Una bussola per la pandemia

Bussola

 

 

di Marco Lepore

 

Nei giorni scorsi un Principe della Chiesa, un Cardinale, ha avvertito la necessità di scrivere alla Costituzione italiana:  “Ti voglio chiedere aiuto perché siamo in un momento difficile e quando l’Italia, la nostra patria, ha problemi, sento che abbiamo bisogno di te per ricordare da dove veniamo e per scegliere da che parte andare” (Avvenire 21 gennaio 2021 “Il cardinale Zuppi scrive alla Costituzione: aiutaci a scegliere la direzione). Sicuramente, come scrive il quotidiano della CEI, il suo intento è principalmente quello di una riflessione ed un richiamo sui limiti nell’esercizio del potere e il legame tra diritti e responsabilità collettive; tuttavia, il tema da cui ha preso lo spunto ha, e non può non avere, anche natura e implicazioni di tipo esistenziale e spirituale, riguardando la situazione creatasi a seguito della diffusione del Covid-19. Costituzione come bussola, dunque, per muoversi nel territorio impervio e infetto della pandemia…

Un tempo, molto tempo fa ormai, quando ancora non esistevano impianti satellitari, navigatori Tom-Tom, Google Maps etc, per sapere da che parte andare si guardava la bussola. Oggi, che disponiamo di una molteplicità di strumenti tecnologici, in realtà ci si scopre disorientati più che mai. Anche nella Chiesa, a quanto pare, tanto che si arriva a chiedere aiuto alla Costituzioneper scegliere da che parte andare e cosa fare per costruire una società migliore.

È così, purtroppo: la Chiesa stessa sta attraversando un tempo di confusione e divisione che fa temere, dolorosamente, che la barca di Pietro possa aver perso la rotta. È con lacerante sofferenza che ogni giorno si leggono notizie di nuove stranezze nella liturgia, nella interpretazione dei Vangeli e nella pastorale. La divisione dei fedeli e fra i consacrati mostra con evidenza che si marcia in molteplici direzioni diverse. Abbiamo perso la bussola? O, forse, ognuno pretende di decidere autonomamente da che parte sta la stella polare della vita?

Eppure, una bussola potentissima, infallibile, nonché alla portata di tutti e innanzitutto dei sacerdoti (a qualunque livello) esiste ancora e ci offre indicazioni incomparabili…

Ce ne parla un libro, tanto importante quanto, probabilmente, poco conosciuto, e la ripropone all’uomo di oggi, in particolar modo ai consacrati. Si chiama “In Sinu Jesu. Quando il Cuore parla al cuore. Il Diario di un Sacerdote in Preghiera”, tradotto dall’originale inglese dalla casa editrice  cattolica Ancilla [Conegliano (TV) 2020, pp. 320, € 16, www.ancilla.it].

Il testo raccoglie le rivelazioni private che ha ricevuto, «nel silenzio dell’adorazione», un sacerdote Monaco Benedettino. Questo religioso, che non rivela la propria identità ma che probabilmente è irlandese, da oltre 13 anni dialoga con Gesù e la Sua Madre Santissima. I dialoghi sono stati raccolti su esplicita richiesta di Nostro Signore, tradotti dall’inglese in 8 lingue (francese, tedesco, polacco, portoghese, rumeno, indiano, ungherese, italiano) e pubblicati. È un libro che tutti i sacerdoti –ma non solo- dovrebbero leggere. Oggi più che mai.

Le rivelazioni private, come sappiamo, non fanno parte del deposito della Fede e nessun fedele è tenuto a crederci; tuttavia, come ribadisce nel modo più autorevole il Catechismo della Chiesa Cattolica, possono «aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica». Ed ecco, come si trova scritto nella introduzione, “queste pagine sono in perfetta armonia con l’insegnamento della Sacra Scrittura, la Tradizione Cattolica e i ben noti capolavori dei mistici; il libro, infatti, ha ottenuto l’Imprimatur ed è stato pubblicato da una Casa Editrice di New York [Angelico Press, 2016] che lo sta diffondendo negli Stati Uniti, dove sta influenzando la vita spirituale di laici e soprattutto sacerdoti e religiosi che lo hanno letto» (pp. II-IV). Oltre all’Imprimatur concesso l’11 ottobre 2016 dal Vescovo di Meath (Irlanda) mons. Michael Smith, parole di elogio alla pubblicazione sono spese da significative personalità del mondo ecclesiale anglosassone. Si inizia con il Card. Raymond Leo Burke, per terminare con quelle del teologo statunitense David W. Fagerberg, docente nell’Università di Notre Dame (South Bend, Indiana).

L’aspetto più significativo e decisivo di questo libro, non sta tanto nel fatto –certamente straordinario- che l’autore riceve messaggi e rivelazioni, quanto nel fatto che tutto questo accade durante l’Adorazione Eucaristica, stando in ginocchio al cospetto del Santissimo Sacramento. Al Monaco Benedettino, in effetti, è stata affidata da Cristo la missione di «sacerdote adoratore» nell’attuale passaggio drammatico di crisi del sacerdozio e della Chiesa. «Voglio sacerdoti adoratori e riparatori» (p. 2), gli dice subito Gesù nella prima delle rivelazioni, annotata nel giorno della festa del beato Columba Giuseppe Marmion, abate e scrittore irlandese (1858-1923), il 3 ottobre del 2007.

Il rinnovamento della Chiesa, dice Gesù apertamente e senza possibilità di fraintendimenti (data la frequenza con cui ritorna sul tema nei messaggi presenti in tutto il libro), dipende quindi dalla rigenerazione dello Spirito Santo che seguirà al ritorno dei sacerdoti all’Adorazione Eucaristica sull’esempio di San Giovanni Evangelista, «che con la Vergine Maria adorava e compiva atti di riparazione per gli altri Apostoli» (diario del 5 ottobre 2007, p. 4). Solo così, avrebbe detto sempre Gesù all’autore, il Salvatore potrà parlare di nuovo al cuore dei pastori, «così come parlavo al cuore del mio amato discepolo Giovanni, l’amico del Mio Cuore, il sacerdote del Mio Cuore aperto» (rivelazione dell’8 ottobre 2007, p. 5).

Sono numerosissimi i messaggi in cui Gesù esprime il proprio dolore per l’abbandono della pratica della Adorazione Eucaristica, segnalata da Egli stesso come il principale mezzo di grazie, di guarigione e rafforzamento della fede, da parte dei SUOI amati ministri, di “quei sacerdoti che hanno tempo per tutto il resto tranne che per Me”( messaggio del 27 dicembre 2011, p.211). È una ripetuta e accorata chiamata di tutti i Sacerdoti “alle armi” della Adorazione del Santissimo Sacramento. Non solo di alcuni, ma di tutti!

Quasi stupito, sicuramente addolorato, Gesù si chiede come mai sia stato lasciato così solo, abbandonato, innanzitutto da quelli che hanno avuto il mandato di consacrare le specie eucaristiche e potrebbero volgere continuamente il cuore e lo sguardo a Colui che in questo modo ha voluto restare per sempre presente in mezzo a noi, offrendo così la possibilità di vincere ogni solitudine, amarezza e disorientamento.

Eppure, ripete Gesù, è questa una fonte inesauribile di grazie, di compagnia celeste e di guida infallibile nelle vicende della vita. Scrive al riguardo Fr. Hugh ABarbour, Priore dell’Abbazia di San Michele dei Padri Norbertini: “Leggere In Sinu Jesu ha aperto il mio cuore ad una più profonda consapevolezza di ciò che accade quando trascorro del tempo davanti al Salvatore nascosto e rivelato nel Santo Sacramento. Questo si può riassumere in una parola: Amicizia. Profonda consolazione e una rinnovata gratitudine per come Egli attira a Sé i suoi amici, sono questi i frutti nati seguendo le meditazioni di questo libro, che riempirà i cuori di coraggio e di gioia”.

Ecco dunque la bussola! Tonda (come ogni bussola…), luminosa, gratuita, offerta a tutti. Una vera porta aperta sulla felicità, sulla nostra vera e ultima destinazione. Anche, di conseguenza, su una società migliore, perché pastori santi e uomini di autentica fede rappresentano un bene incomparabile per il mondo intero, sono luce del mondo e sale della terra. Una polla di acqua fresca e pura nel mare inquinato e pieno di pericolose correnti di questo mondo e, in particolare, di questi tempi. Ce ne siamo dimenticati, e ci si è perduti seguendo mille strade che portano a nulla. Occorre allora, in mezzo alla tremenda confusione che, anche nella Chiesa, caratterizza questi nostri tempi, tornare tutti a cercare e volgere gli occhi verso la vera e unica Stella Polare.

Grazie, quindi, ai padri della Costituzione per il loro sforzo e per quanto hanno prodotto, ma per sapere da che parte andare in tempi di pandemia (vera o presunta), come in ogni altro tempo della storia, abbiamo una bussola anche migliore. Anzi, l’unica vera Bussola. Dobbiamo solo piegare le ginocchia e cominciare a guardarla….

Diventa l’adoratore che Io voglio che tu sia e vedrai i cieli aperti nella tua anima; lì godrai delle conversazioni con Me, con mia Madre, con i miei Santi e gli Angeli. Questo è il rimedio per ogni solitudine e il segreto di una gioia celestiale anche su questa terra” (17 ottobre 2008).




Un uomo senza nome e senza volto è stato ucciso a Plymouth

 

 

di Wanda Massa

 

Il 26 gennaio 2020 è morto quel cattolico polacco, che la spietata “giustizia” inglese ci impone di non nominare, né di pubblicarne l’immagine del viso.

Il tenace attaccamento alla vita di RS (così l’hanno ribattezzato i media anglofoni) l’ha portato a resistere 12 giorni senza mangiare né bere.

Una lenta, atroce e inesorabile agonia che neppure gli appelli dei familiari, della gerarchia cattolica polacca e inglese, della cultura, della politica e gli sforzi diplomatici sono riusciti ad intaccare.

Così commenta il giornalista Romano Motoła su Polonia Catholica (qui): “La lotta per la vita del signor Slawomir di Plymouth, la reazione naturale di molti uomini di buona volontà, si è scontrata con l’insensibilità di persone in camici e toghe – apparentemente chiamate a difendere la vita umana e a sostenere la giustizia. Dalle circostanze di questa storia emerge non solo la tragedia di un paziente, di una famiglia. Grazie ad esso, possiamo vedere chiaramente l’orrore mortale dell’insensibilità del sistema.

