“La preghiera di un’umanità piegata dal dolore della morte e spaventata dal futuro”

Francesco Coronavirus Urbi et Orbi

 

 

di Nicoletta Latteri

 

Le accuse a Papa Francesco sono state molte, ma l’altra sera sotto la pioggia in Piazza S.Pietro c’era un uomo che a nome di tutti andava incontro a Dio, al suo e al nostro Dio, e che ha trovato le parole per parlare al mondo e farsi suo portavoce davanti a Dio. A fare da ponte tra noi e Lui.

Un Pontefice che faticava a camminare, ma ha alzato più volte il Santissimo al cielo pur avendo difficoltà a reggerlo, diventando immagine di un’umanità attonita che voleva farsi Dio ma torna da Lui in ginocchio  perché sola e spaventata, disperata senza l’amore più grande, senza più nemmeno sapere cos’è un grande amore.

Mai come l’altra sera il Corpus Domini è stato il sole di quella piazza su cui erano già calate le tenebre, è stato ciò che il mondo moderno con le sue infinite ideologie ha cercato di cancellare, ha illuminato la sera, mostrando al mondo ciò che non voleva vedere: la potenza di Dio, la forza del legame con l’uomo che si materializza in una piazza vuota, che ha il suono di una leggera brezza ma racchiude in sé l’universo intero.

Davanti al Pontefice si stendeva la Città Santa, immagine di mille altre città, resa silenziosa dalla pandemia e fatta bella da secoli di preghiere tramutate in pietra dalla fede dei credenti  e che ancora una volta ha fatto della sua bellezza lo strumento per amplificare la preghiera di un’umanità piegata dal dolore della morte e spaventata dal futuro, facendone la roccia dalla quale l’uomo insieme a Dio affronta la tempesta.

Così, nel momento più difficile, nonostante tutte le differenze e polemiche, gli uomini hanno ritrovato la strada per la preghiera e per Dio, hanno ritrovato la strada che li riporta al Padre che li sosterrà quando cadranno e qualsiasi cosa accada, gli darà la forza di rialzarsi contro ogni previsione o logica umana.

Dopo tanto razionalismo e “nuovo umanesimo” l’unica verità è che per potere accedere a Dio bisogna farsi uomini e rinunciare a ogni altra cosa, perché come vediamo in questi giorni la vanità del mondo non ha senso.

Signore resta con noi perché si fa sera. Lc 24, 13-35

 




Agnostica si converte durante il momento di preghiera di Papa Francesco per la fine della pandemia del Coronavirus

Conversione di una agnostica

 

Venerdì sera, Papa Francesco ha impartito una benedizione Urbi et Orbi durante l’adorazione eucaristica in una piazza San Pietro vuota.

Il Vaticano ha trasmesso la benedizione in diretta su diversi media. Papa Francesco ha pregato per il mondo e ha dato la benedizione eucaristica Urbi et Orbi (cioè alla città [di Roma] e al mondo) nel mezzo della pandemia del coronavirus.

Questa benedizione viene normalmente impartita solo a Natale e Pasqua. I fedeli che si sono sintonizzati dal vivo hanno bendeficiato della indulgenza plenaria.

ChurchPOP riferisce che durante la cerimonia diffusa in diretta streaming di Facebook una ragazza ha manifestato pubblicamente e spontaneamente la sua conversione al cristianesimo. La donna ha detto di essere stata agnostica da sempre, ma che in quel momento ha creduto.

Ecco i momenti salienti di quella serata:

 

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Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi.

via crucis 2005

 

 

V/. Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi.
R/. Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum.

 

Dal libro delle Lamentazioni. 3, 27-32 

È bene per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza. Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza;porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non rigetta mai. . . Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia.

 

MEDITAZIONE

Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute! Tutto ciò è presente nella sua passione. Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue è certamente il più grande dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore. Non ci rimane altro che rivolgergli, dal più profondo dell’animo, il grido: Kyrie, eleison – Signore, salvaci (cfr. Mt 8, 25).

 

PREGHIERA

Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa, Adamo cade sempre di nuovo. Con la nostra caduta ti trasciniamo a terra, e Satana se la ride, perché spera che non riuscirai più a rialzarti da quella caduta; spera che tu, essendo stato trascinato nella caduta della tua Chiesa, rimarrai per terra sconfitto. Tu, però, ti rialzerai. Ti sei rialzato, sei risorto e puoi rialzare anche noi. Salva e santifica la tua Chiesa. Salva e santifica tutti noi.

 

Tutti:

Pater noster, qui es in cælis:
sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum;
fiat voluntas tua, sicut in cælo, et in terra.
Panem nostrum cotidianum da nobis hodie;
et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris;
et ne nos inducas in tentationem;
sed libera nos a malo.

Eia mater, fons amoris,
me sentire vim doloris
fac, ut tecum lugeam.

 

 




Intervista al vescovo Athanasius Schneider: la pandemia da coronavirus e la Chiesa

Mentre il coronavirus continua a diffondersi, il vescovo Athanasius Schneider ha esortato i sacerdoti a imitare Gesù il Buon Pastore e, per il bene delle anime, anche a disobbedire agli ordini ingiusti dei vescovi che, a suo dire, si comportano ora più come “burocrati civili” che come “pastori”.

Riguardo alla gestione della pandemia di coronavirus da parte della Chiesa, il vescovo ausiliare di Santa Maria ad Astana, in Kazakistan, ha detto di ritenere che la maggioranza dei vescovi cattolici abbia reagito “precipitosamente e per panico nel vietare tutte le messe pubbliche”. La decisione di chiudere le chiese, ha detto, è “ancora più incomprensibile”.

L’intervista è stata fatta dalla giornalista Diane Montagna, ed è stata pubblicata su The Remnant. Eccola nella mia traduzione.

 

Vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana, capitale del Kazakistan

 

Diane Montagna: Eccellenza, qual è la sua impressione generale sul modo in cui la Chiesa sta gestendo l’epidemia di coronavirus?

Il vescovo Schneider: La mia impressione generale è che la maggioranza parte dei vescovi abbia reagito precipitosamente e per panico nel vietare tutte le messe pubbliche e – cosa ancora più incomprensibile – nel chiudere le chiese. Tali vescovi hanno reagito più come burocrati civili che come pastori. Concentrandosi troppo esclusivamente su tutte le misure di protezione igienica, hanno perso una visione soprannaturale e hanno abbandonato il primato del bene eterno delle anime.

 

La diocesi di Roma ha sospeso rapidamente tutte le messe pubbliche per rispettare le direttive del governo. I vescovi di tutto il mondo hanno intrapreso azioni simili. I Vescovi polacchi, d’altra parte, hanno chiesto che vengano celebrate più Messe, in modo che la partecipazione sia più piccola (per ogni messa, ndr). Qual è la sua opinione sulla decisione di sospendere le Messe pubbliche per prevenire la diffusione del coronavirus?

Finché i supermercati sono aperti e accessibili e finché la gente ha accesso ai mezzi pubblici, non si vede un motivo plausibile per vietare alle persone di assistere alla Santa Messa in una chiesa. Si potrebbero garantire nelle chiese le stesse e anche migliori misure di protezione igienica. Per esempio, prima di ogni messa si potrebbero disinfettare i banchi e le porte, e tutti coloro che entrano in chiesa potrebbero disinfettarsi le mani. Si potrebbero adottare anche altre misure simili. Si potrebbe limitare il numero dei partecipanti e aumentare la frequenza della celebrazione della Messa. Abbiamo un esempio ispiratore di una visione soprannaturale in tempi di epidemia nel presidente della Tanzania, John Magufuli. Il presidente Magufuli, che è un cattolico praticante, ha detto domenica 22 marzo 2020 (domenica di Laetare), nella cattedrale di San Paolo, nella capitale tanzaniana di Dodoma: “Insisto con voi, miei fratelli cristiani e anche musulmani: non abbiate paura, non smettete di riunirvi per glorificare Dio e lodarlo. Per questo, come governo, non abbiamo chiuso chiese o moschee. Dovrebbero invece essere sempre aperte al popolo per cercare rifugio a Dio. Le chiese sono luoghi dove la gente può cercare la vera guarigione, perché lì risiede il Vero Dio. Non abbiate paura di lodare e di cercare il volto di Dio in chiesa”.

