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Gli esperti dello “Zero COVID” stanno mettendo a rischio la nostra società e il futuro dei nostri nipoti

“Eppure, come dimostrano le proteste sempre più frequenti, da Sydney a Parigi, le politiche sanitarie autoritarie hanno seminato discordia sociale e politica. Le generazioni future erediteranno una società meno libera e più amareggiata, in cui lo stato di vaccinazione, l’atteggiamento nei confronti del mascheramento obbligatorio e dei lockdowns dividono le persone tanto quanto classe e razza hanno fatto prima.”

Un articolo di Adam Creighton pubblicato su American Institute for Economic Research. Lo propongo ai lettori di questo blog nella mia traduzione. 

 

 

bambini per mano in estate
bambini per mano in estate

 

La necessità di agire sul cambiamento climatico è l’imperativo morale fondamentale della nostra epoca, animata dall’idea che i nostri sacrifici oggi salveranno il pianeta in futuro. Sì, i costi energetici possono essere più alti e alcune persone perderanno il lavoro, ma ne vale la pena per i nipoti.

Curiosamente, ai nipoti non è stato dato molto peso nella nostra risposta al Covid-19. La nostra generazione ha imposto costi straordinari alle generazioni future nel vano tentativo di salvare vite da una malattia letale per pochi.

“La grande maggioranza delle persone… anche di 80 anni… sopravviverà”, ha detto il principale consigliere scientifico britannico Chris Whitty nel marzo dello scorso anno, prima che la psicosi collettiva prendesse piede. “Anche nei gruppi più vulnerabili e più anziani, in un servizio sanitario molto stressato… la grande maggioranza delle persone che contraggono il virus – e non tutti – sopravvivranno”, ha detto a una commissione parlamentare, dopo aver analizzato i dati provenienti da Cina e Italia. 

Questo era vero allora ed è vero adesso. Il Covid-19 non è mai stato una minaccia esistenziale. Dopo 18 mesi circa quattro milioni di persone sono morte di o con Covid – la maggior parte di età avanzata a parte alcune tragiche eccezioni – in un mondo con una popolazione in rapida crescita di quasi otto miliardi di persone. Sessanta milioni di persone muoiono ogni anno.

Ma ci siamo comportati come è stato, accumulando migliaia di miliardi di debiti extra e distruggendo le norme della democrazia liberale che potrebbero non tornare rapidamente, se non mai. L’idea che Sydney sarebbe stata chiusa nel settembre 2021 o che i pediatri americani avrebbero insistito che chiunque avesse più di due anni indossasse una maschera all’esterno, a chiunque vivesse nel febbraio dello scorso anno sarebbe sembrata ridicola. Eppure entrambe, a quanto pare, sono vere. Su questa tendenza, mettere a tacere diversi pareri scientifici o imporre dispositivi di localizzazione individuali, il tutto in nome del “salvare vite”, non può più essere considerato inverosimile.

Alla fine del 2019 i documenti di bilancio federali prevedono un debito netto di 361 miliardi di dollari entro giugno 2023. Gli ultimi documenti di bilancio prevedono 835 miliardi di dollari per lo stesso periodo, che salgono a 980 miliardi di dollari entro la metà del 2025. In altre parole, si prevede che entro il 2030 l’onere del debito lordo del governo supererà il 51 per cento del PIL, rispetto al 15 per cento previsto nel 2019, secondo il Rapporto intergenerazionale pubblicato il mese scorso.

Entro il 2060, si prevede che i pagamenti degli interessi sul debito federale raddoppieranno come quota dell’economia, se i tassi di interesse inizieranno a tornare a livelli più normali. Un pianeta più caldo non sarà l’unico fardello che lasceremo ai nipoti. Le tasse future dovranno essere più alte e le spese per altri beni e servizi inferiori, proporzionalmente, di quanto sarebbero state altrimenti. Avremo meno risorse da investire nella ricerca sul cancro e sulla demenza, ad esempio minacce molto maggiori per il benessere rispetto al Covid-19.

“La pandemia di Covid-19 e le relative misure di contenimento, tuttavia, hanno profondamente colpito la società e l’economia australiane e probabilmente modelleranno il futuro in modi che non sono ancora evidenti”, afferma il Rapporto intergenerazionale.

Chi avrebbe previsto, ad esempio, un’ondata  di bambini ricoverati in ospedale in Nuova Zelanda per un “debito di immunità” potenzialmente causato dalla politica di chiusura delle frontiere del governo?

In una compagnia educata bisogna sempre incolpare la pandemia degli enormi costi della lotta contro il Covid-19, eppure gran parte del costo è stata una scelta deliberata. Chiudere scuole e aziende erano tutte scelte. E molti di noi si sono innamorati dei media sensazionalistici che hanno creato l’impressione che fossimo tutti condannati. Il Covid ha sostituito Donald Trump come il grande generatore di clic.

I difensori di “Zero Covid” affermano che le economie non possono prosperare a meno che il Covid non venga debellato, trascurando che gli Stati Uniti, presumibilmente devastati dalla malattia, sono l’unica economia che si prevede essere più grande quest’anno di quanto previsto nel 2019.

Celebrano anche gli alti tassi di crescita del PIL quando le restrizioni saranno revocate, come se la loro rimozione in qualche modo invertisse lo straordinario accumulo di debito.

Eppure, come dimostrano le proteste sempre più frequenti, da Sydney a Parigi, le politiche sanitarie autoritarie hanno seminato discordia sociale e politica. Le generazioni future erediteranno una società meno libera e più amareggiata, in cui lo stato di vaccinazione, l’atteggiamento nei confronti del mascheramento obbligatorio e dei lockdowns dividono le persone tanto quanto classe e razza hanno fatto prima.

Nessuno di questi costi rientra in nessuno dei modelli utilizzati dagli esperti per sostenere il perseguimento di zero Covid. Nei loro modelli, gli esseri umani sono droni incapaci di fare le proprie valutazioni del rischio, ma fortunati ad essere governati da leader saggi e altruisti con accesso a denaro illimitato della banca centrale.

I manifestanti a Sydney lo scorso fine settimana sono stati condannati come egoisti. Ma prendere precauzioni di base e vivere con un minuscolo aumento del rischio personale può essere la posizione più altruista.

Usare il potere coercitivo dello stato per costringere gli altri a comportarsi contro la loro volontà per mesi, con un enorme costo finale per i futuri contribuenti, potrebbe essere più egoistico.

Entro settembre, Sydney e Melbourne saranno chiuse per più di tre e cinque mesi in un periodo di 18 mesi. Queste non sono restrizioni temporanee. Come per il cambiamento climatico, coloro che chiedono le azioni più dure sono in genere immuni dai costi o addirittura ne beneficiano.

Ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbe portare a un pianeta migliore, ma fermare a tutti i costi le morti per Covid-19 ci renderà solo più poveri in futuro.

Nessuna razionale analisi costi-benefici potrebbe giustificare quanto accaduto negli ultimi 18 mesi, motivo per cui nessuna è stata rilasciata da alcun governo.

Forse questa non è una sorpresa. Il filosofo illuminista scozzese David Hume una volta scrisse: “La ragione è e dovrebbe essere solo schiava delle passioni”. La ragione e il pensiero critico e indipendente sono sicuramente passati in secondo piano rispetto alla paura negli ultimi mesi.

Dovremmo imparare da questo episodio, però. Emergeranno pandemie peggiori, forse anche dove alcune severe restrizioni saranno giustificate. Ma dobbiamo imparare a combattere le pandemie senza alterare in modo permanente il nostro modo di vivere.

 

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Adam Creighton è un premiato giornalista con un interesse speciale per la politica fiscale e finanziaria. È stato un giornalista in residenza presso la Booth School of Business dell’Università di Chicago nel 2019.

Ha scritto per The Economist e The Wall Street Journal da Londra e Washington DC, ed è stato autore di capitoli di libri sulla superannuation per la Oxford University Press. Ha iniziato la sua carriera alla Reserve Bank of Australia e all’Australian Prudential Regulation Authority.

Ha conseguito una laurea in economia con lode presso l’Università del New South Wales e un Master of Philosophy in economia presso il Balliol College di Oxford, dove è stato un Commonwealth Scholar.

 

 

 

 

 




Dom Pateau OSB: “Dobbiamo uscire da questa battaglia liturgica che sta esaurendo la Chiesa”

Sempre sul tema del Traditionis custode, ecco un’intervista molto forte rilasciata da dom Jean Pateau OSB, abate dell’abbazia benedettina di Fontgombault. QUI l’originale in francese. La traduzione è di Messainlatino, da cui riprendo l’intervista. 

 

Abate dom Jean Pateau,
Abate dom Jean Pateau,

 

Consapevole dello shock provocato dal motu proprio Traditionis custodes, l’abate dell’abbazia di Fontgombault, Jean Pateau, invita a non respingere il testo di papa Francesco e a “costruire ponti tra le due forme del rito romano”.

di Samuel Pruvot

Capisce la tristezza e lo shock di molti fedeli legati alla Forma Straordinaria? Cosa può dire a tutti coloro che si sentono vittime di una profonda ingiustizia?

Sì, li capisco e mi unisco a loro. Dopo la pubblicazione del Motu Proprio Traditionis custodes, molte persone si sono rivolte ai monasteri in cerca di una parola di rassicurazione. Devo anche ammettere che la tristezza non colpisce solo i fedeli attaccati alla Forma Straordinaria. Molti nella Chiesa mostrano una vera tristezza e incomprensione di fronte a un testo duro e severo. Cosa possiamo fare? Il nostro dovere è di chiedere fiducia, fiducia in Dio, fiducia nella Chiesa, fiducia nel Santo Padre.

Come cambia Papa Francesco lo spirito del motu proprio di Benedetto XVI?

Il Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI era un testo di apertura, di riconciliazione, che rispondeva alla legittima sofferenza dei fedeli che non avevano trovato nei loro pastori l’ascolto attento, benevolo e generoso che avevano il diritto di aspettarsi, in particolare sulla scia degli inviti di Papa Giovanni Paolo II. È giusto non dimenticarlo. Con questo testo, Papa Benedetto ha chiesto di rispondere alle aspettative di un gruppo stabile di fedeli. Ha anche ricordato che ogni sacerdote può usare il Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII nel 1962, la cosiddetta forma straordinaria del Messale Romano unico. Papa Benedetto ha anche espresso il desiderio di un arricchimento reciproco delle due forme; un desiderio che ha ricevuto poca attenzione, se non è stato rifiutato da entrambe le parti, da quando il documento è stato pubblicato. Alla luce di questo testo, i pastori hanno fatto molta strada e, nella stragrande maggioranza dei casi, l’apertura dei luoghi di celebrazione nella forma straordinaria è stata fatta con il loro accordo e per il bene di tutti.

In modo positivo, il testo di Papa Francesco sottolinea il ruolo del vescovo come “moderatore, promotore e custode di tutta la vita liturgica della Chiesa particolare a lui affidata”. Li invita anche a nominare sacerdoti nei luoghi di celebrazione nella Forma Straordinaria che abbiano a cuore “non solo la corretta celebrazione della liturgia, ma anche la cura pastorale e spirituale dei fedeli”, per assicurare che “le parrocchie canonicamente erette a beneficio di questi fedeli siano efficaci per la loro crescita spirituale”.

Al contrario, il Motu Proprio di Papa Francesco allontana i fedeli dalle chiese parrocchiali, rifiuta l’erezione di nuove parrocchie personali e la costituzione di nuovi gruppi. Sarà necessario costruire chiese speciali per la celebrazione della Forma Straordinaria? Come può un vescovo rispondere alla crescente domanda dei fedeli? Questo è un fatto, soprattutto dall’inizio della pandemia. Il testo del Papa suggerisce che si deve fare di tutto perché la modalità di celebrazione nella Forma Straordinaria scompaia al più presto. Questo preoccupa giustamente i fedeli attaccati a questo modulo.

Capite l'”angoscia” del Papa dopo aver ricevuto il sondaggio sull’uso della Forma Straordinaria in tutte le diocesi del mondo, angoscia che sarebbe legata al rifiuto – da parte di alcuni – del Concilio?