Molti di coloro che seguono il dramma del nostro connazionale imprigionato e fatto morire di fame da un ospedale britannico non possono fare a meno di stupirsi che medici e giudici possano essere così determinati a uccidere un uomo innocente e indifeso. In un momento in cui la pena capitale per i più grandi criminali sta diventando sempre più un retaggio del passato, allo stesso tempo coloro che hanno il più grande diritto di aspettarsi cure e sostegno possono essere trattati in modo veramente bestiale sotto lo stato di diritto. Qui viene subito in mente l’esempio dello sterminio degli aborti, che miete decine di milioni di vite ogni anno. È forse la più grande e comune manifestazione del declino civile dell’umanità, che, dopo tutto, si vanta costantemente della sua modernità e del suo brillante progresso.

Ogni volta che un essere umano innocente viene deliberatamente ucciso in questo modo, nell’indifferenza generale, se non nel plauso di una significativa parte della società, è l’umanità intera a sprofondare nelle tenebre della barbarie.

Se a questo abominio si aggiunge poi il severo divieto di pubblicare il nome e il volto di RS, imposto dai giudici inglesi e disatteso soltanto dalla stampa polacca, l’omicidio di stato diviene ancora più odioso e ripugnante.

E’ come ucciderlo due volte. Negandogli, oltre alla vita, persino la dignità del nome.

La giornalista Dorothy Cummings McLean ci informa dell’aiuto offerto dal Christian Legal Centre del Regno Unito per sostenere la battaglia legale volta a preservare la vita di RS: più di 70.000 sterline.

Siamo distrutti dalla morte di R.S.

Le nostre preghiere sono con la sua famiglia. Speriamo che, grazie agli sforzi della famiglia, nessun’altra persona debba vedere i propri cari morire in un modo così inumano e degradante.

Siamo grati alla Polonia per tutte le misure straordinarie che ha preso per preservare la sua vita. Bisogna sinceramente interrogare l’anima di una cultura che considera misure come quelle che hanno messo fine alla vita di R.S. come un atto di compassione. È davvero un giorno triste“. Così ha scritto Roger Kiska del Christian Legal Centre in una e-mail a LifeSiteNews.  (qui).

Un uomo senza nome e senza volto è stato ucciso alla vigilia della giornata della Memoria. Il giorno in cui il mondo intero si ferma per ricordare il genocidio degli Ebrei, compiuto oltre settant’anni fa, ma, preferisce dimenticare gli olocausti che quotidianamente vengono commessi ai danni della vita innocente.

Noi oggi vogliamo ricordare RS e la schiera lunghissima di martiri innocenti dell’ideologia di morte, che ha pervaso la nostra civiltà, un tempo cristiana.




Dio ci salvi dalla dittatura etica

Rilanciamo un articolo di Marcello Veneziani, pubblicato sul suo blog, molto interessante in quanto analizza l’abuso che dell'”etica” viene fatto.

 

Donald Trump, account Twitter
Donald Trump, account Twitter

 

“Vaccinarsi è un dovere etico” ha tuonato Papa Bergoglio. Il piano pandemico del ministero della sanità, in bozza, decreta: “i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio”. Traduci: con l’etica scegliamo chi salvare e chi no. L’etica prelude all’eugenetica. Ma il presidente del comitato di bioetica Lorenzo D’Avack condanna questa cernita. All’etica si appella sia chi dice di vaccinare prima i vecchi, sia chi dice di vaccinare prima i giovani. È ancora l’etica il freno d’emergenza che colpisce come una mannaia e una censura il mondo politically uncorrect, da Trump al filosofo Alain Fienkelkraut, fino ai sovranisti di casa nostra. Le leggi speciali, le commissioni di vigilanza, i tutori e i censori social che si abbattono come una scure su chi la pensa in modo difforme, si appellano all’etica. L’etica, l’unico Assoluto in vigore. Rischiamo la dittatura globale dell’etica; i suoi depositari non hanno alcuna legittimazione dall’alto o dal basso, religiosa o popolare, sono solo oligarchi

Tramonta la religione, sparisce la morale, fu sepolta l’ideologia, si modifica la natura e scompare il diritto naturale, si cancellano memorie storiche, tradizioni, principi e valori. Nel mondo globale, dominato dalla tecnologia e dall’economia, di tutta quella moria c’è solo un erede universale: l’etica, appunto. Se perfino un papa non si appella a valori religiosi e morali ma etici, se perfino la sanità non si appella a criteri medici ma etici, se la politica non affronta gli avversari sul terreno del confronto politico ma li squalifica sul terreno etico, e se perfino i colossi privati del web usano l’etica come alibi per censurare e favorire chi vogliono, vuol dire davvero che l’etica è diventata la nuova sovrana e giustiziera del pianeta. L’etica applicata agli algoritmi è devastante e dispotica.

Ma guai a parlare di Stato etico, quello no, è fascismo: ma l’etica che interviene dappertutto, che decide, discrimina, punisce, censura che cos’è se non la sua applicazione urbi et orbi? Il richiamo costante alla bioetica, all’etica degli affari, all’etica delle professioni, ai codici etici, segna il dominio di questo principio indeterminato; chi la decide, chi prescrive e proscrive ciò che va fatto, detto e pensato? Non una tradizione né un’esperienza storica consolidata, non una religione e un Dio né un dovere patriottico; ma a stabilirla e a decidere, è una casta, un’oligarchia che decide ciò che è etico e ciò che non lo è. Sono i tutori dello Spirito del Tempo, i virtuosi custodi dell’eticamente corretto; sono loro a stabilire il perimetro e poi a decidere chi è dentro e chi è fuori. Per questo anni fa parlai di un nuovo razzismo che sorveglia la società e la controlla come una cupola, dividendola in due razze diverse, una dannata e l’altra dominante: è il razzismo etico, più subdolo e invasivo del razzismo etnico. Anche la giustizia è in mano ai pasdaran dell’etica: sentenze, divieti, condanne e assoluzioni sono decise dai talebani dell’etica, processando parole e intenzioni prima che delitti e reati. L’etica fornisce ai suoi utenti pregiudizi indiscutibili.

Eppure l’etica che avevamo conosciuto negli studi classici, l’etica da Aristotele a Spinoza, a Hegel, era una dimensione culturale, civile, educativa fondamentale. Ma assunta a regina solitaria dal mondo, dopo aver fatto fuori religione e morale, tradizione e diritto naturale, storia e idee, somministrata e decisa da un nucleo inespugnabile e autoproclamato di custodi, diventa inquietante. E può generare una spirale di intolleranze destinata a sfociare nella violenza, nella rivolta e nella prova di forza. Se non si può discutere e dissentire, subentra la prova muscolare… Una deriva pericolosa.

Ci può portare ovunque, anche alla liquidazione dell’umanità, perfino all’avvento del transumanesimo, a un sistema di controllo totalitario, di sorveglianza etica invasiva… È curioso che imprese private come i giganti del web escano dalla neutralità di mezzi di comunicazione e nel nome dell’etica decidano selezioni, esclusioni e censure etiche, al di sopra degli stati e delle leggi. Come si è visto con TwitterFacebookGoogleYouTubeParler, ecc. Un inquietante scenario che si aggrava se si aggiungono forme sempre più penetranti di controllo e schedatura degli utenti (ora esplode il caso WhatsApp e l’esodo verso Signal e Telegram).

L’etica è l’alibi di questo controllo globale, e a differenza della politica, è al riparo dal consenso e dal dissenso, impermeabile al voto; è perentoria, assoluta benché arbitraria. Può essere etico il diritto alla vita come il diritto opposto a sottrarsi alla vita, con l’eutanasia, o il suicidio assistito, nel nome della dignità della vita. Può essere etico lasciare che le donne decidano la loro maternità o che si tuteli in primis la vita del nascituro. Può essere etico tutelare prima i più fragili, gli anziani, e può essere etico al contrario dare priorità ai più giovani. L’etica non è una pianta che nasce nella testa di qualcuno, medico, magistrato, ceo, politico o intellettuale, ma rimanda a un terreno precedente, e controverso, fatto di valori, esperienze, religioni, culture, popoli, tradizioni. Temperato dall’esercizio democratico del voto. L’etica non può ergersi a giudice assoluto della vita e della sorte, dei rapporti sociali e delle scelte pubbliche e politiche, ma deve far parte di un politeismo di principi, riferimenti e priorità. L’etica non può esistere senza passione di verità e ricerca della verità. Fermate l’etica che vuol farsi sovrana.

 




L’INCOERENZA E’ LA VIRTU’ DEI DEBOLI – Elogio di un “difetto” e della sua speranza nascosta

 

 

di Giorgio Ponte

 

A volte capita che gli uomini, anche quelli di fede, facciano della coerenza una virtù in sé, unico metro per misurare quanto una persona sia corretta o meno rispetto a un dato modello di perfezione (generalmente astratto e irraggiungibile) che provoca la frustrazione e il dolore di molti, e in base al quale ci si permette di giudicare chi è meritevole di plauso e chi no.

A me ha sempre incuriosito invece come la coerenza non sia nominata in nessuno degli elenchi delle virtù evangeliche: né cardinali, né teologali, e nemmeno tra i doni o i frutti dello Spirito Santo.

Perché? Perché Dio sa bene come siamo fatti.

L’incoerenza è una componente costitutiva dell’essere umano, strettamente connessa a una delle sue capacità più fondamentali: quella di cambiare.

Noi la guardiamo sempre dal punto di vista di chi “predica bene, ma razzola male” e non ci soffermiamo mai sul fatto che si può anche “predicare male e razzolare bene”, come nella parabola dei due figli, di Matteo. (Mt 21, 28-31)

Certo, forse sarebbe meglio fare bene entrambe le cose, predicare e “razzolare”, ma dal momento che nella mia esperienza le persone che guardano alla coerenza come a una virtù, sono anche le stesse più crudeli nel giudicare la debolezza altrui, non è detto che dietro a tale “virtù” più spesso non si nasconda un desiderio di perfezionismo che puzza di orgoglio e che ricorda tanto un idolo.

La verità è che nella possibilità dell’uomo di essere incoerente sta anche la sua speranza di essere migliore. Perché, se fossimo sempre coerenti con noi stessi, dovremmo anche restare sempre coerenti col male che commettiamo. 

L’incoerenza infatti è il fondamento e l’unico presupposto che rende possibile la conversione. 

Se San Francesco fosse stato coerente, sarebbe rimasto a gestire l’azienda di famiglia, o forse sarebbe morto in guerra.

Se San Paolo fosse stato coerente sarebbe morto assassino.

Se San Pietro fosse stato coerente, la Chiesa non esisterebbe.

Nessuno fra coloro che hanno seguito Gesù ha mai brillato per coerenza nella propria vita.

In fondo Hitler è stato uno degli uomini più coerenti della Storia, eppure non mi pare che questo sia stato un bene per l’umanità.

