Ecco gli errori e le sviste di chi invoca il Mes

Rilanciamo l’analisi di Giuseppe Liturri sul MES, poiché fuga molti dei dubbi che tanti hanno su questo strumento. L’analisi è stata pubblicata su Startmag.it.

 

Vincenzo Visco, Governatore della Banca d’Italia

 

Giuseppe Liturri analizza criticamente le ultime sortite di politici e istituzioni pro Mes

 

La rassegna stampa di questo fine settimana lascia poco spazio a dubbi: il prestito del Mes è ormai invocato “coram populo”. Se dopo i soliti Nicola Zingaretti e Stefano Bonaccini, perfino il neopresidente della Liguria, Giovanni Toti, si spinge ad invocarlo, allora significa che la lettera di richiesta è ormai sul tavolo del ministro Roberto Gualtieri.

Il sigillo finale a questa offensiva mediatica è stato apposto dalle parole del governatore della Banca d’Italia Vincenzo Visco che al festival dell’economia di Trento ha dichiarato – con una incredibile invasione di campo in un tema oggetto di decisione squisitamente politica – che “dal punto di vista economico il Mes dà solo vantaggi. Consente di non andare sul mercato, è a lunga scadenza, a condizioni buone e la condizionalità è solamente spendere i soldi nel settore per il quale è stato disegnato questo fondo. Non vedo gravi problemi a usarlo: l’unico — ha sottolineato — potrebbe essere quello dello stigma, ma quello stigma è legato a un cattivo utilizzo dei fondi o a una cattiva comunicazione. Mi chiedo perché uno ha paura di mostrare che utilizza bene dei fondi, anzi se lo mostra ha maggiori facilità di raccolta sul mercato a condizioni migliori di quelle che ora, pur migliorate, non sono ancora vicine a Spagna e Portogallo». la Troika non c’è, non esiste”.

Allora, a beneficio di chi è ancora in buona fede – a chi è in male fede si applica il primo principio della termodidattica: “ci sono cose che, se potessero essere capite, non andrebbero spiegate” (credits: Alberto Bagnai) – e semplicemente ignora i tanti dettagli tecnici che connotano questo strumento di finanziamento e che lo rendono irricevibile per il nostro Paese, ecco un breviario che riassume tutte le cose scritte in questi mesi ed avvalorate da autorevole dottrina sia relativa agli aspetti legali che finanziari.

  1. Il Mes finanzia SOLO spese sanitarie direttamente ed indirettamente connesse al Covid. Quindi non c’è spazio per chi si illude di finanziarci qualsiasi altro capitolo, peraltro preponderante, della spesa sanitaria in Italia. In dettaglio: la dotazione annua del Fondo Sanitario Nazionale (FSN) è di circa 120 miliardi. Basta avere un minimo senso delle proporzioni tra tutte le altre patologie purtroppo esistenti ed il Covid, per rendersi conto che non potremmo mai giustificare spese per 36 miliardi connesse al Covid. Non a caso, il Governo ha inserito solo 1,7 miliardi di maggiori spese sanitarie in uno dei decreti di primavera. Solo quelle potremmo eventualmente rendicontare al Mes, qualora accedessimo al finanziamento. Si potrà inoltre rendicontare una quota dei costi del sistema sanitario che è stato dirottato a sostegno del Covid, per esempio i reparti di altre patologie riconvertiti per poche settimane in reparti Covid; ma parliamo sempre di somme modeste.

Chi invoca il Mes, improvvisamente preso da amore per la nostra sanità, deve avere l’onestà intellettuale di ammettere che serve una nuova legge di spesa, in quanto a legislazione vigente c’è ben poca cosa, per poter accedere con successo al prestito del Mes. Purtroppo si tratta quasi sempre degli stessi soggetti politici che, a partire dal 2011, hanno impedito, a colpi di tagli, una fisiologica crescita del FSN consentendo di tenere appena il passo dell’inflazione, quando seguire il progresso della ricerca e della tecnologia avrebbe richiesto tassi di crescita a doppia cifra. Sono i campioni dei piani di rientro che tanto male hanno fatto alla nostra sanità. Il fatto che il prestito del Sure sia stato molto richiesto è una conferma della tossicità del Mes: come mai sono accorsi ben 17 Paesi (l’Italia dovrebbe ricevere 27 miliardi) e nessuno ha chiesto il Mes? Da notare che il Sure finanzia spese già previste a legislazione vigente (Cassa integrazione, indennità 600 euro, ecc…) e quindi non fa aumentare il deficit/Pil già autorizzato. Il Mes, come spiegato, comporta una preventiva decisione di spesa e quindi aumento del deficit.

  1. Il prestito del Mes non arriverebbe subito. Infatti è noto dai documenti ufficiali che sarà erogato in quote mensili non superiori al 15% del totale quindi, nella migliore delle ipotesi, ci vorranno almeno 7 mesi per ricevere l’intera somma. Qualcuno in questo Paese ritiene seriamente che si debbano attendere i soldi col contagocce per avviare un robusto programma di potenziamento del sistema sanitario, peraltro necessario a prescindere dal Covid-19?
  2. Il tema della convenienza economica dato dalla presunta differenza tra tasso del BTP a 10 anni ed il probabile tasso di interesse del Mes intorno allo 0/0,10% è frutto di una sottrazione senza senso, da bocciatura a qualsiasi corso base di finanza dove insegnano a paragonare i tassi di strumenti finanziari omogenei per condizioni, durata e garanzie.
    1. Non c’è omogeneità di condizioni. L’indebitamento con titoli pubblici non ne prevede. Il Mes prevede invece uno specifico vincolo di destinazione alle spese connesse al Covid-19. Inoltre prevede, cosa ancora più grave, l’obbligatorio (mentre in altri casi resta una facoltà) assoggettamento a misure di sorveglianza rafforzata (dal momento della richiesta fino alla completa erogazione) e sorveglianza post-programma (fino al rimborso almeno del 75% del prestito), così come dettagliatamente spiegato al punto 4.
    2. Non c’è omogeneità di garanzie. Il Mes, per Trattato istitutivo è creditore privilegiato, mentre tutti gli altri creditori dello Stato sono “pari passu”. Tutti (Gualtieri in testa) svicolano di fronte alla domanda finalizzata a conoscere l’ipotetico tasso di un prestito sindacato (sottoscritto cioè da pochi grandi investitori istituzionali) richiesto sul mercato dallo Stato italiano, offrendo ai creditori lo status di creditore privilegiato. Sulla scadenza di 10 anni, alcuni operatori di mercato ritengono si possa spuntare un tasso intorno allo 0,10%. A questo punto la differenza col tasso del Mes diventerebbe inesistente e si volatilizzerebbero i presunti miliardi di risparmio. In alternativa, se il privilegio non fosse un problema, Gualtieri avrebbe il coraggio di chiedere il prestito al Mes, specificando che non si applica lo status di creditore privilegiato? Davvero improbabile che il direttore Regling applicherebbe ancora un tasso intorno allo zero. Sorvoliamo sul probabile peggioramento del rendimento dei tassi della massa dei titoli pubblici in conseguenza dell’ingresso di un creditore privilegiato nel rimborso. Ci sono tesi contrastanti a questo proposito. Si noti però che, su una massa di debito di 2500 miliardi, bastano pochi punti base di aumento dei tassi, per vanificare l’eventuale beneficio ricevuto dal prestito del Mes.
    3. Non c’è omogeneità di durata. Il tasso del Mes è variabile e dipende dal loro costo di raccolta nel momento in cui si finanzieranno emettendo obbligazioni, quindi non è comparabile col tasso del BTP 10A. Facendo libere scelte di raccolta per durata e valuta che hanno ovviamente un rischio, il Mes ha detto chiaramente che ribalta automaticamente sui Paesi debitori il relativo costo, così come è già accaduto con Spagna, Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro. Nel caso della linea Pandemic Crisis Support, per fortuna, il costo medio (più commissioni) di queste emissioni, da ribaltare sul debitore, scaturirà da un “magazzino” separato e dedicato. Ed allora perché farsi intermediare dalle scelte del Mes, quando abbiamo la possibilità di andare autonomamente sui mercati? Se il Tesoro italiano ritenesse più opportuno finanziarsi con un Bot a 12 mesi (oggi al -0,22%), correndo il relativo rischio di tasso e liquidità (peraltro oggi abbastanza trascurabili) rispetto ad un BTP a 10 anni? Oppure emettere bond in dollari USA su altre scadenze (ancorché oggi più costosi)? Fare una differenza oggi tra il tasso del BTP ed il tasso del Mes e proiettarlo per 10 anni per calcolare il risparmio di interessi, è un esercizio che restituisce un risultato diverso ogni giorno. E questo è sufficiente per dichiararne l’inconsistenza. E se il tasso BTP 10A, come probabile dati gli ingenti acquisti della BCE, scendesse intorno allo 0%, dove finirebbero i fantastiliardi di risparmi sugli interessi?
    4. Gli acquisti della Bce in corso e programmati fino a metà 2021 con il programma PEPP (con i reinvestimenti dei titoli in scadenza almeno fino al termine del 2022), e fino al momento in cui saranno rialzati i tassi con il programma APP (con reinvestimenti per un periodo sufficientemente lungo successivo al rialzo dei tassi) sono ingenti. Nel periodo marzo/luglio le emissioni nette del Mef sono state pari a 108 miliardi, mentre gli acquisti netti della Bce sono stati pari a 109 miliardi (36 Pspp e 73 Pepp). Ciò significa che tutto il maggior fabbisogno del Tesoro è stato assorbito dalla Bce che continuerà a farlo al ritmo di 25 miliardi al mese. In pratica sul mercato, gli altri operatori (banche soprattutto) sanno già che basterà comprare BTP in asta e poi cederli alla BCE e, se volessero aumentare le loro consistenze si troverebbero di fronte ad un’offerta insufficiente, con conseguente rialzo dei prezzi e discesa dei tassi. Cosa che si sta regolarmente verificando da maggio. Inoltre il costo di quei 109 miliardi (per un totale di circa 500 miliardi detenuti al 31/7), di titoli di Stato italiani acquistati da Bce/Bankitalia è pari sostanzialmente a zero. Infatti quegli interessi torneranno da Banca d’Italia al Tesoro sotto forma di dividendi del bilancio 2020. In definitiva, il costo marginale del debito italiano acquistato da BCE è zero e lo sarà a lungo, finché continueranno i rinnovi. E continueranno, altrimenti si dissolverà l’eurozona.
  3. Il Mes è l’anticamera della Troika e di misure macroeconomiche correttive. Infatti, la lettera di Gentiloni e Dombrovkis del 7/5 ha natura di mero impegno politico e nessun valore giuridico. Premesso che nulla cambia nel Trattato del Mes (in cui gli articoli 13 e 14 tracciano la strada che porta ad un programma di aggiustamento macroeconomico), con essa si promette di disapplicare l’articolo 3 (commi 3, 4 e 7), l’articolo 7 e 14 del regolamento 472/2013 che disciplinano la sorveglianza rafforzata e post-programma. Tale missiva, non a caso, ha solo dato luogo alla modifica di un regolamento delegato (877/2013) che dispone la reportistica per lo Stato membro soggetto a monitoraggio (ex art. 10 del Regolamento 473/2013). Nessuna modifica è stata invece apportata al Regolamento 472/2013. Perché hanno ritenuto di modificare con un atto legislativo un aspetto tutto sommato residuale come una tabellina per il report delle spese, ed hanno lasciato immutato il 472/2013? Forse perché la Commissione intendeva lasciarlo esattamente così com’è? Con la minaccia di misure correttive ben in vista nell’articolo 14(4)?

La Troika c’è, esiste, e potrebbe essere presto tra noi, egregio signor Governatore della Banca d’Italia.




Istat: persi 600 mila occupati rispetto a pre-Covid….ed il governo pensa al DDL Zan sull’omofobia!!!!

E’ incredibile, nel mezzo di una crisi economica ed occupazionale che si annuncia senza precedenti a causa del COVID, il nostro governo pensa alla finta emergenza dell’omofobia. Giudicate voi.

Per intanto rilancio l’articolo dell’ANSA che ci dà i primi dati sulla crisi occupazionale in Italia.

 

disoccupazione lavoro occupazione

 

“Da febbraio 2020 il livello dell’occupazione è sceso di circa 600 mila unità e le persone in cerca di lavoro sono diminuite di 160 mila, a fronte di un aumento degli inattivi di oltre 700 mila unità”. Lo rileva l’Istat nel commento alle stime che aggiornano i dati a giugno, facendo il confronto con il periodo appena precedente al deflagrare dell’epidemia.

A giugno il tasso di disoccupazione in Italia risale all’8,8%, in aumento di 0,6 punti rispetto a maggio. Lo rileva l’Istat. La crescita delle persone in cerca di lavoro, sottolinea l’Istituto, è “consistente”, pari a 149mila unità in più (+7,3%). Il rialzo, si spiega, “riguarda soprattutto gli uomini (+9,4% pari a +99mila unità, contro il +5,0%, pari a +50mila, delle donne) e interessa tutte le classi di età”.

A giugno prosegue, anche se “a ritmo meno sostenuto”, il calo degli occupati su base mensile: 46 mila in meno rispetto a maggio (-0,2%). Lo rileva l’Istat. La diminuzione, spiega, “coinvolge” le donne, con una perdita di 86 mila unità, e i dipendenti permanenti, ovvero quelli con un ‘posto fisso’, che si riducono di 60 mila. Gli occupati aumentano invece tra gli uomini (+39mila), i dipendenti a termine, gli autonomi e gli ultracinquantenni.

A giugno il tasso di disoccupazione giovanile (15-24anni) aumenta al 27,6%, in rialzo di 1,9 punti rispetto al mese precedente.

Con l’emergenza provocata dal Coronavirus sono 2,1 milioni in più le famiglie italiane a rischio povertà assoluta . È questa in sintesi la fotografia scattata dal Focus ‘Covid da acrobati della povertà a nuovi poveri. Ecco il rischio di una nuova frattura sociale’ di Censis-Confcooperative che analizza i dati Istat e Svimez su occupazione e reddito.”Sono 2,1 milioni le famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare” di queste “1.059.000 famiglie vivono esclusivamente di lavoro irregolare” spiegano i dati. Tra i lavoratori ci sono “2,9 milioni di working poor” e gli irregolari “sono più di 3,3 milioni”.




Corte Costituzionale tedesca: su acquisti BCE, una sentenza psicologicamente pericolosa

I giudici di Karlsruhe, la Corte Costituzionale tedesca, hanno chiesto chiarimenti alla Bce sull’applicazione del Qe. Una decisione che potrebbe avere un impatto sui programmi di sostegno agli stati colpiti dalla Covid-19, e persino sulla tenuta della zona euro. Un articolo di Stephan Baier, pubbligato sul Die-Tagestpost, nella traduzione di Alessandra Carboni Riehn.

 

karlsruhe Corte costituzionale tedesca Germania 1

 

La sentenza di Karlsruhe sugli acquisti di titoli della BCE è discutibile e giunge in un momento inopportuno.

Le sentenze della Corte Costituzionale tedesca non possono essere spiegate in dieci righe: ma comunque no, Karlsruhe non ha vietato gli acquisti di titoli da parte della BCE.

Spiegare le sentenze della Corte costituzionale tedesca in dieci righe è tanto difficile per i giornalisti quanto per gli avvocati. Quindi, prima di tutto diciamo questo: no, Karlsruhe non ha vietato l’acquisto di titoli da parte della BCE, non ha esautorato la Commissione UE e non ha abrogato risoluzioni di vertici UE. Infatti nulla di tutto questo è possibile. La Corte suprema tedesca vincola le istituzioni tedesche secondo il diritto tedesco. Niente di più.

Una sentenza disorientante

Tuttavia, la sentenza di ieri è “disorientante”, come ha ben riconosciuto il presidente della Corte Andreas Voßkuhle. Perché, in primo luogo, i giudici si espongono al sospetto di fare politica: era ben stata una decisione politica quella di difendere a tutti i costi (“whatever it takes”) la stabilità economica, politica e, in ultima analisi, sociale dell’area dell’euro. Se, così facendo, il mandato della Banca Centrale Europea (BCE) sia stato interpretato in modo ampio o esteso oltre il dovuto è a sua volta una questione più politica che giuridica. Ad ogni modo, in un’economia in crisi la BCE non sarebbe in grado di adempiere al suo mandato fondamentale di assicurare la stabilità dei prezzi nell’area dell’euro e quindi di mantenere il potere d’acquisto della moneta comune.

In secondo luogo, la sentenza di Karlsruhe rafforza il vecchio, praticamente inestirpabile sospetto che l’intera area dell’euro, anzi tutta l’UE, dovrebbe, nel dubbio, obbedire pedissequamente ai diktat tedeschi. Se Karlsruhe vieterà effettivamente alla Bundesbank (allo scadere dei prossimi tre mesi) di attuare le decisioni prese anni fa, i partner europei vedranno in questo un sabotaggio di decisioni comuni.

La sentenza di Karlsruhe destabilizza la fiducia

In terzo luogo, la sentenza di Karlsruhe relativa ai passati acquisti di titoli (dal 2015 al 2018) mina l’effetto psicologico dei 750 miliardi di euro di acquisti di titoli previsti oggi per contrastare la crisi da pandemia: in fin dei conti l’economia si basa in buona parte sulla psicologia. La stabilità delle valute e delle economie dipende anche dal fatto che tutti credano in esse. Se adesso un’unica Corte suprema nazionale può far vacillare le misure di politica finanziaria congiunte dell’UE e della BCE, chi crederà ancora che le misure di salvataggio dalla crisi pandemica dell’UE arriveranno veramente? La sentenza di Karlsruhe destabilizza così, in tempi di fragilità economica, la fiducia nel futuro dell’area dell’euro. Può darsi che la sentenza, da un punto di vista giuridico, sia ingegnosa. Psicologicamente, è estremamente pericolosa.




Come finanziare la ripresa dell’economia dopo il coronavirus? – L’opinione di De Bortoli

 

 

Come finanziare la ripresa dell’economia dopo il coronavirus? Con uno Stato che mette con forza e prepotenza le mani nel nostro portafoglio o piuttosto con altri sistemi ed altre misure? Ce lo spiega Ferruccio De Bortoli, già direttore del Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore, in questo suo breve ma incisivo intervento.

 

 

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Giulio Sapelli spiega il MES in maniera semplice semplice

 

Giulio Sapelli, economista, ha insegnato e svolto attività di ricerca presso la London School of Economics and Political Science nel 1992-1993 e nel 1995-1996, nonché presso l’Università autonoma di Barcellona nel 1988-1989 e l’Università di Buenos Aires. È stato professore ordinario di Storia economica presso l’Università degli Studi di Milano, dove insegnava anche Economia politica e Analisi culturale dei processi organizzativi, ci presenta la sua opinione sul MES.

 

 

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Draghi: La pandemia da coronavirus è una guerra, bisogna agire in fretta

Importante intervento di Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, sulla crisi pandemica da coronavirus che potrebbe creare una vera e propria depressione globale con licenziamenti a catena. Draghi dà la sua visione delle leve su cui operare per limitare i danni. E’ senz’altro un punto di vista da tenere in considerazione. L’articolo è stato pubblicato ieri sul Financial Times, vi propongo alcuni stralci nella mia traduzione. 

Mario Draghi

 

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nel timore della propria vita o nel lutto dei propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari siano sopraffatti sono coraggiose e necessarie. Devono essere sostenute. 

Ma queste azioni hanno anche un enorme e inevitabile costo economico. Mentre molti rischiano la perdita di vite umane, molti altri rischiano la perdita dei mezzi di sussistenza. Giorno dopo giorno, le notizie economiche peggiorano. Le aziende devono affrontare una perdita di reddito in tutta l’economia. Moltissimi stanno già ridimensionando e licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile. 

La sfida che dobbiamo affrontare è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di inadempienze che lasciano danni irreversibili. È già chiaro che la risposta deve comportare un significativo aumento del debito pubblico. La perdita di reddito subita dal settore privato – e l’eventuale debito contratto per colmare il divario – deve essere infine assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato. 

Il ruolo dello Stato è proprio quello di redigere il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. (…) . Oggi, invece, è stata causata dal disagio umano della pandemia e dalla chiusura. 

La questione chiave non è se, ma come lo Stato debba fare buon uso del suo bilancio. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro. Se non lo faremo, usciremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità costantemente inferiori, mentre le famiglie e le aziende faticano a riparare i loro bilanci e a ricostruire il patrimonio netto.

(…)

Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo stanno diventando un veicolo di politica pubblica, il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti. Né la regolamentazione né le regole collaterali devono ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci delle banche a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette

(…)

Queste aziende potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e di aumentare il debito per mantenere il loro personale in attività. Ma le perdite accumulate rischiano di compromettere la loro capacità di investire in seguito. E, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero durare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito accumulato per mantenere il personale occupato durante quel periodo venisse alla fine cancellato. 

(…)

I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico. (…)

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo shock straordinario. Ha una struttura finanziaria granulare in grado di incanalare fondi verso ogni parte dell’economia che ne ha bisogno. Ha un settore pubblico forte in grado di coordinare una risposta politica rapida. La rapidità è assolutamente essenziale per l’efficacia.

Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti è un racconto ammonitore. 

La velocità del deterioramento dei bilanci privati – causato da una chiusura economica inevitabile e auspicabile – deve essere affrontata con altrettanta rapidità nel dispiegare i bilanci dei governi, nel mobilitare le banche e, come europei, nel sostenersi a vicenda nel perseguimento di quella che è evidentemente una causa comune.

 




Roubini: “Questa crisi da coronavirus strariperà e porterà a un disastro”

In un’intervista con il giornale tedesco Der Speigel, Nouriel Roubini, il dottor Doom (il dott Sventura, nomignolo affibbiatogli, ndr) – che ha correttamente previsto lo scoppio della bolla immobiliare statunitense e la conseguente crisi finanziaria del 2008, insieme alle conseguenze delle misure di austerità per la Grecia piena di debito – ritiene che il coronavirus porterà a un disastro economico globale.

Molto spesso non condivido il pensiero di Roubini, riprendo però alcuni passi, quelli economici, della sua intervista poiché piuttosto esemplificativi della situazione attuale. Pur ritenendo difficile la situazione odierna, non è detto che il punto di vista di Roubini si verifichi nella realtà.

 

Nouriel Roubini (AP Photo/Chiang Ying-ying)

Nouriel Roubini (AP Photo/Chiang Ying-ying)

 

DER SPIEGEL: Quanto è grave l’epidemia di coronavirus per la Cina e per l’economia globale?

Roubini: Questa crisi è molto più grave per la Cina e per il resto del mondo di quanto gli investitori si aspettassero, per quattro motivi: Primo, non è un’epidemia limitata alla Cina, ma una pandemia globale. Secondo, è ben lungi dall’essere finita. Questo ha conseguenze enormi, ma i politici non se ne rendono conto.

 

DER SPIEGEL: Cosa intende dire?

Roubini: Basta guardare il suo continente. L’Europa ha paura di chiudere le sue frontiere, il che è un errore enorme. Nel 2016, in risposta alla crisi dei rifugiati, Schengen è stato effettivamente sospeso, ma questa è ancora peggiore. Le frontiere italiane dovrebbero essere chiuse al più presto. La situazione è molto peggiore di quella di un milione di rifugiati che arrivano in Europa.

 

DER SPIEGEL: Quali sono le altre due ragioni?

Roubini: Tutti credono che sarà una recessione a forma di V (cioè velocemente verso il punto basso del ciclo economico, con una pronta ripresa, ndr), ma la gente non sa di cosa sta parlando. Preferiscono credere nei miracoli. È semplice matematica: Se l’economia cinese dovesse ridursi del 2 per cento nel primo trimestre, ci vorrebbe una crescita dell’8 per cento negli ultimi tre trimestri per raggiungere il tasso di crescita annuale del 6 per cento che tutti si aspettavano prima che il virus scoppiasse. Se la crescita fosse solo del 6 per cento a partire dal secondo trimestre, che è uno scenario più realistico, vedremmo l’economia cinese crescere solo del 2,5-4 per cento per l’intero anno. Questo tasso significherebbe essenzialmente una recessione per la Cina e uno shock per il mondo.

 

DER SPIEGEL: E il suo ultimo punto?

Roubini: Tutti pensano che i politici reagiranno rapidamente, ma anche questo è sbagliato. I mercati sono completamente deliranti. Guardi alla politica fiscale: Si possono fare cose fiscali solo in alcuni Paesi come la Germania, perché altri come l’Italia non hanno alcun margine di manovra. Ma anche se si fa qualcosa, il processo politico richiede un gran parlare e negoziare. Ci vogliono dai sei ai nove mesi, che sono decisamente troppo lunghi. La verità è che: L’Europa avrebbe bisogno di stimoli fiscali anche senza la crisi de coronavirus. L’Italia era già sull’orlo della recessione, così come la Germania. Ma i politici tedeschi non pensano nemmeno agli stimoli, nonostante il Paese sia così esposto alla Cina. La risposta politica è una barzelletta – i politici sono spesso dietro la curva (cioè in ritardo, ndr). Questa crisi strariperà e si tradurrà in un disastro. 

 

DER SPIEGEL: Che ruolo hanno le banche centrali?

Roubini: La Banca centrale europea e la Banca del Giappone sono già in territorio negativo. Certo, potrebbero abbassare ulteriormente i tassi sui depositi per stimolare l’indebitamento, ma questo non aiuterebbe i mercati per più di una settimana. Questa crisi è uno shock dell’offerta che non si può combattere con la politica monetaria o fiscale.

 

DER SPIEGEL: Cosa può aiutare?

Roubini: La soluzione deve essere di tipo medico. Le misure monetarie e fiscali non aiutano quando non si ha sicurezza alimentare e idrica. Se lo shock porta a una recessione globale, allora si ha una crisi finanziaria, perché i livelli di debito sono saliti e il mercato immobiliare statunitense sta vivendo una bolla come nel 2007. Finora non è stata una bomba a orologeria, perché abbiamo assistito a una crescita. Ora è finita.

 

DER SPIEGEL: Questa crisi cambierà il modo in cui il popolo cinese pensa al suo governo?

Roubini: Gli uomini d’affari mi dicono che le cose in Cina sono molto peggiori di quanto il governo stia ufficialmente denunciando. Un mio amico di Shanghai è chiuso in casa da settimane. Non mi aspetto una rivoluzione, ma il governo avrà bisogno di un capro espiatorio.

 

DER SPIEGEL: Ad esempio?

Roubini: Ci sono già state delle teorie cospirative sulle interferenze straniere quando si tratta di influenza suina, aviaria e della rivolta di Hong Kong. Suppongo che la Cina inizierà a creare problemi a Taiwan, Hong Kong o anche in Vietnam. Prenderanno provvedimenti contro i manifestanti a Hong Kong o manderanno combattenti nello spazio aereo taiwanese per provocare l’esercito americano. Basterebbe un solo incidente nello Stretto di Formosa e si assisterebbe a un’azione militare. Non una guerra calda tra Cina e Stati Uniti, ma una qualche forma di azione. Questo è ciò che vogliono le persone nel governo degli Stati Uniti, come il segretario di Stato Mike Pompeo o il vice presidente Mike Pence. È la mentalità di molte persone a Washington.

 

DER SPIEGEL: Questa crisi è ovviamente una battuta d’arresto per la globalizzazione. Pensa che i politici come Trump, che vogliono che le loro aziende abbandonino la produzione all’estero, ne trarranno beneficio?

Roubini: Cercherà di raccogliere i frutti di questa crisi, questo è sicuro. Ma tutto cambierà quando il coronavirus arriverà negli Stati Uniti. Senta, io vivo a New York City e la gente lì non va quasi mai nei ristoranti, nei cinema o nei teatri, anche se finora nessuno è stato contagiato dal virus. Se arriva, siamo completamente fottuti.

 

 




Il coronavirus e la crescita economica globale. I rischi sono notevoli.

Dal 1990 al 2008, la crescita annuale del commercio mondiale è stata del tutto più rapida dell’82% rispetto alla crescita del PIL mondiale. Ora, tuttavia, riflettendo il rallentamento insolitamente brusco della crescita del commercio mondiale dopo la crisi, questo ammortizzatore si è ridotto drasticamente, ad appena il 13% nel periodo 2010-19, lasciando l’economia mondiale più vulnerabile a shock troppo frequenti.

Se ne parla in questo articolo scritto dall’economista Stephen S. Roach e pubblicato su Project Syndicate. Eccolo nella mia traduzione.

 

Coronavirus

Coronavirus

 

Con il beneficio dei dati relativi all’intero anno, solo ora ci stiamo rendendo conto del pericolo che l’economia globale ha evitato per poco nel 2019. Secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il PIL mondiale è cresciuto solo del 2,9% lo scorso anno – la performance più debole dopo la netta contrazione della crisi finanziaria globale del 2009 e ben al di sotto del ritmo del 3,8% della ripresa post-crisi nel periodo 2010-18.

In superficie, la crescita globale del 2,9% non appare troppo debole. Ma 40 anni di prospettive dicono il contrario. Dal 1980, la crescita tendenziale del PIL mondiale è stata in media del 3,5%. Per qualsiasi economia, compreso il mondo nel suo complesso, la chiave per valutare le implicazioni della crescita può essere trovata nelle deviazioni dal trend – una proxy del cosiddetto output gap. Lo scostamento dal trend dell’anno scorso (0,6 punti percentuali) ha portato la crescita a un livello fastidiosamente vicino alla soglia di recessione globale, ampiamente accettata, di circa il 2,5%.

A differenza delle singole economie, che normalmente si contraggono in una vera e propria recessione, ciò avviene raramente nel mondo intero. Sappiamo dall’ampia analisi dell’economia mondiale da parte del FMI, che consiste in un ampio spaccato di circa 194 paesi, che in una recessione globale circa la metà delle economie mondiali si contrae tipicamente, mentre l’altra metà è ancora in espansione, anche se a un ritmo moderato. La recessione globale di un decennio fa è stata un’eccezione degna di nota: all’inizio del 2009, i tre quarti delle economie mondiali erano in realtà in contrazione. Questo ha portato a una rara e netta contrazione del PIL mondiale, la prima flessione di questo tipo nell’economia globale dagli anni Trenta.

Per gli analisti del ciclo economico globale, la fascia di crescita del 2,5-3,5% è considerata la zona di pericolo. Quando la crescita della produzione mondiale scivola nella metà inferiore di tale fascia – come nel 2019 – i rischi di recessione globale devono essere presi sul serio. Come tipicamente accade per le previsioni ufficiali, o istituzionali, il FMI prevede una modesta accelerazione della crescita annuale del PIL mondiale nel 2020 e nel 2021, rispettivamente al 3,3% e al 3,4%. Ma come ha detto una volta il fisico Niels Bohr, “le previsioni sono molto difficili, soprattutto se riguardano il futuro”. Basta chiedere al FMI, che ha rivisto al ribasso sei iterazioni consecutive delle sue previsioni globali. Ovviamente, non c’è garanzia che la sua ultima proiezione ottimistica si realizzerà.

I rischi negativi sono particolarmente preoccupanti, perché un risultato di crescita del 2,9% per l’economia mondiale sottolinea la mancanza di un comodo ammortizzatore in caso di shock. Come ho notato di recente, prevedere gli shock è un gioco da ragazzi. Eppure le misure draconiane che la Cina sta adottando per contenere il letale coronavirus di Wuhan servono solo a ricordarci che gli shock sono molto più frequenti di quanto si pensi. Qualche settimana fa, era la possibilità di una guerra calda tra gli Stati Uniti e l’Iran. E prima ancora, c’è stata la sempre più controversa guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Il punto è che la crescita globale al di sotto del trend, soprattutto quando si sposta nella metà inferiore della fascia 2,5-3,5%, si avvicina alla velocità di stallo. Questo lascia il mondo molto più soggetta alla recessione di quanto lo sarebbe altrimenti in un ambiente più vigoroso di crescita globale al di sopra del suo trend.

Lo stesso messaggio arriva forte e chiaro nel misurare i rischi per il ciclo del commercio globale – da tempo il principale motore della crescita globale in un’economia mondiale sempre più integrata e legata alla catena dell’offerta. Secondo l’ultima valutazione del FMI, nel 2019 la crescita del commercio globale è stata di appena l’1% – la sua settima revisione al ribasso consecutiva. L’anno scorso, infatti, è stato il più debole andamento del commercio dai tempi dello storico crollo del 10,4% del 2009, che ha rappresentato la peggiore contrazione dai primi anni Trenta (del secolo scorso, ndr). Rispetto alla media del 5% nel periodo 2010-18, il rallentamento della crescita del commercio mondiale ad appena l’1% nel 2019 è ancora più allarmante. In realtà, è stato il quarto anno più debole dal 1980, e i tre anni peggiori – 1982, 2001 e 2009 – sono stati tutti associati a recessioni globali.

La crescita del commercio globale non ha mai recuperato il ritmo pre-crisi (del 2008, ndr), un deficit che è stato oggetto di un intenso dibattito negli ultimi anni. Ritenuta inizialmente una conseguenza di un’insolita debolezza degli investimenti delle imprese, non si può ignorare l’impatto del protezionismo dopo l’inizio del conflitto commerciale USA-Cina. Ora che le due parti hanno concordato una tregua sotto forma di un accordo commerciale “fase uno”, c’è la speranza che la prognosi commerciale migliori. Riflettendo questa speranza, l’aggiornamento di gennaio del FMI prevede un modesto rimbalzo al 3,3% della crescita media del commercio mondiale nel periodo 2020-21. Ma con il tasso medio delle tariffe doganali statunitensi sulle importazioni cinesi chedovrebbe rimanere intorno al 19% dopo la firma dell’accordo – più di sei volte il tasso del 3% precedente la guerra commerciale – e con i preoccupanti segnali di un’escalation delle tensioni commerciali USA-Europa, questa previsione, come quelle degli ultimi anni, potrebbe rivelarsi un pio desiderio.

Tutto ciò influisce in modo critico sullo stato precario del ciclo economico globale. Storicamente, la rapida espansione del commercio transfrontaliero è stata una parte importante del cuscino di crescita globale che protegge l’economia mondiale da shock troppo frequenti. Dal 1990 al 2008, la crescita annuale del commercio mondiale è stata del tutto più rapida dell’82% rispetto alla crescita del PIL mondiale.

 Ora, tuttavia, riflettendo il rallentamento insolitamente brusco della crescita del commercio globale dopo la crisi, questo ammortizzatore si è ridotto drasticamente, ad appena il 13% nel periodo 2010-19. Con l’economia mondiale che opera pericolosamente vicino alla velocità di stallo, la confluenza di shock sempre presenti e di un cuscinetto commerciale fortemente diminuito solleva seri interrogativi sulla visione sempre più ottimistica dei mercati finanziari sulle prospettive economiche globali.

 

Stephen S. Roach, membro della facoltà dell’Università di Yale ed ex presidente di Morgan Stanley Asia, è l’autore di Sbilanciato: La dipendenza reciproca dell’America e della Cina.




Gli Stati più fragili e forti al mondo

Cartina degli Stati più forti e fragili al mondo

 

Tra Brexit, l’imprevedibilità dei conflitti in corso tra Yemen e Siria e innumerevoli altri fattori, il mondo sta diventando meno stabile e sempre più fragile. Considerata la situazione nel 2019, Niall McCarthy di Statista rileva che i risultati del Fragile State Index del The Fund For Peace sono particolarmente interessanti quest’anno.

Lo Yemen è stato nominato lo Stato più fragile, davanti al Sudan meridionale e alla Siria.

Considerando la situazione politica di entrambi i tre Paesi, il loro posto in cima all’indice non è sorprendente.

Troverete altre infografiche su Statista

Ciò che è particolarmente interessante questa volta è l’elenco dei paesi che hanno visto aumentare di più il loro punteggio. Questo include il Venezuela, che sta lottando con una crisi economica e di leadership di dimensioni senza precedenti. Il punteggio del Brasile è peggiorato dello stesso margine dopo aver eletto un nuovo e controverso presidente.

Il Regno Unito, che si trova in un complicato processo di divorzio con l’UE, ha avuto il quarto aumento più alto dell’indice. La Finlandia è stata nominata nel 2019 il paese meno fragile del mondo, davanti a Norvegia e Svizzera.

 

Fonte: ZeroHedge

 




Il conto alla rovescia della recessione è iniziato? Le curve dei rendimenti a 2 e 10 anni dei titoli di Stato USA si sono invertite

Oggi è accaduto sul mercato dei titoli di Stato USA un importante avvenimento, l’inversione dello spread 10-2 anni che in genere ha preannunciato una recessione. Per la verità qualche mese fa si è verificata un’altra inversione di curve, quella dei rendimenti a 3 mesi ed i 10 anni. E’ bene segnalare la notizia precisando anche alcune avvertenze sulla consistenza del fenomeno. 

Ecco l’articolo di Tyler Durden pubblicato su ZeroEdge nella mia traduzione.

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Mentre molti hanno notato l’inversione del segmento 3m-10Y della curva del Tesoro statunitense, i principali investitori appaiono più concentrati sul differenziale tra i rendimenti a 2Y e 10Y….. e che si è appena invertito per la prima volta dal maggio 2007.

Lo spread tra i rendimenti da 3m a 10Y si è  invertito da metà maggio e questa mattina ha raggiunto il suo maggior valore in termini di inversione dall’aprile 2007…..

Source: Bloomberg

 

 

source: Bloomberg

Per la prima volta dal 2007…

source: Bloomberg

E il 30 anni è a un basso rendimento record a 2,05%, in calo di 10bps durante la notte…..

 

source: Bloomberg

Ed ecco Bloomberg che mostra come la curva dei rendimenti si sia invertita nel 1989, nel 2000 e nel 2006, con recessioni che hanno avuto inizio nel 1990, 2001 e 2008. Questa volta non sarà diverso.

Criticamente, come ha recentemente osservato Jim Grant, lo spread tra i rendimenti decennali e trimestrali è un indicatore importante, osserva oggi James Bianco, presidente ed eponimo di Bianco Research LLC. In sei occasioni negli ultimi 50 anni, quando i rendimenti trimestrali hanno superato quelli a 10 anni, è sempre seguita una recessione economica, a partire da una media di 311 giorni dopo il segnale iniziale. 

Infine, Joseph Carson, ex direttore della Global Economic Research di Alliance Bernstein, osserva che le recessioni sono ben lungi dall’essere simili e i loro sintomi e le loro cause differiscono nel tempo. Nonostante le sue numerose forme e dimensioni, la regolarità storica per cui una curva dei rendimenti del Tesoro invertita ha coinciso con la recessione ha suscitato preoccupazione ora che i rendimenti dei Treasury a più lunga scadenza sono scesi al di sotto dei rendimenti a breve termine per diversi mesi consecutivi.

Il potere dello spread su scadenze temporali di prevedere o anticipare le recessioni economiche deve essere rispettato, ma ci sono diversi nuovi fattori interni e globali che sono presenti oggi, suggerendo che l’effetto di segnalazione dei cambiamenti nella curva dei rendimenti del Tesoro direttamente sulla performance futura dell’economia potrebbe non essere così robusto come lo è stato nei periodi passati.

In primo luogo, questo è il primo ciclo economico che ha comportato un programma di acquisto di obbligazioni da parte della Federal Reserve. Il programma quantitativo di acquisto di obbligazioni ha prodotto un effetto tecnico di ancoraggio al lungo termine del mercato obbligazionario che non era presente nei cicli precedenti. Anche se questo programma non ha causato un’inversione della curva dei rendimenti di per sé, ha portato ad una curva dei rendimenti più piatta di quella che altrimenti sarebbe stata il caso, e di conseguenza, non ci vorrebbe molta forza da altri fattori per innescare un’inversione nello spread a termine dei rendimenti.

In secondo luogo, data la crescente globalizzazione dei mercati finanziari, l’attrattiva e la domanda di titoli del Tesoro statunitense a lunga scadenza è spesso basata sui rendimenti disponibili in altre grandi economie. I rendimenti delle obbligazioni a lunga scadenza in alcune delle principali economie (come Germania, Giappone e Francia) sono negativi e molti altri (tra cui Regno Unito, Spagna e Australia) sono inferiori all’1% e ciò ha portato ad un aumento della domanda globale di titoli di stato statunitensi a lunga scadenza, poiché i rendimenti negli Stati Uniti sono in alcuni casi da 100 a 200 punti base rispetto ai rendimenti di scadenze comparabili in altre economie. L’aumento della domanda mondiale di titoli statunitensi è un fattore tecnico nuovo e non è legato all’andamento dell’economia statunitense.

In terzo luogo, è la prima volta che si verifica l’inversione della curva del Tesoro con rendimenti nominali a breve e lungo termine nettamente inferiori alla crescita del reddito nominale e del PIL (o della curva dei rendimenti dell’economia). Perché è così importante? Vi è una conseguenza negativa diretta sulla performance dell’economia quando il costo del prestito supera la crescita del reddito nominale. A quel punto, il costo dei nuovi prestiti comincia a diventare troppo costoso, portando a un rallentamento o a una diminuzione dell’utilizzo del credito e a un indebolimento dell’economia.

Sebbene spesso trascurato, tutte le inversioni della curva dei rendimenti del Tesoro che hanno preceduto le recessioni hanno coinciso con un’inversione della curva dei rendimenti dell’economia, o quando i tassi nominali a breve e lungo termine erano superiori alla crescita del reddito nominale e del PIL. Il fatto che la curva dei rendimenti nominali del Tesoro si sia invertita a rendimenti nominali relativamente bassi, suggerisce che il canale dei tassi di interesse non sta producendo gli influssi restrittivi sull’economia come ha fatto durante le precedenti inversioni e sta invece fornendo un cuscino (o stimolo) all’economia. I responsabili politici dovrebbero prendere atto di questo evento insolito e non affrettarsi ad allentare ulteriormente la politica [monetaria], risparmiando per un’altra occasione le sue polveri costituite dal tasso di interesse.

 

Se l’inversione della curva del Tesoro non sta producendo un’influenza restrittiva sull’economia come ha fatto in passato, gli Stati Uniti possono ancora sperimentare una recessione? Sì, ma verrebbe da canali diversi.

Il rischio di recessione più grande oggi si concentra sulla disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina. Le controversie commerciali hanno il potenziale per essere molto dirompenti e affette da contrazione e possono operare attraverso una serie di canali, come i volumi del commercio e la produzione, le valute, i prezzi e i mercati dei beni.

Di tutti questi canali, la maggiore vulnerabilità per gli Stati Uniti è il canale azionario, poiché il valore di mercato delle azioni in rapporto al reddito e al PIL è a livelli record, fornendo ai consumatori ingenti somme di liquidità e ricchezza. Se l’imposizione di nuove tariffe e l’incertezza su ciò che potrebbe seguire innescasse una riduzione del rischio e la fuga [dal settore], ciò innescherebbe una correzione sostenuta del mercato azionario dal 25% al 30% che di per sé potrebbe attivare una recessione in quanto potrebbe infliggerebbe un colpo sostanziale alla liquidità e alla ricchezza dei consumatori, e un brusco e rapido calo della spesa e della fiducia.

Non si tratta di una previsione o di una predizione, ma semplicemente dell’osservazione che tutte le recessioni sono state causate da una qualche forma di shock della domanda, e la curva dei rendimenti invertita ha semplicemente evidenziato la vulnerabilità dell’economia ad un potenziale esito negativo.

 

 

 

 




Mentre l’Europa continua a rallentare, le implicazioni per tutti gli altri

Stiamo andando a votare per le elezioni europee. E’ bene avere alcuni dati dai mercati finanziari che ci suggeriscono molte cose sullo stato dell’economia europea. Lo faccio proponendovi questo articolo di Jeffrey Snider.

Eccolo nella mia traduzione.

Parlamento europeo

Parlamento europeo

 

A fine marzo, mentre si rinnovava il pessimismo globale sui mercati obbligazionari mondiali, il presidente della BCE Mario Draghi è apparso, come sempre, sollecitare l’ottimismo. Sì, l’economia europea, in particolare, non ha concluso il 2018 come lui si aspettava. Ma un momento smorzato, ha detto Draghi, non necessariamente “prefigurerebbe [una] grave recessione”.

La domanda nelle menti degli investitori obbligazionari è: come potrebbe saperlo?

 

OCSE - Composit Leading Indicator

OCSE – Composit Leading Indicator

Questo è, in ultima analisi, il problema di una crescita sincronizzata a livello globale. E non ha nessun altro da incolpare. Nel creare aspettative nel 2017, in modo molto esagerato, lui e altri come lui, come Janet Yellen e Jay Powel (banchieri centrali, ndr), si sono predisposti per dichiarazioni come questa consegnata a Washington il mese scorso:

Tuttavia, dopo le riunioni annuali dell’ottobre 2018, i dati in entrata sono stati deboli, in particolare nei settori manifatturiero e dei beni commerciabili, riflettendo un rallentamento della domanda esterna. A ciò si sono aggiunti alcuni fattori specifici per paese e per settore che si stanno rivelando con effetti più duraturi di quanto previsto in precedenza.

Scegliendo costantemente l’interpretazione troppo ottimistica di tutto, Draghi è diventata la Cassandra al contrario. Nella mitologia, a Cassandra fu dato il potere divino di prevedere accuratamente il futuro, ma fu maledetta da Apollo in modo che nessuno potesse mai credere alle sue profezie che erano corrette. Mario Draghi non può prevedere nulla, eppure tutti nel mainstream credono a qualsiasi cosa dica.

Come il mercato del Tesoro americano, però, i mercati obbligazionari europei non sono mai stati molto convinti. Come è diventato il suo modello tipico, prima di ammettere l’attuale debolezza dell’economia europea, il Presidente della BCE lo dichiarerà sempre nei termini più favorevoli. “Nel 2018 l’economia dell’area dell’euro si è espansa a un ritmo più lento, dopo la robusta crescita dell’anno precedente”.

Da boom a un boom un po’ meno boom non suona poi così male, questo è il modo di fare dell’uomo. Ciò però non è un valido.

Per credere alla sua premessa bisogna credere che l’Europa sia stata, ad un certo punto, in piena espansione. Il mercato obbligazionario tedesco, soprattutto, non l’ha mai creduto. Bill Gross aveva ragione sulla sua “breve durata” – se solo avesse avuto ragione sull’efficacia del QE (Quantitative Easing, ndr). Se avesse effettivamente funzionato, creando un vero e proprio boom, i consigli di investimento di Gross avrebbero dato i loro frutti.

Anche al culmine dell’isteria inflazionistica mondiale, unico risultato tangibile dell’opera di Draghi, i rendimenti tedeschi non sono mai stati molto più alti di quanto lo fossero nei punti più bassi della loro lunga storia. Draghi continuava a dire boom, il mercato dei bund continuava a rispondere: ma noi non lo vediamo.

Ora la BCE è passata da boom a un po’ meno boom. I bund tedeschi ancora una volta dicono: ma noi non lo vediamo.

Ieri e oggi i rendimenti decennali sono stati rispettivamente di -11 bps e -10 bps. Questi sono stati i più bassi dall’ottobre 2016 e molto vicini ai minimi storici. Questa fuga verso la sicurezza ha in realtà aumentato le preferenze verso la liquidità. Non c’è davvero nessun altro motivo per cui si dovrebbe possedere un bund a -10 bps “yield” o uno schaetze a -66 bps.

 

Naturalmente, data questa progressione, anche i mercati monetari si sono rivolti contro l’uomo. L’Euribor a dodici mesi, il tasso non garantito per l’assunzione di euro interbancari per un anno, era salito (cioè è diventato meno negativo), mentre Draghi era fiducioso del suo boom. Questo è il fatto con loro, o di coloro che li guardano, tendono a continuare nel futuro prevedibile.

Pertanto, fintanto che Draghi credeva nel boom, i mercati interbancari dell’euro hanno valutato ciò in cui Draghi credeva. Il tasso a 12 mesi è aumentato in previsione della prima serie di aumenti dei tassi della BCE.

Non più. Tornando alla fine di marzo, il precedente crollo dei rendimenti obbligazionari prima dell’attuale Euribor a 12 mesi si è invertito. Solo negli ultimi tre giorni, il tasso è sceso di un punto base completo (non sembra molto, ma si può effettivamente vedere sul grafico sopra). Questo dopo aver rinunciato a più di mezzo punto base rispetto alle precedenti 14 sessioni di trading.

Questo non suggerisce un taglio dei tassi come lo è per i mercati dei dollari USA; a differenza della Fed, la BCE non è mai arrivata al primo aumento. La diapositiva dell’Euribor, più che il tenore a 12 mesi, dice che i mercati scommettono come i bund tedeschi, la probabilità di un aumento, qualsiasi aumento, sta tornando a zero. [Draghi] Può parlare di momento soft, ma non è ciò che vede una sezione molto ampia dei più importanti mercati dell’euro.

Le implicazioni, naturalmente, significano molto più che per la semplice Europa. L’economia europea è ovviamente un’economia importante per diversi motivi, al di là delle sue dimensioni. In termini del solo sentiment, se Draghi fosse riuscito a creare un vero e proprio boom, sarebbe stato un risultato sostanziale. Forse la seconda grande economia più malata del mondo, dopo il solo Giappone, un’Europa che avanzava avrebbe significato parecchio dentro e fuori [di essa].

 

 

Ritornare indietro, tuttavia, segnala ancora una volta lo stesso malessere senza fine, dimostrando solo l’inefficacia degli esperimenti di politica monetaria estrema. Non è cambiato nulla. Non è cambiato nulla. I bund tedeschi, come i titoli di stato degli USA avevano ragione ad essere scettici anche durante i momenti “migliori” del 2017. Non va, non decolla.

Il problema più immediato è quello che Draghi ha detto il mese scorso: “che riflette un rallentamento della domanda esterna”. Questo rallentamento, anche declino, forse la recessione in Europa è un sintomo dello stesso potenziale negativo che si manifesta nel resto dell’economia globale. Gli Stati Uniti sono inclusi. La recessione sincronizzata a livello mondiale è piena di tutti i tipi degli altri rischi di ribasso.

Euro$ #4 (l’ultima fase della curva visibile nel primo grafico, ndr) si è già riflesso nei discorsi di Mario Draghi, anche se lui potrebbe non capire cosa significhi veramente ciò che i mercati obbligazionari e monetari del mondo stanno facendo. E stanno scommettendo che lo farà tra non molto tempo. Non è una profezia molto piacevole.

 

Fonte: Alhambra Investments via ZeroHedge

 




Il crollo degli ordini industriali di febbraio della Germania proietta sinistre ombre sull’economia europea

Il crollo degli ordini industriali di febbraio della Germania proietta sinistre ombre sull’economia europea.

Stralci di un articolo pubblicato su ZeroHedge nella mia traduzione.

Oggi, un giorno dopo che i principali istituti economici tedeschi hanno tagliato le loro previsioni di crescita per il 2019 di oltre la metà (e hanno avvertito che l’economia potrebbe rallentare molto di più se la Gran Bretagna lasciasse l’Unione Europea senza un accordo), la Germania ha confermato ancora una volta quanto sia grave la recessione produttiva nel cuore dell’Eurozona, nel momento in cui ha riferito che in febbraio gli ordini industriali sono diminuiti della riduzione maggiore in sequenza in più di due anni, con un crollo del 4,2%, mancando il consenso delle aspettative che invece prevedevano un rimbalzo dello 0,3%, e peggio del -2,1% registrato lo scorso mese, evidenziando la dimensione del rallentamento nel mezzo delle controversie commerciali globali in corso.

Su base annua, il crollo è stato quasi senza precedenti, con un calo dell’8,2% che ha eguagliando il peggior dato dalla crisi finanziaria globale (dl 2009, ndr).

Scavando tra i numeri, Robin Brooks dell’IIF ha osservato che, contrariamente al consenso, non è stato il crollo del commercio cinese ad essere il colpevole del calo, ma piuttosto la contrazione del PIL in Turchia che ha colpito in modo sproporzionato la produzione tedesca: mentre le esportazioni tedesche verso la Turchia sono solo l’1,4% del totale, sono scese del 22% nell’anno fino a gennaio 2019.

Il ministro dell’economia Peter Altmaier ha dichiarato che il rallentamento registrato in Germania nella seconda metà del 2018 sarà superato nel corso di quest’anno e sostituito da una ripresa economica. Tuttavia, i funzionari sperano che, una volta risolte le controversie commerciali globali e la Brexit, l’anno prossimo la crescita possa riprendere.

Riassumendo tutto questo, l’economista dell’ING Carsten Brzeski ha detto che “i terribili dati sui nuovi ordini suggeriscono che l’industria tedesca sta ancora soffrendo per i problemi della Brexit e delle incertezze globali”.

 

Fonte: ZeroHedge