Lo stato di angoscia e sofferenza di Papa Francesco è stato condiviso da molti vescovi, sacerdoti e fedeli che sono legati alla Forma Ordinaria e Straordinaria e lo sono stati per molto tempo. Angoscia per il fatto che il sacramento dell’Eucaristia, il sacramento dell’Amore per eccellenza, sta diventando il sacramento della divisione, sia tra le due forme che all’interno dell’una o dell’altra. Angoscia per il rifiuto da parte di alcuni fedeli della riforma liturgica o del Concilio Vaticano II. Angoscia per il rifiuto di alcuni sacerdoti di concelebrare con il loro vescovo, specialmente per la Messa Crismale. Angoscia per il rifiuto di alcuni fedeli di ricevere la comunione durante una messa nella forma ordinaria. Angoscia anche per il disprezzo espresso da molti liturgisti per la Forma Straordinaria o per coloro che la celebrano.

La Chiesa non può essere orgogliosa di questo. La responsabilità è ampiamente condivisa da coloro che non vogliono ascoltare la chiamata dei fedeli, da coloro che mancano al loro dovere di insegnare al loro gregge, e da coloro che si arrogano il diritto di dire e fare qualsiasi cosa senza aprire il loro cuore alle legittime richieste dei loro pastori. L’unità del corpo ecclesiale è stata ferita fin dai primi tempi della riforma liturgica. Le legittime e diverse sensibilità liturgiche non sono state sufficientemente ascoltate e sono state sfruttate “per creare lacune, rafforzare le differenze e incoraggiare i disaccordi che danneggiano la Chiesa, bloccano il suo cammino e la espongono al pericolo della divisione”.

Se questa osservazione è vera, non richiede una risposta indiscriminata. I fedeli vicini alla Società San Pio X parlano della “vera Chiesa” e della “vera Messa”. Questo non è il caso in altri luoghi dove si celebra la Forma Straordinaria. Se il Motu Proprio invita i vescovi al discernimento, e questo è una fortuna, molti non si ritrovano nei rimproveri del Santo Padre e sentono che sono ingiustificati. Dobbiamo capirli.

Come possiamo comprendere la necessità di una (stretta) corrispondenza tra la “lex orandi” della Chiesa e la forma ordinaria della liturgia?

Questa discutibile proposta non è affatto tradizionale. La lettera allegata al Motu Proprio riconosce che “Per quattro secoli, questo Missale Romanum, promulgato da San Pio V, fu così la principale espressione della lex orandi del rito romano, e funzionò per mantenere l’unità della Chiesa”. ‘Principale’ non significa unico. La Chiesa è ricca nella sua unità; ricca anche nella sua legittima diversità. Il Concilio di Trento ha autorizzato liturgie che hanno più di 200 anni… La Forma Straordinaria ha più di 400 anni! Papa Benedetto ha scritto nella lettera che accompagna Summorum Pontificum: “Non c’è contraddizione tra un’edizione e l’altra del Missale Romanum. La storia della liturgia è una storia di crescita e progresso, mai di rottura. Ciò che era sacro per le generazioni precedenti rimane grande e sacro per noi, e non può inaspettatamente essere completamente proibito o addirittura considerato dannoso. È bene per tutti noi conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il giusto posto. Le forti parole di Benedetto XVI sono ancora valide. Infine, attraverso le due forme, si esprime la stessa fede eucaristica. Questo deve essere riaffermato di fronte ad alcuni che considerano erroneamente la forma ordinaria come una squalifica della dottrina del Concilio di Trento.

Qual è il significato profondo dell’obbedienza al Papa in questo caso? È un modo di obbedire senza pensare, o è un’adesione con la punta dell’anima, per quanto crocifiggente possa essere?

Per obbedire, bisogna voler ascoltare, sentire, capire. Rifiutare questo testo sarebbe un grave errore, un’ingiustizia nei confronti del Santo Padre. Ognuno deve correggere nel suo comportamento ciò che deve essere corretto, dicendo a se stesso: “Cosa vuole dirci Dio attraverso questo testo? Questo ripristinerà la fiducia senza la quale nulla sarà possibile. L’obbedienza deve essere anche intelligente, semplice e prudente. È fin troppo chiaro, in questo ambito in cui le passioni si acuiscono, che l’obbedienza cieca potrebbe danneggiare il vero bene della Chiesa. È legittimo, e il Santo Padre ci invita a farlo altrove, che nella Chiesa ci siano luoghi in cui si possa parlare, luoghi in cui ci si possa esprimere con vera libertà. La celebrazione liturgica non può essere esclusa da questo.

San Benedetto istruisce i suoi monaci: “Cercate la pace e perseguitela”. Soprattutto, questo documento, anche se provoca reazioni legittime a causa della sua durezza, non dovrebbe essere permesso di toglierci la pace del cuore. In ultima istanza, questa pace viene dall’unica cosa che conta veramente, la nostra amicizia con Gesù, e niente e nessuno, nessun documento, nessuna autorità, può togliercela, tranne noi stessi.

La Francia ha vissuto una lunga guerra liturgica. Come non ricominciare?

Purtroppo, credo che la guerra liturgica non si sia mai veramente fermata. Due campi si osservano a vicenda e tengono il punteggio. Così, il 25 marzo 2020, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato due decreti, due documenti autorizzati da Papa Francesco, rispondendo al desiderio di Papa Benedetto arricchendo la Forma Straordinaria con nuovi santi e nuovi prefazi. Quattro giorni dopo, una Lettera aperta sullo “stato di eccezione liturgica” è stata pubblicata da Andrea Grillo, professore di teologia sacramentaria all’Università di Sant’Anselmo a Roma, chiedendo l’abbandono dello “stato di eccezione liturgica” che è il risultato del Motu Proprio di Papa Benedetto, il ritiro immediato dei due decreti, il ripristino di tutte le competenze dei vescovi diocesani e della Congregazione per il Culto Divino in materia di liturgia… Proprio quello che il Motu Proprio di Papa Francesco concede oggi. Questo è inquietante. No, la guerra liturgica non è cessata e coloro che vi sono impegnati considereranno l’ultimo Motu Proprio una vittoria o una sconfitta, a seconda della loro parte. Alla fine, ci sarà solo una sconfitta… quella della Chiesa.

Dobbiamo uscire da questa lotta che esaurisce la Chiesa, i sacerdoti e i fedeli e che va a scapito dell’evangelizzazione, l’opera a cui tutti sono chiamati. La vera pace liturgica sarà raggiunta attraverso l’esercizio di una vera paternità da parte dei vescovi nei confronti delle legittime richieste di tutti i fedeli, e attraverso la piena fedeltà dei fedeli verso i loro pastori. Gli echi ricevuti dai gesti e dalle parole dei vescovi, i segni di sollecitudine pastorale, da tutte le parti del mondo, dopo la pubblicazione del Motu Proprio, suscitano una vera speranza.

Come ascoltare le aspirazioni delle giovani generazioni che passano volentieri da una forma liturgica all’altra? Saranno ancora in grado di farlo?

C’è infatti un’autentica espressione del Sensus fidei propria dei fedeli. La Chiesa sarà in grado di sentirlo? La lettera aperta citata sopra parlava della Forma Straordinaria come di “un rito chiuso nel passato storico, inerte e cristallizzato, senza vita e vigore”. Le aspirazioni delle giovani generazioni, sacerdoti e laici, sono un’amara contraddizione. Alla fine dovremo riconoscerlo. La liturgia non è una scienza di laboratorio. Questo è un atto di umiltà che ci si aspetta dai liturgisti. Che usino la loro scienza per discernere la ragione di questo attaccamento alla Forma Straordinaria, anche da parte dei non cristiani o di persone che hanno abbandonato da tempo la pratica, un attaccamento che non era previsto a priori. Sentono in questa modalità di celebrazione una presenza più viva del mistero di Dio, allo stesso tempo presente e nascosto, più degnamente lodato. Riscoprono con gioia una sacralità dimenticata. Come non menzionare le decine di sacerdoti che sono venuti all’abbazia per imparare la Forma Straordinaria e che dicono: “Conoscerla mi aiuta a celebrare meglio la Forma Ordinaria”.

Il movimento liturgico cercava la partecipazione attiva di tutti al sacrificio eucaristico. Questo lodevole obiettivo non è diventato, perché è stato frainteso, la fine stessa della celebrazione? L’esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis ha ricordato: “Bisogna chiarire che questa parola [actuosa participatio] non intende riferirsi ad un mero atteggiamento esterno durante la celebrazione. Infatti, la partecipazione attiva voluta dal Concilio deve essere intesa in termini più sostanziali, partendo da una maggiore consapevolezza del mistero che si celebra e del suo rapporto con la vita quotidiana. (n. 52) Che cosa si deve fare allora? Mantenere le due forme di liturgia in competizione? Lavorare per il loro reciproco arricchimento secondo il desiderio di Papa Benedetto? Riconoscere il beneficio della ricchezza del lezionario della Forma Ordinaria? Perché non autorizzare l’uso dell’offertorio della Forma Straordinaria, che è incomparabilmente più ricco, e l’aggiunta di gesti che ricentrano sia il celebrante che i fedeli su ciò che si sta compiendo? Perché non rendere possibile il grande silenzio del canone che è come l’iconostasi del rito romano?

Possiamo dire che coloro che hanno fatto la scommessa dell’obbedienza a Roma (dopo lo scisma) sono ora imbrogliati rispetto ai fedeli “dissidenti” come quelli vicini alla Fraternità San Pio X?

Infatti, questo è ciò che è sentito da molti, fedeli, confraternite, istituti. Il sentimento di tradimento. È una croce per me incontrare questo sentimento nei cuori sulla Madre Chiesa e da parte dei suoi figli. Oggi, tra i fedeli attaccati alla Forma Straordinaria, la maggioranza non ha alcun legame con lo scisma e la Fraternità San Pio X. Se l’Ecclesia Dei mirava alla riconciliazione dopo lo scisma, il Summorum Pontificum vedeva un quadro più ampio. Lo Spirito non si è spento?

Come l’attaccamento alla Forma Straordinaria è ancora una fonte di grazia nelle nuove disposizioni in vigore?

Non credo che le nuove disposizioni cambieranno molto. L’attaccamento alla Forma Straordinaria risponde, per esempio, al desiderio del cuore inquieto di molti sacerdoti. Se si riconoscono come servitori del gregge loro affidato, sono anche e prima di tutto amici di Dio, e hanno bisogno di incontrarlo, di essere nutriti da lui attraverso la celebrazione della liturgia. La celebrazione nella Forma Straordinaria è uno dei mezzi che scelgono.

Lavorare per ricentrare la celebrazione sul mistero, pur conservando i guadagni della riforma, appare così come un sostegno alla vita spirituale dei sacerdoti, come un’accoglienza del Sensus fidelium a cui Papa Francesco ci invita così spesso ad essere attenti, e infine, come una sfida per la Chiesa.

Cosa cambierà questa decisione nella vita della Chiesa?

Se è troppo presto per giudicare oggi, penso che questo testo avrà l’effetto di portare i sacerdoti e i fedeli legati alla Forma Straordinaria del Rito Romano a interrogarsi sul loro legame con la Chiesa diocesana, ad iniziare un vero cammino per approfondire questo legame, per renderlo più concreto, per esempio concelebrando intorno al vescovo. Spero anche che il dolore mostrato di fronte a un testo severo ammorbidisca il cuore del Santo Padre di fronte ai fedeli talvolta turbolenti, soprattutto nell’aggravante della pandemia. Mi aspetto che i liturgisti diano uno sguardo obiettivo e accogliente al rito antico. Non si può conoscere veramente senza capire e amare.

Il Santo Padre sottolinea la necessità della celebrazione della liturgia nella Forma Ordinaria secondo il Messale. Questo è un valido sostegno ai vescovi che da tempo hanno capitolato su questo punto. Sarà ascoltato?

Lasciatemi aggiungere un altro desiderio. Poiché di solito celebro nella Forma Straordinaria, continuerò a celebrare in entrambe le forme, in latino e in francese, in un immenso ringraziamento per la fedeltà di Cristo che viene a me attraverso la diversità della liturgia. Tuttavia, non mi sembra possibile, per il bene dei fedeli e in vista della riduzione del numero dei sacerdoti, che è molto più evidente in proporzione alla celebrazione secondo la Forma Ordinaria, risolvere definitivamente a una scissione, a una tensione nell’unico rito romano tra due forme, tra l’adorazione del Corpo e Sangue di Cristo realmente presente sull’altare e il servizio dell’assemblea. È tempo che le ideologie di qualsiasi tipo cessino di dettare il tono e non abbiano più l’ultima parola nella celebrazione dei sacramenti. È tempo di costruire ponti. Le comunità monastiche e religiose hanno un ruolo da svolgere in questo.

