Don Praticiello colpevole di “odio” perché parla di “padre” e di “madre”.

Abbiamo già parlato del fatto che il governo Conte si sta muovendo per eliminare dalla carta di identità del minore la dicitura “padre” e “mamma” per sostituirla con il più neutro e fluido “genitore 1” e “genitore 2”. Il solo nominare le parole madre e padre sarà visto come un seminare odio. E’ esattamente quello che è successo a don Maurizio Praticiello. Ne parla il magistrato Domenico Airoma sul sito del Centro Studi Livatino.

 

padre Maurizio Praticiello
padre Maurizio Praticiello

 

Due indizi fanno una prova, soprattutto quando sono precisi e concordanti. È il caso di don Maurizio Patriciello, che segue quello relativo al Manuale di bioetica del compianto card. Elio Sgreccia, messo all’indice del libri proibiti da più testate giornalistiche nazionali, in attesa di mandare il suo Autore al rogo post mortem.

Che cosa ha scritto di così grave il parroco di Caivano per essere qualificato dall’Arcigay di Napoli come seminatore d’odio? Che cosa ha fatto per essere additato dalla stessa associazione come personaggio pericoloso, contro le persone LGBT e le nostre famiglie, anzi, assieme con altri, rimasti non identificati, uno dei veri problemi del Paese?

“Sono nato da un padre e da una madre. Mio padre si chiamava Raffaele, mia madre Stefania. Mio padre era maschio, mia madre femmina. Sono loro eternamente grato per il dono immenso della vita. Genitore 1 e genitore 2 mi ricordano le prime addizioni alla scuola elementare. Un obbrobrio. Smettiamola. Facciamo le persone serie. E badiamo ai veri problemi del Paese”. Questo il post di don Maurizio a commento dell’iniziativa del Ministro dell’Interno di cancellare nuovamente dalle carte di identità il riferimento al “padre” e alla “madre”, per far posto al più generico “genitore”, su cui oggi interveniamo su questo stesso sito.

Dov’è l’odio? C’è indubbiamente dell’ironia in quel riferimento alle addizioni; l’espulsione dei termini padre e madre dall’anagrafe viene percepito come obbrobrioso dal sacerdote perché la semplice menzione del padre e della madre pare evocare persone di cui vergognarsi: di esse però don Maurizio non si vergogna, essendo loro debitore della vita.

Ripeto: dov’è l’odio? Dov’è, in particolare, l’odio nei confronti delle persone LGBT? Non ve ne è traccia alcuna, all’evidenza. A meno che… a meno che l’odio non sia tanto quello che viene fuori dalle parole usate da don Maurizio, bensì quello che viene fuori dall’interpretazione che di quelle parole viene fatta da parte di chi si attribuisce il potere di scrutare le intenzioni di chi le ha pronunziate; di chi, in altri termini, si erge a supremo sacerdote dello stigma dell’odiatore.

Allora la questione è un’altra, ed è una questione di libertà; e pure questa all’evidenza. I promotori del testo unificato “Zan” in tema di omofobia rassicurano che la scure del carcere non si abbatterà su chi continuerà a sostenere l’indispensabilità di un papà e di una mamma per ogni bambino. Ma gli indizi provenienti dai loro ambienti si susseguono, e vanno nella direzione opposta, soprattutto se si cataloga come pericoloso seminatore d’odio chi si è limitato a criticare la scomparsa del papà e della mamma “solo” dai documenti di identità per i minori di 14 anni.

Don Maurizio merita di essere difeso. Come la memoria del card. Sgreccia, e come il contenuto del suo Manuale. Non solo e non tanto per ciò che hanno detto e scritto, ma per il diritto di dirle e di scriverle. Non solo e non tanto, quanto al sacerdote campano, per il bene che fa per i tanti bambini di Caivano che una mamma ed un papà li vorrebbero davvero, e non solo sulla carta di identità.

Ma perché la libertà riguarda tutti, senza distinzione alcuna. E non vorremmo che diventasse essa “il” problema di questo Paese, con spazi di manifestazione del pensiero sempre più presi di mira, benché non offensivi di alcunoNé vorremmo che tale libertà interessasse pochi: siamo certi che non mancherà una presa di posizione forte e decisa dell’intera comunità ecclesiale italiana. Non perché il tema sia confessionale, ma perché una libertà che è di tutti oggi viene messa a rischio per un sacerdote dedito con generosità al suo apostolato; come ieri è stata calpestata per una delle opere più antropologicamente fondate in tema di etica e vita. Girarsi dall’altra parte non sarebbe saggio.

 

 




Conte, il card. Bassetti e i “costruttori” (non di pace, ma di governo).

Card. Bassetti e Giuseppe Conte
Card. Bassetti e Giuseppe Conte

 

 

di Sabino Paciolla

 

Giuseppe Conte, che come ha scritto lo storico Ernesto Galli della Loggia, “è un signore assolutamente sconosciuto”, che “non rappresenta niente e nessuno”, ma che proprio per questo ha saputo passare da una maggioranza all’altra senza provare un senso di fastidio, che è stato capace di approvare un provvedimento con la prima maggioranza e ripudiarlo con la seconda senza manifestare alcun senso di vergogna, ora si appresta a costruire una terza maggioranza, l’ennesima, facendo appello a improbabili “costruttori” e “responsabili”.

Il popolo italiano negli ultimi 15 anni anni ha visto vari governi non espressi direttamente dal popolo. Nell’ultima votazione, quella del 2018, esso non è riuscito ad esprimere una maggioranza chiara, generando una impasse. Allora si è pensato che una temporanea soluzione basata sui numeri, una maggioranza posticcia giallo-verde (M5S-Lega) potesse temporaneamente risolvere la difficoltà. Un disastro. Quella scommessa si è rivelata solo l’inizio della vuota strategia delle alchimie numeriche, dei governi fatti di soli numeri, senza una visione politica e strategica condivise. Alchimie astruse, estranee al popolo, che nascono e si risolvono nel Palazzo. Infatti, a quella prima pseudo maggioranza ne è seguita una seconda, giallo-rossa (M5S-PD), che ha visto uniti coloro che pubblicamente e ripetutamente (vedi Di Maio, Zingaretti, ecc.) si erano sbertucciati a vicenda, giurando e spergiurando che mai e poi mai avrebbero fatto una maggioranza insieme. Invece, si è visto come è andata a finire. Ed è su questa fragilità politica che Conte ha astutamente approfittato per galleggiare al di sopra e dentro maggioranze variabili e instabili, finendo per essere un muro di gomma nei confronti di chi lo ha sfiduciato, oggi Renzi, ieri Salvini. 

La cosa risibile, se così si può dire, è che tutto questo viene chiamato senso di responsabilità. C’è infatti un appello ai “responsabili”, ai “costruttori”, contro gli “sfasciacarrozze”, una chiamata a venire in soccorso di un decadente e rissoso governo in agonia. Conte lancia un appello a mantenere in terapia intensiva un governo che è stato colpito dal “Coronavirus” delle decisioni contraddittorie, mentre il paese affonda. Un appello contro i presunti irresponsabili, gli ipotizzati “distruttori”, contro coloro che semplicemente hanno abbandonato la maggioranza perché si sono resi conto che se un governo pasticcia, soprattutto in un momento difficile come questo, è bene trarre le dovute conseguenze e restituire, come ultima ratio, la voce al popolo che, secondo la Costituzione, è sovrano. 

E non si dica che in periodo di pandemia non si possa andare a votare, perché è una barzelletta. Lo hanno appena fatto gli Stati Uniti, lo ha fatto la Francia, lo faranno nei prossimi mesi vari paesi europei. E se lo possono fare gli altri, lo possiamo fare anche noi. 

E chi saranno mai, se vi saranno, questi fantomatici “responsabili”? Non lo sappiamo ancora, ma non interessano i nomi, quanto la sostanza della questione. È ragionevole pensare che questa pattuglia di “responsabili”, questa “task force” dell’ossigeno terapeutico da iniettare nei polmoni sempre più asfittici e fibromatosi di un governo intubato e collassato da un virus della inconcludenza, sarà costituita per la maggior parte da personaggi marginali di vari partiti, probabilmente signori e signore che nella loro storia personale sono già passati più di una volta da un partito all’altro, persone insoddisfatte, poco considerate dalla dirigenza di partito cui appartengono, e probabilmente per questo timorose di affrontare le urne con una legge elettorale che taglierà un sacco di poltrone. Personaggi a volte evanescenti, con una storia poco brillante, pronti a tutto pur di ricevere un incarico o un ricandidatura, o semplicemente di mantenere uno stipendio da parlamentare per altri due anni. Gente fortemente insoddisfatta, pronta a vestire l’abito del “responsabile” per antonomasia, un abito che assomiglia più ad un alibi che ad una vera ragione, che pur di continuare a campare su una poltrona in Parlamento sceglierà la strada più comoda per il bene….personale. E tutto questo alla faccia del partito in cui si trovano, e da cui probabilmente usciranno, o più probabilmente saranno cacciati, e alla faccia del gruppo novello e raccogliticcio in cui entreranno, costituito apposta per sostenere una nuova maggioranza altrettanto posticcia. 

Nel caso il progetto dovesse andare in porto, avremo un governo con a capo sempre il sig. “Sconosciuto”, che continuerà a galleggiare, che cambierà di colore, dal giallo-verde, al giallo-rosso, al giallo-rosso-turchino…., proprio come continuamente cambiano di colore le regioni e l’Italia tutta, nel mentre gli italiani continuano a soffrire e a non capirci più nulla nel cangiante cromatismo sanitario, geografico e politico.

Insomma, come si è capito, non saremo di fronte ad una azione di responsabilità ma davanti al più becero trasformismo gattopardesco tutto italiano, sempre e solo tutto italiano.

Che responsabilità è mai quella manifestata da forze politiche che per affrontare la più grande emergenza sanitaria ed economica della storia italiana mettono in campo un governicchio posticcio, traballante, provvisorio e fragile perché basato sul sostegno fondamentale di personaggi da transumanza? Non ci era stato detto che era necessaria una maggioranza solida, un patto di legislatura, una squadra di governo di qualità, “a-cinque-stelle”? E invece, da un governo che butta irresponsabilmente i soldi negli inutili banchi a rotelle, ci troveremo probabilmente di fronte a un governo sulla sedia a rotelle, con bombola di ossigeno annessa, spinta dal signor “nessuno” di turno che si finge operatore sanitario “responsabile”, pur di mantenere il suo…. stipendiuccio.

Come si vede, non un progetto di ampio respiro, ma una manovra di palazzo, un’operazione, come si dice, da “mercato delle vacche”, un intervento da terapia intensiva politica, visto che quello che manca è proprio l’ossigeno della nobile politica.

E in tutto questo gioco di palazzo cosa c’entra la Chiesa Italiana? “Che ci azzecca”, direbbe un mitico personaggio della giustizia di qualche decennio fa? Perché il presidente della Conferenza Episcopale Iitaliana, card. Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, lancia una ciambella di salvataggio al malato grave rappresentato dal governo Conte? Bassetti ha detto: “«Sono ore d’incertezza per il nostro Paese. In questo momento guardiamo con fiducia al presidente della Repubblica che con saggezza saprà indicare la strada meno impervia. Trovo un forte stimolo nelle parole pronunciate proprio dal presidente Mattarella nel messaggio di fine anno: “Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori”. Aggiungo: questo è anche tempo di speranza!”. 