L’unica coerenza cui (forse) possiamo aspirare umanamente è quella delle intenzioni: del riconoscere la Verità sempre, anche quando non riusciamo a viverla, senza smettere di chiamare il male, “male”, e il Bene “Bene”. Solo così il nostro parlare sarà “se sì, sì, se no no” (Mt 5, 37). Quanto all’agire, infatti, sarà Dio a fare ciò che noi non possiamo fare da soli.  Il resto, si sa, viene dal diavolo.

A noi non è chiesto di essere coerenti. A noi è chiesto di provare a fidarci dal fatto che Dio ci ama con tutta la nostra incoerenza. 

Quel “pace in terra agli uomini di buona volontà”, che purtroppo non sentiremo più a messa, era di questo che parlava: pace in terra agli uomini che ci provano. 

Pace in terra a chi si fida di Cristo più che delle sue forze. 

Pace in terra chi oggi ce la fa e domani no.

Pace in terra a chi non si arrende per questo.

Pace in terra a chi ricomincia sempre.

E’ il provarci che dà pace, non il fatto di riuscirci. Provare a credere che esista un Dio che non misura i risultati, e nonostante questo si fida della nostra possibilità di cambiare, scegliendo di lasciarci amare da Lui. Solo l’incoerenza infatti rende evidente la gratuità dell’amore di Chi ci ama sapendo che prima o poi Lo tradiremo di nuovo, e nonostante questo non resta mai deluso. 

In fondo, quando riceviamo il perdono, e proprio su questo che Cristo

conta: su quella incoerenza che ci ha fatto allontanare da Lui.

La stessa grazie alla quale ancora una volta a Lui potremo tornare.

 

fonte: liberidiamare

 

 

 




Questione Biden-aborto: Il coraggio dell’arcivescovo Gomez e l’irritazione del card. Cupich.

George Weigel, scrittore, amico e biografo di San Giovanni Paolo II, scrive una riflessione sul gesto coraggioso dell’arcivescovo Gomez nel far presente al Presidente Biden nel giorno dell’inaugurazione della sua presidenza che l’essere cattolico, come Biden dice di sé pubblicamente, comporta aderire alle verità che la Chiesa ha sempre insegnato, e non ignorarle, abbracciando tutto ciò che le contrasta. 

Ecco il suo articolo pubblicato su The First Thing, nella mia traduzione.

 

Arciv. Gomez - Card. Cupich
Arciv. José Gomez – Card. Blase Cupich

 

Durante il loro incontro annuale nel novembre dello scorso anno, una massa critica dei vescovi cattolici degli Stati Uniti ha riconosciuto che l’elezione di Joe Biden alla presidenza aveva portato la Chiesa a un punto critico.

Il presidente eletto aveva parlato a lungo, e con evidente sincerità, dei modi in cui la sua fede cattolica lo aveva sostenuto in tempi di grande sofferenza, compresa la morte della sua prima moglie e di suo figlio. Frequentava regolarmente la messa ed era famoso per vantarsi di portare con sé il suo rosario. Nella sua campagna del 2020, ha citato Papa Francesco, ha parlato spesso del suo affetto per le suore religiose e ha invocato la dottrina sociale della Chiesa come fonte delle sue posizioni politiche.

Eppure, durante la sua carriera al Senato e i suoi otto anni da vice presidente, Biden era diventato un sostenitore sempre più stridente dell’interpretazione più estrema del regime dell’aborto imposto al paese da Roe vs. Wade nel 1973 (sentenza della Corte Suprema che ha legalizzato l’aborto, ndr) e rafforzato da Planned Parenthood (multinazionale dell’aborto, ndr) contro Casey nel 1992. Era un avido sostenitore di Obergefell v. Hodges e del “matrimonio gay” (e ha officiato lui stesso una di queste cerimonie quando era vicepresidente). Non c’era alcuna distanza visibile tra le sue recenti posizioni politiche, da un lato, e quelle dei più aggressivi sostenitori LGBT e della “teoria gender” dall’altro. Inoltre, sembrava ignaro delle minacce che tutto questo poneva alla libertà religiosa delle istituzioni cattoliche e ai diritti di coscienza dei cattolici nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione e in altri campi. Durante la campagna per le primarie del 2020, è arrivato a dire che, come presidente, avrebbe annullato l’esenzione dal mandato contraccettivo dell’Obamacare (che includeva alcuni contraccettivi abortivi) che l’amministrazione uscente aveva concesso alle Piccole sorelle dei poveri, che si rifiutavano di includere contraccettivi e abortivi nella copertura sanitaria dei loro dipendenti.

L’incontro dell’USCCB (Conferenza Episcopale USA, ndr) di novembre raggiunse quello che un vescovo in seguito descrisse come un “consenso fragoroso” sul fatto che fosse stato raggiunto un punto di svolta; un altro vescovo ha detto che l’incontro si è concluso con un “mandato forte e chiaro” per l’azione. Allora cosa fare?

Il presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, l’arcivescovo José Gomez di Los Angeles, ha deciso di nominare un gruppo di lavoro sul coinvolgimento della nuova amministrazione, che avrebbe proposto un piano d’azione alla luce di questa sfida senza precedenti alla coerenza sacramentale e morale della Chiesa. Il gruppo di lavoro sarebbe stato presieduto dal vice presidente dell’USCCB, l’arcivescovo Allen Vigneron di Detroit; i suoi membri vescovi avrebbero incluso i presidenti delle commissioni permanenti dell’USCCB; e avrebbe fatto le sue raccomandazioni al presidente della conferenza Gomez il più presto possibile.

In due riunioni il gruppo di lavoro raggiunse rapidamente il consenso e formulò le sue raccomandazioni all’arcivescovo Gomez. Come Gomez ha poi riferito ai vescovi, il gruppo di lavoro propose due iniziative. La prima sarebbe stata una lettera al nuovo presidente da parte dell’Arcivescovo Gomez, scrivendo come pastore. La lettera avrebbe promesso sostegno alla nuova amministrazione nelle aree di accordo. Avrebbe identificato anche le politiche dell’amministrazione, compreso l’aborto, che i vescovi ritengono violino la dignità umana, e avrebbe sollecitato il nuovo presidente a rivalutare le sue posizioni su queste questioni. La seconda iniziativa proposta dal gruppo di lavoro era lo sviluppo di una dichiarazione della conferenza sulla coerenza eucaristica della Chiesa.

Quest’ultima deve ancora essere sviluppata – e lo sarà – ma l’arcivescovo Gomez è stato d’accordo con la raccomandazione del gruppo di lavoro che un approccio al nuovo presidente fosse fatto il più presto possibile. Piuttosto che una lettera, Gomez ha scelto di rilasciare una dichiarazione pubblica il giorno dell’insediamento del signor Biden.

Il giorno prima dell’inaugurazione, tuttavia, il cardinale Blase Cupich di Chicago e il cardinale Joseph Tobin di Newark (ambedue promossi cardinali da Papa Francesco, ndr) hanno fatto forti pressioni sull’arcivescovo Gomez affinché non facesse alcuna dichiarazione, così come ha fatto il nunzio apostolico negli Stati Uniti, l’arcivescovo Christophe Pierre. L’arcivescovo Gomez ha resistito a queste pressioni e ha pianificato di rilasciare la sua dichiarazione alle 9 del giorno dell’inaugurazione, tre ore prima del giuramento del nuovo presidente. Poi la Segreteria di Stato della Santa Sede è intervenuta, chiedendo che la pubblicazione della dichiarazione fosse ritardata. L’interpretazione caritatevole di questa interferenza senza precedenti nell’azione proposta da una conferenza nazionale dei vescovi è che essa rifletta una preoccupazione del Vaticano che la prima dichiarazione cattolica sul nuovo presidente provenisse dal papa stesso (come ha fatto poco dopo mezzogiorno del 20 gennaio, in un anodino messaggio di congratulazioni). Si potrebbe anche ipotizzare, non irragionevolmente, che siano state fatte rimostranze al Vaticano, e forse allo stesso Papa Francesco, da parte di alcuni di coloro che avevano cercato di spingere l’arcivescovo Gomez al silenzio.

Queste sono domande interessanti per il futuro.

In ogni caso, la dichiarazione dell’arcivescovo Gomez è stata rilasciata poco dopo che il presidente Biden ha completato il suo discorso inaugurale. Era chiaramente una dichiarazione pastorale, non un manifesto politico. Il suo tono era del tutto rispettoso e privo di clericalismo. Riconosceva la freschezza del nuovo presidente e la pietà espressa pubblicamente in “un tempo di crescente e aggressivo secolarismo nella cultura americana”. Si è impegnato a lavorare con l’amministrazione entrante sulle questioni che i vescovi hanno evidenziato nella più recente edizione della loro guida, Forming Consciences for Faithful Citizenship, come la politica di immigrazione, la riforma della giustizia penale, la lotta al razzismo e il sostegno dei poveri. Ha accolto “l’appello del presidente Biden per la guarigione (della frattura nel popolo, ndr) e l’unità nazionale” e ha proposto una conversazione con il nuovo presidente e l’amministrazione sui passi per costruire una cultura della vita negli Stati Uniti.

E la dichiarazione ha evidenziato adeguatamente la particolare gravità morale delle questioni relative alla vita, sottolineando che la licenza di aborto “non è solo una questione privata [ma] solleva preoccupanti e fondamentali questioni di fraternità, solidarietà e inclusione nella comunità umana”. Così, ha scritto l’Arcivescovo Gomez, la questione dell’aborto “è una questione di giustizia sociale”, perché gli americani “non possono ignorare la realtà che i tassi di aborto sono più alti tra i poveri e le minoranze, e che la procedura è regolarmente usata per eliminare bambini che sarebbero nati con disabilità”.

Secondo qualsiasi standard ragionevole, la dichiarazione dell’arcivescovo Gomez è stata equilibrata e misurata; senza la controversia che è scoppiata prima e dopo la sua pubblicazione, alcuni avrebbero probabilmente sostenuto che era troppo equilibrata e troppo misurata. La controversia, tuttavia, ha sottolineato la posizione ferma, chiara e inequivocabile della dichiarazione sulla “priorità preminente” delle questioni relative alla vita – e quindi ha accresciuto l’impatto di quelle parti della dichiarazione che i cardinali dissidenti possono aver trovato così discutibili da cercare di mettere a tacere l’intero documento.

Più tardi, il giorno dell’inaugurazione, il cardinale Cupich ha rilasciato una dichiarazione, seguita da una serie di tweet, deplorando la dichiarazione dell’arcivescovo Gomez come “sconsiderata”, una “sorpresa per molti vescovi” e il risultato di “fallimenti istituzionali interni” da parte della USCCB. Non è chiaro se questi duri giudizi riflettano l’opinione a Roma e a Chicago (città della diocesi del card. Cupich, ndr). In ogni caso, non sopportano un attento esame.