La Chiesa deve accettare il desiderio dei giovani che dimostrano che la riforma liturgica non è completa, che c’è ancora un cammino da fare nella pace e per la pace. Come si può fare? Rifiutando di fermarsi lungo il cammino, fuggendo dallo spirito di rottura e cercando di celebrare sempre meglio in uno spirito cattolico che abbraccia la Chiesa “da Nicea al Vaticano II”.

L’esistenza di due forme del Rito Romano non era prevista dai Padri conciliari, ma richiede questa convergenza, questo arricchimento reciproco voluto da Papa Benedetto per il bene della Chiesa e della sua Liturgia, e che risponde alle parole stesse di Cristo: “Che tutti siano uno! (Gv 17,11). Allora tutti potranno fare proprie le parole di Papa Benedetto nell’Abbazia di Heiligenkreuz: “Vi chiedo: celebrate la sacra liturgia con lo sguardo rivolto a Dio nella comunione dei Santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, perché diventi l’espressione della bellezza e della sublimità di questo Dio amico degli uomini! (Benedetto XVI, discorso del 9 settembre 2007 all’Abbazia di Heiligenkreuz).

Nell’Ufficio delle tenebre nei giorni santi, cantiamo: “È bene aspettare in silenzio la salvezza di Dio. (Lam 3:26) Tutto è nelle mani di Dio, padrone sovrano della storia e degli eventi. Alla sua ora, che possiamo affrettare con le nostre preghiere e sacrifici, verrà la pace liturgica. Nell’attesa, manteniamo i nostri cuori in pace.

 
 



Precedenti studi suggeriscono un rischio reale di ADE per i vaccini SARS-CoV-2. Letto sull’autorevole rivista Nature.

VIrus, Coronavirus outbreak ,contagious infection

 

 

di Sabino Paciolla

La questione della sicurezza dei vaccini contro la COVID-19 è un punto di grande discussione scientifica e di tensione a livello sociale. Uno dei problemi legati a questo tema è l’ADE, cioè quel meccanismo che fa sì che un vaccino aumenti, piuttosto che attenuare, la gravità della malattia. Un articolo del settembre 2020 pubblicato sulla autorevole rivista Nature, da cui prendiamo alcuni passi, mette in evidenza che il meccanismo dell’ADE determinato dai vaccini non è acclarato poiché i risultati sono discordanti. Pertanto, saranno necessari ulteriori dati per definire il profilo di sicurezza dei vaccini, soprattutto perché vengono iniettati su larga scala.   

Prima di riportare sinteticamente l’articolo, è bene introdurre succintamente l’argomento.

“L’obiettivo della vaccinazione è quello di proteggere le nostre cellule dall’invasione del virus. Mimando l’infezione, la vaccinazione induce la produzione duratura di anticorpi, cioè proteine specifiche del sistema immunitario che riconoscano il virus e coadiuvano la sua eliminazione. A differenza dell’infezione reale, in cui il sistema immunitario incontra il virus intero, nella vaccinazione la produzione di anticorpi viene indotta verso solamente alcune strutture ‘chiave’ del virus, le quali sono state reputate determinanti per l’entrata nelle cellule. Una di queste è la famosa proteina spike, una proteina che, come una chiave, apre le cellule all’entrata del virus.

La speranza è che il sistema immunitario della persona vaccinata produca alti livelli di anticorpi anti-spike che impediscano l’interazione e quindi l’invasione delle nostre cellule.”

Una volta iniettato il vaccino, il sistema immunitario dell’individuo produrrà una serie di anticorpi specifici per le parti della proteina spike. Solo alcuni di questi anticorpi specifici impediranno al virus di entrare nella cellula. Questi anticorpi specifici efficaci si chiamano “neutralizzanti”. Per cui, se un vaccino producesse solo anticorpi specifici incapaci di impedire al virus di entrare nella cellula, avremmo un vaccino non efficace, o addirittura capace di esacerbare la gravità della malattia. Lo scopo dei vaccini è proprio di indurre nell’individuo vaccinato il maggior numero di anticorpi neutralizzanti possibile.

Una volta che gli anticorpi hanno segnalato un corpo estraneo come il virus, arrivano in soccorso alcune cellule, chiamate fagociti, che “ingoieranno” il virus e lo distruggeranno. Ma alcuni virus hanno sviluppato dei meccanismi per evitare di essere eliminati, e quindi una volta all’interno dei fagociti, replicandosi, li invadono. Nel caso dei vaccini, se questi inducono la produzione di anticorpi sbagliati, il virus si replica nei fagociti e poi esce diffondendo l’infezione nelle cellule vicine.

Questo meccanismo è noto in biologia e viene definito ADE (dall’inglese Antibody-dependent Enhancement), traducibile come “intensificazione (dell’infezione) anticorpo-mediata”.

Il risultato è che un’infezione o una vaccinazione che induce gli anticorpi “sbagliati”, cioè non neutralizzanti, potrebbe aggravare la situazione, dando “un passaggio” al virus per entrare nelle cellule immunitarie.

Adesso veniamo all’articolo pubblicato su Nature, riportando alcuni stralci.

Gli autori dicono che “i dati dello studio su SARS-CoV (all’origine dell’epidemia di SARS del 2003, identico per circa l’80% all’attuale SARS-CoV-2, ndr) e altri virus respiratori suggeriscono che gli anticorpi anti-SARS-CoV-2 potrebbero esacerbare il COVID-19 attraverso il potenziamento dipendente dall’anticorpo (ADE). Precedenti studi sui vaccini contro il virus respiratorio sinciziale e il virus della dengue hanno rivelato rischi per la sicurezza clinica umana legati all’ADE, con conseguente fallimento delle sperimentazioni sui vaccini.”

“L’ADE può aumentare la gravità di infezioni virali multiple, inclusi altri virus respiratori come il virus respiratorio sinciziale (RSV) e il morbillo. L’ADE nelle infezioni respiratorie è inclusa in una categoria più ampia denominata malattia respiratoria avanzata (ERD), che include anche meccanismi non basati su anticorpi come le cascate di citochine e l’immunopatologia cellulo-mediata. L’ADE causata da una replicazione virale potenziata è stata osservata per altri virus che infettano i macrofagi, incluso il virus della dengue e virus della peritonite infettiva felina (FIPV). Inoltre, ADE ed ERD sono stati segnalati per SARS-CoV e MERS-CoV sia in vitro che in vivo. La misura in cui l’ADE contribuisce all’immunopatologia COVID-19 viene attivamente studiata.”

 

Evidenze di ADE nelle infezioni da coronavirus in vitro

“Sebbene l’ADE sia stato ben documentato in vitro per un certo numero di virus, tra cui il virus dell’immunodeficienza umana (HIV), Ebola, influenza e flavivirus, la rilevanza dell’ADE in vitro per i coronavirus umani rimane meno chiara.”

 

ADE nelle infezioni umane da coronavirus

“Non è stato stabilito alcun ruolo definitivo per l’ADE nelle malattie umane da coronavirus. Sono state inizialmente sollevate preoccupazioni per l’ADE in pazienti con SARS quando è stato riscontrato che la sieroconversione e le risposte anticorpali neutralizzanti erano correlate alla gravità clinica e alla mortalità. È stato riportato un risultato simile nei pazienti con COVID-19, con titoli anticorpali più elevati contro SARS-CoV-2 associati a una malattia più grave.” 

 

Rischio di ERD per i vaccini SARS-CoV-2

“I problemi di sicurezza per i vaccini SARS-CoV-2 sono stati inizialmente alimentati da studi sui topi che hanno mostrato un’immunopatologia avanzata, o ERD, in animali vaccinati con SARS-CoV a seguito di provocazione virale. (…) I profili di sicurezza dei vaccini COVID-19 dovrebbero essere attentamente monitorati in tempo reale durante gli studi sull’efficacia umana, in particolare per le modalità vaccinali che potrebbero avere un potenziale teorico più elevato di causare immunopatologie (come le formulazioni di virus interi inattivati ​​o i vettori virali).”

 

Rischio di ADE per i vaccini SARS-CoV-2

“Le prove dell’ADE indotta dal vaccino in modelli animali di SARS-CoV sono contrastanti e sollevano potenziali problemi di sicurezza. Liu et al. hanno scoperto che mentre i macachi immunizzati con un vettore virale di Ankara vaccinia modificato che esprime la proteina SARS-CoV S avevano ridotto la replicazione virale dopo il challenge, l’anti-S IgG ha anche migliorato l’infiltrazione polmonare dei macrofagi infiammatori e ha provocato lesioni polmonari più gravi rispetto agli animali non vaccinati. Hanno inoltre dimostrato che la presenza di IgG anti-S prima della clearance virale ha distorto la risposta di guarigione della ferita dei macrofagi in una risposta pro-infiammatoria. In un altro studio, Wang et al. macachi immunizzati con quattro epitopi peptidici delle cellule B della proteina SARS-CoV S e hanno dimostrato che mentre tre peptidi suscitavano anticorpi che proteggevano i macachi dalla provocazione virale, uno dei vaccini peptidici induceva anticorpi che aumentavano l’infezione in vitro e provocavano una patologia polmonare più grave in vivo.”

Al contrario, altre strategie vaccinali hanno dimostrato che gli animali erano protetti senza mostrare una patologia polmonare potenziata a seguito di provocazione virale.

“Gli studi sull’immunizzazione SARS-CoV in modelli animali hanno quindi prodotto risultati che variano notevolmente in termini di efficacia protettiva, immunopatologia e potenziale ADE, a seconda della strategia vaccinale impiegata.”

 

Conclusione

“L’ADE è stata osservata in SARS, MERS e altre infezioni da virus respiratorio umano tra cui RSV e morbillo, il che suggerisce un rischio reale di ADE per i vaccini SARS-CoV-2 e gli interventi basati su anticorpi. Tuttavia, i dati clinici non hanno ancora pienamente stabilito un ruolo dell’ADE nella patologia umana COVID-19. I passaggi per ridurre i rischi di ADE dalle immunoterapie includono l’induzione o la somministrazione di alte dosi di potenti anticorpi neutralizzanti, piuttosto che concentrazioni più basse di anticorpi non neutralizzanti che avrebbero maggiori probabilità di causare ADE.

In futuro, sarà fondamentale valutare i set di dati clinici e animali per i segni di ADE e bilanciare i rischi di sicurezza correlati all’ADE con l’efficacia dell’intervento se si osserva l’ADE clinico. Gli studi clinici in corso su animali e umani forniranno importanti spunti sui meccanismi dell’ADE in COVID-19. Tali prove sono assolutamente necessarie per garantire la sicurezza del prodotto negli interventi medici su larga scala che sono probabilmente necessari per ridurre l’onere globale di COVID-19.”

 

 

 




Giovanardi: Visto che è dimostrato che un vaccinato può essere contagiato e può contagiare, perché l’obbligo del Green pass?

Rilancio la quasi totalità dell’intervista concessa a Mauro Giordano del Corriere di Bologna a Daniele Giovanardi, l’ex primario ora in pensione del Pronto soccorso di Modena, fratello dell’ex Ministro. 

 

 

Lei è convinto che solo per anziani e fragili sia effettivamente necessaria la vaccinazione contro il Covid-19, perché?
«Io parto da un altro principio. Visto che si firma un consenso informato che responsabilizza il cittadino allora sarebbe necessario che le persone siano effettivamente informate. Invece c’è troppa bagarre in giro e faziosità. Anche l’Ema e le case farmaceutiche affermano che siamo in una fase sperimentale di questi vaccini, approvati in via emergenziale alla luce della situazione che stiamo vivendo. Ogni paziente è unico e anche su questo aspetto ho le mie osservazioni da fare: in che modo si svolge la raccolta anamnestica di 500 persone in fila per una dose? Avrei anche altre puntualizzazioni da fare».

Quali?
«Che la comunità scientifica sulla vaccinazione anti Covid per i bambini è divisa, quindi mi metto nei panni di un genitore che dovrà decidere. Credo debba essere messo nelle condizioni di farlo».