Un intervento, quello di Bassetti, decisamente politico, quindi di schieramento, di presa di posizione per una parte politica piuttosto che per l’altra, in un momento politicamente delicato della vita italiana. Mai come oggi le posizioni e le soluzioni alla pandemia sono così diverse tra maggioranza e opposizione. Soluzioni che, certo, sono del tutto opinabili, da verificare nella realtà, ma i cui effetti sanitari ed economici ricadono, ed impattano, sui cittadini e sulle imprese, una parte dei quali sta soffrendo pesantemente. E nella sofferenza matura la voglia di cambiare squadra di comando. Del resto, che vi sia uno scollamento tra governo e popolo italiano è chiaramente indicato dai sondaggi, tutti negativi per la compagine governativa. E allora perché la Chiesa italiana si schiera?

Già, una bella domanda.

Avremmo voluto sentire dalla Chiesa italiana una continua protesta contro la liberticida legge Zan sulla omofobia proposta da questo governo, e non solo un comunicato, caduto rapidamente nel dimenticatoio, quasi un minimo sindacale per dire: io la mia parte l’ho fatta. Una proposta di legge che per essere approvata definitivamente deve passare dal Senato. Caduta questa maggioranza, diventerebbe più difficile far approvare la legge Zan.

Avremmo voluto sentire la voce di Bassetti tuonare contro questo governo che, per opera del ministro degli Interni, Luciana Lamorgese (qui e qui), sta procedendo all’abrogazione della carta di identità delle parole “padre” e “madre” per sostituirle con “genitore 1” e “genitore 2”. E invece nulla, Bassetti, al contrario, aggiunge la parola “speranza” a quella di “costruttori”. Amen.

Intorno al governo Conte pare che la Chiesa stia alzando muri di protezione. Ma non si era parlato di costruire ponti?

Che strani tempi stiamo vivendo!

 

 




«Sotto l’influenza dello spirito del Concilio». Il Vaticano II secondo Michael Novak.

Concilio Vaticano II (foto CNS)
Concilio Vaticano II (foto CNS)

 

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Lo «spirito del Concilio», s’intende il Vaticano II, perché di nessun altro concilio ecumenico, a mia conoscenza, è invocato insistentemente lo spirito, ha aleggiato sul contestato presepe allestito lo scorso dicembre in piazza S. Pietro a Roma. Come notato da Brian Flanagan su National Catholic Reporter, le reazioni suscitate dall’innovativa estetica del presepe, con una certa audacia considerato «parzialmente ispirato dal Concilio» e dalla sua eredità, sono sembrate ricordare quelle provocate fra i rigidi difensori della tesi dell’immutabilità dell’insegnamento della Chiesa e, appunto, i continuatori del genuino rinnovamento voluto dall’ultimo Concilio ecumenico e, non ultimo, dall’attuale pontefice.   

Benché riguardante il contesto artistico, si è trattato solo dell’ultimo di una serie di riferimenti al Concilio e al dibattito sollevato dalla sua celebrazione che hanno affollato la seconda metà dell’anno appena trascorso. Ma come è stato possibile evocare lo «spirito» di un evento così influente, ma anche tanto remoto nel tempo, come quello del Concilio, anche nel caso del discusso presepe di piazza S. Pietro? forse che il Concilio si è occupato anche di estetica dei presepi? o basta evocare l’«aggiornamento» che il Concilio ha costituito per la Chiesa per giustificare scelte artistiche non in linea con la tradizione?

Se si vuole intendere esattamente che cosa sia questo «spirito del Concilio», non è tanto ai documenti ufficiali del Vaticano II che ci si deve volgere, quanto agli scritti e alle dichiarazioni dei suoi protagonisti: periti, padri conciliari, giornalisti e intellettuali vari, con l’implicita premessa, riecheggiante S. Paolo (2 Cor 3, 6), che lo «spirito» si deve intendere positivamente, rispetto alla rigidità della «lettera».

Papa San Paolo VI

Ad esempio, Yves Congar riferisce un discorso del cardinale Paul-Émile Léger al Concilio il 3 dicembre 1962, in cui l’alto prelato «auspica che lo spirito di rinnovamento sia tutelato da una commissione che tuteli autorevolmente lo spirito del Concilio nel periodo intercorrente tra le due sessioni»: dunque lo «spirito del Concilio» è sinonimo di una delle parole chiave del Vaticano II, l’«aggiornamento»? così sembrerebbe, come è confermato da due passi, rispettivamente del discorso di papa Paolo VI nella cattedrale dello Spirito Santo in occasione del suo viaggio a Istanbul (25 luglio 1967): «Il recente Concilio Vaticano ci ha ricordato che questo progresso si basa prima di tutto sul rinnovamento della Chiesa e sulla conversione del cuore. Ciò significa che contribuirete a questo progresso verso l’unità nella misura in cui entrate nello spirito del Concilio. A ciascuno di noi è richiesto uno sforzo per rivedere i nostri modi consueti di pensare e agire per renderli più conformi al Vangelo e alle esigenze di una vera Fratellanza Cristiana», e del libro-intervista di Vittorio Messori, Il rapporto sulla fede (1985), in cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger distingueva il vero spirito del Concilio dalle sue false interpretazioni, attribuendo le deluse speranze di rinnovamento a «coloro che sono andati ben oltre la lettera e lo spirito del Vaticano II».

Al di là di chi ne ha fatto poi autorevolmente uso, in realtà, «spirito del Concilio» è una espressione del gergo giornalistico, nata ovviamente durante la celebrazione del Vaticano II, ha un autore che attribuì ad essa un significato preciso e che, per la sua popolarità, come vediamo si diffuse ben oltre la cerchia dei mezzi di comunicazione che seguirono il ventunesimo Concilio ecumenico della Chiesa.

Sembra infatti che l’espressione «spirito del Concilio» sia apparsa per la prima volta sulla rivista Time dalla penna di Michael Novak (1933 – 2017), non nuovo, in verità, nel creare slogans eneologismi poi molto diffusi; proprio negli anni Sessanta, infatti, l’allora giovane Novak ispirò i discorsi di molti leaders del Partito democratico americano, suggerendo, ad esempio, niente meno che il famoso concetto di «nuova frontiera» a John F. Kennedy.

Si tratta, però, quasi di un’altra vita, rispetto a quella condotta precedentemente, anche se non meno importante. Novak, infatti, è noto in Italia al pubblico degli specialisti come il teorico del «capitalismo democratico», ovvero il nuovo nome assegnato, a partire dagli anni Ottanta, a quella particolare politica economica seguita dalle principali nazioni del mondo occidentale, basata sulle libertà politica ed economica sviluppatesi, secondo Novak, grazie all’impulso valoriale offerto dalle religioni ebraica e cristiana: si pensi a libri come Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo (1987) e L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo (1994) che, fin dall’efficace titolo, evocano, evidentemente per confutarlo,il celebre L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905) di Max Weber.

Non molti sanno, soprattutto in Italia, che Novak esordì come giornalista free-lance, soggiornando a Roma dal 1963 al 1964 per scrivere estesamente su importanti periodici liberal d’oltre oceano come Time, appunto (Novak e sua moglie Karen erano intimi di Clare Boothe Luce, moglie cattolica del fondatore di Time, Henry Luce, ed ex ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia), oltre che su America, Commonweal e National Catholic Reporter proprio del Concilio, di cui si può ben dire, quindi, che fu spettatore partecipe e che, per la gran messe dei dati raccolti e per i giudizi espressi, meriterebbe studî specifici. Io mi limiterò a rispondere brevemente alla domanda capitale: Che cosa è stato il Vaticano II secondo Novak?, per passare a quella principale: Che cosa intendeva con «spirito del Concilio»?

La risposta di Novak alla prima domanda può sembrare deludente, perché non contrappone i due consueti schieramenti (quello vincente dei «progressisti» e quello dei «conservatori» fin lì detentori delle leve del potere nella Chiesa), seguendo uno schema interpretativo assai diffuso fra i suoi connazionali, ma poco consono alla storiografia italiana. Secondo Novak, infatti, si tratta di categorie elaborate dalla recente storia politica, niente affatto appartenenti alla storia del cristianesimo, che pure ha conosciuto sì diverse sensibilità, ma dietro le quali nessun teologo cattolico ha mai militato al punto tale da mettere in dubbio la Parola affidata alla Chiesa, spendendosi piuttosto per approfondirla e difenderla sinceramente, per poi trasmetterla nel modo più veritiero ed efficace possibile alle nuove generazioni.

È come ciò dovesse avvenire che animò il dibattito intellettuale, ma non fra «progressisti» e «conservatori» quanto, secondo Novak, fra due diverse scuole di teologia: una, detta «della ortodossia non storica», che concepisce la Chiesa come una istituzione sempre fedele a sé stessa, capace di elaborare mirabili sintesi di fede e di pensiero (si pensi a quella tomista), ma che appare all’esterno come una realtà immobile e poco permeabile alle novità, soprattutto quelle del progresso scientifico che incidono sul costume; un’altra, detta «della neodossia» che, all’opposto, concepisce la Chiesa come dotata di una permanente coscienza di sé, storicamente individuata, ma in grado di crescere e, se le circostanze lo esigono, suscettibile di modifiche e persino di superamento.

Se non fosse stato per l’abilità di Novak nella scelta delle etichette delle due scuole teologiche, che poi si sono imposte nel dibattito sul Vaticano II all’estero, non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole: anche il teologo del dissenso Charles Curran, ad esempio, riconosceva l’esistenza di due scuole teologiche ma preferiva riferirsi ad esse chiamandole rispettivamente «classica», nel senso di fedele a verità eterne, immutabili, che non contemplano il minimo cambiamento né tanto meno ripensamenti, e «della coscienza storica», al contrario più disponibile ad ammettere che il soggetto umano fosse inserito in una storia e in una cultura che influenzano le vie in cui ciascuno pensa ed agisce, rendendolo contemporaneamente sia permeabile nei confronti dell’eredità del passato, sia aperto verso le sfide dell’avvenire.

Joseph Ratzinger perito al Concilio Vaticano II 1962 (screenshot via Catholic Herald)
Joseph Ratzinger perito al Concilio Vaticano II 1962 (screenshot via Catholic Herald)

Ad un certo punto però, e qui sta l’interesse delle corrispondenze romane di Novak, si prese ad andare oltre, molto oltre l’equilibrio faticosamente raggiunto dalle due scuole nei sedici documenti ufficiali del Vaticano II «sotto l’influenza dello spirito del Concilio», definito in modo apparentemente pacifico come l’«amare il passato per aiutare a trovare forme nuove ma sempre rispettose della tradizione»; quasi che la Chiesa fosse però una entità disincarnata, staccata dalla sua storia, anche quella più dolorosa, e da una tradizione così pazientemente messa a punto, identificate principalmente in Roma e nel Vaticano, sganciata da qualsiasi disciplina e autorità, compresa quella locale, sicché ciascuno, cattolico in quanto «sotto l’influenza dello spirito del Concilio» e non più per il credo di verità oggettive tramandate alla fine poteva vivere come meglio gli pareva, senza più doversi giustificare.