Il suggerimento (fatto dal card. Cupich, ndr) che l’arcivescovo Gomez stesse in qualche modo agendo indipendentemente dalla conferenza episcopale e quindi in modo irresponsabile è esso stesso ingiusto e irresponsabile. La dichiarazione dell’arcivescovo è stata elaborata in risposta alle raccomandazioni del gruppo di lavoro che aveva nominato a novembre. Quelle raccomandazioni a loro volta riflettevano l’ampio consenso tra i vescovi mostrato nella loro riunione di novembre. Inoltre, nell’identificare le aree di accordo e di disaccordo con l’amministrazione entrante, la dichiarazione non è andata oltre ciò che l’USCCB aveva detto per anni, persino per decenni. Suggerire che ci sia stato qualcosa di inedito qui è falsificare la storia. Ciò che era davvero senza precedenti, come l’arcivescovo Gomez ha sottolineato nella sua dichiarazione, era la situazione di un presidente degli Stati Uniti che professava un cattolicesimo devoto e sentito e tuttavia era pubblicamente impegnato a facilitare gravi mali morali. Non riconoscere questo fatto, e non affrontarlo con il nuovo presidente, sarebbe costato caro ai vescovi in termini di autostima e credibilità pubblica.

Nessun vescovo che abbia partecipato alla riunione dell’USCCB di novembre e abbia ascoltato attentamente le preoccupazioni espresse in quella sede avrebbe potuto essere sorpreso dal contenuto della dichiarazione dell’Arcivescovo Gomez. La dichiarazione rifletteva abbastanza precisamente i temi dominanti di quella riunione: Ci sono molte gravi questioni morali nel dibattito pubblico contemporaneo, ma le questioni della vita, come Papa Francesco stesso ha insistito, hanno la priorità perché toccano questioni fondamentali di dignità umana e i primi principi di giustizia. Alcuni possono essere stati sorpresi dal fatto che l’arcivescovo Gomez abbia avuto il coraggio di scrivere così apertamente al presidente Biden, e di farlo dopo essere stato pressato da due cardinali; ma qualsiasi sorpresa tradisce l’ignoranza dell’uomo. L’arcivescovo Gomez è una persona tranquilla e gentile che non cerca i riflettori; non è un twittatore incallito; non è polemico. Più che altro, però, è un uomo di profonda fede e solida pietà, che a novembre ha capito che era stato raggiunto un punto di inflessione e che la credibilità evangelica della Chiesa fosse in gioco per questo. Ha offerto un profilo di coraggio episcopale in un momento in cui pochi altri – i veri outsider in questo dramma – chiedevano (si spera senza riconoscere l’analogia) una ripresa dell’approccio accomodante nei confronti dei funzionari pubblici cattolici a lungo sostenuto da Theodore McCarrick (il cardinale ridotto allo stato laicale per abusi sessuali su minori e adulti, ndr), non ultimo durante le elezioni del 2004.

Negli ultimi mesi, è emerso un consenso tra i vescovi americani, compresa praticamente l’intera leadership episcopale della USCCB: mantenere una falsa facciata di unità episcopale non vale il sacrificio delle verità di cui la Chiesa deve parlare. Queste includono la verità sull’integrità sacramentale e la coerenza eucaristica della Chiesa stessa; le verità sull’inalienabile dignità e valore di ogni vita umana dal concepimento fino alla morte naturale; la verità sulla piena libertà religiosa e i diritti di coscienza di coloro che rifiutano di agire contro la dignità umana; e la verità sulla preoccupazione della Chiesa per la salute spirituale dei funzionari pubblici cattolici che, con qualsiasi grado di colpevolezza soggettiva, tuttavia facilitano gravi mali morali.

Nel suo spesso commovente discorso inaugurale, il presidente Biden ci ha chiamati a “porre fine a questa guerra civile che contrappone il rosso al blu” e ha dichiarato la sua convinzione che “possiamo farlo se apriamo le nostre anime invece di indurire i nostri cuori”. Dubito che l’arcivescovo José Gomez abbia ricevuto una copia anticipata del discorso del presidente. Ma, provvidenzialmente, la sua dichiarazione nel giorno dell’inaugurazione era un invito del pastore al presidente Biden a fare proprio questo: aprire la sua anima alla pienezza della verità cattolica. L’arcivescovo merita grande credito per aver avuto il coraggio di farlo, così come i molti, molti cardinali e vescovi che lo hanno sostenuto e che continueranno a lavorare per trasformare questo punto di inflessione in un momento di rinnovamento cattolico evangelico, a prescindere dai costi.

 

 




Il PCI, nato 100 anni fa, è diventato un partito radicale di massa, a guardia del politically correct e dell’establishment mondiale.

Rilanciamo un interessante articolo di Marcello Veneziani che ha pubblicato sul suo blog.

 

Palmiro Togliatti, Antonio Gramsci, Enrico Berlinguer e il Partico Comunista Italiano
Palmiro Togliatti, Antonio Gramsci, Enrico Berlinguer e il Partico Comunista Italiano

 

Cent’anni fa di questi giorni, nasceva dal sangue il partito comunista d’Italia. Nasceva dal sangue della rivoluzione bolscevica in Russia, con milioni di vittime. E nasceva dal biennio rosso sangue in Italia, tra rivolte e violenze, anche contro i reduci della guerra mondiale. Erano le “prove tecniche” di rivoluzione, da importare in Italia sull’esempio russo.

Furono due sanguigni romagnoli massimalisti a preparare il terreno alla nascita del comunismo italiano. Uno fu Nicola Bombacci, incendiario più nei discorsi che negli atti, che guidò l’ala massimalista del Partito socialista, di cui era all’epoca segretario, verso il comunismo. Finì poi ucciso dai comunisti a Salò. L’altro fu proprio Benito Mussolini, già leader dell’alla massimalista, poi passato dal socialismo all’interventismo. Lo stesso Mussolini si riconobbe padre dei comunisti italiani in un celebre discorso alla Camera il 21 giugno del 1921: “Riconosco con una sincerità che può parere cinica che io per primo ho infettato codesta gente quando ho introdotto nella circolazione del socialismo italiano un po’ di Bergson mescolato a molto Blanqui”. Fu guerra civile con i fascisti, che dettero vita a una “controrivoluzione preventiva”, come la definì Luigi Fabbri nel 1922: oggi gli storici scrivono, con disonestà intellettuale, delle violenze fasciste nel ’21 senza accennare al biennio rosso che le aveva precedute e scatenate (l’ultimo caso, Emilio Gentile). Le violenze rosse e la paura del comunismo furono tra le principali cause dell’avvento del fascismo.

Il congresso di Livorno nel gennaio del ’21 sancì la nascita del Pcd’I. I comunisti, rispetto ai socialisti, ritenevano possibile e necessario un salto radicale, la rottura col capitalismo, l’occidente, la borghesia, gli agrari, e dunque col riformismo. Prendeva corpo il mito dell’ordine nuovo, dell’uomo nuovo, del mondo nuovo. Il comunismo era promessa di redenzione. E tuttavia la storia del comunismo fu storia di tradimenti, compromessi ed epurazioni.

Furono uccisi più comunisti italiani nell’Urss che nell’Italia fascista. Molti antifascisti si erano rifugiati a Mosca ma, con il concorso di Palmiro Togliatti, furono eliminati perché ritenuti eretici. Al fanatismo spietato si alternava la tattica del compromesso. Prima di arrivare alle alleanze del Pci con le altre forze politiche nel nome dell’antifascismo e alla doppiezza del Partito di Togliatti tra Stalin e la democrazia, vi furono altri due tentativi di compromessi dimenticati. L’appello comunista e togliattiano ai “Fratelli in camicia nera” nel 1936, che caldeggiò “l’entrismo” dei comunisti nelle organizzazioni fasciste; e l’appoggio a Mosca sul patto Molotov-Ribbentrop tra Hitler e Stalin, nel 1939, che giustificò l’occupazione nazista della Polonia. Il Pci fu all’opposizione tra il ’48 e il ’76; poi cominciò un consociativismo strisciante, il Pci ebbe cariche istituzionali, reti televisive, ramificazioni di poteri. Il Pci finì trent’anni fa, nel ’91, mentre finivano l’Urss e il Pcus, non prima.

Al comunismo si riconosce il beneficio delle buone intenzioni: i suoi massacri erano ispirati da valori umanitari e pacifisti. Ma più che una giustificazione o un’attenuante è un’aggravante: sterminare per il bene dell’umanità futura è aberrante. Ora si celebrano i cent’anni dell’italocomunismo separandolo dagli orrori del comunismo-regime in ogni luogo del mondo, dimenticando i finanziamenti sovietici, il servilismo verso Mosca e l’appoggio alle peggiori invasioni e la complicità/omertà sugli orrori.

Sopravvivono del vecchio Pci tre miti su tutti: Gramsci, la lotta partigiana e Berlinguer. Gramsci fu un lucido pensatore e pagò per le sue idee ma teorizzò in carcere un sistema più totalitario e liberticida di quello che lo aveva messo in prigione. E quando teorizzò una via nazionale al comunismo lo fece attenendosi alla lezione di Lenin sulla duttilità strategica per conquistare il potere.

I partigiani comunisti non miravano a instaurare la libertà e la democrazia ma la dittatura del proletariato sul modello di quella stalinista. E Berlinguer fu santificato perché ebbe “la fortuna”, come Gramsci, di non andare mai al potere. Lo strappo da Mosca fu faticoso e tardivo; e fu compiuto solo quando l’Urss era una gerontocrazia di burosauri, ormai in declino. “I comunisti che non andarono al potere meritano rispetto”, lo dice pure il “reazionario” Gomez Dàvila. Si deve rispetto ai comunisti i buona fede e a coloro che scontarono la loro idea sulla propria pelle e non su quella altrui. Ma lo stesso criterio vale per tutti, fascisti inclusi.

Caduto il comunismo, i suoi esuli abbracciarono il capitale e l’occidente. Sostituirono l’anticapitalismo e l’antiborghesia con l’antifascismo e l’antirazzismo, l’internazionalismo operaio con la globalizzazione, la difesa dei proletari con la difesa di gay, migranti e femministe. Il Pci mutò in partito radicale di massa, a guardia del politically correct e dell’establishment mondiale.

Cosa è vivo oggi del comunismo? La sua mentalità. La sinistra dem, liberal e radical ha ereditato dal Pci la presunzione di diversità e superiorità; la pretesa di giudicare il mondo senza essere giudicati; il razzismo etico, forma aberrante di suprematismo; l’egemonia della casta, l’Intellettuale Collettivo che decreta i valori e i disvalori della società. L’ideologia si è fatta etica e biopolitica. PC è ora la sigla di Politically Correct. Quel codice, derivato dal comunismo e dal giacobinismo, trasformò la sinistra in partito delle classi agiate, del potere global e degli apparati, degli intellettuali e dei magistrati.