Lo scenario attuale sta però mostrando che grazie ai vaccini nonostante la nuova risalita dei contagi si sta riuscendo a ridurre i ricoveri. Questo non è già un elemento sufficiente in favore della campagna vaccinale?
«Ma io infatti sono d’accordissimo sul fatto che un anziano con molte patologie o un fragile di un’altra età si vaccini. In quei casi la somministrazione ha dei vantaggi molto grandi rispetto al rischio di non fare nulla. Chiedo però anche che vengano prese in considerazione le cure domiciliari, visto che dei protocolli efficaci esistono. Il vaccino è una delle armi ma non l’unica, e visto che si tratta di un farmaco sperimentale come sono sperimentale altri farmaci non capisco perché la seconda strada sia stata completamente abbandonata. C’è un punto fondamentale di questa pandemia che mi piace sottolineare».

Di che si tratta?
«É stata una malattia lasciata a se stessa. I medici non hanno più visitato a casa le persone. Si è scelta la via della tachipirina e della vigile attesa quando protocolli con antinfiammatori e poi eparina o cortisone per i casi più gravi hanno funzionato: ma si tratta appunto di casi seguiti. Io pur essendo in pensione con doppia mascherina ho visitato a casa tanti pazienti, collaborando con l’associazione IpprocrateOrg».

La spaventa la sospensione?
«Più che altro io che in modo volontario vado a casa dei pazienti verrei fermato e invece chi lavora e non visita a domicilio potrebbe lavorare tranquillamente. Solo a causa del vaccino. Mi dispiacerebbe non poter dare più il mio contributo».

Lei pensa che stia incidendo anche la stagione estiva nel trend dei ricoveri?
«Non lo dico io ma lo scenario che abbiamo vissuto anche lo scorso anno. Tante considerazioni andranno fatte a ottobre e novembre, bisogna aspettare per capire il reale impatto della vaccinazione. Inoltre anche sul vaccinare durante la pandemia ci sono opinioni discordanti tra gli esperti: io mi limito solo a riportarle».

Tutto questo la porta a essere contrario anche al green pass?
«Faccio un esempio stupido: ma per quale motivo chi è vaccinato con Sputnik non può entrare in un locale? Si tratta solo di un ostacolo burocratico nel momento in cui viene dimostrato che quel vaccino ha una sua funzione. Lo ripeto: se è vero che anche da vaccinati si può contagiare cade tutta la retorica dell’obbligo del pass e credo possa essere anche impugnato».

Le dà fastidio essere definito come «antiscientifico» o «no vax»?
«Più che altro non mi sembra che gli stessi organismi ufficiali che dicono le stesse cose che dico io vengano etichettate alla stesso modo. A loro il cartello al collo non viene messo. La vigilanza attiva sui vaccini esiste da sempre ma è usata in modo passivo, chi raccoglie effettivamente gli effetti che stanno riscontrando i pazienti?».

Lei aspetta altri dati prima di vaccinarsi?
«Se il via libera definitivo arrivasse domani lo farei subito. Ma oggi è antiscientifico chi sostiene che questi vaccini non sono in una fase ancora di studio, perché solo tra qualche mese, addirittura nel 2023, avremo i reali riscontri sulla popolazione».

 

 




Estate 2021: il tramonto della libertà (2)

Viktor Orban, primo ministro ungherese
Viktor Orban, primo ministro ungherese

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Riassunto del precedente episodio: l’estate è solitamente un tempo di rilassamento in cui cala il nostro livello di attenzione che ci porta ad essere costantemente iper-informati. Ma proprio in questi mesi, alcune notizie meritano la nostra attenzione perché toccano un punto che, per molti di noi, è di vitale importanza per il futuro: la nostra libertà. Così la controversa legge “Zan” sulla tutela di una minoranza rischia seriamente di negare la libertà di una maggioranza che assiste impotente all’azione di una delirante ideologia pervasiva omosessualmente corretta.

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La martellante campagna mediatica a favore del DDL Zan, che ha fatto emergere chiaramente la collusione tra sinistra politica  e le grandi aziende, i mass media e il mondo dello spettacolo, non è in realtà un fatto isolato o una semplice “anomalia italiana”.

A spingere per un mondo a “misura LGBT”, o “gay-friendly” come amano definirlo, sono i vertici dell’Unione Europea. E non lo fanno con la forza della persuasione (la cosiddetta “moral suasion“) o con la sola propaganda. Un recente episodio ha dimostrato che l’Europa è pronta ad usare le maniere forti contro chi non si inchina al diktat omosessualista. La vicenda è apparsa sui giornali di tutto il continente, ovviamente secondo una lettura unica: quella del mainstream religiosamente ossequiale alla cosiddetta “minoranza perseguitata”.

A scatenare l’ira funesta di Bruxelles è stato il premier ungherese Viktor Orban, bestia nera dei tecnocrati europei, già nel mirino per il semplice fatto di essere ciò che è: un leader sovranista, democraticamente eletto, che governa con autorevolezza mentre si mostra poco incline al compromesso e al politicamente corretto imposto a livello globale.

Già a marzo del 2020, durante i mesi duri della prima ondata, i media di tutta Europa aveva stimmatizzato il leader ungherese come un “dittatore” per aver chiesto ed ottenuto dal parlamento “pieni poteri” per la gestione dell’emergenza sanitaria. Curiosamente i giornali italiani criticavano aspramente il premier ungherese mentre al contempo diffondevano senza batter ciglio i cosiddetti DCPM del premier italiano Conte diffusi a puntate in diretta serale su facebook. Una misura, quella del premier italiano, che a molti è parsa alquanto discutibile perché, bypassando ogni confronto parlamentare ed escludendo le opposizioni, assicurava de facto al premier i pieni poteri. Così è stato in Italia per più di un anno, mentre il “dittatore” Orban riconsegnava i poteri straordinari dopo settantacinque giorni di lavoro. La differenza è che Conte (premier non eletto) non consultò il parlamento (non eletto) né il popolo (sia mai!) per auto-conferirsi i pieni poteri. Il risultato fu che l’Unione Europea si disse “preoccupata” per la situazione in Ungheria mentre non ritenne preoccupante l’atteggiamento dell’ “avvocato del popolo italiano”. Questo per far capire di quanta simpatia e autonomia goda il leader mangiaro in EU.

Ma torniamo all’estate 2021. A giugno il parlamento ungherese ha approvato una legge per la protezione dei minori con 157 voti a favore e un solo contrario (non proprio imposta dall’alto tramite un DCPM qualunque). La legge ha fatto scatenare l’ira di Bruxelles perché interpretata come una misura dittatoriale discriminatoria nei confronti della comunità LGBT. Ma cosa dice esattamente la legge?

La legge si prefigge di difendere i minori dalla pedofilia (inasprendo le pene), dalla pornografia e dalle gender theories (meglio in inglese, perché scritto in italiano ci dicono che non esiste!). Nelle scuole sarà dunque vietato di diffondere materiale pornografico e materiale didattico che promuova l’omosessualità, il transessualismo, la fluidità di genere, l’utero in affitto (libri, documentari, film…), né combattere la tanto detestata realtà binaria (padre-madre, femmina-maschio) tra i minorenni, tantomeno sarà permesso usare immagini pornografiche per spiegare e illustrare tali concetti ai bambini. Sarà dunque impossibile per molte associazioni (tra le quali le associazioni LGBT) introdurre i loro corsi di formazione nelle scuole primarie se non passando da una verifica dei contenuti approvata dal Ministero dell’Istruzione, come invece accade nel resto d’Europa, spesso senza il consenso dei genitori, ai quali spetta invece in primo grado la responsabilità dell’educazione dei figli.

L’ira di Bruxelles non si è fatta attendere. Dopo le immediate proteste delle solite ONG, della comunità LGBT e della sinistra, sono arrivate minacce di ritorsione da parte dell’UE al punto che l’Ungheria rischia ora di venir sanzionata pesantemente dal punto di vista economico. Un fatto gravissimo che lede la libertà di uno stato sovrano che si trova obbligato a legiferare secondo i desideri e i dettami imposti dall’alto pena la sospensione degli aiuti economici e degli accordi presi in precedenza dagli stati alleati.

Diversi stati membri dell’UE – tra cui l’Italia di Draghi – hanno firmato un testo di condanna contro l’Ungheria. La dichiarazione è stata firmata da quattordici stati: Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Lettonia e Italia.

Ma se a uno stato è impedito di legiferare autonomamente, in maniera democratica esercitando i poteri conferitegli dal popolo, in che modo si può parlare di libertà e di democrazia in Europa? Non dovremmo forse parlare di un dittatura tecnocrate a cui gli stati membri sono obbligati a sottomettersi?

Bruxelles si appresta a bloccare l’approvazione del Recovery Plan dell’Ungheria, un ricatto politico senza precedenti nei confronti di uno stato membro dell’Europa. La Commissione UE ha preparato una procedura d’infrazione contro l’Ungheria che può prevedere lo stop al “Piano di ripresa e resilienza” (all’Ungheria spetterebbero 7,2 miliardi di euro, ma il fondo non può essere versato se il piano non viene approvato). L’accesso al piano NextGenerationEU è stato infatti subordinato a un certificato di “buona condotta” che – ovviamente – sarà la stessa UE a conferire o a negare agli stati membri secondo i propri criteri.

 

Si chiama “regime di condizionalità”, ed è la nuova regola che subordina l’accesso ai fondi europei del Next Generation EU, al rispetto da parte dei Governi degli standard dello Stato di diritto. Il regolamento approvato dal Parlamento su proposta del Consiglio,  introduce una novità assoluta nella storia dell’Unione Europea. Condizionare l’accesso ai fondi europei al rispetto dello Stato di diritto, significa riconoscere all’Unione un potere di indirizzo sulla politica dei propri Stati membri. Un potere finora mai avuto.  La clausola sulla condizionalità ha sollevato forti contestazioni da parte delle democrazie dei paesi dell’est Europa.

Dal sito Altarex Quotidiano di Informazione Giuridica

Il Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha criticato la nuova legge ungherese, definendola «vergognosa e discriminante» e «profondamente in contraddizione con i valori fondamentali dell’Ue». Ma – posto che la legge discrimini l’operato della comunità LGBT (di fatto ne limita l’azione di propaganda ai maggiorenni- da quando l’Europa ha tra i suoi “valori fondamentali” la promozione delle teorie di genere, la pornografia e l’educazione sessuale dei bambini a scuola, cose tutte che Orban vorrebbe limitare per proteggere i più piccoli?

In effetti la cosiddetta “Legge anti-LGBT” di Orban (per quanto a qualcuno sembri aberrante) non è altro che una normativa dettata dal buon senso, di cui avremmo bisogno anche in Italia.

Cosa potrebbe succedere se il premier ungherese dovesse rifiutare di assecondare quelli che secondo l’unione Europea sono i nuovi valori su cui forgiare il futuro del continente come l’immigrazionismo e l’ecologismo? Eppure sono anni che Orban si spende per promuovere misure importanti per la difesa della famiglia e della vita e favorire la natalità. Misure che dovrebbero essere un esempio per la stanca e vecchia Europa che invece, paradossalmente, bastona il premier ungherese per una legge che protegge i bambini dalla dittatura ideologica delirante LGBT che vorrebbe avere mani libere nell’educazione dei minorenni nelle scuole.

Ora Viktor Orban, che non ama chinare il capo come i nostri premier per un posto in prima fila a Bruxelles, ha deciso di indire un referendum popolare invitando i cittadini ungheresi a esprimersi sulla legge della discordia. Una strategia che già nel 2016 gli diede ragione quando l’Europa impose al paese di accogliere i migranti lasciati entrare nel continente da altri stati. In quel caso il popolo votò contro l’UE e favore del proprio governo. Ora sono chiamati a pronunciarsi nuovamente sulla legge per la difesa dei minori.