Riferendosi all’Eucaristia, anche il presidente Magufuli ha pronunciato queste incoraggianti parole: “Il coronavirus non può sopravvivere nel corpo eucaristico di Cristo; sarà presto bruciato. Proprio per questo non mi sono fatto prendere dal panico mentre ricevevo la Santa Comunione, perché sapevo che con Gesù nell’Eucaristia ero al sicuro. Questo è il momento di costruire la nostra fede in Dio”. 

 

Pensa che sia responsabile che un sacerdote celebri una Messa privata con pochi fedeli laici presenti, prendendo le necessarie precauzioni sanitarie?

È responsabile, e anche meritorio, e sarebbe un autentico atto pastorale, purché naturalmente il sacerdote prenda le necessarie precauzioni sanitarie.

 

I sacerdoti si trovano in una posizione difficile in questa situazione. Alcuni buoni sacerdoti vengono criticati per aver obbedito alle direttive del loro vescovo di sospendere le Messe pubbliche (mentre continuano a celebrare una Messa privata). Altri cercano modi creativi per ascoltare le confessioni, cercando di salvaguardare la salute delle persone. Che consiglio darebbe ai sacerdoti per vivere la loro vocazione in questi tempi?

I sacerdoti devono ricordare che sono prima di tutto e soprattutto pastori di anime immortali. Devono imitare Cristo, che ha detto: “Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. (Giovanni 10:11-14) Se un sacerdote osserva in modo ragionevole tutte le precauzioni sanitarie necessarie e usa discrezione, non deve obbedire alle direttive del suo vescovo o del governo di sospendere la Messa per i fedeli. Tali direttive sono una pura legge umana; tuttavia, la legge suprema nella Chiesa è la salvezza delle anime. I sacerdoti in una tale situazione devono essere estremamente creativi per provvedere ai fedeli, anche per un piccolo gruppo, alla celebrazione della Santa Messa e alla ricezione dei sacramenti. Questo era il comportamento pastorale di tutti i sacerdoti confessori e martiri al tempo delle persecuzioni.

 

La sfida all’autorità, in particolare all’autorità ecclesiale, da parte dei sacerdoti è mai legittima (ad esempio, se a un sacerdote viene detto di non andare a visitare i malati e i morenti)?

Se a un sacerdote viene proibito da un’autorità ecclesiale di andare a visitare gli ammalati e i moribondi, non può obbedire. Tale divieto è un abuso di potere. Cristo non ha dato al vescovo il potere di proibire a un vescovo di andare a visitare gli ammalati e i moribondi. Un vero sacerdote farà tutto il possibile per visitare un moribondo. Molti sacerdoti lo hanno fatto anche quando significava mettere in pericolo la loro vita, sia in caso di persecuzione che in caso di epidemia. Abbiamo molti esempi di sacerdoti di questo tipo nella storia della Chiesa. San Carlo Borromeo, per esempio, ha dato la Santa Comunione con le sue mani sulla lingua dei moribondi, contagiati dalla peste. Ai nostri giorni abbiamo l’esempio commovente ed edificante di sacerdoti, soprattutto della regione di Bergamo, nel nord Italia, che sono stati contagiati e sono morti perché si sono presi cura di malati di coronavirus morenti. Un prete settantaduenne affetto da coronavirus è morto pochi giorni fa in Italia, dopo aver abbandonato il respiratore, di cui aveva bisogno per sopravvivere, e aver permesso che venisse dato a un paziente più giovane. Non andare a visitare i malati e morire è il comportamento più di un mercenario che di buon pastore.

 

I suoi primi anni sono stati trascorsi nella chiesa clandestina sovietica. Quale idea o prospettiva vorrebbe condividere con i fedeli laici che non possono partecipare alla Messa e, in alcuni casi, non possono nemmeno trascorrere del tempo davanti al Santissimo Sacramento perché tutte le chiese della loro diocesi sono state chiuse?

Vorrei incoraggiare i fedeli a fare frequenti atti di comunione spirituale. Potrebbero leggere e contemplare le letture quotidiane della Messa e l’intero ordine della Messa. Potrebbero mandare il loro santo Angelo Custode ad adorare Gesù Cristo nel tabernacolo per loro conto. Potrebbero unirsi spiritualmente a tutti i cristiani che sono in prigione per la loro fede, a tutti i cristiani malati e costretti a letto, a tutti i cristiani morenti che sono privati dei sacramenti. Dio riempirà questo tempo di privazione temporanea della Santa Messa e del Santissimo Sacramento con molte grazie.

 

Il Vaticano ha recentemente annunciato che le liturgie pasquali saranno celebrate senza la presenza dei fedeli. In seguito ha precisato che sta studiando “modalità di attuazione e partecipazione che rispettino le misure di sicurezza messe in atto per prevenire la diffusione del coronavirus”. Qual è la sua opinione su questa decisione?

Dato il severo divieto delle riunioni legate alla messa da parte delle autorità governative italiane, si può capire che il Papa non possa celebrare le liturgie della Settimana Santa con la presenza di un gran numero di fedeli. Penso che le liturgie della Settimana Santa potrebbero essere celebrate dal Papa con tutta la dignità e senza abbreviazioni, per esempio nella Cappella Sistina (come era consuetudine dei papi prima del Concilio Vaticano II), con la partecipazione del clero (cardinali, sacerdoti) e di un gruppo selezionato di fedeli, ai quali siano state precedentemente applicate misure igieniche di protezione. Non si vede la logica nel proibire l’accensione del fuoco, la benedizione dell’acqua e il battesimo nella Veglia Pasquale, come se queste azioni diffondessero un virus. Una paura quasi patologica ha superato la ragione comune e una visione soprannaturale.

 

Eccellenza, la gestione da parte della Chiesa della epidemia di coronavirus cosa sta rivelando circa lo stato della Chiesa e in particolare della gerarchia?

Sta rivelando la perdita della visione soprannaturale. Negli ultimi decenni, molti membri della gerarchia della Chiesa sono stati immersi prevalentemente in questioni secolari, interiori e temporali, diventando così ciechi di fronte alle realtà soprannaturali ed eterne. I loro occhi sono stati riempiti dalla polvere delle occupazioni terrene, come disse una volta San Gregorio Magno (cfr. Regula pastoralis II, 7). La loro reazione nel gestire l’epidemia di coronavirus ha rivelato che danno più importanza al corpo mortale che all’anima immortale degli uomini, dimenticando le parole di nostro Signore: “Che vantaggio cʼè se uno guadagna tutto il mondo, ma poi perde la sua anima?” (Marco 8,36). Gli stessi vescovi che ora cercano di proteggere (a volte con misure sproporzionate) i corpi dei loro fedeli dalla contaminazione con un virus materiale, hanno tranquillamente permesso che il virus velenoso degli insegnamenti e delle pratiche eretiche si diffondesse nel loro gregge.  

 

Il Cardinale Vincent Nichols ha detto recentemente che avremo una nuova fame di Eucaristia dopo che sarà passata l’epidemia di coronavirus? E’ d’accordo?

Spero che queste parole si rivelino vere tra molti cattolici. È un’esperienza umana comune che la prolungata privazione di una realtà importante infiammi il cuore delle persone che ne hanno nostalgia. Questo vale, naturalmente, per coloro che credono e amano veramente l’Eucaristia. Una tale esperienza aiuta anche a riflettere più profondamente sul significato e sul valore della Santa Eucaristia. Forse quei cattolici che erano così abituati al Santo dei Santi da considerarlo come qualcosa di ordinario e comune, sperimenteranno una conversione spirituale e capiranno e tratteranno la Santa Eucaristia come straordinaria e sublime.

 

Domenica 15 marzo, Papa Francesco si è recato a pregare davanti all’immagine del Salus Populo Romani a Santa Maria Maggiore e davanti al Crocifisso Miracoloso ospitato nella chiesa di San Marcello al Corso. Ritiene importante che vescovi e cardinali compiano simili atti di preghiera pubblica per la fine del coronavirus?