Non sembri un eccesso: si pensi a certe sperimentazioni nel campo della liturgia o ai casi di aperto dissenso da parte di autorevoli conferenze episcopali e teologi di punta nei confronti del magistero, o si rilegga, nel caso di Novak, la sua inchiesta sulle «nuove suore» per The Saturday Evening Post, tutta inneggiante sperticate lodi a quelle religiose che, sfidando apertamente le regole millenarie che avevano giurato di seguire per tutta la vita, «sotto l’influenza dello spirito del Concilio» presero ad accorciare le gonne sopra il ginocchio, a togliersi il velo e a vivere per conto proprio.

Per l’audacia e l’irriverenza con cui descrisse, invece, la supposta arretratezza delle suore fedeli ai voti professati, successivamente Novak dovette fare pubblica ammenda, constatando amaramente che alla fine il bilancio degli anni vissuti dalle «nuove suore» si era concluso negativamente: infatti, se quando il Vaticano II si chiuse (1965), si potevano contare oltre 104 mila sorelle che insegnavano nelle scuole cattoliche degli Stati Uniti, trent’anni dopo (1995), quel numero crollò drasticamente, scendendo a sole 13 mila religiose insegnanti.

Qualche anno dopo, lo stesso S. Paolo VI dovette ammettere, in una omelia che fece epoca (29 giugno 1972), che non tutto era andato nel verso giusto durante il Vaticano II: il papa, infatti, aveva la netta sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». Parole su cui vale la pena soffermarsi, soprattutto in tempi di pandemia: «È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: “Non so, non sappiamo, non possiamo sapere”. La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. (…) Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza».    

   Anche Novak, molti anni dopo, riprese l’immagine del «fumo di Satana», arrivando a sostenere che aveva ammorbato a tal punto il Concilio da identificarsi con il suo «spirito», favorendo il superamento della lettera di ciò che lo Spirito Santo aveva ispirato: uno spirito che si riempì di radicalismo individualistico e si gonfiò di odio per il modo in cui spazzò via una comunità religiosa dopo l’altra, colleges e università, preti e laici.

Wojtyła arriva a Kalwaria per il Venderrdì Santo anni '60
Wojtyła arriva a Kalwaria per il Venderrdì Santo anni ’60

Per ironia della sorte, Novak, la cui famiglia era di origine slava (slovacca, per l’esattezza), non incontrò mai, fra i padri conciliari che pure si distinsero per la qualità degli interventi, l’allora giovane arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, se non molti anni dopo, quando divenne papa: un frutto straordinario di quell’«aggiornamento», con la sua apertura ai vescovi delle diocesi più remote dell’est e l’incontro con i vescovi di quelle occidentali, perseguito così tenacemente dalla Chiesa che, forse, non sarebbe altrimenti mai maturato. 

            

Data la sua conoscenza ed esperienza del Concilio, fu S. Giovanni Paolo II, secondo Novak, a salvare il Vaticano II e a far sopravvivere la Chiesa «sotto l’influenza dello spirito del Concilio»                               conferendole nuova centralità nel mondo;, dopo aver considerato esaurita l’ispirazione delle ideologie e delle correnti principali della modernità, il papa venuto dall’est insegnò di nuovo a concentrarsi dove si era sempre concentrato il suo magistero e cioé su Gesù Cristo: non è un caso che le parole iniziali del suo primo saluto e della sua prima benedizione furono: «Sia lodato Gesù Cristo»! (16 ottobre 1978).

In una delle tante decisioni prese «sotto l’influenza dello spirito del Concilio», i liturgisti re-immaginarono la S. Messa come una sorta di cena comune, in cui il celebrante è il punto focale dell’assemblea, sta di fronte ad essa e ad una tavola, così che celebrante e assemblea sembra quasi che si concentrino l’uno sull’altro. Prima del Concilio, invece, gli occhi del celebrante e dell’assemblea erano rivolti verso est, verso Gerusalemme, terra di benedizione dove Dio e l’uomo avevano stretto il loro patto e, quindi, della nostra salvezza, in definitiva verso la stessa direzione: Dio.

 

 




La sacralità della vita è fondamentale per risolvere i problemi più urgenti del nostro paese. Parole del Presidente uscente Donald Trump.

Il 18 gennaio è stata pubblicata sul sito della Casa Bianca la proclamazione del Presidente Trump per la giornata nazionale della santità della vita umana.

Un discorso eccezionale per chiarezza, coraggio e anticonformismo, dove vengono ricordate con giusto orgoglio le tante iniziative in difesa della vita nascente intraprese negli ultimi quattro anni e viene rivolto un appello al Congresso affinché approvi una legislazione che vieti l’aborto tardivo (o più propriamente infanticidio).

Il prossimo governo dem, legato a doppio filo con Planned Parenthood, si affretterà a distruggere quest’opera controcorrente, forse però – e ce lo auguriamo – non riuscirà ad annientare quel potente movimento pro-life che, come sostiene Trump, sta risvegliando la coscienza dell’America.

La traduzione è di Wanda Massa.

Donald Trump in Washington, DC, on January 24, 2020. (Photo by OLIVIER DOULIERY/AFP via Getty Images)
Pro-life demonstrators listen to US President Donald Trump as he speaks at the 47th annual “March for Life” in Washington, DC, on January 24, 2020. – Trump is the first US president to address in person the country’s biggest annual gathering of anti-abortion campaigners. (Photo by OLIVIER DOULIERY / AFP) (Photo by OLIVIER DOULIERY/AFP via Getty Images)

 

Proclamazione per la Giornata nazionale della santità della vita umana, 2021

 

Ogni vita umana è un dono al mondo. Nato o non nato, giovane o vecchio, sano o malato, ogni persona è fatta a immagine e somiglianza di Dio. Il Creatore Onnipotente dona ad ogni persona talenti unici, sogni bellissimi e un grande scopo. Nella Giornata Nazionale della Santità della Vita Umana, celebriamo la meraviglia dell’esistenza umana e rinnoviamo la nostra determinazione a costruire una cultura della vita in cui ogni persona di ogni età sia protetta, valorizzata e amata.

Questo mese, festeggiamo i quasi 50 anni dalla decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti nella causa Roe contro Wade (la sentenza che ha reso legale l’aborto negli USA, ndr).  Questa sentenza, costituzionalmente viziata, ha rovesciato le leggi dello Stato che proibivano l’aborto e ha causato la perdita di oltre 50 milioni di vite innocenti. Ma madri forti, studenti coraggiosi, e incredibili membri della comunità e persone di fede stanno guidando un potente movimento per risvegliare la coscienza dell’America e ripristinare la convinzione che ogni vita è degna di rispetto, protezione e cura. A causa della devozione di innumerevoli pionieri a favore della vita, la richiesta che ogni persona riconosca la santità della vita risuona più forte che mai in America.  Nell’ultimo decennio il tasso di aborti è diminuito costantemente e oggi più di tre americani su quattro sostengono le restrizioni sull’aborto.

Sin dal mio primo giorno in carica, ho intrapreso un’azione storica per proteggere vite innocenti in patria e all’estero.  Ho reintegrato e rafforzato la politica di Città del Messico del Presidente Ronald Reagan, ho emanato una regola fondamentale a favore della vita per governare l’uso dei fondi dei contribuenti del Titolo Dieci e ho preso provvedimenti per proteggere i diritti di coscienza di medici, infermieri e organizzazioni come le Piccole Sorelle dei Poveri.  La mia amministrazione ha protetto il ruolo vitale dell’adozione basata sulla fede.  Alle Nazioni Unite, ho chiarito che i burocrati globali non hanno il diritto di attaccare la sovranità delle nazioni che proteggono la vita innocente.  Solo pochi mesi fa, la nostra Nazione si è unita ad altri 32 Paesi nel firmare la Dichiarazione di Consenso di Ginevra, che sostiene gli sforzi globali per fornire una migliore assistenza sanitaria alle donne, proteggere tutte le vite umane e rafforzare le famiglie.

Come Nazione, il ripristino di una cultura di rispetto per la sacralità della vita è fondamentale per risolvere i problemi più urgenti del nostro Paese.  Quando ogni persona sarà trattata come un amato figlio di Dio, gli individui potranno raggiungere il loro pieno potenziale, le comunità fioriranno e l’America sarà un luogo di speranza e libertà ancora più grande.  Ecco perché è stato un mio profondo privilegio essere il primo presidente della storia a partecipare alla Marcia per la Vita, ed è questo che motiva le mie azioni per migliorare il sistema di adozione e di affidamento della nostra Nazione, assicurare maggiori finanziamenti per la ricerca sulla sindrome di Down ed espandere i servizi sanitari per le madri single. Negli ultimi 4 anni, ho nominato più di 200 giudici federali che applicano la Costituzione così come è stata scritta, tra cui tre giudici della Corte Suprema – Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett.  Ho anche aumentato il credito d’imposta per i figli, in modo che le madri siano sostenute finanziariamente mentre si assumono il nobile compito di crescere bambini forti e sani. E, di recente, ho firmato un Ordine esecutivo per la protezione dei neonati e dei neonati vulnerabili, che difende la verità che ogni neonato ha gli stessi diritti di tutti gli altri individui a ricevere cure salvavita.

S President Donald Trump and Judge Amy Coney Barrett walk to the Rose Garden of the White House in Washington, DC, on September 26, 2020. - Trump nominated Barrett to the US Supreme Court. (Photo by Olivier DOULIERY / AFP) (Photo by OLIVIER DOULIERY/AFP via Getty Images)
Amy Coney Barrett con il presidente Donald Trump (Photo by Olivier DOULIERY / AFP) (Photo by OLIVIER DOULIERY/AFP via Getty Images)

Gli Stati Uniti sono un fulgido esempio di diritti umani per il mondo.  Tuttavia, alcuni a Washington stanno lottando per mantenere gli Stati Uniti tra una piccola manciata di nazioni – tra cui la Corea del Nord e la Cina – che permettono l’aborto facoltativo dopo 20 settimane.  Mi unisco a innumerevoli altri che ritengono che questo sia moralmente e fondamentalmente sbagliato, e oggi rinnovo il mio appello al Congresso affinché approvi una legislazione che vieti l’aborto tardivo.

Fin dall’inizio, la mia amministrazione si è dedicata ad elevare ogni americano, e questo inizia con la protezione dei diritti dei più vulnerabili della nostra società – i nascituri.  Nella Giornata Nazionale della Santità della Vita Umana, promettiamo di continuare a parlare per coloro che non hanno voce.  Promettiamo di celebrare e sostenere ogni madre eroica che sceglie la vita.  E ci impegniamo a difendere la vita di ogni bambino innocente e non nato, ognuno dei quali può portare amore, gioia, bellezza e grazia incredibili nella nostra Nazione e nel mondo intero.

ORA, QUI, io, DONALD J. TRUMP, Presidente degli Stati Uniti d’America, in virtù dell’autorità conferitami dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti, proclamo il 22 gennaio 2021, come Giornata Nazionale della Santità della Vita Umana. Oggi, chiedo al Congresso di unirsi a me nel proteggere e difendere la dignità di ogni vita umana, anche di quelle non ancora nate. Invito il popolo americano a continuare ad occuparsi delle donne in gravidanze inattese e a sostenere l’adozione e l’affidamento in modo più significativo, affinché ogni bambino possa avere una casa amorevole. E infine, chiedo a tutti i cittadini di questa grande Nazione di ascoltare il suono del silenzio causato da una generazione che abbiamo perso, e poi di alzare la voce per tutti coloro che sono stati colpiti dall’aborto.