Si chiama democrazia. Ma questo, per i tecnocrati europei è dittatura! Così come lo è per i giornalisti ossequiosi del regime, basti leggere solo ad esempio come Il Sole 24 ore capovolge la frittata a piacimento trasformano la consulta popolare in un’arma in mano ad un regime dittatoriale! Giornali che danno spazio invece al “Budapest Pride” dove senza mascherine (ma di certo non lo stanno a sottolineare, quello conta solo per le manifestazioni “No Green Pass”!) appare un cartello di Orban come diavolo cattivo che minaccia i bambini innocenti. Se questo non è capovolgere i fatti a favore di una falsa narrazione unica…




La lettera scarlatta di Papa Francesco

La divisione è inevitabile in ogni famiglia quando un padre mostra un doppio standard nei confronti dei suoi figli.

Un articolo di Edward Feser, filosofo americano, professore Associato di Filosofia al Pasadena City College di Pasadena, in California, sul motu proprio Traditionis Custodes. 

Il saggio è apparso su The Catholic World Report, e ve lo presento nella mia traduzione.

 

Papa Francesco, udienza generale del 04 aprile 2018 in Piazza San Pietro, (CNS photo/Paul Haring)
Papa Francesco, udienza generale del 04 aprile 2018 in Piazza San Pietro, (CNS photo/Paul Haring)

 

Consideriamo due gruppi di cattolici: Primo, i cattolici divorziati che disobbediscono all’insegnamento della Chiesa formando una “nuova unione” in cui sono sessualmente attivi, commettendo così adulterio.  E secondo, i cattolici tradizionalisti attaccati alla Forma Straordinaria della Messa (cioè la “Messa Latina”), alcuni dei quali (ma non tutti) hanno opinioni teologiche errate sul Concilio Vaticano II e su questioni correlate.  In Amoris Laetitia, Papa Francesco ha radicalmente alterato la pratica liturgica della Chiesa per andare incontro al primo gruppo.  E nella Traditionis Custodes, ha ora alterato radicalmente la pratica liturgica della Chiesa per punire il secondo gruppo. 

Il romanzo di Nathaniel Hawthorne La lettera scarlatta ritrae notoriamente una società senza pietà in cui gli adulteri sono costretti a distinguersi dagli altri portando una A scarlatta sui loro vestiti. Papa Francesco chiaramente disapproverebbe tale crudeltà, e giustamente.  Eppure il trattamento crudele della comunità di coloro che sono attaccati alla vecchia forma della Messa – la maggioranza innocente di loro non meno della minoranza con opinioni teologiche problematiche – equivale a qualcosa di analogo all’apposizione su di loro di una lettera scarlatta: la lettera T per “tradizionalista”, l’unico gruppo al quale i ripetuti appelli del papa alla misericordia e all’accompagnamento sembrano non applicarsi.

 

Accompagnare gli adulteri?

Consideriamo quanto sia radicale ciascuna di queste mosse papali. La Chiesa ha costantemente insegnato che un valido matrimonio sacramentale termina con la morte di uno dei coniugi, e ha condannato come gravemente peccaminosa qualsiasi relazione sessuale con chiunque tranne che con il proprio coniuge. Quindi coloro che in un tale matrimonio divorziano da un coniuge e poi formano una relazione sessuale con qualcun altro sono colpevoli di peccato grave, e non possono essere assolti in confessione senza una ferma risoluzione di non continuare la relazione sessuale. Questo si basa sull’insegnamento di Cristo sul matrimonio e il divorzio in passi come Matteo 19,3-12 e Marco 10,2-12.

La gravità di questo insegnamento non può essere sopravvalutata. Cristo riconosce che “Mosè ha permesso” il divorzio. Ma poi dichiara: “E io vi dico” che il divorzio è proibito. Ora, la legge di Mosè fu data a Mosè da Dio stesso. Quindi chi ha l’autorità di scavalcarla? Chi avrebbe l’audacia di dichiarare: “Mosè ha permesso” questo e questo ma “io dico” diversamente? Solo Dio stesso. L’insegnamento di Cristo contro il divorzio non è quindi altro che un segno della sua stessa divinità. Metterci in opposizione a questo insegnamento sarebbe quindi implicitamente o negare la divinità di Cristo o, in maniera blasfema, mettere la nostra autorità al di sopra anche della sua. Sarebbe dichiarare: “Cristo ha detto così e così, ma io dico diversamente”. Assolutamente nessuno all’infuori di Dio stesso, nemmeno un papa (il cui mandato è proprio sempre e solo quello di salvaguardare l’insegnamento di Cristo), ha il diritto di farlo.

Se l’insegnamento in questione suona “rigido”, date la colpa a Cristo. I suoi stessi discepoli la pensavano così, arrivando ad opinare che se le cose stanno così, sarebbe meglio non sposarsi (Matteo 19,10).

Ora, nessun cattolico in stato di peccato mortale è autorizzato a ricevere la Santa Comunione finché non è validamente assolto in confessione. E nessun cattolico può essere validamente assolto se è consapevole dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sul divorzio, viola tale insegnamento avendo una relazione sessuale con qualcuno che non sia il suo coniuge, e rifiuta di porre fine a questa relazione sessuale. Quindi nessun cattolico che rifiuta di porre fine a tale relazione è autorizzato a ricevere la Santa Comunione.

Anche questo insegnamento è estremamente grave, fondato com’è anche nella Scrittura, specificamente nelle parole di San Paolo in 1 Corinzi 11, 27-29.  Secondo l’insegnamento di San Paolo, fare la Santa Comunione rifiutando di porre fine a tale relazione sessuale non è altro che profanare il corpo e il sangue stesso di Cristo e quindi portare il giudizio su se stessi.

Queste dottrine sono chiare, coerenti e autorevoli come qualsiasi insegnamento cattolico è o potrebbe essere. Sono antiche quanto la Chiesa stessa, sono presentate da lei come infallibili e assolutamente vincolanti, e sono state inequivocabilmente ribadite ancora e ancora e ancora. Questo è, naturalmente, il motivo per cui Amoris Laetitia è stata così controversa. Perché sembra permettere che, almeno in alcune circostanze, coloro che rifiutano di smettere di impegnarsi in attività sessuali adulterine possano comunque fare la Santa Comunione. Per la verità, Papa Francesco non ha esplicitamente rifiutato nessuno degli insegnamenti riassunti sopra. Ma ha anche notoriamente rifiutato le richieste di molti dei suoi stessi cardinali (nei famosi “dubia”) di riaffermare esplicitamente quell’insegnamento tradizionale, e quindi di mettere definitivamente a tacere ogni preoccupazione sulla coerenza di Amoris con quell’insegnamento.

Che il Santo Padre stesso sia consapevole di quanto sia grave la questione, e che abbia persino avuto la sua coscienza turbata da essa, è evidente da una conversazione raccontata da uno dei suoi difensori, il cardinale Christoph Schönborn. La rivista Crux (non esattamente una rivista tradizionalista) ha riferito:

Schönborn ha rivelato che quando incontrò il Papa poco dopo la presentazione di Amoris, Francesco lo ringraziò e gli chiese se il documento fosse ortodosso.

“Ho detto: ‘Santo Padre, è pienamente ortodosso'”, ha raccontato Schönborn di aver detto al papa, aggiungendo che pochi giorni dopo ricevette da Francesco un bigliettino che diceva: “Grazie per questa parola. Mi ha dato conforto”.

Fine della citazione. Si noti che il papa stesso aveva almeno qualche dubbio sull’ortodossia del documento – abbastanza da trarre “conforto” nell’essere rassicurato su di esso – anche dopo che era già stato finalizzato e pubblicato!

Il mio punto qui non è quello di ripetere tutti i dettagli della controversia su Amoris. Il punto è semplicemente notare l’estrema distanza a cui il papa era disposto ad arrivare per cercare di venire incontro alle debolezze anche di coloro che ostinatamente rifiutano di obbedire all’insegnamento di Cristo e di San Paolo. Anche se si pensa che Amoris in sé non attraversi la linea dell’eterodossia riguardo a tale insegnamento, non si può negare che il documento sia estremamente gentile e accomodante con coloro che la attraversano.

 

Mettere alla berlina i tradizionalisti

Il contrasto con il trattamento dei cattolici tradizionalisti nella Traditionis Custodes non potrebbe essere più netto. Si noti innanzitutto che, nella lettera di accompagnamento che spiega la sua decisione, Papa Francesco sostiene che l’attaccamento alla vecchia forma della Messa “è spesso caratterizzato da un rifiuto… dello stesso Concilio Vaticano II, sostenendo, con affermazioni infondate e insostenibili, che esso ha tradito la Tradizione e la ‘vera Chiesa’”.

La prima cosa da dire su questo è che, anche se fosse vero che alcune persone attaccate alla vecchia forma hanno questo atteggiamento, non è affatto vero che tutti fanno la stessa cosa. Al contrario, come Papa Francesco stesso nota nello stesso documento, il suo predecessore Papa Benedetto XVI ha affermato che molti che sono attaccati alla vecchia forma “hanno chiaramente accettato il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e sono stati fedeli al Papa e ai Vescovi”.  Tuttavia, la severa restrizione di Papa Francesco della vecchia forma della Messa punisce questi cattolici innocenti insieme ai colpevoli.

In secondo luogo, dobbiamo considerare la natura precisa della presunta eterodossia e/o delle tendenze scismatiche di cui alcuni di questi tradizionalisti sono accusati.  Ci sono, naturalmente, alcuni tradizionalisti estremi che negano che abbiamo avuto un papa valido per decenni (cioè i sedevacantisti), e altri che sono in qualche modo meno radicale in comunione imperfetta con il papa (come la SSPX).  Ma proprio perché non sono in comunione regolare, gli errori di questi gruppi sono irrilevanti per il pubblico a cui è destinata la Traditionis Custodes – cioè i cattolici tradizionalisti che sono in comunione regolare con il papa (come la FSSP, e i partecipanti alle Messe della Forma Straordinaria offerte nelle parrocchie diocesane ordinarie).

Per definizione, questi ultimi gruppi non sono in scisma.  E anche se ci sono senza dubbio alcuni tra questo piccolo gruppo all’interno della Chiesa che si potrebbe comunque dire, in un certo senso, che hanno una “mentalità scismatica”, lo stesso è vero per gli innumerevoli milioni di cattolici liberali che disinvoltamente rifiutano l’autorità del papa di dire loro cosa credere o come agire – compresi i cattolici adulteri che il papa ha accolto in Amoris.  Chiaramente, il papa non sente alcuna urgenza nell’affrontare la mentalità scismatica tra innumerevoli liberali. Allora, perché l’urgenza di occuparsi della mentalità scismatica di un piccolo numero di tradizionalisti?

Poi c’è la questione di cosa significhi esattamente “rifiutare” il Vaticano II. Tipicamente, con quei tradizionalisti che sono in piena comunione con il papa, ciò significa che essi rifiutano qualche particolare insegnamento del Concilio, come il suo insegnamento sulla libertà religiosa. Ora, io non sono d’accordo con coloro che rifiutano questo insegnamento. La mia opinione è che l’insegnamento del Vaticano II sulla libertà religiosa può e deve essere riconciliato con l’insegnamento dei papi pre-Vaticano II sull’argomento. (Il mio modo preferito di farlo è quello sviluppato da Thomas Pink.) Ma per una cosa, l’insegnamento del Vaticano II su questo argomento non è stato proposto infallibilmente (anche se, naturalmente, ciò non implica che non gli dobbiamo un assenso); e per un’altra, come esattamente interpretarlo alla luce dell’insegnamento tradizionale è stata una questione di controversia tra i teologi fedeli al Magistero. Quindi, se il papa è gentile e accomodante con coloro che ostinatamente sfidano l’antico e infallibile insegnamento di Cristo e di San Paolo sul matrimonio e sulla Santa Cena, allora come può ragionevolmente essere meno gentile e accomodante con coloro che hanno problemi con un insegnamento non infallibile che ha solo poco più di cinquant’anni? (neretto mio, ndr)

Quindi, l’offesa di cui sono accusati i tradizionalisti a cui si rivolge la Traditionis Custodes è (a) non una di cui tutti sono colpevoli, e (b) manifestamente meno grave di quella dei cattolici che rifiutano l’insegnamento della Chiesa su matrimonio, divorzio e Santa Comunione.  Eppure a coloro che rifiutano quell’insegnamento viene mostrata misericordia, mentre ai tradizionalisti, sia innocenti che colpevoli, viene mostrata durezza. (neretto mio, ndr)

E la punizione è molto dura.Il papa mira a bandire la Forma Straordinaria della Messa dalle comuni comunità parrocchiali, a limitare le future ordinazioni di sacerdoti interessati a celebrarla, e a mettere effettivamente in quarantena dal resto della Chiesa quelle comunità a cui è ancora permesso di usare la vecchia forma della Messa finché non saranno pronte ad adottare la nuova forma. Come osserva il cardinale Gerhard Müller, “il chiaro intento è quello di condannare la Forma Straordinaria all’estinzione nel lungo periodo”. Il papa sta essenzialmente dicendo ai cattolici tradizionalisti attaccati alla vecchia forma della Messa che come individui sono sospetti, e come gruppo sono destinati alla fine a scomparire.  Come scrive il cardinale Müller:

Senza la minima empatia, si ignorano i sentimenti religiosi dei (spesso giovani) partecipanti alle Messe secondo il [vecchio] Messale… Invece di apprezzare l’odore delle pecore, il pastore qui le colpisce duramente con il suo bastone. Sembra anche semplicemente ingiusto abolire le celebrazioni del “vecchio” rito solo perché attira alcune persone problematiche: abusus non tollit usum.

