Un politico finlandese indagato per aver difeso la visione biblica sull’omosessualità

In Finlandia persino un ex ministro di un governo viene indagato per avere espresso l’etica sessuale biblica. Ce lo spiega Jonathon Van Maren in questa sua intervista a Päivi Räsänen, la persona che rischia una condanna per aver espresso una semplice opinione. 

L’intervista è stata pubblicata su Lifesitenews, e ve la propongo nella mia traduzione. 

 

Päivi Räsänen

 

A maggio ho scritto un articolo per First Things sulla persecuzione in corso della politica finlandese Päivi Räsänen, che negli ultimi anni è stata costantemente presa di mira dagli attivisti LGBT per la sua schietta difesa dell’etica sessuale biblica. Dopo la sua ultima intervista, è stata interrogata dalla polizia finlandese ancora una volta, semplicemente per aver espresso in pubblico il suo credo cristiano. 

Räsänen non è una figura insignificante in Finlandia. Dal 2004 al 2015 è stata presidente dei Democratici Cristiani e dal giugno 2011 al maggio 2015 è stata ministro dell’Interno della Finlandia. Suo marito è un pastore luterano, e le sue idee cristiane erano ben note. Solo nel 2011 è stato modificato l’articolo 10 del Codice penale finlandese che tratta dei discorsi sull’odio per includervi l'”orientamento sessuale”. Improvvisamente, l’espressione delle opinioni cristiane ortodosse di innumerevoli milioni di persone avrebbe potuta essere considerata un discorso sull’odio, e forse anche perseguibile. Questo, almeno, è ciò che sperano i persecutori di Räsänen.

Questo mese ho parlato di nuovo con lei sui dettagli del suo caso. Chiunque apprezzi la libertà di parola e la libertà di religione dovrebbe prestare molta attenzione – il calvario di Räsänen potrebbe facilmente accadere in Canada o negli Stati Uniti un giorno o l’altro.

LifeSite: Qual è il contesto del suo caso?

Päivi Räsänen: Nel complesso, la polizia finlandese sta conducendo quattro diverse indagini penali contro di me. In tutti questi casi, sono accusata di agitazione criminale contro un gruppo minoritario, principalmente per aver citato la Bibbia in un tweet, per un opuscolo vecchio di 16 anni e per aver parlato secondo la mia fede cristiana in un programma radiofonico e televisivo.

Il caso più recente ha a che fare con le mie opinioni presentate in un programma della serie YlePuhe [The Finnish Broadcasting Corporation Talk Show] con il conduttore Ruben Stiller sul tema “Cosa penserebbe Gesù degli omosessuali?” Questo è stato trasmesso il 20 dicembre 2019. Nel programma abbiamo discusso l’insegnamento della Bibbia su Gesù, la creazione dell’uomo, il peccato, il giudizio finale e la salvezza. Ho sottolineato che tutti gli uomini, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, sono sulla stessa linea di fronte a Dio, tutti preziosi, ma anche peccatori e bisognosi dell’opera redentrice di Gesù per ereditare la vita eterna. È inconcepibile per me che il programma sia sospettato di essere diffamatorio in qualsiasi parte.

Un singolo cittadino X ha presentato per la prima volta una denuncia penale e la polizia ha deciso di non avviare alcuna indagine preliminare. Il procuratore generale, tuttavia, ha ordinato anche in questo caso, contrariamente alla decisione della polizia, un’indagine preliminare.

Quali sono gli ultimi sviluppi in questo caso?

Sono stato interrogato alla stazione centrale di polizia di Pasila, Helsinki, alle 10:00 del 25 agosto 2020, per sospetta agitazione etnica contro un gruppo. Sono andata volentieri a discutere ancora una volta di questi problemi con la polizia, ma sono preoccupata che le indagini e gli interrogatori provochino il timore di limitare la libertà di religione e la libertà di parola. Il mese prossimo rilascerò alla polizia la dichiarazione conclusiva sul caso Stiller.

Perché le indagini sono ancora in corso dopo che lei è stata scagionata più volte?

La polizia non ha ancora finito l’indagine penale, quindi il processo è ancora in corso. Dopo che la polizia avrà finito, invierà la sua decisione al procuratore generale. Queste indagini della polizia porteranno all’esame delle accuse, che si tradurranno in un’azione penale o in un’assoluzione. La polizia non ha trovato alcuna giustificazione richiesta dalla legge sulle indagini penali che richiederebbe in questo caso un’indagine preliminare con un interrogatorio della polizia, ma il procuratore generale ha ordinato un’indagine preliminare. È fonte di confusione per il giusto processo se le autorità altamente istruite non sono d’accordo sul fatto che un reato sia stato commesso o se un parlamentare, che ha prestato servizio per oltre 25 anni, non riconosce un potenziale reato.

Qual è il probabile esito di questo caso?

Secondo il codice penale del nostro Paese, questo reato comporta la condanna a una multa o alla reclusione per un massimo di due anni. A seconda della decisione del procuratore generale, i casi saranno trattati dal tribunale. Se il procuratore generale decide di procedere, è probabile che si tratterà di un processo di diversi anni.

Qual è il significato del suo caso per gli attivisti LGBT?

L’obiettivo degli attivisti LGBT è quello di mettere a tacere quelle voci che difendono il sistema dei due sessi biologici e del matrimonio come unione tra uomo e moglie. In definitiva, questo ha a che fare con il senso di colpa e cerca di risolverlo mettendo a tacere e impedendo la possibilità di insegnare e parlare gli insegnamenti della Bibbia nella sfera pubblica.

Mi chiedo se queste indagini siano destinate a provocare censura e timidezza tra persone che hanno una convinzione cristiana. È un peccato che l’ideologia della diversità sessuale e dell’attivismo LGBT sia stata supportata e sostenuta in modo acritico anche dalle chiese. Il tentativo di abbattere il sistema di genere basato su due generi diversi fa male soprattutto ai bambini. Credo che l’alfabetizzazione religiosa e la conoscenza della Bibbia siano diminuite così tanto che coloro che fanno denunce criminali non comprendono i concetti di base del cristianesimo sulla creazione dell’uomo, il peccato e la salvezza.

Queste indagini della polizia hanno a che fare con il fatto se sia legale confessare pubblicamente e insegnare le opinioni basate sulla Bibbia sul rapporto dell’uomo con Dio. Dal punto di vista della libertà di religione e della libertà di parola, questi casi costituiscono dei precedenti. Sono un ex ministro di polizia e mi chiedo se queste lunghe indagini siano un modo giusto per utilizzare le scarse risorse della polizia.




Lo scatenamento degli abortisti contro la nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema

Ruth Bader Ginsburg - Amy Coney Barrett
Ruth Bader Ginsburg – Amy Coney Barrett

 

 

di Wanda Massa

 

Lo scorso 26 Settembre, il Presidente Trump ha scelto per la Corte Suprema, il giudice federale Amy Coney Barrett, in sostituzione del giudice Ruth Bader Ginsburg, recentemente scomparsa.

Oggi è un onore per me nominare una delle menti legali più brillanti e dotate della nostra nazione alla Corte Suprema. È una donna di ineguagliabile successo, con un’intelligenza straordinaria e una fedeltà incrollabile alla Costituzione. Difenderà il sacro principio della giustizia uguale per tutti“, ha affermato il presidente Trump in quell’occasione.

La nomina ha scatenato un’immediata controffensiva per impedirne la conferma da parte dei Democratici, degli attivisti dell’aborto e dei media mainstream, preoccupati per la svolta pro-life che potrebbe comportare la sua elezione.

Soprattutto se si considera che il defunto giudice Ginsburg, femminista militante, era un idolo degli attivisti dell’aborto: più volte si è pronunciata contro i diritti e le tutele legali in favore dei nascituri. Ha anche fatto alcune dichiarazioni discriminatorie che riflettono il vecchio pensiero eugenetico, radicato nell’attivismo abortista.

Nel 2019, ad esempio, quando ha accettato il Premio Berggruen, ha precisato che le donne povere sono le uniche persone che non hanno accesso all’aborto: “Una delle cose che sono successe dopo la sentenza Roe contro Wade è che le donne volevano essere in grado di controllare il proprio destino. Hanno vinto, quindi si sono ritirate. […] La gente dovrebbe preoccuparsene come quando molte donne non avevano accesso, non avevano il diritto di scegliere. È così ovvio che le uniche persone che sono soggette a restrizioni sono le donne povere. Un giorno, credo che la gente si risveglierà di fronte a questa realtà“.

Sebbene gli attivisti dell’aborto ritraggano tali discorsi come simpatetici, la loro soluzione non è quella di aiutare le donne che lottano per uscire dalla povertà, ma di abortire i loro bambini non ancora nati.

Nel 2009, Ginsburg ha suscitato scalpore quando ha fatto commenti su Roe contro Wade che accennavano anche all’eugenetica: “Francamente avevo pensato che al momento della decisione di Roe, c’era preoccupazione per la crescita della popolazione e in particolare per la crescita di popolazioni che non vogliamo aumentino troppo“, ha detto al New York Times.

Poi, nel 2014, ha ribadito alla rivista Elle lo stesso concetto malthusiano: “Non ha senso come politica nazionale promuovere la nascita solo tra i poveri“.

Nel 2016, è stata uno dei cinque giudici che si sono schierati con gli attivisti dell’aborto nella decisione Whole Woman’s Health v. Hellerstedt, che ha fatto decadere le norme a carico della clinica abortista del Texas che proteggevano la salute e la sicurezza delle donne. Ginsburg e altri quattro giudici hanno stabilito che questi requisiti di sicurezza erano un “onere eccessivo” per l’accesso delle donne all’aborto.

Si è anche schierata con l’amministrazione Obama nel tentativo di costringere le suore delle Piccole Sorelle dei Poveri a pagare per i farmaci che possono causare aborti nei loro piani di assistenza sanitaria per i dipendenti.

In definitiva, in ogni occasione, la Ginsburg come giudice della Corte Suprema si è coerentemente pronunciata contro tutte le norme e le restrizioni sull’aborto.

Al contrario il giudice Barrett, cattolica e madre di sette figli, si è espressa più volte ricordando il valore dei bambini nel grembo materno. Secondo il blog Law and Crime, Barrett ha firmato una lettera pubblica nel 2015 che sottolinea “il valore inestimabile della vita umana dal concepimento alla morte naturale“. Ha anche avuto l’ardire di affermare che la vita inizia dal concepimento.

Ha votato nel 2016 per consentire un’udienza su una legge pro-vita dello stato dell’Indiana che richiede ai centri abortivi di offrire una sepoltura adeguata per i bambini che uccidono durante gli aborti. E nel 2019 ha votato per permettere un’udienza su un’altra legge pro-vita dell’Indiana che permette ai genitori di essere avvisati quando la loro figlia adolescente sta pensando di abortire, in modo da poterla aiutare a prendere una decisione migliore per lei e il suo bambino.