IN FEDE DI CHE, ho posto la mia mano in questo diciassettesimo giorno di gennaio, nell’anno di nostro Signore duemila ventuno, e dell’Indipendenza degli Stati Uniti d’America il duecentoquarantacinquesimo.

DONALD J. TRUMP




Evangelizzare con l’amicizia. Mistica e missione in Egied van Broeckhoven.

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di Sabino Paciolla

 

E’ stato da poco pubblicato, dalle Edizioni La Scala (Noci-Ba), un agile libretto con un titolo che attira l’attenzione: Evangelizzare con l’amicizia. Mistica e missione in Egied van Broeckhoven. Ne è autore d. Giulio Meiattini, monaco dall’Abbazia Madonna della Scala, già noto ai lettori di questo blog. Il libro ci presenta l’itinerario spirituale di un santo dei nostri giorni che ha attraversato, come una stella luminosa e discreta, il tormentato firmamento della metà del ‘900, in anni pieni di fermenti sociali ed ecclesiali.

Ho rivolto a d. Giulio qualche domanda per saperne di più intorno al personaggio di cui si occupa il libro, perché mi sembra che presenti alcuni aspetti capaci di offrire qualche raggio di luce nel nostro difficile tempo, soprattutto per chi intende vivere la sua fede e la sua testimonianza cristiana in una società sempre più aliena ed estranea al messaggio evangelico.

D. Giulio, innanzitutto potresti dirci chi è Egied van Broeckhoven, al quale hai dedicato questo piccolo libro?

P. Egied van Broeckhoven è stato un sacerdote gesuita belga. Nato nel 1933 è entrato ancora molto giovane nella Compagnia di Gesù (1950). Dopo gli anni di formazione e l’ordinazione sacerdotale (1964), a partire dal 1965 ha scelto, come campo del suo apostolato, l’ambiente scristianizzato dei quartieri più poveri, lavorando come prete operaio in alcune fabbriche metallurgiche nelle periferie di Bruxelles per condividere la vita dei lavoratori e far loro giungere il vangelo dell’amore cristiano. Nel 1967 ha perso la vita in un incidente sul lavoro, cosa purtroppo non rara a quei tempi. Nessuno si ricorderebbe di lui, oggi, se non avesse lasciato un ampio diario che ci permette di spingere lo sguardo all’interno della sua esperienza spirituale e di intravedere la sua straordinaria profondità. Un vero e proprio mistico del secolo scorso.

Dunque sono trascorsi ormai più di sessanta anni dalla sua morte. A dire il vero non mi ero mai imbattuto nel suo nome fino ad ora.

Il suo nome e soprattutto i suoi scritti non sono molto noti. Anche per questo ho voluto scrivere qualcosa su di lui. Dei suoi diari è stata edita fino ad ora solo una piccola parte. Pochi anni dopo la sua morte ne fu pubblicata una scelta antologica. Apparsa nell’originale fiammingo, fu poi tradotta rapidamente in diverse lingue, anche in italiano, col titolo Diario dell’amicizia (Jaca Book 1973). Nonostante questo non fu colto, purtroppo, il valore di questa testimonianza. Quasi nessuno se ne è più occupato. Per avere un’altra edizione italiana, un po’ più ampia e meglio curata, ci sono voluti decenni. E’ del 2018 l’edizione di Marietti-Dehoniane, questa volta titolato L’amicizia. Diario di un gesuita in fabbrica. Bisognerebbe davvero provvedere, e spero che presto qualcuno lo faccia, a pubblicare una edizione integrale dei diari. La mancanza di accesso alle fonti nella loro integralità spiega anche perché esistano fino ad ora pochissimi approfondimenti su questa figura dalla spiritualità e dal messaggio così originali: qualche articolo e appena un paio libri (di cui uno in lingua catalana) difficilmente reperibili.

A quanto si capisce dal titolo del tuo libro, e anche dai titoli con cui il diario è stato di volta in volta pubblicato, l’amicizia sembra essere al cuore della vita di questo gesuita.

Indubbiamente, se volessimo riassumere in una parola sola il filo d’oro che attraversa l’esperienza spirituale e l’itinerario missionario e apostolico che caratterizza la vita di p. Egied, la parola sarebbe certo “amicizia”. E’ questo un aspetto che ha sempre attirato l’attenzione sia di grandi pensatori, come Platone, Aristotele, Cicerone, sia di grandi teologi, come S. Agostino. E nella storia della spiritualità cristiana non mancano pagine ed esempi notevoli che illustrano l’amicizia ai suoi più alti gradi. E’ uno dei temi classici su cui si torna sempre di nuovo a riflettere e che, di sua natura, attrae l’interesse di molti. Già la Bibbia con Gionata e Davide e alcune pagine dei libri sapienziali intesse l’elogio dell’amicizia. Tuttavia, a quanto mi sembra, non è facile trovare qualche opera o qualche personaggio che abbia valorizzato l’amicizia in modo così intenso, profondo e, direi, sistematico, tanto da farne la cifra sintetica di un’intera vocazione ed esistenza, come ha fatto Egied van Broeckhoven. La sua lezione, esistenziale prima ancora che scritta, sul tema dell’amicizia ne fa un maestro fra i più grandi su questa dimensione della vita umana e cristiana. Non dimentichiamo che Gesù dice ai suoi discepoli: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. In fondo l’amicizia è anche uno dei concetti più importanti che illustrano la nostra relazione con Dio e con Gesù sotto il profilo del legame di amore e di apertura e fiducia reciproche.

Potresti aiutarci a capire come van Broeckhoven intende l’amicizia? Qual è, secondo te, l’aspetto più originale del modo di vivere e concepire l’amicizia da parte di questo gesuita prete operaio?

Indubbiante l’aspetto più originale e omnicomprensivo è l’interpretazione trinitaria dell’amicizia. La Trinità, per Broeckhoven, è il prototipo dell’amicizia. Sia le relazioni eterne fra le Tre Persone divine sia la loro azione e manifestazione nel mondo e nella storia, rappresentano la fonte e la realizzazione originaria e assoluta delle relazioni fra amici. Per il van Broeckhoven il Padre e il Figlio vivono l’apertura e il dono della loro rispettiva intimità come trasparenza reciproca nell’amore, ma non si fermano qui. Lo Spirito è insieme il terzo Amico, o il Terzo Amato, a cui essi si aprono ammettendolo nella loro amicizia, e insieme lo stesso legame amicale che li lega. Se vogliamo, già un importante teologo medievale, Riccardo di S. Vittore, aveva suggerito di pensare allo Spirito Santo come il Con-dilectus, colui che viene cooptato nel rapporto di amore fra le altre due Persone.

Da questi aspetti elementari di una teologia trinitaria dell’amicizia si può capire tutta la novità che ne deriva per l’amicizia fra creature umane: l’amicizia non è solo un legame a due, in fondo chiuso in una reciprocità fra io e tu – come non di rado la si intende – ma tende ad aprirsi a un terzo, anzi a molti altri, per renderli partecipi del legame di amicizia originario. Questo, per p. Egied, è del tutto evidente nella rivelazione della vita trinitaria nel mondo. Il Padre non trattiene il suo Amato (il Figlio diletto) presso di sé, ma lo invia perché anche gli uomini siano abbracciati in questa relazione amicale e ne divengano partecipi. E questo è possibile grazie al dono dello Spirito, cioè alla condivisione con i redenti della stessa Amicizia comune che lega Padre e Figlio.

Mi sembra che alla luce di queste considerazioni si possa capire anche l’aspetto profondamente missionario dell’esperienza condensata nei diari di p. Egied. Infatti nel titolo del tuo libro parli di mistica e missione.

Sì, quanto appena detto permette di comprendere molto bene che, contrariamente a quanto si pensa, l’amicizia per questo giovane gesuita non è un rapporto ristretto, fra pochi, ma tende ad espandersi. Egli, fedele allo spirito della Compagnia di Gesù, avvertiva la spinta e l’anelito a portare il Vangelo nel mondo operaio scristianizzato, e vedeva nell’amicizia, cioè nel contatto intimo fra persona e persona, proprio questo movimento di apertura e questo abbraccio tendenzialmente universale, espansivo e dunque missionario. A partire dall’esperienza dell’amicizia trinitaria, egli si sente inserito nella stessa traiettoria missionaria che spinge Dio ad andare verso il mondo, a spingere il Figlio nel mondo. Essere missionario per lui è vivere come il Figlio, inviato nel mondo per manifestare al mondo l’intimità del Padre e la loro comune amicizia che è lo Spirito. Meglio far parlare direttamente lo stesso p. Egied, per capire meglio questa connessione fra amicizia e missione. Ecco un suo passaggio eloquente:

«Mio Dio dammi la trasparenza e la generosità del tuo Amore trinitario. Per giungere ad amare vera­mente il proprio amico di un amore che lo spinga verso gli altri, come il Padre ama il Figlio di un amore che lo spinge nel mondo, occorre che l’amicizia sia molto profonda. Per giungere a rende­re partecipi gli altri dell’amicizia che si porta al proprio amico, come il Padre e il Figlio fanno con­dividere al mondo la loro vita d’amore che è lo Spirito, occorre che l’amicizia sia molto profonda, trinitaria»

Grazie alla sua squisita sensibilità umana, p. Egied, come si evince dalle pagine del diario, riusciva a toccare il cuore delle persone che incontrava e a creare con loro legami profondi, attraverso i quali cercava di aprirli all’intimità divina e anche a nuove relazioni autentiche fra di loro.

E in che senso questa spinta missionaria si coniugava in lui con la dimensione mistica? Sembrerebbero due aspetti difficilmente componibili.

Leggendo i suoi appunti si capisce quale profonda vita di preghiera vivesse p. Egied. Era stato fin dalla giovinezza un grande lettore di autori mistici (come Ruysbroeck e Giovanni della Croce, per esempio). Si avverte che la celebrazione quotidiana della S. Messa, la preghiera notturna (fatta dopo una giornata sfiancante di lavoro in fabbrica), e alcuni momenti di improvvisa illuminazione interiore nel bel mezzo degli impegni e delle relazioni quotidiane, erano dei contatti profondi, dei “tocchi di fiamma”, nei quali attingeva all’Oceano divino, come talvolta egli si esprime. Diversamente non avrebbe potuto vivere in modo così generoso e denudante il deserto metropolitano, la durezza dell’ambiente di lavoro. Egli può essere l’amico universale che conduce a Dio in modo missionario, perché attinge al mistero delle relazioni trinitarie, nelle quali talvolta si sente preso e assorbito. Per lui, attirato fortemente fin da giovane, verso la vita contemplativa della Certosa, la scelta della fabbrica e del mondo secolarizzato, in cui i segni della presenza di Dio sono scomparsi, era un modo per vivere l’essenziale, la nudità dell’esperienza contemplativa e mistica. Come scrive in una sua nota: “Vivere con il mondo sulla soglia dell’abisso, per aiutarlo e gettarsi nell’abisso di Dio”.