L’esempio di Papa Francesco può incoraggiare molti vescovi a simili atti di pubblica testimonianza di fede e di preghiera, e a segni concreti di penitenza che implorano Dio di porre fine all’epidemia. Si potrebbe raccomandare ai vescovi e ai sacerdoti di attraversare regolarmente le loro città, paesi e villaggi con il Santissimo Sacramento nell’ostensorio, accompagnati da un piccolo numero di chierici o fedeli (uno, due o tre), a seconda dei regolamenti governativi. Tali processioni con il Signore Eucaristico trasmetteranno ai fedeli e ai cittadini la consolazione e la gioia di non essere soli in tempo di tribolazione, che il Signore è veramente con loro, che la Chiesa è una madre che non ha dimenticato né abbandonato i suoi figli. Si potrebbe lanciare una catena mondiale di ostensori che porti il Signore Eucaristico per le strade di questo mondo. Queste mini processioni eucaristiche, anche se realizzate solo da un vescovo o da un sacerdote, imploreranno grazie di guarigione fisica e spirituale e di conversione.

 

Il coronavirus è scoppiato in Cina non molto tempo dopo il Sinodo dell’Amazzonia. Alcuni media credono fortemente che questa sia una punizione divina per gli eventi della Pachamama in Vaticano? Altri credono che sia un castigo divino per l’accordo Vaticano-Cina? Ritiene che una di queste due posizioni sia valida?

L’epidemia di coronavirus, a mio parere, è senza dubbio un intervento divino per castigare e purificare il mondo peccaminoso e anche la Chiesa. Non dobbiamo dimenticare che Nostro Signore Gesù Cristo considerava le catastrofi fisiche come castighi divini. Leggiamo, per esempio: “In quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici. Gesù rispose loro: «Pensate che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto quelle cose? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto sui quali cadde la torre in Siloe e li uccise, pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti come loro»”. (Luca 13,1-5)

La venerazione cultuale dell’idolo pagano della Pachamama all’interno del Vaticano, con l’approvazione del Papa, è stato di sicuro un grande peccato di infedeltà al Primo Comandamento del Decalogo, è stato un abominio. Ogni tentativo di minimizzare questo atto di venerazione non può resistere alla raffica di prove e ragioni evidenti. Penso che tali atti di idolatria siano stati il culmine di una serie di altri atti di infedeltà per la salvaguardia del deposito divino della Fede da parte di molti membri di alto rango della gerarchia della Chiesa nei decenni passati. Non ho la certezza assoluta che lo scoppio del coronavirus sia una punizione divina per gli eventi della Pachamama in Vaticano, ma considerare una tale possibilità non sarebbe inverosimile. Già all’inizio della Chiesa, Cristo rimproverava i vescovi (“angeli”) delle chiese di Pergamo e di Tiatira per la loro connivenza con l’idolatria e l’adulterio. La figura di “Jezebel”, che sedusse la Chiesa all’idolatria e all’adulterio (cfr. Ap 2,20), potrebbe anche essere intesa come un simbolo del mondo dei nostri giorni – con il quale oggi flirtano molti responsabili della Chiesa.

Le seguenti parole di Cristo rimangono valide anche per il nostro tempo: “Ecco, io la getto sopra un letto di dolore, e metto in una grande tribolazione coloro che commettono adulterio con lei, se non si ravvedono delle opere che ella compie. Metterò anche a morte i suoi figli; e tutte le chiese conosceranno che io sono colui che scruta le reni e i cuori, e darò a ciascuno di voi secondo le sue opere.” (Ap 2,22-23). Cristo ha minacciato il castigo e ha chiamato le chiese alla penitenza: “Ma ho qualcosa contro di te: hai alcuni che professano la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac il modo di far cadere i figli d’Israele, inducendoli a mangiare carni sacrificate agli idoli e a fornicare. Così anche tu hai alcuni che professano similmente la dottrina dei Nicolaiti. Ravvediti dunque, altrimenti fra poco verrò da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.” (Ap 2,14-16). Sono convinto che Cristo ripeterà le stesse parole a Papa Francesco e agli altri vescovi che hanno permesso la venerazione idolatrica della Pachamama e che hanno implicitamente approvato relazioni sessuali al di fuori di un valido matrimonio, permettendo ai cosiddetti “divorziati e risposati” che sono sessualmente attivi di ricevere la Santa Comunione.

 

Lei ha indicato i Vangeli e il Libro dell’Apocalisse. Il modo in cui Dio ha trattato il Suo Popolo eletto nell’Antico Testamento ci dà un’idea della situazione attuale?

L’epidemia di coronavirus ha causato una situazione all’interno della Chiesa che, per quanto ne so, è unica nel suo genere, cioè un divieto quasi mondiale di tutte le Messe pubbliche. Ciò è in parte analogo al divieto del culto cristiano in quasi tutto l’Impero romano nei primi tre secoli. La situazione attuale è però senza precedenti, perché nel nostro caso il divieto di culto pubblico è stato emanato dai vescovi cattolici, e anche prima dei relativi mandati governativi.

In qualche modo, la situazione attuale può anche essere paragonata alla cessazione del culto sacrificale del Tempio di Gerusalemme durante la cattività babilonese del Popolo eletto di Dio. Nella Bibbia il castigo divino era considerato come una grazia, per esempio “Beato l’uomo che Dio corregge! Tu non disprezzare la lezione dell’Onnipotente; perché egli fa la piaga, ma poi la fascia; egli ferisce, ma le sue mani guariscono”. (Giobbe 5,17-18) e “Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti.” (Ap 3,19). L’unica reazione adeguata alle tribolazioni, alle catastrofi, alle epidemie e a situazioni simili – che sono tutti strumenti in mano alla Divina Provvidenza per risvegliare gli uomini dal sonno del peccato e dall’indifferenza verso i comandamenti di Dio e la vita eterna – è la penitenza e la sincera conversione a Dio. Nella preghiera che segue, il profeta Daniele dà ai fedeli di tutti i tempi un esempio della vera mentalità che dovrebbero avere e di come dovrebbero comportarsi e pregare in tempo di tribolazione: “Sì, tutto Israele ha trasgredito la tua legge, si è sviato per non ubbidire alla tua voce. Così su di noi sono riversate le maledizioni e le imprecazioni che sono scritte nella legge di Mosè, servo di Dio, perché noi abbiamo peccato contro di lui.. … O mio Dio, inclina il tuo orecchio e ascolta! Apri gli occhi e guarda le nostre desolazioni, guarda la città sulla quale è invocato il tuo nome; poiché non ti supplichiamo fondandoci sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia. Signore, ascolta! Signore, perdona! Signore, guarda e agisci senza indugio per amore di te stesso, o mio Dio, perché il tuo nome è invocato sulla tua città e sul tuo popolo.” (Dan 9,11,18-19).

 

San Roberto Bellarmino scrisse: “Segni sicuri riguardanti la venuta dell’Anticristo … la più grande e ultima persecuzione, e anche il sacrificio pubblico (della Messa) cesserà completamente” (La profezia di Daniele, pagine 37-38). Crede che quello a cui si riferisce qui sia ciò a cui stiamo assistendo ora? È l’inizio del grande castigo profetizzato nel libro dell’Apocalisse?

La situazione attuale fornisce sufficienti motivi ragionevoli per pensare che siamo all’inizio di un tempo apocalittico, che include i castighi divini. Nostro Signore si riferiva alla profezia di Daniele: “Quando dunque vedrete l’abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge faccia attenzione!)” (Mt 24, 15). Il Libro dell’Apocalisse dice che la Chiesa dovrà per un po’ di tempo fuggire nel deserto (vedere Ap 12,14). La cessazione quasi generale del Sacrificio pubblico della Messa potrebbe essere interpretata come una fuga in un deserto spirituale. Ciò che è deplorevole nella nostra situazione è il fatto che molti membri della gerarchia della Chiesa non vedano la situazione attuale come una tribolazione, come un castigo divino, cioè come una “visitazione divina” in senso biblico. Queste parole del Signore sono applicabili anche a molti del clero nel mezzo all’attuale epidemia fisica e spirituale: “non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata».” (Lc 19,44). La situazione attuale di questa “prova ardente” (vedere 1 Pietro 4,12) deve essere presa sul serio dal Papa e dai vescovi per portare ad una profonda conversione di tutta la Chiesa. Se ciò non avviene, allora il messaggio della seguente storia di Soren Kierkegaard sarà applicabile anche alla nostra situazione attuale: “Un incendio è scoppiato dietro le quinte di un teatro. Il clown è uscito per avvertire il pubblico, che ha pensato che fosse uno scherzo e ha applaudito. L’ha ripetuto; l’acclamazione è stata ancora maggiore. Credo che così finirà il mondo: con un applauso generale da parte della persona di spirito che crede che sia uno scherzo”.  

