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In un nuovo libro, il cardinale Müller solleva domande sul gruppo di San Gallo, sul pregare con musulmani, e altro

Il cardinale Gerhard Müller, l’ex prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (CDF) ha appena pubblicato un nuovo libro in inglese. Il suo titolo, Roman Encounters, già indica il suo tema principale: gli incontri del cardinale con persone a Roma.

Ne parla Maike Hickson su Lifesitenews nella traduzione di Riccardo Zenobi.

 

Card. Gerhard L. Müller

Card. Gerhard L. Müller

 

Il cardinale Gerhard Müller, l’ex prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede (CDF) ha appena pubblicato un nuovo libro in inglese. Il suo titolo, Roman Encounters, già indica il suo tema principale: gli incontri del cardinale con persone a Roma. Questi incontri – ad esempio una discussione con chierici ed altri ad un ricevimento all’Ambasciata tedesca, una lezione ad un’università pontificia, una conversazione con giornalisti – sono usati per menzionare temi consequenziali del nostro tempo e per riflettere su di essi alla luce della fede.

Così, il cardinale Müller prova a presentare modi con i quali noi cattolici possiamo provare a convincere la gente della verità della fede cattolica, dell’esistenza di Dio, come dell’insegnamento morale della Chiesa. Qui, un cardinale presenta modi con cui la Chiesa cattolica può ancora essere un testimone convincente alla fede nei tempi moderni, mentre allo stesso tempo espone gli errori del mondo contemporaneo che pensa di poter vivere liberamente senza Dio.

Allo stesso tempo, il presule tedesco – che fu prima un professore di dogmatica, poi un vescovo, e per ultimo la guida di un dicastero romano – tocca problemi che stanno sorgendo nella Chiesa cattolica. È qui che, per esempio, parla di matrimonio e della sua indissolubilità, anche alla luce di Amoris Laetitia.

 

Vescovi tedeschi liberal: siamo importanti finanziariamente per il Vaticano

Ma è qui che un cardinale, forse per la prima volta, solleva questioni sugli scopi e il posto del gruppo di San Gallo citando altri che li lodano per averci dato papa Francesco. Durante un ricevimento all’ambasciata tedesca a Roma, il cardinale – che non scrive in prima persona, ma, invece, si presenta come “il cardinale” – ricorda i commenti di un impiegato della conferenza episcopale tedesca che spera a favore di una “nuova flessibilità” riguardo l’insegnamento della Chiesa, affermando che “il dogmatismo non aiuta nessuno” in un mondo secolarizzato. “È la pastorale dell’aiuto individuale e non le dottrine astratte ciò di cui la gente ha bisogno oggi in tutta la loro fragilità”.

Continua l’impiegato liberal della Chiesa tedesca: “La migliore cosa del pontificato di Benedetto è stata la sua abdicazione. Così adesso Francesco può ridurre gli arretrati delle riforme. L’obiettivo del gruppo di San Gallo, ossia, avere un Papa liberal sulla Cattedra di Pietro, è stato finalmente raggiunto. Il cardinale Daneels di Bruxelles, che ha difeso senza paura lo spirito del Concilio contro il pensiero preconciliare, ha lui stesso confermato ciò. Possiamo finalmente ripartire da dove le riforme del Vaticano II sono state bloccate”.

Il progressista continua, dicendo che “non ci sarà mai alcuna ri-evangelizzazione finché finalmente non avremo – e per quanto mi interessa, il sinodo pan-amazzonico può partire da qui – preti sposati, diaconi donna, così finalmente le donne si sentiranno valutate, e finché non ci saranno barriere per il matrimonio per tutti”. Va ancora avanti affermando che la Comunione per i divorziati risposati così come per i protestanti è lo stesso necessaria, specialmente perché “i sacramenti sono solo segni di qualcosa che è già successo comunque”, così possibilmente da rendere i sacramenti insignificanti per quanto riguarda la salvezza.

Sulla stessa linea, il cardinale Müller cita un vescovo che era presenta a questo ricevimento dicendo: “un cambio di paradigma è urgentemente necessario”. Lodando il ruolo dei vescovi tedeschi, questo vescovo tedesco spiega: “Siamo molto ben piazzato in paesi in via di sviluppo con le nostre organizzazioni caritatevoli internazionali di Misereor, Adveniat, Missio e Renovabis. Siamo anche così importanti per l’intera Chiesa, e finanziariamente per il Vaticano, che possiamo rivendicare di avere una sorta di pioneristico ruolo nella Chiesa universale con la nostra brillante teologia”. È nel contesto del largo ruolo finanziario dei vescovi tedeschi che questo prelato dice semplicemente: “Sai come si dice: chi paga il pifferaio sceglie la musica”.

“Gli altri dovrebbero sapere cosa succede qui [in Germania]”, continua il vescovo, “e anche cosa sarebbe buono per loro”.

Continuando a presentarci questa prospettiva di teologia tedesca moderna, il cardinale Müller cita un professore di teologia tedesco che afferma che “l’affermazione della verità assoluta” dei cristiani può portare “a tentazioni di intolleranza”. Così si mostra contento che, dall’illuminismo, “abbiamo imparato a relativizzare le nostre verità” e così siamo diventati “più tolleranti”.

“Tutte le verità della fede sono solo simboli che puntano allo sconosciuto mistero oltre l’essere”, afferma quest’uomo.

Come diventa chiaro già da qui, il cardinale Müller è esposto in molte disturbanti idee in circoli che si professano cattolici a Roma. Ma presentandoli a noi, ci avverte anche di quanto la teologia cattolica sia già stata indebolita. Dice un altro teologo progressista: “Papa Francesco sta andando bene: invece di ripetere antiquati dogmi, fa gesti gentili. Puro genio – e 20 milioni di followers confermano che la nuova politica vaticana dei media è in buona forma. Non arrivi ai giovani con libri o noiosi sermoni ma con annunci pubblicitari e tweet, se serve anche con youtube”.

Fortunatamente il cardinale Müller ci presenta anche alcuni opposti giudizi di un giornalista cattolico presente al ricevimento all’ambasciata tedesca: “La Chiesa non combatte più ‘la buona battaglia della fede’ (1 Tim 6,12) provando a convincere ogni essere umano su Gesù Cristo, il Salvatore del mondo”. Citando ancora questo giornalista, il cardinale tedesco punta di nuovo al gruppo di San Gallo. Parlando dei riformatori, il giornalista afferma che essi “hanno anche unito le forze con gruppi anticlericali” in modo da far avanzare la loro agenda, dopo aver “neutralizzato o silenziato gli altri”. C’è una certa “desolidarizzazione” che prende luogo nella Chiesa cattolica, continua il giornalista, il cui apice è stato raggiunto “quando il gruppo di San Gallo sfacciatamente vanta di aver messo uno di loro gradimento come Papa al conclave perché sta lavorando in un’agenda liberal e così abbattere un punto morto nella riforma”.

Comunque, come il giornalista ci ricorda, la riforma originariamente “è stata sempre fatta per combattere la secolarizzazione della Chiesa”, come può essere visto, per esempio, nella riforma gregoriana. Ma oggi, continua il giornalista, “sotto l’influenza dell’ideologia dell’autoredenzione dell’uomo, che rende l’uomo, invece di Dio, la propria origine, misura e obiettivo, la funzione di una riforma ecclesiastica si sposta ad essere di adattamento al mondo”. Qui, riforma non significa più “conformità a Cristo” ma, piuttosto, “conformismo col mondo”. che punta ancora a conservare la Chiesa come istituzione, ma non a rinnovarla “nello Spirito di Cristo”.

Il cardinale in persona risponde a queste belle parole del giornalista cattolico spiegando cosa è andato male con la compiacenza verso Jean-Jacques Rousseau e “i suoi seguaci giacobini”. Parlando della negazione del peccato originale da parte di Rousseau, il cardinale vede che la sua conseguenza principale è “che nega la Grazia come condizione necessaria della natura che raggiunge la sua perfezione nel suo obiettivo soprannaturale”, che è, ovviamente, la salvezza eterna. Mentre parla del libero arbitrio dell’uomo e dei suoi peccati personali, il cardinale ci ricorda che “non può né ricreare sé stesso né redimersi con le sue sole forze”. Ma è la Grazia di Dio e l’amore in Cristo che “redime, solleva e libera l’uomo, dandogli una nuova identità nella sequela con Dio e gli altri esseri umani”.

Ancora confrontandosi con alcune false idee che si trovano nel mondo moderno, il cardinale afferma, “diversamente dalle antropologie liberali e socialiste dall’illuminismo, l’uomo non è l’insieme delle condizioni biologiche e sociali della sua esistenza ma invece una persona. Né la società è da incolpare per tutto, né la migliore società può redimere l’uomo”.

Tornando all’importanza della Grazia nella vita dell’uomo, il cardinale spiega che “in uno stato di grazia, le condizioni non schiavizzano più l’uomo lasciandolo alla mercé di una cieca evoluzione del mondo animato o depersonalizzandolo come un esemplare di una classe sociale”

 

Le ideologie moderne ci rendono miserabili

Guardando alla Chiesa e al mondo di oggi, il cardinale si mostra preoccupato. “Nonostante parlino molto in teoria di persone di oggi felici e contente senza Dio, in pratica l’opposto è vero. Quanti giovani chiedono a sé stessi in tutta serietà che senso c’è nella vita?”