Questo è già abbastanza grave se si considera il danno fatto ai soli tradizionalisti. Ma è tutta la Chiesa che soffre di questa decisione, non solo i tradizionalisti. Per prima cosa, Papa Benedetto XVI ha chiarito che la conservazione della Forma Straordinaria non era affatto una questione di mera soddisfazione dei bisogni di un certo gruppo all’interno della Chiesa.  Piuttosto, aveva a che fare con il ristabilire la connessione della Chiesa nel suo insieme con il proprio passato nel contesto liturgico. Ecco perché, sebbene anche Benedetto sperasse che in futuro ci sarebbe stata una sola forma della Messa, voleva che la vecchia forma esercitasse un’influenza sulla nuova non meno di quanto la nuova avrebbe esercitato un’influenza nel modificare la vecchia. Questo faceva parte dell’insistenza generale di Benedetto su una “ermeneutica della continuità”. Traditionis Custodes non mostra alcuna sensibilità per questa dimensione della questione. (neretto mio, ndr)

Per un’altra cosa, mentre il papa dice di aver preso questa decisione per favorire una maggiore unità nella Chiesa, è chiaramente probabile che favorisca invece solo una maggiore divisione. Questo è inevitabile in ogni famiglia quando un padre mostra un doppio standard verso i suoi figli. Infatti, è proprio questo doppio standard, e non la vecchia forma della Messa, che ha generato la disunione degli ultimi anni. Cosa ha pesato di più nel portare alcuni tradizionalisti a mettere in dubbio l’ortodossia di Papa Francesco? Il fatto che sentono la Messa in latino ogni settimana? O Amoris Laetitia e il rifiuto del papa di rispondere ai dubia? Porre la domanda è rispondere. Traditionis Custodes non spegnerà il fuoco appiccato da Amoris. Semmai, ci verserà sopra della benzina. (neretto mio, ndr)

 

È ancora il Santo Padre

Alcuni diranno che il papa si sta semplicemente comportando come il padre nella parabola del figliol prodigo (Luca 15,11-32). Il figlio maggiore risentito nella parabola, secondo questa interpretazione, rappresenta i tradizionalisti, mentre il figliol prodigo rappresenta i cattolici che non obbediscono all’insegnamento della Chiesa su matrimonio e divorzio.

Ma l’analogia è ridicola. Da una parte, il figliol prodigo nella parabola si pente e rifiuta esplicitamente un riconciliazione speciale. Non dice: “Intendo continuare a vivere una vita immorale, ma chiedo comunque un po’ di quel vitello ingrassato”. D’altra parte, il padre non tratta affatto duramente il figlio maggiore, ma piuttosto lo rassicura dolcemente che lo ama non meno di quanto ami il figliol prodigo.

In ogni caso, il papa è, in fin dei conti, un padre – anzi, è ancora il Santo Padre di tutti i cattolici, tradizionalisti compresi. E mentre la Chiesa permette di criticare i papi in determinate circostanze, questo non può essere fatto se non con umiltà, rispetto e moderazione. Il papa non è un qualche politico o dirigente d’azienda che potremmo ritenere opportuno deridere o licenziare o votare per farlo decadere dall’ufficio. Egli è il vicario di Cristo e non ha un superiore sulla terra. Possiamo rispettosamente esortarlo a riconsiderare alcune azioni, ma se si rifiuta, allora dobbiamo lasciare che sia Cristo a risolvere il problema nel modo e nel momento da lui scelti. (neretto mio, ndr)

Inoltre, poiché è il papa, dobbiamo in questo caso ancor più che in qualsiasi altra situazione seguire il comando di Cristo di porgere l’altra guancia e pregare per coloro che ci fanno del male. Dobbiamo essere disposti ad abbracciare la sofferenza che questo comporta e ad offrirla per gli altri – compreso lo stesso Papa Francesco.

 

 

 




Vescovo canadese: i sacerdoti che rifiutano il vaccino contro il coronavirus “potrebbero trovarsi limitati nel loro ministero”

Mentre in Italia non si placano le polemiche sul Green Pass anche all’estero le pressioni per far vaccinare gli indecisi aumentano. Anche nella Chiesa Cattolica. 

LifeSiteNews ha ottenuto la lettera del vescovo Douglas Crosby in cui si afferma che ai preti non vaccinati “potrebbe non essere consentito l’ingresso” negli ospedali e nelle scuole. “Affinché tutto il clero possa svolgere efficacemente i suoi ministeri, compresa la celebrazione della Messa e degli altri sacramenti, è imperativo che venga completamente vaccinato”, ha scritto.

Di questo fatto ce ne parla Emily Mangiaracina nel suo articolo pubblicato su LifeSiteNews.

 

Douglas Crosby vescovo di Hamilton
Douglas Crosby vescovo di Hamilton

In una lettera ottenuta da LifeSiteNews, un vescovo canadese ha avvertito i sacerdoti che il loro ministero potrebbe essere limitato se non ricevono un vaccino contro il coronavirus.

“Chiunque non riceva i vaccini può trovarsi limitato nel proprio ministero”, ha scritto il vescovo di Hamilton Douglas Crosby in una lettera del 20 luglio indirizzata ai suoi sacerdoti e diaconi (clicca QUI per accedere al PDF della lettera). Crosby ha esortato il clero della sua diocesi a “continuare a osservare i saggi consigli delle autorità sanitarie”.

Ai sacerdoti che non si sottopongono a un’iniezione di coronavirus “potrebbe non essere consentito l’ingresso alle strutture sanitarie (ospedali e case di cura) e alle scuole”, ha continuato.

La minaccia di mons. Crosby di impedire ai sacerdoti non vaccinati di visitare le strutture sanitarie potrebbe ostacolare la possibilità dei sacerdoti di amministrare il Sacramento degli Infermi, che include la Confessione, l’Estrema Unzione e la ricezione della Santa Comunione da parte dei malati e dei moribondi.

Il vescovo di Hamilton non ha affermato in modo definitivo che potrebbe limitare la possibilità dei sacerdoti di dire la Messa e di celebrare altri Sacramenti altrove. Tuttavia, ha scritto che “affinché tutto il clero possa svolgere efficacemente i propri ministeri, compresa la celebrazione della Messa e degli altri Sacramenti, è imperativo che venga completamente vaccinato”.

Crosby sta anche facendo pressioni sui laici perché si vaccinino: “Allo stesso modo, i ministri parrocchiali e i membri dello staff che sono completamente vaccinati saranno in grado di svolgere i loro rispettivi ruoli in modo più efficace”, ha scritto.

Sebbene la sua lettera non dica che il vaccino è necessario per sacerdoti o ministri laici, osservando che “i vaccini non sono obbligatori in questo momento”, Crosby ha richiamato Papa Francesco per inquadrare la vaccinazione COVID come un “imperativo morale”.

“Papa Francesco ci ricorda che è un imperativo morale che tutti vengano vaccinati per prevenire la potenziale infezione e diffusione del COVID-19 e delle sue varianti”, ha scritto.

Mons. Crosby ha fatto riferimento qui alle osservazioni di Papa Francesco in un’intervista di gennaio, quando ha detto: “Io credo che eticamente tutti debbano prendere il vaccino, è un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri”.

Papa Francesco non ha menzionato il fatto che i vaccini contro il coronavirus attualmente disponibili sono sviluppati utilizzando materiale proveniente da bambini abortiti, portando molti pro-life a opporsi in coscienza alla loro assunzione. Un grafico che descrive in dettaglio quali vaccini utilizzano linee cellulari di bambini abortiti e in quale fase vengono utilizzate queste linee cellulari è stato pubblicato dallo Charlotte Lozier Institute.

Mons. Crosby ha fatto eco ai sentimenti di Papa Francesco sui vaccini, scrivendo: “Siamo moralmente obbligati a fare tutto ciò che sappiamo essere possibile per evitare che la salute dei nostri parrocchiani venga messa a repentaglio”.

Da nessuna parte nella sua lettera Mons. Crosby menziona la possibilità che alcuni dei suoi sacerdoti possano avere un’immunità naturale dovuta ad una precedente infezione da coronavirus, il che li espone anche a un rischio elevato di avere una reazione avversa a uno dei vaccini. La sua lettera, inoltre, non tiene conto della possibilità che alcuni dei suoi sacerdoti abbiano allergie o altre controindicazioni che impediscano dal punto di vista medico di ricevere una delle iniezioni; alcuni dei suoi preti si oppongono in coscienza all’uso di vaccini contaminati dall’aborto; e “ministri parrocchiali e membri del personale” che potrebbero essere incinte o in età fertile ed evitare il vaccino a causa di preoccupazioni per aborto spontaneo, difetti congeniti o fertilità.

Alcuni vescovi americani hanno già iniziato a ordinare che i laici coinvolti in alcune attività parrocchiali ricevano il vaccino contro il coronavirus. Il vescovo Anthony B. Taylor di Little Rock, Arkansas – il primo vescovo degli Stati Uniti ad annullare tutte le Messe pubbliche all’inizio del coronavirus – ha vietato ai laici di consegnare la Comunione ai malati e ai membri del coro di cantare a Messa a meno che non siano “completamente vaccinati” con uno dei vaccini contro il coronavirus.

L’arcidiocesi cattolica di New York, guidata dal cardinale Timothy Dolan, ha annunciato nel maggio 2021 che avrebbe iniziato a dividere i parrocchiani tra vaccinati e non vaccinati. Solo le persone che hanno ricevuto le iniezioni potranno cantare nel coro o servire sull’altare. Come imporre questo, magari visionando e archiviando le cartelle cliniche delle persone, dipende da ogni parrocchia.

Il cardinale Blase Cupich dell’arcidiocesi di Chicago, nel frattempo, ha dichiarato che coloro che sono “completamente vaccinati” possono entrare nelle porte della chiesa senza maschere, ma solo se forniscono la prova del loro “stato di vaccinazione”.

Quando papa Francesco visiterà la Slovacchia a settembre, solo le persone che hanno ricevuto un vaccino contro il coronavirus potranno partecipare alla messa papale, ha annunciato il ministro della salute slovacco Vladimír Lengvarský durante una conferenza stampa il 20 luglio. Tale decisione è stata presa in collaborazione con la conferenza episcopale slovacca.

La diocesi di Hamilton di mons. Crosby ha una storia di attivismo LGBT

Sotto mons. Crosby, la diocesi di Hamilton si è espressa a favore dell’esposizione della bandiera del “gay pride” nelle scuole cattoliche, attraverso un documento inviato dal vicario episcopale per l’istruzione, padre Cornelius O’Mahony, ai partner cattolici della diocesi di Hamilton. Allo stesso tempo, il Cancelliere della diocesi di Hamilton ha vietato ai parroci della diocesi di presentare petizioni contro la proposta o di parlare della questione nelle omelie.

Il 6 maggio, il consiglio del distretto scolastico cattolico di Toronto ha approvato mozioni che proclamano che giugno deve essere considera come il “mese del Pride” e che la bandiera arcobaleno venga issata in tutte le scuole e nell’ufficio del consiglio scolastico. Diversi post sui social media hanno poi mostrato l’esposizione della bandiera del Pride in diverse scuole cattoliche in Ontario.