 

Eccellenza, qual è il significato profondo di tutto questo?

La situazione della sospensione pubblica della Santa Messa e della Comunione sacramentale è talmente unica e seria che dietro a tutto questo si può scoprire un significato più profondo. Questo evento è arrivato quasi cinquant’anni dopo l’introduzione della Comunione in mano (nel 1969) e una radicale riforma del rito della Messa (nel 1969/1970) con i suoi elementi protestanti (preghiere di offerta) e il suo stile di celebrazione orizzontale e formativo (momenti di libero stile, celebrazione in cerchio chiuso e verso il popolo). La prassi della comunione nella mano durante i passati cinquant’anni ha portato a una dissacrazione involontaria e intenzionale del Corpo Eucaristico di Cristo su una scala senza precedenti. Per oltre cinquant’anni il Corpo di Cristo è stato (per lo più involontariamente) calpestato dai piedi del clero e dei laici nelle chiese cattoliche di tutto il mondo. Anche il furto delle sacre Ostie è aumentato ad un ritmo allarmante. La prassi di fare la Santa Comunione direttamente con le proprie mani e dita assomiglia sempre più al gesto di prendere il cibo comune. In non pochi cattolici la pratica di ricevere la Comunione in mano ha indebolito la fede nella Presenza Reale, nella transustanziazione e nel carattere divino e sublime della sacra Ostia. La presenza eucaristica di Cristo è diventata, nel tempo, inconsciamente per questi fedeli una sorta di pane santo o di simbolo. Ora il Signore è intervenuto e ha privato quasi tutti i fedeli di assistere alla Santa Messa e di ricevere sacramentalmente la Santa Comunione.

Gli innocenti e i colpevoli sopportano insieme questa tribolazione, poiché nel mistero della Chiesa tutti sono uniti come membri: “Se un membro soffre, soffrono tutti insieme” (1 Cor 12, 26). L’attuale cessazione della Santa Messa pubblica e della Comunione pubblica potrebbe essere intesa dal Papa e dai vescovi come un rimprovero divino per gli ultimi cinquant’anni di dissacrazioni e banalizzazioni eucaristiche e, allo stesso tempo, come un appello misericordioso per un’autentica conversione eucaristica di tutta la Chiesa. Che lo Spirito Santo tocchi il cuore del Papa e dei vescovi e li spinga a emanare norme liturgiche concrete affinché il culto eucaristico di tutta la Chiesa sia purificato e orientato nuovamente verso il Signore.

Si potrebbe suggerire che il Papa, insieme ai cardinali e ai vescovi, compia a Roma un atto pubblico di riparazione per i peccati contro la Santa Eucaristia, e per il peccato degli atti di venerazione religiosa alle statue della Pachamama. Terminata l’attuale tribolazione, il Papa dovrebbe emanare norme liturgiche concrete, in cui invita tutta la Chiesa a volgersi di nuovo verso il Signore nella maniera della celebrazione, cioè celebrante e fedeli rivolti nella stessa direzione durante la preghiera eucaristica. Il Papa dovrebbe anche vietare la pratica della Comunione in mano, perché la Chiesa non può continuare impunita a trattare il Santo dei Santi nella piccola Ostia sacra in modo così minimalista e insicuro.

La seguente preghiera di Azariah nella fornace ardente, che ogni sacerdote dice durante il rito dell’Offertorio della Messa, potrebbe ispirare il Papa e i vescovi ad azioni concrete di riparazione e di restaurazione della gloria del sacrificio eucaristico e del Corpo eucaristico del Signore: “Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,

come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto, non coprirci di vergogna. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, secondo la tua grande misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi, da’ gloria al tuo nome, Signore.” (Dan 3,39-43, Septuaginta).

 

Pubblicata con il gentile permesso di The Remnant

 




HOBBES E I DRONI: Homo homini VIRUS est

Polizia e droni

 

 

di Pierluigi Pavone

 

I provvedimenti possibili e discussi in questo giorni dal governo, circa le forti restrizioni sugli spostamenti, fanno riflettere su un aspetto molto delicato ed esistenziale: il patto “contrattuale” tra cittadino e potere sovrano.

Secondo le notizie che tutti noi abbiamo letto, si prevedono – per i trasgressori che non restano in casa, secondo le indicazioni governative – multe di migliaia di euro e il sequestro del mezzo (auto o moto). Non si esclude l’uso di droni per controllare gli spostamenti. Si potrà persino “tracciare” il singolo cittadino risultato positivo al tampone del coronavirus.

 

La domanda è: fino a quale limite un uomo è disposto a sacrificare la sua libertà (cioè un diritto naturale di cui lo Stato non dispone)? Fino a quale limite, ammettere e legittimare un controllo eccezionale volto a proteggere la vita, ma assolutamente restrittivo delle libertà individuali?

Tutti noi – pur stanchi psicologicamente e logisticamente di restare a casa – siamo disposti a non uscire, perché comprendiamo per noi e per gli altri il reale pericolo di contagio.

Ovviamente tutti pensano e sperano che tali disagi siano a breve termine (qualche settimana o qualche mese). E forse proprio dal tempo dipende la disponibilità ad accettare il limite ai nostri diritti individuali, per quanto dichiarati – nel Giusnaturalismo moderno – universali e inalienabili. Nelle moderne democrazie liberali, lo Stato infatti nasce da un presupposto antropologico preciso: gli uomini sono a-sociali; hanno il diritto naturale alla vita, alla libertà, alla proprietà; diventano cittadini affidando al potere politico il diritto di punire eventuali trasgressori delle sicurezze individuali. Affidano (alienano) solo il diritto di farsi giustizia da soli. Mai e poi mai la libertà di autodeterminare se stessi (che il pensiero anglosassone, a dire il vero, riduce al profitto).

Secondo Hobbes, invece, tutti gli uomini sarebbero disposti a rinunciare a ogni prerogativa personale, ad ogni personale diritto naturale, pur di fuggire la morte violenta. Pur di preservare la vita, per istinto di auto-conservazione.

 

Secondo Hobbes il pericolo nasce dalla natura stessa  dell’uomo, perché tutti egoisti e cattivi. L’uomo stesso, volendo parafrase lo stesso Hobbes, è virus dell’altro uomo. Nell’originale c’è “lupus”; e questa frase compare anche in Plauto.

Ad ogni modo, secondo Hobbes, di necessità si impone, razionalmente, la scelta libera di sottomettersi al potere sovrano e accettare ogni forma di diritto solo come diritto positivo, cioè posto dal potere medesimo.

Per Hobbes lo stato di natura, sprovvisto di potere sovrano, coincide con uno stato di guerra: l’uomo che non ha liberamente rinunciato al proprio potere illimitato e anarchico è una minaccia certa per tutti e reciprocamente.

Per noi il contagio, specialmente in alcune zone e città, è ad alto rischio, per la natura stessa del virus. Per Hobbes il conflitto reciproco è una assoluta evidenza, dovuto alla universale pretesa di dominio illimitato su tutto e tutti. Unico freno a questo desiderio unilaterale per sé e contro chiunque è la ragione. Per Hobbes dire ragione significa dire calcolo utilitaristico, senza nessuna categoria morale. Per i giusnaturalisti liberali e democratici, l’uomo utilizza la ragione sia per riconoscere i diritti individuali, sia per riconoscerli a tutti gli altri uomini: la condizione naturale è dunque relativamente pacifica e non necessariamente conflittuale; per Hobbes invece, la ragione ha il solo compito di indicare la contraddizione tra la personale bramosia naturale e il più forte e importante istinto di auto-conservazione.