Il comunismo reale è stato rimosso come se mai si fosse realizzato, attribuendo ogni nefandezza alle sue degenerazioni come lo stalinismo, concepita come bad company su cui scaricare le negatività. A differenza del nazismo e del fascismo si parla del comunismo come di un evento archeologico. Poi ti affacci, vedi la Cina che dilaga nel mondo e da noi la sinistra che comanda anche quando perde alle elezioni e capisci che non stai parlando di preistoria e dinosauri…

 




Veneziani: Genitore 1 e genitore 2, e la giurisdemenza italoeuropea.

Rilanciamo l’articolo che Marcello Veneziani ha pubblicato sul suo blog.

 

Luciana Lamorgese ministro dell'Interno
Luciana Lamorgese ministro dell’Interno

 

Genitore 1 a genitore 2, passo e chiudo la famiglia. Non è una comunicazione in codice della Volante ma è il nuovo codice della famiglia, già adottato in mezza Europa e ora negli Stati Uniti e ripristinato in questi giorni da noi da questo governo (come annunciato dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, sulla carta d’identità dei minori tornerà la dicitura “genitore 1 e genitore 2”); noi che siamo provinciali e ci adeguiamo sempre “all’estero”, come dicono gli idioti, ma in differita. La cancel culture non cancella solo i grandi del passato, ma anche la madre e il padre. La famiglia finisce in coda, prendi il numeretto e ti metti in fila. Magari sarà previsto anche un genitore 3, 4, e così via o i genitori decimali, dopo la virgola. Non importa il sesso e l’effettivo rapporto col minore, basta avere i numeri.

L’abolizione del Padre, ente superfluo, ha preceduto solo di qualche anno la soppressione di un altro ente inutile, la Madre, anzi la Mamma come la chiamavano i mammiferi preistorici. Per le famiglie numerose procediamo alla separazione dei beni filiali, il genitore 1 si cura dei figli dalla fila dispari, il genitore 2 di quelli dalla fila pari. Io che sono figlio 4, sarei capitato con genitore 2, ma non so chi sarebbe stato dei due. Primo è il maschio, come si faceva nel tempo maschilista o vale il detto “nelle case dei galantuomini prima la femmina e poi l’omini”? Forse in ordine d’arrivo, come i numeretti alla posta. L’abolizione di padre e madre, ridotti a genere neutro, nasce dalla “delicatezza” di non offendere le unioni gay, ma è la prova, anche semantica, che il danno di cui ci preoccupiamo noi fanatici non è la legittimazione delle unioni gay ma l’abolizione della civiltà fondata sul padre e sulla madre.

Dopo genitore 1 e genitore 2, la giurisdemenza italoeuropea ha lanciato due nuove norme a tutela della doppiezza. Una è famosa, il doppio cognome. Perché complicare la vita delle persone affibbiando due cognomi? E quando si passa alla generazione seguente i cognomi saranno quattro e via via aumentano? Per ripararsi da cognomi infiniti che sembrano la caricatura dei duchi di una volta, le proposte in campo sono due: l’ordine alfabetico (così estinguendo i cognomi in V o Z) o la scelta. Ovvero a caso o a capriccio. Avrebbe più senso adottare il cognome materno piuttosto che questo doppio cognome con selezione alfabetica o a piacere. E perché non il nickname? L’importante è separare il singolo dalla famiglia.

Ma questa euro-idiozia è surclassata da quella adottata da molte università italiane, non solo angloamericane: gli studenti transessuali hanno diritto a due libretti universitari, uno al maschile e uno al femminile, e tu poi scegli come ti gira. Libretti sartoriali, cuciti ad personam e ad libitum. Ma se ti appelli al buonsenso, alla semplice realtà e alla storia del mondo, passi tu per rozzo e multifobico. In ambo i casi raddoppia la burocrazia e s’accoppia alla demenza. Da quell’unione insana nasce lo scemo a norma di legge. Libero di farsi e disfarsi, ribattezzarsi e far coppia da solo, con sesso e cognome a piacere. Cancellano il padre e la madre, il nome e il sesso, la ragione e la dignità umana.

 

 




Siamo come i primi cristiani al tempo delle persecuzioni.

Persecuzione-Cristiani-Antica-Roma-Pagana-Jean-Léon-Gérome
Persecuzione Cristiani Antica Roma Pagan, di Jean-Léon Gérome

 

 

di Un sacerdote

 

Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22, 53)

Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta” (Ap 20, 9)

Caro Sabino è un sacco di tempo che desideravo scriverti, ma è come se il susseguirsi travolgente di tutti gli eventi di questi ultimi tempi, sia nel campo ecclesiale che sociale, politico e sanitario, non mi desse il tempo di focalizzarmi su qualche punto particolare. Specialmente attendevo un segnale positivo dalla vicenda delle lezioni americane, ma ormai sappiamo come è andata a finire. Sembra proprio che tutti i nemici interni ed esterni della Chiesa (ma che sono inevitabilmente anche nemici dell’uomo in quanto creato da Dio) circondino da ogni parte ogni segno che tenti di testimoniare la presenza di Cristo in quanto Giudice sovrano della storia: un potere più o meno direttamente satanico si sta insediando in ogni dove.

È un processo che sembra inarrestabile, una sorta di schiacciasassi travolgente che dà l’idea che l’ora delle tenebre abbia appena iniziato a scandire la sua malefica cronologia. Mi sembra che di fronte a questa forma di impero satanico noi cristiani ci troviamo in una situazione analoga a quella a cui si trovarono i primi cristiani al tempo delle persecuzioni. Veniva loro proposto di bruciare incenso al cesare di allora, come segno che riconoscevano la sua divinità. Ora il nuovo cesare è questa forma di statalismo moderno che, divinizzando se stesso, vuole obbligarci a consegnare a questo Leviatano divoratore ogni aspetto della nostra libertà personale, così da ottenere come risultato di questa schiavitù accettata la sopravvivenza di tutti come unica forma di liberazione dalla altrimenti inevitabile guerra di tutti contro tutti (homo homini lupus). Orrida scimmiottatura menzognera di quanto propose Cristo dicendo: “Se rimanete fedeli alla mia parola [cioè accetterete di riconoscere la mia divinità], sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 31-32). Non più servi ma amici (cfr. Gv 15, 15)!

In particolare, il piano mondiale di vaccinazione si sta dimostrando sempre più come una vera e propria religione pandemica (sono in tanti, grazie a Dio, a denunciarlo), una religione che ha pure trovato nel papa il suo sommo cappellano, un papa del resto prono ormai ad apporre la sua firma ai piani distruttivi del mondialismo / globalismo supremo che allunga i suoi tentacoli sul mondo. Oltre quindi alle motivazioni di carattere scientifico ed etico (non scontate) che portano a rifiutare di diventare cavie di una sperimentazione dai confini più che nebulosi e con conseguenze potenzialmente gravissime nel medio e lungo termine (ma neanche nell’immediato c’è da stare tranquilli!) credo sia necessario sottolineare che una motivazione forte da aggiungere (direi anche la più importante, da un certo punto di vista) è che non possiamo accettare questa vaccinazione perché in fondo è come se accettassimo di bruciare una nuova forma di incenso sull’altare di questo potere che deifica se stesso  e che, sorta di Minosse dantesco, “giudica e manda secondo ch’avvinghia” (Inferno, V, 6), decidendo del colore dei gironi in cui richiuderci, delle modalità di toglierci il respiro con le famigerate mascherine e via dicendo, crepi pure l’economia e la salute mentale di tanti in nome di una sopravvivenza ad un virus di cui nessuno nega l’esistenza ma che le statistiche ufficiali mediche sulla effettiva mortalità restituiscono alla realtà di una influenza certo infettiva e dalla gravità non trascurabile, ma curabilissima a casa con farmaci dal basso costo, come ampiamente dimostrato. Ma il sinedrio dei Big Pharma questo non può certo accettarlo e censura e condanna a morte mediatica ogni tentativo in proposito.

Caro Sabino, come sono attuali le parole dell’apostolo Pietro, quando scrive: “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede” (1 Pt 5, 8-9)! Fede, ci vuole tanta fede. Dio ce la doni. Imploriamolo di più tutti insieme, noi che, pur nella nostra piccolezza, vogliamo che sia lui il vero Dio della nostra vita. La qual fede poi ci assicura che l’illusione feroce di chi circonda l’accampamento dei santi, simili alle orde schiaccianti degli orchi che circondavano il manipolo di valorosi che stava davanti alle porte di Mordor per l’ultima battaglia, saranno sorprendentemente annientate dall’azione di grazia di Dio, misteriosa, certo, nei tempi e nei modi, ma sicura: “un fuoco scese dal cielo e li divorò” (Ap 20, 9). Questo sarà naturalmente quando Dio vorrà. Invochiamo che sia presto: “Vieni Signore Gesù” (Ap 22, 20). Temo che la notte delle tenebre sarà molto lunga, aiutiamoci a tenere alta la guardia: “custos quid de nocte?” “sentinella quanto resta della notte?” (Is 21, 11). Il Signore ci interroga, chiedendoci di testimoniarlo in questa prova.

Grazie sempre del tuo splendido lavoro.

 

 




Livorno, gennaio 1921: 100 anni di Comunisti italiani… che fecero la rivoluzione non nella società ma nella Chiesa!

Antonio Gramsci
Antonio Gramsci

 

 

di Pierluigi Pavone

 

“Il cattolicesimo democratico fà ciò che il comunismo non potrebbe: amalgama, ordina, vivifica e si suicida”. Per quanto possa sembrare scomodo, inopportuno o surreale, sembrano essere queste le uniche profezie marxiste che si siano avverate!

Si tratta di un commento che Gramsci fece nei confronti dei cristiano-popolari. Era la fine del 1919. Poco più di un anno dopo, avrebbe guidato – a Livorno – la nota scissione dai socialisti. Ma a distanza di qualche altro mese l’altro diversamente socialista – Benito Mussolini – sarebbe stato incaricato da Vittorio Emanuele III di formare un nuovo esecutivo, che avrebbe determinato nel gennaio del 1925 la nascita del Regime Fascista. Con il PCI, il Fascismo condivideva, oltre alle radici socialiste, anche i natali di partito: 1921, cento anni fa!

Ma Mussolini non fu Giolitti. Quest’ultimo cercò fino all’ultimo l’intesa con il socialismo italiano, ma fallì perché la scissione comunista del 1921 non determinò la vittoria della linea riformista e conciliatrice di Turati: nel PSI (fondato un anno dopo della Rerum Novarum di Leone XIII) restò maggioritaria la vocazione rivoluzionaria. Solo negli anni Settanta, Craxi diede la vera svolta anti-marxista. Mussolini, una volta al potere, non diede minima libertà né ai socialisti né ai comunisti. E neppure ai cristiano-popolari, in intesa – aspetto non marginale – con chi nella Chiesa riconosceva, in qualsiasi espressione comunista (politica, sociale o religiosa che fosse) una perversione satanica. E in qualsiasi riconduzione del cristianesimo a morale mondana di fratellanza e solidarietà un pericolo di apostasia.

All’epoca, era la linea maggioritaria e l’avversione dottrinale era contro il Modernismo, che aveva nel socialismo solo una (potenziale) ramificazione di alleanza e senso di (teologica) liberazione (ne avevamo parlato qui). E forse neppure quella determinante. Almeno fino agli anni Sessanta.

Fino a quando non impareremo a distinguere “gnosticismo antico” e “gnostico moderno”, (qui una utile sintesi ) non riusciremo mai davvero a capire la capacità di sovversione e sviluppo anti-cattolico della Gnosi, accontentandoci di astrattismi critici. Il Modernismo (che è una teologia in grado di combinare e conciliare le due forme – antica e moderna – dello gnosticismo, come approfondito anche qui) era – ed è! – molto più profondo, capace di snodarsi e confondersi sia con il luteranesimo sul piano liturgico (la negazione del sacerdozio e del Sacrificio espiatorio), sia con l’umanesimo gnostico sul piano antropologico (l’annullamento del peccato e del Giudizio a favore della universale divinità dell’uomo), sia con l’evoluzionismo storico e teologico sul piano pastorale (l’identità tra Spirito Santo e spirito del mondo).

Ora, se tutto questo si è affermato oggi in modo generale e maggioritario, c’è da rilevare come proprio l’analisi di Gramsci sia stata quella più lungimirante. In epoca non sospetta.

Quello che però il buon marxista sardo non aveva previsto era la riconduzione del cattolicesimo a slancio utopico-rivoluzionario (e non più avversato come oppio dei popoli). Ma Gramsci aveva ben altri riformismi a cui opporsi. E scelse la scissione prima e subì la prigione dopo. Perse. E il comunismo italiano non fece mai la rivoluzione. Neppure con Togliatti (quando Stalin impose più di tutti assoluta fedeltà agli accordi di Yalta del 1945) e senza neppure poter prevedere Berlinguer e Aldo Moro: altro compromesso osteggiato più dai politici oltre-atlantico che dagli ecclesiastici oltre-tevere…

Fu invece il Modernismo cattolico molto più efficace strategicamente. Con l’ambiguità e senza nessuna formale scissione ha pervertito molto più radicalmente il cattolicesimo

E ormai ha assorbito come propria stessa linfa vitale lo stesso socialismo. 

 

 




Conte, il card. Bassetti e i “costruttori” (non di pace, ma di governo).

Card. Bassetti e Giuseppe Conte
Card. Bassetti e Giuseppe Conte

 

 

di Sabino Paciolla

 

Giuseppe Conte, che come ha scritto lo storico Ernesto Galli della Loggia, “è un signore assolutamente sconosciuto”, che “non rappresenta niente e nessuno”, ma che proprio per questo ha saputo passare da una maggioranza all’altra senza provare un senso di fastidio, che è stato capace di approvare un provvedimento con la prima maggioranza e ripudiarlo con la seconda senza manifestare alcun senso di vergogna, ora si appresta a costruire una terza maggioranza, l’ennesima, facendo appello a improbabili “costruttori” e “responsabili”.

Il popolo italiano negli ultimi 15 anni anni ha visto vari governi non espressi direttamente dal popolo. Nell’ultima votazione, quella del 2018, esso non è riuscito ad esprimere una maggioranza chiara, generando una impasse. Allora si è pensato che una temporanea soluzione basata sui numeri, una maggioranza posticcia giallo-verde (M5S-Lega) potesse temporaneamente risolvere la difficoltà. Un disastro. Quella scommessa si è rivelata solo l’inizio della vuota strategia delle alchimie numeriche, dei governi fatti di soli numeri, senza una visione politica e strategica condivise. Alchimie astruse, estranee al popolo, che nascono e si risolvono nel Palazzo. Infatti, a quella prima pseudo maggioranza ne è seguita una seconda, giallo-rossa (M5S-PD), che ha visto uniti coloro che pubblicamente e ripetutamente (vedi Di Maio, Zingaretti, ecc.) si erano sbertucciati a vicenda, giurando e spergiurando che mai e poi mai avrebbero fatto una maggioranza insieme. Invece, si è visto come è andata a finire. Ed è su questa fragilità politica che Conte ha astutamente approfittato per galleggiare al di sopra e dentro maggioranze variabili e instabili, finendo per essere un muro di gomma nei confronti di chi lo ha sfiduciato, oggi Renzi, ieri Salvini. 

La cosa risibile, se così si può dire, è che tutto questo viene chiamato senso di responsabilità. C’è infatti un appello ai “responsabili”, ai “costruttori”, contro gli “sfasciacarrozze”, una chiamata a venire in soccorso di un decadente e rissoso governo in agonia. Conte lancia un appello a mantenere in terapia intensiva un governo che è stato colpito dal “Coronavirus” delle decisioni contraddittorie, mentre il paese affonda. Un appello contro i presunti irresponsabili, gli ipotizzati “distruttori”, contro coloro che semplicemente hanno abbandonato la maggioranza perché si sono resi conto che se un governo pasticcia, soprattutto in un momento difficile come questo, è bene trarre le dovute conseguenze e restituire, come ultima ratio, la voce al popolo che, secondo la Costituzione, è sovrano. 

E non si dica che in periodo di pandemia non si possa andare a votare, perché è una barzelletta. Lo hanno appena fatto gli Stati Uniti, lo ha fatto la Francia, lo faranno nei prossimi mesi vari paesi europei. E se lo possono fare gli altri, lo possiamo fare anche noi. 

E chi saranno mai, se vi saranno, questi fantomatici “responsabili”? Non lo sappiamo ancora, ma non interessano i nomi, quanto la sostanza della questione. È ragionevole pensare che questa pattuglia di “responsabili”, questa “task force” dell’ossigeno terapeutico da iniettare nei polmoni sempre più asfittici e fibromatosi di un governo intubato e collassato da un virus della inconcludenza, sarà costituita per la maggior parte da personaggi marginali di vari partiti, probabilmente signori e signore che nella loro storia personale sono già passati più di una volta da un partito all’altro, persone insoddisfatte, poco considerate dalla dirigenza di partito cui appartengono, e probabilmente per questo timorose di affrontare le urne con una legge elettorale che taglierà un sacco di poltrone. Personaggi a volte evanescenti, con una storia poco brillante, pronti a tutto pur di ricevere un incarico o un ricandidatura, o semplicemente di mantenere uno stipendio da parlamentare per altri due anni. Gente fortemente insoddisfatta, pronta a vestire l’abito del “responsabile” per antonomasia, un abito che assomiglia più ad un alibi che ad una vera ragione, che pur di continuare a campare su una poltrona in Parlamento sceglierà la strada più comoda per il bene….personale. E tutto questo alla faccia del partito in cui si trovano, e da cui probabilmente usciranno, o più probabilmente saranno cacciati, e alla faccia del gruppo novello e raccogliticcio in cui entreranno, costituito apposta per sostenere una nuova maggioranza altrettanto posticcia. 

Nel caso il progetto dovesse andare in porto, avremo un governo con a capo sempre il sig. “Sconosciuto”, che continuerà a galleggiare, che cambierà di colore, dal giallo-verde, al giallo-rosso, al giallo-rosso-turchino…., proprio come continuamente cambiano di colore le regioni e l’Italia tutta, nel mentre gli italiani continuano a soffrire e a non capirci più nulla nel cangiante cromatismo sanitario, geografico e politico.

Insomma, come si è capito, non saremo di fronte ad una azione di responsabilità ma davanti al più becero trasformismo gattopardesco tutto italiano, sempre e solo tutto italiano.

Che responsabilità è mai quella manifestata da forze politiche che per affrontare la più grande emergenza sanitaria ed economica della storia italiana mettono in campo un governicchio posticcio, traballante, provvisorio e fragile perché basato sul sostegno fondamentale di personaggi da transumanza? Non ci era stato detto che era necessaria una maggioranza solida, un patto di legislatura, una squadra di governo di qualità, “a-cinque-stelle”? E invece, da un governo che butta irresponsabilmente i soldi negli inutili banchi a rotelle, ci troveremo probabilmente di fronte a un governo sulla sedia a rotelle, con bombola di ossigeno annessa, spinta dal signor “nessuno” di turno che si finge operatore sanitario “responsabile”, pur di mantenere il suo…. stipendiuccio.

Come si vede, non un progetto di ampio respiro, ma una manovra di palazzo, un’operazione, come si dice, da “mercato delle vacche”, un intervento da terapia intensiva politica, visto che quello che manca è proprio l’ossigeno della nobile politica.

E in tutto questo gioco di palazzo cosa c’entra la Chiesa Italiana? “Che ci azzecca”, direbbe un mitico personaggio della giustizia di qualche decennio fa? Perché il presidente della Conferenza Episcopale Iitaliana, card. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, lancia una ciambella di salvataggio al malato grave rappresentato dal governo Conte? Bassetti ha detto: “«Sono ore d’incertezza per il nostro Paese. In questo momento guardiamo con fiducia al presidente della Repubblica che con saggezza saprà indicare la strada meno impervia. Trovo un forte stimolo nelle parole pronunciate proprio dal presidente Mattarella nel messaggio di fine anno: “Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori”. Aggiungo: questo è anche tempo di speranza!”. 

Un intervento, quello di Bassetti, decisamente politico, quindi di schieramento, di presa di posizione per una parte politica piuttosto che per l’altra, in un momento politicamente delicato della vita italiana. Mai come oggi le posizioni e le soluzioni alla pandemia sono così diverse tra maggioranza e opposizione. Soluzioni che, certo, sono del tutto opinabili, da verificare nella realtà, ma i cui effetti sanitari ed economici ricadono, ed impattano, sui cittadini e sulle imprese, una parte dei quali sta soffrendo pesantemente. E nella sofferenza matura la voglia di cambiare squadra di comando. Del resto, che vi sia uno scollamento tra governo e popolo italiano è chiaramente indicato dai sondaggi, tutti negativi per la compagine governativa. E allora perché la Chiesa italiana si schiera?

Già, una bella domanda.

Avremmo voluto sentire dalla Chiesa italiana una continua protesta contro la liberticida legge Zan sulla omofobia proposta da questo governo, e non solo un comunicato, caduto rapidamente nel dimenticatoio, quasi un minimo sindacale per dire: io la mia parte l’ho fatta. Una proposta di legge che per essere approvata definitivamente deve passare dal Senato. Caduta questa maggioranza, diventerebbe più difficile far approvare la legge Zan.

Avremmo voluto sentire la voce di Bassetti tuonare contro questo governo che, per opera del ministro degli Interni, Luciana Lamorgese (qui e qui), sta procedendo all’abrogazione della carta di identità delle parole “padre” e “madre” per sostituirle con “genitore 1” e “genitore 2”. E invece nulla, Bassetti, al contrario, aggiunge la parola “speranza” a quella di “costruttori”. Amen.

Intorno al governo Conte pare che la Chiesa stia alzando muri di protezione. Ma non si era parlato di costruire ponti?

Che strani tempi stiamo vivendo!

 

 




«Sotto l’influenza dello spirito del Concilio». Il Vaticano II secondo Michael Novak.

Concilio Vaticano II (foto CNS)
Concilio Vaticano II (foto CNS)

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Lo «spirito del Concilio», s’intende il Vaticano II, perché di nessun altro concilio ecumenico, a mia conoscenza, è invocato insistentemente lo spirito, ha aleggiato sul contestato presepe allestito lo scorso dicembre in piazza S. Pietro a Roma. Come notato da Brian Flanagan su National Catholic Reporter, le reazioni suscitate dall’innovativa estetica del presepe, con una certa audacia considerato «parzialmente ispirato dal Concilio» e dalla sua eredità, sono sembrate ricordare quelle provocate fra i rigidi difensori della tesi dell’immutabilità dell’insegnamento della Chiesa e, appunto, i continuatori del genuino rinnovamento voluto dall’ultimo Concilio ecumenico e, non ultimo, dall’attuale pontefice.   

Benché riguardante il contesto artistico, si è trattato solo dell’ultimo di una serie di riferimenti al Concilio e al dibattito sollevato dalla sua celebrazione che hanno affollato la seconda metà dell’anno appena trascorso. Ma come è stato possibile evocare lo «spirito» di un evento così influente, ma anche tanto remoto nel tempo, come quello del Concilio, anche nel caso del discusso presepe di piazza S. Pietro? forse che il Concilio si è occupato anche di estetica dei presepi? o basta evocare l’«aggiornamento» che il Concilio ha costituito per la Chiesa per giustificare scelte artistiche non in linea con la tradizione?

Se si vuole intendere esattamente che cosa sia questo «spirito del Concilio», non è tanto ai documenti ufficiali del Vaticano II che ci si deve volgere, quanto agli scritti e alle dichiarazioni dei suoi protagonisti: periti, padri conciliari, giornalisti e intellettuali vari, con l’implicita premessa, riecheggiante S. Paolo (2 Cor 3, 6), che lo «spirito» si deve intendere positivamente, rispetto alla rigidità della «lettera».

Papa San Paolo VI

Ad esempio, Yves Congar riferisce un discorso del cardinale Paul-Émile Léger al Concilio il 3 dicembre 1962, in cui l’alto prelato «auspica che lo spirito di rinnovamento sia tutelato da una commissione che tuteli autorevolmente lo spirito del Concilio nel periodo intercorrente tra le due sessioni»: dunque lo «spirito del Concilio» è sinonimo di una delle parole chiave del Vaticano II, l’«aggiornamento»? così sembrerebbe, come è confermato da due passi, rispettivamente del discorso di papa Paolo VI nella cattedrale dello Spirito Santo in occasione del suo viaggio a Istanbul (25 luglio 1967): «Il recente Concilio Vaticano ci ha ricordato che questo progresso si basa prima di tutto sul rinnovamento della Chiesa e sulla conversione del cuore. Ciò significa che contribuirete a questo progresso verso l’unità nella misura in cui entrate nello spirito del Concilio. A ciascuno di noi è richiesto uno sforzo per rivedere i nostri modi consueti di pensare e agire per renderli più conformi al Vangelo e alle esigenze di una vera Fratellanza Cristiana», e del libro-intervista di Vittorio Messori, Il rapporto sulla fede (1985), in cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger distingueva il vero spirito del Concilio dalle sue false interpretazioni, attribuendo le deluse speranze di rinnovamento a «coloro che sono andati ben oltre la lettera e lo spirito del Vaticano II».

Al di là di chi ne ha fatto poi autorevolmente uso, in realtà, «spirito del Concilio» è una espressione del gergo giornalistico, nata ovviamente durante la celebrazione del Vaticano II, ha un autore che attribuì ad essa un significato preciso e che, per la sua popolarità, come vediamo si diffuse ben oltre la cerchia dei mezzi di comunicazione che seguirono il ventunesimo Concilio ecumenico della Chiesa.

Sembra infatti che l’espressione «spirito del Concilio» sia apparsa per la prima volta sulla rivista Time dalla penna di Michael Novak (1933 – 2017), non nuovo, in verità, nel creare slogans eneologismi poi molto diffusi; proprio negli anni Sessanta, infatti, l’allora giovane Novak ispirò i discorsi di molti leaders del Partito democratico americano, suggerendo, ad esempio, niente meno che il famoso concetto di «nuova frontiera» a John F. Kennedy.

Si tratta, però, quasi di un’altra vita, rispetto a quella condotta precedentemente, anche se non meno importante. Novak, infatti, è noto in Italia al pubblico degli specialisti come il teorico del «capitalismo democratico», ovvero il nuovo nome assegnato, a partire dagli anni Ottanta, a quella particolare politica economica seguita dalle principali nazioni del mondo occidentale, basata sulle libertà politica ed economica sviluppatesi, secondo Novak, grazie all’impulso valoriale offerto dalle religioni ebraica e cristiana: si pensi a libri come Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo (1987) e L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo (1994) che, fin dall’efficace titolo, evocano, evidentemente per confutarlo,il celebre L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905) di Max Weber.

Non molti sanno, soprattutto in Italia, che Novak esordì come giornalista free-lance, soggiornando a Roma dal 1963 al 1964 per scrivere estesamente su importanti periodici liberal d’oltre oceano come Time, appunto (Novak e sua moglie Karen erano intimi di Clare Boothe Luce, moglie cattolica del fondatore di Time, Henry Luce, ed ex ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia), oltre che su America, Commonweal e National Catholic Reporter proprio del Concilio, di cui si può ben dire, quindi, che fu spettatore partecipe e che, per la gran messe dei dati raccolti e per i giudizi espressi, meriterebbe studî specifici. Io mi limiterò a rispondere brevemente alla domanda capitale: Che cosa è stato il Vaticano II secondo Novak?, per passare a quella principale: Che cosa intendeva con «spirito del Concilio»?

La risposta di Novak alla prima domanda può sembrare deludente, perché non contrappone i due consueti schieramenti (quello vincente dei «progressisti» e quello dei «conservatori» fin lì detentori delle leve del potere nella Chiesa), seguendo uno schema interpretativo assai diffuso fra i suoi connazionali, ma poco consono alla storiografia italiana. Secondo Novak, infatti, si tratta di categorie elaborate dalla recente storia politica, niente affatto appartenenti alla storia del cristianesimo, che pure ha conosciuto sì diverse sensibilità, ma dietro le quali nessun teologo cattolico ha mai militato al punto tale da mettere in dubbio la Parola affidata alla Chiesa, spendendosi piuttosto per approfondirla e difenderla sinceramente, per poi trasmetterla nel modo più veritiero ed efficace possibile alle nuove generazioni.

È come ciò dovesse avvenire che animò il dibattito intellettuale, ma non fra «progressisti» e «conservatori» quanto, secondo Novak, fra due diverse scuole di teologia: una, detta «della ortodossia non storica», che concepisce la Chiesa come una istituzione sempre fedele a sé stessa, capace di elaborare mirabili sintesi di fede e di pensiero (si pensi a quella tomista), ma che appare all’esterno come una realtà immobile e poco permeabile alle novità, soprattutto quelle del progresso scientifico che incidono sul costume; un’altra, detta «della neodossia» che, all’opposto, concepisce la Chiesa come dotata di una permanente coscienza di sé, storicamente individuata, ma in grado di crescere e, se le circostanze lo esigono, suscettibile di modifiche e persino di superamento.

Se non fosse stato per l’abilità di Novak nella scelta delle etichette delle due scuole teologiche, che poi si sono imposte nel dibattito sul Vaticano II all’estero, non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole: anche il teologo del dissenso Charles Curran, ad esempio, riconosceva l’esistenza di due scuole teologiche ma preferiva riferirsi ad esse chiamandole rispettivamente «classica», nel senso di fedele a verità eterne, immutabili, che non contemplano il minimo cambiamento né tanto meno ripensamenti, e «della coscienza storica», al contrario più disponibile ad ammettere che il soggetto umano fosse inserito in una storia e in una cultura che influenzano le vie in cui ciascuno pensa ed agisce, rendendolo contemporaneamente sia permeabile nei confronti dell’eredità del passato, sia aperto verso le sfide dell’avvenire.

Joseph Ratzinger perito al Concilio Vaticano II 1962 (screenshot via Catholic Herald)
Joseph Ratzinger perito al Concilio Vaticano II 1962 (screenshot via Catholic Herald)

Ad un certo punto però, e qui sta l’interesse delle corrispondenze romane di Novak, si prese ad andare oltre, molto oltre l’equilibrio faticosamente raggiunto dalle due scuole nei sedici documenti ufficiali del Vaticano II «sotto l’influenza dello spirito del Concilio», definito in modo apparentemente pacifico come l’«amare il passato per aiutare a trovare forme nuove ma sempre rispettose della tradizione»; quasi che la Chiesa fosse però una entità disincarnata, staccata dalla sua storia, anche quella più dolorosa, e da una tradizione così pazientemente messa a punto, identificate principalmente in Roma e nel Vaticano, sganciata da qualsiasi disciplina e autorità, compresa quella locale, sicché ciascuno, cattolico in quanto «sotto l’influenza dello spirito del Concilio» e non più per il credo di verità oggettive tramandate alla fine poteva vivere come meglio gli pareva, senza più doversi giustificare.

Non sembri un eccesso: si pensi a certe sperimentazioni nel campo della liturgia o ai casi di aperto dissenso da parte di autorevoli conferenze episcopali e teologi di punta nei confronti del magistero, o si rilegga, nel caso di Novak, la sua inchiesta sulle «nuove suore» per The Saturday Evening Post, tutta inneggiante sperticate lodi a quelle religiose che, sfidando apertamente le regole millenarie che avevano giurato di seguire per tutta la vita, «sotto l’influenza dello spirito del Concilio» presero ad accorciare le gonne sopra il ginocchio, a togliersi il velo e a vivere per conto proprio.

Per l’audacia e l’irriverenza con cui descrisse, invece, la supposta arretratezza delle suore fedeli ai voti professati, successivamente Novak dovette fare pubblica ammenda, constatando amaramente che alla fine il bilancio degli anni vissuti dalle «nuove suore» si era concluso negativamente: infatti, se quando il Vaticano II si chiuse (1965), si potevano contare oltre 104 mila sorelle che insegnavano nelle scuole cattoliche degli Stati Uniti, trent’anni dopo (1995), quel numero crollò drasticamente, scendendo a sole 13 mila religiose insegnanti.

Qualche anno dopo, lo stesso S. Paolo VI dovette ammettere, in una omelia che fece epoca (29 giugno 1972), che non tutto era andato nel verso giusto durante il Vaticano II: il papa, infatti, aveva la netta sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». Parole su cui vale la pena soffermarsi, soprattutto in tempi di pandemia: «È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: “Non so, non sappiamo, non possiamo sapere”. La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. (…) Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza».    

   Anche Novak, molti anni dopo, riprese l’immagine del «fumo di Satana», arrivando a sostenere che aveva ammorbato a tal punto il Concilio da identificarsi con il suo «spirito», favorendo il superamento della lettera di ciò che lo Spirito Santo aveva ispirato: uno spirito che si riempì di radicalismo individualistico e si gonfiò di odio per il modo in cui spazzò via una comunità religiosa dopo l’altra, colleges e università, preti e laici.

Wojtyła arriva a Kalwaria per il Venderrdì Santo anni '60
Wojtyła arriva a Kalwaria per il Venderrdì Santo anni ’60

Per ironia della sorte, Novak, la cui famiglia era di origine slava (slovacca, per l’esattezza), non incontrò mai, fra i padri conciliari che pure si distinsero per la qualità degli interventi, l’allora giovane arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, se non molti anni dopo, quando divenne papa: un frutto straordinario di quell’«aggiornamento», con la sua apertura ai vescovi delle diocesi più remote dell’est e l’incontro con i vescovi di quelle occidentali, perseguito così tenacemente dalla Chiesa che, forse, non sarebbe altrimenti mai maturato. 

            

Data la sua conoscenza ed esperienza del Concilio, fu S. Giovanni Paolo II, secondo Novak, a salvare il Vaticano II e a far sopravvivere la Chiesa «sotto l’influenza dello spirito del Concilio»                               conferendole nuova centralità nel mondo;, dopo aver considerato esaurita l’ispirazione delle ideologie e delle correnti principali della modernità, il papa venuto dall’est insegnò di nuovo a concentrarsi dove si era sempre concentrato il suo magistero e cioé su Gesù Cristo: non è un caso che le parole iniziali del suo primo saluto e della sua prima benedizione furono: «Sia lodato Gesù Cristo»! (16 ottobre 1978).

In una delle tante decisioni prese «sotto l’influenza dello spirito del Concilio», i liturgisti re-immaginarono la S. Messa come una sorta di cena comune, in cui il celebrante è il punto focale dell’assemblea, sta di fronte ad essa e ad una tavola, così che celebrante e assemblea sembra quasi che si concentrino l’uno sull’altro. Prima del Concilio, invece, gli occhi del celebrante e dell’assemblea erano rivolti verso est, verso Gerusalemme, terra di benedizione dove Dio e l’uomo avevano stretto il loro patto e, quindi, della nostra salvezza, in definitiva verso la stessa direzione: Dio.

 

 




Appena promosso da Papa Francesco ad arcivescovo di Dublino, Farrell dichiara di essere favorevole alla benedizione privata degli anelli per coppie omosessuali.

Dermot Pius Farrell è stato nominato vescovo da Papa Francesco il 3 gennaio 2018. Lo stesso Pontefice lo ha nominato arcivescovo di Dublino, la capitale dell’Irlanda, quindi la sede più importante del paese, il 29 dicembre 2020. Farrell, qualche giorno dopo la nomina ad arcivescovo ha rilasciato un’intervista all’Irish Times in cui si dichiara favorevole alle donne diaconi e ai sacerdoti sposati, e alla benedizione privata degli anelli per le coppie divorziate e risposate e per le coppie omosessuali. A questo punto, verrebbe da chiedersi quale sarebbe il criterio di scelta dei vescovi e della loro promozione.   

Ecco l’opinione in merito di padre Gerald E. Murray, pubblicata su The Catholic Thing, nella mia traduzione.

 

Dermot Farrell, nuovo arcivescovo di Dublino
Dermot Farrell, nuovo arcivescovo di Dublino

 

L’arcivescovo eletto di Dublino, Dermot Farrell, ha rilasciato un’intervista all’Irish Times subito dopo che la sua nomina è stata annunciata dalla Santa Sede. (Fare clic qui per la trascrizione dell’intervista.)

Il nuovo arcivescovo si dichiara favorevole alle donne diaconi e ai sacerdoti sposati. Non trova nelle Scritture un argomento contro l’ordinazione delle donne al sacerdozio. Chiama l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica sull’omosessualità puramente tecnico. Dice anche di non avere problemi con la benedizione privata degli anelli per le coppie divorziate e risposate e per le coppie omosessuali (anche se trova problematiche le benedizioni pubbliche perché la gente spesso le interpreta come veri e propri matrimoni).

In mezzo a tanti altri problemi, la Chiesa irlandese sembra destinata a giorni più difficili.

Il trattamento che Farrell riserva all’insegnamento e alla pratica della Chiesa riguardo all’omosessualità, per esempio, è sprezzante: “È una descrizione tecnica. La gente lo fraintende poi perché è un linguaggio teologico tecnico”. Egli considera di modificare questo linguaggio tecnico, perché “Credo che papa Francesco ne abbia discusso (di questa rimozione). E’ venuto fuori all’ultimo Sinodo”.

Davvero? Farrell si riferisce a questo insegnamento del Catechismo: “Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che per ‘gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della

vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”. (Catechismo Chiesa Cattolica 2357)

Nel linguaggio comune, chiamare il linguaggio in un documento “tecnico” può significare che è incomprensibile o è comunemente frainteso dai non iniziati, e serve a qualche scopo arcano o legalistico. La sua rimozione è auspicabile, ma può essere difficile da fare se i pignoli, i puristi o i legalisti si oppongono. Meglio ignorarlo e trattarlo come una lettera morta, come in “Tecnicamente parlando questo è vero, ma…”. .”

Descrivere l’insegnamento chiaro, immutabile e non modificabile della Chiesa sull’intrinseca immoralità degli atti omosessuali come linguaggio tecnico di cui si potrebbe, e persino si dovrebbe fare a meno, è chiaramente un rifiuto di quell’insegnamento.

Il rifiuto dell’attività omosessuale, e dello stile di vita omosessuale, da parte dei fedeli cattolici, tuttavia, non è un fraintendimento del linguaggio “tecnico” che si trova nel Catechismo. Coloro che vogliono che la Chiesa abbracci e benedica lo stile di vita omosessuale si oppongono al linguaggio del Catechismo non perché sia frainteso dagli sprovveduti che pensano che significhi che nessuno dovrebbe compiere atti omosessuali perché, essendo intrinsecamente disordinati, sono immorali. Piuttosto, obiettano perché il linguaggio è facilmente e correttamente compreso proprio per significare questo. Il problema per loro non è la presunta confusione delle parole usate, ma piuttosto il loro chiaro significato. (In sostanza, alcuni chierici rifiutano il linguaggio del Catechismo non perché oscuro nel significato ma perché troppo chiaro e comprensibile dalla gente comune, ndr) 

L’arcivescovo Farrell, in risposta a una domanda sulla benedizione degli anelli per le coppie divorziate e risposate e per le coppie dello stesso sesso, dice:

La difficoltà con le benedizioni è che molto spesso sono mal interpretate come matrimonio. I sacerdoti hanno dato queste benedizioni in passato. Ricordo un mio collega. Gli ho detto – per lui era abitudine fare questa cerimonia della benedizione degli anelli – gli ho detto che non ho difficoltà con la benedizione degli anelli se lo si fa qui in casa, ma se si esce in pubblico, in una chiesa, e si benedicono gli anelli come li vedi. . .si sono presentati con 200 persone e l’hanno visto come un matrimonio. A volte la gente usa questa fraseologia. . .lì si fa confusione. Può essere frainteso come “sì, il prete ci ha sposati”. Le benedizioni saranno sempre fraintese ed è qui che sorge la difficoltà, perché una volta che inizi a benedire cose come questa, la gente lo interpreterà come un matrimonio. Non possiamo avere questo tipo di situazione nella Chiesa perché crea ogni sorta di problemi in termini di insegnamento e questi insegnamenti della Chiesa sono stati costanti.

Lasciando da parte la questione della benedizione degli anelli delle coppie divorziate e risposate, quale significato dobbiamo esattamente intendere riguardo la benedizione degli anelli nuziali delle coppie dello stesso sesso, sia in privato che in pubblico? È un equivoco considerare che il sacerdote che fa una tale benedizione approvi la relazione che la coppia omosessuale ha intrapreso (che è un falso, pseudo-matrimonio), e chieda il favore e l’approvazione di Dio su tale relazione come simboleggiato dagli anelli?

Il Dizionario Cattolico Moderno definisce così una benedizione: “Nel linguaggio liturgico una benedizione è una cerimonia rituale con la quale un chierico autorizzato negli ordini maggiori santifica persone o cose al servizio divino, o invoca il favore divino su ciò che benedice”. La voce del dizionario sugli anelli recita: “Nel linguaggio liturgico la benedizione è una cerimonia rituale: Il conferimento dell’anello è parte integrante della cerimonia di matrimonio per indicare l’amore reciproco tra marito e moglie, e portare l’anello simboleggia la loro promessa di fedeltà coniugale”.

Il problema principale nel benedire le fedi di una coppia dello stesso sesso non è che le persone si confondano e pensano che il sacerdote le abbia sposate. No, il problema principale è che un prete che compie un atto così empio dà l’impressione che Dio favorirà ciò che ha condannato. I “matrimoni” tra persone dello stesso sesso non sono matrimoni in nessun modo, in nessuna forma. È una relazione gravemente peccaminosa in cui due uomini o due donne si impegnano a sodomizzarsi a vicenda. Nessuna benedizione dovrebbe mai essere invocata da un sacerdote su questo rapporto innaturale né sui simboli che costituiscono una copia abusiva del sacro patrimonio del matrimonio.

L’arcivescovo Farrell dice: “Non ho difficoltà con la benedizione degli anelli”. Se questo è vero, quello che ha è una difficoltà più fondamentale: Dio ha messo in guardia i pastori che ingannano i loro greggi portandoli su sentieri di peccato e di errore perché saranno ritenuti responsabili. Preghiamo che il nuovo arcivescovo di Dublino rinunci ai suoi commenti e riaffermi l’insegnamento e la pratica della Chiesa.