Benedetto XVI: “Facciamo nostra l’invocazione della Chiesa: Veni, Sancte Spiritus! Un’invocazione tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente profonda”

Pentecoste Duccio di Boninsegna 1255 Siena

Pentecoste Duccio di Boninsegna 1255 Siena

 

Cari fratelli e sorelle,

nella celebrazione solenne della Pentecoste siamo invitati a professare la nostra fede nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo e a invocarne l’effusione su di noi, sulla Chiesa e sul mondo intero. Facciamo nostra, dunque, e con particolare intensità, l’invocazione della Chiesa stessa: Veni, Sancte Spiritus! Un’invocazione tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente profonda, sgorgata prima di tutto dal cuore di Cristo. Lo Spirito, infatti, è il dono che Gesù ha chiesto e continuamente chiede al Padre per i suoi amici; il primo e principale dono che ci ha ottenuto con la sua Risurrezione e Ascensione al Cielo.

 

Benedetto XVI

(omelia di Pentecoste del 23 maggio 2010)

 




Mistero del mattino

Dagli appunti di un’omelia di don Guissani durante la Messa per la solennità dell’Ascensione, celebrata nella chiesa di Santo Stefano a Milano ai primissimi inizi di Gioventù Studentesca. Essa è stata trascritta da un vecchio quaderno di oltre cinquant anni fa.

Ascensione di Gesù al cielo

 

 

di Luigi Giussani

 

La giornata di oggi è l’inizio del nostro destino di uomini, ciò per cui ognuno di noi, l’umanità è stata fatta. Questo destino di felicità, armonia esuberante di tutto il cosmo per il Primo di noi si è già avverato. Egli è già nella felicità che sarà di tutti con il corpo nella scadenza che Dio fisserà. Il mistero dell’Ascensione segna questo inizio. Gli Apostoli senza capirlo bene, con un’adesione fedele, rimasero pieni di gioia. Con il cuore pieno, nella lontananza, anche noi sappiamo che è gioia. È mistero, ma mistero di gioia. Questo destino, il mistero di oggi, è ciò per cui Egli compì la Sua missione, restò nel silenzio, nel nascondimento di trent’anni, in quella lunga tensione, nella lotta con gente cattiva e ignorante, nella Sua morte. In ogni momento della Sua vita era questo giorno la componente ultima, visse per questo giorno, per porre così la parola fine. Destino Suo e per ognuno di noi, per ogni nostro corpo, per ogni nostra anima, così intero sarà questo mistero di Ascensione.

Ci sconcerta, è quasi un peso, quando la nostra coscienza si lascia così facilmente andare. Ogni volta che ci alziamo la mattina dovrebbe riapparirci questo mistero. Egli ascese al cielo per porre l’inizio al compimento del Suo regno. Per tutti si avveri questo regno. Nel primo svegliarsi – peso, disagio, lavoro da riprendere – ci deve venire in mente il destino di questa fatica, che razionalizzi la sensazione iniziale con cui ci svegliamo. «Mando voi fino agli estremi confini della terra». Andandosene come fenomeno umano, ha lasciato il compito a noi (per questo gli Atti chiamano a uno a uno per nome gli Apostoli), il compito di essere Sua carne, Sua parola, Sua presenza. Esiste con certezza la proclamazione della felicità dell’uomo – «Io sarò con voi fino alla fine dei tempi» -, miracolo di resurrezione, di tempra che si crea all’improvviso. Il corpo mistico di Cristo in noi continua.

 

Fonte: CLonline

 




Il coraggio della fede, opera dei laici

San Gregorio Nazianzeno

San Gregorio Nazianzeno ( 329 – 390 circa)

 

di Gabriele Mangiarotti

 

Sto da tempo leggendo alcuni testi straordinari del santo Card. Newman, in particolare ho terminato «Sulla consultazione dei fedeli in materia di dottrina». Oltre al doloroso giudizio sulla azione dell’Episcopato («All’infuori di pochissimi, tutti si adattarono alla circostanza; differenziandosi gli uni dagli altri solo nella misura in cui gli uni subirono ciò prima, gli altri dopo» [S. Gregorio]), egli riporta l’azione dei fedeli cattolici e la loro strenua resistenza all’arianesimo, negatore delle divinità di Cristo e succube del potere imperiale.
Ecco tre esempi, di una attualità sconcertante

 

6. EDESSA– «Vi è in quella città una magnifica chiesa dedicata a S. Tommaso Apostolo, dove, data la santità del luogo si tengono in continuazione assemblee religiose. L’imperatore Valente desiderava visitare quell’edificio quando, avendo saputo che quei fedeli erano nemici dell’eresia [ariana] da lui favorita, si dice che abbia dato uno schiaffo al prefetto perché aveva trascurato di espellerli da quel luogo. Il prefetto, per impedire l’uccisione di un gran numero di persone, li mise privatamente in guardia dal raccogliersi colà. Ma le ammonizioni e le minacce furono ugualmente neglette, poiché il giorno seguente si affollarono tutti alla chiesa. Mentre il prefetto si stava dirigendo verso il tempio con una grossa forza militare, una povera donna che conduceva per mano il suo bambino, si precipitò di corsa sulla strada verso la chiesa, facendosi largo tra le file dei soldati. Il prefetto, irritato della cosa, ordinò che gli fosse condotta dinanzi e così le parlò: «Miserabile donna, dove stai correndo con tanta fretta?». Essa rispose: «Verso lo stesso luogo a cui si affrettano altri». «Non hai sentito, egli disse, che il prefetto sta per mettere a morte tutti gli occupanti?». «Sì, disse la donna, e perciò mi affretto per esserci anch’io». «E dove stai trascinando quel bambino?», disse il prefetto. La donna rispose: «Perché pure a lui sia concesso l’onore del martirio». Il prefetto tornò indietro e informò l’imperatore che tutti erano pronti a morire in favore della propria fede; e aggiunse che sarebbe stato assurdo mettere a morte in una sola volta tante persone, e così riuscì a frenare la collera dell’imperatore». Socr. Hist. IV, 18. «Così fu la fede cristiana confessata da tutta la città di Edessa» Sozom. VI. 18.

13. CAPPADOCIA – S. Basilio, circa nell’anno 372, dice: «Le persone religiose sono costrette al silenzio, ma ogni lingua blasfema viene lasciata sciolta. Le cose sacre vengono profanate e i membri del laicato che sono solidi e sani nella fede, evitano i luoghi di culto come scuole d’empietà, e levano le mani in solitudine, con gemiti e lacrime, verso il Signore del cielo». Ep. 92. Quattro anni dopo scrive: «Le cose sono arrivate a questo punto: la gente ha lasciato le sue case di preghiera, e si raccoglie nei deserti: visione pietosa; donne e bambini, vecchi e uomini altrimenti infermi, miserabilmente vivendo all’aria aperta, tra piogge copiose e bufere di neve e venti e geli dell’inverno, e di nuovo in estate sotto un sole bruciante. A ciò si assoggettano perché non vogliono aver nulla in comune col malvagio lievito ariano». Ep. 242. Ancora: «Soltanto un crimine è ora vigorosamente punito, un’osservanza diligente delle tradizioni della nostra fede. Per questo motivo i più sono trascinati via dai loro paesi, e deportati nei deserti. La gente è in lamento, in un ininterrotto strazio in casa e fuori. C’è un lamento nella città, un lamento nel paese, nelle strade, nei deserti. Gioia e letizia spirituale non esistono più; le nostre feste si sono mutate in lutto; le nostre case di preghiera sono serrate, i nostri altari privati del culto spirituale». Ep. 243.

20. L’ESERCITO – «Terenzio, un generale che si era distinto per la sua pietà e il suo coraggio, al ritorno dall’Armenia ebbe gli onori del trionfo e Valente gli promise di accontentare qualsiasi suo desiderio. Ma egli non chiese né oro né argento e neppure beni e cariche pubbliche, bensì la costruzione di una chiesa da donare ai predicatori della dottrina apostolica. Theod. Hist. IV. 32
«Valente mandò Traiano, allora generale, a combattere i barbari. Traiano fu sconfitto e al suo ritorno a Roma ebbe i rimproveri dell’imperatore che lo accusò di indecisione e di debolezza. Ma Traiano rispose con molto coraggio: ‘Non sono io, o imperatore ad essere sconfitto perché tu, combattendo contro Dio, hai spinto i barbari sotto la sua protezione. Non sai quanta gente hai sottratto alla chiesa e in quali braccia l’hai gettata?’. Gli altri due comandanti, Arinteo e Vittore, confermarono quanto aveva detto Traiano e costrinsero l’imperatore a riflettere sulla verità della loro protesta». Ibid. 33

22. 382 d.C. – S. Gregorio (di Nazianzo) scrive: «Se devo dire la verità, mi sento disposto a evitare ogni convegno di vescovi; poiché non ho mai visto un sinodo condotto a un esito felice, e che rimediasse, e non piuttosto aggravasse, i mali esistenti. Infatti la rivalità e l’ambizione sono più forti della ragione – non mi si ritenga stravagante se parlo così – e un mediatore è più probabile che incorra lui stesso in qualche imputazione piuttosto che eliminare le imputazioni scagliate contro altri». Ep. 129. [Si deve tener presente che un passo come questo va riferito, come qui si è fatto, all’infelice tempo di cui si parla. Nulla di più si può da esso arguire se non che la Ecclesia docensnon in ogni circostanza è l’attivo strumento della Chiesa infallibile].

 

Ario

(Nella foto è dipinto Ario)

 

P.S.: Per capire la questione, storicamente, aggiungo quanto scrive, qualche pagina prima, Newman per inquadrare la questione trattata.

Dice Newman: «Non intendo affatto negare che la maggior parte dei vescovi fosse ortodossa nelle sue intime credenze, così come non nego che ci furono molti tra il clero che si schierarono con i fedeli e operarono come loro punto di riferimento e di guida. Tanto meno intendo negare che i laici furono iniziati alla fede dal clero e dai Vescovi e, ancora, non nego che una larga parte dei laici fosse ignorante e un’altra parte fosse stata corrotta da predicatori ariani i quali occupavano sedi episcopali e ordinavano preti ereticali. Sostengo tuttavia che in quel tempo di grande confusione teologica il dogma della divinità di Nostro Signore fu proclamato, difeso e preservato, umanamente parlando, anche con maggior forza dalla Ecclesia docta che non dalla Ecclesia docens; che il corpo episcopale non fu all’altezza della sua missione, mentre il corpo dei fedeli rimase fedele al proprio battesimo; che almeno una volta il Papa e altre volte le Sedi patriarcali, metropolitane ed altre di rilevante importanza, come i concili generali, dissero ciò che non avrebbero dovuto e fecero cose che oscurarono e compromisero la verità rivelata, mentre dall’altra parte fu proprio il popolo di Dio che, grazie alla Divina Provvidenza, sostenne AtanasioIlarioEusebio di Vercelli ed altri grandi e solitari confessori, i quali senza di esso sarebbero stati perdenti.
Nella storia dell’Arianesimo vedo, quindi, un esempio lampante della situazione della Chiesa in un momento storico nel quale per conoscere la tradizione apostolica, fu necessario far ricorso al popolo di Dio… Ciò che mi conforta e mi dà sicurezza è la fede del popolo. Per usare le parole di Ilario, penso infatti che, se il popolo di Dio non fosse stato catechizzato nell’ortodossia sin dal tempo del suo battesimo, esso non avrebbe avuto quel suo radicale rifiuto della eterodossia ariana. La sua voce è allora la voce della tradizione e il caso assume ai nostri occhi un’importanza ancora maggiore quando si pensa che: 1 ) questo avvenne nei veri primordi storici della Ecclesia docens, in quanto non si può dire che il suo insegnamento fosse davvero cominciato prima che fosse finita l’epoca dei martiri; 2) la dottrina controversa era di straordinaria importanza essendo l’arco di volta del pensiero cristiano; 3) lo stato di controversia e di confusione teologica durò per un lungo arco di circa sessanta anni; 4) si portò dietro di sé una sequela di persecuzioni e di lotte che toccarono l’esistenza, la vita fisica e i beni dei fedeli, la cui leale ostinazione ebbe un peso così decisivo.»

 

fonte: CulturaCattolica.it

 




San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”

Oggi ricorre il centenario della nascita di Papa San Giovanni Paolo II.

 

(se non si carica il video clicca qui)

 

 

“Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!

Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!

Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.”

 

 

Papa San Giovanni Paolo II

Papa San Giovanni Paolo II

 

Qui trovate l’intera omelia di San Giovanni Paolo II per l’inizio del suo pontificato

Domenica, 22 ottobre 1978

 

E chi la dimentica quella voce

Clicca qui per ascoltarla in varie occasioni

 




Atto di affidamento e consacrazione del mondo alla Vergine Maria 25 marzo 1984

 

 

O Madre degli uomini e dei popoli,

Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze,

Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo,

accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al tuo Cuore.

Abbraccia, con amore di Madre, questo nostro mondo umano, che ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli.

O Cuore Immacolato,

dalla fame, dalla guerra, da una autodistruzione incalcolabile, liberaci;

dai peccati contro la vita dell’uomo sin dai suoi albori, liberaci;

dall’odio, liberaci;

da ogni genere di ingiustizia nella vita sociale, nazionale e internazionale, liberaci;

dalla facilità di calpestare i comandamenti di Dio, liberaci;

dal tentativo di offuscare nei cuori umani la verità stessa di Dio, liberaci;

dallo smarrimento delle coscienze, del bene e del male, liberaci;

dai peccati contro lo Spirito Santo, liberaci.

Liberaci , o Madre di Cristo, 

si riveli l’infinita potenza salvifica della Redenzione, [potenza dell’Amore misericordioso!] che esso arresti il male, nel tuo cuore Immacolato.

Si sveli per tutti la luce della Speranza.

Amen

 

San Giovanni Paolo II

 

Madonna Fatima e papa Giovanni Paolo II 25 03 1984

Madonna Fatima e papa Giovanni Paolo II 25 03 1984

 




Don Giussani: “Tutto il mondo ha bisogno della nostra fede, che la nostra vita cambi per fede”

Ultima cena - Duccio di Boninsegna

Ultima cena – Duccio di Boninsegna

 

L’ISTITUZIONE DELL’EUCARESTIA

 

di Luigi Giussani

 

«Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”» (Lc 22,16).

Tutto quello che noi siamo grida a Dio la preghiera che è al centro della messa: tutto deve diventare corpo e sangue di Cristo, parte del mistero di Cristo che ha già liberato il mondo con la sua morte e resurrezione, ma che investe le nostre azioni della possibilità di collaborare a questa liberazione. Tutto il mondo ha bisogno della nostra fede, che la nostra vita cambi per fede, che diventi morte e resurrezione di Cristo operante nella storia. Preghiamo la Madonna che quello che è accaduto in lei accada anche in noi. Che diventi carne quel flusso incessante d’amore che ha un nome terrestre: Cristo. La Madonna aiuti il nostro cuore a levarsi ogni mattina con la luce che lei aveva negli occhi. Con che luce guardava le cose della sua casetta, con che luce sentiva nell’affezione del cuore tutto ciò che la circondava!

Preghiamo la Madonna che quello che è accaduto in lei accada anche in noi. Che diventi carne quel flusso incessante d’amore che ha un nome terrestre: Cristo. La Madonna aiuti il nostro cuore a levarsi ogni mattina con la luce che lei aveva negli occhi. Con che luce guardava le cose della sua casetta, con che luce sentiva nell’affezione del cuore tutto ciò che la circondava!

Facciamo lo sforzo di immedesimarci con la memoria della Madonna, con la coscienza di questa giovane donna, perché questa è la vita umana. Questa giovane donna viveva la coscienza di Colui a cui tutto il mondo apparteneva. E la memoria di cui viveva era l’attesa che si compisse la promessa. Mendichiamo dalla Madonna la grazia di essere più simili a lei, di crescere nella nostra tarda umanità, di crescere nella leggerezza della gioia di cui le sue giornate erano così capaci, dentro l’ambito ristretto in cui viveva, aspettando di ora in ora che avvenisse la volontà del Padre.

 




Benedetto XVI: promuovere insieme la pace, la giustizia e il rispetto della creazione? Chiacchiere, Dio è sparito, chi agisce è ormai solo l’uomo.

Papa Benedetto XVI (CNS photo/Paul Haring)

Papa Benedetto XVI (CNS photo/Paul Haring)

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di Benedetto XVI
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Nel frattempo si è sviluppata in estesi circoli della teologia, in modo particolare in ambito cattolico, una reinterpretazione secolaristica del concetto di «regno», che dà il via a una nuova visione del cristianesimo, delle religioni e della storia in generale e con questa profonda trasformazione vuole rendere il presunto messaggio di Cristo nuovamente accettabile.
Si asserisce che prima del Concilio avrebbe dominato l’ecclesiocentrismo: la Chiesa sarebbe stata proposta come centro del cristianesimo. Poi si sarebbe passati al cristocentrismo, presentando Cristo come il centro di tutto. Ma – si dice – non solo la Chiesa separa, anche Cristo appartiene solo ai cristiani. Pertanto dal cristo-centrismo si sarebbe saliti al teocentrismo, e ci si sarebbe in questo modo avvicinati già di più alla comunità delle religioni. Con ciò, però, non sarebbe ancora raggiunta la meta, perché anche Dio può essere un elemento di divisione tra le religioni e tra gli uomini.
Per questo bisognerebbe ora fare il passo verso il regnocentrismo, verso la centralità del regno. Questo, appunto, sarebbe stato in definitiva il cuore del messaggio di Gesù e ciò costituirebbe la via giusta per unire finalmente le forze positive dell’umanità nel cammino verso il futuro del mondo. «Regno» significherebbe semplicemente un mondo in cui regnano la pace, la giustizia e la salvaguardia della creazione. Non si tratterebbe di nient’altro. Questo «regno» dovrebbe essere realizzato come approdo della storia. E questo sarebbe il vero compito delle religioni: lavorare insieme per la venuta del «regno»… Per il resto, esse potrebbero ben mantenere le loro tradizioni, vivere ognuna la propria identità, ma pur conservando le loro diverse identità, dovrebbero collaborare per un mondo in cui siano decisivi la pace, la giustizia e il rispetto della creazione.
Ciò suona bene: seguendo questa strada sembra possibile che il messaggio di Cristo venga finalmente fatto proprio da tutti senza dover evangelizzare le altre religioni; ora la sua parola sembra aver assunto finalmente un contenuto pratico, la realizzazione del «regno» sembra diventare così il compito comune, e in tal modo sembra avvicinarsi. Osservando però con maggiore attenzione, si resta perplessi: chi ci dice infatti che cos’è la giustizia? Che cosa nella concretezza si pone a servizio della giustizia? Come si costruisce la pace? A un’osservazione più attenta l’intero ragionamento si rivela un insieme di chiacchiere utopistiche prive di contenuto reale, a meno che sotto sotto vengano presupposte, come contenuto di questi concetti che tutti devono accogliere, dottrine di partito.
Un punto emerge su tutto: Dio è sparito, chi agisce è ormai solo l’uomo. Il rispetto delle «tradizioni» religiose è solo apparente. Esse, in realtà, vengono considerate come un ammasso di abitudini che bisogna lasciare alla gente, anche se in fondo non contano assolutamente nulla. La fede, le religioni vengono usate a fini politici. Conta solo organizzare il mondo. La religione conta in quanto può essere in ciò di aiuto. La vicinanza di questa visione post-cristiana della fede e della religione alla terza tentazione è inquietante.
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(da Benedetto XVI, Gesù di Nazareth pag. 76)
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Dichiarazione dell’arciv. Schneider sulla parole di Benedetto XVI sulla situazione attuale

Il vescovo Athanasius Schneider di Astana, Kazakistan, ha ringraziato Papa Benedetto XVI per le sue parole sulla situazione attuale, in cui le persone vengono “scomunicate dalla società” quando si oppongono all’aborto o al “matrimonio” omosessuale. Papa Benedetto aveva aggiunto che le preghiere sono necessarie per “resistere” alla “paura di questo potere spirituale dell’Anticristo”. 

La dichiarazione è stata pubblicata da Maike Hickson su Lifesitenews. Eccola nella mia traduzione.  

 

mons. Athanasius Schneider, vescovo

mons. Athanasius Schneider, vescovo

 

Dichiarazione di Mons. Athanasius Schneider a proposito delle parole del Papa emerito Benedetto XVI sulla situazione attuale nel mondo

 

Ringrazio Papa Benedetto XVI per aver sollevato questo importante argomento e condivido le sue parole sulla nostra situazione attuale.

La promozione e la giustificazione dell’aborto e dell’omosessualità o dell’ideologia di genere contiene in sé lo spirito di una rivolta contro Dio, e in questo senso rivela di avere la caratteristica dell’Anticristo.

I sostenitori dell’aborto e dell’omosessualità dicono che il divieto di Dio di uccidere esseri umani innocenti come nel caso dell’aborto, è sbagliato, è malvagio. E allo stesso modo dicono che la creazione dei due sessi biologici è un male, e che il contrario di esso è un bene, cioè l’abolizione della distinzione dei sessi biologici è un bene. Così, l’ideologia dell’aborto e dell’omosessualità si rivela una rivolta contro Dio e quindi ha le caratteristiche dell’Anticristo.

La promozione sistematica dell’aborto e dell’omosessualità o dell’ideologia di genere su scala mondiale è un’indicazione del funzionamento di una sorta di “Governo Unico Mondiale” nascosto, che nel [suo] programma ideologico è essenzialmente ateo anticristiano, e persino blasfemo, a causa della loro rivolta contro l’ordine creato di Dio.

L’Anticristo non è solo colui che nega l’ordine della salvezza, cioè la verità dell’Incarnazione divina, la verità che Cristo, il Figlio di Dio veramente incarnato, ma anche chi nega l’ordine della creazione, e in concreto l’ordine dei due sessi biologici e del divieto assoluto di uccidere esseri umani innocenti.

L’uccisione di bambini innocenti nel grembo materno e il capovolgimento dell’ordine creato dei due sessi biologici e del matrimonio e della famiglia, è espressione dell’atteggiamento dell’Anticristo, un atteggiamento che nella Bibbia è chiamato anche rivolta e apostasia, e l’Anticristo è chiamato anche l’uomo dell’iniquità e il figlio della perdizione, l’avversario e l’oppositore di Dio e dell’ordine creato da Dio nel livello della natura e della redenzione. L’atteggiamento più caratteristico dell’Anticristo è quello di mettersi al posto di Dio. In questo si verifica nel caso dell’aborto, dove l’uomo si dichiara in pratica come una specie di dio, dichiarando di avere un diritto illimitato sulla vita umana e sull’ordine della sessualità umana.

Pertanto, la pratica e l’ideologia dell’aborto e dell’omosessualità hanno veri segni dello spirito dell’Anticristo.

 




Don Giussani: “Il Rosario è come la sintesi di tutto quello che il popolo cristiano è capace di pensare e di dire a Cristo”

(se non si apre il video qui sotto fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

Il Rosario con il Beato Angelico from Sabino Paciolla on Vimeo.

 

Video a cura di Maurizio Patti e Pietro Alvisi

 

di Luigi Giussani

 

«Quos redemisti, tu conserva, Christe»: quelli che tu hai redenti – quelli che tu hai voluto, progettati per te –, tu salvali, tu conservali, Cristo. Salvali in qualunque circostanza tu li faccia permanere. È con sicurezza che noi gridiamo a Dio la nostra riconoscenza.

«Quelli che tu hai redenti, conservali, Cristo». Quelli che tu hai chiamati. Ognuno di noi è stato chiamato, toccato dal dito del Signore, investito della fiamma del cuore.

La risposta a questa elezione sta tutta quanta nella preghiera di cui siamo capaci. La nostra risposta è una preghiera, non è una capacità particolare; è solo l’impeto della preghiera. Entriamo nel mese di maggio. Il popolo cristiano, da secoli, è stato benedetto e confermato nell’essere proteso alla salvezza, io credo, specialmente da una cosa: il Santo Rosario. Il Rosario è come la sintesi di tutto quello che il popolo cristiano è capace di pensare e di dire a Cristo.

Sintesi di tutto il programma della redenzione del mondo, della dignità da riconoscere, di una carità da vivere, nella vittoria sulla morte nella crocifissione; no, non nella crocifissione, ma nella risurrezione. Perché noi siamo salvati dalla risurrezione.

L’uso del Santo Rosario, la meditazione di quello che ci impone, il Mistero che si rivela in esso è la sicurezza di quello che la madre di Gesù può fare per la nostra vita, fa per la nostra vita. Gesù non si è mosso per noi per perdere tempo.

Così i misteri della gioia, che vengono prima dei misteri del dolore, i misteri della gioia – gaudium –, i misteri gaudiosi ci riportano, ci richiamano il mistero della novità – l’annuncio dell’Angelo –, la carità verso la cugina Elisabetta, la nascita di Gesù, la purificazione della Madonna e l’offerta di Cristo al Padre, la vita apparentemente insignificante di Gesù di Nazareth. Sono ricordi in cui si allinea e prende corpo la presa che Gesù ha su di noi.

I misteri dolorosi sono la condizione – umanamente parlando assurda –, il dolore è una condizione inevitabile – nelle mie condizioni di vecchio capisco queste cose come non avevo mai capito – per essere parte di Gesù, per appartenere a Lui.

Così la gioia finale, la gloria finale, nei misteri gloriosi, acquista un fondamento dentro l’esperienza della nostra carne; altrimenti l’esperienza nella nostra carne non giunge alla risurrezione.

Come la madre di Gesù è stata l’inizio del Suo essere tra noi, così adesso la madre di Gesù continua a salvare nella storia ciò che è stato predetto, predestinato.

«Coloro che tu hai redenti, conservali, o Cristo». È la Madonna cui noi possiamo pensare senza che ci sia possibilità di inganno – la Madonna è la nostra madre –. Così è attraverso l’abbandono alla Madonna, la supplica alla Madonna, la domanda alla Madonna che ci si può rassicurare su quello che Gesù ha voluto che noi facessimo, su quello che noi siamo. È in questo abbandono alla Madonna che la sicurezza della nostra vita si afferma grandiosamente, così che, guardandoci in faccia nella nostra compagnia cristiana, vediamo come essa è realmente il primo riverbero della salvezza, di una condizione umana nuova.

Comunque sia il nostro stato d’animo, ogni giorno chiediamo alla Madonna la grazia che ciò che Cristo ha promesso nella sua maternità per noi, che si esprime nella verità della nostra vocazione, si avveri concretamente facendoci cambiare. Ognuno di noi, perciò, guardando gli altri – guardandoci tra di noi, insomma –, pianga di gioia di fronte all’evidenza che la Madonna, come emergenza di una novità redentrice, salverà totalmente nel suo Figlio l’esistenza a cui noi siamo stati chiamati. C’è un nulla, c’è un nulla che non viene perduto. Una cosa che è niente, potrebbe essere perduta, e invece no, è salvata!

«Quos redemisti, tu conserva, Christe», conservaci, Signore, nella salvezza per cui ti sei degnato di entrare nella nostra vita. Questa è la ragione suprema della gioia, sì, della sicurezza e della gioia, e quindi della gloria. La gloria è la nostra gioia. La gioia è la sicurezza che avviene nel mondo per il fatto di essere stati toccati dal Mistero, nel possesso di Cristo.

 

Tratto da Avvenire di domenica 30 aprile 2000

 

Il Rosario di don Giussan




“Nessuno è più efficace della Vergine per unire gli uomini a Gesù”

Sandro Botticelli- Madonna del libro

Sandro Botticelli- Madonna del libro

“Nessuno è più efficace della Vergine
per unire gli uomini a Gesù.
Se, infatti, secondo la dottrina del Divino Maestro:
«La vita eterna consiste nel conoscere Te
che sei l’unico, il vero Dio
e Colui che hai inviato, Gesù Cristo»,
come noi giungiamo attraverso Maria
a conoscere Gesù Cristo,
cosi pure attraverso Lei
ci è più facile ottenere quella vita
di cui Egli è il principio e la fonte.”

 

(Pio X – Enciclica Ad  Diem Illum Laetissimum – 1904 )

 




Papa Francesco: “’Non abbiate paura, non temete’. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando”

Papa Francesco, veglia Pasqua 2020

Papa Francesco, Veglia Pasquale 2020

 

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro – Altare della Cattedra
Sabato Santo, 11 aprile 2020


 

«Dopo il sabato» (Mt 28,1) le donne andarono alla tomba. È iniziato così il Vangelo di questa Veglia santa, con il sabato. È il giorno del Triduo pasquale che più trascuriamo, presi dalla fremente attesa di passare dalla croce del venerdì all’alleluia della domenica. Quest’anno, però, avvertiamo più che mai il sabato santo, il giorno del grande silenzio. Possiamo specchiarci nei sentimenti delle donne in quel giorno. Come noi, avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore. Al dolore si accompagnava la paura: avrebbero fatto anche loro la stessa fine del Maestro? E poi i timori per il futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia, come per noi.

Ma in questa situazione le donne non si lasciano paralizzare. Non cedono alle forze oscure del lamento e del rimpianto, non si rinchiudono nel pessimismo, non fuggono dalla realtà. Compiono qualcosa di semplice e straordinario: nelle loro case preparano i profumi per il corpo di Gesù. Non rinunciano all’amore: nel buio del cuore accendono la misericordia. La Madonna, di sabato, nel giorno che verrà a lei dedicato, prega e spera. Nella sfida del dolore, confida nel Signore. Queste donne, senza saperlo, preparavano nel buio di quel sabato «l’alba del primo giorno della settimana», il giorno che avrebbe cambiato la storia. Gesù, come seme nella terra, stava per far germogliare nel mondo una vita nuova; e le donne, con la preghiera e l’amore, aiutavano la speranza a sbocciare. Quante persone, nei giorni tristi che viviamo, hanno fatto e fanno come quelle donne, seminando germogli di speranza! Con piccoli gesti di cura, di affetto, di preghiera.

All’alba le donne vanno al sepolcro. Lì l’angelo dice loro: «Voi non abbiate paura. Non è qui, è risorto» (vv. 5-6). Davanti a una tomba sentono parole di vita… E poi incontrano Gesù, l’autore della speranza, che conferma l’annuncio e dice: «Non temete» (v. 10). Non abbiate paura, non temete: ecco l’annuncio di speranza. È per noi, oggi. Oggi. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando.

Stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, con un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento. Ma, con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare. La speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.

La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita. Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto!

Coraggio: è una parola che nei Vangeli esce sempre dalla bocca di Gesù. Una sola volta la pronunciano altri, per dire a un bisognoso: «Coraggio! Alzati, [Gesù] ti chiama!» (Mc 10,49). È Lui, il Risorto, che rialza noi bisognosi. Se sei debole e fragile nel cammino, se cadi, non temere, Dio ti tende la mano e ti dice: “Coraggio!”. Ma tu potresti dire, come don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (I Promessi Sposi, XXV). Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, nelle mie paure e di’ anche a me: Coraggio!”. Con Te, Signore, saremo provati, ma non turbati. E, qualunque tristezza abiti in noi, sentiremo di dover sperare, perché con Te la croce sfocia in risurrezione, perché Tu sei con noi nel buio delle nostre notti: sei certezza nelle nostre incertezze, Parola nei nostri silenzi, e niente potrà mai rubarci l’amore che nutri per noi.

Ecco l’annuncio pasquale, annuncio di speranza. Esso contiene una seconda parte, l’invio. «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea» (Mt 28,10), dice Gesù. «Vi precede in Galilea» (v. 7), dice l’angelo. Il Signore ci precede, ci precede sempre. È bello sapere che cammina davanti a noi, che ha visitato la nostra vita e la nostra morte per precederci in Galilea, nel luogo, cioè, che per Lui e per i suoi discepoli richiamava la vita quotidiana, la famiglia, il lavoro. Gesù desidera che portiamo la speranza lì, nella vita di ogni giorno. Ma la Galilea per i discepoli era pure il luogo dei ricordi, soprattutto della prima chiamata. Ritornare in Galilea è ricordarsi di essere stati amati e chiamati da Dio. Ognuno di noi ha la propria Galilea. Abbiamo bisogno di riprendere il cammino, ricordandoci che nasciamo e rinasciamo da una chiamata gratuita d’amore, là, nella mia Galilea. Questo è il punto da cui ripartire sempre, soprattutto nelle crisi, nei tempi di prova. Nella memoria della mia Galilea.

Ma c’è di più. La Galilea era la regione più lontana da dove si trovavano, da Gerusalemme. E non solo geograficamente: la Galilea era il luogo più distante dalla sacralità della Città santa. Era una zona popolata da genti diverse che praticavano vari culti: era la «Galilea delle genti» (Mt 4,15). Gesù invia lì, chiede di ripartire da lì. Che cosa ci dice questo? Che l’annuncio di speranza non va confinato nei nostri recinti sacri, ma va portato a tutti. Perché tutti hanno bisogno di essere rincuorati e, se non lo facciamo noi, che abbiamo toccato con mano «il Verbo della vita» (1 Gv 1,1), chi lo farà? Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita! Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario.

Le donne, alla fine, «abbracciarono i piedi» di Gesù (Mt 28,9), quei piedi che per venirci incontro avevano fatto un lungo cammino, fino ad entrare e uscire dalla tomba. Abbracciarono i piedi che avevano calpestato la morte e aperto la via della speranza. Noi, pellegrini in cerca di speranza, oggi ci stringiamo a Te, Gesù Risorto. Voltiamo le spalle alla morte e apriamo i cuori a Te, che sei la Vita.




Il nocciolo di ogni tentazione: rimuovere Dio, che di fronte a ciò che appare più urgente sembra secondario, se non superfluo e fastidioso

Papa Benedetto XVI

Papa Benedetto XVI

 

Qui appare chiaro il nocciolo di ogni tentazione: rimuovere Dio, che di fronte a tutto ciò che nella nostra vita appare più urgente sembra secondario, se non superfluo e fastidioso. Mettere ordine da soli nel mondo, senza Dio, contare soltanto sulle proprie capacità, riconoscere come vere solo le realtà politiche e materiali e lasciare da parte Dio come illusione, è la tentazione che ci minaccia in molteplici forme.

Della natura della tentazione fa parte la sua apparenza morale: non ci invita direttamente a compiere il male, sarebbe troppo rozzo. Fa finta di indicarci il meglio: abbandonare finalmente le illusioni e impiegare efficacemente le nostre forze per migliorare il mondo. Si presenta, inoltre, sotto la pretesa del vero realismo. Il reale è ciò che si constata: potere e pane. A confronto le cose di Dio appaiono irreali, un mondo secondario di cui non c’è veramente bisogno.

È in gioco Dio: è vero o no che Lui è il reale, la realtà stessa? È Lui il Buono o dobbiamo inventare noi stessi ciò che è buono? La questione di Dio è la questione fondamentale, che ci conduce al bivio dell’esistenza umana.

 Benedetto XVI 

(tratto da Gesù di Nazareth, pag.50-51)