1

Estate 2021: il tramonto della libertà (2)

Viktor Orban, primo ministro ungherese
Viktor Orban, primo ministro ungherese

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Riassunto del precedente episodio: l’estate è solitamente un tempo di rilassamento in cui cala il nostro livello di attenzione che ci porta ad essere costantemente iper-informati. Ma proprio in questi mesi, alcune notizie meritano la nostra attenzione perché toccano un punto che, per molti di noi, è di vitale importanza per il futuro: la nostra libertà. Così la controversa legge “Zan” sulla tutela di una minoranza rischia seriamente di negare la libertà di una maggioranza che assiste impotente all’azione di una delirante ideologia pervasiva omosessualmente corretta.

•••

La martellante campagna mediatica a favore del DDL Zan, che ha fatto emergere chiaramente la collusione tra sinistra politica  e le grandi aziende, i mass media e il mondo dello spettacolo, non è in realtà un fatto isolato o una semplice “anomalia italiana”.

A spingere per un mondo a “misura LGBT”, o “gay-friendly” come amano definirlo, sono i vertici dell’Unione Europea. E non lo fanno con la forza della persuasione (la cosiddetta “moral suasion“) o con la sola propaganda. Un recente episodio ha dimostrato che l’Europa è pronta ad usare le maniere forti contro chi non si inchina al diktat omosessualista. La vicenda è apparsa sui giornali di tutto il continente, ovviamente secondo una lettura unica: quella del mainstream religiosamente ossequiale alla cosiddetta “minoranza perseguitata”.

A scatenare l’ira funesta di Bruxelles è stato il premier ungherese Viktor Orban, bestia nera dei tecnocrati europei, già nel mirino per il semplice fatto di essere ciò che è: un leader sovranista, democraticamente eletto, che governa con autorevolezza mentre si mostra poco incline al compromesso e al politicamente corretto imposto a livello globale.

Già a marzo del 2020, durante i mesi duri della prima ondata, i media di tutta Europa aveva stimmatizzato il leader ungherese come un “dittatore” per aver chiesto ed ottenuto dal parlamento “pieni poteri” per la gestione dell’emergenza sanitaria. Curiosamente i giornali italiani criticavano aspramente il premier ungherese mentre al contempo diffondevano senza batter ciglio i cosiddetti DCPM del premier italiano Conte diffusi a puntate in diretta serale su facebook. Una misura, quella del premier italiano, che a molti è parsa alquanto discutibile perché, bypassando ogni confronto parlamentare ed escludendo le opposizioni, assicurava de facto al premier i pieni poteri. Così è stato in Italia per più di un anno, mentre il “dittatore” Orban riconsegnava i poteri straordinari dopo settantacinque giorni di lavoro. La differenza è che Conte (premier non eletto) non consultò il parlamento (non eletto) né il popolo (sia mai!) per auto-conferirsi i pieni poteri. Il risultato fu che l’Unione Europea si disse “preoccupata” per la situazione in Ungheria mentre non ritenne preoccupante l’atteggiamento dell’ “avvocato del popolo italiano”. Questo per far capire di quanta simpatia e autonomia goda il leader mangiaro in EU.

Ma torniamo all’estate 2021. A giugno il parlamento ungherese ha approvato una legge per la protezione dei minori con 157 voti a favore e un solo contrario (non proprio imposta dall’alto tramite un DCPM qualunque). La legge ha fatto scatenare l’ira di Bruxelles perché interpretata come una misura dittatoriale discriminatoria nei confronti della comunità LGBT. Ma cosa dice esattamente la legge?

La legge si prefigge di difendere i minori dalla pedofilia (inasprendo le pene), dalla pornografia e dalle gender theories (meglio in inglese, perché scritto in italiano ci dicono che non esiste!). Nelle scuole sarà dunque vietato di diffondere materiale pornografico e materiale didattico che promuova l’omosessualità, il transessualismo, la fluidità di genere, l’utero in affitto (libri, documentari, film…), né combattere la tanto detestata realtà binaria (padre-madre, femmina-maschio) tra i minorenni, tantomeno sarà permesso usare immagini pornografiche per spiegare e illustrare tali concetti ai bambini. Sarà dunque impossibile per molte associazioni (tra le quali le associazioni LGBT) introdurre i loro corsi di formazione nelle scuole primarie se non passando da una verifica dei contenuti approvata dal Ministero dell’Istruzione, come invece accade nel resto d’Europa, spesso senza il consenso dei genitori, ai quali spetta invece in primo grado la responsabilità dell’educazione dei figli.

L’ira di Bruxelles non si è fatta attendere. Dopo le immediate proteste delle solite ONG, della comunità LGBT e della sinistra, sono arrivate minacce di ritorsione da parte dell’UE al punto che l’Ungheria rischia ora di venir sanzionata pesantemente dal punto di vista economico. Un fatto gravissimo che lede la libertà di uno stato sovrano che si trova obbligato a legiferare secondo i desideri e i dettami imposti dall’alto pena la sospensione degli aiuti economici e degli accordi presi in precedenza dagli stati alleati.

Diversi stati membri dell’UE – tra cui l’Italia di Draghi – hanno firmato un testo di condanna contro l’Ungheria. La dichiarazione è stata firmata da quattordici stati: Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Lettonia e Italia.

Ma se a uno stato è impedito di legiferare autonomamente, in maniera democratica esercitando i poteri conferitegli dal popolo, in che modo si può parlare di libertà e di democrazia in Europa? Non dovremmo forse parlare di un dittatura tecnocrate a cui gli stati membri sono obbligati a sottomettersi?

Bruxelles si appresta a bloccare l’approvazione del Recovery Plan dell’Ungheria, un ricatto politico senza precedenti nei confronti di uno stato membro dell’Europa. La Commissione UE ha preparato una procedura d’infrazione contro l’Ungheria che può prevedere lo stop al “Piano di ripresa e resilienza” (all’Ungheria spetterebbero 7,2 miliardi di euro, ma il fondo non può essere versato se il piano non viene approvato). L’accesso al piano NextGenerationEU è stato infatti subordinato a un certificato di “buona condotta” che – ovviamente – sarà la stessa UE a conferire o a negare agli stati membri secondo i propri criteri.

 

Si chiama “regime di condizionalità”, ed è la nuova regola che subordina l’accesso ai fondi europei del Next Generation EU, al rispetto da parte dei Governi degli standard dello Stato di diritto. Il regolamento approvato dal Parlamento su proposta del Consiglio,  introduce una novità assoluta nella storia dell’Unione Europea. Condizionare l’accesso ai fondi europei al rispetto dello Stato di diritto, significa riconoscere all’Unione un potere di indirizzo sulla politica dei propri Stati membri. Un potere finora mai avuto.  La clausola sulla condizionalità ha sollevato forti contestazioni da parte delle democrazie dei paesi dell’est Europa.

Dal sito Altarex Quotidiano di Informazione Giuridica

Il Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha criticato la nuova legge ungherese, definendola «vergognosa e discriminante» e «profondamente in contraddizione con i valori fondamentali dell’Ue». Ma – posto che la legge discrimini l’operato della comunità LGBT (di fatto ne limita l’azione di propaganda ai maggiorenni- da quando l’Europa ha tra i suoi “valori fondamentali” la promozione delle teorie di genere, la pornografia e l’educazione sessuale dei bambini a scuola, cose tutte che Orban vorrebbe limitare per proteggere i più piccoli?

In effetti la cosiddetta “Legge anti-LGBT” di Orban (per quanto a qualcuno sembri aberrante) non è altro che una normativa dettata dal buon senso, di cui avremmo bisogno anche in Italia.

Cosa potrebbe succedere se il premier ungherese dovesse rifiutare di assecondare quelli che secondo l’unione Europea sono i nuovi valori su cui forgiare il futuro del continente come l’immigrazionismo e l’ecologismo? Eppure sono anni che Orban si spende per promuovere misure importanti per la difesa della famiglia e della vita e favorire la natalità. Misure che dovrebbero essere un esempio per la stanca e vecchia Europa che invece, paradossalmente, bastona il premier ungherese per una legge che protegge i bambini dalla dittatura ideologica delirante LGBT che vorrebbe avere mani libere nell’educazione dei minorenni nelle scuole.

Ora Viktor Orban, che non ama chinare il capo come i nostri premier per un posto in prima fila a Bruxelles, ha deciso di indire un referendum popolare invitando i cittadini ungheresi a esprimersi sulla legge della discordia. Una strategia che già nel 2016 gli diede ragione quando l’Europa impose al paese di accogliere i migranti lasciati entrare nel continente da altri stati. In quel caso il popolo votò contro l’UE e favore del proprio governo. Ora sono chiamati a pronunciarsi nuovamente sulla legge per la difesa dei minori.

Si chiama democrazia. Ma questo, per i tecnocrati europei è dittatura! Così come lo è per i giornalisti ossequiosi del regime, basti leggere solo ad esempio come Il Sole 24 ore capovolge la frittata a piacimento trasformano la consulta popolare in un’arma in mano ad un regime dittatoriale! Giornali che danno spazio invece al “Budapest Pride” dove senza mascherine (ma di certo non lo stanno a sottolineare, quello conta solo per le manifestazioni “No Green Pass”!) appare un cartello di Orban come diavolo cattivo che minaccia i bambini innocenti. Se questo non è capovolgere i fatti a favore di una falsa narrazione unica…




La liturgia non è un giocattolo dei papi; è patrimonio della Chiesa

“La liturgia non è un giocattolo dei papi; è il patrimonio della Chiesa. La vecchia messa non è una questione di nostalgia o di gusto. Il papa dovrebbe essere il custode della Tradizione; il papa è un giardiniere, non un produttore.”

Mons. Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare di ‘s-Hertogenbosch, Paesi Bassi, ha pubblicato questa forte dichiarazione sul suo blog. Il papa ha chiesto spesso la parrhesia, e ora ne sta ricevendo una buona dose da tutto il mondo. Traduzione dall’olandese all’inglese preparata per Rorate Caeli.-PAK. La traduzione italiana è a mia cura.

 

Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di 's-Hertogenbosch nei Paesi Bassi
Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di ‘s-Hertogenbosch nei Paesi Bassi

 

Papa Francesco promuove la sinodalità: tutti devono poter parlare, tutti devono essere ascoltati. Questo non è stato proprio il caso del suo motu proprio Traditionis Custodes, pubblicato di recente, un ukase [editto imperiale] che deve porre fine immediatamente alla messa tradizionale in latino. Così facendo, Francesco mette una grande linea in grassetto sul Summorum Pontificum, il motu proprio di Papa Benedetto che dava ampio spazio alla vecchia Messa.

Il fatto che Francesco usi qui la parola del potere senza alcuna consultazione indica che sta perdendo autorità. Questo era già evidente prima, quando la Conferenza episcopale tedesca non ha preso in considerazione il consiglio del Papa riguardo al processo di sinodalità. Lo stesso è avvenuto negli Stati Uniti quando Papa Francesco ha invitato la Conferenza Episcopale a non preparare un documento sulla Comunione [presa in maniera]  degna. Il papa deve aver pensato che sarebbe stato meglio [in questo caso] non dare più un consiglio, ma piuttosto un mandato di esecuzione, ora che stiamo parlando della Messa tradizionale!

Il linguaggio usato assomiglia molto a una dichiarazione di guerra. Ogni papa da Paolo VI in poi ha sempre lasciato delle aperture per la vecchia Messa. Se sono stati fatti dei cambiamenti [in quell’apertura], erano revisioni minori – vedi, per esempio, gli indulti del 1984 e del 1989. Giovanni Paolo II credeva fermamente che i vescovi dovessero essere generosi nel permettere la Messa tridentina. Benedetto ha spalancato la porta con Summorum Pontificum: “Ciò che era sacro allora è sacro adesso”. Francesco sbatte la porta con forza mediante il Traditionis Custodes. Sembra un tradimento ed è uno schiaffo ai suoi predecessori.

A proposito, la Chiesa non ha mai abolito le liturgie. Nemmeno Trento [lo fece]. Francesco rompe completamente con questa tradizione. Il motu proprio contiene, brevemente e potentemente, alcune proposizioni e comandi. Le cose sono spiegate più dettagliatamente per mezzo di una dichiarazione più lunga di accompagnamento. Questa dichiarazione contiene parecchi errori di fatto. Uno di questi è l’affermazione che ciò che Paolo VI fece dopo il Vaticano II è lo stesso che fece Pio V dopo Trento. Questo è completamente lontano dalla verità. Ricordate che prima di quel tempo [di Trento] c’erano vari manoscritti trascritti in circolazione e liturgie locali erano sorte qua e là. La situazione era un caos.

Trento volle restaurare le liturgie, rimuovere le imprecisioni e controllare l’ortodossia. Trento non si preoccupò di riscrivere la liturgia, né di nuove aggiunte, nuove preghiere eucaristiche, un nuovo lezionario o un nuovo calendario. Si trattò solo di assicurare una continuità organica ininterrotta. Il messale del 1570 si rifà al messale del 1474 e così via fino al quarto secolo. C’era stata continuità dal quarto secolo in poi. Dopo il XV secolo, ci sono stati altri quattro secoli di continuità. Di tanto in tanto, c’è stato al massimo qualche piccolo cambiamento: l’aggiunta di una festa, di una commemorazione o di una rubrica.

Nel documento conciliare Sacrosanctum Concilium, il Vaticano II chiese riforme liturgiche. Tutto sommato, questo era un documento conservatore. Il latino fu mantenuto, i canti gregoriani mantennero il loro posto legittimo nella liturgia. Tuttavia, gli sviluppi che seguirono il Vaticano II sono molto lontani dai documenti conciliari. Il famigerato “spirito del concilio” non si trova da nessuna parte nei testi conciliari stessi. Solo il 17% delle orazioni del vecchio messale di Trento si trova [intatto] nel nuovo messale di Paolo VI. Non si può certo parlare di continuità, di uno sviluppo organico. Benedetto lo ha riconosciuto, e per questo ha dato ampio spazio alla Vecchia Messa. Ha persino detto che nessuno aveva bisogno del suo permesso (“ciò che era sacro allora è sacro anche adesso”).

Papa Francesco fa credere che il suo motu proprio appartenga allo sviluppo organico della Chiesa, il che contraddice completamente la realtà. Rendendo la Messa in latino praticamente impossibile, egli rompe definitivamente con la secolare tradizione liturgica della Chiesa Cattolica Romana. La liturgia non è un giocattolo dei papi; è il patrimonio della Chiesa. La vecchia messa non è una questione di nostalgia o di gusto. Il papa dovrebbe essere il custode della Tradizione; il papa è un giardiniere, non un produttore. Il diritto canonico non è solo una questione di diritto positivo; c’è anche una cosa come il diritto naturale e il diritto divino, e, inoltre, c’è una cosa come la Tradizione che non può essere semplicemente messa da parte.

Quello che Papa Francesco sta facendo qui non ha nulla a che fare con l’evangelizzazione e ancor meno con la misericordia. Si tratta piuttosto di ideologia.

Andate in una qualsiasi parrocchia dove si celebra la vecchia messa. Cosa ci trovate? Persone che vogliono solo essere cattoliche. Queste non sono generalmente persone che si impegnano in dispute teologiche, né sono contro il Vaticano II (anche se sono contro il modo in cui è stato attuato). Amano la Messa latina per la sua sacralità, la sua trascendenza, la salvezza delle anime che è centrale in essa, la dignità della liturgia. Si incontrano famiglie numerose; la gente si sente accolta. Si celebra solo in un piccolo numero di luoghi. Perché il papa vuole negare questo alla gente? Torno a quello che ho detto prima: è ideologia. O è il Vaticano II – compresa la sua attuazione, con tutte le sue aberrazioni – o è niente! Il numero relativamente piccolo di credenti (un numero in crescita, tra l’altro, mentre il Novus Ordo sta crollando) che si sentono a casa con la Messa tradizionale deve essere e sarà sradicato. Questa è ideologia e male.

Se si vuole veramente evangelizzare, essere veramente misericordiosi, sostenere le famiglie cattoliche, allora si tenga in onore la Messa tridentina. A partire dalla data del motu proprio, la Vecchia Messa non può essere celebrata nelle chiese parrocchiali (dove poi?); è necessario un esplicito permesso del proprio vescovo, che può consentirlo solo in certi giorni; per coloro che saranno ordinati in futuro e vogliono celebrare la Vecchia Messa, il vescovo deve chiedere consiglio a Roma. Quanto dittatoriale, quanto poco pastorale, quanto poco misericordioso vuoi essere!

Francesco, nell’articolo 1 del suo motu proprio, chiama il Novus Ordo (la Messa attuale) “l’espressione unica della Lex Orandi del Rito Romano”. Quindi non distingue più tra la Forma Ordinaria (Paolo VI) e la Forma Straordinaria (Messa Tridentina). Si è sempre detto che entrambe sono espressione della Lex Orandi, non solo il Novus Ordo. Di nuovo, la Messa Antica non è mai stata abolita! Non sento mai parlare da Bergoglio dei molti abusi liturgici che esistono qua e là in innumerevoli parrocchie. Nelle parrocchie tutto è possibile, tranne la Messa tridentina. Tutte le armi sono gettate nella zuffa per sradicare la Vecchia Messa.

Perché? Per l’amor di Dio, perché? Cos’è questa ossessione di Francesco di voler cancellare (*) quel piccolo gruppo di tradizionalisti? Il papa dovrebbe essere il custode della tradizione, non il carceriere della tradizione. Mentre Amoris Laetitia eccelleva in vaghezza, Traditionis Custodes è una dichiarazione di guerra perfettamente chiara.

Ho il sospetto che Francesco si stia dando la zappa sui piedi con questo motu proprio. Per la Società di San Pio X, si rivelerà una buona notizia. Non avrebbero mai potuto immaginare quanto sarebbero stati in debito con papa Francesco….

 

Mons. Rob Mutsaerts

 

 

[(*) Il vescovo qui usa la parola tedesca ausradieren, che fu usata da Hitler quando parlava di cancellare città dalla mappa: “Wir werden ihre Städte ausradieren”].

 

 




Cacciari e Agamben: “Green Pass discriminazione gravissima. Conseguenze drammatiche per la democrazia”

Secondo Massimo Cacciari e Giorgio Agamben. il green pass è da regime dispotico, come è autoritaria la discriminazione in corso di chi non vuole vaccinarsi. L’Istituto italiano degli studi filosofici di Napoli pubblica un clamoroso intervento di Cacciari a doppia firma con un altro importante filosofo, Giorgio Agamben che vi presentiamo.