Potresti in poche parole indicare qualche aspetto che rende questo testimone di Cristo dei nostri giorni fonte di ispirazione permanente per l’evangelizzazione anche oggi?

Il titolo del mio libro è appunto “evangelizzare con l’amicizia”. E una formula che sintetizza l’essenziale del cammino di p. Egied. Questo significa dare la priorità non tanto alla creazione di attività e strutture pastorali, che pure restano importanti, ma puntare soprattutto all’incontro personale e in profondità con le singole persone, per porle poi in relazione di comunione e amicizia tra di loro, proprio nello stile trinitario. Forse, come dico nel libro, da tempo ci si diffonde su una “pastorale del gregge”, che sembra stentare a dare frutti; mentre a p. Egied preme soprattutto il contatto con l’intimità della singola “pecorella”, che il pastore deve amare personalmente, conoscere e chiamare per nome e introdurla a sua volta in un rapporto personale di amicizia-amore con Dio e con gli altri fratelli. In fondo mi sembra di notare, in questo gesuita che comincia il suo ministero subito dopo la conclusione del Vaticano II (fra il 1965 e il 1967), il recupero e il profondo, intelligente rinnovamento di quella che una volta si chiamava “cura d’anime”.

In secondo luogo direi che p. Egied ci indica una possibile strada per vivere la nostra fede in un mondo sempre più privo dei segni della fede. Egli possiede una grande forza interiore, attinta nelle profondità dell’esperienza mistica di Dio; per questo riesce a portare o ritrovare Dio anche negli ambienti in cui Dio sembra più assente. Una sfida oggi sempre più difficile.

 

 

 

 




Appena promosso da Papa Francesco ad arcivescovo di Dublino, Farrell dichiara di essere favorevole alla benedizione privata degli anelli per coppie omosessuali.

Dermot Pius Farrell è stato nominato vescovo da Papa Francesco il 3 gennaio 2018. Lo stesso Pontefice lo ha nominato arcivescovo di Dublino, la capitale dell’Irlanda, quindi la sede più importante del paese, il 29 dicembre 2020. Farrell, qualche giorno dopo la nomina ad arcivescovo ha rilasciato un’intervista all’Irish Times in cui si dichiara favorevole alle donne diaconi e ai sacerdoti sposati, e alla benedizione privata degli anelli per le coppie divorziate e risposate e per le coppie omosessuali. A questo punto, verrebbe da chiedersi quale sarebbe il criterio di scelta dei vescovi e della loro promozione.   

Ecco l’opinione in merito di padre Gerald E. Murray, pubblicata su The Catholic Thing, nella mia traduzione.

 

Dermot Farrell, nuovo arcivescovo di Dublino
Dermot Farrell, nuovo arcivescovo di Dublino

 

L’arcivescovo eletto di Dublino, Dermot Farrell, ha rilasciato un’intervista all’Irish Times subito dopo che la sua nomina è stata annunciata dalla Santa Sede. (Fare clic qui per la trascrizione dell’intervista.)

Il nuovo arcivescovo si dichiara favorevole alle donne diaconi e ai sacerdoti sposati. Non trova nelle Scritture un argomento contro l’ordinazione delle donne al sacerdozio. Chiama l’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica sull’omosessualità puramente tecnico. Dice anche di non avere problemi con la benedizione privata degli anelli per le coppie divorziate e risposate e per le coppie omosessuali (anche se trova problematiche le benedizioni pubbliche perché la gente spesso le interpreta come veri e propri matrimoni).

In mezzo a tanti altri problemi, la Chiesa irlandese sembra destinata a giorni più difficili.

Il trattamento che Farrell riserva all’insegnamento e alla pratica della Chiesa riguardo all’omosessualità, per esempio, è sprezzante: “È una descrizione tecnica. La gente lo fraintende poi perché è un linguaggio teologico tecnico”. Egli considera di modificare questo linguaggio tecnico, perché “Credo che papa Francesco ne abbia discusso (di questa rimozione). E’ venuto fuori all’ultimo Sinodo”.

Davvero? Farrell si riferisce a questo insegnamento del Catechismo: “Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che per ‘gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della

vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”. (Catechismo Chiesa Cattolica 2357)

Nel linguaggio comune, chiamare il linguaggio in un documento “tecnico” può significare che è incomprensibile o è comunemente frainteso dai non iniziati, e serve a qualche scopo arcano o legalistico. La sua rimozione è auspicabile, ma può essere difficile da fare se i pignoli, i puristi o i legalisti si oppongono. Meglio ignorarlo e trattarlo come una lettera morta, come in “Tecnicamente parlando questo è vero, ma…”. .”

Descrivere l’insegnamento chiaro, immutabile e non modificabile della Chiesa sull’intrinseca immoralità degli atti omosessuali come linguaggio tecnico di cui si potrebbe, e persino si dovrebbe fare a meno, è chiaramente un rifiuto di quell’insegnamento.

Il rifiuto dell’attività omosessuale, e dello stile di vita omosessuale, da parte dei fedeli cattolici, tuttavia, non è un fraintendimento del linguaggio “tecnico” che si trova nel Catechismo. Coloro che vogliono che la Chiesa abbracci e benedica lo stile di vita omosessuale si oppongono al linguaggio del Catechismo non perché sia frainteso dagli sprovveduti che pensano che significhi che nessuno dovrebbe compiere atti omosessuali perché, essendo intrinsecamente disordinati, sono immorali. Piuttosto, obiettano perché il linguaggio è facilmente e correttamente compreso proprio per significare questo. Il problema per loro non è la presunta confusione delle parole usate, ma piuttosto il loro chiaro significato. (In sostanza, alcuni chierici rifiutano il linguaggio del Catechismo non perché oscuro nel significato ma perché troppo chiaro e comprensibile dalla gente comune, ndr) 

L’arcivescovo Farrell, in risposta a una domanda sulla benedizione degli anelli per le coppie divorziate e risposate e per le coppie dello stesso sesso, dice:

La difficoltà con le benedizioni è che molto spesso sono mal interpretate come matrimonio. I sacerdoti hanno dato queste benedizioni in passato. Ricordo un mio collega. Gli ho detto – per lui era abitudine fare questa cerimonia della benedizione degli anelli – gli ho detto che non ho difficoltà con la benedizione degli anelli se lo si fa qui in casa, ma se si esce in pubblico, in una chiesa, e si benedicono gli anelli come li vedi. . .si sono presentati con 200 persone e l’hanno visto come un matrimonio. A volte la gente usa questa fraseologia. . .lì si fa confusione. Può essere frainteso come “sì, il prete ci ha sposati”. Le benedizioni saranno sempre fraintese ed è qui che sorge la difficoltà, perché una volta che inizi a benedire cose come questa, la gente lo interpreterà come un matrimonio. Non possiamo avere questo tipo di situazione nella Chiesa perché crea ogni sorta di problemi in termini di insegnamento e questi insegnamenti della Chiesa sono stati costanti.

Lasciando da parte la questione della benedizione degli anelli delle coppie divorziate e risposate, quale significato dobbiamo esattamente intendere riguardo la benedizione degli anelli nuziali delle coppie dello stesso sesso, sia in privato che in pubblico? È un equivoco considerare che il sacerdote che fa una tale benedizione approvi la relazione che la coppia omosessuale ha intrapreso (che è un falso, pseudo-matrimonio), e chieda il favore e l’approvazione di Dio su tale relazione come simboleggiato dagli anelli?

Il Dizionario Cattolico Moderno definisce così una benedizione: “Nel linguaggio liturgico una benedizione è una cerimonia rituale con la quale un chierico autorizzato negli ordini maggiori santifica persone o cose al servizio divino, o invoca il favore divino su ciò che benedice”. La voce del dizionario sugli anelli recita: “Nel linguaggio liturgico la benedizione è una cerimonia rituale: Il conferimento dell’anello è parte integrante della cerimonia di matrimonio per indicare l’amore reciproco tra marito e moglie, e portare l’anello simboleggia la loro promessa di fedeltà coniugale”.

Il problema principale nel benedire le fedi di una coppia dello stesso sesso non è che le persone si confondano e pensano che il sacerdote le abbia sposate. No, il problema principale è che un prete che compie un atto così empio dà l’impressione che Dio favorirà ciò che ha condannato. I “matrimoni” tra persone dello stesso sesso non sono matrimoni in nessun modo, in nessuna forma. È una relazione gravemente peccaminosa in cui due uomini o due donne si impegnano a sodomizzarsi a vicenda. Nessuna benedizione dovrebbe mai essere invocata da un sacerdote su questo rapporto innaturale né sui simboli che costituiscono una copia abusiva del sacro patrimonio del matrimonio.

L’arcivescovo Farrell dice: “Non ho difficoltà con la benedizione degli anelli”. Se questo è vero, quello che ha è una difficoltà più fondamentale: Dio ha messo in guardia i pastori che ingannano i loro greggi portandoli su sentieri di peccato e di errore perché saranno ritenuti responsabili. Preghiamo che il nuovo arcivescovo di Dublino rinunci ai suoi commenti e riaffermi l’insegnamento e la pratica della Chiesa.

 

 




Vaccino obbligatorio? Inalienabile e inviolabile il consenso informato.

Ricevo e volentieri pubblico.

 

vaccino covid coronavirus

 

E‘ accesa la polemica scatenata dalle ipotesi di obbligatorietà vaccinale nell’ambito delle c.d. “misure anti Covid”. Con il presente contributo Iustitia in Veritate intende fornire un aiuto per orientarsi legalmente in tale scenario.

Il dibattito è molto vivo a tutti i livelli: secondo alcuni la questione fondamentale in definitiva sarebbe “l’idoneità alla mansione” in base alla quale vige già da molti anni l’obbligo di vaccinazione antitetanica per alcune categorie di lavoratori. Anche in questo caso però c’è chi sostiene che il vaccino non possa essere un obbligo, dal momento che il D.Lgs. 81/08 art. 279 comma 2 lettera a) prevede che sia obbligatoria per il datore di lavoro, “la messa a disposizione di vaccini“, non che sia obbligatoria la vaccinazione.

Inoltre il comma 5 dello stesso articolo fa obbligo al Medico Competente di informare i lavoratori sui “vantaggi ed inconvenienti della vaccinazione e della non vaccinazione”; dunque salvaguardando di fatto la necessarietà di attingere un consenso “informato”.

In estrema sintesi si può quindi affermare che, da un punto di vista giuridico, allo stato non esiste alcun obbligo di vaccinarsi e nessun trattamento sanitario obbligatorio, e, poiché l’art. 304 comma 1 lettera d) del già citato decreto abroga “ogni altra disposizione legislativa e regolamentare nella materia disciplinata dal decreto legislativo medesimo incompatibili con lo stesso”, ciò vale anche per tutti i vaccini.

E, proprio perchè nessun vaccino è astrattamente esente dal provocare conseguenze negative permanenti sulla salute, va quindi anche ricordato che, qualora venisse accertato il nesso causale con la somministrazione, è possibile sempre agire per gli indennizzi previsti per gli eventuali danneggiamenti subiti.