Il cardinale continua nel descrivere il fato dell’uomo moderno: “Se l’uomo è ridotto ad un prodotto di materia che gioca con sé stessa o ad una costruzione sociale o se è importante solo come partecipante nei social network o per pagare le pensioni, allora è privato del suo essere un soggetto, della sua personalità”. Qui, l’uomo è “strumentalizzato come un mezzo di produzione industriale, forza politica o materia biologica per ricerca”.

Il cardinale conclude il suo libro svelando il vero volto delle moderne ideologie che pretendono che l’uomo liberato da Dio sta costruendo un mondo migliore: “Dietro la facciata lucente di un brave new world, l’intera estensione della miseria si manifesta: solitudine, isolamento, malattie mentali, aumento della violenza e della brutalità, auto-centramento, soddisfacimento ego-maniacale e guardare per primo al proprio vantaggio, il rifiuto di comunicazioni primarie dentro le famiglie”.

Quanto vera è questa risposta, in effetti, quando consideriamo l’alto numero di divorzi, usi di droga, criminalità adolescenziale, suicidi e aborti.

Commenta il presule tedesco: “La Chiesa può avere un contributo essenziale nell’umanizzazione dell’umanità”. Intende nel diffondere il “messaggio della redenzione [dell’umanità] in Cristo, il Figlio di Dio”.

“Una società senza alcun orientamento spirituale”, spiega, “o senza fondamento etico, è condannata a fallire”.

“Non conosco un solo caso di etica puramente secolare che abbia avuto successo”, conclude Müller.

 

‘Il lavoro di Dio per la redenzione non fallirà’

Quando rivolge l’attenzione ai dibattiti nella Chiesa Cattolica, il cardinale Müller non si vergogna di contraddire affermazioni fatte da papa Francesco quando vede che sono incorrette. Per esempio, in un capitolo riguardo l’incontro con giornalisti, un giornalista cita il Papa che afferma che “dentro la Santa Trinità litigano tutti dietro le porte, nonostante al di fuori presentino un quadro di unità”.

“L’unità interiore dell’Unitrino Dio è solo una facciata?”

Risponde il cardinale Müller: “Le tre Persone Divine non sono, come nella sfera umana, tre personalità che sono in armonia o dibattono tra loro. L’unità delle tre Persone Divine non è una comunità morale che può anche essere distrutta, ma piuttosto una unità di essenza come triade di amore”.

In un altro punto, il cardinale non concorda con il Papa. Un giornalista gli chiede: “Il Papa ha chiamato i cattolici ad andare in moschea e pregare con i musulmani i venerdì. È saggio questo invito?” Il cardinale risponde: “Nessuna autorità ecclesiastica può invitarci o chiederci di visitare la casa di preghiera di un’altra religione. Inoltre, non possiamo condividere la preghiera coni musulmani, sia in un edificio o all’aria aperta. Noi preghiamo attraverso Cristo nello Spirito Santo a Dio nostro Padre”.

“Non crediamo nello stesso Dio rivelato”, dice dei cattolici e dei musulmani.

Riguardo al documento di papa Francesco Amoris Laetitia, il cardinale Müller dice: “La mia coscienza non può mai dispensarmi dal compiere i comandamenti divini, perché Dio non ci nega la grazia necessaria per conoscerli e compierli se la chiediamo onestamente”. Continua dicendo, “non posso giustificarmi in coscienza se agisco contro ciò che percepisco essere volontà di Dio” ed invece “faccio dei miei interessi il mio metro di paragone”.

Continuando a criticare i correnti sviluppi nella Chiesa, il presule tedesco afferma che “ciò che è attualmente compreso dalle riforme che si ritengono necessario è più che altro una secolarizzazione della Chiesa”. I comandamenti divini che sono difficili da vivere per qualcuno, spiega, sono ora “ridotti ad ideali che ognuno può, ma non deve a tutti i costi, cercare di ottenere”. In questo modo, la Chiesa diventa una mera “agenzia di sviluppo sociale”.

Il prelato tedesco contraddice anche la comune idea tra diversi teologi specialmente sotto questo pontificato che Dio perdona sempre. “Diventa solo molto male se la misericordia e la giustizia divine sono giocate una contro l’altra nella Chiesa in un tentativo di guadagnare popolarità tra la gente”. E aggiunge: “Peccare nella speranza della misericordia divina non è altro che prendere in giro Dio accusandoLo di essere incapace di tutto tranne perdonare”.

Per ultimo, il cardinale Müller si oppone direttamente agli oppositori di un’unica religione mondiale. Dice che i “proponenti della costruzione di una religione unificata per il mondo intero usano ogni mezzo di propaganda e ogni trucco psicologico per combattere la finalità della rivelazione di Cristo e l’unicità della Sua mediazione salvifica”. Cristo non ci ha portato “evoluzione immanente”, sostiene, ma, piuttosto, “perfezione nel sollevare la natura attraverso la Grazia e dandole un fondamento nella trascendenza di Dio. Non riguarda il miglioramento umano del mondo quanto la redenzione finale del mondo da Dio e la Sua grazia”.

Così, nel mezzo di tali questioni controverse e correnti sviluppi nella Chiesa e nella società, il cardinale Müller non ha perso speranza. Prima di tutto, sa che “il lavoro divino della redenzione non fallirà” per via della promessa divina “che le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa”. E accanto a questa promessa divina, il cardinale ci ricorda che “la speranza è una virtù teologale che è infusa nei nostri cuori da Dio”. Punta anche ad alcuni segni di speranza tra gli uomini: “vedo segni di speranza nei preti e nei laici che accettano la fede in Gesù Cristo e sono preparati a camminare la via della Croce con Lui verso la Resurrezione”. In ultimo, Müller ci ricorda che la Speranza non ci viene “dall’accettazione mediatica della Chiesa”, ma, invece, da Gesù Cristo, “il profeta e perfezionatore della nostra fede”.

Possa questo libro essere d’aiuto a molti cattolici per difendere la fede, e possa anche portare molti dei suoi lettori non cattolici nella Chiesa cattolica

 

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Monaci nel mondo. Monaci nel cuore

“I cristiani, laici e sacerdoti, si sono spesso accostati ai mo­nasteri per rafforzare la loro identità cristiana e la loro vita di preghiera, ed essere, in certo modo, “monaci nel mondo e monaci nel cuore”, cioè dediti alle cose del Pa­dre nell’esistenza di ogni giorno. Questo “monachesimo interiore” e senza chiostro, vissuto nelle più diverse forme di vita per trasformare la condizione umana con lo spi­rito del Vangelo, nella tradizione benedettina ha preso il nome di “oblazione secolare”. Di questo monachesimo del cuore, precisato secondo lo stile degli oblati benedet­tini, il libro presenta gli elementi essenziali, riallaccian­dosi non solo a S. Benedetto, ma a quanto di meglio il cristianesimo orientale e occidentale ci ha trasmesso.”

(testo della quarta di copertina)

Monaci nel mondo. Monaci nel cuore. Libro a cura di Giulio Meiattini OSB

Meiattini (a cura di), Monaci nel mondo, monaci nel cuore. Piccola guida per Oblati benedettini, La Scala Edizioni, Noci 2019, p. 184, Euro 14,00.

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di Giulio Meiattini osb

 

Da un secolo circa a questa parte non sono mancati libri su quella istituzione e forma di vita, tipica del mondo benedettino, che va sotto il nome di oblazione secolare. Diverse pubblicazioni che hanno cercato di illustrare gli impegni, lo stile di vita e la fisionomia spirituale di chi aderisce a questo tipo di cammino, legandosi in modo diretto e speciale a qualche cenobio della famiglia benedettina. Non è qui il caso di passare in rassegna i titoli di questi sussidi, pensati come piccoli manuali di introduzione e accompagnamento per coloro, sia laici sia sacerdoti, che intraprendono la via dell’oblazione. Uno studio accurato di questi libri, dei loro contenuti come del loro linguaggio, che ci auguriamo un giorno sia intrapreso, potrebbe mostrare come essi siano stati segnati dalla teologia e dalla spiritualità propri dell’epoca in cui sono stati scritti e, di conseguenza, abbiano presentato di volta in volta sotto una luce un po’ diversa la figura dell’oblato.

Il presente volume si situa lungo questa tradizione. Si è convinti, infatti, che oltre alla formazione orale e personale che un aspirante oblato riceve nella presa di contatto col suo monastero di elezione, sia utile – e forse necessario – anche una specie di “libro di testo”, se così possiamo chiamarlo, che fornisca alcuni elementi essenziali che introducano a san Benedetto e al senso dell’oblazione benedettina secolare. Un testo, infatti, può essere letto più volte, meditato, ripreso a distanza di tempo, e fornire così un punto fisso di confronto, a partire dal quale avanzare nel cammino che la vita ci fa percorrere. Se per un verso, dunque, questa “piccola guida per oblati benedettini” si inserisce in una tradizione consolidata, aspira anche a non ripetere semplicemente il già detto, ma vorrebbe anche ripresentare la figura dell’oblato in modo da offrirne, se possibile, una fisionomia più chiara, convincente e attraente. La valorizzazione del laicato all’interno della Chiesa, negli ultimi decenni, e la nascita di forme di vita consacrata (come gli istituti secolari) che fanno della presenza nel mondo la condizione ordinaria della loro santificazione, della loro testimonianza cristiana e del loro servizio ecclesiale, suggerisce che l’antica tradizione dell’oblazione benedettina può rappresentare, oggi, una prospettiva promettente. Perciò, merita anche maggiore attenzione!

Il lavoro è stato realizzato a più mani, avvalendosi della collaborazione di monaci e di monache appartenenti a diverse famiglie benedettine presenti in Italia. Questo è un bel segno di collaborazione di cui c’è da rallegrarsi. A essi si aggiunga il contributo di un gruppo di oblati che, descrivendo il loro cammino comune e non solo individuale, esprimono una prospettiva preziosa, perché maturata progressivamente attraverso la loro esperienza.

Il libro si divide in tre parti. Nella prima, due capitoli sono dedicati, rispettivamente, alla vita di san Benedetto e alla sua Regola. Il libro secondo dei Dialoghi di Gregorio Magno, unica fonte che ci informi sulla vicenda del Santo di Norcia, è rivisitata con originalità, nel tentativo di valorizzare, più che l’aspetto semplicemente storico-biografico, la dimensione simbolica di fatti, gesti, incontri. Ne esce un’interpretazione non scontata, suggestiva, che invita ad approfondire e sviluppare questa chiave di lettura. Alla Regola si viene introdotti da una ricostruzione esperta e accurata, e insieme scorrevole, degli aspetti che concorrono a dare forma alla visione monastica di Benedetto. A una parte più analitica, segue una presentazione sintetica dell’ideale benedettino, incentrata su quello che è stato definito il “personalismo comunitario” della Regola.

Dopo aver offerto una prima introduzione al duplice magistero di san Benedetto – quello della Vita e quello della Regola – la seconda parte del libro si prefigge di rispondere ad alcune non facili domande che sono sottintese nell’istituto dell’oblazione: che relazione c’è fra la vita monastica, di cui san Benedetto è il principale rappresentante in Occidente, e la vita dei credenti che non vivono in monastero, bensì nelle comuni condizioni di tutti gli uomini? Chi vive la realtà della famiglia, del lavoro, dell’impegno sociale e politico, del servizio ecclesiale e pastorale, perché dovrebbe ispirarsi al monachesimo? Quali sono i motivi profondi, teologici e spirituali, che possono (e forse devono) rendere il monachesimo un modello per le altre condizioni di vita dei cristiani nella Chiesa e nel mondo? Perché dei cristiani dovrebbero scegliere la forma monastica di vita come ispiratrice della loro esistenza?

A queste domande si può trovare risposta nella tradizione del cristianesimo orientale (soprattutto nelle Chiese ortodosse) e nella variegata storia della spiritualità dell’occidente cristiano. Il lettore troverà descritte, nei due capitoli della seconda parte, queste due prospettive, sensibilmente diverse, ma anche sostanzialmente convergenti. Una lettura attenta e approfondita di questa seconda parte pensiamo sia decisiva per arrivare nel punto più profondo, ma anche più delicato e complesso, del rapporto fra monachesimo (o vita religiosa in generale) e altre forme e condizioni di vita nella Chiesa. In questo nodo risiede, in fondo, anche la risposta alla domanda sulla identità del cristiano, la natura e il fine della Chiesa e, di conseguenza, sull’identità dell’oblato benedettino. Sono, forse, i due capitoli più impegnativi di questa “piccola guida”, ma anche i più fondamentali e meritevoli di attenzione.

Posti e chiariti per sommi capi questi parametri generali (l’ideale monastico benedettino e il rapporto fra vita monastica e vita nel mondo), la terza parte presenta più in concreto il profilo dell’oblato benedettino secolare. Si inizia con una calibrata ed esauriente presentazione teorica d’insieme, che contestualizza gli oblati e la loro specifica chiamata nel quadro della vocazione battesimale, della vita ecclesiale e del rapporto col monastero. Completa questa prospettiva il racconto dell’esperienza particolare di un gruppo di oblati costituitosi di recente, che dà concretezza a quanto prima illustrato in modo più generale. Dare voce agli oblati in un libro che parla di loro era doveroso e necessario. L’ultimo capitolo raggiunge vette molto elevate, con la presentazione dell’esperienza spirituale di una grande mistica italiana del secolo scorso, la beata Itala Mela, laica, docente, oblata benedettina del monastero di S. Paolo flm in Roma. La sua chiamata specialissima alle più alte forme dell’unione spirituale con Dio, si è tutta svolta sotto il segno dell’oblazione benedettina e ha trasposto sul piano interiore le tipiche esperienze e categorie del monachesimo. La sua vita e i suoi scritti hanno fino a ora ottenuto scarsissima attenzione nel mondo monastico e degli oblati. Ci auguriamo che essa sia valutata maggiormente e meglio conosciuta.

Naturalmente questo libro non è e non presume di essere esauriente. Esiste una bibliografia relativamente ampia sul tema dell’oblazione alla quale gli oblati e i loro assistenti possono attingere per gli approfondimenti opportuni. Speriamo che questo piccolo libro sia di aiuto e favorisca, in chi lo avrà fra mano, una ricerca più profonda e sincera di Dio.

 

(dalla Introduzione al libro)

 




Barbara Costantini e Giorgia Brambilla. Un cuore diviso. Studio multidisciplinare sull’infedeltà e sull’adulterio del cuore

Un cuore diviso - libro

Barbara Costantini e Giorgia Brambilla

Un cuore diviso. Studio multidisciplinare sull’infedeltà e

sull’adulterio del cuore

 

“Quante volte ti ho pensato sulla sedia di cucina, quante volte ti ho incontrato nelle cicche che spegnevo…” cantava Baglioni nel lontano 1977 nella struggente assenza della donna amata (“tu non ci sei, tu non sei più con me”). Eppure l’amore non è cambiato da allora, non cambia da sempre: desiderio, mancanza, attesa, delusione, speranza.

L’amore è una delle esperienze più profonde e, nello stesso tempo, a volte più devastanti che gli esseri umani possano provare nella loro vita.

L’amore.

Ma cosa ci porta ad amare una persona? Cosa ad innamorarcene?

Perché persone insospettabili possono arrivare a tradire? Cosa accade in una coppia per cui i due arrivano a non “provare più nulla” l’uno per l’altra e a volgersi le spalle?

Quante storie ascoltiamo di persone che si ritrovano con un cuore diviso. Molto spesso accade e basta. Senza averlo cercato. Una donna sposata con due figli, che si destreggia tra lavoro, casa e impegni potrebbe cominciare a provare interesse per un collega che la corteggiasse romanticamente, iniziando a pensarci sempre più spesso. Ma non solo gli sposati possono tradire. Anche chi ha una vocazione alla vita consacrata o sacerdotale potrebbe volgere altrove il proprio sguardo.

Che cosa accade nel cuore di queste persone? È tradimento anche questo? E che cos’è davvero il tradimento? Quando riflettiamo su questo tema ci accorgiamo di quanto non sia scontata la risposta.

Nella vita può capitare di desiderare di avere vicino qualcuno (fisicamente, emotivamente, psichicamente o sessualmente) che non sia il proprio coniuge o il Signore (nel caso della ordinazione o della consacrazione). Ma allora è impossibile essere fedeli per sempre?

Un cuore diviso. Studio multidisciplinare sull’infedeltà e sull’adulterio del cuore è il frutto di un lavoro di gruppo che ha visto coinvolti sei professori dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, convocati intorno al tema dalla prof.ssa Brambilla.

L’idea nasce da un lavoro sul tradimento, della prof.ssa Costantini, presentato in un libro dal titolo Amare non è soltanto un sentimento. Psicologia delle emozioni e dei comportamenti morali (Cantelmi, Costantini, 2016) ed estende alla vocazione matrimoniale la metafora del cuore indiviso, proprio delle persone alla sequela di Cristo, come afferma l’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Vita Consecrata.

Come tornare ad avere un cuore indiviso quando si tradisce?

Il libro esplora la tematica del tradimento e quella dell’adulterio del cuore secondo la prospettiva di diverse discipline:

Barbara Costantini, co-curatrice, affronta la psicologia del tradimento, alla luce della sociologia, della psicologia e delle neuroscienze;

Giorgia Brambilla, co-curatrice, la tematica dell’adulterio del cuore, alla luce della teologia morale;

Nicolas Bossu, il tradimento alla luce della teologia biblica, attraverso un caso paradigmatico: quello del re Davide;

Grazia Solferino, la tematica del tradimento alla luce del diritto di famiglia e del diritto canonico, affrontando la sua evoluzione nei secoli;

Laura Paladino introduce nei temi dell’adulterio e della fedeltà svelando la ricchissima simbologia delle Sacre Scritture.

I cinque capitoli sono seguiti da un prezioso sommario, di Miguel Paz, nel quale viene delineata la visione cristiana del tema.

Il libro è rivolto a tutte le persone che si sentano divise tra due amori e vogliano uscire dalla dolorosa situazione di adulterio del cuore o tradimento vero e proprio che stanno vivendo.

 

 

 

 




Umberto Galeazzi. Pervertimento dell’etica. La via di S.Tommaso e la malattia mortale nel mondo di oggi

Ricevo e volentieri pubblico:

Umberto Galeazzi - copertina del libro

 

 

Umberto Galeazzi. Pervertimento dell’etica. La via di S.Tommaso e la malattia mortale nel mondo di oggi (Chorabooks 2019)

Il libro può essere acquistato su:

Amazon

IBS

Feltrinelli

Barnes&Noble

 

Il sovvertimento dell’etica oggi non è solo un progetto teorico di pochi intellettuali, ma tende a diventare, per molti, pratica quotidiana, con costi umani di inaudita gravità. Ciò è frutto di ideologie, alcune delle quali proposte in forme inedite e propagandate da un certo uso – funzionale al potere che ne dispone – dei mezzi di comunicazione di massa, sempre più pervasivi e persuasivi nel mercato globale.

Si tratta, però, di una persuasione che troppo spesso risulta da una ricezione acritica di certi messaggi, che misconoscono e/o deformano la realtà, contribuendo a un certo contesto sociale di accecamento. Poiché è una persuasione senza verità. Tuttavia, in genere la tensione naturale della mente e del cuore alla verità e al bene non è   del tutto spenta e si rivela inestinguibile, in quanto, almeno, riesce ad avvertire i frutti amari e disumanizzanti di quel sovvertimento e ne prova ripugnanza. Purtroppo, però, per lo più si rifiutano i frutti, ma non si ripudiano le cause che li generano.

Dunque, per usare il linguaggio della medicina, bisogna considerare attentamente i sintomi per arrivare a scoprire le cause del male, onde poter proporre la terapia. Ora, l’attuale patologia morale ha certamente molteplici cause interagenti, ma, tra queste, le radici filosofiche non sono secondarie. Infatti, anche se molti ignorano che certe idee sono state proposte da determinati filosofi, tuttavia le accettano acriticamente, in quanto non conoscono le argomentazioni che le sorreggono e quindi non sono in grado di valutarle.

Perciò c’è bisogno di ricerche su posizioni filosofiche che costituiscono le radici dell’attuale situazione, per valutarle e proporre alternative. È quanto si intende fare in questo libro, le cui indagini (che non hanno alcuna pretesa di completezza e di esaustività e che anzi inducono ad ulteriori ricerche) vertono su questioni e posizioni ineludibili ai fini di una diagnosi e di una conseguente terapia della situazione del nostro tempo. Il dialogo critico si attua con filosofi moderni e postmoderni come: Cartesio, Kant, Hegel, Marx, Lenin, Gramsci, Sartre, Heidegger, Del Noce, Fabro, Taylor, nonché i sostenitori del relativismo.

 

Umberto Galeazzi, si è laureato in Filosofia con il massimo dei voti nell’Università Cattolica del S. Cuore di Milano, dove è stato poi borsista e Assistente volontario di Filosofia morale. È stato: Assistente ordinario di Filosofia teoretica nell’Università di Macerata dal 1973 al 1982 e inoltre Professore incaricato, poi associato e quindi Professore ordinario (fino alla pensione, 31-XII-2011) di Storia della filosofia nell’Università di Chieti-Pescara. Negli a. a. 2012-13; 2013-14; 2014-15 è stato Professore invitato di Filosofia morale nella Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Urbaniana di Roma.

È Accademico ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino.  

 




Libro, Aldo Maria Valli: “Claustrofobia: La vita contemplativa e le sue (d)istruzioni”

Ricevo e volentieri pubblico.

 

 

Dalla recensione:

La vita di preghiera, nella contemplazione del mistero divino e per la riparazione dei peccati del mondo, è un tesoro grande, conservato in monasteri dalla vita millenaria, ma ora questo tesoro è in pericolo, e non per un attacco dall’esterno, ma per iniziativa della stessa gerarchia cattolica. L’attacco arriva dalla costituzione apostolica Vultum Dei quaerere e dall’istruzione applicativa Cor orans, un apparato normativo che minaccia l’autonomia dei monasteri, indebolisce la loro indipendenza e, con la scusa dell’aggiornamento e della formazione, mette in discussione l’idea stessa di isolamento e di vita di clausura. Ma perché questa “claustrofobia” da parte della Chiesa? Perché mortificare la scelta di chi consacra la propria vita alla preghiera nel nascondimento? Dietro s’intravvede un’idea di spiritualità tutta orizzontale, tutta giocata nel sociale, incapace di scorgere la bellezza e la grandezza di una relazione esclusiva con Dio. Una situazione grave che in Claustrofobia. La vita contemplativa e le sue (d)istruzioni Aldo Maria Valli descrive mettendone in luce i contenuti più letali per la fede e la Chiesa stessa.

Aldo Maria Valli, giornalista e scrittore, è da anni affermato vaticanista. Nel suo blog Duc in altum (tra i più frequentati e autorevoli) è impegnato da tempo a difesa della tradizione cattolica, della retta dottrina e della corretta liturgia, contro le ambiguità di un magistero segnato dal neo-modernismo e da cedimenti alla mentalità del mondo. Tra i suoi libri più diffusi 266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus PP, Come la Chiesa finì e Il caso Viganò. Per Chorabooks ha già pubblicato Uno sguardo nella notte. Ripensando Benedetto XVI e Sradicati (con Aurelio Porfiri).

 

Il libro si può acquistare su Amazon




“Tommaso Moro. La luce della coscienza”, un libro di Miguel Cuartero Samperi

Con piacere porto all’attenzione dei lettori di questo blog l’interessante libro di Miguel Cuartero Samperi sulla figura di San Tommaso Moro, il quale, nella drammatica vicenda che lo vide opporsi al suo sovrano, il re Enrico VIII, del quale era Cancelliere, affrontò il martirio pur di obbedire alla sua coscienza, rifiutando di accettare l’Atto di Supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra e di disconoscere il primato del Papa. La sua testimonianza mise in evidenza la caratteristica fondamentale del primato della coscienza personale intesa come luogo privilegiato dell’incontro tra l’uomo e Dio.

Mentre era in prigione fu tentato da molti di abbandonare la sua “rigidità”. In fondo bastava così poco per aver salva la vita. Persino sua moglie le inviò un messaggio:

“Belle cose, messer More! Mi meraviglio di te, che finora sei passato per una persona di criterio e adesso ti metti a fare lo sciocco, contento di startene sepolto qui dentro in questa angusta e sucida prigione in mezzo a sorci e ratti, quando potresti vivere tranquillamente in libertà e godere dell’amicizia e i favori del Re e del Consiglio, solo che ti decidessi a fare quello che hanno fatto tutti i Vescovi e le persone più istruite del regno”

Era la stessa cosa che dissero e fecero tutti i vescovi inglesi, ad eccezione del card. John Fisher e, appunto, di Thomas More. E infatti, tutti e due subirono la stessa sorte, vennero decapitati. 

Sono due figure importanti anche per l’oggi. Soprattutto, come scrive l’autore, in un momento in cui sembra trionfare “un’allarmante fragilità psichica che sembra divenire sempre più un aspetto costitutivo dell’uomo occidentale: la mancanza di coraggio e determinazione nell’affrontare situazioni difficili o dolorose (in una parola la mancanza di “virilità”), il trionfo del sentimentalismo, l’omologarsi a modelli prestabiliti e il diffondersi di una mentalità edonistica e materialista, sfociano in un generale rilassamento”.

Miguel Cuartero Samperi Libro su San Tommaso Moro

 

il libro lo trovate qui:

Tommaso Moro. La luce della coscienza (Studium 2019)

 

E’ un libro senz’altro da leggere. Esso ha la prefazione del card. Robert Sarah che con piacere riporto: 

 

Ringrazio l’autore per avermi gentilmente inviato il volume Tommaso Moro. La luce della coscienza che sarà prossimamente pubblicato con la prestigiosa casa editrice Studium. Nel presentare questo saggio, desidero felicitarmi per questa sua scelta. In primo luogo la scelta di studiare la figura di un cristiano laico, che nel suo tempo ha rivestito incarichi di altissima responsabilità e che li ha vissuti alla luce della sua fede in Cristo e nella Chiesa. L’esempio di Tommaso Moro ci suggerisce che nessun ambiente è precluso alla testimonianza di Cristo, ma che anzi attraverso la fede siamo chiamati a trasformare il mondo. E anche la politica è un luogo privilegiato per questa testimonianza. 

Mi piace ricordare a questo proposito il Concilio Vaticano II, che tanta enfasi ha posto sul ruolo dei laici che nel mondo possono essere testimoni di Cristo. Tommaso Moro ne è stato un grande esempio per molti altri nel corso della storia della Chiesa. Inutile ribadire che questo compito peculiarmente laicale deve trovare anche oggi adeguata espressione. La Chiesa non può svolgere pienamente la sua missione, che è anche quella di illuminare il mondo attraverso la fede, senza il contributo essenziale di laici debitamente formati e motivati. 

Un secondo aspetto che vorrei evidenziare è la scelta del tema della coscienza. Troppo spesso una mentalità individualistica spinge a pensare che la coscienza si identifica con le convinzioni dell’io. Troppo poco ricordiamo che la coscienza è prima di tutto un luogo di ascolto. Possiamo così dire che la coscienza è prima di tutto un luogo di ascolto. Per Tommaso Moro questo ascolto ha significato sacrificare il suo io, la sua posizione di potere, la sua stessa vita e, direi anche, la sua famiglia, per essere fedele alla verità che Dio gli ha manifestato. La radice del suo martirio è la fedeltà alla coscienza nella quale ha riconosciuto la voce di Dio. Per questo è santo. 

San Tommaso Moro è un meraviglioso dono della Provvidenza ai responsabili politici e all’intera umanità. Egli è come un richiamo costante per ogni uomo degno di questo nome a rimanere vero, onesto, fedele a Dio e al discernimento intimo della propria coscienza.

È ciò che san Giovanni Paolo II ha voluto ricordare al mondo quando, parlando di san Tommaso Moro ha dichiarato: «Dalla vita e dal martirio di san Tommaso Moro scaturisce un messaggio che attraversa i secoli e parla agli uomini di tutti i tempi della dignità inalienabile della coscienza, nella quale, come ricorda il Concilio Vaticano II, risiede “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nella sua intimità” (Gaudium et Spes, 16). Quando l’uomo e la donna ascoltano il richiamo della verità, allora la coscienza orienta con sicurezza i loro atti verso il bene. Proprio per la testimonianza, resa fino all’effusione del sangue, del primato della verità sul potere, san Tommaso Moro è venerato quale esempio imperituro di coerenza morale» . 

La coscienza non è semplicemente il sentimento individuale immediato, ma piuttosto la determinazione intima e forte alla quale non possiamo pervenire se non grazie a un lungo lavoro di preghiera, di approfondimento, di riflessione e di ricerca interiore. Martire della coscienza, Tommaso Moro manifesta in modo particolarmente adatto alla nostra epoca, così restia ad ogni conformismo, il senso della giustezza e della fecondità politica, il senso della Tradizione, dei costumi e della morale. Possa davvero Tommaso Moro insegnare anche all’uomo di oggi ad aprirsi a questa voce della verità divina, perché solo questo permette all’uomo di rispettare profondamente anche il suo prossimo. Tommaso Moro è divenuto vittima del potere del mondo che schiaccia i deboli, perché la sua coscienza gli ha parlato della volontà di Dio, che è volontà di bene, mai di male. 

Mi congratulo con l’autore per questo suo importante lavoro con l’augurio che possa essere motivo di riflessione e di approfondimento per i suoi lettori.




“Nessuna differenza” tra i bambini cresciuti nelle coppie gay rispetto a quelli cresciuti da mamma e papà?

È uscita nel 2018 una corposa analisi del prof. Walter R Schumm, professore presso il Dipartimento di Studi Familiari e Servizi Sociali presso la Kansas State University, sulle modalità con cui sono state fatte le ricerche sociologiche sui figli cresciuti in coppie dello stesso sesso. La vulgata pseudo-scientifica ci bombarda da tutti i canali di informazione su come non ci sia “nessuna differenza” tra i  bambini cresciuti in coppie omo-genitoriali e i bambini cresciuti in famiglie naturali. Il libro del prof. Schumm dimostra come questa ipotesi sia stata costruita su studi mal condotti e viziati dall’ideologia. Ed è un libro che, naturalmente, fatica a trovare spazio nel mondo della comunicazione essendo portatore di argomenti che contrastano il pensiero Politicamente Corretto.

Abbiamo tradotto l’introduzione con cui lo studio viene presentato sul sito Library Genesis  e vi rimandiamo, per chi fosse interessato ad approfondire, al testo completo in Inglese che può essere scaricato dallo stesso sito in PDF  o in epub.

Libro su "famiglie" arcobaleno del prof. Walter R Schumm

LA RICERCA SULLA “OMO-GENITORIALITÀ ” – UN’ANALISI CRITICA

È opinione diffusa che non esista “alcuna differenza” tra come crescono i figli dei genitori omosessuali e quelli dei genitori di sesso opposto. Il professor Schumm, un illustre esperto in scienze sociali, ha condotto lo studio più completo sulla ricerca fino ad oggi, e in questo libro mostra che la conclusione è falsa.

In questo volume estremamente prezioso e approfondito, si trova tutto quello che si può voler sapere sulla ricerca delle scienze sociali sul tema della genitorialità omosessuale. La ricerca su questo argomento è relativamente nuova, per la semplice ragione che avere numerosi bambini cresciuti in famiglie dello stesso sesso è una novità piuttosto recente.

Ma da diversi decenni ormai molte persone cercano di sostenere che i bambini nei nuclei familiari omosessuali crescono altrettanto bene che in quelli eterosessuali – forse anche meglio. Sono apparsi un certo numero di studi  su questo argomento, e molti di loro seguono l’idea  che i bambini cresciuti da due omosessuali o due lesbiche stanno più che bene. Questa è l’ipotesi “nessuna differenza”.

Schumm, professore di studi familiari presso la Kansas State University, esamina queste ricerche in modo molto dettagliato e mostra che gran parte di esse è incompleta, distorta, selettiva o politicizzata. Dice Schumm: “In questo libro esaminerò e riferirò questi risultati in modo più dettagliato rispetto alla maggior parte degli studiosi. I risultati mostreranno, come minimo, che la situazione è più complicata di quanto molti abbiano concesso o, nel peggiore dei casi, che il modo in cui la ricerca è stata interpretata è stato in gran parte teso a favorire i valori progressisti “.

Questo volume davvero indispensabile è diviso in sei parti.

Nella parte 1 Schumm offre una spiegazione e una valutazione molto accurate e approfondite su come venga fatta – o dovrebbe essere fatta – la ricerca nel campo delle scienze sociali. In effetti, uno dei temi principali di questo volume è proprio quanto la ricerca nel campo delle scienze sociali sia di fatto prevenuta, corrotta e politicizzata.

Egli  procede in una riflessione approfondita e chiede in conclusione che tipo di ricerca viene condotta e che cosa comporta. Ad esempio, “Sono state misurate e testate tutte le variabili rilevanti? Sono state studiate tutte le sottopopolazioni? I migliori modelli statistici sono stati testati in modo appropriato?”

La parte 2 esamina ciò che sappiamo sui genitori dello stesso sesso. Osserva come così tanti numeri vengano platealmente smentiti.  Qualcuno ha persino suggerito che in America ci siano da 6 a 28 milioni di bambini cresciuti in queste case!

Dopo uno sguardo attento e approfondito sui dati  nonché sulla metodologia utilizzata,  Schumm sostiene che i numeri sono molto più vicini a 300.000. Quindi alcune di queste stime vanno diminuite di un fattore 50! Ancora una volta, la politica e l’ideologia sembrano prevalere sui fatti.

Altri capitoli si concentrano sulla stabilità familiare nei vari tipi di famiglie e sulla questione degli abusi sessuali. Riguardo a quest’ultimo, conclude: “Sono stati condotti insufficienti studi di alta qualità in quest’area per trarre conclusioni definitive sui genitori omosessuali che abusano dei loro figli, mentre ci sono molte prove che nel passato degli adulti LGBT si siano verificati frequentemente abusi sessuali infantili”

Le parti 3 e 4 danno uno sguardo molto attento ai bambini di queste famiglie e a come se la cavano. Le varie affermazioni fatte sui risultati positivi per i bambini cresciuti in famiglie dello stesso sesso vengono esaminate meticolosamente, e la maggior parte sono trovate carenti.

Ad esempio, si consideri la frequente affermazione che avere genitori omosessuali non fa differenza nel modo in cui i bambini si sviluppano in termini di preferenza sessuale. Dice Schumm: “Ci sono ormai dozzine di studi che sembrano confutare l’ipotesi “nessuna differenza” e solo pochi che sostanzialmente (in termini di dimensioni dell’effetto, se non di significatività statistica) non la respingono”.

Per quanto riguarda i risultati sui vari aspetti della salute mentale dei bambini, ancora una volta, le affermazioni  “nessuna differenza” non reggono bene ad un esame più approfondito.  Dato che molto spesso queste conclusioni vengono tratte semplicemente facendo ai genitori dello stesso sesso domande sulla salute mentale dei loro figli, questo non è certo un metodo scientifico o obiettivo per determinare tali argomenti.

“Fino a quando gli studi non controlleranno sistematicamente le differenze preesistenti tra i due gruppi, quello dei genitori e il gruppo di controllo per quanto riguarda la “desiderabilità sociale” (la tendenza di alcuni intervistati a riferire una risposta in un modo che essi  ritengono più socialmente accettabile di quanto non lo sarebbe la loro “vera” risposta, N.d.T.), dubito che arriveremo  fare luce su questa questione. Non è corretto, dal punto di vista scientifico, prendere un gruppo di persone altamente istruite e benestanti, genitori omosessuali mentalmente sani, e paragonare i loro figli ai figli di genitori eterosessuali non istruiti, poveri, malati di mente e pensare di aver fatto un confronto equo”.

La parte 5 esamina le conseguenze del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Si sostiene che il matrimonio omosessuale non dia contraccolpi  negativi nei confronti degli eterosessuali. Le prove aneddotiche da sole dovrebbero confutare ciò. Ma vengono esaminate numerose prove vere e proprie, incluso il modo in cui i tassi di fertilità vengono influenzati negativamente.

Infine, la parte 6 offre alcuni pensieri conclusivi, come il seguente:

“Sono rammaricato per il fatto che molti tribunali statunitensi siano stati ingannevolmente portati ad accettare come valida una ricerca distorta, incompleta e focalizzata sui livelli di significatività piuttosto che sulle dimensioni degli effetti. Sono stati trascurati numerosi studi i cui risultati sarebbero stati problematici per l’ipotesi “nessuna differenza”. La ricerca sulla genitorialità in coppie dello stesso sesso è stata spesso citata perché è arrivata a conclusioni politicamente corrette, non perché fosse della massima qualità: in un certo senso, questo libro è un tentativo di correggere questo squilibrio “.

Egli ci ricorda che gran parte della ricerca pro-omosessuali  del tipo “nessuna differenza”,  è piena di frasi come “non un singolo studio” e “nessuna evidenza” e “prove scientifiche inconfutabili” e simili. Schumm chiama tutto questo  “socilese” – ed è dogma, non scienza.

Tutto questo è dovuto alla politicizzazione e all’abbassamento del livello della qualità delle scienze sociali nell’interesse della promozione di un’agenda – in questo caso l’agenda omosessuale radicale. Di conseguenza, “sembra che notevoli quantità di “fatti” siano stati ignorati o soppressi nel processo di  promozione di questa agenda”.

Schumm ha chiarito in questo libro frutto di una ricerca approfondita che il “consenso scientifico” può spesso essere sbagliato. E ci ha fornito una grande quantità di esempi  di scienza sociale a sostegno di ciò. In effetti, egli afferma che è impressionante che si possa “scoprire che il 90% delle oltre 70 recensioni di letteratura hanno tratto conclusioni errate su alcuni aspetti della genitorialità di coppie dello stesso sesso”.

E dopo questo esauriente esame di circa 400 studi sulla genitorialità di coppie dello stesso sesso, la verità fondamentale è questa: “Sembrano esserci differenze significative e sostanziali tra genitori dello stesso sesso e quelli eterosessuali e nei risultati a lungo termine dei loro figli , contrariamente a molte, molte conclusioni di numerosi studiosi di scienze sociali negli ultimi decenni “.

 

fonte: Nelle note

 




Libro – Corrado Gnerre, “La buona battaglia. Apologetica cattolica in domande e risposte “

Ricevo e volentieri pubblico.

L’apologetica è una disciplina che in questi ultimi è tempi è stata dimenticata. E non a caso. Si è voluto trasformare l’atto di fede da atto ragionevole ad atto puramente emotivo e sentimentale. 

L’apologetica di una volta non solo offriva le ragioni della fede, ma cercava di essere assai semplice. Proprio per raggiungere quanti più lettori possibile. L’apologetica serve a “chiarire” il vero; e dunque non può né deve far uso di un linguaggio complesso. E quale linguaggio può essere meno complesso e difficile di quello dialogico o epistolare

Ebbene, questo libro non solo è un libro di apologetica, ma anche un libro che si serve di un linguaggio epistolare, cioè semplice, non impegnativo, leggibile anche nel frastuonoIl libro raccoglie le risposte che nel corso di questi anni Corrado Gnerre ha dato ai lettori del mensile Radici Cristiane

Si va da contenuti teologici, a contenuti più specificamente morali, storici e filosofici. 

Il motivo dominate del libro è che il credente deve saper utilizzare l’intelligenza, cioè deve essere un uomo di intelligenza; e che non è affatto vero che per credere bisogna far fuori la ragione, per la serie: prenderla, metterla in un cassetto, chiudere il cassetto e gettare la chiave dalla finestra. Tutt’altro. La ragione fonda la fede. Si tratta di un aiuto propedeutico, ma anche vicendevole: la ragione serve la fede e la fede serve laragione. Non a caso i medioevali amavano dire: intelligo ut credam (ragiono per poter meglio credere) e credo ut intelligam (credo per poter meglio ragionare). 

Insomma, Il libro si configura come una piccola enciclopedia: un manuale di base per fondare la propria fede, ma anche per condurre quella “buona battaglia” che obbliga ogni credente ad un doveroso e proficuo apostolato.

 

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Corrado GnerreLa buona battaglia. Apologetica cattolica in domande e risposte (Chorabooks 2019).

Disponibile in e book (mobi) e cartaceo su Amazon e in e book (epub) in più di 100 negozi online tra cui:

Mondadori

Feltrinelli

Libreria universitaria

IBS

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Corrado Gnerre è un apologeta cattolico, sposato e padre di cinque figli.

Attualmente dirige il sito Il Cammino dei Tre Sentieri ed è Guida nazionale dell’omonima associazione.

Per diversi anni ha insegnato antropologia filosofica nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Europea di Roma; nonché storia del pensiero filosofico e storia delle religioni presso L’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Redemptor hominis” di Benevento-Pontificia Università teologica dell’Italia Meridionale. Attualmente insegna Religione Cattolica presso il Liceo Classico “P.Giannone” di Benevento.

E’ autore di diverse pubblicazioni. Ne ricordiamo qualcuna: Dove lo sguardo trova quiete. Per un’estetica cattolica – La Rivoluzione nell’uomo. Per un’interpretazione anche teologica del ’68 – Illuminismo: itinerario di contraddizioni – Dio è cattolico – Le radici dell’utopia – Studiare le religioni per rafforzare la Fede – Studiare la filosofia per rafforzare la Fede. Per Chorabooks ha pubblicato Disorientamento. Una lettura cattolica della religiosità orientale.




Ascoltare i colori. Dialoghi fra musica e pittura

Ricevo e volentieri segnalo il nuovo libro libro degli autori Rodolfo Papa e Aurelio Porfiri (2019). Ascoltare i colori. Dialoghi fra musica e pittura per i tipi della Chorabooks.

Link per l’acquisto: https://www.amazon.it/Ascoltare-colori-Dialoghi-musica-pittura/dp/9887961531/ref=sr_1_16?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=Aurelio+Porfiri&qid=1558957870&s=books&sr=1-16
Di seguito uno stralcio.

Copertina del libro “Ascoltare i colori” di Aurelio Porfiri e Rodolfo Papa

Copertina del libro “Ascoltare i colori” di Aurelio Porfiri e Rodolfo Papa

I problemi della cultura cattolica

Aurelio Porfiri – Dopo quello che abbiamo detto in precedenza, mi sembra che bisogna parlare di uno degli aspetti più delicati che coinvolge anche me e te, cioè quello della cultura cattolica. Inutile girarci intorno, la cultura cattolica è in profonda crisi proprio perché ormai non fa cultura, ma è lì pronta a raccogliere i rimasugli di quello che lascia la cultura profana. Anche se a noi questo fenomeno dà certo noia, non siamo così stupidi da non capire che questo in fondo è un fenomeno storicamente comprensibile, con l’arte profana divenuta indipendente da quella sacra si crea anche un paradigma dell’arte profana che poi si fa commerciale nel secolo del capitalismo sfrenato, il ventesimo. Certo, l’evoluzione dell’arte profana può essere compreso, quello che è preoccupante è l’arrendersi al mondo della Chiesa cattolica. Tutti i grandi artisti sono stati capaci di grandi sintesi, mi sembra lo dicevamo in precedenza. Ma avevano sempre di fronte il paradigma, la tradizione, sui cui innestavano tutto ciò che di buono trovavano, a volte anche fuori del Tempio. Oggi no, si parte dalla tabula rasa, alla fine il problema è sempre quello, il disprezzo per la tradizione, l’idea di progresso senza passato.

Rodolfo Papa – Certo se si guarda il fenomeno dal centro del territorio nel quale si sta vivendo la crisi, la prospettiva è desolante. Se poi lo si osserva dalla periferia del luogo di crisi, già appare meno preoccupante perché si osserva come, in un certo senso, si sia innestata una dinamica di rinnovamento, doloroso, ma per certi versi necessario. Se addirittura lo osserviamo dall’alto ci rendiamo ancor più conto che tutto non avviene in maniera simultanea ed istantanea, ma che procede a macchie, e che ci sono resilienze anche molto creative che si oppongono alla omologazione del mercato globale del pensiero unico e politicamente corretto. Se poi lo osserviamo nello scorrere del tempo e lo confrontiamo con altri momenti di crisi nella storia del pensiero e nella storia dell’occidente cristiano, si evince una certa somiglianza ad altri tempi i cui si è stati costretti a fare nuove sintesi e a riappropriarci con fatica di quanto di buono si era fin lì prodotto. Del resto, se dal punto di vista personale la scelta di essere per Cristo può durare per tutta la vita, non lo è a livello sociale, poiché ogni generazione deve scegliere, e si è sempre soggetti a mutamenti ed a perdite di senso. Se dal punto di vista economico quel che si è accumulato lo si può far passare come eredità alla generazione successiva, dal punto di vista della fede e della cultura non è così semplice e così scontato. Per far comprendere bene la dimensione della catastrofe del passaggio di testimone tra generazioni Ortega y Gasset creò una immagine efficace, ovvero quella delle invasioni barbariche orizzontali e verticali. Nelle prime, quelle orizzontali, se pur nella devastazione e nel dolore della morte, a volte è capitato che il danno subito sia stato convertito in opportunità per rendere la città più bella di prima ed in totale continuità con la tradizione. Nelle seconde, quelle verticali, la crisi non è esterna, non ci sono barbari che superano i confini e devastano il territorio, ma semplicemente una generazione smette d’insegnare a quella successiva e/o quella successiva smette d’imparare da quella precedente. In questo secondo caso, le conseguenze sono devastanti e quasi irrimediabili, tutto si perde e si getta via come inutile o superato. Dal qualche secolo a questa parte, come molti filosofi ci hanno raccontato, Del Noce, Fabro, Maritain, Morra o Todorov la perdita dell’identità ci crea non pochi problemi ed il neopaganesimo si sta profilando come dimensione culturale e sociopolitica.

AP – Quello che dici è molto complesso e difficile da commentare in poche parole. Vorrei solo dire che il centro del territorio dove ci troviamo, almeno io e te, è Roma, che vuol dire dove si trova il Vaticano e il potere ecclesiastico che in teoria è in carico anche delle direttive per l’arte sacra e la musica sacra. Non è come trovarsi ad Addis Abeba o a Lione. Mi sembrano molto pertinenti le tue osservazioni per dare una ragione del fenomeno desolante di cui parliamo che non è, si badi bene, un fenomeno limitato all’arte e alla musica, ma un fenomeno generalizzato e a suo modo globale. Cioè, c’è stato un crollo del senso cattolico della cultura, una cultura oramai completamente dipendente da ciò che si produce nel mondo profano, specialmente nel suo versante commerciale. Ora, per aggiungere anche io una nota di speranza, è vero che ci sono segnali di risveglio e rinascita ma sono quasi completamente in carico a laici, essendo oramai gran parte del clero abbandonato ad una deriva culturale che è di difficile risoluzione. Un arcivescovo mi diceva che i preti di oggi sono il frutto, come noi, di questa società. Io penso non è solo questo il problema, ma anche questo. Il discorso è che il prete medio, il vescovo medio, sono quelli che devono sposare e sottostare ad una certa narrativa che solo con grande coraggio e cultura puoi sfidare, quella narrativa che vede nell’abbraccio acritico con la contemporaneità, nella preminenza del sociale sullo spirituale, nell’inchinarsi ad un certo buonismo imperante, quasi una necessaria caratteristica del vir catholicus. Io non posso non rimarcare quanto questo sia falso e come la salvezza possa venire solo dai laici, più liberi di agire.

RP – Per intendere meglio quel che sta accadendo nel nostro mondo attuale, parlerò apparentemente di altro. Ho ricevuto nella mia Accademia Urbana delle Arti, che ha lo scopo di studiare e sviluppare la sapienza delle arti, una signora giapponese che vive e lavora a Roma da decenni. La signora mi ha fatto vedere il risultato della sua ricerca e del suo lavoro artigianale, che è consistito nello studiare le antiche tradizioni manifatturiere della filatura, tinteggiatura e tessitura italiana. Una giapponese che amorevolmente ha raccolto per decenni tutti i segreti che gli anziani le hanno rivelato per non farli cadere nell’oblio. La sua proposta è quella di poter aprire nella mia Accademia un corso per insegnare ai giovani “italiani” tutto quanto lei sa, al fine di far rinascere queste nostre bellissime tradizioni, non solo come evento identitario, ma anche economico. I suoi prodotti vengono acquistati sia nel mondo dell’alta moda italiana che in quella giapponese. Anzi mi ha raccontato che il mercato giapponese è quello più interessato, in quanto più attento a tutto ciò che è made in Italy. Questo è il paradosso nel quale stiamo vivendo, in attesa che il risveglio coinvolga tutti. Presumo che i primi a guidare saranno dei laici, e poi vedremo i membri del clero diocesano. In passato, molta cultura è stata prodotta per secoli dai monaci prima e dai frati dopo, ma la crisi degli ordini monastici e conventuali fa pensare che ci vorrà ancora un poco di tempo prima che le arti ritornino a rifiorire tra le mura di conventi e monasteri. Non è mai questione di primati, non si hanno meriti speciali nel lavorare alla “vigna del Signore”, in quello o quell’altro compito, ma semplicemente si cerca di rispondere ad una chiamata, a volte anche solo per mantenere l’avamposto vigile e non sguarnito in attesa che altri vengano a prendere il testimone e trasportarlo nel futuro. Per inserire una vera nota di speranza, carissimo Aurelio, sono convinto che il peggio sia ormai alle nostre spalle, perché vedo un grande fermento e la presa di coscienza che il modernismo, con tutte le sue varie ramificazioni ideologiche in ogni campo, sia finito ed i segnali li troviamo forti in ogni dove. Centinaia di giovani si dedicano spontaneamente al recupero delle varie tradizioni artistiche e culturali in molta provincia italiana; molti stanno studiando per riprendere a produrre bellezza; altri ancora come la mia amica giapponese ci stanno insegnando chi siamo realmente e quale sia la strada da intraprendere per uscire dalla crisi economica e culturale nella quale ci siamo venuti a trovare. Io sono molto ottimista, anzi sono entusiasta perché tutto sommato questa crisi alla fine avrà il merito di farci prendere coscienza in profondità dei nostri valori e tra questi, ai posti più in alto, c’è appunto la bellezza.

 




“Cristianità: Dalla periferia al centro”. Edizioni Chorabooks.

Plinio Corrêa de Oliveira - libro

Plinio Corrêa de Oliveira – libro

 

Mi viene segnalato il presente libro che volentieri porto all’attenzione dei lettori di questo blog:

“Un elemento caratteristico dell’odierno disordine (e quindi di anticattolicesimo, giacché cattolicesimo ed ordine si identificano) è l’esistenza di mali opposti ed antagonistici che, purtroppo, invece di cancellarsi si aggravano a vicenda. Se da un lato l’eccesso di preoccupazioni scientifiche ha generato ai giorni nostri un abuso di scientismo, dall’altro il progressivo declino della capacità intellettuale dell’uomo moderno ha provocato una decadenza generale nella spiritualità, veramente funesta in ogni sua conseguenza. Fra questi due estremi, nati dal paganesimo, la Chiesa propone la soluzione equilibrata, e dunque cattolica, di una cultura razionale senza che sia razionalista e sufficientemente diffusa per impedire l’involuzione progressiva delle masse.”

 

Passo tratto dal libro di Plinio Corrêa de Oliveira, “Cristianità: Dalla periferia al centro”, Edizioni Chorabooks,  (qui)

 




“Lex cantandi, lex credendi. Conversazioni a Monselice.” Edizioni Chorabooks.

Coprtina del libro "Lex orandi, lex credendi"

Coprtina del libro “Lex orandi, lex credendi”

Aurelio Porfiri, Marco Ronchi, a cura di Luca Modenese (Marzo 2019), Lex cantandi, lex credendi. Conversazioni a Monselice.  Chorabooks.

EBook (formato Kindle) Euro 5.99

ISBN 9789887961512

EBook (formato Epub) Euro 5.99

ISBN 9789887961550

Cartaceo Euro 9.99

ISBN 9789887961543

 

 

 

 

 

 

Disponibilità: immediata su tutti i negozi amazon in formato kindle e cartaceo e su oltre 100 negozi online in formato Epub (Feltrinelli, Rizzoli, Mondadori, hoepli, Book republic, Libreria universitaria, San Paolo store, Il fatto quotidiano, Il giardino dei libri, Google play, Ibooks store, Kobobooks, Tolino, Casa del libro, Bajalibros, Nookstore, Weltbild, El corte inglés, Barnes and Nobles etc.)

 

Aurelio Porfiri è compositore, direttore di coro, educatore e autore. Ha al suo attivo circa 40 volumi e 600 articoli. La sua musica è pubblicata in Italia, Cina, Stati Uniti, Francia e Germania. Ha collaborato con numerosi blogs, riviste e quotidiani come Zenit, La nuova bussola quotidiana, O Clarim, La croce quotidiano, la fede quotidiano, Liturgia, La vita in Cristo e nella Chiesa, Rogate ergo, Camparidemaistre, Il messaggio del cuore di Gesù, Patheos, etc.

Marco Ronchi è nato a Milano nel 1965. Si è laureato in Filosofia presso l’università degli Studi di Milano e ha compiuto gli studi musicali presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” della stessa città. Da anni dirige cori liturgici a Milano e dintorni, promuovendo la conoscenza del patrimonio musicale tradizionale della Chiesa e l’uso del canto gregoriano nel contesto della liturgia. E’ autore del libro “La musica nella liturgia”, edito da Lindau.

 

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S. Giacomo al capitolo 2 della sua lettera, in un famoso passaggio, sembra quasi contrapporre la teoria della fede alla prassi della fede: “Uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”. Una delle più grandi opere cristiane, e una delle più grandi opere della civiltà intera, è stato e deve ancora poter essere il canto liturgico cristiano. Che tipo di fede mostra il canto liturgico, e che effetti riverbera sui cantori e sui fedeli? Ci si può fare un’idea di come crediamo in Dio a partire da come lo lodiamo, dal modo di cantare, dallo stile dei canti, dai testi e dagli strumenti usati? Oppure il canto è una questione solamente esteriore che non riguarda l’anima e la sua salvezza eterna? È sufficiente, per rispettare la teoria di cui parla S. Giacomo e “per essere a posto con la coscienza”, cantare durante le celebrazioni, qualsiasi cosa più o meno gradevole all’orecchio? È superbo pensare che il canto liturgico sia un ottimo indicatore di una fede autentica ovvero della smania di celebrare solo noi stessi? E ancora: che tipo di fede rivela, per esempio, la preferenza accordata a canti liturgici di matrice commerciale e sentimentale?

Nel libro si toccano inoltre aspetti propri della liturgia, anche a partire dai testi fondamentali del Magistero. A tal proposito molti sono convinti che la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II con una sorta di rivoluzione abbia seppellito il latino, il canto della tradizione antica e il gregoriano! Siamo sicuri che sia così? È possibile armonizzare il canto della tradizione con il buon canto liturgico composto negli ultimi decenni? E ancora: per quali ragioni i canti “moderni” non hanno riempito le chiese che nei decenni della riforma liturgica si sono svuotate a vista d’occhio? Che fare del latino? E con gli strumenti musicali come la mettiamo? Quale utilizzo proporre, per esempio, per la chitarra nella liturgia?

In questa pubblicazione Aurelio Porfiri e Marco Ronchi, in risposta a tali e ad altre questioni poste loro da Luca Modenese, propongo delle riflessioni e dei suggerimenti, da considerarsi come tratti di un percorso molto più ampio che si dovrà svolgere in compagnia di tutti quegli uomini di buona volontà cui sta a cuore, come a ai due maestri, di fare luce secondo verità sulla liturgia e sul profumo di soavità che il canto fa salire al Cielo.




Cum Petro et sub Petro

In libreria il nuovo libro di mons. Agostino Marchetto intitolato: “Sub Petro et com Petro – Riforme ecclesiali per la missione”, edito dalla ChoraBooks.

Cum Petro et sub Petro

Cum Petro et sub Petro

 

                                                                                  Prefazione

 

Con il mio libro ‘”La riforma e le riforme nella Chiesa”. Una risposta’, uscivo un po’ dal mio consueto campo di ricerca storico-teologica, cioè dal Concilio Ecumenico Vaticano II, dilatando lo studio alla riforma in atto oggi nella Chiesa Cattolica. Era concretamente una risposta al grosso volume di 615 pagine, con lo stesso titolo iniziale, dell’Ed. Queriniana, frutto di una “joint venture” di trenta esperti.

Essi peraltro si situano tutti, o quasi, in una linea unidimensionale di riforma, con sottolineatura della sinodalità-collegialità, senza tener molto presente e sviluppare l’altro polo del fondamentale binomio primato-sinodalità, cioè il primato, che nel suo aspetto conciliare ha costituito uno dei centri vitali e specifici di attenzione del Vaticano II, a me particolarmente caro e oggetto del mio lavoro di studioso da almeno 30 anni.

E così intonai la mia “risposta” al monocorde tono del coro, e conseguente unilateralità dell’opera edita dalla Queriniana per far udire un’altra voce, per quel “et” “et” che caratterizza il Cattolicesimo, la nostra “via media”, e applicare la giustizia dell'”audiatur et altera pars” (=si ascolti anche l’altra parte).

Essa è stata di fatto l’avvio di ulteriori ricerche su varie riforme ecclesiali nel corso della storia, ma specialmente attorno a quel binomio fondamentale Papato-Episcopato, sempre con la missione come meta, in stato permanente di missione, per nuove tappe di evangelizzazione, come conferma ora la Costituzione Apostolica “Episcopalis communio” di Papa Francesco sul Sinodo dei Vescovi. Sempre dunque con la missione quale elemento costitutivo di Chiesa, adatta ad essere appunto missionaria, come la volle il suo Fondatore, per renderla alla fin fine più fedele a sè stessa. L'”Andate!” è di fatto fondamentale e essenziale (cfr. Mc 16,15s.). Da ciò il nostro titolo classico dato a questo contributo alla riflessione e all’azione: “Cum Petro et sub Petro”.
Del resto la corretta ermeneutica (=interpretazione) del Magno Sinodo (Vaticano II) come espressa da Benedetto XVI, fattosi voce di tutti i Papi conciliari e post e dello stesso Papa Francesco, è tesa “non alla rottura e alla discontinuità, ma alla riforma e al rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa” in cui Primato e Collegialità (sinodalità) vanno insieme.

Dicevo ulteriori studi miei sulle varie riforme ecclesiali catalizzate dalla missione, si potrebbe anche dire, finalmente, dalla “cura animarum”, per cui è nata in me l’idea di pubblicare un agile volumetto, di sei capitoli ma che riesca a dare una visione storica d’insieme  e a far capire che la Chiesa, oltre che fedeltà, è anche continuamente legittima riforma organica e omogenea e rinnovamento, guardando la “Sitz im Leben”, cioè la situazione in cui si vive, in legittima evoluzione, tenendo in conto, alla luce del Vangelo, il corso della storia.
E allora ecco l’indicazione del primo capitoletto denominato “Impronte riformatrici nella storia ecclesiale”, una sintesi privata del mio intervento all’Università Urbaniana, il 14/2/18, che sarà pubblicato nella sua completa stesura e con apparato critico negli Atti del relativo Congresso. Vi tratto delle riforme pseudo isidoriana, “gregoriana”, tridentina e al Vaticano I, nonchè “della riforma e del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa” al Vaticano II.
Nel successivo capitolo tratto invece dell'”Importanza teologica e storica dei Concili dell’era moderna circa il binomio inscindibile primato-collegialità (sinodalità)”. Fu il mio contributo scientifico alla Mostra in Campidoglio appunto su “I Papi dei Concili nell’era moderna. Arte, storia, religiosità e cultura”, che si articola attorno al Concilio di Trento, con il suo appello riformatore, al Vaticano I, e relativo aspetto di riforma, e al Vaticano II, con attenzione speciale ai Papi Giovanni XXIII e Paolo VI per la “riforma e il rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa”.

Il terzo capitolo si conclude con “La sfida missionaria” preceduta, nel titolo, dal tema che affrontai a Sevilla, in quel Centro Storico di Studi Teologici, il primo marzo 2018, e cioè: “Chiesa e Società nel Concilio Vaticano II: Jean Daniélou e Yves Congar”.

Per cercare di mettere a fuoco le anzidette due figure, scelte dal citato Centro per illuminarci nell’impegno di abbozzare il tema che ci fu dato, in latino io lo manifestai così: Ecclesia ad intra  (Chiesa in sè) e Ecclesia ad extra (Chiesa in uscita, verso fuori di sè), formule del Cardinal Suenens, seguito dagli em.mi Lercaro e Montini e accettate da Papa Giovanni XXIIII. Il filo rosso fu dunque il Magno Sinodo Vaticano Ecumenico, come sempre l’ho chiamato. E volgevo l’analisi del Congar più sulla vertente Chiesa ad intra (“Cosa dici, Chiesa, di te stessa?” chiedeva Montini), considerando e sottolineando la continuità della presenza del Domenicano, creato poi cardinale, sulla scena storico-teologica, ricordando quanto egli scrive nel suo diario: “io non ho fatto ecclesiologia”. Eppure per il “De Populo Dei” (= Sul Popolo di Dio) si impegnò, così come nell’Ad Gentes relativo alle missioni.

Per Daniélou i giudizi vanno assieme con quelli di De Lubac e l’impegno per ciò che sarà la Costituzione Gaudium et Spes. Ma non dimenticando Ad Gentes, ricordo qui il contributo di ricerca postconciliare  del Prof. Josef Ratzinger , come da me delineato nella parte finale della Conferenza di Sevilla. Ne furono capisaldi, a partire dal concetto Chiesa, la cattolicità al suo interno, la pluralità delle religioni e l’unità dell’appello divino, la via della missione, la sua idea  nei decreti sull’Apostolato dei Laici e sul ministero e la vita dei Presbiteri, la dichiarazione circa la libertà religiosa e le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, e finalmente la missione del dialogo. Un crescendo straordinario ratzingheriano insomma.

Nel IV capitolo ecco una concretizzazione di quanto delineato nel precedente con la prospettiva del Vaticano II in “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, tema dell’ultimo Sinodo. La base per me è conciliare, di visione appunto di Popolo di Dio e società.
Gli ultimi due studi, infine, traggono origine dal “Diario” conciliare dell’arcivescovo Pericle Felici, Segretario Generale del Vaticano II. Il primo presenta come vi appare la minoranza di quel Magno Sinodo, mentre il secondo concerne l’immagine, il pensiero e l’opera, che vi risultano, di San Paolo VI, il “martire” del Concilio – a dire del Card. Doepfner – il quale lo concluse e ne confermò tutti i documenti finali. E fu un’impresa.
Non vi è chi non veda il legame di questi ultimi due importanti capitoli cum Petro et sub Petro, in vista della finalità missionaria ed ecclesiale ad intra e ad extra del Concilio Ecumenico Vaticano II, grazie a una fonte inattesa e fortunata di conoscenza storica qual è il “Diario” Felici. Buona lettura!

      + Agostino Marchetto

 

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Agostino Marchetto è nato a Vicenza il 28/08/1940 e ordinato presbitero il 28 giugno 1964. Il 31 agosto 1985 è nominato arcivescovo titolare di Astigi. Svolge una intensa missione nel corpo diplomatico della Santa Sede. Papa Giovanni Paolo II lo nomina Segretario del Pontificio Consiglio  della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Il 28 agosto 2010, al compimento dei 70 anni, si ritira dall’incarico per dedicarsi allo studio in particolare del Concilio Ecumenico Vaticano II. A questo riguardo Papa Francesco lo considera “il miglior ermeneuta del Concilio Vaticano II”.

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