Evidentemente sono colpe imperdonabili per la sinistra radicale e progressista, che si oppone ferocemente alla sua nomina.

La rivista femminile “Refinery 29” ha pubblicato la scorsa settimana un titolo che ha suscitato scandalo e che ha attirato l’attenzione, affermando che Barrett “odia il tuo utero“.

La scrittrice Wandy Felicita Ortiz ha sostenuto che l’opposizione di Barrett all’uccisione dei nascituri significa che “odia il tuo utero“. Ha ridicolizzato la Barrett, che è professore di diritto all’Università di Notre Dame e giudice della Corte d’Appello del Settimo Circuito, per aver affermato che la vita umana inizia al momento del concepimento ed essersi pronunciata a favore delle leggi che tutelano la vita.

Con Barrett alla poltrona, l’accesso delle donne alla salute riproduttiva potrebbe essere in serio pericolo. E, considerando il mandato di Ginsburg che protegge i diritti delle donne ed eleva le iniziative di giustizia sociale, Trump si opporrebbe attivamente alla sua eredità nominando Barrett, mettendo a rischio milioni di persone vulnerabili” ha scritto Ortiz.

Considerato che con il termine politicamente corretto di salute riproduttiva si intende l’aborto e che sono oltre un miliardo i bambini innocenti che sono stati uccisi con l’aborto legalizzato (rif. Il genocidio censurato. Aborto: un miliardo di vittime innocenti di Antonio Socci, 2006) le parole di questa scrittrice non sono solo false, sono assurde e patetiche.

Su una sola cosa sono d’accordo con la Ortiz e i Democratici americani: se la nomina del giudice Barrett venisse confermata la situazione in America cambierebbe molto. E sarebbe un cambiamento salutare per tutti.




Il cardinale Pell è arrivato a Roma mentre lo scandalo finanziario getta ombre sul Vaticano

Pell arriva a Roma 30-09-2020

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il cardinale George Pell è arrivato a Roma oggi mercoledì, mentre gli sviluppi degli scandali finanziari in Vaticano sono in pieno svolgimento. 

L’ex prefetto del Segretariato per l’Economia è stato fotografato nella capitale italiana oggi  in quella che è la sua prima visita in città da quando è partito nel 2017 per l’Australia per dimostrare dinanzi ad un tribunale la sua innocenza per le accuse di abuso dalle quali è stato completamente assolto e liberato.

Dopo l’assoluzione nel processo in Australia, il Card. Pell avrebbe dovuto rispondere anche nel parallelo processo in Vaticano che si era aperto a seguito di quelle stesse accuse. Ma Papa Francesco, che nutre grande rispetto nei suoi confronti, ha chiarito che il card. Pell non avrebbe dovuto rispondere al processo Vaticano.

Il cardinale 79enne ha lasciato l’aeroporto internazionale di Sydney martedì sera ed è arrivato in Italia dopo un volo notturno, fonti vicine al cardinale hanno confermato al CNA. 

Pell arriva a Roma per recarsi in Vaticano a pochi giorni dalle dimissioni del cardinale Giovanni Angelo Becciu, dove assumerà alcuni incarichi ricevuti dal Papa, riferisce Edward Pentin, il vaticanista del National Catholic Register (NCR).

“L’ex tesoriere vaticano dovrebbe rimanere a Roma per alcuni mesi ed eventualmente riprendere il suo lavoro come membro di vari dicasteri. Potrebbe anche essere chiamato in modo non ufficiale ad aiutare in alcuni aspetti della riforma finanziaria”, scrive Pentin.

Ricordiamo che il card. Pell faceva parte del consiglio C9, il Consiglio dei cardinali che consigliava il Papa sulla riforma della Chiesa, oltre a servire come prefetto del Segretariato per l’Economia.

A parere del NCR la tempistica del ritorno del cardinale Pell non sarebbe legata alla destituzione del cardinale Becciu come prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e alla rimozione dei suoi diritti cardinalizi, e che i due eventi sarebbero puramente casuali. 

L’approccio agli affari finanziari dei due cardinali era molto diverso, con il card. Pell sostenitore di una riforma globale ed un conseguente accentramento delle risorse finanziarie presso un unico hub, in modo da consentire un più attento controllo dei flussi finanziari ed un loro tracciamento. Al contrario, il card. Becciu voleva mantenere una maggiore autonomia in capo ai vari dicasteri vaticani. Ma sembra che sia stata proprio questa frammentazione dei centri di spesa a determinare la mancanza di controlli e lo scoppio degli scandali finanziari. Proprio questi giorni, una intervista a mons. Galantino ha messo in evidenza che la strada intrapresa da Papa Francesco è proprio quella dell’accentramento dei fondi presso l’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, percorrendo dunque la direttiva di Pell. 

Oggi il quotidiano italiano La Repubblica ha dichiarato in prima pagina che gli investigatori vaticani hanno scoperto che 20 milioni di sterline (26 milioni di dollari) erano stati prelevati da un conto riservato a papa Francesco.

Oltre al lussuoso palazzo di Sloane Avenue 60, nel centro di Londra (acquistato nel 2014 per oltre 300 milioni di euro), di cui abbiamo parlato in altri articoli, il cardinale Angelo Becciu avrebbe investito, all’epoca del suo incarico come Sostituto agli Affari Generali della Segreteria di Stato vaticano, ulteriori 100 milioni di sterline (circa 110 milioni di euro) in “un portafoglio di appartamenti di altissimo livello dentro e intorno a Cadogan Square e a Knightsbridge, uno degli indirizzi residenziali più’ costosi di Londra”. E’ quanto scrive l’AGI, riprendendo il Financial Times.

Nonostante i nuovi documenti non lascino “presagire alcun illecito”, come scrive lo stesso quotidiano economico-finanziario, certo è che “gettano ulteriore luce sulle attività finanziarie della potente Segreteria di Stato”. Il card. Becciu ha sempre affermato che una tale attività rientra nella normale operatività che il Vaticano, a suo parere, ha sempre esercitato. 

Ora l’attenzione verrà focalizzata verso Libero Milone, il primo auditor generale vaticano che si è dimesso nel giugno 2017, poco prima che il cardinale Pell lasciasse il Vaticano per affrontare il processo in Australia. 

L’abbandono di Milone avvenne a seguito di un aspro contrasto proprio con il card. Becciu, il quale accusò il primo di spionaggio nei suoi confronti. Da parte sua, Milone si difese affermando che era stato proprio Becciu, insieme all’ex capo della polizia vaticana, Domenico Giani, ad aver fatto di tutto per bloccare la sua attività ed a mettere in atto una attività di spionaggio. 

Il Vaticano, a quanto riportano i giornali, ritirò poi tutte le accuse nei confronti di Milone senza però riconoscergli alcun indennizzo. 

Intanto domenica prossima si celebra la colletta per la carità del Papa, la raccolta per l’Obolo di San Pietro. La colletta era stata spostata dalla consueta data del 29 giugno a domenica prossima per la pandemia. Ovvio che una tale giornata, che cade in un momento particolare di scandali finanziari, non può che destare preoccupazioni in tanti esponenti della Chiesa. Il fatto che quei soldi non vengono utilizzati solo per aiutare i poveri, ma anche per fare investimenti speculativi, come acquistare palazzi lussuosi, non può che turbare i fedeli. 

Intervistato daI Il Fatto Quotidiano, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, ha detto: “Non c’è dubbio che quest’anno la colletta per la carità del Papa si svolge in un momento davvero difficile e complicato. Aggiungo che tre domeniche di settembre e due di ottobre sono state indicate dalla Cei come collette obbligatorie. Parlando coi sacerdoti, mi hanno detto che cinque domeniche di collette obbligatorie sono un po’ pesanti nel momento in cui nelle parrocchie i numeri sono ancora contingentati. E tra queste cinque domeniche c’è anche quella della carità del Papa. Da un lato sappiamo che chi sbaglia nelle questioni economiche sono anche persone molto vicine a Francesco, come nel caso del cardinale Becciu.”




Il cardinale Burke: Biden non deve ricevere la Santa Comunione



video dell’intervista al card. Burke

Il cardinale Raymond Burke, esperto di diritto canonico e già prefetto del più alto tribunale della Chiesa, ha detto che i politici cattolici che sostengono l’aborto non dovrebbero ricevere la Santa Comunione, compreso il candidato alla presidenza cattolica Joe Biden.

Se ne parla in questo articolo dello staff del Catholic News Agency (CNA) che vi presento nella mia traduzione. 

 

Card. Rymond Leo Burke
Card. Rymond Leo Burke

 

Il cardinale Raymond Burke, un esperto di diritto canonico e già prefetto del più alto tribunale della Chiesa, ha detto che i politici cattolici che sostengono l’aborto non dovrebbero ricevere la Santa Comunione, compreso il candidato alla presidenza cattolica Joe Biden.

Biden “non è un cattolico in regola e non dovrebbe avvicinarsi a ricevere la Santa Comunione”, ha detto Burke in un’intervista del 31 agosto con Thomas McKenna, che come capo di un’organizzazione chiamata Azione cattolica per la fede e la famiglia conduce periodicamente colloqui con il cardinale.

“Questa non è una dichiarazione politica, non intendo farmi coinvolgere nel raccomandare un candidato alla carica, ma semplicemente affermare che un cattolico non può sostenere l’aborto in nessuna forma o modalità perché è uno dei peccati più gravi contro la vita umana, ed è sempre stato considerato intrinsecamente malvagio e quindi sostenere in qualche modo l’atto è un peccato mortale”.

Alla domanda specifica su Biden, Burke ha detto che “non solo ha sostenuto attivamente l’aborto procurato nel nostro paese, ma ha annunciato pubblicamente nella sua campagna che intende rendere la pratica dell’aborto procurato disponibile a tutti nella forma più ampia possibile e di abrogare le restrizioni a questa pratica che sono state messe in atto”.

“Quindi, prima di tutto, gli direi di non avvicinarsi alla Santa Comunione per carità verso di lui, perché sarebbe un sacrilegio, e un pericolo per la salvezza della sua stessa anima”.

“Ma anche che lui non dovrebbe avvicinarsi a ricevere la Santa Comunione perché darebbe scandalo a tutti. Perché se qualcuno dice “beh, io sono un cattolico devoto” e allo stesso tempo promuove l’aborto, dà l’impressione agli altri che sia accettabile per un cattolico essere a favore dell’aborto e naturalmente non è assolutamente accettabile. Non lo è mai stato e mai lo sarà”.

Buke è stato vescovo di La Crosse, Wisconsin e arcivescovo di St. Louis, prima di essere nominato nel 2008 prefetto del Tribunale supremo della Segnatura apostolica, il più alto tribunale canonico della Chiesa. Il cardinale è stato prefetto della Segnatura fino al 2014 e rimane membro del tribunale.