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Fatta questa premessa di carattere generale sull’obbligatorietà o meno dei vaccini, è indubbio che oggi siamo di fronte ad una ipotesi di obbligatorietà ben diversa e certamente più invasiva in quanto i c.d. “vaccini” quali strumenti di tutela contro l’epidemia da Covid-19 sono inequivocabilmente ancora di natura sperimentale.

A tal proposito la stessa European Medicines Agency (EMA) ha autorizzato la commercializzazione del Comirnaty (nome commerciale del vaccino della Pfizer), a condizione che a dicembre 2023 ne venga confermata l’efficacia e la sicurezza, pena il ritiro dal mercato a gennaio 2024. Ne consegue che la bontà della liberatoria che attualmente viene sottoscritta da chi sceglie di sottoporsi al vaccino, potrà essere confermata solo tra due anni, che corrispondono al periodo standard di sperimentazione [1].

Sono inoltre per lo più sconosciuti gli effetti a medio e lungo termine, mentre esiste già una variegata casistica delle reazioni avverse, anche gravi, inclusi alcuni decessi [2].

Va rilevato, inoltre, che nel foglietto illustrativo del vaccino Pfizer-Biontech, a pagina 9, è riportato che “Non sono stati condotti studi di genotossicità o sul potenziale cancerogeno.[3]

E’ quindi opportuno ricordare che la genotossicità è la “è la capacità di una sostanza di indurre modificazioni all’interno della sequenza nucleotidica e della struttura del DNA di un organismo”.

Suscita non poche preoccupazioni, inoltre, la nota governativa sulle conclusioni dell’Agenzia europea per i medicinali in merito al “rilascio dell’autorizzazione al commercio subordinata a condizioni”, da cui emerge che il Comitato dei medicinali per uso umano (Committee for Human Medicinal Products, CHMP [4]) riterrebbe  favorevole il rapporto beneficio/rischio per il rilascio dell’autorizzazione all’immissione in commercio subordinata a condizioni, come ulteriormente descritto nella relazione pubblica di valutazione europea (European Public Assessment Report, EPAR [5]).

E tali preoccupazioni sono ancora più fondate soprattutto a fronte di una sperimentazione ancora allo stato iniziale e rispetto alla quale poco si sa in merito all’effettiva durata della protezione offerta dal vaccino, alle sue limitazioni rispetto ad alcuni soggetti, alle interazioni con altri medicinali o di altro tipo, alle effettive limitazioni della sua efficacia, agli effetti nel periodo gestazionale, durante l’allattamento e alle ripercussioni sulla fertilità.

Con il presente documento, pertanto, intendiamo fornire un breve sussidio per orientarsi nei confronti di una più o meno pressante richiesta di sottoporsi al “vaccino anti Covid”, magari accompagnata da appelli all’etica o mascherata da un non meglio specificato invito alla solidarietà, confondendo di fatto il piano della necessaria tutela della salute con quello della doverosa – questa sì veramente etica – conoscenza ed informazione sia sulla provenienza dei vaccini, sia sui relativi rischi.

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In merito alla prospettazione inerente la paventata “obbligatorietà” della vaccinazione per difendersi dall’epidemia da Covid-19, va doverosamente detto che allo stato attuale poco o niente si sa di alcuni dei componenti dei c.d. “vaccini” proposti che sono appena stati posti in commercio, e ancor meno dei possibili effetti collaterali indesiderati. Sarebbe una menzogna negare tali evidenze.

La nota informativa allegata al modulo del “consenso informato” della Vaccinazione anti Covid elenca infatti chiaramente una serie di reazioni negative al vaccino: tosse, febbre, dolori muscolari, etc., che però non destano preoccupazione. Ma è la stessa nota informativa ad ammettere che: “l’elenco di reazione avverse sovraesposto non è esaustivo di tutti i possibili effetti indesiderati che potrebbero manifestarsi durante l’assunzione del vaccino Pfizer-BioNTech Covid-19. Se Lei manifesta un qualsiasi effetto indesiderato non elencato informi immediatamente il proprio Medico curante” [6].

Tuttavia non è ben chiaro cosa possa fare il Medico curante, in assenza di una garanzia circa le reazioni da parte della stessa casa farmaceutica, soprattutto in quei casi in cui lo stesso modulo del consenso informato prevede come possibili conseguenze anche la “Paralisi facciale periferica acuta”.

Inoltre, il numero 10 dell’allegato del consenso informato recita: “Non è possibile al momento prevedere danni a lunga distanza”, avvertendo il cittadino rispetto ad eventuali effetti collaterali provocati dal vaccino nel lungo periodo (non meglio precisato). Il che è ancor è più inquietante se si considera che si prospetta di estendere l’obbligatorietà anche ai ragazzi (peraltro in contraddizione con le indicazioni della stessa Pfizer che nel foglio illustrativo del prodotto, al punto 1, sconsiglia la somministrazione del Comirnaty al di sotto dei 16 anni [1]).

Si ritorna dunque al punto cruciale per cui forniamo il presente sussidio orientativo e, nelle ipotesi più gravi, per fornire le motivazioni che possono essere fatte valere a fronte di un paventato obbligo che, a nostro parere, non ha allo stato alcun fondamento né giuridico né soprattutto etico.

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Offriamo pertanto i seguenti spunti:

  1.  anche se l’obbligatorietà venisse statuita per legge per alcune categorie o per tutti, permane la necessità di garantire ai singoli individui la libertà di scegliere quale vaccino fare tra quelli in commercio che, infatti, non sono tutti uguali e possono presentare componenti e rischi differenti.
  2. ancor più deve essere rispettato il principio secondo cui occorre il consenso informato dell’individuo:
  3. in primis perché – come prima accennato – non sono ancora state provate né la sicurezza né l’efficacia di tali vaccini;
  4.  in secondo luogo perché nei c.d. bugiardini dei vaccini sono indicate possibili reazioni avverse anche molto gravi;
  5. infine perché le case farmaceutiche non solo non si assumono la responsabilità di eventuali reazioni avverse, ma hanno ottenuto da tutti i governi l’immunità per eventuali azioni risarcitorie a loro danno.

Occorre quindi dare uno sguardo al panorama normativo vigente.

Nell’ordinamento giuridico italiano ilprincipio del consenso informato trova fondamento costituzionale nell’art. 32 Cost.: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

Tale disposizione, relativa specificamente alla tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo, deve essere presa in considerazione in combinato disposto con l’art. 13 Cost., che garantisce l’inviolabilità della libertà personale intesa anche come libertà di decidere in ordine alla propria salute ed al proprio corpo, e con l’art. 2 Cost., posto a presidio di tutti i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali nelle quali si esplica la sua personalità.

Dalla Costituzione, quindi, si evincerebbe l’esistenza di un diritto costituzionalmente garantito dell’individuo a non subire trattamenti sanitari ai quali non abbia preventivamente e consapevolmente acconsentito. Eventuali costringimenti e/o pressioni più o meno palesi in ambito lavorativo che andassero a confliggere con il suddetto principio andrebbero comunque denunciati.

Ulteriori richiami normativi si possono rinvenire:

Nel codice di Norimberga dove, a seguito del processo svoltosi al termine della seconda guerra mondiale contro i medici nazisti che avevano perpetrato torture e sperimentazioni contro innocenti nei campi di sterminio, i giudici del tribunale svilupparono il codice in dieci punti per definire gli esperimenti medici ammissibili. Il primo criterio, che è anche il più importante, stabilisce che il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente essenziale.

In tali documenti viene cioè chiaramente esplicitato che «la persona coinvolta dovrebbe avere la capacità legale di dare il consenso, e dovrebbe quindi esercitare un libero potere di scelta, senza l’intervento di qualsiasi elemento di forzatura, frode, inganno, costrizione, esagerazione o altra ulteriore forma di obbligo o coercizione; dovrebbe avere, inoltre, sufficiente conoscenza e comprensione dell’argomento in questione tale da metterlo in condizione di prendere una decisione consapevole e saggia».

Nella Dichiarazione di Helsinki, che è un insieme dei principî etici intesi a orientare i medici nella sperimentazione umana, messi a punto dalla World Medical Association e adottati nel giugno del 1964 a Helsinki che ha recepito il principio del consenso, che da volontario diventava informato, quale requisito essenziale per rendere eticamente accettabile una ricerca clinica. La Dichiarazione sosteneva, per la prima volta, la necessità che i protocolli di ricerca clinica e le procedure per ottenere il consenso venissero esaminate da comitati etici indipendenti operanti però all’interno delle stesse istituzioni in cui vengono condotte le ricerche.

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Pertanto, di fronte all’eventuale insistenza o pressione formale al convincimento occorre valutarne l’effettiva pregnanza vessatoria e, dunque, è opportuno che nella libertà di ognuno, si cerchi di rispondere affermando il proprio diritto al consenso informato ed alla libera scelta di sottoporsi alla vaccinazione proposta.

In primo luogo, infatti, imprescindibile è il principio sancito dalla legge 20 maggio 1970 n. 300 (Statuto dei lavoratori), che all’art. 5 intitolato agli “Accertamenti sanitari”, vieta accertamenti da parte del datore di lavoro sulle condizione di salute dei lavoratori.

Si può quindi poi invocare anche l’art. 33 della L. 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del Servizio sanitario nazionale, che ha sancito la regola generale per cui il medico non può eseguire trattamenti sanitari contro la volontà del paziente, a meno che questi non sia in grado di prestare in modo consapevole il proprio consenso e ricorrano i presupposti dello stato di necessità.

Successivamente, la Convenzione sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina, firmata ad Oviedo il 4 aprile 1997 e ratificata in Italia con la L 28 marzo 2001, n. 145, ha ribadito che «un trattamento sanitario può essere praticato solo se la persona interessata abbia prestato il proprio consenso libero ed informato» (art. 5).

Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, all’art. 3 ha stabilito che «ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica» la quale si esplica, nell’ambito della medicina e della biologia, attraverso «il consenso libero e informato della persona interessata» a sottoporsi ad un determinato trattamento sanitario.

Nella Dichiarazione universale sulla bioetica ed i diritti umani dell’UNESCO, approvato nel 2005, all’art. 6 si legge inoltre: “Ogni intervento medico preventivo, diagnostico o terapeutico deve essere realizzato con il previo libero e informato consenso della persona interessata, basato su un’adeguata informazione. Il consenso, dove appropriato, deve essere espresso e può essere ritirato dalla persona interessata in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo, senza conseguenti svantaggi o pregiudizi.”

Infine, la stessa prestazione del consenso informato è prevista e regolata anche dal Codice di deontologia medica del 2014 il quale, all’art. 35, che sancisce l’obbligo per il medico di acquisire il consenso del paziente e, conseguentemente, il divieto di «intraprendere o proseguire in procedure diagnostiche e/o interventi terapeutici senza la preliminare acquisizione del consenso informato o in presenza di dissenso informato».

Di conseguenza ad oggi sussiste il diritto ad acconsentire in modo informato al trattamento sanitario che, peraltro, costituisce un cardine del rapporto fiduciario medico-paziente e su di esso si fonda la legittimazione del professionista a prestare la sua attività terapeutica.

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Un aspetto problematico appare lo scenario che si prospetta per i soggetti incapaci ricoverati presso strutture sanitarie assistite. Il decreto legge n. 1 del 5 gennaio 2021 stabilisce la possibilità di inoculare il vaccino senza il consenso di volontà del diretto interessato e suoi rappresentanti.