Da questi presupposti nasce, logicamente e coerentemente la giustificazione di diventare sudditi di un potere assoluto, letteralmente sciolto da qualsiasi vincolo e al di sopra della stessa legge che quel potere pone, “affinché” i cittadini siano protetti gli dagli altri.

 

Qui la nostra riflessione: sopratutto dopo la Seconda Guerra Mondiale – e forse non in modo così oggettivo – siamo stati educati a pensare che un governo di regime sia in totale contraddizione con la democrazia. A ben pensare si capisce che in fondo la visione antropologica di base non è poi così differente. Per Hobbes gli uomini sono certamente cattivi e nemici, per i liberali gli uomini sono probabilmente ragionevoli estranei (versione leggermente più ottimistica quindi) e il mercato è più che sufficiente per mediare gli interessi individuali.

Non solo. In queste nostre circostanze eccezionali, la democrazia stessa sembra assumere un controllo poliziesco sulla vita privata e pubblica “da regime”. I cittadini lo accettano perché c’è in gioco la vita, come se a patto della vita, siano tutti, ovviamente, disposti ad alienare – a tempo indefinito – il diritto naturale alla libertà. Il governo legittima le proprie decisioni per le stesse ragioni.

Naturalmente nessuno pensa che l’uomo sia “lupo” dell’altro uomo. Il problema non è l’uomo di natura, ma l’uomo con la natura corrotta dal coronavirus. Non si tratta di tutti a prescindere, come in Hobbes, ma solo di alcuni e in generale per prevenzione e prudenza. Tuttavia, sembra che la legittimazione popolare del potere stia sempre più ammettendo – almeno  implicitamente – una giustificazione assolutista.

Con buona pace della democrazia, se alla fine bisogna pur tutelare la propria auto-conservazione, come il migliore dei beni.

 

Ps.: occuparsi anche della propria vita, in termini di anima e Giudizio è un’altra questione… Forse.

 

 




Date a Cesare quel che è di Cesare: il retroterra cristiano dei migliori ospedali cinesi

Scavando nella storia della sanità cinese, si scopre che la Cina deve molto ai missionari cristiani che nel diciannovesimo secolo hanno fondato quelli che sono oggi i migliori ospedali cinesi, a cominciare dal Wuhan Central Hospital.

Ecco un articolo di William Huang, pubblicato su Mercatornet, e che vi proponiamo nella traduzione di Stefania Marasco.

 

Medici cinesi

 

Ora che ha messo sotto controllo la propria epidemia di coronavirus, il governo comunista cinese è passato a ciò che fa meglio: cambiare la narrazione, pompare la propaganda e ingannare le masse.

I media statali ora vantano che i team medici provenienti dai migliori ospedali di tutto il paese sono venuti a Wuhan e hanno orchestrato un’imponente inversione di tendenza. Con titoli quasi allegri nel People’s Daily che riporta che i casi fuori dalla Cina hanno ormai superato i casi all’interno della Cina e che la Cina è pronta a inviare i suoi medici per salvare il resto del mondo, credo che sia necessario ricordare al popolo cinese, me stesso incluso, di una parte dimenticata da tempo della storia cinese – la storia di coloro che hanno portato la medicina moderna salvavita in Cina e perché tutti noi dobbiamo loro gratitudine in questa epoca di pandemia.

Nel febbraio 2020, al culmine della sofferenza per Wuhan, l’ospedale in cui lavorava il “whistleblower” (l’informatore di nascosto ovvero colui che fa notare qualcosa che non va, ndr) Dr. Li Wenliang era spesso al centro dell’attenzione di molti media internazionali.

Tuttavia, solo un giornalista ha notato che di fronte all’ospedale si trova la statua solitaria di un uomo di nome Eustachio Zanoli, il fondatore del nosocomio precedente quello che oggi è noto come Wuhan Central Hospital.

Come riportato da Chris Buckley del New York Times nei suoi tweet, ciò riflette parte del passato coloniale di Wuhan, quando la città era conosciuta come la Chicago dell’Est. Concessioni furono cedute alle potenze occidentali nel vivace porto interno di Hankow, e gli occidentali si riversarono in città per stabilire relazioni commerciali, esplorare la Cina e competere tra loro per un guadagno commerciale tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Tuttavia, la storia di Eustachio Zanoli e del Wuhan Central Hospital fa parte di una storia molto più grande – la grande era missionaria della Cina.

Dopo le guerre dell’oppio, quando la Cina imperiale fu costretta ad aprirsi alle potenze occidentali desiderose di una fetta dell’enorme mercato cinese, arrivò anche un gruppo di persone con intenzioni radicalmente diverse.

Queste persone erano missionari occidentali, sia protestanti che cattolici, che videro l’apertura come un’occasione d’oro per venire in Cina, predicare il Vangelo e convertire l’Oriente a Cristo.

Il vescovo Zanoli era uno di questi. Francescano italiano, arrivò nella provincia di Hubei nel 1856. Cinque anni dopo divenne Vicario Apostolico di Hubei. Come missionario con in mente una precisa strategia, si avvalse dei termini favorevoli stabiliti nel Trattato di Pechino del 1860 tra potenze occidentali e Cina imperiale per acquisire un grande appezzamento di terra a Hankow e costruire la più grande chiesa del Vicariato di Hubei nella Concessione britannica, la Cattedrale di San Giuseppe di Hankow, che fu completata nel 1876.

Adiacente alla chiesa, Zanoli costruì il primo ospedale cattolico a Wuhan nel 1880 e invitò le Figlie della Carità Canossiane italiane ad andare a gestire l’ospedale. Per decenni, è stato gestito dalla Chiesa cattolica. Quando il governo comunista lo prese nel 1955, divenne noto come il secondo ospedale di Wuhan.

Alla fine, nel 1999, il Secondo Ospedale si divise per formare l’Ospedale Centrale di Wuhan. Fu lì che il Dr. Li Wenliang scoprì pazienti con grave polmonite e divenne uno dei primi a mettere in guardia il mondo riguardo all’epidemia.

Ma i cattolici non furono i soli a lasciare un’eredità medica in Cina. In effetti, il primo ospedale cinese in senso moderno è stato fondato dal missionario medico americano Peter Parker. Il Canton Hospital, fondato in quella che oggi è conosciuta come Guangzhou nel 1835, divenne uno dei migliori istituti oftalmici del mondo e rimane tuttora l’istituto oftalmico più famoso della Cina.

I missionari erano spesso contrariati dalla mancanza di adeguate cure mediche per la maggior parte della popolazione cinese. I protestanti formarono la Medical Missionary Society in Cina nel 1838. Alla fine del XIX secolo, la Cina era la principale destinazione di medici missionari al mondo. C’erano più di cento ospedali gestiti da missionari e hanno curato milioni di pazienti.

Per i successivi cento anni dopo il dott. Peter Parker, i missionari occidentali fondarono i primi ospedali moderni, scuole di medicina, università, asili nido, orfanotrofi ed ospedali psichiatrici in tutta la Cina. Quando il governo cinese inviò la sua squadra di élite medica a Wuhan per reprimere l’epidemia, forse solo i medici più anziani si resero conto che erano stati tutti istruiti nelle scuole mediche fondate dai missionari del 19 ° secolo. In effetti, tutti quanti a partire dal dott. Sun Yat-sen, fondatore della prima Repubblica in Asia che ha rovesciato l’ultima dinastia imperiale della Cina, al padre dell’attuale maggiore epidemiologo cinese Zhong Nanshan, sono stati educati dai missionari. Il dottor Sun si è persino esercitato al Canton Hospital prima di scoprire la politica.

È anche molto interessante che i migliori ospedali e scuole di medicina del paese siano Xiehe a nord, Xiangya a sud, Qilu a est e Huaxi a ovest, tutti furono fondati, finanziati e gestiti da missionari protestanti e dalle loro chiese. Tutto ciò finì, ovviamente, con la presa di possesso comunista nel 1949. I media statali cinesi spesso pubblicizzano esperti e medici educati in queste istituzioni come eroi nella lotta contro il coronavirus, ma dimentica convenientemente di menzionare la loro eredità cristiana.

“Xiehe”, o Peking Union Hospital and Medical College, è stato fondato nel 1906 dalla London Missionary Society insieme ad altre cinque chiese di Pechino. Xiangya a Changsha, nella provincia di Hunan, a sud, è stata fondata dalla Missione di Yale in Cina, missionari dell’Università di Yale che si sono sentiti spinti dalla sanguinosa ribellione anticristiana dei boxer a venire in Cina per evangelizzare.

Qilu, una volta conosciuta come Università di Cheeloo, fu fondata da missionari americani e britannici che si riunirono nel 1909 per unire le rispettive facoltà cristiane per formare una università cristiana nella provincia orientale di Shandong, con la scuola di medicina che divenne popolare negli anni successivi.

Ultimo ma non meno importante, l’Huaxi Hospital and Medical School di Chengdu, il miglior ospedale della Cina sudoccidentale, è l’eredità lasciata dai due ospedali istituiti dalla Missionary Society of the Methodist Church in Canada e dalla Methodist Episcopal Church nel 1892.

C’è un altro legame significativo tra l’epidemia di Wuhan e i missionari occidentali nel 1800. Il Wuhan Union Hospital, che è uno dei più rinomati e grandi della Cina centrale, è stato uno dei primi ospedali colpiti dall’epidemia ed i suoi medici hanno combattuto giorno e notte per mantenere in vita i pazienti, spesso senza un’adeguata protezione a causa dell’incompetenza iniziale del governo. Quell’ospedale fu fondato da uno dei più noti missionari protestanti di tutti i tempi, Griffith John della London Missionary Society, che fu un pioniere nel tradurre la Bibbia in cinese.

Eustachio Zanoli e Griffith John arrivarono in Cina ad un anno di distanza l’uno dall’altro. Probabilmente non si sono mai incontrati a causa delle loro differenze religiose, ma entrambi hanno lasciato un segno indelebile a Wuhan. Zanoli morì a Wuhan nel 1883; Griffith John lasciò la città nel 1911 in mezzo a sconvolgimenti rivoluzionari, ma sentì sempre una profonda connessione con Wuhan.

Perché è rilevante? Bene, è incredibilmente ridicolo che niente di questa storia importante venga insegnato in Cina. Questi missionari hanno dedicato le loro vite alla Cina e al benessere spirituale e fisico del popolo cinese. Non erano avidi colonialisti che vendettero oppio e rubarono le ricchezze della Cina. In realtà, si opposero con veemenza a tali pratiche vili e iniziarono campagne contro il fumo di oppio ed usanze arretrate come il legare i piedi.

Uomini e donne come Griffith John, Eustachio Zanoli, Peter Parker e molti altri meritano di essere citati nei libri di storia cinesi e commemorati dal popolo cinese.

Invece, nelle storie ufficiali i missionari sono descritti come complici del colonialismo, agenti dell’imperialismo ed invasori stranieri. Il loro contributo alla medicina moderna e all’assistenza sanitaria è totalmente minimizzato. Questo è un esempio lampante di come ai bambini cinesi venga continuamente insegnata una versione manipolata della storia e come siano alimentati a cucchiaiate di una miscela tossica di comunismo e nazionalismo, progettati per incitare l’ostilità verso il cristianesimo e l’Occidente fin dalla prima infanzia.

La macchina della propaganda continua a pompare il dramma della cospirazione e si rallegra delle sofferenze dell’Occidente. Dobbiamo ricordare loro i missionari che hanno gettato le basi per una moderna infrastruttura medica ed educativa che ha salvato migliaia e migliaia di vite. Meritano un posto d’onore nella storia della Cina.

Non tutte le cose e le persone arrivate in Cina dopo la guerra dell’oppio del 1840 sono malvagie. In effetti, insieme ai missionari, arrivarono le prime università, scuole, ospedali, case per anziani e orfanotrofi cinesi. Si può arrivare al punto di dire che l’unica deplorevole importazione dall’Occidente in Cina è stata l’ideologia del marxismo-leninismo, i cui frutti sono ormai percepiti in tutto il mondo.

 

William Huang è un appassionato ricercatore che di occupa della crisi demografica in Cina e nell’Asia orientale. Suo scopo è anche quello di alzare la voce in difesa della santità della vita ovunque e ogni volta che può.

 




Positivo al test del coronavirus officiale della Segreteria di Stato residente a Casa Santa Marta

Il portavoce della Sala Stampa della Santa Sede Matteo Bruni ha rilasciato un comunicato che conferma la notizia che una persona è risultata positiva ieri al test del coronavirus nella Casa Santa Marta. Il numero totale di persone che hanno contratto il virus in Vaticano è ora pari a 6.

 

Sala Stampa Vaticana simbolo

 

 

 

Dal comunicato della Sata Stampa Vaticana:

Nei giorni scorsi, nell’ambito dei controlli effettuati dalla Direzione Sanità Igiene dello Stato della Città del Vaticano in ottemperanza alle direttive sulla emergenza corona virus, è stata individuata un’altra positività al Covid-19: si tratta di un officiale della Segreteria di Stato residente a Santa Marta che, presentando alcuni sintomi, era stato successivamente messo in isolamento fiduciario. Al momento le sue condizioni di salute non presentano particolari criticità, ma in via cautelativa la persona è stata ricoverata in un ospedale romano sotto osservazione, in stretto contatto con le autorità della Direzione Sanità e Igiene.

A seguito del riscontro positivo sono state prese misure secondo i protocolli sanitari previsti, sia relativamente alla sanificazione degli ambienti, al luogo di lavoro e di residenza dell’interessato, sia rispetto alla ricostruzione dei contatti avuti nei giorni precedenti al riscontro. Le autorità sanitarie hanno effettuato test sulle persone a più stretto contatto con la positività individuata. I risultati hanno confermato l’assenza di altri casi positivi tra quanti risiedono a Casa Santa Marta, e una ulteriore positività tra i dipendenti della Santa Sede a più stretto contatto con l’officiale.

In via precauzionale, visto questo ulteriore riscontro, sono stati adottati opportuni provvedimenti di sanificazione e sono stati effettuati nuovi test, in totale con i precedenti oltre 170, sui dipendenti della Santa Sede e i residenti della Domus. Questi ultimi test hanno dato tutti esito negativo.

Le persone affette da Covid-19 tra dipendenti della Santa Sede e cittadini dello Stato della Città del Vaticano sono, dunque, attualmente 6.

Posso confermare che non sono coinvolti né il Santo Padre, né i suoi più stretti collaboratori.

 




Un vescovo prima delega le infermiere ad amministrare il Sacramento della Unzione degli infermi, poi ci ripensa

Olio santo

 

 

di Sabino Paciolla

 

Come riporta il Catholic News Agency (CNA) in alcuni articoli (ad esempio qui), una diocesi del Massachusetts ha autorizzato in un primo momento una modifica alle norme che la Chiesa universale prevede per il Sacramento dell’Unzione dei malati, permettendo ad un’infermiera, piuttosto che ad un sacerdote, di espletare fisicamente l’unzione, che è parte essenziale del Sacramento.

“Con effetto immediato permetto ai cappellani dell’ospedale cattolico assegnato, in piedi fuori dalla stanza di un paziente o lontano dal suo letto, di ungere un bastoncino di cotone con l’Olio Santo e poi di permettere a un’infermiera di entrare nella stanza del paziente e di somministrare l’olio. Se il paziente è sveglio, le preghiere possono essere fatte per telefono”, ha detto ai sacerdoti il vescovo Mitchell Rozanski di Springfield con una e-mail del 25 marzo.

La motivazione di questa decisione sembra essere legata agli aspetti tecnico-sanitari e alle difficoltà determinate dal contagio da coronavirus. 

“Gli ospedali hanno la necessità di controllare l’accesso al letto dei pazienti in modo da ridurre la trasmissione del COVID-19 e conservare una quantità molto limitata di maschere e di altri dispositivi di protezione personale (DPI)”, ha spiegato Rozanski, osservando che la politica è stata elaborata in consultazione con “i servizi pastorali presso i centri medici del Mercy Medical e del Baystate Medical”.