Nel 2007, Burke ha pubblicato sulla prestigiosa rivista canonica “Periodica” un articolo scientifico sull’ammissione dei cattolici in grave peccato pubblico alla Santa Comunione. L’articolo è considerato da molti giuristi canonici come il trattamento scientifico e tecnico definitivo dell’argomento.

Nell’intervista, concessa a CNA martedì, Burke ha affermato che è insegnamento storico della Chiesa che chi si trova in condizioni di peccato grave non deve essere ammesso alla Santa Comunione, citando l’ammonizione di San Paolo in 1 Corinzi, che “Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore.” e “mangia e beve la propria condanna” (1Corinzi 11,27-29).

Il cardinale ha discusso la nozione di scandalo, dicendo che “scandalo significa che tu porti gli altri a pensare e ad agire in modo sbagliato con il tuo esempio”.

“Se le persone si stessero interrogando nella loro mente sull’aborto, e vedessero quest’uomo che si dichiara un devoto e promuove l’aborto nel modo più forte possibile, questo porterebbe la gente a sbagliare pensando bene che deve essere moralmente accettabile commettere un aborto e quindi la persona ha la responsabilità – non solo la persona che dà lo scandalo, non solo per le sue azioni sbagliate nel sostenere l’aborto, ma anche per aver indotto gli altri a pensare che l’aborto sia accettabile”, ha detto Burke.

“Non posso immaginare che un cattolico non sappia che l’aborto è un peccato grave, ma se non lo sa, una volta che gli è stato detto, allora deve smettere di sostenere l’aborto o accettare il fatto che non è un cattolico in regola e quindi non dovrebbe presentarsi alla Santa Comunione”, ha aggiunto.

Burke ha spiegato che quando lui, come vescovo diocesano, è venuto a conoscenza dei politici pro-choice (cioè a favore della scelta dell’aborto, ndr) nelle sue diocesi, era sua prassi contattarli “per assicurarsi che capissero”.

Se, dopo una conversazione sull’insegnamento della Chiesa sulla vita umana, essi “non fossero ancora disposti ad agire di conseguenza, allora dovevo semplicemente dire loro ‘non potete presentarvi per la Santa Comunione'”, ha spiegato il cardinale.

I commenti di Burke si rifanno ai canoni 915 e 916 del Codice di Diritto Canonico, che spiegano che una persona consapevole di un peccato grave non deve avvicinarsi alla Santa Comunione senza prima fare una confessione sacramentale, e che i cattolici “ostinatamente perseveranti nel peccato grave manifesto non devono essere ammessi alla santa comunione”.

Tra i vescovi degli Stati Uniti, il disaccordo sul significato del canone, e la sua applicazione ai politici cattolici pro-choice (favorevoli alla scelta dell’aborto, ndr), è in corso dalla campagna presidenziale di John Kerry del 2004.

Nel 2004, il cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede della Chiesa, ha scritto un memorandum ai vescovi cattolici statunitensi, spiegando l’applicazione del canone 915 alla questione dei politici favorevoli alla scelta.

Card. Joseph Ratzinger (Gettyimages)
Card. Joseph Ratzinger (Gettyimages)

Il caso di un politico cattolico che sta “costantemente facendo campagna e votando per le leggi permissive sull’aborto e l’eutanasia” costituirebbe una “cooperazione formale” in grave peccato che è “manifesto”, spiega la lettera.

In questi casi, “il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull’insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la santa comunione fino a che non avrà posto termine all’oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l’eucaristia”, scrive Ratzinger.

Se l’individuo persevera nel peccato grave e si presenta ancora per la Santa Comunione, “il ministro della Santa Comunione deve rifiutarsi di distribuirla”.

Poco dopo che Ratzinger scrisse quel promemoria, i vescovi statunitensi concordarono che l’applicazione di quelle norme doveva essere decisa dai singoli vescovi, piuttosto che dalla conferenza episcopale, in gran parte sotto l’influenza di Theodore McCarrick (il cardinale che nel 2019 è stato ridotto allo stato laicale per gravi abusi sessuali, anche su minori, ndr), allora arcivescovo di Washington, che parafrasò la lettera, che non era stata ancora resa di dominio pubblico, ma non la presentò per intero ai vescovi. (in poche parole, McCarrick tenne nascosta la lettera del Card. Ratzinger ai vescovi americani, ma diede loro la sua versione che però non rifletteva quella del Prefetto Ratzinger. E’ da precisare che la lettera fu consegnata oltre che a McCarrick anche a Wilton Gregory, allora presidente della conferenza episcopale USA, e ora arcivescovo di di Washington, ndr)

Alcuni vescovi hanno proibito ai politici che sostenevano “leggi permissive sull’aborto” di ricevere la comunione, ma altri hanno smorzato, o hanno detto apertamente che non avrebbero negato l’Eucaristia a tali politici.

Alla domanda di un giornalista, il cardinale Timothy Dolan di New York ha detto in ottobre che non avrebbe negato la Santa Comunione a Biden. Prima di allora, nel gennaio 2019, Dolan aveva detto che non avrebbe negato l’Eucaristia al governatore di New York Andrew Cuomo, che aveva firmato una delle leggi sull’aborto più permissive della storia del Paese. (aborto fino al nono mese di gravidanza, ndr)

Il pastore di Biden, il vescovo William Malooly, ha detto in passato di non voler “politicizzare” la Santa Comunione negandola ai politici. L’ordinario di Washington, l’arcivescovo Wilton Gregory, ha detto che l’Eucaristia dovrebbe essere negata solo come ultima risorsa, e non è conosciuto se lo abbia mai fatto.

A Biden nell’ottobre 2019 è stata negata l’Eucaristia in una parrocchia della Carolina del Sud.

“La Santa Comunione significa che siamo uno con Dio, l’uno con l’altro e con la Chiesa. Le nostre azioni dovrebbero riflettere questo. Qualsiasi figura pubblica che sostiene l’aborto si pone al di fuori dell’insegnamento della Chiesa”, padre Robert Morey, pastore della Chiesa cattolica di Sant’Antonio nella diocesi di Charleston, ha detto alla CNA dopo che a Biden è stata negata la Santa Comunione.

CNA ha riferito dopo che a Biden è stata negata la Santa Comunione, che le indicazioni della diocesi di Charleston richiedono ai sacerdoti di negare il sacramento ai politici e ai candidati politici che sostengono la protezione legale per l’aborto.

“I funzionari pubblici cattolici che sistematicamente sostengono l’aborto su richiesta collaborano con il male in modo pubblico. Sostenendo la legislazione a favore dell’aborto, essi partecipano a un peccato grave e manifesto, condizione che li esclude dall’ammissione alla Santa Comunione fintanto che persistono nella posizione a favore dell’aborto”, dice un decreto del 2004 firmato congiuntamente dai vescovi di Atlanta, Charleston e Charlotte.

Nell’intervista rilasciata questa settimana, Burke ha risposto a coloro che dicono che i cattolici non dovrebbero giudicare le disposizioni interiori dei politici pro-aborto, tra cui padre James Martin, SJ, che è stato menzionato specificamente da McKenna.



“Noi giudichiamo le persone sulla base di fatti oggettivi. Sulle loro azioni, sulle loro testimonianze pubbliche, sulle loro dichiarazioni pubbliche, e certamente, il vicepresidente Biden non ha lasciato dubbi su quale sia la sua posizione. Sa chiaramente qual è l’insegnamento della Chiesa”, ha detto Burke.

“Dio ha messo ordine nel mondo, uccidere, uccidere direttamente una vita umana non nata è un male, non importa come la si guardi…. e naturalmente la coscienza non può giustificarlo in alcun modo”, ha aggiunto Burke.

“Il nostro cuore non è qualcosa di nascosto, il nostro cuore si manifesta nelle nostre azioni. Come ha detto il Signore, conosciamo l’albero per i suoi frutti”, ha detto il cardinale.

Parlando di scandalo, Burke ha raccontato la storia di un funzionario governativo non cattolico che lui conosceva il quale si aspettava che l’insegnamento cattolico potesse cambiare, o che la Chiesa non dovesse prenderlo sul serio visto, ha detto Burke, il numero di cattolici al Congresso che hanno votato per una legislazione permissiva sull’aborto.

“I cattolici che vanno in giro ad annunciarsi [come cattolici], e poi d’altra parte sono al 100% a favore dell’aborto, o in qualsiasi modo a favore dell’aborto, danno un grande scandalo”, ha detto Burke.

“L’insegnamento della Chiesa sull’aborto non cambierà mai perché fa parte della legge morale naturale. È parte della legge che Dio ha scritto in ogni cuore umano, cioè che la vita umana deve essere salvaguardata, protetta e promossa”.




Una donna intollerabile: “TROPPO CATTOLICA” e con una carriera di successo.

Donald Trump e Amy Coney Barrett

 

 

di Annarosa Rossetto

 

La nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Costituzionale da parte di Trump continua a suscitare reazioni e commenti sia a favore che contro. La sua immagine di donna di successo, di cattolica, di madre di famiglia numerosa, di persona sensibile alla disabilità e al disagio sociale, l’assoluta mancanza di appigli riguardo ad eventuali sfumature di suprematismo bianco e addirittura la sua posizione sulla pena di morte, fanno di lei una specie di “monstrum” che il mainstream non riesce a digerire. Troppo vicina agli ideali della donna emancipata che ha infranto il soffitto di cristallo che impedisce alle donne di raggiungere posti di prestigio, ma “troppo cattolica” per essere accettabile e perché il mondo progressista possa tributarle gli onori che una “cattolica ma non troppo” avrebbe ricevuto.

Che una donna possa fare carriera senza rinunciare alla maternità, senza fermarsi ad un figlio o due come usa nella buona società, senza abortire il figlio con la sindrome di Down, adottando addirittura due bambini ad Haiti manda in tilt l’intero sistema di pensiero che vede nella contraccezione e nell’aborto – elementi imprescindibili dell’autodeterminazione femminile – le chiavi della “liberazione delle donne”.

Per riflettere su questa vicenda vogliamo partire da uno scambio di opinioni avvenuto a distanza tra due personaggi pubblici. L’attrice Michelle Williams, nel suo discorso di ringraziamento per il Golden Globe ricevuto, ha elogiato la scelta dell’aborto come fondamentale per il suo successo. Le ha risposto la modella americana Lea Darrow che, appena entrata in travaglio per avere il quinto figlio, ha postato un video sui social per confutare la tesi della Williams.

Oggi la Darrow commenta così la scelta di Trump:

“Mi dite ancora che i bambini vi impediscono di realizzare i vostri sogni?

Accettando il suo premio Golden Globe, Michelle Williams aveva detto: “Ho fatto del mio meglio per vivere la mia vita in pienezza,, .. e non avrei potuto farlo senza utilizzare il diritto delle donne a scegliere”.

Questa ideologia è stata instillata nelle donne negli ultimi 60 anni per farci credere che la nostra stessa carne e il nostro sangue ci potrebbero tenere lontane dalla felicità e dalla vita stessa. Un’ideologia che spaccia la maternità come la posizione più bassa possibile e offre alle donne l’aborto come mezzo per uscirne. Questa ideologia mette la madre contro il suo bambino. Il bambino ora è il nemico e ostacola la nostra libertà e la nostra felicità. Non c’è NESSUN SOGNO, NESSUNA VITA, che valgano l’assassinio di un bambino.

E ora abbiamo un’altra donna, Amy Coney Barrett, che è in grande opposizione alle parole e Michelle e a questa ideologia … #AmyConeyBarrett.

Amy è la moglie di Jesse, un avvocato penalista, è madre di 7 figli, è avvocato, giurista e accademica  e presta servizio come giudice di circoscrizione presso la Corte d’Appello degli Stati Uniti di una grande circoscrizione giurisdizionale, e ora è stata nominata da Trump alla Corte Suprema.

L’ideologia abortista odia Amy e MOLTE altre madri che hanno dimostrato più e più volte che i figli e i propri sogni vanno SEMPRE insieme … e spesso sono interdipendenti l’uno dall’altro.

Le parole di Michelle mi avevano profondamente rattristata e prego sinceramente per tutte coloro che credono a questa menzogna, poiché anch’io nel mio passato ho creduto a molte delle bugie della nostra cultura.

Ma la vita di Amy mi dà speranza. Spero che il nostro mondo (e le donne che ne fanno parte) riconoscano il potente contributo delle donne, delle madri … e che per ottenere questi ruoli, NO, non serve che uccidiamo i nostri figli.”

Insomma, avere figli non è la condanna ad una vita in cui la professionalità e la carriera di una donna vengono annullate per l’accudimento dei figli e la possibilità di abortire non può essere contrabbandata come mezzo indispensabile per la realizzazione di una vita femminile di successo.

La Barrett è stata attaccata per avere troppi figli e quindi probabilmente troppi soldi, per averne adottati due di colore e quindi essere una razzista, convinta che la cultura bianca sia superiore a quella di locale di Haiti o forse di averli adottati in modo irregolare; di essere pro-life ma favorevole alla pena di morte (falsità, per altro), di far parte di una “oscura setta religiosa” in cui l’unico ruolo consentito ad una donna è quello di “serva” come sostiene Il Manifesto: in definitiva, di essere “troppo cattolica”.

Le donne di stampo conservatore sono una spina nel fianco del mondo femminista o più genericamente progressista, tanto più la loro carriera è di successo: se essere “molto cattolici” sembra proprio essere una colpa, esserlo come donne è un’aggravante.

I cattolici accettabili sembrano essere solo quelli che hanno un numero di figli non superiore a tre (oltre i tre c’è il sospetto fondato che non usino contraccettivi, cosa che fanno solo i “molto cattolici”); quelli che ritengono che l’amore giustifichi qualunque scelta affettiva e qualunque attività sessuale, insomma che “Love is Love” (e quindi non guardano alla sessualità come l’espressione dell’amore naturale tra uomo e donna uniti per sempre ed esclusivamente come fanno invece i “troppo cattolici”, omofobi per definizione come il Catechismo); che pensano che ai bambini per crescere bastino amore ed accudimento di un paio di genitori variamente assortiti per sesso (chi invece pensa che abbiano bisogno di mamma e papà  è decisamente “troppo cattolico”);  che vanno a Messa ma non per forza tutte le domeniche visto che Dio è ovunque e non solo nel simbolo del pane spezzato (i “troppo cattolici” invece, credendo nella Presenza Reale nell’Eucaristia, vanno a Messa non solo tutte le domeniche e le feste comandate ma anche qualche volta extra); che lo Stato sia laico e che non ci sia posto per la fede nel dibattito pubblico; che la scuola debba essere pubblica e, se mandano i figli dalle suore, è solo per la mensa migliore, non certo per cercare una struttura educativa compatibile con la loro fede.

Soprattutto sono quelli che pensano che l’aborto è una scelta magari dolorosa che loro non farebbero mai (a meno che il figlio non sia disabile, ma abortirebbero solo per evitargli di soffrire, non certo per egoismo) ma che non possono precludere ad altre donne. Gli altri, quelli che pensano che l’aborto sia l’uccisione di un innocente che non può mai essere giustificata sono i “troppo cattolici” per eccellenza.

La colpa più grande di Amy Coney Barret è di essere “troppo cattolica” con l’aggravante di essere anche una donna: le donne in ruoli prestigiosi vanno bene solo se sono progressiste, abortiste e pro ideologia LGBT. Le altre, le “troppo cattoliche”, per i campioni dell’empowerment femminile dovrebbero stare a casa a fare la calza, e la Barrett è per loro insopportabile perché non solo ha infranto il soffitto di cristallo ma soprattutto ha disintegrato il fortissimo dogma femminista che una donna emancipata deve per forza essere favorevole all’aborto.

 




Cosa cambia col nuovo Messale Romano (tutte le info sul nuovo testo)

Il cardinale Bassetti presenta al Papa il nuovo Messale della Cei

 

 

di Miguel Cuartero Samperi

 

Da questa settimana è in vendita la nuova edizione del Messale Romano in lingua italiana. Si tratta della traduzione della terza edizione del Messale latino (editio typica tertia). L’utilizzo del nuovo Messale sarà obbligatorio in Italia a partire dalla domenica di Pasqua, il 4 aprile 2021, ma sarà possibile utilizzarlo da subito (seguendo le eventuali indicazioni del vescovo in caso che voglia stabilire un’unica data per l’utilizzo in tutta la diocesi).

Ecco alcune brevi e informazioni per capire il motivo della nuova pubblicazione e i cambiamenti che vi si trovano rispetto all’edizione fin’ora in vigore.

FORMATO E PREZZO
A differenza della vecchia edizione che si presentava in due diversi formati (quello grande e quello piccolo) il nuovo Messale è disponibile in un solo formato (19x27cm) e due versioni: quella normale e quella “speciale” o “lusso”, ossia col taglio (bordo) oro. Il volume viene distribuito dalla Libreria Editrice Vaticana che lo farà arrivare nelle librerie e nelle parrocchie. Il prezzo dell’edizione normale è di 110,00 euro mentre l’edizione speciale ha un costo di 130,00 euro (20 in meno dei 150 euro preventivati qualche mese fa). La recente legge “13 febbraio 2020, n. 15” (entrata in vigore il 25 marzo 2020) permette, anche per le piattaforme online, un massimo di sconto del 5% sui libri. Sarà dunque possibile acquistare i messali ai prezzi scontati di €104,50 per l’edizione normale e €123,50 per quella con taglio oro.

LE IMMAGINI
Dopo le discusse e discutibili immagini scelte dalle CEI per i Lezionari del 2017, commissionate a diversi artisti contemporanei (c’è chi dopo aver comprato i lezionari le ha tolte e poi ri-rilegato i volumi senza di esse), questa volta ad occuparsi dell’iconografia del Messale è un solo autore, a quanto pare, di fama internazionale: Mimmo Paladino, esponente di spicco della “trans-avanguardia”. Basti questa informazione per chiarire che nessuna scuola elementare (come qualcuno ha inizialmente creduto guardando le immagini) è stata coinvolta nella illustrazione del nuovo Messale. Se ne potrà discutere, se si avrà il tempo. Ma oramai il Messale è pronto e le classiche solenni immagini del Messale sono, e resteranno per sempre, un (bel) ricordo per romantici e nostalgici. Cosa sta succedendo all’arte sacra che – tra le altre cose – ha reso glorioso il nostro paese?

PERCHÉ UN NUOVO MESSALE
Esistono tre diverse edizioni del Missale Romanum in lingua latina (chiamata Editio Typica) pubblicate rispettivamente nel 1970, nel 1975 (editio typica altera) e nel 2000 (editio typica tertia). Alle edizioni in latino corrispondono altrettante traduzioni nelle diverse lingue, promosse dalle rispettive Conferenze Episcopali locali.

La terza edizione del Messale in lingua italiana arriva a cinquant’anni dalla pubblicazione del primo Messale Romano di Paolo VI. Pubblicato dopo il Concilio Vaticano II nel 1970, il Messale di Paolo VI presentava tutte le novità del Novus Ordo promosso e ufficializzato dopo la riforma liturgica sigillata dal Concilio attraverso la Costituzione “Sacrosanctum Concilium“.
Questo Messale del 1970 pubblicato in latino è stato tradotto in italiano per la prima volta nel 1973. La seconda edizione uscì nel 1983 con l’aggiunta di alcuni testi  composti appositamente per la versione italiana (formule, preghiere eucaristiche, antifone e orazioni redatti dalla Conferenza Episcopale Italiana e non presenti nella versione latina).

La terza edizione del Missale Romanum uscì nel 2000 per volontà di papa Giovanni Paolo II. Nel 2002 partirono i lavori per la traduzione italiana che si conclusero nel 2019 con l’approvazione del testo definitivo da parte di Papa Francesco. Questa ultima edizione del Messale presenta in realtà poche modifiche rispetto alla precedente seconda edizione (molto innovativa rispetto alla prima): nuove traduzioni dei testi latini e alcune aggiunte, alcune modifiche ai testi precedenti e nuove preghiere.

NOVITÀ E MODIFICHE NEL NUOVO MESSALE
Il nuovo Messale Romano mantiene sostanzialmente invariata la struttura della precedente edizione. Si apre con una presentazione generale a cura della Conferenza Episcopale Italiana che contiene spunti, suggerimenti ed indicazioni su diversi aspetti liturgici e pastorali. Tra questi la possibilità di pregare il Padre Nostro con le braccia allargate e il divieto di utilizzare musica registrata e di inserire avvisi e preghiere devozionali dopo la Comunione (cfr. sezione: “Precisazioni“). Nessuna modifica è stata apportata nelle parti recitate dall’assemblea tranne che nel Gloria, nel Padre Nostro e nel “Confesso”, dove sono stati modificati alcuni vocaboli.

IL GLORIA E IL PADRE NOSTRO
Le novità più significative che si trovano nella terza edizione del Messale Romano e che riguardano più da vicino l’assemblea si trovano nel testo dell’Inno del Gloria e nella Preghiera del Signore, il Padre Nostro. Nel Gloria il nuovo testo prevede le parole “E pace in terra agli uomini, amati dal Signore” al posto di “E pace in terra agli uomini di buona volontà” (in latino “et in terra pax homínibus bonae voluntátis“). Anche se il latino parla chiaramente di “buona volontà” (bonae voluntátis) il cambio è dovuto a una migliore traduzione del testo originale greco (come già effettuato dalla nuova traduzione della Bibbia CEI del 208) . Difatti la formula del Gloria è ripresa dal Vangelo di Luca scritto originalmente in greco (Lc 2,14, il canto degli angeli dopo la nascita di Gesù). In questo modo si va alla fonte e non ci si limita a tradurre alla lettera la versione latina.

