divergenti e anomali, sovversivi e ciechi di fronte alla bellezza del bio-potere e della non-identità. Siatene fieri. È solo un altro modo per continuare a gridare “Viva Cristo Re”!