In gran parte in risposta a questa mossa, che ha scandalizzato i fedeli cattolici, i laici della diocesi di Hamilton hanno creato un sito web che invita i compagni parrocchiani a “difendere la diocesi”.

A padre Janusz Roginski, che ha sostenuto che la bandiera dell’ “orgoglio” LGBT non riflette la fede cattolica, è stato chiesto di lasciare la diocesi di Hamilton ad aprile a causa del suo “approccio pastorale verso la pandemia”.

LifeSiteNews ha contattato l’Ufficio Comunicazione della diocesi di Hamilton, ma è stato indirizzato al segretario del vescovo, che non ha ancora risposto. 

 

 




“Essere testimoni significa andare fino in fondo all’amore ricevuto, essere fedeli”

Cerimonia in onore di padre Jacques Hamel – 26 luglio 2021 – Saint-Etienne-du-Rouvray. Discorso del vescovo di Rouen Dominique Lebrun, tradotto da don Pierre Laurent Cabantous.

 

Dominique Lebrun, Arcivescovo di Rouen
Dominique Lebrun, Arcivescovo di Rouen

Signor Ministro, signor Prefetto della Regione,

Signore e signori membri del Parlamento,

Caro Hubert Wulfranc,

Rappresentanti dei Presidenti della Regione, del Dipartimento e della Metropoli,

Rappresentanti eletti delle autorità locali,

Signora Pubblico Ministero,

Signor direttore della pubblica sicurezza,

Signor comandante della gendarmeria della regione Normandia, Generale, Signor presidente del tribunale amministrativo, Signor Bâtonnier,

 

Signor Sindaco,

Caro Joachim Moyse,

Caro Guy, cara suor Danièle,

 

Cara famiglia di padre Hamel,

 

Cari amici di altre fedi, specialmente ebrei e musulmani, Cari fratelli e sorelle della parrocchia,

Cari tutti,

 

Grazie per la vostra presenza; ognuno è importante, per quello che rappresenta, per quello che è. Dal profondo del mio cuore, grazie.

Il quinto anniversario dell’assassinio di padre Jacques Hamel ha due particolarità cronologiche. Da un lato, segue di qualche settimana la morte di Janine Coponet, una testimone, una doppia testimone, se posso dire così. È stata testimone della morte di padre Jacques Hamel e testimone del massacro di suo marito, il caro Guy, mentre assistevano insieme alla messa. D’altra parte, questo quinto anniversario precede di qualche mese il processo di quattro persone accusate di essere complici di questo atto che noi chiamiamo, nella fede cristiana, martirio, e che tutti riconoscono come barbaro.

Rischiando di sorprendere e persino di essere frainteso, permettetemi di concentrarmi sul secondo evento prima che sul primo. Dalle prime ore del 26 luglio 2016, ho pregato per i due assassini che sono morti proprio accanto a dove ci troviamo. Lo faccio con la comunità cristiana, non senza difficoltà nel mio cuore, che, a volte, ha ancora sentimenti di vendetta, di rabbia. Lo facciamo perché il nostro orizzonte è quello di Gesù, quello della misericordia e del perdono: crediamo che Gesù, Dio fatto uomo, è venuto a salvare tutta l’umanità, a perdonarla.

Sempre di più, crediamo che questa umanità sia una sola. Che senso avrebbe un Dio che salvasse solo alcune delle sue creature senza le altre? Il suo amore sarebbe impotente a salvare coloro di cui vuole l’esistenza, un’esistenza a cui dà la libertà ma a cui non dà la morte, e non può rassegnarsi alla morte.

La pandemia è un altro segno che la salute – un’altra definizione di salvezza – non è divisibile, non importa qualsiasi cosa faccia l’umanità con la sua unità, con le sue frontiere o il suo carico di ingiustizie divisive.

Quindi,  la mia preghiera è per i quattro imputati che compariranno di fronte al tribunale degli uomini tra sei mesi, tre dei quali sono in detenzione da quasi cinque anni. La giustizia umana deve essere fatta per loro, secondo le leggi del nostro paese e i grandi principi che sostengono la vita umana. Quella giustizia dirà se sono innocenti, se sono colpevoli e, in caso affermativo, quale pena dovranno vivere.

La giustizia degli uomini finisce qui. La mia preghiera cerca di raggiungere la giustizia di Dio, colui che, senza possibilità di errore, sa cosa è bene e cosa è male. Ma la giustizia di Dio non si ferma a dichiarare ciò che è bene e ciò che è male, lavora per rendere giusto l’ingiusto. Questo è vero per me, ed è ciò che mi aiuta a riconoscere i miei sbagli. È vero per la nostra Chiesa, ed è ciò che ci aiuta a riconoscere i nostri difetti, che a volte sono grandi difetti. Questa è la mia speranza, questa è la speranza dei cristiani: per grazia di Dio, tutti possono diventare migliori, compresi i complici degli assassini.

padre Jacques Hamel
padre Jacques Hamel

La nostra società ha fatto di questa speranza il fondamento della sua giustizia. Non è questo che sta alla base dell’abolizione della pena di morte o dell’ergastolo? Non è forse questo che sta alla base dello scopo più importante di una sentenza: il ritorno a una vita dignitosa per il reo, che è diventato indegno? Non dobbiamo mai pensare che la vita di un delinquente sia una prigione. È destinato a uscire. Noi tutti dobbiamo partecipare a questo obiettivo fornendo le condizioni per questo ritorno. Come cristiani, crediamo che l’amore universale di Gesù, la sua misericordia e la grazia di Dio fanno parte di questo bel cammino, se non le condizioni. Il nostro paese non dovrebbe allontanarsi dal suo fondamento: ogni vita umana è degna di essere vissuta e ha un bel percorso da vivere fino alla fine. È la nostra responsabilità comune: ancora una volta, c’è una sola umanità.

Janine Coponet è arrivata alla fine del suo viaggio sulla terra qualche settimana fa. Faceva parte della speranza dei cristiani. Le sue ultime parole sono esemplari come quelle di padre Jacques Hamel, forse anche, per alcuni, incomprensibili: “Muoio felice”, disse. Ringraziava Dio per la sua vita, nonostante le prove, o a causa di esse, compresa questa terribile prova che commemoriamo oggi.

Come non sottolineare la felice e provvidenziale scelta di Papa Francesco di dispensarci dalla scadenza di cinque anni prima di aprire il processo di beatificazione che potrebbe, un giorno, riconoscere ufficialmente il martirio di padre Jacques Hamel? Il Papa ha, in questo modo, permesso di prendere le dichiarazioni di tutti i testimoni oculari. Come sapete, l’indagine diocesana è stata completata, presentata a Roma e abbiamo ricevuto il riconoscimento della validità di questa indagine. Il resto non dipende da noi, intendo il resto di questo processo.

La continuazione del martirio ora ci appartiene. La parola “martire” significa “testimone”, in un senso che va ben oltre la testimonianza indispensabile che Janine e voi altre, suor Danièle, suor Hélène e suor Huguette, Guy, avete dato alla giustizia francese, o al processo di beatificazione, testimoniando ciò che avete visto. Essere testimoni, come sapete, significa andare fino in fondo all’amore ricevuto, essere fedeli. Grazie a Janine per essere andata fino alla fine a modo suo, in fedeltà all’amore ricevuto e riconosciuto.

Grazie a tutti voi, cari amici, per essere fedeli a ciò che avete ricevuto attraverso questo terribile evento che, grazie a ognuno di noi, può diventare sempre più un cammino di speranza e di fedeltà a un’umanità indivisibile.

Per i cristiani, questo è il senso profondo dell’essere testimoni a cui ci invita padre Jacques Hamel e, paradossalmente, signore e signori del Parlamento, anche le leggi del nostro paese, che, bisogna dirlo, si allontanano dai dieci comandamenti.

Ministro, non è più la legge che ci obbliga a rispettare la vita dal suo inizio alla sua fine naturale; non è la legge che ci comanda di aiutare il prossimo che viene a cercare rifugio sul nostro suolo o che arriva sognando un El Dorado; non è più la legge che ci ingiunge di rispettare i comandamenti di Dio nella vita familiare; non è la legge che ci ispira a lavorare per vivere insieme e ad assumere il perdono come nostro orizzonte. Quindi, se non è più la legge, c’è un imperativo molto più grande: è l’amore, è l’amore ricevuto, è l’amore dato. È l’amore che ha fatto vivere padre Jacques Hamel, qui a Saint-Etienne-du-Rouvray, e che lo fa vivere oggi nei nostri cuori e con Dio.

Mi permetta di concludere ringraziandola, signor Ministro, per la sua rinnovata presenza, che segna la sua attenzione alle comunità religiose. Permettetemi anche di ringraziare calorosamente la città di Saint-Etienne-du-Rouvray per la sua attenzione alla comunità cattolica ferita e alla vita delle comunità credenti. Se le nostre comunità possono, anzi devono, essere in conflitto con la vita della società così come viene vissuta, specialmente nelle sue violenze e ingiustizie, non hanno alcuna intenzione di separarsene, al contrario. Come lo era padre Jacques Hamel, vogliamo essere fermento di amicizia in una vita comune, semplicemente e fedelmente.

 

+ Dominique Lebrun

Arcivescovo di Rouen

 

Il testo originale del discorso lo potete trovare qui

 

 




La versione da un’ora dell’intervista censurata con l’inventore della tecnologia del vaccino mRNA

La versione ridotta a un’ora dell’originale di tre ore e mezza “Dark Horse Podcast” contenente un’intervista al Dr. Robert Malone, inventore della tecnologia del vaccino mRNA. YouTube e altre importanti piattaforme di social media hanno censurato il video.

Il fatto non ci stupisce, dal momento che nel filmato in questione gli scienziati trattano degli effetti avversi provocati dalla tecnologia mRNA contenuta nel siero sperimentale della Pfizer sia ai danni della salute dei vaccinati, che nel provocare l’insorgere di varianti.

Lo stesso Defender, sito dell’Organizzazione americana Children’s Health Defense, che ha pubblicato il seguente articolo è stato ripetutamente oggetto di censura da parte di Big Tech.

 

dott. Robert Malone, inventore della tecnologia dei vaccini a mRNA (e a DNA)
dott. Robert Malone, inventore della tecnologia dei vaccini a mRNA (e a DNA)

 

A giugno, il Dr. Bret Weinstein ha intervistato il Dr. Robert Malone, l’inventore della tecnologia dei vaccini mRNA, e Steve Kirsch, filantropo e imprenditore tecnologico che è diventato un autorevole punto di riferimento per la ricerca nel dare voce alle persone che sono state danneggiate dai vaccini COVID.

L’intervista di tre ore e mezza “DarkHorse Podcast” è stata censurata su YouTube e altre importanti piattaforme di social media. Cinque giorni dopo la pubblicazione del podcast DarkHorse, i risultati scientifici e i contributi di Malone sono stati cancellati da Wikipedia.

Grazie al regista Mikki Willis e al suo team per aver creato in esclusiva per The Defender questa versione da un’ora del podcast originale.

Durante il podcast, Malone, Weinstein e Kirsch trattano delle implicazioni del controverso studio giapponese di biodistribuzione di Pfizer, reso pubblico all’inizio di questo mese dal dottor Byram Bridle, un immunologo virale.

Lo studio di biodistribuzione ottenuto da Bridle ha mostrato che le nanoparticelle lipidiche del vaccino non sono rimaste nel muscolo deltoide dove sono state iniettate, come gli sviluppatori del vaccino hanno sostenuto che sarebbe successo, ma hanno circolato in tutto il corpo e si sono accumulate in grandi concentrazioni in organi e tessuti, tra cui la milza, il midollo osseo, il fegato, le ghiandole surrenali e – in “concentrazioni piuttosto elevate” – nelle ovaie.

Malone discute anche la mancanza di studi adeguati sugli animali per i nuovi vaccini mRNA, e la teoria, sostenuta dal virologo Geert Vanden Bossche, Ph.D., che la vaccinazione di massa con i vaccini mRNA potrebbe produrre varianti sempre più trasmissibili e potenzialmente mortali

Qui trovate il video censurato.




C.D.C. è attesa variare le linee guida: anche i vaccinati devono indossare la mascherina perché la variante Delta del virus infetta i vaccinati.