È invece oramai nota, dopo tante discussioni, la nuova traduzione della frase latina “et ne nos indúcas in tentatiónem” alla fine della preghiera del Padre Nostro. Non diremo più “Non ci indurre in tentazione” ma “Non abbandonarci alla tentazione“. Questa è la traduzione che la CEI ha approvato con la traduzione della Bibbia del 2008. Dopo lunghi dibattiti e discussioni, i vescovi hanno finalmente approvato questa soluzione introducendola nella liturgia eucaristica. Non si tratta di una traduzione letterale del testo greco (che indica “portare verso” e quindi “indurre”) bensì di una forzatura motivata da esigenze pastorali e teologiche. Per dirla con parole di papa Francesco, “dobbiamo escludere che sia Dio il protagonista delle tentazioni che incombono sul cammino dell’uomo”. Nel testo del Padre Nostro c’è un’altra modifica, questa volta dovuta ad una corretta traduzione della versione latina: l’aggiunta della congiunzione “anche” nella frase “Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (così anche la versione spagnola e quella francese). Non viene invece corretta quella che il noto esorcista padre Gabriele Amorth definiva una “traduzione erronea” del testo del Padre nostro, quel “liberaci dal male” che per molti esperti (tra i quali gli esorcisti) dovrebbe essere tradotto correttamente con “liberaci dal maligno”.

LINGUAGGIO “INCLUSIVO” E “CORRETTO”
Per quanto riguarda il Confiteor (“Confesso…”) durante l’atto penitenziale, si è optato per un linguaggio “inclusivo” e “politicamente corretto”: dove si diceva “Confesso, a Dio onnipotente e a voi fratelli…”, dovremo dire “Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle...“. Il termine “sorelle” (assente nell’editio typica del 2000 e in quella del 2008) viene inserito anche in altre preghiere dove il Celebrante diceva solamente “fratelli”. Come ad esempio nell’invito del Celebrante dopo la presentazione dei doni, dove si dirà: “Pregate fratelli e sorelle, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito…”. Così nel ricordo dei defunti: “Ricordati anche dei nostri fratelli e sorelle che si sono addormentati nella speranza della risurrezione”.

ALTRE NOVITÀ
Un’altra novità importante riguarda l’atto penitenziale. Non è più previsto l’uso dell’italiano “Signore pietà” e “Cristo pietà” ma, anche per l’assemblea, le formule in lingua greca: “Kýrie, eléison” e “Christe, éleison”. Anche l’invito del celebrante al momento della pace cambia leggermente. Non sentiremo più “Scambiatevi un segno di pace” ma “Scambiatevi la pace“. L’epiclesi della Preghiera eucaristica II (la più utilizzata) cambia, con l’aggiunta della parola “rugiada”. Il celebrante dirà dunque: «santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito». L’invito alla Comunione cambia l’ordine delle frasi: non più “Beati gli invitati… Ecco l’Agnello di Dio…” ma “Ecco l’Agnello di Dio… Beati gli invitati…“, per fedeltà al testo latino.

Queste sono le novità più interessanti e facilmente riscontrabili che i fedeli troveranno nelle celebrazioni eucaristiche dal momento in cui verrà adottato il nuovo Messale Romano. Ulteriori piccole modifiche si trovano in altre Preghiere eucaristiche, prefazi e orazioni, ma è normale pensare che solo i fedeli più attenti e formati riusciranno ad accorgersene.

FEDELTÀ AL TESTO LITURGICO CONTRO LITURGIE “FAI-DA-TE”
Nella presentazione al nuovo Messale i vescovi italiani invitano i pastori a studiare attentamente il testo per imparate “l’arte di evangelizzare e di celebrare” e richiamano ogni presbitero alla responsabilità e alla fedeltà al testo liturgico appena pubblicato affinché non ci si affranchi dall’autorità e dalla comunione con la Chiesa. Il principio della fedeltà «che si traduce in un vivo senso dell’obbedienza, impegna ciascun ministro a non togliere o aggiungere alcunché di propria iniziativa in materia liturgica». Difatti «la superficiale propensione a costruirsi una liturgia a propria misura, ignorando le norme liturgiche, non solo pregiudica la verità della celebrazione ma arreca una ferita alla comunione ecclesiale».

 

fonte: testadelserpente




I gesuiti ospitano un ritiro pro-LGBT

Un articolo di Joseph Sciambra, ex gay, sui ritiri pro-LGBT dei gesuiti, nella mia traduzione. 

 

Ritiro pro-LGBT dei gesuiti Emmaus 2020

 

Dal 9 al 10 ottobre 2020, presso il loro centro di ritiro dei gesuiti situato a Parma, Ohio (diocesi di Cleveland), la Compagnia di Gesù ospiterà un ritiro LGBTQ chiamato “Emmaus 2020“: Un tempo per la guarigione: Noi stessi e il mondo”. Secondo il sito web del Centro: “EMMAUS 2020 è il ventunesimo ritiro annuale per i cristiani LGBTQ presso il Jesuit Retreat Center”. Il ritiro sarà facilitato da Suor Marian Durkin, C.S.A. – membro delle Suore della Carità di Sant’Agostino; Durkin fa anche parte del gruppo dirigente del suo ordine religioso, che ha sede nella diocesi di Cleveland. Nel 2019, Durkin è stata intervistata su Papa Francesco e sul suo ministero presso la comunità LGBT:

“Apprezzo lo sguardo compassionevole di Papa Francesco sull’omosessualità nella chiesa… Ci sono uomini gay nel sacerdozio, ci sono sempre stati. E servono il popolo di Dio con grande integrità e amore”.

Continuava:

“Sono contenta ogni volta che c’è una buona stampa su gay e lesbiche… Francesco è una boccata d’aria fresca”.

I “relatori ospiti” al ritiro includeranno: Rachel Drotar – la coordinatrice del programma dell’iniziativa “Spirito Generativo” delle Suore della Carità; la Reverenda Adrienne Koch – una sacerdotessa episcopale presso la Trinity Cathedral di Cleveland; e il Reverendo Christopher Decatur – il “Sacerdote in carica” della Chiesa Episcopale di San Luca a Cleveland.

Nel 2020, Adrienne Koch ha pubblicato un articolo intitolato: “Dio ha fatto l’arcobaleno”. Ha scritto: “La mia immaginazione cristiana non può separare la bandiera arcobaleno che sventola nel vento di un parrucchiere del centro città dalla storia di Noè, perché sono una sacerdotessa gay. Sono sia un amante di Dio che un amante di un’altra donna. Ogni volta che vedo un arcobaleno, ricordo la promessa di Dio di non distruggermi. È questa la paura, vero? Quando sei un cristiano di base, un agnostico curioso bruciato da una religione giudicante… se stai orgogliosamente sotto la bandiera della nazione LGBTQ+, da qualche parte lungo la strada hai sentito la chiesa insegnare che Dio cancella gli errori come te. Perché dovresti fidarti di quel dio?”

Christopher Decatur è stato cresciuto come cattolico; è stata incoraggiato da un prete cattolico a parlare con una sacerdotessa episcopale gay a proposito della sua vocazione al sacerdozio. Egli ha detto: “Sono apertamente gay, e ho lottato con l’aspetto di dover negare una parte di me… Cercavo una comunità dove potessi essere al 100% io stesso, e dove tutti fossero i benvenuti senza eccezioni”.

Rev. Lind

La Compagnia di Gesù ha una lunga storia di affermazione dell’omosessualità e di attivismo LGBT. Probabilmente a partire dagli anni Settanta, con gli scritti controversi del sacerdote gesuita gay John J. McNeill, e che sono culminati con l’approvazione diffusa, tra le più alte cariche della Chiesa cattolica, di James Martin, i gesuiti ospitano i ministeri LGBT in quasi tutte le loro parrocchie locali e nelle loro università in tutti gli Stati Uniti. Tra le più importanti, quelle di San Francisco, Seattle e New York. Nel 2018, i gesuiti hanno ospitato un altro ritiro pro-LGBT presso il Jesuit Center for Spiritual Growth, situato a Wernersville, Pennsylvania.

La diocesi di Cleveland ospita il loro ministero gay-affermativo – “Gay & Lesbian Family Ministry”. Da una delle pubblicazioni promosse dal Ministry:

Come ha affermato Robert Nugent nel suo articolo, “I diritti degli omosessuali e la comunità cattolica” (Dottrina e Vita 44 (1994): 166) “Dalla ricerca contemporanea nello sviluppo dell’identità sessuale, l’orientamento sessuale sembra essere scoperto piuttosto che scelto…”.

Robert Nugent, insieme a suor Jeannine Gramick, co-fondatrice del gruppo dei dissidenti del New Ways Ministry, sono stati ufficialmente messi a tacere dal Vaticano in una “Notifica” del 1999, che ha dichiarato: “A Suor Jeannine Gramick, SSND, e a padre Robert Nugent, SDS, è permanentemente proibito qualsiasi lavoro pastorale che coinvolga persone omosessuali”.

Nel 2016, James Martin ha accettato il “Bridge Building Award” del Gramick and New Ways Ministry; il suo discorso alla cerimonia di premiazione ha costituito la base per il suo best-seller “Costruire un ponte: Come la Chiesa cattolica e la comunità LGBT possono entrare in un rapporto di rispetto, compassione e sensibilità”. (In Italia pubblicato con il titolo: “Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone LGBT”, con la prefazione dell’allora arcivescovo, ora cardinale, di Bologna, Matteo Maria Zuppi)




“Un Dio che non c’entri con la vita è un Dio inutile”

Compianto sul Cristo morto (particolare) - Giotto
Compianto sul Cristo morto (particolare) – Giotto

 

«Un Dio infatti che non c’entri con la vita è un Dio per lo meno inutile. Quindi quanto più l’uomo è attivo, interessato alla vita e in essa impegnato, tanto più sentirebbe di perdere tempo nel soffermarsi a considerare un tale Dio. Dio si riduce ad un’opzione più o meno privata, ad un patetico conforto psicologico, ad un fatto da museo. Per un uomo che sentisse febbrilmente il tempo breve e le molte imprese da realizzare quel Dio non solo è inutile, ma anche dannoso, è “oppio del popolo”. (…) Il vero nemico di una religiosità autentica, a mio avviso, non è tanto l’ateismo quanto questo laicismo: un sacro infatti che non c’entri con il campo concreto degli interessi quotidiani dell’uomo rende il rapporto col Dio concepibile solo come totalmente soggettivo. E la realtà umana resta con i suoi problemi e i suoi interessi alla mercé dei criteri dell’uomo, in pratica facilmente determinabile dal potere».

(Luigi Giussani, Il senso di Dio e l’uomo moderno, BUR 1994, pp. 96 e 97)




Un Angelo in Cielo

Marc Chagall, trittico della Crocifissione

 

Un Angelo in Cielo

 

Oggi tremavi, senza parole, 
solo il sordo singhiozzo 
di una ferita, che trapassava l’anima. 
Donna, non piangere.
Un terremoto
sotto i tuoi piedi, 
risucchiata resisti,
mentre ti senti sprofondarenell’abisso, senza più lei. 

Non piangere:
la morte che sembra
ogni cosa dissolvere 
non è terra fredda, non è terra nera. 
Non è il nulla, la tua Beatrice!
Hai un angelo adesso, in Cielo, 
e puoi parlarle, ti guarda, t’ascolta, 
è nel tuo tremore e nel tuo pianto, 
in ogni cosa ti tiene.
Tremerai ad ogni ricordo, 
e lei ti sosterrà ad ogni tremoreper farti guardare oltre. 
Perché la vita
è più grande: grande come la tua domanda,grande come il cielo e il mare, grande a perdita d’occhio, grande come è grande il Cuore,grande perché c’è Dio. 

A Beatrice Palitta e alla sua mamma Franca

 

di Giorgio Canu

(da giorgiocanupoesie)




Cina-Vaticano: Una delegazione della Santa Sede si sta recando a Pechino per prorogare l’accordo

Un funzionario vaticano ha salutato i risultati “positivi” dell’accordo provvisorio della Santa Sede con la Cina martedì, nel mentre articoli della stampa informano che una delegazione della Santa Sede si sta recando a Pechino per prorogare l’accordo.

Un articolo del Catholic News Agency (CNA) nella mia traduzione. 

 

Bandiera Cina e Vaticano

 

Un funzionario vaticano ha salutato i risultati “positivi” dell’accordo provvisorio della Santa Sede con la Cina martedì, nel mentre articoli della stampa informano che una delegazione della Santa Sede si sta recando a Pechino per prorogare l’accordo.

Un funzionario vaticano ha salutato i risultati “positivi” dell’accordo provvisorio della Santa Sede con la Cina martedì, nel mentre rapporti informano che una delegazione della Santa Sede si sta recando a Pechino per prorogare l’accordo.

In un articolo pubblicato sulla prima pagina del 30 settembre de L’Osservatore Romano, Andrea Tornielli ha detto che il patto iniziale biennale ha portato a nuove nomine episcopali approvate da Roma, alcune delle quali sono state anche ufficialmente riconosciute dal governo cinese. 

“Anche se i contatti sono stati bloccati negli ultimi mesi a causa della pandemia, i risultati sono stati positivi, anche se limitati, e suggeriscono di proseguire con l’applicazione dell’accordo per un altro determinato periodo di tempo”, ha scritto il direttore editoriale del Dicastero vaticano per la comunicazione nell’articolo, che è stato pubblicato sul sito del Notiziario Vaticano il 29 settembre.

In un articolo pubblicato lo stesso giorno dal quotidiano italiano La Stampa si diceva che una delegazione della Santa Sede sarebbe partita per Pechino “nei prossimi giorni” con l’obiettivo di rinnovare l’accordo.

I rappresentanti della Santa Sede e della Cina hanno firmato l’accordo provvisorio il 22 settembre 2018. Il testo, che non è mai stato reso pubblico, riguardava la nomina dei vescovi – una fonte di disaccordo di lunga data tra la Chiesa cattolica e il Partito comunista cinese.

L’accordo è entrato in vigore un mese dopo la sua approvazione e scadrà il 22 ottobre. All’inizio di questo mese il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha comunicato ai giornalisti che la Santa Sede intendeva rinnovare l’accordo, che ha adottato “ad experimentum”, ovvero in via provvisoria. 

Il cardinale Joseph Zen, vescovo in pensione di Hong Kong, ha detto alla CNA all’inizio di questo mese che il silenzio della Chiesa sulle violazioni dei diritti umani in Cina, nel tentativo di estendere l’accordo, avrebbe danneggiato gli sforzi per evangelizzare il Paese.

Egli ha detto: “Il clamoroso silenzio danneggerà l’opera di evangelizzazione”. Domani, quando la gente si riunirà per pianificare la nuova Cina, la Chiesa cattolica potrebbe non essere la benvenuta”.

L’articolo di Tornielli è apparso poco prima dell’arrivo a Roma del segretario di Stato americano Mike Pompeo per i colloqui con Parolin e l’arcivescovo Paul Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati.

In un’intervista esclusiva con la CNA il 25 settembre, Pompeo ha detto di voler discutere delle violazioni dei diritti umani in Cina, ed ha esortato i funzionari vaticani a parlare della persecuzione cinese dei gruppi religiosi.

Ha osservato che la situazione dei credenti religiosi è peggiorata da quando il presidente cinese Xi Jinping è salito al potere nel 2013.

“La Chiesa ha un’enorme autorità morale e noi vogliamo incoraggiarli ad usare questa autorità morale, per migliorare le condizioni dei credenti, certamente cattolici, ma credenti di tutte le fedi all’interno della Cina, e questa è la conversazione che faremo”, ha detto.

Nel suo articolo, Tornielli ha sottolineato che l’accordo non tocca le relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Cina, che Pechino ha interrotto nel 1951. Né riguardava “lo status giuridico della Chiesa cattolica cinese, né i rapporti tra il clero e le autorità del Paese”.

“L’Accordo provvisorio tratta esclusivamente il processo di nomina dei vescovi: una questione essenziale per la vita della Chiesa e per la necessaria comunione tra i pastori della Chiesa cattolica cinese con il vescovo di Roma e con i vescovi di tutto il mondo”, ha scritto. 

“L’obiettivo dell’Accordo Provvisorio, quindi, non è mai stato puramente diplomatico e tanto meno politico, ma è sempre stato genuinamente pastorale. Il suo obiettivo è quello di permettere ai fedeli cattolici di avere vescovi in piena comunione con il Successore di Pietro che siano allo stesso tempo riconosciuti dalle autorità della Repubblica Popolare Cinese”.

Quando CNA ha chiesto a Zen se vedeva una qualche prospettiva che i negoziati vaticani con l’attuale governo comunista avrebbero portato a miglioramenti per la Chiesa locale, ha detto semplicemente “No”.

“C’è una scelta tra aiutare il governo a distruggere la Chiesa o resistere al governo per mantenere la nostra Fede?” ha chiesto. 




Il Vaticano ha “l’autorità morale” per parlare della Cina, dice Pompeo alla CNA in un’intervista esclusiva

In vista della visita in Vaticano di questa settimana, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha detto che ha intenzione di discutere delle violazioni dei diritti umani in Cina, ed esorta i funzionari vaticani a parlare delle persecuzioni religiose cinesi.

Un intervista del Segretario di Stato USA, Michael Pompeo, rilasciata al Catholic News Agency (CNA). Ve la presento nella mia traduzione.

 

Card. Parolin e Michael Pompeo, Segretario di Stato USA

 

In vista della visita in Vaticano di questa settimana, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha detto che ha intenzione di discutere delle violazioni dei diritti umani in Cina, ed esorta i funzionari vaticani a parlare delle persecuzioni religiose cinesi.

“Abbiamo parlato abbastanza chiaramente della situazione dei diritti umani in Cina che si è deteriorata sotto il segretario generale Xi Jinping per i credenti religiosi di tutto il Paese”, ha detto Pompeo al CNA in un’intervista esclusiva venerdì.

“La Chiesa ha un’enorme autorità morale e noi vogliamo incoraggiarli ad usare questa autorità morale, per migliorare le condizioni dei credenti, certamente cattolici, ma credenti di tutte le fedi all’interno della Cina, e questa è la conversazione che faremo”, ha aggiunto il segretario.

Pompeo visiterà la Santa Sede questa settimana durante un viaggio che comprenderà anche incontri in Grecia, Italia e Turchia. Mentre sarà in Vaticano, Pompeo incontrerà il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede, insieme all’arcivescovo Paul Gallagher, che dirige l’ufficio della Santa Sede per i rapporti con i governi civili.

Il segretario non ha in programma un incontro con papa Francesco, con il quale si è incontrato lo scorso ottobre. Mentre il Papa non sempre incontra i ministri degli Esteri in visita in Vaticano, la Santa Sede ha riferito di aver detto ai diplomatici statunitensi che il Papa non voleva incontrare una figura politica americana così vicina alle elezioni presidenziali di novembre.

L’incontro avviene perché si prevede che la Santa Sede rinnovi presto un accordo fatto due anni fa con Pechino sulle strutture di leadership nella Chiesa.

Arriva anche poco dopo che Pompeo ha pubblicato un saggio del 18 settembre su First Things sull’accordo Vaticano-Cina.

In un tweet che promuoveva il saggio, Pompeo ha scritto che “Il Vaticano mette in pericolo la sua autorità morale, se dovesse rinnovare l’accordo”. L’osservazione ha fatto scalpore tra i diplomatici per le sue critiche acute alla politica della Santa Sede.



Ma Pompeo ha sottolineato alla CNA di essere impegnato a lavorare con il Vaticano, e ne ha riconosciuto l’importanza internazionale sul tema della libertà religiosa.

Il segretario ha detto di ritenere che gli Stati Uniti e la Santa Sede “hanno un interesse comune nel vedere che ogni essere umano in Cina abbia l’opportunità di praticare la propria fede, di esercitare i propri diritti di coscienza”.

“La nostra amministrazione ha speso molto tempo ed energie per promuovere la libertà religiosa in tutto il mondo, e penso che la Chiesa cattolica e gli Stati Uniti condividano il desiderio di creare condizioni migliori per i cattolici di esercitare la loro tradizione di fede all’interno della Cina”.

L’accordo Vaticano-Cina mirava a unificare i cattolici in Cina, che sono stati divisi tra una “Chiesa sotterranea” fedele a Roma, e un’organizzazione riconosciuta a livello nazionale, l’Associazione patriottica cattolica cinese, in cui i vescovi erano stati precedentemente nominati e ordinati senza il permesso del papa, creando uno scisma di fatto nella Chiesa.

L’accordo, i cui dettagli non sono mai stati resi pubblici, aveva anche lo scopo di fornire alcune protezioni legali a più di 9 milioni di cattolici in Cina, in un momento in cui il presidente cinese Xi Jinping ha detto di voler vedere la Cina “guidare attivamente l’adattamento delle religioni alla società socialista… sostenendo la persistenza delle religioni cinesi nella direzione della sinicizzazione”.

In pratica, dicono gli osservatori dei diritti umani, quel progetto ha portato all’arresto di leader religiosi, tra cui i cattolici, al divieto per i bambini di partecipare alla messa e alle telecamere di sicurezza nelle chiese, mentre il popolo musulmano uiguro della regione autonoma cinese dello Xinjiang ha affrontato la detenzione di massa, i lavori forzati, la sterilizzazione e l’aborto in una campagna sempre più descritta come un genocidio. Altri gruppi religiosi ed etnici si trovano in condizioni simili.

Pompeo ha detto al Cna che “vediamo un enorme deterioramento della capacità di frequentare la Chiesa… le cose che stanno facendo alle strutture per i credenti cristiani, quello che sta succedendo in Occidente alla popolazione musulmana dello Xinjiang, vediamo tutto questo deteriorarsi e invitiamo il Vaticano a esercitare la sua capacità di testimonianza morale e di autorità per sostenere quei credenti”.

“Questa è la conversazione che mi aspetto di avere ogni volta che incontro i leader religiosi in tutto il mondo”, ha detto Pompeo.

I critici dell’accordo Vaticano-Cina dicono che ha fatto sì che Papa Francesco rimanesse in silenzio sui diritti umani in Cina. Questo silenzio sembra aver raccolto poca buona volontà per i cattolici che vivono in Cina, dicono alcuni critici, ma comprometterà la capacità della Chiesa di evangelizzare il Paese facendola apparire complice degli abusi del regime.

I critici osservano anche che, mentre apparentemente è stato raggiunto un accordo sulla nomina dei vescovi in Cina, pochi vescovi sono stati effettivamente nominati per riempire le numerose diocesi vacanti in Cina, perché Pechino ha bloccato il processo di nomina bloccando il processo.

I difensori dell’accordo, tuttavia, affermano che le condizioni per i cattolici potrebbero essere molto peggiori nel Paese se non fosse per la volontà della Santa Sede di impegnarsi con Pechino, e che anche se sono pochi i vescovi nominati, porre fine alla nomina di vescovi scismatici è l’inizio della riforma.

Il cardinale Parolin ha rifiutato di rispondere alle domande della Cna sulla visita di Pompeo. Un asistente del cardinale ha detto al Cna che Parolin si aspetta di discutere con Pompeo di questioni relative all’accordo con la Cina.

All’inizio di questo mese, Parolin ha detto ai giornalisti che “l’interesse attuale della Santa Sede è di normalizzare il più possibile la vita della Chiesa, per garantire che la Chiesa possa vivere una vita normale, che per la Chiesa cattolica significa anche avere rapporti con la Santa Sede e con il Papa”.

Pompeo ha detto alla Cna di aver capito che la Chiesa affronta i rischi in Cina, a prescindere da come si impegna con Pechino.

“La Santa Sede dovrà bilanciare questi rischi e io lo apprezzo, e non so esattamente quali siano gli accordi che sono stati concordati”.

“Ma posso dirvi che, guardano ai fatti così come sono, le condizioni sono peggiorate. La capacità dei credenti di esercitare la loro fede è diminuita. È tornata indietro”, ha detto.

“E così, se è vero che il dialogo è molto importante, che queste conversazioni sono incredibilmente importanti e complesse, gli accordi che vengono stipulati devono effettivamente dare risultati che riflettano una situazione migliore”. Questo è il genere di cose con cui abbiamo a che fare sempre, dove abbiamo certamente soluzioni imperfette, ma non smettiamo mai di chiedere ciò che in definitiva sappiamo essere la cosa giusta da fare”.

“Gli Stati Uniti stanno esortando i paesi di tutto il mondo a tenere gli occhi aperti su ciò che sta accadendo [in Cina], sia che si tratti della libertà che viene negata a Hong Kong, sia di ciò che sta accadendo ora contro coloro che vogliono praticare la loro fede in Tibet, nella Mongolia Interna… Stiamo assistendo al deterioramento della libertà religiosa, e ognuno di noi ha una responsabilità speciale [di affrontarlo]”, ha detto.

“Sono fiducioso che la Santa Sede abbia una capacità davvero speciale e unica di rendere la vita migliore per ognuna di queste persone che vogliono semplicemente esercitare il loro diritto umano più fondamentale di esercitare la loro capacità di praticare la loro fede”, ha detto il segretario.

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, è stato un critico esplicito dell’accordo con la Cina. Zen ha detto alla Cna questo mese che “un silenzio clamoroso danneggerà l’opera di evangelizzazione”.

“Domani, quando la gente si riunirà per pianificare la nuova Cina, la Chiesa cattolica potrebbe non essere la benvenuta”.

Insieme a Zen, i cardinali Charles Muang Bo di Birmania e Ignatius Suharyo di Indonesia hanno ripetutamente denunciato le violazioni dei diritti umani in Cina.

Pompeo ha detto a Cna che ritiene che più voci dovrebbero parlare, comprese quelle di Roma. “Il mondo, e questo include certamente il Vaticano, ha la responsabilità di parlare a questa verità, di parlare alla realtà che sta accadendo”, ha detto.

Il segretario ha aggiunto che, a suo avviso, gli Stati Uniti e altre nazioni si stanno sforzando perché avvengano cambiamenti nella regione.

Parlando degli Stati Uniti, Pompeo ha detto che “abbiamo imposto dei costi ad alcuni di coloro che sono stati i più eminenti trasgressori, abbiamo esortato le imprese americane a garantire, per esempio, nello Xinjiang, che non facciano affari con coloro che sono coinvolti nelle terribili violazioni dei diritti umani che si stanno verificando lì”. Abbiamo quindi intrapreso una serie di azioni per prevenire questo tipo di violazioni dei diritti umani più fondamentali”.

Citando un prossimo incontro con funzionari di Australia, Giappone e India, Pompeo ha detto che il suo obiettivo è “costruire una coalizione per i popoli amanti della libertà in tutto il mondo….per continuare a difendere questi diritti più fondamentali”.

Ha detto che il Partito comunista cinese agisce in modo punitivo nei confronti dei paesi che si oppongono alle violazioni dei diritti umani cinesi, interrompendo o limitando i rapporti commerciali.

“Abbiamo parlato con le nazioni del Pacifico – i paesi delle isole del Pacifico – che hanno fatto qualcosa che non piaceva ai cinesi e hanno smesso di mandare turisti nei loro paesi. Questo ha un impatto significativo sulla loro economia. Le nazioni normali non fanno questo. Non usano un marchio di punizione diplomatica che ha un impatto sulla vita delle persone reali”.

Parlando di Taiwan, dove l’amministrazione Trump ha messo in atto nuove iniziative diplomatiche inviando negli ultimi mesi sia un diplomatico di alto livello che il segretario del Ministero della Salute Alex Azar, Pompeo ha detto che l’isola, che si considera sovrana mentre Pechino la considera una provincia rinnegata, “fa certamente parte del nostro sforzo”, ma ha detto che “la sfida è molto più grande di un singolo teatro, di un singolo spazio tattico”.

“La sfida e la lotta non sono tra Stati Uniti e Cina. Questa è una lotta tra autoritarismo, barbarie, e lo stato di diritto e la decenza e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Questa è la sfida che viene presentata dal Partito comunista cinese, ed è quella contro cui il presidente Trump ha lavorato con tanta diligenza, per far sì che, almeno per il popolo americano, si riesca a raggiungere questo diritto. Stiamo esortando altre nazioni ad unirsi a noi in questa sfida”.

“I regimi che si impegnano in comportamenti autoritari e totalitari”, ha detto il segretario, “sopravvivono grazie all’oscurità e all’offuscamento. E dalle autorità morali del mondo, coloro che danno valore alle libertà più fondamentali per ogni essere umano… che attirano l’attenzione su quei [regimi] che alla fine creano vite migliori per le persone”, ha aggiunto Pompeo.

“Quello che spero e quello che so che la Santa Sede intende fare è continuare a far risplendere la luce. Sarebbe la cosa giusta da fare, sarà la cosa che gli Stati Uniti chiederanno loro di fare, e sono fiducioso che lo faranno. C’è una lunga storia di questo nella Chiesa, e sono fiducioso che continueranno a farlo”.

 




Pianificare centralmente la famiglia

I malintesi sovietici del mercato sono stati replicati come malintesi della famiglia, con conseguenze dannose e disumanizzanti. Anche se la politica familiare sovietica è fortunatamente finita, vale ancora la pena di esaminare le sue idee centrali, perché vivono ancora oggi nella politica familiare occidentale.

L’articolo è di Clara E. Jace, è stato pubblicato su Public Discourse, e ve lo presentiamo nella traduzione di Riccardo Zenobi.

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“Lo Stato non ha bisogno della famiglia, perché l’economia domestica non è più redditizia: la famiglia distoglie il lavoratore da un lavoro più utile e produttivo. Anche i membri della famiglia non hanno bisogno della famiglia, perché il compito di allevare i figli che prima erano loro passa sempre più nelle mani della collettività.” — Alexandra Kollontai

 

Così sosteneva la leader bolscevica in un popolare saggio pubblicato nel 1920. Kollontai stava avanzando un argomento ormai familiare: la famiglia – padre, madre, figlio – è nel migliore dei casi una forma sociale obsoleta e nel peggiore uno sfruttamento.

Kollontai personificava l’approccio sovietico alla vita familiare. Basandosi sugli scritti di Marx e in particolare di Engels, ha combattuto pubblicamente per la liberazione delle donne dai legami familiari e ha vissuto privatamente le sue convinzioni, lasciando il marito e il bambino per studiare con l’economista marxista Heinrich Herkner. Quando l’Unione Sovietica legalizzò il divorzio unilaterale nel 1918 (dopo secoli di matrimonio russo ortodosso essenzialmente senza divorzio), Kollontai rimproverò le donne che erano spaventate, perché “non hanno ancora capito che una donna deve abituarsi a cercare e trovare sostegno nella collettività e nella società, e non dall’uomo individuale “. Profetizzò felicemente all’inizio del XX secolo che tutti gli aspetti della vita familiare – dai lavori domestici alla fedeltà coniugale e agli obblighi dei genitori – sarebbero presto svaniti.

Questo saggio affronta a turno ciascuna parte dell’argomentazione di Kollontai, sottolineando come le sue previsioni siano state paralizzate dalle sue supposizioni errate. Sebbene la politica familiare sovietica sia fortunatamente terminata, vale ancora la pena esaminarne le idee centrali, perché continuano a vivere oggi nella politica familiare occidentale.

 

L’economia domestica

In primo luogo, Kollontai sottolinea che “l’economia domestica non è più redditizia”. È certamente vero che la continua espansione del mercato e la divisione del lavoro hanno portato il luogo della produzione di mercato al di là della piccola fattoria di famiglia o della bottega artigiana. Ma Kollontai fa un ulteriore passo avanti, chiedendosi perché la famiglia manterrebbe un posto nella divisione sociale del lavoro. Secondo lei, tutto ciò che la famiglia fa potrebbe essere (o è già stato) esternalizzato allo Stato. Racconta con passione questo processo:

 

L’economia comunista elimina la famiglia…l’unità economica familiare dovrebbe essere riconosciuta, dal punto di vista dell’economia nazionale, non solo come inutile ma dannosa…Sotto la dittatura del proletariato, quindi, le considerazioni materiali ed economiche su cui era fondata la famiglia cessano di esistere. Scompaiono anche la dipendenza economica delle donne dagli uomini e il ruolo della famiglia nella cura delle giovani generazioni.

 

Lasciando da parte le sue previsioni errate, la vera domanda è più difficile: il comunismo può effettivamente sostituire la famiglia? Con una visione limitata di quanto possa essere perfetto il mondo, scelte come la politica familiare devono essere soppesate l’una contro l’altra, non contro un ideale utopico. Può lo Stato pianificare la vita familiare meglio della famiglia stessa?

Chiaramente no. Le famiglie, dopotutto, sono più antiche della più antica istituzione esistente oggi – la Chiesa cattolica – e certamente del più antico governo. Per metterla in termini economici, altri produttori (lo Stato, le imprese del mercato, ecc.) non sono stati in grado di fornire sostituti sufficientemente buoni per tutti i beni e servizi forniti dalla famiglia. Jennifer Roback Morse ne spiega meravigliosamente la ragione nel suo libro Love and Economics:

 

La maggior parte dei genitori non è in grado di articolare il significato fisiologico e psicologico delle attività che svolgono con i propri figli. In effetti, se viene chiesto alla madre di un bambino cosa ha fatto tutto il giorno, è improbabile che sia in grado di descrivere le sue attività se non nel modo più generale…Potrebbe dire che ha piegato il bucato o ha lavato i piatti. Ma probabilmente non ricorderà che ha premiato ogni piccolo rumore fatto dal suo bambino, sorridendogli, o imitandone il suono, o avendo una conversazione immaginaria.

 

L’argomento hayekiano sulla “conoscenza unica delle particolari circostanze di tempo e luogo” di ogni persona viene solitamente espresso nel contesto del mercato, ma nella visione sovietica della famiglia si può trovare un errore parallelo. In poche parole, i pianificatori centrali semplicemente non hanno e non possono accedere alla conoscenza intima e nascosta necessaria per replicare i beni e i servizi della vita familiare. Il progresso della psicologia dello sviluppo e la nostra crescente comprensione dell’importanza dell’attaccamento dei bambini a un curatore coerente e amorevole hanno solo sottolineato questo punto.

L’errore di Kollontai è stato quello di presumere che lo stato possa pianificare la vita familiare meglio delle famiglie stesse. Per lei, l’unica domanda era esattamente come pianificare le famigerate cucine comuni e le cerimonie matrimoniali sovietiche, non se pianificarle. Poiché parte da questo presupposto errato, non riesce a vedere che le famiglie servono il bene dei bambini e dei genitori in modo più efficace di quanto lo Stato possa mai fare. Ancora più importante, presume che il profitto finanziario e l’efficienza materiale siano più importanti della prosperità umana, che è nutrita nell’istituzione fondamentale della società: la famiglia.

 

La relazione tra famiglia e Stato

Successivamente, Kollontai dichiara che la vita familiare “distoglie il lavoratore” dalle attività “più utili e produttive”. La domanda chiave qui è: utile e produttivo per chi?

Con la scusa dell’“efficienza” (un termine che ha significato solo rispetto a un fine predefinito), Kollontai assume che il valore della famiglia derivi da quanto bene porti allo Stato, e non viceversa. Questo errore ha numerosi parallelismi con gli errori economici dell’Unione Sovietica, quindi merita un confronto con la comprensione economica del valore. La “legge economica” di valore soggettivo (articolata per la prima volta dai teologi scolastici spagnoli presso la Scuola di Salamanca) afferma che il valore economico del bene o del servizio nasce da come le persone lo ritengono prezioso in relazione a ciascuno dei loro fini desiderati.

Per ricostruire la società secondo la propria immagine, l’Unione Sovietica ha dovuto interferire con il modo in cui i membri della famiglia apprezzano le loro relazioni reciproche. L’adozione e l’eredità furono vietate nel 1918 e il matrimonio e il divorzio non registrati furono permessi nel 1926. Kollontai avrebbe poi scherzato sulla crisi che le donne sovietiche stavano affrontando:

 

Secondo le statistiche fornite dal compagno Kurskii alla sessione VTsIk, su settantotto casi solo tre sono ordini di alimenti riguardanti il benessere dei bambini. Questa è la prova che le donne stesse non credono che i padri dei loro figli possano essere trovati. (Risata)

 

Quando la situazione di donne e bambini in queste condizioni divenne chiara, la soluzione fu di screditare ulteriormente il ruolo dei padri, e la propaganda negli anni ’30 era “ancora più nota per essere anti-uomini che per essere anti-controrivoluzionaria”.

Il punto di vista dello stato sovietico secondo cui le famiglie dovevano servire agli scopi dello stato è esemplificato dalla sua vacillante politica sull’aborto. Kollontai spiega perché l’Unione Sovietica divenne il primo governo al mondo a legalizzarlo nel 1920: “Il potere sovietico si rende conto che il bisogno di aborto scomparirà da un lato solo quando la Russia avrà una rete ampia e sviluppata di istituzioni che proteggono la maternità e forniscono educazione sociale, e d’altra parte quando le donne capiscono che il parto è un obbligo sociale “.

Con molte attività familiari e religiose proibite, la sostituzione della “rete di istituzioni che proteggono la maternità” ha portato a una popolazione così bassa che il Partito ha rapidamente re-criminalizzato l’aborto nel 1936 e nel 1944 ha cercato di stabilire una classe di madri single. Kollontai, tuttavia, ha continuato la sua campagna per i diritti delle donne da una nuova angolazione: “C’è una domanda alla quale vorrei rivolgere la vostra attenzione, ed è la questione del controllo delle nascite. Espressa molto brevemente, l’essenza di ciò che voglio dire è questa: lasciate che nascano meno bambini, ma che siano di ‘qualità’ migliore”. Anche quando si adotta una legislazione apparentemente “pro-family”, gli obiettivi sottostanti del Soviet erano di svalutare gli individui, per il loro bene, come persone. Ancora oggi, la Russia deve affrontare una “crisi demografica in tempo di pace”, con l’aborto (ri-legalizzato nel 1955) come principale metodo di controllo delle nascite.

Sebbene Kollontai occupasse posizioni di riguardo nel governo sovietico – Commissario del popolo per la propaganda e l’agitazione, per esempio – le sue opinioni non erano al contempo prive di oppositori. Lo stesso Lenin pensava che fosse andata troppo oltre nel sostenere la promiscuità sessuale sponsorizzata dallo stato, e mentre discuteva seriamente i suoi opuscoli in discorsi pubblici, non poteva nemmeno resistere a scherzare sul fatto che il compagno Kollontai e il suo ex amante fossero “unione di classe”. Ma fu una figura poco conosciuta, E.O. Kabo, un’altra studiosa sovietica degli anni ’20, che ha sottolineato il difetto fatale nella prospettiva di Kollontai sulla famiglia.

 

Discutere il lascito di Kollontai

È vero, come sosteneva Kollontai, che “neanche i membri della famiglia hanno bisogno della famiglia”? Non tutti i sovietici erano d’accordo. Infatti, E.O. Kabo ha sostenuto che la famiglia della classe operaia è “la più redditizia ed efficiente organizzazione dei lavoratori per la distruzione e l’educazione di una nuova generazione”, e che “Marx, Engels, Bebel e Zetkin” erano da biasimare per aver trascurato le “importanti strutture di dipendenza di genere all’interno della famiglia della classe operaia”. Ha sottolineato che in questa visione d’insieme a somma zero, era altrettanto probabile che moglie e figli sfruttassero il padre salariato, poiché ridistribuiscono i frutti del suo lavoro per il consumo familiare.

Kabo ha documentato come le famiglie della classe operaia russa abbiano effettivamente raggiunto molti degli scopi ambiti dai riformatori socialisti sovietici: la distribuzione delle risorse secondo i bisogni, la cura degli anziani e dei malati e l’educazione della generazione successiva. Il declino della produzione economica nelle famiglie russe non ha cambiato molto, né il brutale tentativo sovietico di monopolizzare “il compito di allevare i figli”. Piuttosto, la famiglia è rimasta naturalmente il luogo per il godimento comune dei beni di base della vita, dai pasti e la musica al culto religioso e all’amicizia. Come afferma lo studioso di famiglia sovietico H. Kent Geiger: “Nella lunga visione della storia, questa missione speciale – offrire all’individuo un po’ di privacy e protezione contro l’invasione totalitaria – potrebbe rivelarsi la funzione più importante della famiglia sovietica”.

Sebbene Kabo non fosse la vincitrice nel regno intellettuale dei dibattiti sovietici sulla politica familiare, fu vendicata sul campo di battaglia dell’esperienza vissuta. Nel 1945, il Partito aveva ribaltato quasi tutte le proprie politiche familiari dell’era rivoluzionaria (salvo il divieto del matrimonio religioso), sostituendole con le loro controparti “pro-family”.

Kollontai rimase in silenzio per molti anni, poiché molti dei suoi compagni dalla mentalità simile furono mandati nei Gulag. Poi, parlando un’ultima volta nel 1946, si congratulò con il governo per aver aiutato tante donne a compiere il loro “dovere naturale…di essere madre, educatrice dei propri figli e padrona di casa”. Gli editori sovietici della biografia di Kollontai nel 1964 includevano questo brano: “Sono passati cinquant’anni. . . e ogni giorno diventa più chiaro l’enorme ruolo svolto dalla famiglia, soprattutto perché è un grande fattore nella formazione dell’anima e della coscienza del bambino”.

Oggi, l’eredità di Kollontai è stata riscritta. Viene ricordata principalmente per la sua visione che il sesso dovrebbe essere facile e senza complicazioni come “bere un bicchiere d’acqua”.

Tuttavia, un confronto onesto con gli scritti di Kollontai dimostra che le incomprensioni sovietiche del mercato furono replicate come incomprensioni della famiglia. L’errore caratteristico era una cecità nei confronti della persona umana in quanto creativa e decaduta, vale a dire proprio il tipo di essere che prospera in una famiglia. Per fortuna, come ha osservato una volta un giornalista inglese fumatore di sigari: “l’amore dell’uomo e della donna non è un’istituzione che può essere abolita, né un costrutto che può essere interrotto. È qualcosa di più antico di tutte le istituzioni o contratti, e qualcosa che sicuramente sopravviverà a tutti loro “.

 

 

Clara E. Jace è dottoranda presso il Dipartimento di Economia dell’Università George Mason e docente presso il Dipartimento di Economia dell’Università Cattolica d’America. Le sue principali aree di ricerca includono l’economia familiare, l’economia della religione e l’economia politica. Oltre all’economia, Clara è interessata al pensiero sociale cattolico, in particolare alla conversazione tra economisti e studiosi di questa tradizione.