Il Mercy Medical Center è un ospedale cattolico e fa parte del Trinity Health, un sistema sanitario cattolico.

Ma la Chiesa insegna che solo un sacerdote può validamente eseguire il Sacramento.

Un portavoce della diocesi di Springfield ha detto al CNA il 27 marzo che il permesso riflette la politica diocesana “per ora”. Il portavoce ha detto che la politica è stata proposta dal sistema sanitario del Trinity, ed è stata proposta anche ad altre diocesi.

Il Trinity Health non ha risposto alle domande di CNA. 

Secondo l’insegnamento della Chiesa, «Con la sacra Unzione degli infermi e la preghiera dei presbiteri, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato, perché alleggerisca le loro pene e li salvi, anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e alla morte di Cristo, per contribuire così al bene del popolo di Dio»

“Il Signore risorto rinnova questo invio (« Nel mio nome […] imporranno le mani ai malati e questi guariranno »: Mc 16,17-18) e lo conferma per mezzo dei segni che la Chiesa compie invocando il suo nome. Questi segni manifestano in modo speciale che Gesù è veramente «Dio che salva ». (CCC 1507)

Soltanto i sacerdoti (Vescovi e presbiteri) sono i ministri dell’Unzione degli infermi” (CCC 1516). “Come tutti i sacramenti, l’Unzione degli infermi è una celebrazione liturgica e comunitaria, sia che abbia luogo in famiglia, all’ospedale o in chiesa, per un solo malato o per un gruppo di infermi (CCC 1517). “La celebrazione del Sacramento comprende principalmente i seguenti elementi: «i presbiteri della Chiesa » impongono – in silenzio – le mani ai malati; pregano sui malati nella fede della Chiesa: è l’epiclesi propria di questo Sacramento; quindi fanno l’Unzione con l’olio, benedetto, possibilmente, dal Vescovo” (CCC 1519). (Enfasi mia)

“Il ministro compia le unzioni con la propria mano, salvo che una grave ragione non suggerisca l’uso di uno strumento.” secondo il canone 1000 §2 del Codice di Diritto Canonico.

Il card. Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel 2005, in risposta ad un quesito pastorale riguardante l’Unzione degli infermi in regioni che sperimentavano una carenza di sacerdoti, e quindi una difficile amministrazione tempestiva del Sacramento che prospettava l’ipotesi che fossero diaconi permanenti e anche laici qualificati ad essere deputati Ministri del Sacramento, precisò preliminarmente che “la Chiesa, sotto l’azione dello Spirito Santo, ha individuato nel corso dei secoli gli elementi essenziali del Sacramento dell’Unzione degli Infermi, che il Concilio di Trento (Sess. XIV, capp. 1-3, cann. 1-4:  DS 1695-1700, 1716-1719) propone in forma sistematica: a) soggetto: il fedele gravemente ammalato; b) ministro: ‘omnis et solus sacerdos’; c) materia: l’Unzione con l’olio benedetto; d) forma: la preghiera del ministro; e) effetti: grazia salvifica, perdono dei peccati, sollievo dell’infermo”.  

Dopo questa precisazione la Congregazione stabilì:

“La dottrina secondo cui il ministro del Sacramento dell’Unzione degli Infermi ‘est omnis et solus sacerdos’ gode di tale grado di certezza teologica che deve essere qualificata come dottrina definitive tenenda’. Il Sacramento è invalido se un diacono o un laico tenta di amministrarlo. Tale azione costituirebbe un delitto di simulazione nell’amministrazione del Sacramento, punibile a norma del can. 1379 CIC (cfr can. 1443 CCEO)”. (enfasi mia)

Un’ora dopo la pubblicazione della decisione come sopra illustrata, la Diocesi di Springfield ha informato la CNA di aver revocato il permesso alle infermiere di condurre l’Unzione fisica durante la celebrazione dell’Unzione dei malati. La diocesi ha rifiutato di commentare questa ulteriore decisione che annullava la precedente.

Infatti, Rozanski ha inviato una ulteriore e-mail ai sacerdoti di Springfield venerdì pomeriggio spiegando che “Dopo ulteriori discussioni e revisioni, annullo la mia precedente direttiva e sospendo temporaneamente l’Unzione dei malati in tutti i casi”. 

La diocesi di Springfield non ha risposto alle domande sulla durata prevista della sospensione temporanea di Rozanski.

Coincidenza vuole che l’annuncio di marcia indietro di venerdì da parte del vescovo sia arrivato mentre il presidente della commissione per la liturgia della conferenza episcopale degli Stati Uniti ha emesso un promemoria per i vescovi degli Stati Uniti, informandoli che “per quanto riguarda l’unzione degli infermi, non è possibile che l’unzione con l’olio sia delegata a qualcun altro, come un’infermiera o un medico”. Quel promemoria è sembrato confutare la licenza che si era presa Rozanski il 25 marzo..

 




La crassa insensibilità degli argomenti degli editorialisti del New York Times è stupefacente

Feto di 12 settimane nel grembo materno

Feto di 12 settimane nel grembo materno

 

di Sabino Paciolla

 

Appena qualche giorno fa, causa la crisi da coronavirus, il governo del Regno Unito aveva autorizzato temporaneamente la possibilità di effettuare aborti a casa. Le proteste sono subito montate subito tanto che il giorno dopo il governo di Boris Johnson ha dovuto fare marcia indietro. Il comunicato del governo è scomparso dal sito e un portavoce del Dipartimento della Salute e dell’Assistenza Sociale ha detto al giornale The Independent che “Questo è stato pubblicato per errore. Non ci saranno modifiche alle norme sull’aborto”.

Evidentemente questo fatto deve aver molto colpito e impensierito la crème culturale, o sedicente tale, dell’importante giornale progressista statunitense The New York Times tanto da indurli a pubblicare un editoriale a nome niente di meno che dell’Editorial Board. Questo è formato da un gruppo di stimati giornalisti opinionisti esperti in vari settori. Come dire, il meglio del meglio dell’autorevole giornale statunitense.

Questi opinionisti sono preoccupati delle morti che arriveranno (speriamo di no) a causa del coronavirus? Noooooo!!!!! Sentite di cosa sono preoccupati e come esprimono questa preoccupazione.

 

Scrivono in questo loro editoriale

 

“Non è una novità per i politici anti-aborto cogliere ogni scusa per cercare di limitare l’autonomia del corpo delle donne, ma viene toccato un nuovo minimo [quando si cerca di] sfruttare una pandemia che è già costata centinaia di vite americane, e ne minaccia molte altre migliaia.

Nei giorni scorsi, i leader di diversi stati – tra cui Texas, Ohio e Louisiana – hanno spinto a chiudere le cliniche per l’aborto o a limitare gravemente l’accesso, sostenendo che l’aborto è una procedura non essenziale che dovrebbe essere ritardata.

La parte ‘non essenziale’ è una sciocchezza evidente e il ritardo un tentativo trasparente di mettere l’aborto fuori dalla portata di chi ne ha bisogno. Come hanno notato diversi importanti gruppi di assistenza sanitaria in una dichiarazione congiunta la scorsa settimana: ‘L’aborto è una componente essenziale dell’assistenza sanitaria globale. È anche un servizio sensibile al tempo per il quale un ritardo di diverse settimane, o in alcuni casi di giorni, può aumentare i rischi o potenzialmente renderlo completamente inaccessibile. Le conseguenze dell’impossibilità di ottenere un aborto hanno un profondo impatto sulla vita, la salute e il benessere di una persona’.

Questi leader dello Stato sanno che una volta che una clinica per aborti chiude per un periodo significativo, diventa difficile riaprire.” (…) 

A questo punto, ecco la soluzione che è simile a quella che il governo del Regno Unito stava per prendere: 

“Ma questi sforzi sottolineano un problema reale per le persone che cercano assistenza sanitaria riproduttiva nel mezzo di questa crisi: Molte più cure devono poter essere prestate da casa.

Gli esperti dicono che la maggior parte dei pazienti che cercano il controllo delle nascite e anche gli aborti eseguiti con i farmaci possono farlo in modo sicuro senza doversi recare in una struttura sanitaria. Ma ci sono ostacoli politici e normativi che devono essere superati per rendere possibile un accesso diffuso all’assistenza sanitaria riproduttiva a casa”.

Come noto, la pandemia costringe le famiglie a stare chiusi in casa, e questo potrebbe essere anche un’occasione di maggiore intimità, e di …. Infatti, i nostri opinionisti continuano: 

“Nelle prossime settimane, le gravidanze indesiderate potrebbero aumentare a causa di persone bloccate nelle loro case, potenzialmente senza un accesso costante al controllo delle nascite. Tra coloro che sceglieranno di abortire – in America ci sono stati circa 860.000 aborti nel 2017 – un numero crescente di persone potrebbe non essere in grado di ottenere questi servizi, sia a causa dei pericoli del viaggio (sia per i pazienti che per chi pratica l’aborto), sia per la crescente incapacità di permettersi la procedura o per la necessità di prendersi cura dei bambini e degli altri membri della famiglia che sono costretti a casa”.

Avete notato con quanta nonchalance questa élite culturale parla di 860.000 aborti, cioè di quasi un milione di vite umane soppresse? 

“La posta in gioco di qualsiasi interruzione dell’assistenza sanitaria riproduttiva è sempre alta, soprattutto durante una crisi. La mancanza di un tempestivo accesso all’aborto, in particolare, minaccia la salute e la stabilità economica delle donne e delle famiglie in un momento in cui così tante persone stanno perdendo il loro reddito e la loro assicurazione sanitaria.

Ma non ci deve essere un’interruzione. Ci sono misure che gli Stati e il governo federale possono prendere ora per garantire che le donne ricevano le cure di cui hanno bisogno. Qui ce ne sono alcuni.”

Come si vede, gridano che non ci deve essere una interruzione della pratica abortiva. E che si fa? Semplice, si rendono disponibili per posta le pillole per l’aborto. Per posta!!!!

“Gli aborti farmacologici, approvati dalla Food and Drug Administration (o FDA, è l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, ndr) fino a 10 settimane di gravidanza, sono già popolari e rappresentano circa il 40% di tutti gli aborti [fatti] oggi nel paese. Questo numero sarebbe molto probabilmente ancora più alto se non fosse per un regolamento F.D.A. vecchio di un anno sul mifepristone – il primo dei due farmaci che vengono presi durante un aborto farmacologico – che richiede ai pazienti di ottenere il farmaco in una clinica o in un ospedale dopo che è prescritto da una persona abilitata. (I pazienti vengono poi inviati a casa con una dose di misoprostolo, che inizia il processo di sanguinamento attivo).

La F.D.A. dice che il regolamento, noto come REMS (risk evaluation and mitigation strategy), è necessario “per garantire che i benefici del farmaco superino i suoi rischi”. (…)

Data la pandemia di coronavirus, spetta all’F.D.A. allentare la regolamentazione del mifepristone, almeno temporaneamente. (…)

Purtroppo, 18 stati vietano efficacemente la cura dell’aborto tramite la telemedicina – misure che dovrebbero essere revocate, almeno per il momento.”

Certo è impressionante con quanta insensibilità queste persone, questi opinion maker, si occupino di pratiche che portano allo soppressione di centinaia di migliaia di vite umane, parlando astrattamente di diritti, di “autonomia del corpo della donna”, di “salute riproduttiva” quando di riproduttivo non vi è un bel nulla, visto che è proprio il “frutto” della riproduzione, cioè l’essere umano, che viene fatto fuori.  

E la cosa è ancora più impressionante perché quello che sta accadendo in Italia ed altrove, le morti ed i drammi, non sta insegnando nulla. Ma proprio nulla. 

Ieri sera in tanti abbiamo pregato in maniera accorata con Papa Francesco il Signore perché allontani da noi questa terribile “pestilenza” del coronavirus. Abbiamo pregato che sia il più possibile allontanato da noi lo spettro della morte, che riguarda tutti, nessuno escluso, in particolare coloro che hanno una certa età.

Eppure, tutti questi padri, figli, nonni che ci vengono portati via dal coronavirus dovrebbero far riflettere sul senso della vita, su cosa si intenda per essere umano, su quale mistero si celi dietro e dentro il corpo di una persona. E invece, niente. Dinanzi a tanta morte, dinanzi a tanti lutti avvenuti ed a venire, questi signori di cosa si preoccupano? di apportare, anzi, di garantire ulteriore morte.

 

Ecco la risonanza magnetica più dettagliata di un bambino non ancora nato.

A sole 20 settimane, si muove, gira la testa e scalcia.

Si vede anche il suo cuore che batte.

La vita umana è un miracolo.

 

 




Il testo integrale dell’omelia del Papa in tempo di epidemia

Riportiamo le parole pronunciate da Papa Francesco durante il momento di preghiera straordinario sul sagrato di Piazza San Pietro per la fine della pandemia da coronavirus (fonte Vatican News).

 

Preghiera Papa Francesco piazza San Pietro 27 03 2020

Preghiera Papa Francesco piazza San Pietro 27 03 2020

 

Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata da Papa Francesco al momento di preghiera straordinario in tempo di epidemia:

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre      piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

Video integrale del momento di preghiera

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«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

 




L’Italia presta 50 milioni di euro alla Tunisia per sostenere le imprese tunisine nell’emergenza coronavirus

Ambasciata Itlaiana a Tunisi screenshot Facebook

 

di Sabino Paciolla

 

L’Italia ha prestato 50 mln di euro alla Tunisia per sostenere le imprese tunisine. I fondi potranno essere utilizzati per rispondere all’impatto socioeconomico del coronavirus in Tunisia, supportando le misure messe in campo dal Governo tunisino. Fonti di stampa riportano che la notizia è stata resa pubblica sia sulla pagina Facebook dell’ambasciata italiana in Tunisia sia su quella dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo. Il versamento è avvenuto tramite la Cassa Depositi e Prestiti.

Questa notizia era stata anticipata dall’agenzia Reuters due giorni fa quando ha battuto: “L’Italia sta prestando alla Tunisia 50 milioni di euro per aiutarla ad affrontare il coronavirus, riferisce una fonte della presidenza tunisina e una fonte della banca centrale tunisina.”

Successivamente la notizia è scomparsa dalla pagina Facebook dell’ambasciata italiana in Tunisia. Ma alcuni utenti, indignati, hanno fatto uno screeshot del post e lo hanno inviato ai giornali. Quello che vedete è ripreso da Il Giornale.

Molti si sarebbero aspettati che i fondi andassero a sostenere le imprese italiane in Tunisia. Invece no, i fondi vanno a sostenere le imprese tunisine in questo frangente di crisi da coronavirus.

 

 




Video integrale della Catechesi: Adora il Signore Dio tuo, non la “madre terra”, solo Lui è padre di SER Card. R. Burke e Mons. N. Bux del 25.03.2020

La chiave di volta del discorso sull’uomo è il confine della sua libertà, da cercare non solo nell’ambito della fede – non avrai altro Dio fuori di me – ma nel cuore e nelle leggi immutabili del diritto naturale.”

 

Il Cardinale Raymond Burke e Monsignor Nicola Bux si confrontano su questi tempi di pandemia e altre afflizioni e su cosa Dio ci voglia comunicare permettendo questa sofferenza. 

Il messaggio ultimo che Nostro Signore ci invia è un profondo richiamo alla Conversione a Lui. Il Signore non imprime direttamente queste sofferenze, però Lui utilizza questa sofferenza per ispirarci a tornare a Lui e trovare la direzione per le nostre vite.

Talvolta in queste tragedie l’uomo si chiede “dove è Dio?”. Non dobbiamo chiederci tanto dove è Dio ma dove siamo noi? Talvolta noi ci avviciniamo a Lui solo in momenti di tragedia e grande crisi. Torniamo a Lui, di fronte al Tabernacolo, all’Ostia Sacra, sapremo che Dio è tra di noi, anche in questa situazione. Il Signore è sempre presente, ce lo ha promesso, “sarò con voi fino alla fine”.

Ecco il video.

 

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