A chi ha i propri cari ricoverati in strutture sanitarie si può suggerire di vigilare attentamente, di rendersi sempre reperibili e, soprattutto, di specificare con la direzione della struttura la propria posizione in merito, anche tramite un legale, perché l’art. 5 di tale decreto legge stabilisce che “le  persone  incapaci  ricoverate  presso  strutture  sanitarie assistite, comunque denominate, esprimono il consenso al  trattamento sanitario per le vaccinazioni  anti  Covid-19 a mezzo del relativo tutore, curatore o  amministratore di sostegno” tuttavia “in  caso  di  rifiuto  di  queste  ultime,  il  direttore sanitario,  o  il  responsabile  medico  della   struttura   in   cui l’interessato è ricoverato, ovvero il direttore sanitario della  ASL o il suo delegato, può richiedere, con ricorso al  giudice  tutelare ai sensi dell’articolo 3, comma 5 della legge 22  dicembre  2017,  n. 219, di essere autorizzato a effettuare comunque la vaccinazione.” 

Il giudice tutelare a sua volta ha 48 ore di tempo per convalidare o negare la convalida della richiesta di vaccinazione. Altre 48 ore sono il limite fissato per la comunicazione di tale convalida o diniego; ma, passati questi termini, è sconcertante che sia stabilito che: “Decorso il termine di cui al comma  7  senza  che  sia  stata effettuata la comunicazione ivi prevista,  il  consenso  si considera a ogni effetto convalidato e  acquista definitiva efficacia ai fini della somministrazione del vaccino. “

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Come si intuisce, la situazione è in continuo divenire ma, in effetti, sembra andare nella direzione di una sorta di obbligatorietà della vaccinazione ad oggi proposta.

Nella propria specifica situazione e circostanza ognuno può poter scegliere di agire secondo quello che ritiene più consono a salvaguardare la propria salute come sin qui espresso, dovendo e potendo decidere come resistere in coscienza e libertà nelle eventuali azioni obbligatorie – anche sotto forma di mobbing – in cui dovesse venirsi a trovare.

Restiamo quindi a disposizione per ogni consulenza più specifica, considerando e sottolineando che solo a fronte di un provvedimento formale eventualmente impositivo potrà effettivamente configurarsi la possibile azione di tutela rispetto alla sua asserita fondatezza e / o impugnabilità.

Conformemente al focus della nostra associazione, pertanto, continueremo a seguire gli sviluppi della politica sanitaria italiana rispetto agli eventuali conflitti con i diritti della persona e della libertà di coscienza di ognuno.

Ricordiamo infine che gli associati a Iustitia in Veritate hanno diritto a una consulenza e ad una assistenza specifica nel caso in cui si renda necessario il patrocinio legale.

Milano 17 gennaio 2021

 

Associazione Iustitia in Veritate

Corso Venezia 40, 20121 Milano

Email: [email protected] – Tel: 02/4507.6634

www.iustitiainveritate.org – https://www.facebook.com/asdilesi

RIFERIMENTI

[1] pag. 18 – Tabella E in https://www.ema.europa.eu/en/documents/product-information/comirnaty-epar-product-information_it.pdf

[2] https://www.medalerts.org/vaersdb/findfield.php? EVENTS=ON&PAGENO=2&VAX[]=COVID19&VAXTYPES[]=COVID-19&DIED=Yes

[3] pag. 9 in https://www.ema.europa.eu/en/documents/product-information/comirnaty-epar-product-information_it.pdf

[4] punto 3 https://www.ema.europa.eu/en/documents/other/chmp-rules-procedure_en.pdf

[5] https://www.ema.europa.eu/en/medicines/what-we-publish-when/european-public-assessment-reports-background-context

[6] https://cdn.onb.it/2020/12/all-1-Consenso.pdf




Facebook censura l’arcivescovo emerito di Guadalajara che denuncia il “Nuovo Ordine Mondiale”.

Ce ne parla Thomas D. Williams il 16 gennaio su Breitbart (qui).

L’articolo riporta la prima parte del discorso del cardinale. E’ possibile ascoltarlo integralmente su youtube (https://www.youtube.com/watch?v=L1dnDa8p7fw ).

 

Juan Sandoval Iniguez, cardinale
Juan Sandoval Iniguez, cardinale

 

Facebook ha censurato un video (https://www.facebook.com/semanariogdl) del cardinale Juan Sandoval Íñiguez, arcivescovo emerito di Guadalajara, per aver suggerito che i leader globalisti stanno sfruttando la pandemia del coronavirus per creare un nuovo ordine mondiale.

Al posto del video settimanale del cardinale, Facebook ha esposto uno screenshot grigio con il banner “False informazioni“. Sotto, Facebook ha aggiunto: “Questa pubblicazione ripete informazioni su COVID-19 che i controllori indipendenti hanno ritenuto false“.

Sulla sua pagina Facebook (http://www.arquimediosgdl.org.mx/iglesia-en-guadalajara/censura-facebook-a-cardenal-juan-sandoval), il Seminario Arcidiocesano di Guadalajara, un servizio di informazione gestito dall’arcidiocesi di Guadalajara, ha pubblicato il 13 gennaio la seguente schermata, insieme al testo “Il cardinale Juan Sandoval ha denunciato l’imposizione di un nuovo ordine mondiale, ore dopo il suo video è stato censurato“:

Nel video di nove minuti e mezzo del 12 gennaio, intitolato “Trama di un nuovo ordine mondiale“, il cardinale inizia dicendo: “Cari amici, questo andrà avanti a lungo“.

Questa pandemia non finirà in un mese o due mesi, forse non quest’anno, forse non tra tre, quattro, cinque, sei anni“, ha detto. “Questo è quello che vogliono questi uomini. Sarà un lungo viaggio“.

È una situazione difficile, difficile, come non si è mai vista nella storia dell’umanità. Bill Gates è un profeta e predice il futuro“, ha osservato ironicamente il cardinale, “e non solo ha previsto l’arrivo del coronavirus, ma ha anche avvertito di una possibile futura pandemia di vaiolo“.

Durante la pandemia, il cardinale Sandoval ha criticato il blocco delle imprese e dei servizi come misure sproporzionate per frenare la diffusione del virus.

Quello che cercano è un governo mondiale, un nuovo ordine mondiale“, afferma il cardinale nel video.

Vogliono un unico governo mondiale, un unico esercito, un’unica moneta, un’unica economia e anche un’unica religione – che non sarà certamente la religione cristiana“, ha detto. “Sarà la religione della Madre Terra, in nome dell’umanità e della fratellanza universale“.

A questo scopo, le pandemie servono a indebolire le nazioni; le impoveriscono e le indebitano, facendo crollare le loro economie“, ha detto Sandoval. “Inoltre indeboliscono l’istruzione, chiudendo le scuole e sostituendole con l’insegnamento a distanza“.

Queste pandemie ostacolano anche la pratica religiosa, come abbiamo visto l’anno scorso“, ha detto. “Chiudono le chiese, riducono il numero di persone che possono praticare il culto“.

Ma soprattutto creano paura, una paura terribile tra la gente“, ha messo in guardia.

 




PENSO, DUNQUE SONO. – V.L. n.10 – Il Big Bang del pensiero autocosciente.

(se il video qui sotto non si apre, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)


 

E’ la cosa più naturale ed intima che tutti noi sperimentiamo quotidianamente, e al contempo la più misteriosa ed insondabile: tutti noi pensiamo, ragioniamo, rievochiamo ricordi, immaginiamo scenari futuri, visualizziamo luoghi e persone lontane, sogniamo, proviamo sentimenti a volte contrastanti, discerniamo fra i tanti moti interiori per scegliere consapevolmente quello che vogliamo seguire, costruiamo il nostro IO giorno per giorno. Come ha detto David Chalmers, filosofo e scienziato cognitivo:

“L’esperienza cosciente è, al contempo, la cosa più familiare del mondo e la più misteriosa. Non c’è niente di cui sappiamo di più, per esperienza diretta, rispetto alla coscienza, ma è tutt’altro che chiaro come riconciliarla con tutto il resto di ciò che sappiamo. Perché esiste? Cosa fa? Come potrebbe mai sorgere da grumosa materia grigia?”

Il Big Bang del pensiero umano ha introdotto nell’universo materiale un elemento ineffabile che non sembra riducibile alla somma delle parti che compongono il cervello. E’ il cosiddetto “BRAIN-MIND PROBLEM”, una insormontabile pietra di inciampo per la visione del mondo naturalistica, materialistica ed atea.

In questo video ricostruiamo le tante differenze fra la MENTE e il CERVELLO MATERIALE, attraverso argomenti e casi di studio scientifico che sfidano il dogma materialista, mostrando come il pensiero autocosciente umano punta con decisione all’esistenza di una dimensione trascendente e immateriale che l’ateismo non si spiega, e il teismo sì.




Il Verbo si fece carne in Maria e attraverso Maria si avvicina ai nostri cuori e li vivifica nell’amore.

Riflessione del servo di Dio don Dolindo Ruotolo sul Vangelo delle nozze di Cana (Gv, 2, 1-11), oggi secondo la liturgia ambrosiana.

 

Nozze di Cana
Nozze di Cana

 

Siamo vasi di pietra, duri e insensibili, ci manca ogni riconoscenza al Signore e ogni amore.

E’ la Madre divina che ne fa notare la mancanza al misericordioso suo Figlio, perché con la sua grazia ci trasformi in nuove creature.

Egli ci trasforma orientandoci a Dio, come trasformò l’acqua in vino orientandola al capo del banchetto e questi cuori pieni di acque tempestose di passioni ridondano d’amore come calici spumeggianti di ottimo vino.

O Madre divina, o Mamma nostra dolcissima,

sii tu la vigile custode dell’anima nostra e

quando vedi che essa non ha umiltà,

che è fiacca nella pietà,

che si sconvolge nelle contrarietà e non ha pazienza,

dillo tu a Gesù,

perché Egli provveda con un miracolo di grazia;

soprattutto accresci la fede,

perché senza una fede viva

il nostro povero cuore languisce nel convito eucaristico e

siamo come anime smarrite nell’esilio terreno.

Gesù ti disse che non era ancora venuta la sua ora,

cioè il momento di glorificarsi e di manifestarsi,

perché Egli voleva compiere miracoli a conferma della sua Parola,

eppure tu anticipasti quell’ora con la tua intercessione, o Maria!

Anticipa anche per me l’ora della misericordia

con la potenza delle preghiere e

fa’ che la mia vita, scipita come acqua,

si muti tutta in amorosa glorificazione di Dio.




“Genitore 1” e “Genitore 2”, ovvero, quando l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo – dalla “sfera biologica” – finisce per distruggere se stesso.

Benedetto XVI
Benedetto XVI

 

 

di Sabino Paciolla

 

Avantieri abbiamo dato la notizia che il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, ha deciso di reintrodurre sulla carta di identità dei minori la dizione di “Genitore 1” e “Genitore 2”.

La Repubblica introduce la notizia con queste parole: 

“Dopo i decreti sicurezza, il Viminale cancella un altro lascito dell’era Salvini che aveva fatto molto discutere.