The Centers for Disease Control and Prevention, Atlanta. (AP Photo/John Bazemore)
The Centers for Disease Control and Prevention, Atlanta. (AP Photo/John Bazemore)

 

 

di Sabino Paciolla

Più fonti giornalistiche segnalano che molto probabilmente nella serata di oggi il Centers for Disease Control and Prevention (C.D.C.), un importante organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America, prenderà una importante decisione che costituisce una inversione delle sue precedenti indicazioni sulla epidemia e sulla capacità da parte di una variante del coronavirus, la Delta, di “bucare” la protezione offerta anche da due dosi di vaccini. I C.D.C. dovrebbero raccomandare alle persone vaccinate contro il coronavirus di riprendere ad indossare mascherine al chiuso in alcune aree del paese.

Le indicazioni date dai C.D.C. a maggio scorso dicevano che coloro che erano completamente vaccinate con due dosi di vaccino avrebbero potuto fare a meno della mascherina nella maggior parte dei luoghi. Raccomandavano invece la mascherina alle persone non vaccinate.

La dottoressa Rochelle Walensky, direttore del C.D.C., all’epoca ha motivato la decisione dell’allentamento sulla base di studi secondo i quali poche persone vaccinate si infettavano con il virus, e che la trasmissione da parte dei vaccinati sembrava ancora più rara.

Evidentemente lo scenario è cambiato nel breve termine di due mesi a causa di una variante, la Delta, che sembra “bucare” la protezione del vaccino.

 

 




La liturgia non è un giocattolo dei papi; è patrimonio della Chiesa

“La liturgia non è un giocattolo dei papi; è il patrimonio della Chiesa. La vecchia messa non è una questione di nostalgia o di gusto. Il papa dovrebbe essere il custode della Tradizione; il papa è un giardiniere, non un produttore.”

Mons. Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare di ‘s-Hertogenbosch, Paesi Bassi, ha pubblicato questa forte dichiarazione sul suo blog. Il papa ha chiesto spesso la parrhesia, e ora ne sta ricevendo una buona dose da tutto il mondo. Traduzione dall’olandese all’inglese preparata per Rorate Caeli.-PAK. La traduzione italiana è a mia cura.

 

Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di 's-Hertogenbosch nei Paesi Bassi
Vescovo Robert Mutsaerts, ausiliare di ‘s-Hertogenbosch nei Paesi Bassi

 

Papa Francesco promuove la sinodalità: tutti devono poter parlare, tutti devono essere ascoltati. Questo non è stato proprio il caso del suo motu proprio Traditionis Custodes, pubblicato di recente, un ukase [editto imperiale] che deve porre fine immediatamente alla messa tradizionale in latino. Così facendo, Francesco mette una grande linea in grassetto sul Summorum Pontificum, il motu proprio di Papa Benedetto che dava ampio spazio alla vecchia Messa.

Il fatto che Francesco usi qui la parola del potere senza alcuna consultazione indica che sta perdendo autorità. Questo era già evidente prima, quando la Conferenza episcopale tedesca non ha preso in considerazione il consiglio del Papa riguardo al processo di sinodalità. Lo stesso è avvenuto negli Stati Uniti quando Papa Francesco ha invitato la Conferenza Episcopale a non preparare un documento sulla Comunione [presa in maniera]  degna. Il papa deve aver pensato che sarebbe stato meglio [in questo caso] non dare più un consiglio, ma piuttosto un mandato di esecuzione, ora che stiamo parlando della Messa tradizionale!

Il linguaggio usato assomiglia molto a una dichiarazione di guerra. Ogni papa da Paolo VI in poi ha sempre lasciato delle aperture per la vecchia Messa. Se sono stati fatti dei cambiamenti [in quell’apertura], erano revisioni minori – vedi, per esempio, gli indulti del 1984 e del 1989. Giovanni Paolo II credeva fermamente che i vescovi dovessero essere generosi nel permettere la Messa tridentina. Benedetto ha spalancato la porta con Summorum Pontificum: “Ciò che era sacro allora è sacro adesso”. Francesco sbatte la porta con forza mediante il Traditionis Custodes. Sembra un tradimento ed è uno schiaffo ai suoi predecessori.

A proposito, la Chiesa non ha mai abolito le liturgie. Nemmeno Trento [lo fece]. Francesco rompe completamente con questa tradizione. Il motu proprio contiene, brevemente e potentemente, alcune proposizioni e comandi. Le cose sono spiegate più dettagliatamente per mezzo di una dichiarazione più lunga di accompagnamento. Questa dichiarazione contiene parecchi errori di fatto. Uno di questi è l’affermazione che ciò che Paolo VI fece dopo il Vaticano II è lo stesso che fece Pio V dopo Trento. Questo è completamente lontano dalla verità. Ricordate che prima di quel tempo [di Trento] c’erano vari manoscritti trascritti in circolazione e liturgie locali erano sorte qua e là. La situazione era un caos.

Trento volle restaurare le liturgie, rimuovere le imprecisioni e controllare l’ortodossia. Trento non si preoccupò di riscrivere la liturgia, né di nuove aggiunte, nuove preghiere eucaristiche, un nuovo lezionario o un nuovo calendario. Si trattò solo di assicurare una continuità organica ininterrotta. Il messale del 1570 si rifà al messale del 1474 e così via fino al quarto secolo. C’era stata continuità dal quarto secolo in poi. Dopo il XV secolo, ci sono stati altri quattro secoli di continuità. Di tanto in tanto, c’è stato al massimo qualche piccolo cambiamento: l’aggiunta di una festa, di una commemorazione o di una rubrica.

Nel documento conciliare Sacrosanctum Concilium, il Vaticano II chiese riforme liturgiche. Tutto sommato, questo era un documento conservatore. Il latino fu mantenuto, i canti gregoriani mantennero il loro posto legittimo nella liturgia. Tuttavia, gli sviluppi che seguirono il Vaticano II sono molto lontani dai documenti conciliari. Il famigerato “spirito del concilio” non si trova da nessuna parte nei testi conciliari stessi. Solo il 17% delle orazioni del vecchio messale di Trento si trova [intatto] nel nuovo messale di Paolo VI. Non si può certo parlare di continuità, di uno sviluppo organico. Benedetto lo ha riconosciuto, e per questo ha dato ampio spazio alla Vecchia Messa. Ha persino detto che nessuno aveva bisogno del suo permesso (“ciò che era sacro allora è sacro anche adesso”).

Papa Francesco fa credere che il suo motu proprio appartenga allo sviluppo organico della Chiesa, il che contraddice completamente la realtà. Rendendo la Messa in latino praticamente impossibile, egli rompe definitivamente con la secolare tradizione liturgica della Chiesa Cattolica Romana. La liturgia non è un giocattolo dei papi; è il patrimonio della Chiesa. La vecchia messa non è una questione di nostalgia o di gusto. Il papa dovrebbe essere il custode della Tradizione; il papa è un giardiniere, non un produttore. Il diritto canonico non è solo una questione di diritto positivo; c’è anche una cosa come il diritto naturale e il diritto divino, e, inoltre, c’è una cosa come la Tradizione che non può essere semplicemente messa da parte.

Quello che Papa Francesco sta facendo qui non ha nulla a che fare con l’evangelizzazione e ancor meno con la misericordia. Si tratta piuttosto di ideologia.

Andate in una qualsiasi parrocchia dove si celebra la vecchia messa. Cosa ci trovate? Persone che vogliono solo essere cattoliche. Queste non sono generalmente persone che si impegnano in dispute teologiche, né sono contro il Vaticano II (anche se sono contro il modo in cui è stato attuato). Amano la Messa latina per la sua sacralità, la sua trascendenza, la salvezza delle anime che è centrale in essa, la dignità della liturgia. Si incontrano famiglie numerose; la gente si sente accolta. Si celebra solo in un piccolo numero di luoghi. Perché il papa vuole negare questo alla gente? Torno a quello che ho detto prima: è ideologia. O è il Vaticano II – compresa la sua attuazione, con tutte le sue aberrazioni – o è niente! Il numero relativamente piccolo di credenti (un numero in crescita, tra l’altro, mentre il Novus Ordo sta crollando) che si sentono a casa con la Messa tradizionale deve essere e sarà sradicato. Questa è ideologia e male.

Se si vuole veramente evangelizzare, essere veramente misericordiosi, sostenere le famiglie cattoliche, allora si tenga in onore la Messa tridentina. A partire dalla data del motu proprio, la Vecchia Messa non può essere celebrata nelle chiese parrocchiali (dove poi?); è necessario un esplicito permesso del proprio vescovo, che può consentirlo solo in certi giorni; per coloro che saranno ordinati in futuro e vogliono celebrare la Vecchia Messa, il vescovo deve chiedere consiglio a Roma. Quanto dittatoriale, quanto poco pastorale, quanto poco misericordioso vuoi essere!

Francesco, nell’articolo 1 del suo motu proprio, chiama il Novus Ordo (la Messa attuale) “l’espressione unica della Lex Orandi del Rito Romano”. Quindi non distingue più tra la Forma Ordinaria (Paolo VI) e la Forma Straordinaria (Messa Tridentina). Si è sempre detto che entrambe sono espressione della Lex Orandi, non solo il Novus Ordo. Di nuovo, la Messa Antica non è mai stata abolita! Non sento mai parlare da Bergoglio dei molti abusi liturgici che esistono qua e là in innumerevoli parrocchie. Nelle parrocchie tutto è possibile, tranne la Messa tridentina. Tutte le armi sono gettate nella zuffa per sradicare la Vecchia Messa.

Perché? Per l’amor di Dio, perché? Cos’è questa ossessione di Francesco di voler cancellare (*) quel piccolo gruppo di tradizionalisti? Il papa dovrebbe essere il custode della tradizione, non il carceriere della tradizione. Mentre Amoris Laetitia eccelleva in vaghezza, Traditionis Custodes è una dichiarazione di guerra perfettamente chiara.

Ho il sospetto che Francesco si stia dando la zappa sui piedi con questo motu proprio. Per la Società di San Pio X, si rivelerà una buona notizia. Non avrebbero mai potuto immaginare quanto sarebbero stati in debito con papa Francesco….

 

Mons. Rob Mutsaerts

 

 

[(*) Il vescovo qui usa la parola tedesca ausradieren, che fu usata da Hitler quando parlava di cancellare città dalla mappa: “Wir werden ihre Städte ausradieren”].

 

 




Cacciari e Agamben: “Green Pass discriminazione gravissima. Conseguenze drammatiche per la democrazia”

Secondo Massimo Cacciari e Giorgio Agamben. il green pass è da regime dispotico, come è autoritaria la discriminazione in corso di chi non vuole vaccinarsi. L’Istituto italiano degli studi filosofici di Napoli pubblica un clamoroso intervento di Cacciari a doppia firma con un altro importante filosofo, Giorgio Agamben che vi presentiamo.

 

A proposito del decreto sul green pass

La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica. Lo si sta affrontando, con il cosidetto green pass, con inconsapevole leggerezza. Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso pratiche di discriminazione, all’inizio magari contenute e poi dilaganti. Non a caso in Cina dichiarano di voler continuare con tracciamenti e controlli anche al termine della pandemia. E varrà la pena ricordare il “passaporto interno” che per ogni spostamento dovevano esibire alle autorità i cittadini dell’Unione Sovietica. Quando poi un esponente politico giunge a rivolgersi a chi non si vaccina usando un gergo fascista come “li purgheremo con il green pass” c’è davvero da temere di essere già oltre ogni garanzia costituzionale. 

Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica. Nessuno invita a non vaccinarsi! Una cosa è sostenere l’utilità, comunque, del vaccino, altra, completamente diversa, tacere del fatto che ci troviamo tuttora in una fase di “sperimentazione di massa” e che su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, anche di quelle che hanno scelto di non essere vaccinate». E come potrebbe essere altrimenti? Il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi: in Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose. In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto. Le stesse case farmaceutiche hanno ufficialmente dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo periodo del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di genotossicità  e di cancerogenicità. “Nature” ha calcolato che sarà comunque fisiologico che un 15% della popolazione non assuma il vaccino. Dovremo dunque stare col pass fino a quando? 

Tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie. Paradossalmente, quelli “abilitati” dal green pass più ancora dei non vaccinati (che una propaganda di regime vorrebbe far passare per “nemici della scienza” e magari fautori di pratiche magiche), dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi. Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza  democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire.