Vaccini Covid: C’è un obbligo morale a vaccinarsi?

C’è un obbligo morale a vaccinarsi? A questa domanda risponde Douglas Farrow, professore di teologia ed etica alla McGill University, autore di diversi libri, affrontando la questione attraverso l’enunciazione delle comuni motivazioni (che indica con il nome “obiezioni”) che sono a favore della vaccinazione, esponendo poi delle risposte a ciascuna di queste “obiezioni”, risposte che spiegano come non vi sia in questo specifico caso dei vaccini covid un vero e proprio obbligo morale. 

Ecco l’articolo del prof. Douglas Farrow, pubblicato sul Catholic World Report, nella mia traduzione. 

 

vaccinazione in chiesa

 

Obiezione 1. Sembra che ci sia un obbligo morale, perché si è obbligati a curare il proprio corpo e a curare allo stesso modo il corpo del prossimo, che per comando divino deve essere amato come se stesso. Ora, la vaccinazione può rendere il proprio corpo meno suscettibile di soccombere a un’infezione virale e meno suscettibile di trasmettere tale infezione al danno potenziale del prossimo. Perciò si dovrebbe essere vaccinati. Come dice [Francisco de] Vitoria (Sul diritto della guerra, Q. 2, art. 2), “ogni persona che ha il potere di prevenire il pericolo o la perdita del suo vicino è obbligata a farlo”.

 

Obiezione 2. Le autorità civili sono ordinate da Dio per il benessere della società umana, e le autorità civili pensano che la vaccinazione serva al bene comune. Come dice Agostino (Civ. 19.16), la città di Dio “non ha scrupoli nel conformarsi alle leggi della città terrena che regolano le cose destinate al sostentamento della vita mortale.” Inoltre, in tempo di guerra, dice Vitoria, i cittadini possono presumere che le autorità stiano agendo in buona fede e che “possono legittimamente andare in guerra fidandosi del giudizio dei loro superiori” (op. cit.). Ma noi siamo in guerra con un coronavirus e dobbiamo presumere che gli inviti alla vaccinazione siano fatti in buona fede. Perciò ci conviene essere vaccinati per rispetto dell’autorità civile e di Dio che ordina tale autorità al nostro bene.

 

Obiezione 3. Inoltre, le autorità della Chiesa sollecitano la vaccinazione anche quando le autorità statali non la richiedono. Il pontefice romano ha detto: “Credo che, eticamente, tutti debbano fare il vaccino”. Molti altri prelati dicono lo stesso. Ora, poiché il Magistero deve essere rispettato in materia di fede e di morale, e questa è una questione di morale legata all’amore del prossimo, il cristiano dovrebbe essere vaccinato.

 

Obiezione 4. Questo obbligo si estende anche a coloro che sono minimamente a rischio. Perché, come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha espresso la sua opinione riguardo alla vaccinazione di routine dei bambini (Vavřička e altri contro la Repubblica Ceca, aprile 2021), “non può essere considerato sproporzionato che uno Stato richieda a coloro per i quali la vaccinazione rappresenta un rischio remoto per la salute di accettare questa misura protettiva universalmente praticata, come una questione di dovere legale e in nome della solidarietà sociale, per il bene del piccolo numero” di persone vulnerabili che non possono beneficiare della vaccinazione: che è un principio moralmente e giuridicamente solido.

 

Obiezione 5. L’obbligo non è superato, come alcuni sostengono, da una preoccupazione compensativa per la derivazione o la sperimentazione dei vaccini. Come alcuni hanno detto (Statement from Pro-Life Catholic Scholars on the Moral Acceptability of Receiving COVID-19 Vaccines, 5 Mar. 2021), “si può scegliere uno qualsiasi di questi vaccini per proteggere se stessi o la propria comunità dalla trasmissione del virus senza (1) approvare l’aborto che ha preceduto lo sviluppo della linea cellulare (eseguito per ragioni separate e indipendenti da tale sviluppo), (2) incentivare futuri aborti, o (3) mancare di rispetto alla memoria o ai resti mortali del bambino il cui tessuto cadaverico è stato usato e modificato per creare la linea cellulare”. Di conseguenza, le considerazioni precedenti mantengono la loro forza.

 

Obiezione 6. Infine, anche coloro che non considerano la vaccinazione come moralmente obbligatoria, la considerano comunque prudente, perché contribuisce a un senso generale di sicurezza che permetterà agli individui e alla società di sfuggire a un ciclo altamente dannoso di restrizioni imposte da statuti di emergenza pubblica; e come caritatevole, perché risponde al bisogno dei vulnerabili. Ma questa è una questione di giustizia oltre che di prudenza e compassione, perché, come già detto, chiunque “abbia il potere di prevenire il pericolo o la perdita del suo prossimo è obbligato a farlo”. Quindi si tratta di un dovere morale.

Al contrario, la Scrittura dice (Sir. 32:19-22)

 

“Non far nulla senza riflessione, 

alla fine dell’azione non te ne pentirai. 

Non camminare in una via piena d’ostacoli, 

per non inciampare contro i sassi. 

Non fidarti di una via senza inciampi, 

e guàrdati anche dai tuoi figli.”

 

E Sant’Agostino dice (Civ. 19.16), che mentre “è opportuno preservare la cooperazione tra le due città negli affari mortali” per quanto possibile, tuttavia “Non è cosa buona cooperare alla perdita di un bene più grande, né senza colpa acconsentire e permettere una scivolata in un male più grande”

Rispondo che la cura del corpo, proprio o del prossimo, che Agostino chiama medicina (Mor. Ecc. 52), è sempre una questione di giudizio prudenziale; e che le azioni specifiche dirette al bene del corpo, anche quelle basilari come il mangiare, sono solo in principio, e non in applicazione particolare, questioni di obbligo morale. Come dice l’apostolo, “tutto mi è lecito, ma non tutto mi è utile” (1 Cor. 6,12). Proprio come si può scegliere di mangiare o di digiunare, di dare o di non dare, senza necessariamente incorrere nel peccato, così si può scegliere di essere vaccinati o di non essere vaccinati senza necessariamente incorrere nel peccato. E come si può fare del male con appelli intempestivi o sproporzionati al bene del mangiare o del dormire, e così via, si può fare del male con l’uso intempestivo o sproporzionato di farmaci. Perciò tali decisioni richiedono deliberazione, buon consiglio e sano giudizio, piuttosto che appelli al dovere.

Inoltre, in ragione del possesso da parte dell’anima razionale del proprio corpo (poiché, come dice Agostino nello stesso luogo, l’uomo “è un’anima razionale con un corpo al suo servizio”), e in ragione del principio di sussidiarietà, questo giudizio spetta sempre alle famiglie e agli individui e mai alle autorità civili o ecclesiastiche, che possono raccomandare e premiare tale condotta, ma non possono, senza violazione dei diritti naturali, imporla con azioni penali.

Inoltre, la medicina deve sempre, come atto di carità, essere diretta alla disciplina – il bene del corpo al bene dell’anima (Mor. Ecc. 56). Ma le vaccinazioni in questione, nella maggioranza della popolazione, non sono dirette al bene né del corpo né dell’anima. Non sono ordinariamente dirette al bene del corpo, proprio o altrui, perché pochissimi sono in grave pericolo per il virus e quindi bisognosi di un vaccino; e perché questi vaccini con autorizzazione di emergenza non sono stati sufficientemente testati per dimostrare che non danneggeranno il corpo o interferiranno con i processi immunitari naturali, individualmente o collettivamente. Non sono dirette al bene dell’anima perché insegnano alle persone ad accomodare piuttosto che ripudiare la paura ingiustificata, e quindi a scivolare verso un male maggiore; a diventare sempre più dipendenti dall’intervento tecnocratico nelle loro vite e nell’ordinamento delle loro società; e, di fronte alla diffusa sospensione dei diritti naturali e costituzionali, imposti da tale intervento, a sottomettersi alla tirannia che avanza.

Di conseguenza, non solo non ci può essere alcun obbligo morale di essere vaccinati; dove la cooperazione a tali mali appare come una grave minaccia, c’è piuttosto, per alcuni, un obbligo morale di rifiutare la vaccinazione.

 

Risposta all’obiezione 1. La prima obiezione fallisce in molteplici modi. Gli obblighi enunciati non sono assoluti ma relativi, e restano soggetti alla prudenza. Inoltre, i benefici attesi non sono certi ma solo possibili, e non necessariamente raggiungibili solo in questo modo. Inoltre, non è etico vaccinare coloro che non sono a rischio, soprattutto i bambini, per il bene di altri (soprattutto i molto anziani) che sono a rischio, soprattutto quando si utilizza un vaccino sperimentale con effetti a lungo termine incerti.

 

Risposta all’obiezione 2. Agostino dice anche nello stesso luogo (Civ. 19.16) che “poiché la città terrena ha prodotto i suoi sapienti che … sono giunti alla conclusione che ci sono molti dèi” da placare, uno per il corpo e un altro per la mente, ecc, ognuno “con la propria sfera di interesse e funzione” (così più recentemente Rousseau, ad es, in Du Contrat Social), mentre “la città celeste sapeva che c’era un solo Dio da servire, e decretava, in fedele devozione, che egli fosse l’unico oggetto del servizio religioso…, su questo il dissenso era inevitabile”. E così è qui. Come dice San Paolo, “Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo” (1 Cor. 6:13). Ma le autorità civili in molte giurisdizioni hanno coltivato una paura irrazionale di un coronavirus al posto della paura razionale del Dio vivente, e hanno rifiutato di concedere che il corpo è per il Signore, negando per lunghi periodi il diritto di riunirsi per ricevere e onorare il Signore. Questo Agostino rimprovererebbe, perché la città di Dio può essere indifferente alle leggi per la pace temporale se e solo se “non impediscono la religione che insegna il culto dell’unico Dio supremo e vero” (Civ. 19.19).

Inoltre, queste stesse autorità hanno agito ingiustamente nei confronti dei poveri, privandoli dei loro mezzi di sussistenza, e nei confronti di coloro che hanno bisogno di sostegno per il corpo o per l’anima, privandoli dell’accesso gli uni agli altri e del ricorso a comunità di sostegno, anche familiari. Inoltre, hanno ceduto la propria autorità democratica a funzionari non eletti che hanno nominato su questioni che esulano dalla loro competenza. Si sono fidati e alleati con aziende farmaceutiche completamente assicurate (libere da responsabilità, ndr) che traggono profitto dalle politiche di questi funzionari non eletti. Hanno alterato la definizione di pandemia per escludere la considerazione della gravità del suo effetto, concentrandosi solo sulla facilità della sua trasmissione, in modo che le pandemie siano ora frequenti e innaturalmente prolungate, e la gente più dipendente che mai dai governi che esercitano poteri di emergenza e dalle aziende farmaceutiche che offrono vaccini sperimentali. Hanno ripetutamente scavalcato i diritti e le libertà costituzionali in nome di una “emergenza pubblica” che mai prima si sarebbe qualificata come tale. Non sono riusciti a fornire alla gente informazioni valide e scelte significative in risposta a tali informazioni. Perciò hanno perso il diritto ad avere la fiducia del popolo e ad essere rispettati nel loro esercizio di poteri straordinari.

Come dice Vitoria, nel capitolo citato, ci possono essere argomenti e prove di ingiustizia “così potenti che anche i cittadini e i sudditi della classe inferiore non possono usare l’ignoranza come scusa” per conformarsi alle autorità pubbliche. Allo stesso modo, Leone XIII dice (Lib. praest.10): “Se poi, da parte di chiunque abbia autorità, viene sancita una cosa non conforme ai principi della retta ragione, e di conseguenza dannosa per la comunità, una tale emanazione non può avere forza vincolante di legge, non essendo una regola di giustizia, ma certa di allontanare gli uomini da quel bene che è il fine stesso della società civile”. Questo vale, a maggior ragione, per le direttive che limitano o pervertono il culto dell’unico vero Dio.

 

Risposta all’obiezione 3. Lo stesso pontefice romano, Papa Francesco, ha definito la vaccinazione “un’opzione etica” e la Congregazione per la Dottrina della Fede ha chiarito che è solo un’opzione e non un obbligo. Come detto sopra, la vaccinazione è sempre una questione di giudizio prudenziale. Nulla di quanto detto dalle autorità magisteriali sul tema della vaccinazione contro il coronavirus è detto in modo tale da vincolare le coscienze dei fedeli, ma è proferito, e può essere proferito, solo a titolo di consiglio paterno. Inoltre, i nostri padri ecclesiali non sono uniti sull’argomento. Peggio ancora, molti di loro hanno compromesso la propria posizione paterna non facendo nulla per difendere il diritto e la responsabilità della Chiesa di offrire un culto pubblico al Signore Dio e di riunirsi nel suo nome per ascoltare la sua Parola, ricevere i sacramenti e incoraggiarsi a vicenda, che era ed è il loro primo dovere. Hanno ignorato, e consigliato ai loro greggi di ignorare, l’ingiunzione dell’apostolo (Eb. 10,25; 12,12ff.) di “non abbandonare le nostre riunioni”, preferendo piuttosto consigliare la sicurezza individuale e la “pace con tutti gli uomini” al perseguimento di quella santità “senza la quale nessuno vedrà il Signore”.

Inoltre, hanno permesso che le professioni di rispetto per il secondo grande comandamento prevalessero sugli obblighi del primo grande comandamento, fraintendendo l'”amore per il prossimo” come cooperazione in paure irrazionali piuttosto che proclamare il dominante “Non temere!” in mezzo a questa tempesta globale. Togliendo gli occhi da Gesù, sono stati sballottati dai venti e hanno cominciato ad affondare nelle onde. Ora stanno sfruttando i vaccini per riprendere le loro funzioni religiose cancellate, senza alcuna considerazione per la nuova situazione della Chiesa, anzi del prossimo, sotto i frequenti e prolungati regimi “pandemici” ai quali hanno prestato la propria benedizione. Essi hanno agito come padri codardi e sconsiderati, le cui persone devono essere rispettate per il bene del loro ufficio, ma il cui consiglio non è più affidabile di quello delle autorità civili alle quali hanno erroneamente ceduto la propria autorità ecclesiale. Perché hanno reso a Cesare ciò che è di Dio.

 

Risposta all’obiezione 4. Il principio non è moralmente valido e nemmeno coerente. È vero, come dice Kierkegaard, che nel cristianesimo ognuno vale più di mille piuttosto che ognuno, come vorrebbe Bentham, conta per uno e solo per uno. Ma mentre i pochi possono volontariamente esporsi a grandi rischi per il bene dei molti, e i molti possono volontariamente subire rischi per il bene dei pochi, i molti non possono essere obbligati o costretti ad esporsi inutilmente a rischi, per quanto remoti, per proteggere i pochi. Questa logica contraddice sia l’utilitarismo da cui nasce sia la morale cristiana di cui è un simulacro ingannevole. Porta all’ingiustizia, sia all’interno che all’esterno della sfera della medicina, attraverso un privilegio arbitrario di pochi che priva di diritti i molti. (Questa stessa logica è operativa nell’aborto, per esempio, dove le schiere dei non nati sono sacrificate ai piani dei ricchi o alle dissipazioni dei lussuriosi). È sproporzionato in tutto e per tutto, senza elevarsi alla sproporzione libera e generosa dell’amore cristiano.

 

Risposta all’obiezione 5. Gli studiosi in questione sostengono che non stanno usando un ragionamento proporzionalista, ma piuttosto affermano che “la connessione attenuata e remota con gli aborti eseguiti decenni fa, e l’assenza di qualsiasi incentivo per aborti futuri”, isolano efficacemente gli utenti dei vaccini dalla colpevolezza morale mentre godono dei frutti di “questo gradito progresso della scienza”. La stessa logica, tuttavia, potrebbe essere usata per giustificare il godimento dei benefici di altri atti malvagi che fanno progredire la scienza; né sono chiari i criteri per determinare quando la cooperazione materiale al male è sufficientemente remota da non incorrere in colpa. Quindi il dibattito su questo punto deve continuare. In ogni caso, questi studiosi non tentano di stabilire un obbligo morale di essere vaccinati e la loro dichiarazione permette esplicitamente la possibilità di dissenso di coscienza, come fanno i documenti magisteriali.

 

Risposta all’obiezione 6. Si è già risposto a questa obiezione. “La giustizia è la virtù di dare a ciascuno il suo” (Civ. 19.20), e la giustizia nella presente questione significa permettere a ciascuno di esercitare la prudenza e la compassione secondo il proprio giudizio, perché l’uomo “è in mano al proprio consiglio” (Sir. 15,14), anche se non dovrebbe davvero “fare nulla senza consiglio” né essere precipitoso né nell’entrare sulla strada accidentata né nell’affidarsi a quella liscia. Inoltre, dovrebbe essere compassionevole, perché “non c’è male in questa parola, ‘compassionevole’, dove non c’è passione nel caso” (Mor. Ecc. 53). Attualmente, però, non solo c’è molta passione nel caso, ma anche molto panico, che offusca il giudizio di molti.

Supplemento. La ragione è questa: La maggior parte vive la vita presente senza che sia informata dalla speranza nella vita futura. Senza questa speranza, che le chiese avrebbero dovuto proclamare ma non l’hanno fatto, la loro vita “non offre altro che una finzione di felicità, che è una grande infelicità”. Quindi essi “non possono disporre dei veri beni della mente; perché la cosiddetta saggezza che è intenta agli affari di questa vita, gestendola con prudenza, affrontandola con risolutezza, esercitando un moderato controllo, facendo giuste distribuzioni, tutto senza indirizzarla a quel fine dove Dio è tutto in tutti, dove l’eternità è certa e la pace intera, questa non è affatto vera saggezza” (Civ. 19.20, trans. O’Donovan).

Nella crisi attuale anche questa saggezza parziale e inadeguata ci ha abbandonato, perché abbiamo abbandonato in anticipo quella vera saggezza che ordina il corpo all’anima e l’anima a Dio, la saggezza che sa che “solo l’anima che serve Dio può comandare giustamente il corpo” o deliberare tranquillamente sugli affari del corpo. Abbiamo venduto il diritto di nascita delle nostre libertà per un piatto di lenticchie con appena un momento di esitazione. E adesso? Ora ci affideremo a un programma sperimentale di vaccinazione e cominceremo a portare passaporti di vaccinazione locali o globali in una guerra permanente contro tutte le minacce alla Salute e alla Sicurezza, e contro tutte le libertà che minacciano i nostri nuovi regimi di Salute e Sicurezza. Ordineremo le nostre anime ai nostri corpi, e nemmeno a Dio, in un’associazione globale che offre “un’imitazione perversa di Dio” attraverso la sua orgogliosa aspirazione a comandare tutte le cose e a imprimervi i segni del proprio controllo. Perché “anche i malvagi fanno guerra per la pace di coloro che appartengono a loro” (Civ. 19.12).

E cosa faranno le chiese? Allontaneranno anche coloro che non possono o non vogliono dimostrare di essere stati vaccinati? Se li allontaneranno, confermeranno solo che hanno trasferito la loro fedeltà alla città dell’uomo e che la loro religione è segretamente la religione dell’uomo. Ma se non li allontanano, si troveranno proprio dove hanno sempre rifiutato di essere: in aperta violazione delle autorità civili. La strada liscia, sulla quale si sono così frettolosamente imbarcati, diventerà improvvisamente molto accidentata.

 

 




Zucaro recensisce il libro di Ryan T. Anderson: ” When Harry Became Sally: Responding to the Transgender Moment”

Ma è vero che un ragazzo può essere “intrappolato” nel corpo di una ragazza? Può un uomo diventare realmente una donna e viceversa? La medicina contemporanea è realmente in grado di “riassegnare” il sesso? E poi, cosa vuol dire “riassegnare” il sesso? E ammesso che sia possibile manipolare a piacimento la dimensione sessuale di una persona, è un diritto civile che dev’essere garantito e tutelato?

Queste sono solo alcune delle domande cruciali prese in esame dal dott. Ryan Anderson nel suo ultimo libro When Harry Became Sally: Responding to the Transgender Moment. Di questo libro, e della sua “epurazione” dal negozio online di Amazon, abbiamo più volte parlato (vedi qui). Vi proponiamo la interessante recensione fatta da Luigi Zucaro, medico, endocrinologo e sacerdote dal 2009. L’articolo è apparso sul sito Veritatis Amoris Project che vi invitiamo a visitare.

 

Amazon - Ryan Anderson e il suo libro: "When Harry became Sally"
Amazon – Ryan Anderson e il suo libro: “When Harry became Sally”

 

Ryan T. Anderson è un filosofo statunitense attualmente Presidente del Ethics and Public Policy Center in Washington DC ed è stato il primo capo redattore della rivista on-line Public Discourse del Witherspoon Institute. Si è formato all’Università di Princeton e all’Università di Notre Dame dove ha conseguito il dottorato in Filosofia Politica.

Nel 2018 ha scritto When Harry Became Sally: Responding to the Transgender Moment. Il libro risente fortemente del pensiero di Paul R. McHugh, direttore del Department of Psychiatry and Behavioral Science presso la Johns Hopkins University e Psychiatrist-in-chief al Johns Hopkins Hospital dal ’75 al 2001.

When Harry became Sally è stato ai vertici della Amazon bestsellers list.

Anderson manifesta una profonda conoscenza del mondo culturale politico del suo paese; anche le nozioni di tipo medico sono precise, tenuto conto che l’autore non è un professionista della sanità. Bisogna riconoscere da questi aspetti del testo che l’autore si è documentato con rigore e passione.

Riguardo al tono del volume, tutt’altro che aggressivo, è invece molto pacato e rispettoso per le sofferenze di chi vive queste esperienze. Il dott. Anderson tiene a precisare la distinzione tra attivisti transgender e persone che soffrono di disforia di genere, non volendo in alcun modo ledere la sensibilità di questi ultimi.

Perché si parla di “transgender moment”? Anderson usa questa espressione, che sa volutamente di precario e passeggero, perché convinto della transitorietà di questo frangente culturale. Secondo il filosofo si tratta di una fase momentanea, non di un cambiamento culturale stabile, in quanto le sue radici antropologiche sono artificiose, non corrispondenti alla realtà umana.

Anderson inizia con l’analizzare dettagliatamente i segni di questo momento transgender in tre ambiti, quello culturale, quello della giurisprudenza e quello della medicina.

Negli ultimi tempi, nella cultura popolare americana, la tendenza molto chiara nelle riviste, nelle televisioni, nel mondo della rete, è quella – per così dire – di “normalizzare” le idee di fondo della cultura transgender. La prima e più importante di queste è che il genere sia soltanto un fatto interiore, che non ha a che vedere con il sesso biologico, anzi che quest’ultimo sia solo un dato accessorio, che di conseguenza non deve giocare un ruolo determinante nell’identità della persona.

Nel 2014 la famosa rivista “Glamour” affermava che l’identità di genere vive soprattutto nel nostro cuore e nella nostra mente[1].

Contemporaneamente anche nel mondo delle politiche sociali si sono compiuti passi importanti nella stessa direzione. A partire dal 2016, ad esempio, nella normativa che riguarda la scuola pubblica hanno cominciato a comparire indicazioni, linee guida, raccomandazioni non più basate sulla differenza di sesso biologico, ma sull’identità di genere; per esempio l’organizzazione dei bagni, o indicazioni rispetto alla distribuzione in camere multiple alle gite o nei convitti. Anche nell’esercito, lo scenario sta volgendo a favore della ideologia trangender, fino anche a sostenere economicamente interventi di riassegnazione di genere per il proprio personale.

Sempre nel 2016 il famoso “Obamacare”, la revisione del servizio sanitario nazionale, che come sappiamo in America non è certamente “assistenzialista”, e in più stava (e sta tuttora) attraversando un periodo di crisi economica, prevedeva la copertura economica di interventi di riassegnazione di genere.

Come mai? Uno potrebbe chiedersi. In un momento in cui scarseggiano le risorse da destinare alla sanità, ci si aspetterebbe che esse vengano destinate a ciò che è indispensabile, salva-vita. Ma se la transizione di genere viene proposta come unico rimedio all’alto rischio di suicidio della persona che è “intrappolata” in un corpo del sesso in cui non si riconosce, ecco che anche gli interventi di transizione diventano salva-vita.

Un ampio spazio del libro è dedicato ai passi compiuti nel mondo della medicina americana. Ryan Anderson racconta in modo interessante e coinvolgente la storia e i vari rovesciamenti di fronte rispetto alla riassegnazione di genere presso la prestigiosa Johns Hopkins University. La storia comincia negli anni sessanta per il deciso impulso di John Money, professore di psicologia clinica presso quella università. Money proponeva una nozione radicale di “genere” come puro costrutto sociale svincolato da ogni riferimento al sesso anatomico e biologico. Money è il protagonista di una famosa vicenda che riguarda la riassegnazione al sesso femminile di un bambino menomato a causa di una circoncisione riuscita male[2]. Money promosse la sua idea di genere fluido in tutti gli Stati dell’Unione e fondò nel ’65 la “Johns Hopkins Gender Identity Clinic

Quando il prof McHugh venne promosso responsabile del Dipartimento di Psichiatria, convinto che il cosiddetto “transgender-affirming treatment” fosse una direzione errata che la psichiatria aveva imboccato, ottenne che in questa importante università non si praticassero più interventi di riassegnazione di genere. Tale il rigore scientifico introdotto da McHugh nel campo, che nessuno ebbe argomenti validi per ribaltare di nuovo la tendenza per molti anni. Egli sosteneva infatti che la chirurgia per il cambiamento di sesso fosse cattiva medicina e una sorta di cooperazione con una infermità mentale[3]. La Johns Hopkins University ha ripreso ad eseguire procedure di sex-reassignment solo nel 2016.

Nel capitolo 2, intitolato “What the activists say” (cosa dicono gli attivisti) l’autore si addentra in un tema estremamente interessante ovvero la visione della persona umana che sta alla base del “momento transgender” che stiamo vivendo. Afferma Anderson: “Si dice che viviamo in un’era postmoderna che ha rigettato la metafisica. Non è vero. Viviamo in un’epoca postmoderna che promuove una metafisica alternativa”[4]. Il concetto fondamentale è che “uno è quello che vuole essere”, nello specifico, una persona è il genere che preferisce essere, e questa è senz’altro una affermazione di carattere metafisico e antropologico.

Gli attivisti transgender non l’hanno sempre pensata così: se prima un ragazzo transgender era ritenuto comunque una ragazza che si identificava come un ragazzo, o una ragazza transgender era ritenuta un ragazzo che si indentificava come una ragazza, oggi quello che si pretende sia riconosciuto è che una persona è effettivamente maschio o femmina sulla base di quello che desidera essere.

Questa concezione della persona è quella che sta dietro le nuove definizioni di identità di genere come ad esempio quella della American Psychological Association: “a person’s inner sense of being male, female, or somethhing else[5] (una sensazione interiore di essere maschio, femmina o qualcos’altro). Si tratta di una definizione molto vaga, non limitata alle due opzioni maschio/femmina e senza alcun riferimento a determinanti biologici oggettivi. Questa definizione emerge non solo da una certa concezione della medicina, ma ancor più profondamente da una visione della persona umana.

Questa stessa evoluzione traspare anche dai diversi programmi educativi che sono promossi oggi negli Stati Uniti dai gruppi di attivisti. Se prima infatti, tra i vari elementi che compongono la dimensione sessuale della persona compariva il “sesso biologico”, ora questo elemento è scomparso ed è stato sostituito da “sesso assegnato alla nascita”, che evidentemente suona come qualcosa di molto più labile e arbitrario.

L’autore prosegue descrivendo gli elementi fondamentali della medicina transgender con i suoi ormai consolidati standards di cura. Il processo di transizione prevede diversi steps:

  • il cambiamento di ruolo sociale, in concordanza con l’identità di genere (secondo la suddetta definizione)
  • i farmaci bloccanti della pubertà
  • terapia ormonale per femminilizzare o mascolinizzare il corpo
  • la chirurgia per adattare i caratteri sessuali primari o secondari

In breve i concetti chiave di questa medicina sono:

  • alleviare il distress supportando l’espressione del genere della persona.
  • adeguamento del corpo all’identità percepita
  • la transizione di genere è l’unico modo per prevenire il suicidio
  • le terapie cosiddette “riparative” (ovvero che hanno come scopo risolvere la disforia di genere) sono anti-etiche.

L’analisi continua esaminando tutte le iniziative pubbliche su questo tema: linee guida in ambito scolastico, politiche del lavoro, politiche economiche, praticamente in ogni ambito della vita sociale del paese. Un esempio rappresentativo: nello stato di New York si può essere multati fino a un quarto di milione di dollari per un “mis-gendering” intenzionale (ovvero, rivolgersi a un transgender usando volutamente un pronome del sesso che non è quello con cui la persona vuole essere chiamata). Per la stessa ragione nello stato della California l’operatore sanitario può anche essere punito con la detenzione.

Il capitolo si conclude mettendo in evidenza le contraddizioni nelle quali cade la proposta antropologica dell’attivismo transgender, l’autore prova a sottolinearne alcune, ad esempio: se da un lato si afferma che l’identità di genere sia qualcosa di innato e immodificabile (infatti si rifiuta ogni tentativo di correggere la disforia di genere) come mai poi si vuol difendere anche la libertà di essere qualsiasi cosa?

Allo stesso modo rimangono senza una risposta molte altre domande, ad esempio: se il genere è un costrutto sociale, come può essere innato e immutabile? Perché “sentirsi uomo” dovrebbe bastare per dire che uno è un uomo, quando altre sensazioni (l’età, l’altezza…) invece non bastano per determinare quella realtà?

In definitiva, afferma Anderson, “il nucleo dell’ideologia è la pretesa radicale che le sensazioni determinano la realtà”[6]. Rimane un problema irrisolto il perché una mera sensazione di essere maschio o femmina (o entrambi o nessuno dei due) dovrebbe far diventare uno maschio o femmina (o tutt’e due o nessuno dei due).

Il capitolo 3 è interamente dedicato al fenomeno dei “detransitioners” ovvero quelle persone che, dopo aver intrapreso un percorso di transizione di genere, desiderano poi ritornare indietro essendosi resi conto di aver commesso un errore. Si tratta di storie di grande sofferenza che l’autore tratta con molta delicatezza, ma che mettono in evidenza tutta la fallacia, la pericolosità, l’infondatezza scientifica di programmi medici che avviano alla transizione anche molto precocemente e senza sufficienti garanzie persone a volte chiaramente non in grado di prendere una decisione pienamente consapevole, o perché troppo giovani o perché non del tutto lucide.

Spesso quando viene chiesto a chi ha vissuto questa esperienza cosa ritenga sia mancato, in molti sottolineano la totale insufficienza del counselling psicologico ed una certa pressione a intraprendere senza indugi il percorso di transizione.

Le esperienze che Anderson riporta nel testo sono impressionanti e aiutano a vedere il problema sotto una prospettiva completamente diversa da quella offerta dai mass media politically correct, o da quella promossa dai gruppi di attivisti.

Ne riporto parte di una per tutte:

chi parla è Walt Heyer sottopostosi a transizione a circa quarant’anni e poi a “de-transizione” verso i cinquanta:

“Essere transgender richiese distruggere l’identità di Walt così che la mia persona femminile, Laura, potesse e non scossa dal passato di Walt con tutte le sue ferite, vergogna e abuso. È meraviglioso per un po’, non è una soluzione definitiva quando le questioni sottostanti non sono state affrontate”[7].

Dopo aver raccontato come si è approdati all’attuale situazione e dopo aver esaminato il fenomeno attuale, nel capitolo 4 Anderson tenta una analisi filosofica e antropologica della sessualità umana: cosa ci rende uomo o donna?

È evidente che il sesso, quando non ci siano patologie, non è una caratteristica che viene arbitrariamente assegnata alla nascita, bensì qualcosa che viene riconosciuto, spesso prima ancora della nascita. È il nostro codice genetico che determina il nostro sesso. Ma cos’è prima di tutto il sesso? Anderson tenta una definizione non medica ma filosofica: “Il sesso come status – maschio o femmina – è un riconoscimento dell’organizzazione di un corpo che ha la capacità di impegnarsi nel sesso come atto”[8]. Il sesso è prima di tutto un modo di essere organizzato del corpo che ha la capacità di intraprendere un rapporto sessuale. Per Anderson la distinzione fondamentale tra un maschio e una femmina è nell’organizzazione dell’organismo orientata alla riproduzione sessuale.

Ma non si tratta di una mera differenza anatomica o biologica, il punto cruciale è che questa organizzazione differente del corpo atta a consentire un rapporto sessuale finalizzato alla riproduzione costituisce un bene sociale, senza essere al tempo stesso un mero costrutto sociale. È questo per l’autore l’innegabile valore antropologico della differenza sessuale.

Nel resto del capitolo 4 Anderson si sofferma sul dato biologico della sessualità per mostrarne l’oggettivo e incontrovertibile valore. La differenza sessuale origina dai nostri cromosomi e si sviluppa durante tutto la vita embrionale fino all’età adulta in modo molto preciso.

A volte, è vero, esiste la possibilità di disturbi in questo sviluppo, ma quando si manifestano sono appunto riconosciuti e trattati come tali. Ma anche questo oggi viene messo in discussione, si vuol negare persino che condizioni cliniche evidentemente patologiche siano tali. Esistono oggi associazioni che allo scopo di “depatologizzare” queste forme, ne cambiano la nomenclatura. Così ciò che fino a poco tempo fa era definito “disordine”, sebbene senza alcuna intenzione di voler stigmatizzare il paziente, non può più essere chiamato così, deve essere chiamato “differenza”. È un atteggiamento coerente con l’attuale visione antropologia della cultura transgender: se il corpo non ha alcuna organizzazione sessuale in vista di un fine, non meramente biologico, ma della persona intera, se non c’è un ordine, non ha senso parlare di “disordine”. Siamo ancora all’interno di quel tentativo di “normalizzare” il transessualismo all’interno di ogni espressione della società.

Nel capitolo 5 l’autore affronta il tema molto delicato della terapia. Uno studio del 2014 ha evidenziato che il 41% delle persone che si identificano come transgender tenterà il suicidio in qualche momento della propria vita, contro il 4,6% della popolazione generale[9]. È evidente che questi soggetti vanno incontro a rischi per la salute fisica e mentale notevoli. È quindi un problema di cui la medicina e la psicologia devono occuparsi, ma il punto è: quale dovrebbe essere un approccio terapeutico in sintonia con una sana concezione di medicina, non distorta da ideologie?

Un’autentica pratica medica dovrebbe esser tesa a ripristinare la salute, non a soddisfare i desideri dei pazienti. Nel caso della disforia di genere invece, sembra che la soluzione sia “rifare il corpo” in base ai pensieri e alle sensazioni, piuttosto che aiutare il soggetto a trovare una via per governare questa tensione e ritrovare un’armonia con la propria realtà corporea.

Caso più unico che raro per la medicina contemporanea, nonostante siano insufficienti i dati presenti in letteratura circa le terapie ormonali cosiddette “cross-sex hormone terapy” (per ammissione della stessa società che tutela la salute delle persone transgender, la WPATH[10]), queste terapie sono consigliate ugualmente sia dalla WPATH e dalla Endocrine Society.

Per quanto riguarda la chirurgia invece, non bisogna nemmeno dimenticare che, per quanto la tecnica possa progredire, non potrà mai cambiare il sesso della persona. Un chirurgo non potrà mai creare un vero organo sessuale, ma soltanto un mero simulacro.

Ma quindi è proprio vero che la transizione di genere migliora la qualità di vita fisica e psicologica di chi soffre di disforia di genere? Alcuni dati sembrano metterlo in dubbio: il perdurare dei disturbi psicologici e l’alta percentuale di suicidi tra i transgender, anche a transizione avvenuta, e anche quando vivano in un contesto sociale “trans-friendly”.

Nel capitolo 6 si affronta lo spinoso problema della disforia di genere nei minorenni. Negli ultimi anni si è diffuso sempre più l’utilizzo di farmaci puberty blokers negli adolescenti prepubere con disturbi di identificazione sessuale. L’idea sarebbe quella di ritardare la pubertà per dare più tempo all’adolescente di “chiarirsi le idee” su cosa vuol’essere, se maschio o femmina (o tutti e due o nessuno dei due). Questi farmaci però, oltre che essere tutt’altro che sicuri, interferiscono anche con quei meccanismi di sviluppo che normalmente aiutano gli adolescenti ad accettare sé stessi come maschi o femmine, rivelandosi quindi spesso più che una soluzione, un ulteriore problema.

Avviandosi verso la fine dell’opera, l’autore si domanda quali siano state le condizioni sociali che hanno prodotto il terreno favorevole allo svilupparsi dell’attuale visione piuttosto confusa della sessualità umana. Un ruolo negativo lo hanno giocato certamente quegli stereotipi riguardo ai ruoli sessuali ancora largamente presenti oggi nelle società, anche in quella americana. Dalle testimonianze delle persone con disforia di genere all’origine del disturbo vi è spesso una particolare sensibilità verso questi stereotipi, il non riconoscersi affatto in essi, la violenza di cui si può esser fatti oggetto. Questa visione stereotipata del ruolo sessuale non ha generato solo danni a livello individuale, ma ha anche avuto conseguenze di più ampio respiro, nel senso di reazioni all’eccesso opposto nella cultura, nell’ordinamento giuridico e nella politica.

Alla fine Anderson prova a mettere in evidenza tutte le conseguenze negative che questa tendenza culturale ha già e può avere sempre più in tutti gli ambiti della vita, dalla sfera privata a quella pubblica: minacce per la sicurezza, possibili ingiustizie, per esempio in ambito sportivo, violazioni della libertà personale, messaggi confondenti nelle scuole sui bambini.

In conclusione, lungi dal voler incoraggiare allarmismi o, peggio ancora, nuove forme di razzismo, l’autore invita ad un senso di responsabilità. Non si tratta affatto di difendere i “normali” da una sorta di invasione di transgender. Al contrario, è chiaro dall’opera di Anderson, che le prime a dover essere tutelate sono le persone con disforia di genere. È necessario prima di tutto proteggere le persone da pratiche che di fatto sono sperimentali e ad alto rischio per la salute.

Di cosa c’è bisogno quindi? Secondo Anderson di networks tra medici, specialisti di salute mentale, chirurghi, endocrinologi non proni a visioni ideologiche, ma intellettualmente onesti, capaci di sfatare studi fasulli e farne di rigorosi.

Di grande impatto emotivo e incoraggiamento possono essere le testimonianze personali di persone con disforia di genere che l’hanno superata.

È necessario promuovere una sana comprensione del genere e mostrare le ragioni del perché il sesso corporeo è così importante e non può essere trascurato o modificato a piacimento.

Vanno coinvolti in questo movimento i leaders religiosi, questo è un tema che li riguarda e non devono sottrarsi alla cura pastorale di persone che combattono con la disforia di genere. Essi hanno anche la grande opportunità di insegnare alle persone affidate alla loro cura pastorale una più corretta visione della persona umana, uomo e donna.

Certamente non tutti saranno preparati a questo compito, e allora sarà necessario che qualcuno si impegni nella formazione degli educatori stessi, non solo leaders religiosi, ma insegnanti e gli stessi genitori.

Data l’alta conflittualità che inevitabilmente si genera e si genererà sempre più su questi temi, sono necessari giuristi, che si occupino di difendere legalmente i medici che cercano di praticare la buona medicina e intentare causa a quelli che invece incautamente praticano transizione di genere anche su minori. Di conseguenza sarà a volte necessario anche difendere i diritti di pazienti e dei loro genitori.

Infine è necessario anche che ci siano politici che sentano la responsabilità di impegnarsi ad attuare politiche sane in questo campo.

In definitiva, nessuno è escluso dall’invito che Ryan Anderson ci fa attraverso questo interessantissimo volume. Tutti dobbiamo assumere un atteggiamento critico nei confronti dei messaggi culturali che oggi vengono diffusi su ampia scala circa la sessualità, mettere in discussione soprattutto idee che spesso sono contraddittorie irragionevoli e carenti di basi scientifiche.

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Luigi Zucaro è medico, endocrinologo. È sacerdote dal 2009. Ha conseguito il dottorato in teologia presso l’Istituto Giovanni Paolo II a Roma, dedicato agli studi sul matrimonio e la famiglia, dove in seguito ha anche ricevuto un incarico di insegnamento. È professore incaricato presso l’Istituto Pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense, oltre alla sua mansione principale come Responsabile della Funzione Bioetica dell’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” a Roma.

 

  1. Cfr A. Morris, “The advocate: Laverne Cox”, Glamour, November 2014. 

  2. Cfr John Colapinto, As Nature Made Him: The Boy Who Was Raised as a Girl, Harper Collins, 2000. 

  3. Cfr P. Mc Hugh, “Surgical Sex”, First Things, November 2004. 

  4. Ryan T. Anderson, When Harry Became Sally. Responding to the Transgender Moment. Encounter Books, 2018. (la traduzione è mia) 

  5. American Psychological Association: “Answers to your questions about transgender people, gender identity, and gender expression”. 

  6. R. Anderson, When Harry became Sally, (cit.) p. 48 (la traduzione è mia) 

  7. “Being transgender required destroying the identity of Walt so my female persona, Laura, would feel unshackled from Walt’s past, with all its hurt, shame, and abuse. It’s marvelous distraction for a while, but it isn’t a permanent solution when the underlying issues remain unaddressed” (la traduzione è mia). Tratto da Walt Heyer, “Transgender characters may win Emmys, but transgender people hurt themselves”, Federalist, Feb. 22, 2015. 

  8. R. Anderson, When Harry became Sally, (cit.) p. 48: “Sex as a status – male or female – is a recognition of the organization of a body that has the ability to engage in sex as an act” (la traduzione è mia). 

  9. Haas A. P., Rodgers P. L., Herman J., “Suicide Attempts AmongTransgender and Gender Non-conforming Adults: Findings of the National Transgender Discrimination Survey”, Williams Institute, UCLA School of Law, Jan 2014. 

  10. World Professional Association for Transgender Healt, Standars of Care for the Healt of Transexual, Transgender and Gender Nonconforming People, 7th version (2011). 




Card. Burke: Dichiarazione riguardo la ricezione della Santa Comunione da parte di coloro che persistono nel peccato grave in pubblico

Ricevo e volentieri pubblico. La traduzione del testo di Sua Eminenza Card. Raymond Leo Burke è mia.

 

Cardinale Raymond L. Burke
Cardinale Raymond L. Burke

 

Dichiarazione

Riguardo la ricezione della Santa Comunione

da parte di coloro che persistono nel peccato grave in pubblico

 

Molti cattolici e anche non cattolici che, pur non abbracciando la fede cattolica, rispettano la Chiesa cattolica per il suo insegnamento riguardante la fede e la morale, mi hanno chiesto come sia possibile per i cattolici ricevere la Santa Comunione, mentre allo stesso tempo promuovono pubblicamente e ostinatamente programmi, politiche e leggi in diretta violazione della legge morale. In particolare, chiedono come i politici e i funzionari civili cattolici che difendono e promuovono pubblicamente e ostinatamente la pratica dell’aborto su richiesta possano avvicinarsi per ricevere la Santa Comunione. La loro domanda si applica chiaramente anche a quei cattolici che promuovono pubblicamente politiche e leggi in violazione della dignità della vita umana di coloro che sono gravati da serie malattie, da bisogni speciali o da età avanzata, e in violazione dell’integrità della sessualità umana, del matrimonio e della famiglia, e in violazione della libera pratica della religione.

La questione merita una risposta, soprattutto perché tocca i fondamenti stessi dell’insegnamento della Chiesa in materia di fede e morale. Più di tutto, tocca la Santa Eucaristia, il ” sacramento della carità, … il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l’amore infinito di Dio per ogni uomo…  Gesù nel sacramento eucaristico continua ad amarci «fino alla fine», fino al dono del suo corpo e del suo sangue”. [1]

È mia speranza che i seguenti punti dell’insegnamento della Chiesa siano utili a coloro che sono giustamente confusi e anzi spesso scandalizzati dal troppo comune tradimento pubblico dell’insegnamento della Chiesa sulla fede e la morale da parte di coloro che si professano cattolici. Affronterò la questione dell’aborto procurato, ma gli stessi punti si applicano ad altre violazioni della legge morale.

 

  1. Per quanto riguarda la Santa Eucaristia, la Chiesa ha sempre creduto e insegnato che la Sacra Ostia è il Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Cristo, Dio-Figlio Incarnato. La fede della Chiesa è così espressa dal Concilio di Trento: “Poiché il Cristo, nostro Redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane [cf. Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 19s; 1 Cor 11, 24-26], era veramente il suo corpo, nella Chiesa di Dio vi fu la convinzione, e questo santo concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue” (Sessione 13, Capitolo 4). [2] Pertanto, come insegna chiaramente San Paolo nella sua Prima Lettera ai Corinzi: “Chiunque dunque mangerà il pane o berrà il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole di profanare il corpo e il sangue del Signore” (1 Cor 11, 27).
  2. La ricezione della Santa Comunione da parte di coloro che violano pubblicamente e ostinatamente la legge morale nei suoi precetti più fondamentali è una forma particolarmente grave di sacrilegio. Nelle parole del Catechismo della Chiesa Cattolica, “Il sacrilegio è un peccato grave soprattutto se commesso contro l’Eucaristia, perché in questo sacramento il vero Corpo di Cristo è reso sostanzialmente presente per noi” (n. 2120). Esso non solo merita la punizione eterna per colui che riceve indegnamente, ma costituisce un gravissimo scandalo per gli altri, cioè li induce nella falsa convinzione che si possa pubblicamente e ostinatamente violare la legge morale in una materia grave e ricevere ancora Nostro Signore nella Santa Comunione. Una persona riflessiva, di fronte a una tale situazione, deve concludere che o la Sacra Ostia non è il Corpo di Cristo o che la promozione dell’aborto procurato, per esempio, non è un peccato grave.
  3. Can. 915 del Codice di Diritto Canonico, che ripete l’insegnamento perenne e immutabile della Chiesa, prevede: “Non siano ammessi alla sacra comunione gli scomunicati o gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto”.[3]  Il rifiuto della Santa Comunione non è una sanzione ecclesiastica ma il riconoscimento dello stato oggettivamente indegno di una persona di accostarsi a ricevere la Santa Comunione. La disciplina contenuta nel can. 915 salvaguarda la santità della realtà più sacra della Chiesa, la Santa Eucaristia, impedisce alla persona che persevera ostinatamente nel peccato grave di commettere l’ulteriore gravissimo peccato di sacrilegio profanando il Corpo di Cristo, e previene l’inevitabile scandalo che deriva dall’indegna ricezione della Santa Comunione.
  4. È dovere dei sacerdoti e dei Vescovi istruire ed ammonire i fedeli che si trovano nella condizione descritta dal can. 915, affinché non si accostino a ricevere la Santa Comunione e commettano così un gravissimo sacrilegio, con conseguente danno eterno per loro stessi e, parimenti, inducano altri all’errore e persino al peccato in una materia così grave. Se una persona è stata ammonita e persevera ancora in un grave peccato pubblico, non può essere ammessa a ricevere la Santa Comunione.
  5. Chiaramente, nessun sacerdote o Vescovo può concedere il permesso di ricevere la Santa Comunione a una persona che è in pubblico e ostinato peccato grave. Non si tratta nemmeno di una discussione tra il sacerdote o il vescovo e colui che sta commettendo il peccato, ma di una questione di ammonizione riguardo alle verità di fede e di morale, da parte del sacerdote o del vescovo, e di una questione di correzione di una coscienza errata, da parte del peccatore.
  6. Papa San Giovanni Paolo II ha presentato l’insegnamento costante della Chiesa riguardo all’aborto procurato nella sua Lettera Enciclica Evangelium Vitae. Riferendosi alla consultazione dei Vescovi della Chiesa universale in materia con la sua lettera di Pentecoste del 1991, dichiarò: “Pertanto, con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi successori, in comunione con i Vescovi – che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella consultazione precendentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimemente consentito circa questa dottrina – dichiaro che l’aborto diretto, cioè  voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente.”[4]  Ha chiarito che il suo insegnamento “è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmesso dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale”. [5]
  7. A volte si sostiene che un politico cattolico può credere personalmente nell’immoralità dell’aborto, pur favorendo una politica pubblica che prevede il cosiddetto aborto “legalizzato”. Tale fu il caso, per esempio, negli Stati Uniti d’America al vertice tra alcuni teologi morali cattolici che sposavano l’errata teoria morale del proporzionalismo o consequenzialismo, e politici cattolici, tenutosi presso il complesso della famiglia Kennedy a Hyannisport, Massachusetts, nell’estate del 1964 [6]. Papa San Giovanni Paolo II risponde chiaramente a tale errato pensiero morale nella Evangelium Vitae: “Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla stessa ragione, e proclamata dalla Chiesa”.[7]  Nella sua Lettera Enciclica Veritatis Splendor, Papa San Giovanni Paolo II corregge l’errore fondamentale del proporzionalismo e del consequenzialismo. [8]
  8. Si dice talvolta che il rifiuto della Santa Comunione ai politici che perseverano ostinatamente nel peccato grave sia l’uso della Santa Comunione da parte della Chiesa per scopi politici. Al contrario, è responsabilità solenne della Chiesa salvaguardare la santità della Santa Eucaristia, impedire ai fedeli di commettere sacrilegi e prevenire lo scandalo tra i fedeli e le altre persone di buona volontà.
  9. È piuttosto il politico cattolico, che promuove pubblicamente e ostinatamente ciò che è contrario alla legge morale e tuttavia osa ricevere in maniera sacrilega la Santa Comunione, che usa la Santa Eucaristia per scopi politici. In altre parole, il politico si presenta come un cattolico devoto, mentre la verità è completamente diversa.
  10. Oltre alla negazione della Santa Comunione alle persone che violano pubblicamente e ostinatamente la legge morale, c’è anche la questione dell’imposizione o della dichiarazione di una giusta pena ecclesiastica per richiamare la persona alla conversione e per riparare lo scandalo che le sue azioni causano.
  11. Coloro che violano pubblicamente e ostinatamente la legge morale sono, come minimo, in stato di apostasia, cioè hanno effettivamente abbandonato la fede per l’ostinato rifiuto, nella pratica, di vivere in accordo con le verità fondamentali della fede e dei costumi (cfr. can. 751). Un apostata dalla fede incorre automaticamente nella pena della scomunica (cfr. can. 1364). Il suo Vescovo di tale personadeve verificare le condizioni per la dichiarazione della pena di scomunica, in cui è automaticamente incorso.
  12. Possono anche essere in eresia, se si ostinano a negare o dubitare della verità sul male intrinseco dell’aborto come “si deve credere per fede divina e cattolica” (can. 751).[8] L’eresia, come l’apostasia, comporta automaticamente la pena della scomunica (cfr. can. 1364). Anche nel caso dell’eresia, il Vescovo deve verificare le condizioni per la dichiarazione della pena di scomunica, in cui si è automaticamente incorso.

In conclusione, la disciplina della Chiesa, a partire dall’apostolo Paolo, ha costantemente insegnato la necessaria disposizione di coscienza per la ricezione della Santa Comunione. L’inosservanza della disciplina comporta la profanazione della realtà più sacra nella Chiesa – il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Cristo – , costituisce il gravissimo peccato di sacrilegio, e causa il più grave scandalo per la mancata testimonianza della verità della Santa Comunione e della verità morale, per esempio, la dignità inviolabile della vita umana, l’integrità del matrimonio e della famiglia, e la libertà di adorare Dio “in spirito e verità”. [10]

La risposta alla domanda così frequentemente postami è chiara: un cattolico che si oppone pubblicamente e ostinatamente alla verità riguardante la fede e la morale non può presentarsi a ricevere la Santa Comunione e nemmeno il ministro della Santa Comunione può dargli il Sacramento.

 

 

Raymond Leo Cardinale BURKE

Roma, 7 aprile 2021

 

[1] “[s]acramentum caritatis, … donum est Iesu Christi se ipsum tradentis, qui Dei infinitum nobis patefacit in singulos homines amorem… Eodem quidem modo in eucharistico Sacramento Iesus «in finem», usque scilicet ad corpus sanguinemque tradendum, diligere nos pergit.” Benedictus PP. XVI, Adhortatio Apostolica Postsynodalis Sacramentum caritatis, De Eucharistia vitae missionisque Ecclesiae fonte et culmine, 22 Februarii 2007, Acta Apostoliae Sedis 99 (2007) 105, n. 1. Traduzione italiana: Enchiridion Vaticanum, Vol. 24 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 2009), pp. 87 e 89, n. 105.

[2] “Quoniam autem Christus redemptor noster corpus suum id, quod sub specie panis offerebat [cf. Mt 26:26-29; Mc 14:22-25; Lc 22:19s; 1 Cor 11:24-26], vere esse dixit, ideo persuasum semper in Ecclesia Dei fuit, idque nunc denuo sancta haec Synodus declarat: per consecrationem panis et vini conversionem fieri totius substantiae panis in substantiam corporis Christi Domini nostri, et totius substantiae vini in substantiam sanguinis eius.” Heinrich Denzinger, Enchiridion symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, ed. Peter Hünermann, tr. Angelo Lanzoni e Giovanni Battista Zaccherini, 43rd ed. Bilingue (Bologna: Ediizioni Dehoniane Bologna, 2010), p. 681, n. 1642.

[3] “Can. 915  Ad sacram communionem ne admittantur excommunicati et interdicti post irrogationem vel declarationem poenae aliique in manifesto gravi peccato obstinate perseverantes.” Codice di diritto commentato, tr. Redazione di Quaderni di diritto ecclesiale, 5ª ed.  (Milano: Àncora Editrice, 2019), pp. 787-788.

[4] “Auctoritate proinde utentes Nos a Christo Beato Petro eiusque Successoribus collata, consentientes cum Episcopis qui abortum crebrius respuerunt quique in superius memorata interrogatione licet per orbem disseminati una mente tamen de hac ipsa concinuerunt doctrina – declaramus abortum recta via procuratum, sive uti finem intentum seu ut instrumentum, semper gravem prae se ferre ordinis moralis turbationem, quippe qui deliberata exsistat innocentis hominis occisio.” Ioannes Paulus PP. II, Litterae Encyclicae Evangelium vitae, “De vitae humanae inviolabili bono,” 25 Martii 1995, Acta Apostolicae Sedis 87 (1995) 472, n. 62. Traduzione italiana:: Enchiridion Vaticanum, Vol. 14 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1997), p. 1345, n. 2375.

[5] “… naturali innititur lege Deique scripto Verbo, transmittitur Ecclesiae Traditione atque ab ordinario et universali Magisterio exponitur.” Evangelium vitae, 472, n. 62. Traduzione italiana: p. 1345, n. 2375.

[6] Cf. Albert R. Jonsen, The Birth of Bioethics (New York: Oxford University Press, 1998), pp. 290-291.

[7] “Nequit exinde ulla condicio, ulla finis, ulla lex in terris umquam licitum reddere actum suapte natura illicitum, cum Dei Legi adversetur in cuiusque hominis insculptae animo, ab Eccesia praedicatae, quae potest etiam ratione agnosci.” Evangelium vitae, 472, n. 62. Traduzione italiana: pp. 1345 e 1347, n. 2376.

[8] Cf. Ioannes Paulus PP. II, Litterae Encyclicae Veritatis splendor, De quibusdam quaestionibus fundamentalibus doctrinae moralis Ecclesiae, 6 Augusti 1993, Acta Apostolicae Sedis 85 (1993) 1192-1197, nn. 74-78. Traduzione italiana: Enchiridion Vaticanum, Vol. 13 (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1995), pp. 1459, 1461, 1463, 1465, 1467, 1469, 1471, nn. 2715-2730.

[9]  “Can. 751  … fide divina et catholica credendae.” Traduzione italiana: Codice di diritto canonico commentato, p. 652.

[10] Gv 4, 23-24.

 




Covid-Lockdown: Smettetela di danneggiare i nostri figli, seguite gli studi clinici

“Lo studio di Ludvigsson smentisce le chiusure delle scuole basate su giovani che risultano positivi al COVID o che hanno lievi sintomi di COVID. L’isolamento forzato degli adolescenti attraverso le linee guida COVID dovrebbe essere ritirato immediatamente come politica nazionale per proteggere i nostri giovani dalla grave epidemia di suicidio che è molto più pericolosa per i giovani di quanto lo sia la COVID.”

Un articolo dello psichiatra Rick Fitzgibbons, pubblicato su Catholic World Report, nella mia traduzione. 

 

 

Il 20 marzo 2021, circa 10.000 persone si sono impegnate in una manifestazione a Londra per protestare contro le severe chiusure di COVID in scuole, aziende, ristoranti, bar e persino parchi giochi. Sono stato particolarmente colpito da un cartello portato da una donna che recitava “Smettetela di fare del male ai nostri bambini”.

Come psichiatra impegnato che ha sentito parlare di un numero crescente di suicidi di adolescenti da conoscenti di pazienti e amici, la dimensione di questa realtà è stata portata a casa da uno studio del 25 marzo 2021 del Boston Children’s Hospital. Si afferma che tra luglio e ottobre dell’anno scorso c’è stato un aumento del 47%, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, degli adolescenti che hanno avuto bisogno di essere ricoverati per aver pensato e aver fatto tentativi di suicidio.

In un’intervista di All Things Considered citata nello studio, la dottoressa Elizabeth Pinsky, psichiatra pediatrica del Massachusetts General Hospital, ha dichiarato:

Pensate ai giovani che conoscete che stanno attraversando il processo, del tutto normale e molto importante, di separarsi dalle loro famiglie e sviluppare un’identità al di fuori di queste… Queste identità sono un atleta, un’attrice, un amico, una persona nella comunità. E noi abbiamo tolto queste cose a questi ragazzi in un modo (che) aggredisce davvero le cose che rendono i ragazzi davvero sani. Sappiamo che i ragazzi che si dedicano allo sport, che hanno attività, che hanno buoni gruppi di coetanei, fanno meglio. Le perdite che gli adolescenti, in particolare, stanno sperimentando intorno all’identità e a chi sono nel mondo, penso sia una delle ragioni per cui stiamo vedendo un aumento dell’autolesionismo.

Ha continuato affermando: “Si ha la sensazione che forse stiamo passando a una nuova fase della pandemia, e che forse stiamo superando i giorni più bui in termini di isolamento per i bambini e alcune delle cose che stavano colpendo più duramente i bambini. E così spero che un po’ di quella speranza possa scendere dagli adulti ai bambini nei prossimi mesi”.

Questa ricerca è coerente con l’esperienza di troppe famiglie i cui figli si sono suicidati a causa del grave aumento dell’isolamento e della solitudine nella loro vita come risultato diretto delle linee guida COVID-19. Queste linee guida hanno minato la capacità degli adolescenti di mantenere un’identità sana attraverso attività essenziali legate a buone amicizie, sport, recitazione, spettacoli musicali e coinvolgimento della comunità.

Le linee guida COVID che hanno insistito sul fatto che le maschere e la chiusura delle scuole sono necessarie per proteggere i giovani sono state smentite da Jonas Ludvigsson, un professore svedese di epidemiologia clinica al Karolinska Institute di Stoccolma. La sua ricerca è stata sottoposta a peer review e pubblicata in una lettera (“Open Schools, Covid-19, and Child and Teacher Morbidity in Sweden”) nell’edizione di marzo 2021 del New England Journal of Medicine.

Ludvigsson ha studiato i bambini da 1 a 16 anni durante la prima ondata della pandemia della scorsa primavera. I bambini oggetto di studio non indossavano maschere. Solo 15 bambini sono andati in terapia intensiva – un tasso di 0,77 per 100.000, secondo il rapporto. Quattro avevano “una condizione cronica coesistente sottostante” e “nessun bambino con Covid-19 è morto”. Per quanto riguarda gli insegnanti, “meno di” 30 sono finiti in terapia intensiva durante lo stesso periodo, che è un tasso di circa 19 per 100.000.

Molti sono stati sprezzanti o addirittura antagonisti nei confronti dello studio e delle scoperte di Ludvigsson. Egli ha dichiarato in un recente articolo del New York Post che ha detto che ha perso il sonno come risultato dei “messaggi arrabbiati attraverso i social media e le e-mail” che aggredivano il suo studio. Il pezzo del Post notava che “a causa del contraccolpo che Ludvigsson ha affrontato per la sua ricerca, la Svezia prevede di aumentare le protezioni della libertà accademica nella legge…”

In breve, lo studio di Ludvigsson smentisce le chiusure delle scuole basate su giovani che risultano positivi al COVID o che hanno lievi sintomi di COVID. L’isolamento forzato degli adolescenti attraverso le linee guida COVID dovrebbe essere ritirato immediatamente come politica nazionale per proteggere i nostri giovani dalla grave epidemia di suicidio che è molto più pericolosa per i giovani di quanto lo sia la COVID.

In dieci anni, dal 2007 al 2017, il tasso di suicidio tra le persone di età compresa tra i 10 e i 24 anni è salito del 56%. Ovviamente, numerosi fattori stavano già contribuendo a questo marcato aumento della vulnerabilità dei giovani al suicidio.

Genesi 2 racconta che Dio, dopo aver posto Adamo nel giardino dell’Eden, dichiarò: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gen 2,18). Sebbene questo passaggio sia normalmente applicato al matrimonio, offre un percorso per coloro che lottano con un’intensa solitudine in ogni fase della vita. I giovani hanno bisogno di compagni in numerose attività per costruire fiducia e speranza. Gli effetti di un’intensa solitudine sono spesso negati per lunghi periodi di tempo, solo per farli emergere più tardi come depressione grave, disperazione e pensieri di suicidio.

Coloro che hanno creato le linee guida COVID hanno travisato i rischi del COVID e negato la scienza psicologica che identifica così chiaramente la necessità di relazioni di attaccamento sicuro con altri adolescenti per mantenere la salute psicologica.

Uno studio dell’Università di Harvard del novembre 2018 su oltre 5.000 adolescenti, che sono stati seguiti per più di otto anni (e controllati per molte altre variabili), ha mostrato che gli adolescenti che frequentavano almeno settimanalmente i servizi religiosi e che pregavano regolarmente – rispetto a quelli che non avevano mai frequentato i servizi religiosi – dimostravano una maggiore soddisfazione nella vita, un più forte senso della missione, praticavano di più il perdono e facevano molto più volontariato. Avevano anche minori probabilità di fare uso di droghe, iniziazione sessuale precoce, malattie sessualmente trasmissibili e risultati anormali del Pap test, così come un minor numero di partner sessuali nel corso della vita.

La depressione indotta da COVID ha anche portato a danni cognitivi di concentrazione e memoria. Alcuni adolescenti hanno riportato i benefici della meditazione durante il giorno: “Dio, ti prego, proteggi me e la mia famiglia dalla solitudine, dalla disperazione e dall’incapacità di soddisfare le richieste della vita quotidiana o di provvedere alla famiglia”.

Sono necessarie azioni immediate a livello locale, statale e federale per ammettere i gravi errori commessi con le linee guida COVID e per apportare le modifiche necessarie per proteggere i giovani (così come i loro genitori) dalla disperazione e dagli impulsi suicidi. È necessario ammettere che i nuovi ceppi di COVID non hanno aumentato i tassi di mortalità nei soggetti di età inferiore ai 70 anni; ci deve essere una mossa concertata per aprire scuole, parchi giochi, campi di atletica e luoghi di lavoro. Dobbiamo agire in modo responsabile e immediato per proteggere i giovani dall’epidemia di disperazione e impulsi suicidi.

Rick Fitzgibbons, M.D. psichiatra, è il direttore dell’Institute for Marital Healing fuori Filadelfia, ha lavorato con centinaia di coppie negli ultimi 40 anni e ha scritto Habits for a Healthy Marriage: A Handbook for Catholic Couples (Ignatius Press, 2019). Con p. John Harvey, O.S.F.S., il fondatore di Courage, ha tenuto numerose conferenze a sacerdoti, religiosi e seminaristi sugli approcci spirituali e psicologici alla loro vita casta e al superamento di tentazioni e comportamenti sessuali. Nel 2019, Forgiveness Therapy: An Empirical Guide for Resolving Anger and Restoring Hope (APA Books, 2014), di cui è coautore con Robert Enright, Ph.D., ha ricevuto il Benedict XVI Award for Expanded Reason in Research. Ha scritto numerosi articoli sulla crisi nella Chiesa.

 

 




Free as a bird (…sed libera nos…)

Manifestazione presso la Loggia del Lionello a Udine
Manifestazione presso la Loggia del Lionello a Udine

 

di Jacob Netesede

 

Un giovane cattolico che, fin dall’infanzia, percepisca intorno a sé pregiudizi e atteggiamenti negativi – espressi in forma implicita o esplicita – nei confronti della fede in Gesù Cristo morto e risorto, può essere indotto a interiorizzare (e cioè ‘credere fermamente a’) parte di tale complesso di pregiudizi sociali, finendo non solo per costruirsi un’immagine di sé negativa proprio in quanto cattolico, ma sviluppando anche atteggiamenti di rifiuto verso gli altri cattolici e il cattolicesimo?

Può capitare.

Esci dal catechismo -dove sei costretto dalla mamma ad andare- e i rapper, i trapper, i cantanti, i tuoi eroi del grande fratello vip, molti amici a scuola, oltre che la maggioranza dei professori, i giornali e le riviste, le modelle su instagram e le influencer su facebook, i calciatori e i divi di hollywood, oltre che i telefilm e le serie tv,  i fumetti e le mostre al museo di arte contemporanea, gli sceneggiatori di videogiochi e il pusher di fiducia dei più grandi della compagnia… insomma, esci dal catechismo e il mondo in cui passeggi, in modo implicito o esplicito, si fa beffe di alcune cosucce, tipo castità, verginità, sacramento eucaristico, offerta sacrificale, digiuni e fioretti, nonché del porgilaltraguancia, del amailtuonemico del vendituttoeseguimi.

E poi, magari, finisce che non sei più tanto sicuro di quel che avevi sentito a catechismo.

E quindi?

Ti lamenti forse?! Ma no!

E fai la vittima perché ti hanno costretto a interiorizzare sentimenti negativi?! Eh no!

Un bravo selfmadeboy, non si lamenta ma è contento, perché è finalmente libero!

Libero di sputare sugli insegnamenti di quella triste catechista e di quel prete.

Libero di godere (senza ingravidare!), libero di mangiare (magari vegan), libero di fumare (senza conseguenze!), libero di comprare (nuovi videogiochi, nuovi videotelefonini, nuove videocamere, nuovi videoclip musicali o hardcore), libero di giocare (magari al videopoker o online), libero di abusare di tutte quelle cose che rendono dipendenti mamma e papà (lavoro, porno, soldi, alcoolici, droghe, followers, retwitt, mipiace, smartphone…) ma che certamente non renderanno dipendente te, giovane-giovane, che sei libero, ma libero-libero!

Per questa libertà, caro giovane, segui l’esempio del maestro fornaciari (in cattedra “zucchero”) e ringrazia chi ti ha salvato dall’azione cattolica; segui l’esempio dei maestri lucia  (in cattedra “fedez”) e aleotti (“j-ax”) e coerentemente urla che “l’esclusiva all’incoerenza è solo della Santa Sede”, segui l’esempio del maestro giambelli (in cattedra “emis killa”) e ribadisci come “tutti i nostri taboo siano dovuti alla chiesa, abbiamo il Vaticano in Italia”.

Tu sei finalmente libero!

Caro giovane che sei libero di manifestare, puoi farlo con uno striscione come quello a commento di questo breve testo, esposto nella centralissima Loggia del Lionello a Udine: «Clito ride dove Chiesa brucia».

Questa sì che è libertà!

E brucino gli oscuri nemici di questo bene prezioso.

I tuoi maestri devono poter parlare liberamente!

Del resto è un mondo libero, che può, ad esempio, liberamente trascurare il fatto che “close to 800 000 people die due to suicide every year, which is one person every 40 seconds“.

È un mondo libero che esercita liberamente per 40 milioni di volte all’anno il libero diritto di abortire.

È un mondo libero che lascia la libertà a 11 milioni di persone ogni anno di morire -liberamente!- di fame.

È un mondo libero dove oltre 70,8 milioni di persone sono state costrette -liberamente- a lasciare la propria casa a causa di conflitti e persecuzioni.

Stai solo attento a -liberamente- indossare la mascherina mentre sei solo alla guida della tua auto… per il resto, L I B E R O.

E quindi, con tutta questa libertà, giovane, non ti lamentare, non fare la vittima: godi del fatto che qualcuno ti abbia liberato dalla soffocante morale cattolica, che da bambino stava per ghermirti.

Quella che ti faceva pensare che la vita è sacra dal concepimento… no! Aborto libero!

Quella che ti spingeva alla castità… no sesso libero! Da solo o a gruppi misti variabili.

Quella che ti indottrinava al sistema binario maschio femmina… no! Gender fluid per 53 libere e magnifiche versioni.

Quella che ti incastrava nella fedeltà… no! Revenge porn e ognilasciataèpersa!

Quella che ti stringeva nella temperanza… no! Alcool, afterhour, riccanza e spaccatutto!

Insomma, giovane che rischiavi di non goderti la vita e rimanere cattolico, ringrazia i pregiudizi e gli atteggiamenti negativi che ti hanno fatto odiare o ti hanno reso indifferente Gesù Cristo!

Ti hanno liberato!

Un’ultima domanda.

Un gay o una lesbica che fin dall’infanzia percepisca intorno a sé pregiudizi e atteggiamenti negativi – espressi in forma implicita o esplicita – nei confronti dell’omosessualità può essere indotto a interiorizzare (e cioè ‘credere fermamente a’) parte di tale complesso di pregiudizi sociali, finendo non solo per costruirsi un’immagine di sé negativa proprio in quanto omosessuale, ma sviluppando anche atteggiamenti di rifiuto e omofobi verso gli altri omosessuali?

Dicono di sì.

E che è una cosa brutta brutta.

Che quella invece non ti libera, occorre combatterla -anche per legge- e si chiama, secondo la Treccani, da cui traggo la domanda, omofobia.

Ma dai è chiarissimo!

Se qualcuno ti induce idee negative su Cristo, ti libera.

Se qualcuno ti induce idee negative sull’omosessualità, ti violenta.

W la libertà?

 

 

 

Inutile postfazione a mo’ di dialogo tra L.D. (legittimo domandante) e R.R. (reazionario rispondente).

L.D.: Ma quindi, brutto omofobo, stai insinuando che forse il DDL Zan non serva?

R.R.: Non serve ed è dannoso.

L.D.: E perché mai, brutto odiatore seriale che non sei altro?

R.R.: Perché la libertà è sempre connessa alla verità. E la verità è connessa alla natura delle persone e delle cose.

L.D.: Senti, razza di arrogante, divisivo retrogrado, che sciocchezze vai blaterando?

R.R.: Per natura credo si nasca con cromosoma XX o XY. Ti senti libero quando sei soddisfatto; e ti liberano quelle cose che ti fanno bene, non quelle che ti rovinano. Non gusti la libertà nel poterti liberamente tirare una martellata sugli stinchi…

L.D.: Quelli come te, senza misericordia e con un pensiero triste ed ottuso, impediscono al mondo di progredire e correre verso la modernità! Tu sei il nemico della libertà altrui!

R.R.: Chiedo per un amico: che cos’è la libertà? (Semi cit.).

…ma di solito, a certe domande non si risponde. Vero caro Pilato, che resti seduto mentre ti disfano il mondo?

 

 




Card. Zen: “Dolore e indignazione invadono il mio cuore: Hanno vietato le messe private a S. Pietro!?”

Card. Joseph Zen Ze-kiun

 

 

Lettera aperta al cardinale Sarah

A Sua Eminenza

Carta. Roberto Sarah

Cara Eminenza,

Dolore e indignazione invadono il mio cuore a sentire certe notizie incredibili: Hanno vietato le messe private a S. Pietro!?

Se non fosse per le restrizioni imposte dal Coronavirus, prenderei il primo volo per venire a Roma e mettermi in ginocchio davanti alla porta di Santa Marta (ora residenza Papale) fino a quando il Santo Padre non avrà ritirato questo editto.

Era la cosa che rafforzava di più la mia fede ogni volta che venivo a Roma: esattamente alle sette in punto sarei entrato in sacrestia (dove quasi sempre avrei incontrato quell’uomo santo, l’arcivescovo, poi cardinale Paolo Sardi); sarebbe venuto un giovane prete avanti e mi aiuterebbero a vestirmi con i paramenti, e poi mi portano ad un altare (nella basilica corretta o nelle grotte, che per me non farebbe alcuna differenza, eravamo a S. Basilica di Pietro! ). Penso che queste fossero le messe che, nella mia vita, ho celebrato con più fervore ed emozione, talvolta con lacrime che pregavano per i nostri martiri viventi in Cina (ora abbandonati e spinti nel seno della chiesa scismatica dalla ′′ Santa Sede ′′ (come quel documento del giugno 2020 è stato presentato senza firme e senza le revisioni della Congregazione per la Dottrina) ..

È giunto il momento di ridurre l’eccessivo potere della segreteria di Stato. Rimuovi queste mani sacrileghe dalla casa comunale per tutti i Fedeli del mondo! Lascia che si accontentino di giocare alla diplomazia mondana con il padre della menzogna. Che facciano la segreteria di stato “una tana di ladri “. Ma lasciate stare i devoti di Dio!

“Era notte!” (Giovanni 13:30)

Tuo fratello

Giuseppe Zen, SDB

 

Fonte: profilo personale Facebook del card. Joseph Zen

 

 




Il card. Sarah chiede al papa di ritirare il divieto delle messe “individuali” in San Pietro.

Rilancio la lettera del card. Robert Sarah che in esclusiva è stata pubblicata sul blog di Sandro Magister.

 

Card.-Robert-Sarah
Card. Robert Sarah

 

 

OSSERVAZIONI SULLE NUOVE NORME PER LE MESSE IN SAN PIETRO

 

di Robert Card. Sarah

Vorrei spontaneamente aggiungere la mia voce a quella dei cardinali Raymond L. Burke, Gerhard L. Müller e Walter Brandmüller, i quali hanno già espresso il proprio pensiero riguardo alla disposizione emanata il 12 marzo scorso dalla segreteria di Stato vaticana, che proibisce la celebrazione individuale dell’Eucaristia sugli altari laterali della basilica di San Pietro.

I menzionati confratelli cardinali hanno già rilevato parecchie problematiche legate al testo della segreteria di Stato.

Il cardinale Burke ha messo in evidenza, da eccellente canonista qual è, i notevoli problemi giuridici, oltre a fornire altre utili considerazioni.

Il cardinale Müller ha ugualmente rimarcato un certo difetto di competenza, ossia di autorità, da parte della segreteria di Stato nell’emanare la decisione in parola. Sua Eminenza, che è un celebre teologo, ha fatto anche qualche rapido ma sostanzioso cenno ad alcune questioni teologiche rilevanti.

Il cardinale Brandmüller si è concentrato sulla questione della legittimità di un tale uso dell’autorità ed ha anche ipotizzato – in base alla sua sensibilità di grande storico della Chiesa – che la decisione sulle Messe in basilica potrebbe rappresentare un “ballon d’essai” in vista di future decisioni che potrebbero interessare la Chiesa universale.

Se questo fosse vero, risulta ancora più necessario che sia noi vescovi, sia i sacerdoti, sia il santo popolo di Dio facciamo sentire rispettosamente la nostra voce. Propongo quindi di seguito alcune brevi riflessioni.

*

1. Il Concilio Vaticano II ha certamente manifestato la preferenza della Chiesa per la celebrazione comunitaria della liturgia. La costituzione “Sacrosanctum concilium” insegna al n. 27: “Ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria caratterizzata dalla presenza e dalla partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata”.

Immediatamente dopo, nello stesso paragrafo, i padri conciliari – forse prevedendo l’uso che delle loro parole si sarebbe potuto fare dopo il Concilio – aggiungono: “Ciò vale soprattutto per la celebrazione della Messa, benché qualsiasi Messa abbia sempre un carattere pubblico e sociale, e per l’amministrazione dei sacramenti”. La Messa, quindi, anche se celebrata dal solo sacerdote, non è mai un atto privato e tantomeno rappresenta per ciò stesso una celebrazione poco dignitosa.

Va aggiunto, per inciso, che possono esserci concelebrazioni poco dignitose e poco partecipate e celebrazioni individuali molto decorose e ben partecipate, dipendendo ciò sia dall’apparato esterno sia dalla devozione personale tanto del celebrante quanto dei fedeli, quando presenti. Il decoro della liturgia non si ottiene quindi in modo automatico semplicemente vietando la celebrazione individuale della Messa e imponendo la concelebrazione.

Nel decreto “Presbyterorum ordinis”, poi, il Vaticano II insegna: “Nel mistero del sacrificio eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l’opera della nostra redenzione e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli” (n. 13).

Non solo qui si conferma che, anche quando il sacerdote celebra senza il popolo, la Messa resta un atto di Cristo e della Chiesa, ma se ne raccomanda pure la celebrazione quotidiana. San Paolo VI, nell’enciclica “Mysterium fidei”, riprese entrambi questi aspetti e li confermò con parole ancora più incisive: “Se è sommamente conveniente che alla celebrazione della Messa partecipi attivamente gran numero di fedeli, tuttavia non è da riprovarsi, anzi da approvarsi, la Messa celebrata privatamente, secondo le prescrizioni e le tradizioni della santa Chiesa, da un sacerdote col solo ministro inserviente; perché da tale Messa deriva grande abbondanza di particolari grazie, a vantaggio sia dello stesso sacerdote, sia del popolo fedele e di tutta la Chiesa, anzi di tutto il mondo, grazie che non si possono ottenere in uguale misura mediante la sola comunione” (n. 33). Tutto ciò è riconfermato dal can. 904 del Codice di Diritto Canonico.

In sintesi: quando possibile, si preferisce la celebrazione comunitaria, ma la celebrazione individuale da parte di un sacerdote rimane opera di Cristo e della Chiesa. Il magistero non solo non la proibisce, ma la approva, e raccomanda ai sacerdoti di celebrare la Santa Messa ogni giorno, perché da ogni Messa sgorga una grande quantità di grazie per il mondo intero.

*

2. A livello teologico, esistono almeno due posizioni attualmente mantenute dagli esperti, riguardo alla moltiplicazione del frutto di grazia dovuto alla celebrazione della Messa.

Secondo un’opinione che si è sviluppata nella seconda metà del Novecento, che dieci sacerdoti concelebrino la stessa Messa, oppure che celebrino individualmente dieci Messe, non fa alcuna differenza quanto al dono di grazia che viene da Dio offerto alla Chiesa ed al mondo.

L’altra opinione, che si basa tra gli altri sulla teologia di san Tommaso d’Aquino e sul magistero particolarmente di Pio XII, sostiene al contrario che concelebrando una sola Messa si riduce il dono di grazia, perché “in più Messe si moltiplica l’oblazione del sacrificio e quindi si moltiplica l’effetto del sacrificio e del sacramento” (Summa Theologiae, III, q. 79, a. 7 ad 3; cf. q. 82, a. 2; cf. anche Pio XII, “Mediator Dei”, parte II; Allocuzione del 2.11.1954; Allocuzione del 22.9.1956).

Non intendo dirimere qui la questione di quale delle due tesi sia più credibile. La seconda tesi ha comunque dalla sua parte parecchie ragioni favorevoli e non dovrebbe essere ignorata. Va tenuto presente che vi è come minimo la seria possibilità che, costringendo i sacerdoti a concelebrare e quindi riducendo il numero di Messe celebrate, si verifichi una diminuzione del dono di grazia fatto alla Chiesa e al mondo. Se così fosse, il danno spirituale sarebbe incalcolabile.

E bisogna aggiungere che, oltre agli aspetti oggettivi, dal punto di vista spirituale ferisce anche il tono perentorio con cui il testo della segreteria di Stato stabilisce che “siano soppresse le celebrazioni individuali”. In un’affermazione posta in tal modo si avverte, particolarmente nella scelta del verbo, una sorta di inusitata violenza.

*

3. A causa delle disposizioni che sono state pubblicate, i sacerdoti che volessero celebrare la Messa secondo la forma ordinaria del rito romano saranno ora costretti a concelebrare.

Anche il forzare i sacerdoti a concelebrare è un fatto singolare. I sacerdoti sono i benvenuti a concelebrare se lo desiderano, ma si può imporre loro la concelebrazione? Si dirà: se non vogliono concelebrare, vadano altrove! Ma è questo lo spirito accogliente della Chiesa che noi vogliamo incarnare? È questo il simbolismo espresso dal colonnato del Bernini antistante la basilica, che idealmente rappresenta le braccia spalancate della Madre Chiesa che accoglie i suoi figli?

Quanti sacerdoti vengono a Roma in pellegrinaggio! È del tutto normale che costoro, anche se non hanno un gruppo di fedeli al seguito, nutrano il sano e bel desiderio di poter celebrare Messa in San Pietro, magari sull’altare dedicato a un santo per il quale nutrono speciale devozione. Da quanti secoli la basilica accoglie tali sacerdoti? E perché ora non vuole più accoglierli, a meno che non accettino l’imposizione della concelebrazione?

D’altro canto, di sua natura la concelebrazione – per come fu pensata e approvata dalla riforma liturgica di Paolo VI – è piuttosto una concelebrazione dei presbiteri con il vescovo, che non (almeno ordinariamente, quotidianamente) una concelebrazione di soli presbiteri. A margine annoterei che simile imposizione avviene mentre l’umanità sta combattendo contro il Covid-19, il che rende meno prudente concelebrare.

*

4. Cosa faranno quei sacerdoti che vengono a Roma e non conoscono l’italiano? Come faranno a concelebrare in San Pietro, dove le concelebrazioni si tengono solo in lingua italiana? D’altro canto, anche se si decidesse una correzione su questo, ammettendo l’uso di tre o quattro lingue, ciò non potrebbe mai coprire il vastissimo numero di lingue in cui resta possibile celebrare la Santa Messa.

I tre confratelli cardinali di cui sopra hanno già citato il can. 902 del Codice di Diritto Canonico, che si rifà a “Sacrosanctum concilium” n. 57, il quale garantisce ai sacerdoti la possibilità di celebrare personalmente l’Eucaristia. E anche a questo proposito sarebbe triste se si dicesse: vogliono avvalersi di tale diritto? vadano altrove!

Vorrei aggiungere ancora il richiamo al can. 928: “La celebrazione eucaristica venga compiuta in lingua latina o in altra lingua, purché i testi liturgici siano stati legittimamente approvati”.

Questo canone prevede, innanzitutto, che si celebri Messa anche in latino. Ma questo ora non può essere fatto nella basilica, se si eccettua la celebrazione in forma straordinaria, su cui tornerò più avanti.

In secondo luogo, il canone prevede che si possa celebrare in altra lingua, se i relativi libri liturgici sono stati approvati. Ma neanche questo ora può essere fatto in San Pietro, a meno che il celebrante non abbia un gruppo di fedeli con sé, nel qual caso, seguendo le nuove norme, egli sarà comunque dirottato nelle Grotte vaticane, rimanendo così l’italiano l’unica lingua ammessa in basilica.

La basilica di San Pietro dovrebbe essere d’esempio per la liturgia di tutta la Chiesa. Ma con queste nuove regole si impongono dei criteri che in nessun altro luogo sarebbero tollerati, in quanto violano tanto il buon senso quanto le leggi della Chiesa.

Ad ogni modo, non si tratta solo di leggi, non trattandosi qui di mero formalismo. Oltre al rispetto, pur doveroso, dei canoni, qui sono in gioco il bene della Chiesa e anche il rispetto che la Chiesa ha sempre avuto per le legittime varietà. La scelta da parte di un sacerdote di non concelebrare è legittima e andrebbe rispettata. E la possibilità di poter celebrare individualmente la Messa dovrebbe essere garantita in San Pietro, dato il diritto comune ma anche l’altissimo valore simbolico della basilica per tutta la Chiesa.

*

5. Le decisioni assunte dalla segreteria di Stato danno luogo anche a un’eterogenesi dei fini. Ad esempio, non sembra che il testo miri a un ampliamento dell’uso della forma straordinaria del rito romano, la cui celebrazione viene relegata, dalle recenti disposizioni, nelle Grotte sottostanti la basilica.

Ma in base alle nuove regole, cosa dovrebbe fare un sacerdote che desiderasse legittimamente continuare a celebrare la Messa individualmente? Egli non avrebbe altra scelta che celebrarla nella forma straordinaria, dato che gli viene impedito di celebrare individualmente nella forma ordinaria.

Perché viene vietato di celebrare la Messa di Paolo VI in forma individuale nella basilica di San Pietro, quando – come sopra riportato – lo stesso papa Montini nella “Mysterium fidei” ha approvato questo modo di celebrare?

*

6. Quella dei sacerdoti che ogni mattina si alternano agli altari della basilica per offrire il santo sacrificio della Messa è una consuetudine antica e veneranda. Era davvero necessario infrangerla? Simile decisione produce davvero un più grande bene per la Chiesa e un maggiore decoro nella liturgia?

Quanti santi hanno, nell’arco dei secoli, perpetuato questa bella tradizione! Pensiamo ai santi che lavoravano a Roma, o che venivano per un periodo nella Città Eterna. Essi normalmente si recavano in San Pietro per celebrare. Perché negare ai santi di oggi – che grazie a Dio esistono, sono in mezzo a noi e visitano Roma almeno ogni tanto – nonché a tutti gli altri sacerdoti una simile esperienza, così profondamente spirituale? In base a quale criterio e per quale ipotetico progresso si spezza una tradizione plurisecolare e si nega a tanti di celebrare Messa in San Pietro?

Se lo scopo è – come recita il documento – che le celebrazioni “siano animate liturgicamente, con l’ausilio di lettori e di cantori”, tale risultato poteva facilmente ottenersi con un minimo di organizzazione, in modo meno drammatico e soprattutto meno ingiusto. Il Santo Padre tante volte si è rammaricato dell’ingiustizia presente nel mondo odierno. Per enfatizzare questo insegnamento, Sua Santità ha creato addirittura un neologismo, quello della “inequità”. La recente decisione della segreteria di Stato è espressione di equità? È espressione di magnanimità, di accoglienza, di sensibilità pastorale, liturgica e spirituale?

Siccome ho parlato dei santi che hanno celebrato in San Pietro, non dimentichiamoci che la basilica custodisce le reliquie di molti di loro e parecchi altari sono dedicati al santo di cui custodiscono i resti mortali. Le nuove disposizioni stabiliscono che non si possa più celebrare su tali altari. Il massimo consentito è una sola Messa all’anno, nel giorno in cui ricorre la memoria liturgica di quel santo. In questo modo, tali altari sono quasi condannati a morte.

Il ruolo principale, per non dire unico, di un altare, è infatti che su di esso si offra il sacrificio eucaristico. La presenza delle reliquie dei santi sotto gli altari ha un valore biblico, teologico, liturgico e spirituale di tale portata, che non c’è bisogno neanche di farvi cenno. Con la nuova normativa, gli altari di San Pietro sono destinati a fungere, eccetto un giorno all’anno, soltanto da tombe di santi, se non da mere opere d’arte. Quegli altari, invece, devono vivere e la loro vita è la celebrazione quotidiana dalla Santa Messa.

*

7. Singolare è anche la decisione che riguarda la forma straordinaria del rito romano. Da oggi in poi, essa – nel numero massimo di quattro celebrazioni quotidiane – è consentita esclusivamente nella Cappella Clementina delle Grotte vaticane ed è del tutto vietata su qualunque altro altare della basilica e delle Grotte.

Si precisa persino che simili celebrazioni saranno svolte solo da sacerdoti “autorizzati”. Questa indicazione, oltre a non rispettare le norme contenute nel Motu Proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI, è anche ambigua: chi dovrebbe autorizzare quei sacerdoti? Per quale ragione non si dovrebbe mai più poter celebrare la forma straordinaria in basilica? Quale pericolo essa rappresenta per la dignità della liturgia?

Immaginiamo che un giorno si presenti in sacrestia a San Pietro un sacerdote cattolico di rito diverso dal rito romano. Di certo non gli si potrebbe imporre di concelebrare nel rito romano, dunque c’è da chiedersi: potrebbe quel sacerdote celebrare nel suo rito? La basilica di San Pietro rappresenta il centro della cattolicità, quindi viene spontaneo pensare che una tale celebrazione sarebbe permessa. Ma se una celebrazione effettuata secondo uno degli altri riti cattolici può essere svolta, per l’uguaglianza dei diritti bisognerebbe a maggior ragione riconoscere ai sacerdoti di rito romano la libertà di celebrare nella forma straordinaria di esso.

Per tutti i motivi qui esposti e per altri ancora, assieme a uno sconfinato numero di battezzati (molti dei quali non vogliono o non possono manifestare il proprio pensiero) supplico umilmente il Santo Padre di disporre il ritiro delle recenti norme emanate dalla segreteria di Stato, le quali mancano tanto di giustizia quanto di amore, non corrispondono alla verità né al diritto, non facilitano ma piuttosto mettono in pericolo il decoro della celebrazione, la partecipazione devota alla Messa e la libertà dei figli di Dio.

Roma, 29 marzo 2021

 

 




Lo scisma incombe: Papa Francesco e la Chiesa volutamente ribelle in Germania

Sulla gravosa questione del potenziale scisma tedesco, ecco l’opinione molto interessante di padre padre Raymond J. de Souza, direttore fondatore della rivista Convivium, pubblicato sul National Catholic Register, nella mia traduzione.

 

Georg Bätzing, vescovo di Limburg, -e-Papa-Francesco
Georg Bätzing, vescovo di Limburg, -e-Papa-Francesco

 

Nel marzo 2013, Papa Francesco ha parlato di quanto vorrebbe una “Chiesa povera per i poveri”. Al suo ottavo anniversario, è la più ricca di tutte le chiese locali che minaccia di divorare il suo intero pontificato. 

Il Santo Padre ha iniziato il suo nono anno con un altro tentativo di tenere a freno la Chiesa ribelle in Germania. Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ha dichiarato che la Chiesa non ha il potere di benedire le unioni omosessuali.

Il cardinale Blase Cupich, il principale interprete delle priorità pastorali del Santo Padre nell’episcopato statunitense, ha detto che non c’era “nulla di nuovo” nella dichiarazione della CDF. Eppure ha creato una tempesta di fuoco in Germania, con centinaia di teologi e alcuni vescovi che hanno espresso il loro disaccordo. Negli Stati Uniti, l’accusa contro la CDF è stata guidata dalla rivista dei gesuiti America.

In effetti, il corrispondente da Roma di America (la rivista dei gesuiti americani, ndr), Gerard O’Connell, si è dato molto da fare per suggerire che in qualche modo Papa Francesco non intendeva veramente ciò che la CDF ha detto, nonostante abbia dato il suo “assenso” pubblico e ufficiale alla sua pubblicazione. 

Gli sforzi di O’Connell sono diventati leggermente esilaranti quando ha sostenuto che il divieto del 12 marzo sulle Messe nella Basilica di San Pietro rifletteva certamente ciò che Papa Francesco desiderava devotamente, sebbene [il testo] non avesse alcun riferimento a lui, mentre la dichiarazione della CDF del 15 marzo dovrebbe essere messa in dubbio, nonostante il Santo Padre l’abbia esplicitamente approvata. O’Connell è lo stenografo de facto della corte papale, trasmettendo in modo affidabile il consenso di coloro che circondano Papa Francesco.

Le spiegazioni reciprocamente contraddittorie offerte indicano il livello di ansia in quei circoli. C’è ansia perché la grande scommessa progressista del pontificato di Papa Francesco sembra essere fallita.

Mentre inizialmente esprimeva il desiderio di una “Chiesa povera per i poveri”, il Santo Padre ha perseguito l’agenda a lungo desiderata dalle Chiese ricche. 

Ha aperto tre questioni chiave care alle ricche Chiese locali d’Europa, prima fra tutte la Germania: La Santa Comunione per i divorziati civili e risposati; l’autorità sulle traduzioni liturgiche; e una maggiore autorità dottrinale per le conferenze episcopali nazionali. Tutti e tre sono stati avanzati sotto la bandiera della “sinodalità”. Tutte e tre le questioni erano state definitivamente risolte da San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, in Familiaris Consortio, Liturgium Authenticam e Apostolis Suos, tutte in un modo che non piaceva all’ala liberale della maggioranza dei vescovi tedeschi. Le crescenti Chiese locali nel sud del mondo – le vere Chiese povere – avevano poco interesse nell’agenda tedesca che guardava verso l’interno.

La scommessa di Francesco era che nel portare avanti l’agenda della “Chiesa ricca per i ricchi”, Papa Francesco potesse essere in grado di infondere un po’ di vita evangelica nelle morenti Chiese d’Europa. Quindi ha taciuto anche su pratiche che violano palesemente tutto il suo spirito poverello, come la pratica tedesca di negare i sacramenti, compreso il funerale in chiesa, a coloro che non pagano la tassa annuale sulla chiesa. Nel 2019, quella tassa ha generato quasi 8 miliardi di dollari di entrate per la Chiesa tedesca. 

L’episcopato tedesco ha evidentemente giudicato i gesti accomodanti di Papa Francesco come troppo deboli dopo 35 anni di rapporti con le ferme prese di posizione di Giovanni Paolo e Benedetto. Hanno intascato le concessioni fatte dal Santo Padre e hanno deciso di premere per ottenere il massimo vantaggio. Da qui il “cammino sinodale“, che è ora in corso in Germania. Non c’è alcun mistero su dove porterà il cammino: cambiamenti nell’insegnamento della Chiesa su matrimonio, divorzio, omosessualità e contraccezione; cambiamenti nell’insegnamento sugli ordini sacri; e la diminuzione dell’autorità dei vescovi nel governare la Chiesa. 

La scommessa tedesca del Santo Padre è fallita. Ha condotto con una mano aperta e ha ricevuto in cambio un pugno chiuso. Non è disposto ad andare dove la maggioranza dei vescovi tedeschi sta andando.

Ora la tanto temuta e tanto evitata catastrofe post-conciliare è a portata di mano: lo scisma. Nell’agitazione che spesso segue i concili ecumenici, aggravata dallo sconvolgimento sociale e culturale della fine degli anni ’60, la sfida affrontata da San Paolo VI, San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era di prevenire lo scisma. Si temeva da parte dei “progressisti”, dato che le energie passionali erano in ebollizione. Attraverso una serie di decisioni abili e coraggiose, dall’Humanae Vitae e il Credo del popolo di Dio, al Catechismo della Chiesa Cattolica e alla Veritatis Splendor, i timonieri mantennero la Chiesa unita nella verità di Cristo, attraverso le tempeste.

L’unica divisione è stata una minore in termini di numeri, con i seguaci dell’arcivescovo Marcel Lefebvre che si sono spostati in una situazione canonica irregolare, ma non scismatica. Quella situazione è stata, in gran parte, praticamente risolta con gesti generosi sia da parte di Benedetto XVI che di Papa Francesco.

Nel frattempo, il locus germanico del dissenso progressista è stato paziente, aspettando forse un papa dai “confini della terra” che ritenevano di poter manipolare e intimidire. 

Ma papa Francesco non è uno sciocco. Conosce la posta in gioco e sa che tutta la sua agenda e l’eredità del suo pontificato sono in bilico. Se lo scisma dovesse avvenire sotto i suoi occhi, le sue priorità di “sinodalità” e “discernimento” saranno completamente screditate nella pratica, anche se non sono del tutto responsabili dell’ammutinamento tedesco. Un papa che presiede allo scisma è un papa fallito davanti al giudizio che ogni supremo pastore della Chiesa deve affrontare.

Ecco perché Papa Francesco ha reso abbondantemente chiaro che il “Cammino sinodale” tedesco è inaccettabile e deve essere abbandonato come originariamente formulato. Il Santo Padre ha scritto una lunga e pungente lettera alla Chiesa in Germania nel giugno 2019, avvertendola che il loro percorso avrebbe finito per “moltiplicare e alimentare i mali che voleva superare.”

E’ seguita una lettera del cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, ai vescovi tedeschi nel settembre 2019, affermando categoricamente che i piani sinodali non erano “ecclesiologicamente validi”. Il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi ha stabilito allo stesso tempo che la presunta “natura vincolante” del progetto tedesco era una fantasia giuridica, in quanto nessuno poteva dare, tanto meno aveva dato, tale autorità al “percorso sinodale”.

Un anno dopo, mentre i tedeschi non prestavano alcuna attenzione alle obiezioni del Santo Padre, il presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, il cardinale Kurt Koch, ha rivelato che il Santo Padre aveva espresso gravi preoccupazioni sulla direzione generale della Chiesa in Germania.

Ora la CDF ha pesato sulla pratica di benedire le unioni omosessuali, già illecitamente in corso in alcune parrocchie tedesche, e certamente sarà una delle decisioni del “percorso sinodale vincolante”.

Papa Francesco ha così ingaggiato la battaglia per la Germania con notevole vigore. I responsabili del “cammino sinodale” tedesco hanno trattato i suoi interventi con disprezzo e disdegno, e hanno ignorato del tutto le sue suppliche per l’unità cattolica nella dottrina e nella disciplina. Il nono anno del pontificato di Francesco sarà consumato dalle conseguenze di questa contumacia.

 

 




Padre Pokorsky: “La patologica riluttanza della gerarchia a invocare i Comandamenti mina l’autorità morale dei vescovi”

“Ma i nemici dei Comandamenti non sono sempre secolari. Si possono trovare anche all’interno della Chiesa, usando la manipolazione del linguaggio. Infatti è raro sentire un qualsiasi pastore della Chiesa invocare la legge di Dio come una ragione per evitare un comportamento peccaminoso. In larga misura, le autorità della Chiesa hanno permesso la decostruzione sostituendo i Comandamenti con un vocabolario burocratico “non giudicante” per compiacere la sensibilità contemporanea.”

Un articolo di padre Jerry Pokorsky, pubblicato su Catholic Culture. Ve lo propongo nella mia traduzione. 

 

vescovi

 

I dieci comandamenti rappresentano le leggi immutabili di Dio. L’obbedienza a Gesù e al Suo nome porta la salvezza: “Chi crede in Lui non è condannato; chi non crede è già condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unico Figlio di Dio.” (Gv. 3:18) I Comandamenti, adempiuti in Gesù, formano la “struttura scheletrica” della moralità cristiana. La nostra risposta virtuosa forma i muscoli, i tendini e la carne. Ma noi rimaniamo in conflitto con noi stessi a causa delle nostre inclinazioni peccaminose, mentre i Comandamenti provocano un conflitto con il mondo e all’interno della Chiesa.

I nemici secolari dei Comandamenti – i sostenitori della moderna correttezza politica – all’inizio insistevano: “Non imponetemi la vostra moralità!” Naturalmente, ogni legge – dalle leggi sul traffico ai regolamenti del fisco – fa esattamente questo, regolando le regole di comportamento della società. L’ideologia pro-choice (a favore dell’aborto, ndr) mirava a sostituire la struttura morale dei Comandamenti – e di Gesù – con una struttura anormale di degradazione morale. La mossa successiva è stata quella di rimproverare la loro opposizione con calunnie come: “L’odio non è un valore di famiglia”. Così ci siamo ritirati collettivamente, temendo di essere giudicanti, ci siamo scusati educatamente dalla battaglia culturale e abbiamo lasciato che il male si inasprisse. Con poca o nessuna opposizione, le élite secolari hanno preso il controllo delle comunità, delle scuole e del governo, superandoci nel nostro letargo “vivi e lascia vivere”.

Siamo sull’orlo della fase finale: L’imposizione di leggi ingiuste che non solo ci tolgono la libertà, ma insistono che violiamo anche i Dieci Comandamenti.

Ma i nemici dei Comandamenti non sono sempre secolari. Si possono trovare anche all’interno della Chiesa, usando la manipolazione del linguaggio. Infatti è raro sentire un qualsiasi pastore della Chiesa invocare la legge di Dio come una ragione per evitare un comportamento peccaminoso. In larga misura, le autorità della Chiesa hanno permesso la decostruzione sostituendo i Comandamenti con un vocabolario burocratico “non giudicante” per compiacere la sensibilità contemporanea. Ecco un esempio recente e fin troppo familiare:

Padre Kevin O’Brien [il sacerdote amico di lunga data del presidente Biden] è sotto inchiesta a causa di affermazioni secondo cui “ha esibito comportamenti in contesti per adulti, consistenti principalmente in conversazioni, che possono essere incoerenti con i protocolli e i limiti stabiliti dai gesuiti”, ha detto l’università giovedì.

I funzionari non hanno rivelato se le presunte violazioni dei protocolli e dei confini stabiliti dai gesuiti siano peccati mortali.

La patologica riluttanza della gerarchia a invocare i Comandamenti mina l’autorità morale dei vescovi. Senza la chiara invocazione della legge di Dio per incriminare i noti trasgressori e senza le legittime censure ecclesiastiche, i politici cattolici come Biden e Pelosi sono liberi di scegliere le “politiche” non vincolanti della Chiesa. Questo permette loro di rivendicare lo status di cattolici in piena regola nonostante le posizioni radicali pro-aborto e pro-gay che violano il quinto e sesto comandamento. Trascurando posizioni politiche intrinsecamente malvagie, anche un eminente leader della Chiesa come il cardinale Tobin presume di parlare autorevolmente: “Penso che una persona in buona coscienza potrebbe votare per il signor Biden”.

Anche i sostenitori dei cosiddetti ministeri LGBTQ in varie organizzazioni religiose vivono secondo le proprie regole, a prescindere dalle leggi di Dio. In nome del “ministero inclusivo”, molti sacerdoti, vescovi e cardinali arcivescovi evitano di proposito di identificare il male intrinseco della sodomia, della masturbazione reciproca e del mettersi in prossimità del peccato. Lo slogan del “gay pride” nel migliore dei casi celebra tendenze anormali. Ma il suo vero scopo è quello di desensibilizzare l’inclinazione naturale del disgusto per le perversioni sessuali e di preparare i giovani alla seduzione. La gerarchia si è resa complice per negligenza e talvolta, come ora sappiamo fin troppo dolorosamente, per partecipazione.

La sola menzione della legge di Dio è diventata controversa. In risposta all’inaspettata risposta cattolica del Vaticano a un dubium riguardante la benedizione delle unioni omosessuali (“Dio “non può benedire il peccato”), il cardinale Cupich ha scritto, inspiegabilmente, che la delusione dei cattolici gay era “comprensibile”. Senza menzionare la Confessione, ha aggiunto che la Chiesa doveva ora “raddoppiare i nostri sforzi per essere creativi e resilienti nel trovare modi per accogliere e incoraggiare tutte le persone LGBTQ nella nostra famiglia di fede”. Il cardinale Cupich potrebbe avere difficoltà con il suo stesso Ufficio di protezione dei minori e con il Comitato di revisione nazionale se è troppo creativo con la sua inclusione. Anche la North American Man-Boy Love Association (NAMBLA) sono “persone LGBTQ” che partecipano abitualmente agli eventi del gay pride. Se invocasse il sacramento della penitenza come strumento di restauro, tuttavia, anche i figli prodighi della NAMBLA potrebbero ricevere un gioioso trattamento inclusivo.

La trascuratezza dei Comandamenti da parte della gerarchia distorce anche la sana relazione tra clero e laici. La gerarchia e i laici sono complementari e insostituibili. Il ruolo della gerarchia è di custodire e insegnare i primi principi della fede e della morale; il ruolo dei laici è di applicare i principi cristiani secondo il loro stato di vita. La gerarchia dovrebbe servire la verità del Vangelo con umile moderazione, evitando di esagerare. Con la grazia dei Sacramenti, i laici dovrebbero rispondere con muscoli e tendini virtuosi all’interno delle strutture morali, applicando le verità di Gesù con giudizi prudenziali nell’ordine temporale. La gerarchia della Chiesa rappresenta l’autorità di Cristo; le associazioni laiche rappresentano una grande varietà di interessi politici.

Ma una sorta di clericalismo sistemico che favorisce strategie pastorali inoffensive “Catholic Lite” (il cattolicesimo annacquato, ndr) ha infettato la gerarchia. L’appello al “dialogo” spesso sostituisce la voce morale profetica della Chiesa. Di conseguenza, i vescovi spesso prendono le distanze dagli energici sforzi dei laici cattolici (come i gruppi pro-vita), minando effettivamente il legittimo ruolo dei laici nell’arena politica. L’impressione generale è che le cancellerie (diocesane, ndr), non i laici, orchestrino l’azione politica cattolica. Eppure nelle questioni di contro-cultura impopolari, i vescovi (e l’USCCB) vanno sempre sul sicuro. Di solito sono gli ultimi a reagire, e solo quando la battaglia è già persa e sentono il bisogno di lucidare la loro immagine ortodossa. Il futile scontro all’ultimo sangue con l’amministrazione Biden dopo la sua elezione illustra vividamente lo schema esasperante.

L’opposizione al famigerato Equality Act (progetto di legge in discussione nel Parlament  USA, ndr) è un altro esempio di futilità del troppo poco e troppo tardi. Il cardinale Dolan ha lamentato l’attacco della legge (cioè dell’Ecquality Act, ndr) alla libertà religiosa usando argomenti persuasivi di diritto naturale. Ma tutti sanno che Biden firmerà la legge e non subirà gravi conseguenze religiose. Oltre a fare appello alla base dei cattolici fedeli, l’opposizione del cardinale Dolan all’Equality Act è un’infruttuosa dimostrazione di postura politica.

La moltiplicazione di documenti ecclesiastici per lo più irrilevanti non solo offusca la distinzione tra la necessaria opposizione della Chiesa ad atti intrinsecamente malvagi e le dubbie agende politiche della gerarchia, ma spiazza anche il lavoro dell’apostolato dei laici. Come risultato, cattolici e non cattolici concludono facilmente che la Chiesa è solo un altro gruppo di interesse speciale. Quindi, la connessione non negoziabile tra la volontà di Dio e la coscienza è oscurata o persa. La storia della difesa politica ecclesiastica rivela decenni di irrilevanza morale e impotenza. (Avete bisogno di prove? Quanti attivisti pro-vita si affidano alle guide elettorali dei vescovi?)

Le prospettive sono cupe. Lo stato profondo (deep state) sotto la bandiera di Biden ha iniziato a schiacciare i cattolici con le politiche e le proposte anti-vita e gay. Quasi certamente affronteremo devastanti dilemmi di coscienza nei mesi e negli anni a venire. Anche i preti e i vescovi non saranno immuni (nonostante decenni di acquiescenza). Potremmo perdere il nostro status di esenzione fiscale, sopportare cause legali, forse anche guadagnare un po’ di tempo dietro le sbarre per il crimine di praticare la fede cattolica senza vergogna. Ma potrebbe essere il momento per i pastori della Chiesa e i laici di stare orgogliosamente in piedi con i Dieci Comandamenti e il potere salvifico di Gesù.

Con la grazia di Dio, la persecuzione può essere il catalizzatore che ci ispira a mostrare al mondo il volto glorioso di Cristo. Ci sono precedenti. Controllate la nostra storia di 2000 anni.

 




Crudele e (molto) insolito: sul divieto delle messe nella Basilica Vaticana

Il recente e bizzarro diktat viola sia l’universalità che l’ospitalità, assicurando un’atmosfera più confusa e meno riverente agli altari.

Un articolo di George Weigel, scrittore, giornalista e biografo di San Giovanni Paolo II.

L’articolo è stato pubblicato sul Catholic World Report, nella mia traduzione.

 

Basilica di San Pietro, interno ((Image: Anton Scherbakov/Unsplash.com))
Basilica di San Pietro, interno ((Image: Anton Scherbakov/Unsplash.com))

 

Una settimana dopo che una bizzarra istruzione che vieta le Messe mattutine agli altari laterali dell’Arcibasilica Papale di San Pietro in Vaticano è stata rilasciata (e successivamente affissa sulla porta della sacrestia della basilica), rimangono domande sulle origini di questo ukase (un proclama di un imperatore o governo russo avente forza di legge, ndr), le sue irregolarità di forma, i suoi curiosi destinatari, la sua legalità, e la sua intenzione – nonostante numerose richieste all’Ufficio Stampa del Vaticano e alla Prima Sezione della Segreteria di Stato del Vaticano, sulla cui carta intestata il decreto è stato stampato.

Questo silenzio suggerisce che l’ufficio stampa è stato colto alla sprovvista da questa azione sommaria, e che non c’è stata alcuna consultazione sulla questione con gli organi competenti della Curia Romana, compresa la Congregazione per il Culto Divino. Suggerisce anche che molti che hanno riconosciuto che questa azione improvvisa e senza precedenti era ingiustificata (per non dire illegale secondo il diritto canonico) hanno avuto paura di protestare contro il decreto, anche privatamente. Coloro che conoscono l’attuale atmosfera di tremore all’interno del Vaticano trarranno probabilmente la conclusione appropriata riguardo alla provenienza e alla natura di questo diktat autoritario.

Per oltre trent’anni, ho trovato la messa mattutina in uno degli altari laterali di San Pietro una delle gioie della vita romana. Sia che stessi semplicemente assistendo un amico sacerdote che celebrava la Messa su mia richiesta, o che partecipassi alla Messa con un piccolo gruppo di amici o familiari, l’esperienza era sempre di preghiera e sempre riverente. Inoltre, la Messa mattutina a San Pietro era una profonda esperienza dell’universalità della Chiesa come Corpo Mistico di Cristo sacramentalmente costituito. Perché agli altri altari laterali il Santo Sacrificio veniva offerto in molte altre lingue, con pellegrini provenienti da tutto il mondo.

Altrettanto impressionante, la basilica era una vera casa di preghiera in quelle ore tra le 7 e le 9 del mattino. Questo era in netto contrasto con la frenetica, spesso caotica, atmosfera da museo in San Pietro dal momento in cui le prime messe del mattino erano completate fino alla chiusura della basilica per la sera. Non nego a nessuno l’ammirazione per il progetto originale di Bramante della “Nuova San Pietro”, o per il genio di Michelangelo nel modificare i piani di Bramante includendo una cupola molto più grande, o per la bellezza del magistrale schema decorativo del Bernini, che ha richiesto cinquantasette anni per essere completato. Eppure, durante le ore turistiche, San Pietro è proprio questo: un sito turistico, pieno di chiacchiere e fotocamere per iPhone, nonostante la tranquilla serenità della sua cappella del Santissimo Sacramento. Non c’è decoro; l’unico momento di decoro che ho sperimentato nello spazio più riconoscibile del cattolicesimo è stato quando si celebravano le messe del mattino presto nei 45 altari laterali e nelle 11 cappelle della basilica.

Quel periodo tranquillo e riflessivo era anche un momento di decoro simile all’ospitalità, un’altra merce rara nelle grandi basiliche di Roma, molti dei cui custodi non sono i più ospitali. Eppure in San Pietro alle 7 o alle 7.30 del mattino, il personale della sacrestia non avrebbe potuto essere più cortese nell’accogliere i sacerdoti che provenivano da molti paesi. Nella mia esperienza di attesa dei miei amici sacerdoti, le cose erano ordinate in sacrestia e i giovani chierichetti che accompagnavano il celebrante (e il suo gruppo, se ne aveva uno) a uno o all’altro degli altari laterali erano efficienti e ben educati.

Così la pretesa del decreto del 12 marzo, che veniva emesso per favorire un’atmosfera più orante e decorosa nella basilica, è una sciocchezza. Imponendo che praticamente tutte le Messe del mattino presto siano concelebrate, e garantendo virtualmente che quelle concelebrazioni saranno in italiano, il diktat viola sia l’universalità che l’ospitalità, assicurando un’atmosfera più confusa e meno riverente agli altari dove queste Messe saranno celebrate – non ultimo in condizioni pandemiche di distanziamento sociale e così via.

E perché la limitazione di fatto ad una sola lingua, che non è la lingua universale della Chiesa? Che tipo di accoglienza rappresenta per il 99,2% della popolazione mondiale per la quale l’italiano non è una prima lingua? Io sono perfettamente in grado di partecipare alla Messa in italiano, e lo faccio regolarmente e volentieri quando partecipo alla Messa in altre chiese romane. Ma perché l’italiano viene imposto a tutta la Chiesa mondiale se vuole partecipare alla Messa in San Pietro la mattina presto?

La forma del decreto del 12 marzo era così strana da sollevare immediatamente domande sulla sua autenticità. Non era firmato, ma solo siglato dall’arcivescovo Edgar Peña Parra, il capo della Prima Sezione della Segreteria di Stato. Ma perché questo diktat è stato emesso dalla Prima Sezione (la Sezione per gli “Affari Ordinari”) del Segretario di Stato, che non ha alcuna competenza sulle celebrazioni liturgiche in San Pietro – o in qualsiasi altro luogo? (Un gruppo di persone ha iniziato a speculare sul “Deep Stato” (“Stato Profondo”, ndr); sia come sia, un decreto di questo tipo proveniente dalla Prima Sezione era del tutto irregolare). La Prima Sezione emetterà ora un giudizio sulle indulgenze? O sui paramenti liturgici? O su qualsiasi altra cosa su cui le viene detto di pronunciarsi?

Il fatto che il decreto non portasse alcun numero di protocollo, considerato essenziale in ogni comunicazione ufficiale e autorizzata, era anche sconcertante. Questo rappresentava semplicemente l’incompetenza della Prima Sezione (non sconosciuta di questi tempi, a detta di molti)? O suggeriva che il decreto era un falso? Nessuno lo crede ora. Ma in ogni caso un documento ufficiale della Segreteria di Stato senza numero di protocollo era del tutto irregolare.

Anche i destinatari del decreto erano misteriosi, suggerendo ancora una volta che si trattava di una decisione arbitraria, non molto ben ponderata. Il nuovo Arciprete di San Pietro, il Cardinale Mauro Gambetti, O.F.M.Conv., non era nella lista di coloro ai quali il diktat è stato emesso. Perché no? Perché la lista dei destinatari includeva il capo del Commissariato per la Fabbrica di San Pietro (tipicamente occupato con la manutenzione e le riparazioni), il Capitolo dei Canonici della basilica (un organo ampiamente cerimoniale), e l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche della Basilica (il che ha un certo senso, almeno), ma non il responsabile, l’Arciprete?

Inoltre, il decreto fa un uso errato del linguaggio tecnico – un’altra indicazione di una Prima Sezione in disordine, forse, ma che certamente ha sollevato sopracciglia e domande. Nel limitare le celebrazioni della Forma Straordinaria della Messa (in latino, ndr) a un solo luogo della basilica, la piccola Cappella Clementina nelle grotte vaticane, l’ukase ha usato il termine rito straordinario, che non solo è sbagliato, ma contraddice l’insistenza di Papa Benedetto XVI che esiste un solo Rito Romano, che ha due “forme” – Ordinaria e Straordinaria.

Limitare la celebrazione della Forma Straordinaria a un piccolo numero di fasce orarie in una piccola cappella sotterranea ghettizza efficacemente coloro che credono di pregare meglio in quel modo; e mentre non mi annovero tra loro, non vedo perché la loro preferenza debba essere trattata come se fosse una sorta di malattia contagiosa. Il decreto si riferiva anche a un lettore e a un cantore che “animano” le concelebrazioni autorizzate, il che è, per dirla in modo gentile, una formulazione curiosa, che suggerisce come una Messa celebrata senza un lettore o un cantore sia in qualche modo “inanimato”. Questo strano uso viola anche l’insegnamento della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, che al numero 7 insiste che è Cristo stesso che anima il culto della Chiesa.

Il decreto è sembrato anche calpestare il diritto della Chiesa (non necessariamente una novità in un pontificato il cui accordo con la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi viola il canone 377 n.5 del Codice di diritto canonico). Imponendo la concelebrazione come norma nella basilica al mattino presto, il decreto sembrerebbe violare almeno lo spirito del canone 902, che afferma che ogni sacerdote è “pienamente autorizzato a celebrare l’Eucaristia individualmente”. Poi c’è la restrizione dell’uso della Forma Straordinaria ai “sacerdoti autorizzati”, che viola le disposizioni del Motu Proprio di Benedetto XVI del 2007, Summorum Pontificum, che concede il permesso di usare il Rito Straordinario ad ogni sacerdote.

I soliti difensori dell’attuale pontificato hanno cercato di montare le solite difese, suggerendo che questo era uno sforzo per promuovere lo “spirito del rinnovamento liturgico introdotto dal Concilio Vaticano II” (come ha detto Gerard O’Connell in America). Ci si chiede quando queste persone smetteranno di parlare di un amorfo “spirito” conciliare come giustificazione universale per qualsiasi cosa vogliano giustificare. Eppure, come si fa a far quadrare il divieto delle messe individuali e di piccoli gruppi sugli altari laterali di San Pietro con il “populismo” papale così celebrato da quegli stessi difensori? Non c’é stato nulla di populista in questo ukase – un termine che uso deliberatamente, poiché ciò che è stato fatto il 12 marzo assomigliava più al diktat di uno zar russo autocratico che alla decisione attentamente ponderata di una Chiesa “sinodale”.

Ma forse, di questi tempi, alcune persone della Chiesa sono meno uguali di altre, un po’ come nelle ultime pagine della Fattoria degli animali di Orwell.

Per quanto riguarda il Vaticano II, questa decisione di ghettizzare la Forma Straordinaria del Rito Romano nella Cappella Clementina non farà che consolidare la convinzione di alcuni che il rinnovamento liturgico del Concilio non fu solo mal attuato ma fu in realtà un terribile errore. Io non condivido affatto questo punto di vista. Ma posso facilmente immaginare cosa alcuni faranno di questo ultimo sforzo per imporre alla Chiesa una forma della Santa Messa in cui alcuni trovano difficile pregare.

I vescovi, i sacerdoti e i laici cattolici che hanno beneficiato spiritualmente della Messa mattutina agli altari laterali di San Pietro dovrebbero far conoscere al Santo Padre la loro angoscia per questo decreto crudele e molto insolito, sia direttamente con una lettera a lui o scrivendo al loro Nunzio locale o Delegato Apostolico. Potrebbe anche essere utile se quei cardinali curiali che ho visto regolarmente celebrare la Messa mattutina in San Pietro, spesso con la sola assistenza di un chierichetto, facessero conoscere la loro infelicità a Papa Francesco. Poiché questi cardinali includono uomini vicini al Papa, come l’ammonitore papale Konrad Krajewski, questo potrebbe fare qualche differenza.

Dal 22 marzo, quando questo ukase entrerà in vigore, San Pietro sarà molto meno una casa di preghiera di quanto non fosse prima. Questa è una grande tristezza, specialmente in un momento in cui la Chiesa e il mondo hanno un gran bisogno della potenza dell’Eucaristia e della testimonianza di un’intensa pietà eucaristica.

 

 

 




Card. Müller: “Perché solo il matrimonio tra uomo e donna è una benedizione”.

“Dietro ai dibattiti sul matrimonio di uomo e donna o sul matrimonio “per tutti e chiunque” dell’ideologia LGBT sta la diametrale opposizione tra due immagini inconciliabili dell’essere umano”.

Dopo il documento della Congregazione della Dottrina della Fede sulla benedizione delle coppie omosessuali pubblicato oggi, rilanciamo l’intervento del Card. Gerhard Ludwig Muller che di quella Congregazione è prefetto emerito. Il saggio è apparso su Kath.net e la traduzione da tedesco è a cura di Alessandra Carboni Riehn.

 

Card. Gerhard L. Müller - Foto: Daniel Ibanez / ACI Group
Card. Gerhard L. Müller – Foto: Daniel Ibanez / ACI Group

 

1) Dietro ai dibattiti sul matrimonio tra uomo e donna o sul matrimonio “per tutti e per chiunque” dell’ideologia LGBT sta la diametrale opposizione tra due concezioni inconciliabili dell’essere umano. In questo contesto, è necessario comprendere correttamente e vivere in novità il matrimonio.

2) La concezione cristiana dell’essere umano si basa sull’ordine della creazione: filosoficamente, l’ordine della creazione ha una corrispondenza nel concetto di ‘natura’. Con il termine ‘natura’ si intende non il fattuale-materiale, ma lo spirituale-personale, che dà a ciò che ha consistenza materiale la sua forma, la sua essenza. L’essere umano è persona in una natura spirituale-corporea. La legge morale è stata iscritta nel cuore di ogni essere umano (Rm 2,16 ss.) e anche rivelata esplicitamente al popolo di Dio nella forma dei dieci comandamenti (Es 20,1-17; Dt 5,6-21). C’è quindi una visione comune della natura dell’essere umano, oltre le frontiere delle religioni e delle visioni del mondo, laddove l’uomo non è mai un mezzo per un fine, ma un fine in se stesso. Questo è anche il senso del diritto naturale e internazionale, che ha le sue origini nel pensiero della Scuola di Salamanca e di Hugo Grotius (1583-1645). Questi principi si sono riflessi, nel 1948, nella Carta dei diritti dell’uomo o nella Legge fondamentale tedesca: la dignità dell’uomo è inviolabile e questa dignità precede ogni legislazione positiva. Lo Stato non può affatto determinare quale sia la natura dell’uomo se non vuole stabilire una dittatura del pensiero e quindi minare alla base il suo stesso fondamento democratico.

3) La concezione dell’essere umano del genderismo, della costruzione socialmente arbitraria del sesso e del transumanesimo è puramente materialista, “come se Dio non esistesse”.

L’ideologia gender è dunque un’ideologia nemica dell’umano, che vuole distruggere l’ordine naturale e quindi l’integrità corporale e spirituale dell’essere umano: l’uomo non è riconosciuto come persona unica nelle condizioni della sua corporeità, della sua collocazione storica e sociale, ma è piuttosto visto come biomateriale utile al proprio piacere o alla volontà arbitraria di terzi per essere arbitrariamente modellato.

La natura umana, la creazione come uomo e donna, deve essere prima decostruita, cioè distrutta, per poi essere ricostruita e ridefinita da chicchessia a sua completa discrezione. Che gioco diabolico è quello che si fa qui con l’essere umano! Un gioco che da un punto di vista antropologico e cristiano è diametralmente opposto al principio che ‘la dignità dell’uomo è inviolabile’. In realtà, l’identità dell’essere umano risiede prima di tutto nella sua persona come uomo o donna, nella sua lingua, nella sua cultura, nella sua coscienza, ecc. – e non nell’attrazione erotica verso se stesso, verso un’altra persona, verso un feticcio come mezzo per un’autosoddisfazione sessuale.

4) Solo il sacramento cristiano del matrimonio fornisce la cornice perfetta per la realizzazione sessuale dell’essere umano come uomo e donna. Esso è infatti orientato verso l’altra persona amata e quindi verso Dio, che anche attraverso il matrimonio e la famiglia compie la sua volontà di creazione e di salvezza.

In tale contesto, il matrimonio di uomo e donna non è affatto solo una forma di reciproca soddisfazione sessuale, ma una comunità di intenso amore personale e di responsabilità integrale l’uno per l’altra (compresa la relazione di salvezza con Dio mediata dal sacramento) e per i figli e i parenti. La dottrina classica e allo stesso tempo molto moderna del matrimonio non ha nulla a che vedere con una destinazione dei coniugi finalizzata all’allevamento (utilitaristico) dei figli e alla soddisfazione egoistica di desideri sessuali. Il matrimonio è piuttosto la partecipazione degli sposi all’amore creativo di Dio nel diventare una sola carne (in Cristo come sacramento) e nella realizzazione della volontà del Creatore attraverso la successione delle generazioni. In questo, i bambini non sono i giocattoli dei loro genitori. Piuttosto, sono creati da Dio e affidati ai genitori perché trovino la loro salvezza nella glorificazione di Dio, che crea, redime e completa ogni essere umano.

5) Lo sforzo di comprendere adeguatamente il matrimonio nella volontà creativa e salvifica di Dio rimane cristiano solo se la testimonianza biblica e l’antropologia sviluppata nella vita della chiesa e la dottrina della sacramentalità del matrimonio non ricadono sotto il paradigma dell’antropologia non naturale ma materialista, cioè atea, del genderismo. Non si deve, come nello gnosticismo, mettere tutta la rivelazione sotto il segno di una speculazione ideologica e mantenere solo l’apparenza del Cristianesimo con alcune reminiscenze (con citazioni bibliche associative o affermazioni folli come ad esempio: “Dio mi ha creato diverso, egoista, razzista, nazionalista, etc.”, come se le disfunzioni e i difetti del carattere risalissero manicheamente a Dio).

6) Così pure lo Stato non può ridefinire arbitrariamente la natura del matrimonio in base a interessi politici, poiché la scambievole corrispondenza di uomo e donna fa parte essenziale della natura dell’essere umano. Il concetto di “matrimonio” può essere usato correttamente solo nel contesto della legge naturale e ancor più nel contesto ecclesiale: l’unione unica di un uomo e una donna nella comunione dell’amore, del corpo e della vita davanti a Dio. Pertanto l’uso della parola d’ordine politica “matrimonio per tutti e chiunque” è solo la prova che non si è capito nulla. Non si può escludere che una formulazione così confusa e deliberatamente cinica rappresenti una violazione mirata o un attacco alla libertà religiosa. Il marito e la moglie sono persone uniche nella loro comunità amorosa e non partner intercambiabili di giochi sessuali di un numero più o meno grande di persone.

7) Le persone con attrazione per lo stesso sesso sono persone amate da Dio come tutte le altre. Anche la benedizione di tali persone – proprio come la benedizione di tutte le persone con qualsiasi inclinazione – è sempre un atto di grazia divina e una chiamata alla conversione e a vivere secondo i dieci comandamenti. Ma all’alba della creazione, Dio benedisse il primo matrimonio come unione di un uomo e di una donna (Gen. 1, 28). Una qualsiasi unione che contraddica la volontà di Dio non può allo stesso tempo essere dichiarata ben accetta a Dio. Perché benedire, benedicere, significa dichiarare che qualcosa è buono, parte da Dio e porta verso Dio. Bisogna anche distinguere il rispetto per singole persone con determinate inclinazioni dagli interessi di gruppi di pressione che vogliono deliberatamente imporre il loro punto di vista alla società maggioritaria con la forza o con il lavaggio del cervello. E, in accordo con la dittatura del relativismo, chiunque contraddica come è suo diritto questa visione deve essere messo a tacere, ostracizzato dai media o addirittura perseguito legalmente.

8) Tuttavia, se la Chiesa rimane fedele al suo divino fondatore, essa non potrà benedire nessun’altra forma di vita oltre al matrimonio e alla vita consacrata – mentre tutti gli individui possono essere benedetti.

Questo non si riferisce solo alla partnership di persone con inclinazioni sessuali verso persone del loro stesso sesso. Anche l’unione di un uomo con più donne o di una donna con più uomini non può essere benedetta dalla Chiesa.  Perfino normali amicizie non vengono formalmente benedette. Il matrimonio tra uomo e donna fa parte della connotazione centrale della Chiesa, perché è il nucleo da cui germina la famiglia cristiana. È stato istituito come sacramento da Gesù Cristo ed è inseparabilmente legato alla comunità dei credenti. Solo con Gesù, rispetto ad alcuni oscuramenti del matrimonio (dovuti al peccato originale), è tornata alla piena coscienza e grazie alla sua elevazione a sacramento è stata messa in piena luce l’originaria volontà di Dio per un unico matrimonio, la sua indissolubilità, l’apertura alla generazione.

È quindi importante che i pastori, nel nome di Cristo Signore crocifisso e risorto e Buon Pastore, incoraggino i coniugi a riscoprirsi continuamente come persone uniche amate da Dio, a riaccendere continuamente nello Spirito Santo il fuoco dell’amore personale e integrale. La famiglia è e deve rimanere l’unico luogo dove si vive la forma più alta di questo amore spirituale e corporale e di questa unione reciproca e dove marito e moglie mostrano in modo particolarmente fecondo l’amore di Dio per la creazione.




Basilica di San Pietro, nuove disposizioni per messe private e in latino: Comunicato di S.E. Card. Burke.

“Per il bene della fede cattolica e per il buon ordine della Sacra Liturgia, l’espressione più alta e perfetta della vita della Chiesa in Cristo, il documento in questione dovrebbe essere annullato immediatamente, cioè prima della sua presunta data di efficacia del 22 marzo prossimo.”

Ricevo e volentieri pubblico. La traduzione del testo di Sua Eminenza Card. Raymond Leo Burke è mia.

 

Raymond Leo Cardinale BURKE
Raymond Leo Cardinale BURKE

 

COMUNICATO

 

Il 12 marzo 2021, la Prima Sezione (Affari Generali) della Segreteria di Stato di Papa Francesco ha pubblicato un documento contenente alcune disposizioni riguardanti l’offerta della Santa Messa nella Basilica Papale di San Pietro in Vaticano. Il documento è indirizzato al Commissario Straordinario della Fabbrica di San Pietro, l’istituto canonico responsabile della cura della Basilica Papale, ai Canonici del Capitolo Vaticano e al Servizio Celebrazioni Liturgiche della Basilica. Sia la forma che il contenuto del documento sostengono giustamente le preoccupazioni più profonde dei fedeli e, soprattutto, dei sacerdoti. Le preoccupazioni non riguardano solo la Basilica Papale di San Pietro, ma la Chiesa universale, in quanto la Basilica Papale di San Pietro è, in modo particolare, la casa spirituale di tutti i cattolici e, come tale, dovrebbe essere un modello di disciplina liturgica per le Chiese particolari.

Per quanto riguarda la forma del documento, ci sono diverse preoccupazioni.

  1. Si tratta di un documento non firmato dalla Prima Sezione della Segreteria di Stato, senza numero di protocollo, che legifera sull’aspetto più sacro della vita della Chiesa, l’offerta della Santa Messa. Porta il sigillo della Prima Sezione con le iniziali. Mentre il documento appare autentico, cioè non falsificato, non si può ritenere che sia un documento contenente una legislazione valida per la Sacra Liturgia.
  2. La Segreteria di Stato non è competente per la disciplina liturgica della Chiesa e, in particolare, per la disciplina liturgica nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Giustamente ci si chiede con quale autorità la Segreteria di Stato abbia emanato direttive contrarie alla disciplina della Chiesa universale. Un’ulteriore domanda riguarda quale processo è stato seguito per arrivare alla pubblicazione di un documento così anomalo.
  3. Data l’incompetenza della Segreteria di Stato in materia, i fedeli hanno il diritto di sapere quale autorità competente ha dato il mandato alla Segreteria di Stato di legiferare sulla Sacra Liturgia, cioè di emanare direttive sull’offerta della Santa Messa nella Basilica Papale di San Pietro.
  4. La Basilica Papale di San Pietro in Vaticano ha ora un Cardinale Arciprete, ma il documento in questione non gli viene comunicato ufficialmente. Né si fa riferimento alla sua responsabilità per la disciplina liturgica della Basilica affidata alle sue cure.

Anche il contenuto del documento è fonte di profonde preoccupazioni.

  1. Il documento suppone che le Sante Messe nella Basilica di San Pietro siano attualmente offerte in un clima carente, in qualche misura, di raccoglimento e di decoro liturgico (“di raccoglimento e di decoro”). Questa non è certo la mia esperienza. Conosco molti sacerdoti, residenti a Roma e visitatori di Roma, che hanno celebrato o celebrano regolarmente la Santa Messa nella Basilica di San Pietro. Mentre mi hanno espresso la loro profonda gratitudine per l’opportunità di celebrare la Santa Messa nella Basilica, non hanno indicato che il clima in cui hanno celebrato la Santa Messa nella Basilica fosse in qualche modo privo della riverenza, del raccoglimento e della dignità che si addice al Sacramento dei Sacramenti.
  2. Il documento impone la concelebrazione ai sacerdoti che desiderano offrire la Santa Messa nella Basilica di San Pietro, il che è contrario al diritto universale della Chiesa e condiziona ingiustamente il dovere primario del singolo sacerdote di offrire quotidianamente la Santa Messa per la salvezza del mondo (can. 902). In quale chiesa più che nella Basilica di San Pietro un sacerdote desidererebbe offrire la Santa Messa, che è il modo più perfetto e pieno in cui egli svolge la sua missione sacerdotale? Se un singolo sacerdote desidera offrire la Santa Messa nella Basilica, una volta che le direttive in questione saranno in vigore, sarà costretto a concelebrare, in violazione della sua libertà di offrire la Santa Messa individualmente.
  3. Riguardo all’offerta individuale della Santa Messa, si deve osservare che non si tratta solo di un diritto del sacerdote, ma anche di un grande frutto spirituale per tutta la Chiesa, poiché i meriti infiniti del Santo Sacrificio della Messa sono più ampiamente e largamente applicati in modo adeguato alla nostra natura finita e temporale. È utile riflettere sull’insegnamento del Concilio di Trento, riguardo alla situazione di un sacerdote che offre la Santa Messa senza che nessun fedele riceva la Santa Comunione. Riguardo alla partecipazione dei fedeli alla Santa Messa, il Concilio insegna: “Il santo Concilio vorrebbe certamente che i fedeli presenti ad ogni Messa partecipassero ad essa non solo con la devozione spirituale, ma anche con la ricezione sacramentale dell’Eucaristia, affinché i frutti di questo santissimo sacrificio fossero loro più pienamente riconosciuti”. Prosegue affermando che: “Ma, se questo non sempre avviene, il concilio non condanna per questo come private e illecite le Messe [can. 8] in cui solo il sacerdote si comunica. Piuttosto le approva e le loda, perché anch’esse devono essere considerate veramente Messe comunitarie, in parte perché in esse il popolo si comunica spiritualmente e in parte perché sono celebrate da un ministro pubblico della Chiesa, non per il suo solo bene, ma per tutti i fedeli che appartengono al corpo di Cristo” (Sessione XXII, capitolo 6). Va inoltre osservato che il sacerdote non offre mai la Santa Messa da solo, anche se non c’è nessun altro fisicamente presente, perché gli angeli e i santi assistono ad ogni offerta della Santa Messa (can. 903).
  4. Per quanto riguarda la Forma Straordinaria del Rito Romano, che il documento chiama falsamente Rito Straordinario, il documento si riferisce a “sacerdoti autorizzati”, ma nessun sacerdote in regola ha bisogno di autorizzazione per offrire la Santa Messa secondo la Forma Straordinaria del Rito Romano (Motu Proprio Summorum Pontificum, art. 2). Per di più, il documento limita l’offerta della Santa Messa secondo la Forma Straordinaria o Usus Antiquior del Rito Romano nella Basilica Papale di San Pietro alla Cappella Clementina, a quattro orari fissi. Si suppone, quindi, che, ogni giorno, solo quattro sacerdoti saranno autorizzati a offrire la Santa Messa secondo l’Usus Antiquior nella Basilica Papale di San Pietro? Poiché il diritto universale della Chiesa permette al singolo sacerdote, in tali circostanze, di offrire la Santa Messa, sia secondo la Forma Ordinaria (Usus Recentior) sia secondo la Forma Straordinaria (Usus Antiquior), la direttiva in questione è in diretta violazione del diritto universale della Chiesa.
  5. Il documento legifera anche che le Messe concelebrate siano animate liturgicamente dal servizio dei lettori e dei cantori. Mentre la disciplina liturgica della Chiesa prevede il servizio dei lettori e dei cantori, non è il loro scopo quello di animare la Sacra Liturgia. Solo Cristo, nella cui persona il sacerdote agisce, anima la Sacra Liturgia. Pertanto, non si deve pensare che l’offerta individuale della Santa Messa sia in qualche modo meno animata, nel vero senso spirituale, della Messa concelebrata.
  6. Per il bene della fede cattolica e per il buon ordine della Sacra Liturgia, l’espressione più alta e perfetta della vita della Chiesa in Cristo, il documento in questione dovrebbe essere annullato immediatamente, cioè prima della sua presunta data di efficacia del 22 marzo prossimo. Inoltre, il pensiero che sta alla base di tale documento dovrebbe essere corretto, mentre la disciplina della Chiesa universale e la dottrina liturgica che la sottende dovrebbero essere esposte ai fedeli.

In conclusione, la disciplina della Chiesa riconosce il diritto, e anzi il dovere, dei fedeli cristiani di far conoscere ai loro pastori le loro preoccupazioni su questioni che riguardano il bene della Chiesa e, parimenti, di farle conoscere a tutti i fedeli cristiani (can. 212 §3). Data la gravità della situazione rappresentata dal documento in questione, è mia speranza che molti fedeli cristiani per i quali la Basilica di San Pietro è, in un senso particolare, la loro chiesa madre, e, soprattutto, molti sacerdoti di tutto il mondo faranno conoscere a Papa Francesco e alla sua Segreteria di Stato la loro forte opposizione al documento in questione.

 

Raymond Leo Cardinale BURKE

Roma, 13 marzo 2021