Sulla carta di identità per i minori di 14 anni o sui moduli di iscrizione a scuola dei bambini si torna a ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’, una dicitura che da tempo ormai aveva sostituito il vecchio “madre” e “padre” e che Salvini ministro dell’Interno aveva invece recuperato.”

Avete capito? Il concetto di “padre” e “madre”, secondo Repubblica, sarebbe un “lascito” di Salvini, cioè di un partito e non della civiltà, un concetto che non affonderebbe nella notte dei tempi, ma sarebbe frutto delle decisioni dei partiti della maggioranza di turno. Secondo Repubblica, i concetti ”madre” e “padre” sarebbero vecchi e, addirittura, avrebbero “fatto molto discutere”. Per la élite intellettuale snob e radical-chic, occorre invece essere sempre trendy, up-to-date, alla moda e scaricare tutto ciò che è “vecchio”, per vestirsi dell’uomo nuovo, quello ideologico, ovviamente. 

E invece a noi piacciono le cose sensate, semplici, perché ci mantengono stretti alla realtà, con i piedi per terra.

Per questo ci abbeveriamo alle parole che Benedetto XVI disse il 22 dicembre 2006, e che ci aiutano a capire questi nostri strani tempi.

Eccole: 

Si aggiunge poi, per l’altra forma di coppie, la relativizzazione della differenza dei sessi. Diventa così uguale il mettersi insieme di un uomo e una donna o di due persone dello stesso sesso. Con ciò vengono tacitamente confermate quelle teorie funeste che tolgono ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della persona umana, come se si trattasse di un fatto puramente biologico; teorie secondo cui l’uomo – cioè il suo intelletto e la sua volontà – deciderebbe autonomamente che cosa egli sia o non sia. C’è in questo un deprezzamento della corporeità, da cui consegue che l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo – dalla “sfera biologica” – finisce per distruggere se stesso. Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo?  Non è piuttosto il loro – il nostro – dovere alzare la voce per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio?

Il ministro Lamorgese dice che ce lo chiede l’Europa. Già l’Europa. Questo “Moloch” a cui dobbiamo solo obbedire, qualunque richiesta, anche la più insensata, ci faccia. Un’Europa che ha rifiutato le sue radici cristiane, perché, come Repubblica, le ha considerate cosa vecchia, da recidere, per “emanciparsi” (si fa per dire). 

Ma è sempre Benedetto XVI che dice:  

…il problema dell’Europa, che apparentemente quasi non vuol più avere figli, mi è penetrato nell’anima. Per l’estraneo, quest’Europa sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla storia. Perché le cose stanno così? Questa è la grande domanda. 

Il problema è diventato così difficile anche perché non siamo più sicuri delle norme da trasmettere; perché non sappiamo più quale sia l’uso giusto della libertà, quale il modo giusto di vivere, che cosa sia moralmente doveroso e che cosa invece inammissibile. Lo spirito moderno ha perso l’orientamento, e questa mancanza di orientamento ci impedisce di essere per altri indicatori della retta via.

Infine, Benedetto XVI va alla radice della questione, e dice: 

La Chiesa deve parlare di tante cose: di tutte le questioni connesse con l’essere uomo, della propria struttura e del proprio ordinamento e così via. Ma il suo tema vero e – sotto certi aspetti – unico è “Dio”. E il grande problema dell’Occidente è la dimenticanza di Dio: è un oblio che si diffonde. In definitiva, tutti i singoli problemi possono essere riportati a questa domanda, ne sono convinto.

Come sarebbe bello se la Chiesa, come ha detto Benedetto XVI, sentendolo come dovere, alzasse la sua voce “per difendere l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio”.




La Chiesa è il luogo della presenza reale di Cristo, dove l’esistenza è “spiegata” con Lui.

«”Rabbì, dove abiti?”, “Venite e vedrete”»
«”Rabbì, dove abiti?”, “Venite e vedrete”»

 

 

di Alberto Strumia

 

Domenica II del Tempo Ordinario

(Anno B)

(1Sam 3,3-10.19; Sal 39; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42)

Siamo rientrati questa settimana – dopo il Tempo di Natale, nel quale la liturgia ha messo al centro il Mistero, l’Avvenimento, dell’Incarnazione del Verbo – nel Tempo Ordinario dell’“Anno liturgico”. Così le letture di questa domenica iniziano ad istruirci sul “metodo” con il quale vivere la “vita normale”, la vita “ordinaria”: a viverla in quel modo dignitosamente e pienamente “umano”, che è il modo “cristiano” di condurre l’esistenza.

– La prima lettura, innanzitutto sembra proprio descrivere il comportamento “normale”, “ordinario” per l’appunto, con il quale tutti siamo abituati a condurre una delle nostre giornate. La nostra natura di esseri dotati di un corpo materiale – l’unico che vediamo, tocchiamo e sentiamo – suggerisce, in prima battuta, di fare i conti solo sugli aspetti “materiali” dell’esistenza. Ciò è del tutto “normale” e non è certo in sé una cosa sbagliata; ma sarebbe sbagliato fermarsi a questo livello di “spiegazione della realtà”, quando esso si manifesta come “insufficiente”. Ce lo illustra bene l’episodio del dialogo tra Samuele e il sacerdote Eli. Era “normale” per Samuele pensare che a chiamarlo, svegliandolo nel cuore della notte, fosse stato Eli, che era l’unico presente, nello stesso luogo, con lui. Così come è “normale” e corretto, in via ordinaria, spiegare gli avvenimenti del mondo nel quale viviamo, in termini di leggi fisiche, economiche, sociologiche, psicologiche. Perché tutte queste leggi sono state disposte da Dio Creatore. Ma non è corretto pensare che queste leggi possano esistere “senza Dio Creatore”, come se non fosse Lui il loro autore e garante, e il mondo se le fosse date da solo. Alla prova dei fatti, della storia dell’umanità, una visione del mondo, una concezione dell’uomo “sganciata” da Dio Creatore, dimostrano di essere una “spiegazione insufficiente” della realtà e della condizione dell’uomo sulla terra. Una concezione puramente materialista della realtà, prima o poi, non funziona e lo si vede dal fatto che una vita così organizzata diviene “invivibile” a livello individuale e sociale, fino all’ingovernabilità e dall’anarchia. Non è forse questa la fotografia del nostro mondo attuale? E perfino della nostra società ecclesiale, quando si dimentica il suo nesso imprescindibile con Dio Creatore e Cristo Redentore?

Ad un certo punto della narrazione dell’episodio, Eli se ne accorge, constata l’insufficienza della spiegazione “materiale” della situazione, che prende in considerazione solo la presenza di Samuele e la sua, nella casa del Tempio. Egli è “ragionevolmente” quasi costretto da un’evidenza, a prendere in seria considerazione la “spiegazione alternativa” secondo la quale è Dio stesso ad essersi manifestato, in sogno, a Samuele. E dando seguito a questa spiegazione, non più appena materialistica, inizia a svilupparsi una nuova comprensione di se stesso e della sua missione nella vita di Samuele. Alla luce della nostra condizione di oggi, questo è un chiaro invito ai singoli e all’umanità intera, a prendere atto del fallimento di tutte le ideologie materialiste, di tutte le visioni filosofiche e religiose “immanentiste”, la cui origine finisce per farsi riconoscere come “satanica”, che hanno preso possesso della vita degli uomini, in questi ultimi secoli, fino a soffocarli definitivamente nei nostri ultimi anni. Riusciranno gli uomini e le donne di oggi a fare il ragionamento di Eli, e ad accorgersi di Dio Creatore e di Cristo come unica via di Salvezza per “riparare” all’errore storico commesso? Di certo faranno molta fatica se gli uomini della Chiesa dei nostri anni non li aiutano, ma – peggio ancora – insegnano loro a insistere in quell’errore fatale. Per riuscirci dovranno guardare, non tanto, alla vita della Chiesa di questi loro anni, quanto piuttosto a tutti i suoi secoli precedenti il nostro tempo. Perché la Chiesa va considerata nella sua totalità storica e dottrinale e non solo in quella punta dell’iceberg che ci appare oggi. E per riuscire in questo avranno bisogno di un suggerimento che proviene da Dio stesso.

– Nella seconda lettura, san Paolo suggerisce lo stesso percorso di passaggio da una concezione materialista ad una integrale, completa, applicandolo all’antropologia, alla persona umana. L’uomo non è “spiegabile” riducendolo solo al suo corpo materiale, quasi che questo non avesse nessuna relazione con Dio Creatore. L’Apostolo non si limita a considerare lo Spirito di Dio Creatore come “causa” all’origine dell’esistenza dell’uomo, ma arriva ad insegnare che tale “causa” deve agire, non solo all’origine, ma “permanentemente” per conservare nel tempo l’esistenza del corpo stesso. Di più, occorre all’uomo, per vivere in “piena dignità”, prendere atto del fatto che lo Spirito che dà la vita, abita nel corpo come in un tempio. In tal modo viene risanata la concezione che l’uomo ha del corpo e di tutta la sua persona, l’errore materialista viene risanato (“redento”) correggendolo, e l’uomo impara a vivere bene rispettando la sua corporeità, non deturpandone la bellezza corrompendola sregolatamente.

– Nel Vangelo, tutto questo percorso che fa passare dal materialismo/immanentismo al cristianesimo, non si limita alla “constatazione” empirica e razionale dell’insufficienza della “spiegazione” puramente orizzontale dell’esistenza, ma compie il passaggio dalla “constatazione” alla “domanda”. La domanda è scatenata nei primi discepoli dall’attrattiva soprannaturale che Cristo esercita su di loro, mediante la Sua umanità. Dopo avere assistito al manifestarsi di qualcosa di straordinario (la “teofania”), accaduta nel momento del Battesimo di Gesù nel Giordano, dopo aver sentite le parole di Giovanni Battista («Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!», Gv 1,29), quelli che stanno per diventare i primi discepoli, vengono “attirati” verso Gesù da una spinta interiore straordinaria che mette in moto in loro la “domanda” di verità della vita, che intuiscono abbia in Lui la risposta, l’unica risposta piena, adeguata, totale. Gesù mette alla prova questa loro spinta interiore per aiutarli a far loro formulare in termini precisi la “domanda”; per questo li interroga: «Che cosa cercate?». Come a dire, qual è la “domanda” che avete, fino a che livello di profondità la spingete? Non vi basta il materialismo di tutti gli altri? Sono forse Io la risposta?”. E loro rispondono, guidati dall’“istinto dello Spirito Santo”: «Maestro, dove abiti?». Come a dire: “La risposta sei Tu”. «Disse loro: “Venite e vedrete”». Nella risposta di Cristo si definisce già quello che sarà e dovrà essere sempre la Chiesa: il luogo della presenza reale di Cristo, il posto dove lo si conosce, dove si vive con Lui, dove l’esistenza è “spiegata” con Lui. Se gli uomini nella Chiesa dimenticano questo, essi finiscono per aver perso anche se stessi trascinando con sé anche tanti altri che sono loro affidati.

Ma la protezione delle Madre di Dio impedirà che questo accada a coloro che le chiedono aiuto. E noi siamo tra questi. Anzi, sarà lei stessa a preservare, attraverso quei pochi, la vera vita della Chiesa di Cristo.

Bologna, 17 gennaio 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it