 

A proposito del decreto sul green pass

La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica. Lo si sta affrontando, con il cosidetto green pass, con inconsapevole leggerezza. Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso pratiche di discriminazione, all’inizio magari contenute e poi dilaganti. Non a caso in Cina dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine della pandemia. E varrà la pena ricordare il “passaporto interno” che per ogni spostamento dovevano esibire alle autorità i cittadini dell’Unione Sovietica. Quando poi un esponente politico giunge a rivolgersi a chi non si vaccina usando un gergo fascista come “li purgheremo con il green pass” c’è davvero da temere di essere già oltre ogni garanzia costituzionale. 

Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica. Nessuno invita a non vaccinarsi! Una cosa è sostenere l’utilità, comunque, del vaccino, altra, completamente diversa, tacere del fatto che ci troviamo tuttora in una fase di “sperimentazione di massa” e che su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, anche di quelle che hanno scelto di non essere vaccinate». E come potrebbe essere altrimenti? Il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi: in Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose. In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto. Le stesse case farmaceutiche hanno ufficialmente dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo periodo del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di genotossicità  e di cancerogenicità. “Nature” ha calcolato che sarà comunque fisiologico che un 15% della popolazione non assuma il vaccino. Dovremo dunque stare col pass fino a quando? 

Tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie. Paradossalmente, quelli “abilitati” dal green pass più ancora dei non vaccinati (che una propaganda di regime vorrebbe far passare per “nemici della scienza” e magari fautori di pratiche magiche), dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi. Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza  democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire.

 




La libertà e i suoi nemici

Rilancio dal blog di Marcello Veneziani.

 

 

Ma chi mette in pericolo la libertà e chi la difende? Destra e sinistra si scambiano di continuo i ruoli e le accuse. Di giorno l’accusa reciproca è di essere repressivi, autoritari, totalitari; di notte invece l’accusa si capovolge e diventa quella di essere permissivi, anarchici, eversivi. Cambiano gli ambiti e le accuse si rovesciano: in tema di sanità, ad esempio, la destra rappresenta la libertà, il diritto al lavoro, alla ricreazione e alla libera circolazione e la sinistra invece rappresenta la sorveglianza, le restrizioni e le chiusure. In tema di liberazione sessuale e di riconoscimento dei desideri soggettivi, invece, i ruoli s’invertono: la sinistra appare libertaria, dalla parte dei mutanti e la destra si fa identitaria, pone freni e limiti di natura e tradizione. Anche in tema di ordine pubblico e sicurezza, la destra esige più tutele, punizioni esemplari e controlli severi, mentre la sinistra è garantista, libertaria e comprensiva verso chi compie reati comuni, soprattutto se migranti. Si ribaltano invece i ruoli quando la questione riguarda le violazioni ai danni di alcune minoranze ideologicamente protette, reati d’opinione in tema o in odore di fobie, sessismo, fascismo o razzismo; la sinistra qui esige condanne esemplari e auspica punizioni, mentre la destra è contraria a leggi e misure speciali, soprattutto se colpiscono le opinioni. Viceversa di fronte alle occupazioni abusive, agli sbarchi clandestini, agli immigrati irregolari, la sinistra tutela chi li compie e reclama protezioni e indulgenze; invece la destra esige fermezza a tutela dei cittadini italiani, degli immigrati regolari e delle vittime di quegli abusi. Poi torna alla libertà la destra quando si tratta di garantire autonomia e possibilità d’iniziativa alle attività commerciali, private, ludiche mentre la sinistra esige controlli, pressioni fiscali, limitazioni e chiusure.

Insomma la libertà è un gioco a ruoli mobili e rovesciati. Viene tirata da tutte le parti, e diventa a turno il bene supremo o il bene secondario rispetto alla salute o alla sicurezza, all’ordine o all’uguaglianza. E sul piano della legalità, la sinistra tende a difendere l’operato dei magistrati e attaccare le forze dell’ordine; viceversa la destra.

Fa un po’ ridere leggere osservatori di sinistra denunciare l’egolibertà della destra, la dissociazione tra libertà e responsabilità, l’irresponsabilità civica dei nazional-populisti e sovranisti (Ezio Mauro dixit); questa è storicamente l’accusa che la destra rivolge alla sinistra, incline a cavalcare i desideri sprigionati, la volontà illimitata dei singoli e dei movimenti, la deriva relativista e soggettivista, i diritti separati dai doveri, la libertà senza responsabilità che caratterizza l’ideologia civile della sinistra dal ’68 fino a oggi. Quando la natura, la storia, la realtà non contano ma sono io a decidere chi sono, cosa voglio essere e come voglio mutare, non si esalta l’egolibertà? Ed è pure curioso che la sinistra ideologica accusi la destra di dare risposte ideologiche in tema di libertà, salute e sicurezza. Vi possono pur essere pregiudiziali ideologiche in alcune posizioni assunte dalla “destra” su quei temi; a patto però di aggiungere: “da quale pulpito viene la predica”, perché la sinistra, abitualmente, fa prevalere l’ideologia sulla realtà nel nome del politically correct e altri canoni simili.

Non si può poi accusare la destra di cavalcare l’infantilismo e la credulità popolare in tema di virus e misure anticontagio e tacere che lo stesso infantilismo e lo stesso abuso di credulità popolare sono oggi imperanti nelle campagne pro-vaccino, nel nascondere i dati reali al popolo “bambino”, nel terrorismo psicologico verso chi non si adegua ai canoni sanitari imposti. Stiamo vivendo una fase civile e perfino istituzionale di regressione puerile.

Insomma, fluida e indefinita è la libertà e liquidi sono i confini della destra e della sinistra, esposti a tutte le correnti e maree… Peraltro anche il richiamo al passato, alla storia, non aiuta a definire meglio i ruoli. Alla destra si addice la libertà e alla sinistra l’uguaglianza, e ciascuna è disposta a sacrificare l’una per l’altra. Ma è anche vero che la destra rappresenta l’ordine, l’autorità, la sicurezza e la sinistra il movimento, la rivoluzione, la liberazione. Certo, si può pure distinguere nell’ambito della destra e della sinistra la componente liberale da quella radicale, ritenendo che la libertà sia garantita dalle prime e sacrificata dalle seconde. A questo punto però la destra e la sinistra diventano definizioni secondarie e relative, mentre si fa preminente e centrale l’opzione liberale. Però diventa pericoloso ridurre l’universo delle priorità e dei valori a un solo valore, usato per altro a intermittenza e ad libitum da ambo le parti. La libertà è uno dei beni essenziali da tutelare, o se vogliamo, è la precondizione per pensare o agire. Ma non è l’unico bene, assoluto, supremo, infinito. La libertà assume qualità, importanza e valore se viene correlata a qualcos’altro che ne dà un senso, una misura concreta e una delimitazione: il rispetto altrui, l’identità, la dignità e la responsabilità, il senso del limite, l’ordine, la qualità, la bellezza, i meriti, e si potrebbe continuare. Insomma la libertà indefinita, illimitata, assoluta sconfina in caos e anarchia e si rovescia nel suo contrario, in dispotismo, affermazione del più forte, tirannia dei desideri.

In questa fase storica, sembra evidente che il tema della libertà sia più a cuore alle forze di destra e meno a quelle dei sinistra: anche quando la sinistra si pone a tutela di alcune minoranze, ritenute fragili o malviste, si preoccupa più di punire, censurare e perseguire chi ha opinioni difformi che di proteggere le categorie ritenute maltrattate.

Tutto sommato, alla destra si addice la libertà e alla sinistra la liberazione. Ma non lasciamole mai nelle mani di teologi pelosi e di inquisitori con un occhio solo.




I paradossi del “Green” Pass racchiusi in una singola frase di Noam Chomsky

Sul Green pass vaccinale rilancio un interessante articolo di Agata Iacono, Sociologa, antropologa, giornalista, pubblicato su L’Antidiplomatico.

Green Pass

 

Il famigerato Green Pass, che di fatto ha reso obbligatoria la vaccinazione di massa in Italia senza che le autorità italiane abbiano il coraggio di dichiararlo apertamente per paura di doverne poi rispondere penalmente, non ha nessun valore di controllo dell’epidemia. Il test più importante, infatti, è stato realizzato in Olanda ed è fallito miseramente (1000 infettati).

 

È uno strumento di controllo e discriminazione, nonché il modo per far fallire definitivamente le piccole e medie imprese che vivono di turismo, di ristorazione, di spettacolo, di sport, di cultura e “intrattenimento”.

Ma non solo.

È uno strumento potenzialmente pericoloso perché attribuisce una falsa sicurezza in contesti dove il contagio si diffonde velocemente anche tra vaccinati, come fiere, eventi pubblici con alta affluenza, trasporti.

Genera, inoltre, conflitto di interessi tra chi è costretto a scegliere se vietare accesso alle proprie attività e la necessità di sopravvivere, trasformando di fatto gli esercenti in controllori di Stato sotto ricatto.

Si istituisce così il ricatto come unica modalità per godere dei diritti costituzionali.

Il famigerato Green Pass è anche uno strumento discriminatorio: viola palesemente la Costituzione ma poiché di fatto lo Stato ha privatizzato il suo uso, senza assumersi la responsabilità di rendere obbligatorio un siero sperimentale per sfuggire ai ricorsi, la guerra sarà tra poveri. 

Il conflitto sociale ed economico così si sposta sulle categorie “vaccinato e non vaccinato”, laddove il primo percepirà se stesso come un privilegiato e potrà scaricare la sua frustrazione, il suo disagio socioeconomico sul non vaccinato,  discriminandolo e isolandolo, in una sorta di stratificazione funzionale al sistema.

Nessuno potrà sottrarsi.

Nessuno, infatti, può essere di fatto esonerato dalla somministrazione della terapia sperimentale per ottenere il passaporto sanitario.

Le sole persone che ufficialmente possono essere esonerate dal vaccino sono per l’Aifa e il Ministero della Salute:

“Chi non tollera il principio attivo del vaccino o i suoi eccipienti”.

Punto.

Ciò significa che nessuno può sapere se non tollera il vaccino prima di farlo.

Non esistono analisi predittive, anche se, in camera caritatis, immunologi e virologi anche di strutture pubbliche consigliano ad esempio agli utenti in carico che assumono farmaci antivirali di non rischiare che la terapia salvavita venga annullata da altra tecnologia mRNA.

Inoltre, la campagna vaccinale di massa in Italia sta andando a gonfie vele. Adesioni tra le più elevate al mondo.

Il problema, quindi, è l’esitazione vaccinale?

Certamente no.

Più del 50% di vaccinati con entrambe le dosi sono ricoverati per covid in Israele, uno dei fondamentali paesi cavia che ha avuto il tempo di elaborare le conseguenze a più lungo termine.

Le varianti sono colpa dei non vaccinati?

Sembra che proprio la vaccinazione di massa, senza alcuna selezione, stia sviluppando le maggiori mutazioni, d’altronde il virus vuole sopravvivere, si adatta e si vuole riprodurre, com’è sua natura.

Dunque, perché questa insistenza? 

Avrete notato che #greenpass è un nome generico e non è stato scelto un nome specifico come vaccination Passport o pass sanitaire? Perchè?
il fine è molto più ampio e si chiama European Digital Identity Framework.

L’obiettivo è creare un’identità europea digitale comune che possa avere attributi omologanti, (oltre alla vaccinazione con i sieri autorizzati da Ema non osiamo prefigurare ulteriori caratteristiche obbligatorie per ottenere il diritto di esistere…).

Con il green pass vaccinale si “educa” la popolazione all’accettazione del principio secondo cui la fruizione di servizi pubblici anche essenziali è subordinata ad una condotta (oggi vaccino).

La condotta resta formalmente una scelta individuale, non più un diritto sociale e costituzionale garantito, che comporta una reazione stigmatizzante ed inabilitante.

Quindi non è più libera scelta.

Questo stigma oggi è rappresentato dal vaccino, ma domani potrebbe essere costituito da qualsiasi caratteristica: non più la razza e il genere sessuale, però, che sembrano diventati schizofrenicamente invece i soli limiti-paravento da sbandierare e per cui è lecito e giusto rivendicare il diritto a respirare.

Risultato: i cittadini, come rane bollite, assumono il paradigma secondo cui la vita sociale è subordinata all’accettazione di regole imposte. 
Il sistema costituzionale è stato di fatto svuotato dall’interno introducendo il concetto di “social credit”.

Il Governo Draghi ha reso obbligatorio il green pass per i ristoranti e i bar al chiuso, per gli spettacoli e le palestre, per i congressi, le fiere, i convegni politici e culturali (ma i parlamentari non sono sottoposti a green pass, come sottolinea il presidente della Camera Fico), persino per i parchi tematici o di divertimento per i bambini, negando anche la possibilità di espletare un concorso dopo una vita di studio.

Ma, alla conferenza stampa di Mario Draghi per l’introduzione del green pass, non è stato possibile accedere col green pass.

I colleghi giornalisti, infatti, anche se vaccinati con le due dosi, sono stati costretti a effettuare il tampone e presentarne l’esito negativo.

La dimostrazione plateale dell’assoluta inutilità del Green pass è rappresentata magistralmente dall’iperbolico paradosso del divieto a chi è fornito di green pass di accedere in sala stampa senza tampone negativo.

Che problema dovrebbero avere i politici e i giornalisti ipervaccinati rispetto al contatto con chi ancora non lo è? “Il green pass non è un arbitrio”, tuona Draghi, cercando di mettere le mani avanti, “serve per tenere aperte le attività economiche”.

E chiama praticamente “assassini” i non vaccinati, affermando che sono portatori di morte. Tutto quello che si sta per scatenare in Italia, la guerra tra poveri permanenti mentre generali e banchieri brinderanno per i prossimi decenni è sintetizzata alla perfezione dal grande filosofo e linguista nord-americano Noam Chomsky con questa nota frase:

«Il modo più intelligente per mantenere le persone passive e obbedienti è limitare rigorosamente lo spettro di opinioni accettabili, ma consentire un dibattito molto vivace all’interno di tale spettro – incoraggiando persino le opinioni più critiche e dissidenti. Ciò dà alle persone la sensazione che ci sia il libero pensiero in corso, mentre per tutto il tempo i presupposti del sistema vengono rinforzati dai limiti posti nel campo del dibattito. » 




Ora tocca a noi

Rilancio un articolo scritto dalla dottoressa Silvana De Mari sulla questione dei vaccini covid. L’articolo è apparso sul suo blog, silvanademaricommunity.

 

Silvana de Mari, medico
Silvana de Mari, medico

 

Il Presidente del Consiglio Draghi ha affermato “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire. O a far Morire. Non ti vaccini, ti ammali e muori”

Per una malattia con lo 0,3% di mortalità calcolando anche i novantenni? Mentre in Gran Bretagna il 60% dei morti è vaccinato?

I dati ci dicono che ci sono 10, 15 morti al giorno e che l’anno scorso negli stessi giorni senza vaccino ce ne erano di meno. Vaccinando si causano danni inenarrabili e si aumenta la mortalità

Non dovrebbe essere vietato mentire al popolo?

 

Della nostra salute non importa un accidente. Lo dimostra il delirante protocollo tachipirina e vigile attesa: cosa pensereste se i pompieri chiamati perché casa vostra è in fiamme vi dicessero che stanno monitorando tutto con attenzione, ma che per nessun motivo interverranno prima che il fuoco raggiunga il tetto? La stessa cosa, la stessa parola che vi è venuta in mente per un pompiere che dà all’incendio tutto il tempo di devastare e di diventare facilmente invincibile prima di intervenire, pensatela per chi ha prescritto quel protocollo, per i medici che lo hanno applicato, per gli ordini dei medici che lo hanno permesso. Della nostra salute non importa nulla: lo dimostrano gli ospedali chiusi per mesi che non hanno fatto diagnostica e terapia oncologica e cardiologica, lo dimostrano le mascherine che moltiplicano le faringiti e causano ipercapnia, lo dimostra la guerra al plasma iperimmune, all’idrossiclorochina, all’invermectina, all’eparina, al professor Cavanna, al buonsenso, lo dimostra la informazione deviata da fiumi di denaro arrivati dal ministero della salute pubblica per dimostrarci al di là di ogni ragionevole dubbio che l’unica via di uscita da una malattia che, se curata correttamente ha una letalità dello 0.05% , è l’inoculazione di farmaci in fase sperimentale che hanno nel 4% dei casi conseguenze gravi o anche mortali.

Mentre tutto questo succede notizie inquietanti arrivano da Israele dove la vaccinazione è stata completata. 152 morti dopo la doppia dose di vaccino mentre le varianti imperversano.   È sempre da Israele arrivano i primi importanti studi su quanto il siero realizzato da Pfizer e BioNTech possa mettere persone più giovani a rischio di una infiammazione del muscolo cardiaco.

Il rapporto rischi benefici sull’inoculazione dei sieri erroneamente chiamati vaccini spinge clamorosamente a pensare che la bilancia pende contro. La facilità di cura spinge a pensare che la vaccinazione debba essere una scelta, e forse nemmeno tanto caldeggiata. Il fatto che il governo abbia già pagato le dosi c’entra col fatto che qualcuno debba farsele? Mi ha scritto un uomo: mia figlia sta morendo, aveva fatto il vaccino, era sanissima, i medici hanno detto che non hanno mai visto trombosi cerebrali così devastanti. Nella regione Emilia Romangna un documento ufficiale sconsiglia ai medici di far fare ai pazienti i test della coagulazione prima e dopo la cosiddetta vaccinazione. Questo doppio esame potrebbe permettere di arrivare in tempo sul disastro, avrebbe potuto salvare Camilla, ma dimostrerebbe il rapporto tra trombosi e cosiddetti vaccini che sono iniettati dopo che il paziente ha firmato una delibera che gli impedirà di denunciare anche l’omicidio colposo. In sempre più ospedali nasce il reparto specializzato in danni da vaccino. A questo punto risulta fondamentale la domanda: esistono conflitti di interessi? La risposta è sì. Sia associazioni sovranazionali come l’OMS e l’EMA, sia nazionali, come l’AIFA, innumerevoli associazioni di medici, come ed esempio pediatri e oncologi,  ricevono finanziamenti dalle stesse case produttrici di questi sieri. Potete trovare la lista nel libro Pandemie non autorizzate di Marco Pizzuti.  Il Dio Vaccino di Tiziana Altieri è un altro libro che parla di quattrini. La produzione di sieri ha moltiplicato i proventi delle case produttrici del 3000%. Si tratta di società per azioni, non di enti di beneficenza. Parenzo invita a sputare nel cibo dei perplessi, l’ordine di medici di radiali, la Dottoressa Capua di derubarli, pretendendo cioè che paghino cure sanitarie che hanno già pagato profumatamente con le proprie tasse, tutti pretendono che vengano chiusi in casa, se non si fanno iniettare un qualcosa che per poter essere iniettato ha bisogno di una firma che lede qualsiasi responsabilità anche di omicidio colposo o di invalidità grave agli operatori. Quindi resistiamo.

Si tratta di un volgarissimo DPCM, non ha valore legale. Consiglio a tutti di stamparsi il modulo sottostante, e portarlo in tasca. Tutte le volte che qualcuno vuole impedire qualche cosa, salire su un autobus, accedere a cure sanitarie, essere ospitato alla casa dello studente, pretendete, esigete, che venga messo per iscritto usando il modulo sottostante, così poi da poter fare denuncia per abuso di potere. Dopodiché dovete fare denuncia. Dicono dalle mie parti chi pecora si fa, lupo se lo mangia. In termini più aulici nessuna dittatura ha mai potuto istallarsi senza la collaborazione dei vili.

Nessuna dittatura può resistere al coraggio dei bravi. Se il mondo si divide in pecore lupi, esistono anche cani da pastore.

 




Dal Summorum Pontificum a Traditionis custodes: Come laici inascoltati che fine facciamo?

Messa Tridentina
Messa Tridentina

 

 

di Luca De Netto

 

Quando chi scrive è nato, il Papa era Giovanni Paolo II. Cresciuto sotto quel pontificato, frequentando il Catechismo e ricevendo i Sacramenti.

Da bambino ero affascinato dal canto del “Tantum ergo” di cui non comprendevo una sola parola, ma volevo imparare a cantarlo. A differenza di certe imposizioni che i catechisti si sforzavano di attuare pretendendo che “animassimo la Messa” con l’Allelujia delle lampadine. Da cui qualcosa di istintuale mi chiedeva di fuggire.

Come da quel battere le mani ai canti che parevano un concerto dei Nomadi. Con la differenza che i Nomadi, almeno, intonano egregiamente il Tantum Ergo…

Con il tempo si cresce, e si cerca. Si cambiano le città, le chiese, le parrocchie.

Ma, con il passare degli anni, ho assistito ad una sempre maggiore banalizzazione delle messe, che ad un certo punto mi son diventate davvero intollerabili; fino a non afferrare più cosa fossero, e considerarle vuoti ritrovi dove “ascoltare le letture” e mille altre parole. Parole su parole. Fiumi di parole. I Jalisse al posto del silenzio. E del gregoriano.

Una noia micidiale. Un‘ora di in-sofferenza a cui prendevi parte solo e soltanto per il Sacramento eucaristico. Per il resto, meno durava, meno parlavano i preti, meglio era. Fuggire il prima possibile!

Nel frattempo il Papa era diventato Benedetto XVI.

E proprio sotto il pontificato di Papa Ratzinger ho, per la prima volta, assistito ad una Messa che mi ha lasciato talmente rapito ed inebriato da farmi commuovere.

Un santo sacerdote che, celebrando “di spalle” ai fedeli, compiva una serie attenta di gesti, si inginocchiava con scrupolo, proferiva parole in lingua latina e per tre volte ripeteva “Domine non sum dignus” prima di accostarsi al Corpo e Sangue di Cristo.

Meraviglia delle meraviglie! Era come percepire il Cielo sceso in terra! Qualcosa che non si può descrivere, che occorre vivere.

A fine Messa chiesi, volevo sapere, volevo conoscere quella Messa, quel Rito! Volevo viverlo e frequentarlo.

E si aprì un mondo. Per me. Per tanti altri fedeli. Per numerosi giovani che si erano addirittura completamente allontanati dalla Chiesa.

Purtroppo, però, scoprimmo anche le invidie, le gelosie, i pregiudizi, i pericoli e le avversità che quel rito destava per il sol fatto di esistere e di essere celebrato.

Mai da nessun fedele, sia chiaro! Ma sempre da parte di una minoranza del clero. Che spesso i fedeli tendeva a sobillarli.

Così abbiamo costituito un Coetus a norma del Summorum Pontificum, e, quando è stato necessario reperire un sacerdote che regolarmente celebrasse nella forma straordinaria di quello che Ratzinger ci aveva rassicurato essere un unico rito, le difficoltà sono parse insormontabili.

Giovani sacerdoti, che pure conoscono e celebrano privatamente con il Messale di Giovanni XXIII, per timore, per ansia di carriera, per evitare etichette, hanno preferito voltarci le spalle. E non certo per dire messa… Qualcuno ci ha persino tolto il saluto.

Gli anziani, invece, hanno tirato fuori la storia del Concilio Vaticano II che avrebbe cambiato tutto. Come sarebbe a dire cambiato tutto?!? E prima del Concilio?!? E i nostri nonni dunque avevano sbagliato? E cosa c’entrava poi il Concilio, che nessuno di noi aveva mai tirato in ballo o nemmeno nominato, tanto fosse naturale e scontato, come lo era l’aver frequentato per tanti anni il rito di Paolo VI? E che tra l’altro si continuava  a frequentare. Evitando però, come la peste, quelle messe nuove dove il celebrante fa lo showman o si dilunga in inutili e noiose omelie sociologiche.

Alla fine dei discorsi con il clero, sembrava che il problema fosse sempre il Vescovo, che, come Don Rodrigo, pareva aver ribadito ai sacerdoti, sempre un po’ Don Abbondio: “questa Messa non s’ha da fare, né domani, né mai!”.

Grazie a Dio, il Summorum Pontificum ci consentiva comunque di agire, rivendicato tutto il ruolo e la centralità dei laici che quel documento, in perfetta adesione e linea al Concilio Vaticano II, rimarcava. Perché poi i documenti del Concilio abbiamo voluto studiarli ed apprezzarli. E tirarli fuori nei confronti di chi di dovere…

Il protagonista indiscusso della liturgia antica, o, meglio, della sua attuazione, diffusione e partecipazione, secondo il documento di Benedetto XVI, erano proprio i laici. Non i sacerdoti e non i vescovi! Mai documento fu più conciliare del Motu Proprio Summorum Pontificum, con i laici costituiti in Coetus come motore e sviluppo della Liturgia!

Benedetto XVI si rivelava essere così un dei più grandi interpreti del Concilio, nel solco di tutta la Tradizione della Chiesa.

Non rottura, non un prima ed un dopo, come sostenevano certi preti sedicenti conciliari, ma continuità, cammino, unità. Con i laici protagonisti indiscussi, fino al punto da poter ricorrere alla Congregazione competente per il rispetto del Motu Proprio contro l’eventuale ed illegittima opposizione del proprio Vescovo.

Qualcosa di davvero straordianario. Forma extraordinaria, per l’appunto. Non a caso.

Con la pubblicazione di questo nuovo Motu Proprio di Papa Francesco (per il quale le nostre preghiere oggi sono e devono esser ancor più intense), invece, sembra che i laici siano stati ridotti ad un nulla, a spettatori passivi di un processo del tutto clericale.

Dove nemmeno più il singolo sacerdote ha la giusta facoltà di scelta.

Persino i vescovi sono stati limitati, e tutto è stato ricondotto a Roma.

Centralismo puro e passività assoluta. Altro che pre-concilio! Altro che Messa antica! Neanche nel Medioevo si era mai giunti a tanto. Anzi, tutt’altro…

I diritti dei fedeli, del Santo Popolo di Dio, sembrano essere completamente cassati, conculcati, svaniti. Cancellati con un tratto di penna dall’oggi al domani.

Ma proprio alla luce di tali evidenti stranezze, come laici vorremmo conoscere il risultato di questo questionario. Capire come i singoli vescovi abbiano risposto. Capire se le risposte sono state vagliate tutte, e come… E magari da chi!

Perché noi, come tanti altri, abbiamo scritto sia all’Ordinario del luogo che alla Congregazione per la Dottrina per la Fede spiegando, prima che il questionario venisse consegnato con le risposte, le ragioni dei laici e la nostra situazione.

Il perché amiamo questa Liturgia. La sua forma, la sua ritualità, i suoi gesti. E quanto riempa di Assoluto e di Sacro il nostro cuore ed il nostro animo. Una sensibilità che chiediamo sia rispettata, così come rispettiamo quelle altrui.

Ma tali nostre limpide spiegazioni, saranno state prese in considerazione? A noi risulta che tolti pochi casi come il nostro, dove ciò che si riscontra è un mero pregiudizio da parte clericale, nella stragrande maggioranza delle Diocesi  la Messa antica è stata ben accolta e sostenuta, concorrendo alla crescita della Chiesa tutta.

Ed anzi, apportando persino benefici nel limitare gli abusi nella celebrazione del Messale di Paolo VI, anche grazie ai tanti fedeli che frequentano le due forme e ai sacerdoti che celebrano San Pio V come il novus ordo.

Basterebbe vedere chi, come noi, si inginocchia al Credo anche nel nuovo rito alle parole “e per opera dello Spirito Santo si è incarnato…”, o resta in ginocchio durante l’intera consacrazione e dossologia fino al “per Cristo, con Cristo..”.

Non riusciamo pertanto non solo a comprendere questo nuovo motu proprio, e soprattutto ci chiediamo: a noi laici che siamo o eravamo Coetus, adesso che ruolo spetta? Siamo ancora o non siamo più soggetti di diritto attivi? Ci viene riconosciuto il ruolo e la centralità che il Concilio Vaticano II ci aveva attribuito? Come faremo affinché le nostre legittime aspettative siano accolte? Chi ci tutelerà? O forse, a mali estremi, dovremmo attrezzarci diversamente, ed aprire le porte delle comunità delle Diocesi a qualsiasi realtà che celebra validamente secondo il Messale del 1962, a prescindere da norme e resto?

Però in tal caso, sia chiaro, la responsabilità sarebbe tutta di quei Vescovi che si ostinano a non ascoltare, di quei sacerdoti diocesani che mancano di coraggio o alimentano pregiudizi. Ma forse e soprattutto di chi ha ideato e scritto questo Motu molto… im-Proprio.

Attendiamo fiduciosi risposte. Prima che sia troppo tardi…

 

 

Luca De Netto, avvocato, è Presidente del Centro Studi Internazionale “EUROPAITALIA”

 

 




Un lockdown per i vaccinati!

Mario Draghi ride
Mario Draghi

 

 

di Il moschettiere

 

Quando ho appreso che il Sig. Draghi (Mario per gli amici) ha approvato il decreto sul greenpass ho esultato. Mi sono detto: ci voleva! Eh, sì! Adesso staremo tutti più tranquilli, mi son detto. I vaccinati potranno circolare più liberamente… Anche se non proprio del tutto, lo ammetto: perché anche a loro, beh, può capitare che finiscano in ospedale per qualche complicazione da covid…, sì, è vero, anche da vaccino, se vogliamo essere pignoli. Però, vuoi mettere: un vaccinato è un vaccinato. Lui ha i titoli anticorpali, mica scherzi. Anche se magari non ha più il lavoro, però ha la salute, e la salute, si sa, è il bene primario, quando c’è la salute c’è tutto… Magari poi il lavoro lo potrà trovare in un secondo tempo, l’anno prossimo forse; insomma per il lavoro e i soldi per l’affitto c’è tempo. La salute è tutto e basta!

Dunque, dicevo, ho esultato, perché così si dà la priorità alla sicurezza! Così pensavo, così dicevo, così stavo quasi per telefonare a qualche amico per condividere la gioia.

Ora abbiate pazienza se vi rovino la giornata. Il fatto è che me la sono rovinata per primo io da solo. Ho avuto l’imprudenza di andare a guardare in giro qualche notizia dall’estero. Beh, sapete, si parla tanto di Israele, che è un paese modello, anzi, come si dice un paese-guida, per la vaccinazione s’intende. Mi son detto che sicuramente anche da quelle parti avrei trovato altri motivi di conforto. Così ho aperto sul web il The Jerusalem Post, uno dei più diffusi quotidiani israeliani, e in data 21 luglio 2021 ho trovato un titolo promettente: Cosa sappiamo dei 143 ospedalizzati per coronavirus? Ho subito letto avidamente l’articolo. Ecco, mi sono detto, proprio la conferma che ci voleva. La maggior parte dei ricoverati non è vaccinata! Hanno ragione a limitare gli spostamenti a questi fanatici di no-vax. Ora col greenpass li metteranno in riga.

Il fatto è che alla fine, ma proprio alla fine, dell’articolo, in due o tre righe ho trovato la notizia che mi ha rovinato la giornata e ora rischio di rovinarla anche a voi che mi leggete. Tutta l’esultanza di poco prima mi si è gelata nel cuore e non ho fatto più nessuna telefonata. Ho chiuso il PC e ho cercato di distrarmi. Le ultime (ma proprio le ultime) righe del pezzo dicevano che, nell’ultimo mese, ci sono stati in Israele 20 decessi da covid. Un tasso basso, mi direte voi. Beh, indubbiamente è basso rispetto ai picchi massimi di decine di decessi quotidiani dei mesi di gennaio e febbraio, cioè nel primo e secondo mese dopo l’inizio della vaccinazione (ma questo è un puro caso, naturalmente). Il fatto è che di questi 20 morti dell’ultimo mese ben 15 erano completamente vaccinati. Sì avete capito bene: 20 morti da covid a luglio, di cui 15 vaccinati. Perché il ministro della salute israeliano lo ha detto: con questa benedetta variante Delta non sappiamo più bene quanto il vaccino ci protegga…

Ora mi dispiace di avervi guastato la festa. Ma vorrei che qualcuno lo dicesse al Sig. Draghi: per favore il greenpass datelo solo a chi non ha ricevuto il vaccino. Chi invece è stato vaccinato stia riguardato, per piacere, non esca di casa, se non per necessità. Lo dico per il bene di tutti: i vaccinati sono a rischio, sono – come si dice – una fascia debole. Sì, perché in fondo non conta se sono positivo o negativo al tampone, se vengo ricoverato o no. La cosa che conta, alla fine, è se campo oppure muoio. Lo capite questo?

Per favore proteggete tutti i vaccinati, non fateli uscire, metteteli in lockdown. Pensano di essere immuni, ma non è vero. Fermateli finché siamo in tempo. Mario, ti prego, abbi pietà…

 

(dietro lo pseudonimo de Il moschettiere si cela una persona reale)

 

 




Non abbiate paura: Aprite le porte al Santo Sacrificio della Messa (e alla conseguente dottrina)!

Eucarestia messa sacerdote
Messa Tridentina

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Forse è solo una domanda: “perché” partecipare alla Messa Tradizionale dovrebbe portare a maturare anche riflessioni dottrinali che investono quasi un intero secolo?

In realtà, è una domanda profonda, che dovrebbe assillare chiunque, qualsiasi sia la sua personale reazione al recente Motu Proprio sulla Messa tradizionale.

Naturalmente la questione si potrebbe approfondire in molteplici modi. Ne ho individuato per sintesi due: il primo è quello più autorevole, che potremmo definire “storico-canonico”, rappresentato da intellettuali del calibro di Roberto de Mattei (qui) e dal card. Muller (qui).

Il secondo è quello “pastorale”, che si divide (come prevedibile) in due fronti opposti: chi aveva già tempo prima preparato le disposizioni di divieto assoluto per la Messa Tradizionale e chi ha annunciato resistenza e perseveranza. Certamente appartiene al primo gruppo il Vescovo Declan Lang, a cui sono bastate poche ore per annunciare la fine di ogni autorizzazione a riguardo (qui). Di diverso avviso l’arcivescovo Cordileone (qui).

 

Io vorrei invece porre l’attenzione non tanto al documento in sé, ma alla Messa in quanto tale. Al Sacrificio della Messa. Quello è il baricentro. Quello è l’unica cosa che conta e che rende la Messa… Messa. Il Sacrificio della Croce e la sua rinnovazione sull’Altare è il cuore della fede, dell’unica ed eterna tradizione, di ogni Concilio. Perché così stabilito da Cristo.

 

Se la lex orandi è in continuità con la lex credendi, quanto nella liturgia – specie nelle sue più moderne evoluzioni o riforme – ci aiuta e ci educa a credere nella presenza reale di Nostro Signore e nella rinnovazione del Sacrificio?

Non si tratta solo di una questione liturgica, bensì dottrinale: il Sacrificio della Croce – che è la Misericordia di Dio – ha senso alla luce del peccato, della giustizia, del Giudizio. Ha senso alla luce che solo Cristo e la Sua Chiesa sono Verità, Salvezza e Redenzione. Ha senso perché è il Battesimo a renderci fratelli in Cristo. Ha senso alla luce del fatto che l’uomo non è un essere divino, che l’uomo non è un essere che è chiamato a prendere coscienza di sé stesso e della sua energia spirituale, ma è l’erede colpevole di Adamo, ferito dal peccato e bisognoso di redenzione. Ha senso perché rende ragione dell’ordine sacerdotale, istituito proprio per celebrare il Sacrificio. Ha senso perché rende ragione del dovere missionario di “esorcismo ed evangelizzazione” che la Chiesa, sacramentalmente, opera nel mondo. Ha senso alla luce del fatto che, sempre nel mondo, opera spiritualmente e materialmente il diavolo, principe di questo mondo, il quale più di ogni cosa odia – ovviamente – il Sacrificio della Croce e ogni cattolico Altare.

 

Prendo spunto anche dalle riflessioni del prof. Lugaresi (qui). Personalmente, avevo già scritto quanto sia pastorale, per non pochi fedeli, assistere alla Messa “credendo di andare a cena” e “senza neppure conoscere l’Ospite” (qui). Ovvero, sottolineavo quanto sia incredibilmente difficile trovare nel fedele comune – oggi – la coscienza che la Messa NON sia l’adunata festosa degli amici che si radunano in preghiera, ma che sia la riattualizzazione del Sacrificio della Croce. Il fedele comune ascolta tutto nella sua lingua, canta, batte le mani e legge le Scritture, fa la Comunione, si scambia abbracci di pace (Covid permettendo), ma spesso ignora che il momento della Consacrazione lo “trasporta” al di là dello spazio e del tempo, nel momento esatto in cui Cristo sulla Croce muore, alla presenza solamente della Madre e di Giovanni.

La liturgia è allora riflesso stesso di questa – cattolica – fede, di questo – cattolico – rito di “espiazione”. L’azione che viene compiuta sull’Altare non è semplicemente un simbolo, un ricordo, un memoriale fraterno. E neppure un rendimento di grazie, nel senso umano. È un atto sacrificale: un atto che prevede concretamente il rinnovo di quell’unico atto di sacrificio che Cristo compie tra il giovedì e il venerdì santo. Padre Pio spiegava con estrema chiarezza, quella dei semplici, che assistere alla Messa significa porsi come Maria e Giovanni ai piedi della Croce.

Allora questo dovrebbe pastoralmente preoccuparci: oltre alla trasformazione di radice luterana del sacrificio eucaristico in una festa mondana e profana, i cristiani, a causa della sostituzione del culto a Dio con la religione dell’Uomo – che molto spesso pastoralmente si respira -, rischiano di diventare «gnostici anonimi» (altro che cristiani anonimi!), caduti in una forma di ignoranza di cui probabilmente non hanno neppure colpa, perché sono stati dis-educati così.

 

A questo si aggiunge un’ulteriore riflessione: il tremendo “perché” a cui accennavo all’inizio. Perché, qualcuno, partecipando alla Messa Tradizionale, dovrebbe porre in risalto non solo la questione liturgica ma interamente quella dottrinale, secondo “un certo spirito”, il cui evento ha ormai qualche decennio di storia? Perché non si limita a considerazioni liturgiche sulla realtà del Sacrificio, ma – quasi in coerenza con queste – inizia ad andare oltre e a sollevare perplessità su altre – moderne e moderniste – aperture pastorali, dialoghi col mondo, valutazioni teologiche e antropologiche, che persino “precedono” esortazioni ecologiste, processioni con idoli pagani come la pachamama o indicazioni di fratellanza universale indipendentemente dal peccato di Adamo, dalla redenzione di Cristo, dai sacramenti e dalla Chiesa?

 

Le risposte sono due: o chi partecipa alla Messa Tradizionale viene indotto – in una sorta di gulag coatto – ad aderire ad una ideologia reazionaria e nostalgica fine a se stessa; oppure il rito antico testimonia – in sé – una fede che oggi pare apostatata, contraddetta, annacquata per lo più. Se la risposta esatta è la prima, è comprensibile chiudere e vietate tutto. Se invece possiamo prendere in considerazione e onestà intellettuale la seconda risposta, allora dobbiamo procedere in un pluridecennale esame di coscienza, davanti a Dio e al depositum fidei.

Farlo non significa affatto maturare un senso retrogrado della realtà, una nostalgia di un piccolo e bigotto mondo antico, una preferenza per i privilegi nobiliari, una fede vissuta come dottrina monolitica a cui l’analfabeta qualsiasi deve aderire senza ragione e relazione personale con Dio, un insieme di dogmi intesi come “appannaggio di corte”, una visione più che opinabile della donna o del laico in genere, ecc.

Farlo non esclude l’apprezzare gli importanti approfondimenti teologici e antropologici – propri degli ultimi decenni – ad esempio nel campo della morale (intesa non come “casistica di divieti” ma come “santa elevazione nelle virtù”), nella valorizzazione del laico, nel campo della famiglia e del rapporto sponsale e unitivo tra marito e moglie, nella teologia del corpo, nella corretta valorizzazione delle Scritture.

Al tempo stesso, farlo, esige però anche valutare se alcuni passaggi dottrinali di “alcuni pluridecennali documenti” siano davvero in continuità e non in aperta contraddizione con la fede cattolica di sempre, persino oltre evidenti abusi di prassi o di interpretazione.

Solo Maria conosce interamente la risposta. Solo Maria, a Fatima, ha indicato i piani di Dio e le prove che la Provvidenza permette. Solo a Maria – e ai suoi – è riservato il trionfo.

 

 

 




Green pass: l’ultimo tranello

Ricevo e volentieri pubblico.

 

green pass

 

IUSTITIA IN VERITATE

 

COMUNICATO

 

Ancora inebriati da alcuni felici tiri al pallone, in questo fine luglio afoso, abbiamo ascoltato increduli, ieri sera, le parole del primo ministro che hanno svelato una terribile noncuranza dei principi basilari del diritto e della scienza medica.

Come in una orchestra, da subito anche emeriti giuristi sino ad oggi silenti di fronte alle inaudite violenze perpetrate a danno di quella “carta più bella del mondo” da loro stessi decantata, si sono precipitati a giustificare l’inverecondo ulteriore abuso.
L’aver promulgato come normale la prosecuzione di uno stato di emergenza, ormai fondato su dati inesistenti, e ancor più pronunciato parole divisive e di menzogna, che umiliano il decoro e l’intelligenza di ogni uomo, sopprimendo la libertà della persona e della società senza alcuna logica, possono far cadere nello sconforto.
E tuttavia, di fronte ad un sistema che, incapace di fornire un qualsiasi fondamento razionale di diritto o medico, sa soltanto sgangheratamente introdurre presunti obblighi ricorrendo ad artifizi linguistici con formule subdole di auto convincimento per indurre a concepire le proprie libertà fondamentali come concessione dall’alto e, in quanto tali, gradualmente riducibili o sopprimibili, significa che è un potere ridotto a finto simulacro di rappresentanza, ormai destituito di credito.
Sono già in rete gli innumerevoli esempi grotteschi che potrebbero crearsi nelle varie situazioni, in cui un inesigibile obbligo di richiesta di pass vaccinale per esercitare i propri diritti, cozza con l’intelligenza e il buon senso. Uno per tutti: dal 6 agosto si potrà consumare in piedi al bancone all’interno di un ristorante senza mostrare alcunché, ma non seduti.
Siamo quindi certi che chi impunemente, e concordemente avvalendosi di una finta opposizione, si scaglia offensivamente contro la dignità e l’intelligenza del proprio popolo, non può che eseguire altre agende e svelare i propri piedi d’argilla.
A chi ancora si trastulla inebetito, non si rende conto della gravità del declino, non capisce la menzogna e il grottesco – il male lo è sempre – e continua a credere che chi ci governa abbia a cuore la nostra salute, non esitiamo ad affermare che merita la stella gialla o qualsiasi altro odioso stigma, estratto dal cilindro di un ennesimo assurdo provvedimento.
L’aver affermato in diretta televisiva che il cosiddetto green pass “non è un arbitrio ma una condizione”, con uno scontatissimo quanto beffardo gioco delle tre carte per convincere che la libertà della persona e della società non sono un diritto, ma una detrazione graduale e progressiva e quindi una concessione, ci conferma nella fragilità della menzogna e nella certezza che la battaglia si fa sempre più dura, ma la verità trionferà sul male, anche se colorato da un verde rassicurante.

Iustitia in Veritate è pronta ad aiutare e sostenere chiunque non voglia cadere nel tranello di una consuetudine scontata e a non assuefarsi alla cancellazione graduale della propria dignità e diritti.

Milano, 23 Luglio 2021

 

Iustitia in Veritate – Corso Venezia 40 – 20121 Milano (MI) Email: [email protected] – Tel: 02/87166419
Sito: http://www.iustitiainveritate.org – Pagina Facebook: https://www.facebook.com/asdilesi/

 




Siamo in un regime sanitario dispotico, una barbarie che non possiamo accettare. Per questo bisogna reagire!

 

 

 

di Sabino Paciolla

 

Dopo la decisione del Consiglio dei ministri di ieri che ha ristretto le liberatà dei cittadini, dividendoli in cittadini di serie A e cittadini di serie B, privilegiati e non privilegiati sulla base dell’inoculo di un vaccino sperimentale, violando palesemente la Costituzione italiana e la Convenzione di Oviedo, la democrazia italiana è stata seriamente sfregiata. Attuare pratiche vessatorie, impedire la libertà di movimento a coloro che non vogliono sottoporsi a una vaccinazione sperimentale è semplicemente una cosa orripilante, che ci riporta alla mente periodi bui della storia del secolo scorso che pensavamo non potessero più ritornare. 

La cosa inquietante della faccenda è che la gran parte della popolazione e della classe medica abbracci questa continua e sempre più allargata violazione della democrazia, accetti la censura e questo stato di sudditanza, degno di un regime del ‘900, con l’allegrezza della partecipazione ad una festa di gala, con la spensieratezza con cui si va ad un Open day.

Quella che consente di mangiare liberamente una pizza al tavolo in cambio di un siero sperimentale è una democrazia malata, una parvenza, anzi, una aberrazione di democrazia. Come si fa a credere che il green pass sia lo strumento della libertà quando è il patibolo della democrazia? Il green pass divide e destruttura il popolo. Il green pass è il pendio scivoloso verso una forma di dittatura, dove la politica sanitaria si tramuta in regime sanitario. Siamo in presenza di una democrazia che sprofonda come il Titanic mentre la popolazione continua a suonare la musica, ripetendo senza sosta il sinistro mantra “il vaccino ci renderà liberi”.

Per noi cattolici è sempre stato diverso, e sempre stata la “Verità che ci farà liberi”. Ora invece anche i sacerdoti e i pastori ci ripetono che il vaccino ci libererà dal male pandemico. Si è arrivati persino a limitare la partecipazione alle celebrazioni religiose solo ai vaccinati. Una certa Chiesa sembra precedere le mosse dello Stato dispotico, sventolando la santa opzione etica vaccinale.

Pare che la paura abbia obnubilato il sensorio, visto che la gente è capace allegramente di abbracciare l’oppressivo controllo politico-sociale, un aggravamento del rischio per la salute generato da effetti collaterali dovuti a continue future vaccinazioni. Il pass vaccinale, infatti, non è eterno e dura solo 9 mesi, varianti del virus permettendo. E’ bene che la gente lo sappia. E sappia pure che allo scadere del pass, se vuole rimanere “libera”, sarà costretta a inocularsi un nuovo e sempre misterioso siero delle meraviglie. Già, perché nessuno sa cosa ci sia in quel siero.

Ma non tutti sono affetti dal sonno della ragione, prigioniera della paura. E’ necessario dunque scendere in piazza per gridare e difendere la nostra libertà, quella vera! Quella rossa comunista oppressiva del green pass a noi non interessa, anzi, ci fa orrore. Qualcosa si muove, si vedano i filmati di ieri sera a Torino in fondo a questo articolo.

I politici che si sono assunti la responsabilità di questo orrore legale raccoglieranno politicamente le conseguenze.

Voglio concludere queste amare note riportando le parole, altrettando amare, del filosofo Giorgio Agamben:

 

Come avviene ogni volta che si istaura un regime dispotico di emergenza e le garanzie costituzionali vengono sospese, il risultato è, come è avvenuto per gli ebrei sotto il fascismo, la discriminazione di una categoria di uomini, che diventano automaticamente cittadini di seconda classe. A questo mira la creazione del cosiddetto green pass. Che si tratti di una discriminazione secondo le convinzioni personali e non di una certezza scientifica oggettiva è provato dal fatto che in ambito scientifico il dibattito è tuttora in corso sulla sicurezza e sull’efficacia dei vaccini, che, secondo il parere di medici e scienziati che non c’è ragione di ignorare, sono stati prodotti in fretta e senza un’adeguata sperimentazione.
Malgrado questo, coloro che si attengono alla propria libera e fondata convinzione e rifiutano di vaccinarsi verranno esclusi dalla vita sociale. Che il vaccino si trasformi così in una sorta di simbolo politico-religioso volto a creare una discriminazione fra i cittadini è evidente nella dichiarazione irresponsabile di un uomo politico, che, riferendosi a coloro che non si vaccinano, ha detto, senza accorgersi di usare un gergo fascista: “li purgheremo con il green pass”. La “tessera verde” costituisce coloro che ne sono privi in portatori di una stella gialla virtuale.
Si tratta di un fatto la cui gravità politica non potrebbe essere sopravvalutata. Che cosa diventa un paese al cui interno viene creata una classe discriminata? Come si può accettare di convivere con dei cittadini di seconda classe? Il bisogno di discriminare è antico quanto la società e certamente forme di discriminazione erano presenti anche nelle nostre società cosiddette democratiche; ma che queste discriminazione fattuali siano sanzionate dalla legge è una barbarie che non possiamo accettare.

 

 

***




Benedetto ha dato alla Chiesa le condizioni per una maggiore unità, Francesco pone le basi per una possibile divisione

A proposito del mou proprio Traditionis custodes, una chiara riflessione di Tim Stanley, pubblicata su The Spectator. Eccola nella mia traduzione. 

 

Papa Benedetto XVI e Papa Francesco

 

Da quando ho scritto della dichiarazione di guerra del Papa al Vecchio Rito, è successo qualcosa di inaspettato e bellissimo. Molti vescovi hanno mantenuto la linea. Non proprio tutti: alcuni hanno accolto con gioia l’opportunità di estinguere il grazioso rito, e la giustificazione intellettuale è venuta, prevedibilmente, dai Gesuiti, che non sono più sani dai tempi de L’Esorcista. Ma tanti altri vescovi hanno giudiziosamente, quasi sediziosamente, scelto di interpretare alla lettera l’istruzione del Papa ignorandone lo spirito, e hanno dato immediata dispensa ai preti che già lo celebrano di continuare. Altri, mi è stato detto, hanno scritto o telefonato ai sacerdoti che celebrano con  il Vecchio Rito per offrire conforto personale e rassicurazione. Questo è il modo in cui si può tranquillamente ribaltare la situazione in una guerra culturale. Ignorare i bulli.

Perché i vescovi – compresi gli amici di Francesco – dovrebbero fare questo? Perché li ha colti di sorpresa. Li ha insultati. Francesco ha sempre detto di volere una “chiesa sinodale” che procedesse per dibattito e consenso, ma questo è stato un fulmine a ciel sereno: potrebbe essere che per tutto il tempo la sinodalità sia stata un modo per imporre una riforma liberale dal centro sotto la maschera della consultazione?

In secondo luogo, qualunque cosa questi uomini pensassero del Vecchio Rito 14 anni fa, ora è attivo nelle loro diocesi da un certo tempo e non riescono più a vedervi alcun danno. Infatti, i cosiddetti sacerdoti tradizionalisti sono alcuni dei più laboriosi. Perché un vescovo oberato di lavoro dovrebbe voler turbare o inimicarsi buoni preti o laici per un dibattito che è stato risolto un sacco di tempo fa – o così il Vaticano ha insistito a lungo?

Alcuni lettori della mia precedente rubrica si sono lamentati che non ho spiegato per un non cattolico le distinzioni tra Vecchio e Nuovo Rito, ma questo è un po’ il punto. Al di là delle apparenze, la linea ufficiale è che non esistono. Il Vecchio Rito è tutto latino, il sacerdote è rivolto distante dal popolo, l’assemblea, si potrebbe dire, assiste piuttosto che partecipare attivamente, ecc. ecc. – ma anche se gran parte della liturgia è stata riformata negli anni ’70, il genio della tradizione cattolica è quello di mantenere e promuovere i principi antichi attraverso nuovi metodi, per modificare l’aspetto esteriore di una liturgia, dicendola in inglese o rivolta verso l’assemblea, pur mantenendo il significato interno e la coerenza storica.

Questa era la lettura di Benedetto XVI, comunque. Nel 2007, quando ha emanato il Summorum Pontificum, permettendo un uso più ampio del Vecchio Rito, non lo intendeva come un commento al Nuovo Rito ma, al contrario, per riaffermare che i due Riti hanno la stessa eredità, la stessa validità e possono persino arricchirsi l’un l’altro – e il cielo sa, alcuni aspetti della vita della Chiesa erano diventati utilitaristici e sterili. Personalmente sono dell’opinione che una delle migliori qualità del cattolicesimo, una delle cose che mi ha attratto, è che è bello. Non si tratta di mera estetica: come San Tommaso che mette il suo dito nel costato di Cristo, l’uomo ha il desiderio di vedere per credere, e la bellezza religiosa ci aiuta ad avvicinarci a Dio attraverso l’esperienza sensuale. Questa è la filosofia della maggior parte dei preti cattolici che celebrano con il Vecchio Rito: lungi dall’essere scismatici Looney Tunes, come Francesco sembra immaginare, essi vogliono restaurare e ravvivare l’intera Chiesa, e incoraggiando il Vecchio Rito in un contesto sociale completamente nuovo, aggiungere qualcosa al nostro apprezzamento del Nuovo.

Benedetto, insomma, ha dato alla Chiesa le condizioni per una maggiore unità. È Francesco che ha minacciato la divisione supponendo che ci sia una controversia dove per il 99% dei cattolici non c’era, è Francesco che ha riacceso il dibattito sulla liturgia, non i tradizionalisti. Il consenso benedettino era che il Nuovo Rito aveva forti radici nel Vecchio, ma se si disereda il Vecchio, allora qual è la base del Nuovo? Stiamo dicendo che negli anni ’70 la Chiesa cattolica ha inventato una liturgia completamente nuova, che questo è stato l’anno zero nella storia del cattolicesimo? Una tale idea ha profonde implicazioni per l’autorità della Chiesa oggi.

Francesco si comporta come un uomo su un albero, che sega con rabbia il ramo su cui è seduto. Tutto ciò sfida il senso comune. Avrebbe potuto sposare la teoria di Benedetto sullo sviluppo della tradizione con il proprio, superbo progetto di sottolineare il ruolo pastorale della Chiesa, ma si è rivelato avere una considerazione limitata dei bisogni pastorali dei sacerdoti e nessuna intenzione di “accompagnare” coloro che vogliono il Vecchio Rito, o probabilmente anche coloro che vogliono semplicemente un po’ di bellezza. Nel corso della storia, i teologi radicali hanno presunto di sapere cosa volessero i poveri meglio di loro stessi, e nella loro smania di rifare il mondo per adattarlo all’immagine che avevano in mente di un’utopia dei poveri, hanno finito sempre per rendere tutto squallido e deprimente (si pensi a Stevenage). La fine della storia, se i progressisti hanno qualcosa a che fare con essa, non avrà nessun colore, nessun profumo, nessuna doratura, nessuna gioia. Mi viene in mente l’insistenza di Mark Twain che [diceva che] se non c’è da fumare in Paradiso, preferiva non andarci.

I vescovi hanno mostrato una maggiore sensibilità per i bisogni umani, in particolare quelli dei loro sacerdoti, alcuni dei quali – lo so perché me lo hanno detto – sentono che il loro rapporto con il loro vescovo è stato rinnovato. Più vescovi, spero, procederanno in questo modo. C’è però una cosa molto importante da fare in più.

Devono impegnarsi a dare un futuro al Vecchio Rito. La risposta diplomatica all’istruzione del Papa è di preservarlo nel presente dando il via libera ai preti che già lo celebrano, ma i seminari sono pieni di giovani che vogliono celebrarlo anche loro – e se Benedetto aveva ragione, e se la tradizione scorre come il fiume Tevere dal Vecchio al Nuovo Rito, non si può logicamente privarli del diritto di fare proprio questo. Il cardinale Zen ha posto il punto cruciale [dicendo] che il rito che la gente frequenta è molto meno significativo del fatto che sempre meno cattolici occidentali frequentano la chiesa, e invertire questa tendenza richiederà una genuina unità, cura pastorale e una preoccupazione molto maggiore per l’eccellenza liturgica. La Chiesa dovrebbe attirare le persone a sé, come il sole.