Domanda: “Crediamo che quest’acqua che è stata benedetta sia in realtà diversa da quella che era prima?”

“Crediamo che quest’acqua che è stata benedetta sia in realtà diversa da quella che era prima? In altre parole, crediamo che attraverso le preghiere istituite dalla Chiesa, quell’acqua non è la stessa – c’è qualcosa che è cambiato in quell’acqua, che la rende quindi capace di fare qualcosa nell’oggetto o nella persona che la riceve?”

Dopo le foto della benedizione fatta con pistole ad acqua, ecco un articolo di Michelle La Rosa, pubblicato sul Catholic News Agency (CNA), che approfondisce la questione. Eccolo nella mia traduzione. 

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Dopo che le foto che appaiono raffigurare benedizioni o battesimi con la pistola ad acqua sono state diffuse in rete, diversi sacerdoti hanno avvertito che i cattolici dovrebbero avere cura di trattare gli oggetti sacri e i riti con un giusto senso di riverenza.

“Mettere l’acqua santa in una pistola ad acqua e trattarla come se fosse uno sketch comico su SNL significa trattare sia il sacramento che l’acqua benedetta in modo indegno”, ha detto padre Pietrzyk, professore assistente di diritto canonico al Seminario di San Patrizio a Menlo Park, California.

Fa notare che il Catechismo insegna che profanare gli oggetti sacri o trattarli indegnamente è un peccato – il peccato del sacrilegio.

Pietrzyk ha parlato con il CNA di una serie di foto che appaiono online che ritraggono sacerdoti che puntano pistole ad acqua contro la gente, presumibilmente per rispettare le linee guida di “distanziamento sociale” durante la pandemia di coronavirus in corso.

In una foto, un prete punta una pistola ad acqua contro un bambino con un abito da battesimo da diversi metri di distanza.

Il sacerdote, padre Stephen Klasek, parroco di due parrocchie della diocesi di Nashville: San Marco a Manchester, Tennessee, e San Paolo Apostolo nella vicina Tullahoma, ha scritto su Facebook martedì per spiegare le sue intenzioni.

La Chiesa cattolica di San Marco ha detto in un post di martedì su Facebook che la foto voleva essere umoristica. Secondo il post dei social media della parrocchia, la famiglia aveva chiesto al sacerdote di posare per la foto a imitazione di foto simili su internet. Ha detto che la pistola non conteneva acqua santa e che non era stata spruzzata sul bambino.

La parrocchia ha detto di aver sentito il bisogno di “chiarire la foto che è diventata virale, dato che abbiamo ricevuto richieste in merito. Ha ottenuto quasi un milione di visualizzazioni su Twitter, è stata oggetto di notizie in diversi siti web e memes. Ha avuto commenti buoni e controversi”.

Mentre la foto di Klasek è stata a quanto pare una messa in scena, altre foto sono circolate su Internet, tra cui quelle di un prete che si proponeva di benedire i parrocchiani con una pistola ad acqua a Detroit. Padre Tim Pelc ha detto a Buzzfeed News di aver sparato ai parrocchiani con l’acqua santa con una pistola ad acqua come qualcosa “per i bambini della parrocchia”.

Pietrzyk ha messo in guardia dal presumere che l’intenzione nel caso specifico fosse quella di deridere i sacramenti. “Penso che dovremmo procedere partendo dal presupposto che si tratti di individui che cercavano di fare luce sulle difficoltà della situazione del coronavirus”, ha detto al CNA.

Tuttavia, ha detto il sacerdote, anche se l’intento può essere stato allegro, le foto suscitano serie preoccupazioni.

L’acqua santa è un sacramento, un oggetto materiale destinato ad aiutarci a santificare la nostra vita e a disporci a ricevere meglio le grazie dei sacramenti, ha spiegato. L’acqua santa ci ricorda il potere purificante del battesimo e di Cristo, che si riferiva a se stesso come acqua viva.

“Gli oggetti benedetti, compresa l’acqua santa, devono essere trattati con rispetto e riverenza come cose disposte per costruire la vita di fede”, ha detto Pietrzyk.

Padre Daniel Cardo, che detiene la cattedra di studi liturgici di Papa Benedetto XVI presso il Seminario Teologico di San Giovanni Vianney a Denver, ha osservato che esiste uno strumento liturgico specifico per l’aspersione dell’acqua – l’aspersorio – che viene utilizzato durante il periodo pasquale e in altre cerimonie in cui viene aspersa l’acqua santa.

“Lo facciamo sempre. Benediciamo le persone a distanza con l’acqua santa. Abbiamo una cosa bellissima che possiamo usare [l’aspersorio]. Non abbiamo bisogno di giocattoli per farlo”, ha detto alla CNA.

Battesimo con pistola ad acqua

Sia Cardo che Pietrzyk hanno suggerito che un vero battesimo eseguito con una pistola ad acqua sarebbe stato illecito.

Ma anche una foto inscenata solleva la possibilità del peccato di scandalo, che la Chiesa definisce “un atteggiamento o un comportamento che porta un altro a fare il male”, ha detto Pietrzyk.

Inscenare una tale foto, ha detto, può portare gli altri “a trattare le cose di Dio e del Culto divino come meri oggetti di derisione, spogliandoli della loro importanza sacrale e infondendo loro un senso di pagliacciata”.

“Questo porta soprattutto i non credenti a concludere che le persone di fede non prendono sul serio il loro credo e, in casi estremi, può portare le persone a concludere che i sacerdoti coinvolti pensano che tali atti di religione non siano altro che sciocchezze superstiziose”.

Cardo concorda. Ha detto che la foto, pur volendo essere divertente, potrebbe portare a confusione sul sacramento del Battesimo e su come si svolge.

“C’è sicuramente il rischio di banalizzare” il sacramento, ha detto, e di minare la sacralità del rito che la Chiesa vede come un’apertura alla vita eterna.

In definitiva, ha detto Cardo, si tratta di capire se crediamo a ciò che la Chiesa professa sull’acqua santa – e cosa significhi agire di conseguenza.

“Crediamo che quest’acqua che è stata benedetta sia in realtà diversa da quella che era prima? In altre parole, crediamo che attraverso le preghiere istituite dalla Chiesa, quell’acqua non è la stessa – c’è qualcosa che è cambiato in quell’acqua, che la rende quindi capace di fare qualcosa nell’oggetto o nella persona che la riceve?”

Se così fosse, ha detto, “allora la conseguenza di trattare quell’acqua con il massimo amore, dedizione e rispetto sarebbe la cosa più naturale”.

 

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Viganò, Spiegare proprio ad un rabbino tedesco i rischi di rimanere in silenzio davanti al potere

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha risposto a un rabbino tedesco, Jehoschua Ahrens, che ha definito uno “shock” l’appello di Viganò sulla crisi del coronavirus e i suoi pericoli per le libertà costituzionali, aggiungendo di essere lieto che i vescovi tedeschi ne abbiano preso le distanze. 

La critica del rabbino Ahrens all’Appello di Viganò è stata riportata il 20 maggio da Katholisch.de, il sito ufficiale della Conferenza Episcopale Tedesca. Le parole originali del Rabbino sono apparse per la prima volta sul giornale Jüdische Allgemeine.

Pur sottolineando la buona collaborazione con la Chiesa cattolica in Germania, Ahrens ha fatto notare che c’è ancora una “minoranza” tra i cattolici in Germania che hanno teorie cospirative. Pur insistendo sul fatto che gli ebrei stessi sono meno “inclini alle teorie di cospirazione”, afferma che “sappiamo, in fondo, che in generale queste teorie riguardano noi”.

Rifiutando l’idea che Dio ci sta punendo con questa crisi del coronavirus, il rabbino Ahrens sottolinea che “è un’intenzione dell’ebraismo: trasformare un negativo in positivo, trasformare una maledizione in una benedizione”, cioè imparare da questa crisi.

La risposta dell’arcivescovo Viganò al rabbino è stata riportata solo in parte da Katholisch.de (aggiungendo un link alla lettera completa solo alla fine del post), nonostante l’arcivescovo avesse chiesto che la sua lettera fosse pubblicata per intero. Katholisch.de non ha nemmeno menzionato di aver ricevuto la lettera dal prelato italiano. LifeSiteNews, grazie alla traduzione dal tedesco all’inglese della sua giornalista Maike Hickson, ha riportato per intero la lettera. 

A nostra volta abbiamo tradotto dall’inglese la lettera inviata dall’arciv. Carlo Maria Viganò al  Katholisch.de e ripreso alcuni passaggi introduttivi della Hickson.

 

Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

 

Caro Rabbino Ahrens,

Poiché sono stato criticato per il mio Appello per la Chiesa e per il mondo, chiedo a Katholisch.de di darmi il permesso di risponderle.

Devo dirle, dottor Ahrens, che non sono un po’ sorpreso dalle sue parole quando dice: “Sappiamo da tempo che ci sono persone all’interno delle chiese che aderiscono a tali teorie. Ma ora hanno il coraggio di esprimere queste opinioni in modo ancora più aperto”. 

Credo sia dovere di ognuno di noi esprimere le proprie preoccupazioni per una situazione che, approfittando della crisi di Covid, va ben oltre le ragionevoli misure di sicurezza, imponendo a intere nazioni la privazione delle libertà costituzionali: questo potrebbe non essere accaduto in Germania, ma è certamente accaduto in molti Paesi.

Le chiedo, caro rabbino Ahrens: secondo lei, è ancora permesso esprimersi liberamente, o ci sono argomenti che non possono più essere discussi in modo civile? Se può esprimere il suo disaccordo con il contenuto dell’Appello, perché anche le “persone all’interno delle chiese” non dovrebbero avere il diritto di esprimersi liberamente? E perché pensa che per farlo occorra “avere coraggio”, come se si trattasse di semplici farneticazioni senza alcun riferimento alla realtà?

Respingere queste preoccupazioni – che sono state espresse, peraltro, da personalità autorevoli – come “teorie cospirative” non mi sembra un atteggiamento costruttivo: soprattutto se non si ha il merito di smentire ciò che è considerato falso. Le chiedo quindi: in cosa, nello specifico, non è d’accordo con il testo dell’Appello? In che cosa l’Appello rappresenta per lei uno “shock”?

Credetemi: Non avrei mai pensato che l’Appello potesse offenderla; d’altra parte, perché mai un rabbino dovrebbe sentirsi criticato quando si parla del Nuovo Ordine Mondiale? Il Messia che Israele attende è Rex pacificus, Princeps pacis, Pater futuri saeculi [Re della Pace, Principe della Pace, Padre del mondo a venire]: non un tiranno senza morale che domina il mondo soggiogando gli uomini come schiavi. Questo vale piuttosto per l’Anticristo.

Veniamo ora al significato spirituale di Covid. Nell’Antico Testamento ci sono molti esempi di punizioni inviate al Popolo eletto da Dio, e i Profeti hanno più volte ammonito gli ebrei ad abbandonare l’idolatria, e a non contaminarsi con i pagani, e a rimanere fedeli all’unico vero Dio. Ricordo qui le parole del profeta Geremia, dopo l’incendio di Gerusalemme da parte delle truppe babilonesi nel 585 a.C.: “I suoi avversari hanno preso il sopravvento, i suoi nemici prosperano, perché il Signore l’ha afflitta per i suoi innumerevoli peccati” (Lm 1, 5). 

Questa visione, che la Chiesa di Cristo condivide, ci mostra un Dio giusto e misericordioso, che premia il bene e punisce i malvagi; che come un Padre amorevole punisce anche i Suoi figli disobbedienti, per riportarli a seguire la Sua santa Legge. Per questo motivo, “trasformando il negativo in positivo, trasformando una maledizione in benedizione” si raggiunge riconoscendo che si è commesso un peccato, che si è infranta l’alleanza con Dio, che si è meritato i suoi castighi. Allora l’epidemia diventa anche un’occasione per tornare al Signore, adorarlo nel suo santo tempio, seguire i suoi precetti.

C’è stato un tempo in cui, con l’obbedienza delle masse, una dittatura infernale ha commesso un crimine molto grave, rendendosi responsabile della deportazione e della morte di milioni di persone innocenti, solo a causa della loro fede e della loro linea di discendenza. Già allora i media mainstream lodavano coloro che erano al potere e tacevano sui loro crimini; anche allora medici e scienziati prestavano il loro lavoro a un delirante piano di dominio; anche allora chi osava alzare la voce veniva accusato di “teorie di cospirazione”. Si doveva aspettare la fine della seconda guerra mondiale per scoprire con orrore la verità su cui molti erano rimasti finora in silenzio.

Sono certo che chi oggi delegittima l’Appello ad espressione di “teorie cospirative” non si rende conto dei reali pericoli a cui è esposta l’intera famiglia umana. Ma sono certo che sia i cattolici che tutti gli uomini di buona volontà – e tra questi, credo di poter includere anche i figli di Abramo – hanno a cuore la maggiore gloria di Dio, il rispetto per la dignità delle persone e la libertà dei popoli. Beatus populus, cujus Dominus Deus ejus («Beato il popolo che ha Dio per suo Signore», ndr) (Sal 143, 15). 

 

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo, Nunzio Apostolico

 

22 maggio 2020, Festa dell’Ascensione di Nostro Signore

Traduzione del Dr. Maike Hickson di LifeSite




Ecco come possono essere benedette in chiesa le unioni omosessuali

Un nuovo libro scritto da alcuni teologi di lingua tedesca parla espressamente della benedizione in chiesa delle coppie omosessuali. Se ne parla in questo articolo scritto dallo staff del Catholic News Agency che vi propongo per la riflessione nella mia traduzione. 

 

matrimonio omosessuale

 

Un libro che considera come le coppie omosessuali potrebbero ricevere una benedizione liturgica formale della loro unione nella Chiesa cattolica è stato scritto in risposta a una richiesta del comitato liturgico della conferenza episcopale austriaca, secondo l’autore principale del libro.

L’opera comprende contributi di alcuni teologi di lingua tedesca e di una sezione liturgica, tra cui un suggerimento su come tale benedizione ecclesiastica delle unioni omosessuali possa essere “celebrata” nelle chiese cattoliche.

Il titolo ufficiale del libro è “La benedizione delle unioni omosessuali”. Uno dei suoi principali autori ed editori è padre Ewald Volgger, direttore dell’Istituto di Studi Liturgici e di Teologia dei Sacramenti dell’Università Cattolica Privata di Linz.

Parlando con un giornale diocesano austriaco, padre Volgger ha affermato che vorrebbe vedere “al più presto” l’introduzione di una benedizione ufficiale per le coppie omosessuali, ma ha ammesso che “secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, gli atti omosessuali non sono in alcun modo da condonare e gli omosessuali sono chiamati alla castità”.

Il sacerdote, 58 anni, ha aggiunto che “c’è stato un movimento sull’argomento”, e ha affermato che una riscrittura del Catechismo della Chiesa cattolica potrebbe servire a facilitare “una liturgia ufficiale” che sia “basata sulla dottrina della Chiesa”.

Per quanto riguarda il motivo per cui la Chiesa cattolica dovrebbe cambiare i suoi insegnamenti sulla morale sessuale, padre Volgger ha indicato un cambiamento nella percezione pubblica, dicendo che “la dottrina sull’omosessualità è stata discussa in tutta Europa in modo tale che un’apertura non solo è discutibile, ma può anche essere richiesta”.

Il sacerdote ha aggiunto: “ci sono anche un numero considerevole di vescovi che vorrebbero vedere un ripensamento della morale sessuale per la valutazione delle coppie omosessuali”.

Inoltre, ha sostenuto Volgger, un tale cambiamento potrebbe rendere gli insegnamenti della Chiesa più accettabili e rilevanti. 

Il giornale diocesano ha sottolineato che, a quanto pare, le coppie omosessuali sono già state benedette da un sacerdote cattolico nella Cattedrale di Santo Stefano di Vienna, e che una di queste coppie è stata recentemente intervistata sulla cerimonia dalla TV austriaca.

Padre Volgger ha detto che questo non è il tipo di benedizione ufficiale che ha in mente.

“No, perché questa è probabilmente la benedizione delle coppie dello stesso sesso il giorno di San Valentino. Queste sono già diffuse e in pratica”.

“Ma una benedizione, così come viene proposta dal punto di vista liturgico-teologico, avrebbe anche un carattere ufficiale, attraverso il quale la Chiesa esprime l’obbligo di fedeltà e l’esclusività del rapporto. A proposito, è un messaggio molto bello che nella Cattedrale di Santo Stefano tutti hanno un posto e sono benedetti”.

Tra gli altri autori del libro ci sono diversi teologi tedeschi. Negli ultimi anni, i vescovi tedeschi, in particolare, si sono espressi sempre più apertamente chiedendo “discussioni su un’apertura” verso l’accettazione dell’omosessualità praticata e la benedizione delle unioni omosessuali nella Chiesa.

Dopo le consultazioni a Berlino alla fine del 2019, il presidente della Commissione per il matrimonio e la famiglia della Conferenza episcopale tedesca ha dichiarato che i vescovi tedeschi concordano sul fatto che l’omosessualità sia una “forma normale” di identità sessuale umana.

Il tema ha un ruolo centrale anche in uno dei quattro forum che costituiscono il controverso “Processo sinodale” in corso in Germania.

Diversi membri del “Comitato centrale dei cattolici tedeschi” (ZDK), incaricati di gestire il processo in tandem con la Conferenza episcopale, sono membri del Parlamento che hanno votato personalmente per la ridefinizione del matrimonio per includere le unioni omosessuali in una votazione che ha legalizzato tali unioni come “matrimoni” in Germania nel 2017, come ha riferito CNA Deutsch.

Anche il vescovo Franz-Josef Bode di Osnabrück, vicepresidente della Conferenza episcopale tedesca, ha chiesto in precedenza un “dibattito” sulla benedizione delle coppie omosessuali e un cambiamento dell’insegnamento della Chiesa sulla morale sessuale.

Parlando in un’intervista del gennaio 2018, Bode ha detto: “Dobbiamo riflettere su come valutare una relazione tra due persone dello stesso sesso in modo differenziato”. Ha anche chiesto: “Non c’è così tanto di positivo, buono e giusto [in una relazione omosessuale] che dobbiamo rendergli più giustizia?”

L’arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale Reinhard Marx, a Natale 2019 ha espresso l’opinione che le coppie omosessuali possono ricevere una benedizione della Chiesa “nel senso di un accompagnamento pastorale” nella Chiesa cattolica.

Nello stesso mese, l’arcivescovo Heiner Koch di Berlino ha dichiarato che sia l’eterosessualità che l’omosessualità sono “forme normali di predisposizione sessuale, che non possono o devono essere cambiate con l’aiuto di una specifica socializzazione”.

Koch ha continuato dicendo che gli “sviluppi” sono stati resi possibili da Amoris laetitia, l’esortazione di papa Francesco al matrimonio e alla famiglia. L’arcivescovo di Berlino ha partecipato al Sinodo vaticano sulla famiglia insieme a Marx ed è presidente della Commissione per il matrimonio e la famiglia della Conferenza episcopale tedesca.

Ha parlato pubblicamente dopo che i vescovi tedeschi avevano affermato di essere impegnati a “valutare di nuovo” l’insegnamento universale della Chiesa sull’omosessualità – e sulla morale sessuale in generale – durante il “processo sinodale” biennale.

 




Memoria di San Filippo Neri

San Filippo Neri 1

San Filippo Neri

 

di Giuliano Di Renzo 

 

Oggi la Chiesa fa memoria di San Filippo Neri, fiorentino, trasferitosi a Roma dove divenne sacerdote ed esercitò un intenso ministero tra i giovani e i fanciulli all’insegna della gioia. 

Ministero della gioia sempre opportuna quanto mai, purché non si scambi la gioia con la superficialità, il chiasso e l’irresponsabilità. 

Opportuna perciò in quell’epoca di pericolosi assalti turco-islamici all’Europa cristiana scompaginata e divisa dalla disgraziata Riforma luterana, la cui espressione più coerente furono gli arcigni tetro calvinismo e il puritanesimo, e la Contro-Riforma che cercava di ricomporre la lacerata anima cristiana e unità spirituale dell’Europa che risulteranno oramai dolorosamente compromesse per sempre a favore del laicismo e di conseguenti intemperanti monarchie assolute e nazionalismi. 

Emergeva da quelle rovine uno sconvolto continente delle anime che obbligava la Chiesa, assaltata come una cittadella da tutte le parti, a stringersi in difesa della minacciata fede cattolica e raccogliersi in un blocco e ritrovare le forze per nuove mete e rinnovato cammino.

Il laicismo illuministico, volutosi in questo caso maliziosamente ignorante, ha avuto buon gioco con il fare ignorare, fingendo di ignorare esso stesso, questo quadro e lanciare attacchi durissimi alla fede della Chiesa con la sua nuova religione mitologica della dea ragione e successive sue espressioni di rivoluzionarie salvazioni gnostiche e millenaristiche a sfondo materialistico . 

Ne è conseguito con le “rivoluzioni” ideologicamente declinate in tutte le maniere continuamente morte e risorgenti lo sradicamento della fede dai cuori dei semplici e dei nostri popoli europei il cui esito è il mondo senza fede e ideali oggi solo apparentemente umani. 

In questo nostro oggi in cui l’anima non ritrova il suo proprio senso e si adagia a mode e droghe come in un placido nirvana del non senso.

Alla certezza delle Resurrezione di Cristo si è voluta sostituire l’illusione di una vita da godersi in modo sena freni in una sorta di prometeica dissoluzione del tutto come segno di assoluta autonomia e libertà. Quando invece essa, nella grande Menzogna posta sugli altari di tutte le Notre-Dame del continente come illuministica dea Ragione, è l’annientamento della società e della persona umana defraudata della naturale speranza dello spirito. 

In sostanza, con l’accecamento spirituale dell’anima, che è il peccato contro lo Spirito Santo di Verità, l’eutanasia tanto fisica che spirituale viene proclamata diritto e ora anche come dovere e la morte chiamata affermazione dell’uomo. 

Terribile condanna dell’esistenza al perpetuo tormento dell’assurdo che anticipata l’inferno vero e proprio che sarà. 

Tutto questo quadro or ora descritto spiega gli errori di valutazione che si rimproverano abitualmente alla Chiesa, confondendo gli errori dell’aspetto umano dell’istituzione e la sua anima che la pone oltre ogni orizzonte di natura temporale. 

San Filippo Neri, il “Pippo buono” degli innocenti fanciulli, li raccoglieva con premurosa ilarità “cristiana” custode  della speranza assecondando per contenerla e indirizzarla alla loro naturale gioiosa vivacità dicendo ad essi: “State fermi…se potete!”.  

Raccoglieva, San Filippo, giovani e meno giovani per ascoltarli e confessarli nell’oratorio di Santa Maria della Vallicella.

Dalla salutare pratica cristiana di raccogliersi nell’oratorio per cantare e pregare si formò l’istituto dei Sacerdoti dell’Oratorio. 

Ma anche il genere musicale detto appunto Oratorio, pregevole nella storia della musica, da cui, tra gli altri, nacque Jephte, mirabile capolavoro di Giacomo Carissimi che raggiunge l’acme con lo struggente lamento della figlia del capo carismatico e delle fanciulle compagne di lei che corrono festose incontro al capo vincitore dei nemici e liberatore. Sempre mi ha seguito la prima forte impressione che ne ricevetti da ragazzo quando l’ascoltai per la prima volta.

Jephte fu uno dei Giudici che il Signore mandava ogni tanto agli israeliti pentiti delle loro colpe per liberali dai nemici che aveva permesso li opprimessero a causa dei loro peccati.

Non era uno stinco di santo Jephte, ma il Signore nella sua infinita bontà non sdegna nessuno, vuole di tutti la salvezza e chiama tutti a collaborare con Lui ai suoi misericordiosi  progetti e disegni di amore per tutti. E sono essi progetti e disegni di pace.

Infatti: “Così dice il Signore degli eserciti (cioè delle moltitudini, di militare non c’è nulla), Dio d’Israele, a tutti gli esuli….ho fatto a vostro riguardo progetti di pace e non di sventura, per concedervi un  futuro pieno di speranza” (Ger 29,4 e 11).

 




Apologia della devozione esteriore e biasimo del fariseismo ipocrita

Serpeggia nella Chiesa, da qualche anno, un odio ingiustificato a quelle che, spregiativamente, sono indicate come “regole”. Si vuol far passare l’idea che chi ama la dottrina o la legge sia un fariseo, attaccato solo all’esteriorità del culto. Non è esattamente così: anche se è vero che tutti i farisei amano l’esteriorità, non è affatto vero il contrario e, cioè, che tutti gli amanti della dottrina siano farisei.

 

San Luigi Maria Grignion de Montfort

San Luigi Maria Grignion de Montfort

 

di Silvio Brachetta

 

San Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716), nel suo Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, osserva che «le pratiche esteriori, fatte bene, aiutano quelle interiori […]; esse inoltre hanno il vantaggio di edificare il prossimo che le vede, ciò che non si può dire di quelle interiori» (c. VIII, n. 226). Per cui – scrive – «benché l’essenziale di questa devozione consista nell’interiore, essa comporta diverse pratiche esteriori che non bisogna trascurare».

E, a sostegno della tesi, il Montfort cita direttamente Gesù Cristo che, rivolto ai farisei, li rimprovera di «trasgredite le prescrizioni più gravi della legge – la giustizia, la misericordia e la fedeltà» – anche se non bisogna affatto «omettere» di pagare «la decima della menta, dell’anèto e del cumìno» (Mt 23, 23).

Non solo Gesù non condanna l’osservanza delle regole, ma lo stesso Montfort precisa con forza: «Che nessun mondano, o critico, metta qui il naso per dire che la vera devozione sta nel cuore, o che bisogna evitare ciò che è esteriore perché ci può essere vanità, o che si deve tener nascosta la propria devozione, ecc…». Ma anzi, come dice Gesù: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16).

L’atteggiamento farisaico o ipocrita, dunque, non risiede nell’osservanza delle regole esteriori, ma nell’intenzione con la quale esse sono compiute o nel limitarle all’esteriorità. Sta infatti scritto: «Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6, 1).

A questo proposito il Montfort, nel Trattato, cita San Gregorio, secondo cui le buone opere sono auspicabili «non perché si debbano compiere le proprie azioni e devozioni esteriori per compiacere gli uomini e ricavarne qualche lode», ma «per piacere a Dio e così rendergli gloria, senza preoccuparsi dei disprezzi o delle lodi degli uomini».

Che poi, tra le opere buone, debba rientrare anche l’osservanza della Legge divina – e quindi l’osservanza di regole e precetti – lo afferma ad esempio il Concilio di Trento (Decreti, c. XI), che pone una relazione tra esse, mediante il Salmo 118: «Ho piegato il mio cuore ad osservare i tuoi precetti, per la ricompensa». Ma molto più lo si evince dalla realtà medesima: non è ipocrita il genitore che indica al figlio come comportarsi bene, né il legislatore che legifera, né il giudice che giudica, né chiunque rispetti un qualche regolamento, né il fedele che adempie i comandamenti divini, né il sacerdote che si attiene alle rubriche liturgiche.

Viceversa l’ipocrita separa sempre il dire dal fare, le regole dall’azione e, in ultima analisi, il precetto dalla carità (o dalla libertà). A questo proposito, San Tommaso d’Aquino afferma che «l’osservanza dei comandamenti basta a introdurre nella vita [eterna]», ma «le opere buone non bastano a introdurre nella vita [eterna], se non emanano dalla carità» (Summa Theologiae, Ia IIae, q. 100, a. 10). Se, difatti, è vero quanto dice il Signore: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19, 17); è altrettanto vero quanto dice San Paolo: «Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, non sono nulla» (1Cor 13, 3).

È comunque sbagliato ritenere, per quanto visto, che l’osservanza (anche scrupolosa) di leggi, decreti o regolamenti sia l’anticamera del comportamento farisaico, specialmente quando è presente la carità. Né qualcuno può essere accusato di fariseismo per via del fatto che ama il Magistero cattolico o la dottrina di Gesù Cristo.

La dottrina medesima della Chiesa è conosciuta come «sacra dottrina». Il Catechismo della Chiesa Cattolica, in questo senso, si riferisce alla «dottrina salvifica di Cristo» (n. 2179) o «dottrina di vita» (n. 2764).

 




Messe? Ci sono “cose più urgenti”, dice il vescovo. Un fedele, addolorato, prende carta e penna e gli scrive.

Dopo le amare considerazioni espresse ieri da un sacerdote sulla nota del vescovo di Pinerolo, mons. Derio Olivero, ecco oggi la lettera piena di dolore che un fedele ha scritto al vescovo. Una lettera che ricevo e volentieri pubblico.

Mons. Derio Olivero, vescovo

Mons. Derio Olivero, vescovo (foto rilevata da internet)

 

Eccellenza,

in questo tempo in cui ogni notizia giunge come sussurrata dalla porta accanto, sono stato raggiunto dalla Sua nota del 18 maggio, che un amico che vive vicino Monza ha voluto avere la carità di segnalarmi.

Ogni parola ed ogni gesto vengono amplificati, anche oltre il dovuto, ma tant’è.

Leggo, sento di dover partecipare alla Sua umana preoccupazione eppure rimango interdetto.

Oggi (il 21 maggio, ndr) è memoria liturgica di 25 santi martiri, canonizzati da San Giovanni Paolo II esattamente vent’anni or sono. Diedero la vita per testimoniare la primazia di Cristo su ogni altro interesse mondano.

Ritengo non sia casuale tale coincidenza e spero che con il loro patrocinio ci aiutino a meglio comprendere il nostro compito, nella Chiesa e nel mondo.

Il 21 maggio 2000 nella Santa Messa per la canonizzazione dei Martiri, affermava San Giovanni Paolo II:

“Rimanete in me e io in voi… Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15, 4-5). Nel Vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù ci ha esortato a rimanere in Lui, per unire a sé tutti gli uomini. Questo invito esige di portare a termine il nostro impegno battesimale, di vivere nel suo amore, d’ispirarsi alla sua Parola, di alimentarsi con l’Eucaristia, di ricevere il suo perdono e, quand’è necessario, di portare con Lui la croce. La separazione da Dio è la tragedia più grande che l’uomo possa vivere. La linfa che giunge al tralcio lo fa crescere; la grazia che proviene da Cristo ci rende adulti e maturi affinché rechiamo frutti di vita eterna.”

Lei scrive:

“si è acceso un dibattito sulle Messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di  tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti”

Sì, le urgenze materiali sono tante ed anche quelle spirituali, se tra queste annoveriamo anche i riverberi che ne vediamo sugli stati d’animo. Eppure, da cristiano, da cattolico, da uomo provato da tante fatiche, non trovo nulla di più necessario di quanto Cristo mi offre nella Santa Messa: Se stesso.

Varrebbe la pena ricordarlo. Non è mai abbastanza.

“Molti pensano: “Questa parentesi si è aperta ad inizio marzo, si chiuderà e torneremo alla società e alla Chiesa di prima”. – poi precisa: “No. È una bestemmia”. In verità “bestemmia” ha un significato preciso ed accomunare ciò che poi Lei precisa essere “un’ingenuità, una follia” svia l’attenzione, riduce sia l’onore dovuto al Signore che il desiderio, umanissimo, di ritrovarsi in una “terra nota”.

Certamente non è una bestemmia. Probabilmente è la percezione che possiamo riscontrare della Chiesa quale soggetto sociologico, negandoLe la Sua propria realtà soprannaturale, mai disgiunta da quella temporale.

Forse è attraverso questo tempo, come attraverso ogni tempo, è il Signore che ci parla. Forse ci vuol dire che ci siamo allontanati da Lui e non vogliamo tornare. Forse ci rimprovera perché ammantiamo di discorsi farisaici su ambiente, genere, ecc. tanta resistenza a riconoscerLo Signore?

Ho nella mia vita il prezioso ricordo, la memoria di una Chiesa “comunità”, di un Suo insegnamento che ha visto anche la fondata certezza di una società non fondata sull’individuo.

Una società sempre perfettibile, ma che alcuni “plutocrati” (come venivano chiamati un tempo) tenta oggi di dissolvere: delegittimando la famiglia naturale; innalzando i desideri a diritti; manipolando l’uomo e facendone oggetto di consumo; uccidendolo, quando non rispetta i canoni della produzione efficiente.

Rimettere Cristo e la Sua presenza reale al centro della nostra attenzione, non crede sarebbe questo il compito più importante di ogni comunità e di ogni guida?

“le relazioni sono vitali, non secondarie.” -Lei afferma – “Noi siamo le relazioni che costruiamo.” NO, mi consenta, noi siamo creature, il cui essere, la cui esistenza in questo preciso istante, dipende da Dio.

“la “comunità”. Gli altri, “la società” –  che Lei richiama – non sono le relazioni che sottendono. Esiste una differenza ontologica tra comunità civile ed ecclesiale che, la mia memoria mi riporta a Paolo VI, è piuttosto una entità etnica sui generis. Obliarlo ci rende tutti più poveri, più soli.

“una società nuova.” che sorga dal volontarismo, dall’idealismo di alcuni illuminati potrebbe tragicamente essere il volto aggiornato di utopie [o distopie] che hanno travagliato anni non lontani?

Lei afferma: “O iniziamo a cambiare la Chiesa in questi mesi o resterà invariata per i prossimi 20 anni.” Ma, noi crediamo che lo Spirito Santo cambia la Chiesa.

L’alternativa, che vedo latente nel suo scritto, è desiderare di avere, di riformare, una Chiesa a nostra immagine, corrispondente ad una nostra idea “morale”, denigrando se non abbandonando quanto ci è stato donato a prezzo del sangue di martiri. Ultimamente, sostituendoci a Dio, potremmo dire: “non voglio più una Chiesa che si limiti a dire cosa dovete fare, cosa dovete credere e cosa dovete celebrare, dimenticando la cura le relazioni all’interno e all’esterno.” Mai la Chiesa è stato questo, mai ha voluto riaffermare il depositum fidei, la propria Fede, la Sacra liturgia “contro”. La Chiesa è consapevole che senza quel depositum, quella Fede, quella Liturgia, ogni relazione ed ogni comunità diviene effimera, perdendo il proprio fondamento, temporale ed eterno.

Solo una Chiesa ricca di questa certezza può accogliere chiunque: anche “quelli che non frequentano o compaiono qualche volta per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale.”

Ringraziamo, anzi, di questa opportunità d’incontro per mostrare il “di più” che, forse, taluni ancora non vedono. E magari saremo “attraenti” (ammesso che siamo noi ad attrarre e non Cristo stesso) per quanti: “non praticanti, gli agnostici, gli atei, i credenti di altre confessioni e di altre religioni.” possono attraverso noi incontrare Cristo, offrendo loro ciò che noi stessi stimiamo il maggior bene.

“Questo è il vero cristiano.” Come Lei precisa. Non un uomo ammantato di ideali strani o schiavo di una morale perfetta quanto astratta. No, l’uomo che riconosce Cristo testimonia, nelle circostanze e condizioni che la Provvidenza gli dona di vivere, la Sua Signoria. Testimone cioè, con una parola che incute riverenza e timore, martire.

Ecco, io mi ritengo cristiano, e mi sento umiliato dal Suo paragone. Vado a Messa quando posso, quasi sempre la domenica. Perché, come ha ricordato il Card.Bassetti nell’omelia tenuta il 31 dicembre 2017: “Sine Dominico non possumus vivere!” «Per noi credenti significa che, senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l’Eucaristia, ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere. Ma della domenica ha bisogno anche la nostra società secolarizzata; ne ha bisogno la vita di ogni uomo, ne hanno bisogno le famiglie per ritrovare tempi e modalità per l’incontro, ne ha bisogno la qualità delle relazioni tra le persone». E del «lavoro che vogliamo» la domenica «è parte costitutiva: perché, quando manca il lavoro del lunedì, non è mai pienamente domenica; quando manca la domenica, il lavoro non riesce a essere davvero degno per nessuno».

Questo cuore del cuore dell’esperienza cristiana, che è stato centro del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, nel 2005 e suo motto: Sine Dominico non possumus vivere!

L’andare a Messa non mi eleva sopra altri cristiani ma mi consente di riconoscerli fratelli, cristiani perché battezzati.

Solo così potranno esistere: “Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte, umili, cariche di speranza; comunità che contagiano con propria passione e fiducia.” “una Chiesa che va a tutti” proprio perché va in chiesa, l’unico luogo ove Cristo è realmente, carnalmente, presente.

L’Eucaristia non è mai sprecata, se non quando la si riceve in peccato mortale!

Già in passato vi furono tentativi di trovare strade nuove, chiese al passo dei tempi.

Come scrisse poco più di un anno fa Benedetto XVI: “Forse dovremmo creare un’altra Chiesa perché le cose funzionino? Ebbene, quell’esperimento è già stato fatto e ha già fallito”.

Nel XVI secolo, solo per fare un esempio tra tanti, la Chiesa Anglicana rinnegò Roma, ma prima rinnegò la Santa Messa e la realtà della Presenza Reale di Cristo. Vogliamo riproporre la stessa tragedia? Tragedia non solo per la Fede ma, conseguentemente, per il popolo che ne soffrì e fu martirizzato.

Ecco, Eccellenza, mi scuso per quanto il trasporto mi ha fatto dire e spero non abbia risentimento per questo, ma consideri, come sentimmo dirci, in gioventù: “Cristo è il centro del cosmo e della storia”, realmente Lo è, tanto che può trasformare della finita materia quale il pane ed il vino nel Suo vero Corpo.

Le auguro, Eccellenza, di fare un buon cammino sino a quando comparirà davanti al Signore, Giudice Giusto ed insieme Misericordioso. La esorto – non tralasci di testimoniarLo, opportune et importune; non dubiti e non introduca la tentazione del dubbio in quanti, come me, hanno l’occasione di incoltrarLa.

Con affetto e stima.

 

                                 Daniele Salanitro

Torino, 21 maggio 2020 – Memoria dei 25 Santi Martiri Messicani

 

                                                                    




“In certi ecclesiastici mi sembra che siamo giunti in qualche modo alla ‘banalità del male’”

Mi scrive un sacerdote a proposito della lettera di Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO), sulla ripresa delle messe dopo l’interruzione per l’infezione del coronavirus.

 

Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO)

Mons Derio Olivero, vescovo di Pinerolo (TO)

 

di Un sacerdote

 

Caro Sabino ho appena letto la lettera di mons. Derio, vescovo di Pinerolo, che ha voluto rimandare l’apertura delle Sante Messe al 25 maggio, così motivando:

Carissime amiche, carissimi amici, in questi giorni si è acceso un dibattito sulle Messe: aprire o aspettare ancora? In realtà la vita di  tutti ci sta dicendo di pensare a cose più urgenti: il dolore di chi ha perso un famigliare, senza neppure poterlo salutare; l’angoscia di chi ha perso il lavoro e fatica ad arrivare a fine mese; il peso di chi ha tenuto chiuso un’attività per tutto questo tempo e non sa come e se riaprirà; i ragazzi e i giovani che non hanno potuto seguire lezioni regolari a scuola; i genitori che devono con fatica prendersi cura dei figli rimasti a casa tutto il giorno; la ripresa economica con un impoverimento generale… Queste sono questioni che mi porto in cuore e sulle quali, come Chiesa di Pinerolo, stiamo cercando di fare il possibile. E’ in gioco il futuro del nostro territorio. A questo dedico la maggior parte delle mie poche forze in questi giorni, mettendoci mente e cuore …” (leggi qui).

Premesso che non vedo come spostando di qualche giorno l’apertura si possano risolvere i dolori e le angosce di chi ha purtroppo sofferto, non avevo mai pensato che l’Eucarestia non fosse poi così indispensabile, e che ci fossero quindi cose più urgenti, visto che nel Sacrificio Eucaristico si offre all’uomo la sola Salvezza possibile e il suo unico conseguibile Destino, altrimenti “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?” (Mc 8, 36-37). Ma ormai, rifacendomi al famoso libro di Hanna Arendt, anche in certi ecclesiastici mi sembra che siamo giunti in qualche modo alla “banalità del male”. Si dicono e si fanno in modo tranquillissimo cose pazzesche, direi atroci. La lista è lunga …

Esprimere le soprascritte considerazioni come se si bevesse un bicchier d’acqua, fa venire in mente quello che disse Cristo sulla Croce. “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34) che nulla c’entra con una sorta di buonismo da parte di Gesù, ma solo è tristissima, sia pure misericordiosa, constatazione sul fatto che il male può giungere appunto ad annullare la sua stessa consapevolezza. Ma questo vescovo sa quello che dice? Ma sta qui, proprio qui, senza sostituirsi ovviamente al giudizio ultimo di Dio, la suprema spaventosità del male; come dice poeticamente un salmo: “Torpido come il grasso è il loro cuore” (Sal 118, 70). Sul cuore il grasso dei peccati compiuti è talmente inspessito che non se ne avverte più il battito umano: «Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è “un cadavere vivente, una maschera da teatro”, come dice Görres» (J. Ratzinger, Elogio della coscienza. Il brindisi del Cardinale, Lectio magistralis all’Università di Siena, 1991). Forse sono certi vescovi a non essere indispensabili! Desolante …

 




Card. Sarah: I pastori della Chiesa, nel loro desiderio di essere “buoni cittadini”, hanno troppo spesso perso di vista la loro missione più importante.

Un editoriale del giornalista scrittore Phil Lawler pubblicato su Catholic Culture. Di esso prendo ampi stralci. Eccoli nella mia traduzione. 

Pastore, pecore, gregge

Il mio amico e collega Jeff Mirus ci avverte che non dobbiamo affrettarci a giudicare i pastori della nostra Chiesa; non dobbiamo giungere alla prematura conclusione che essi si inchinano alle autorità civili limitando il ministero pastorale durante l’attuale epidemia. Ha ragione, naturalmente, e riconosco in me stesso una forte tendenza a un giudizio avventato: una tendenza che devo controllare.

Tuttavia non posso sfuggire alla conclusione che i devoti cattolici hanno buoni motivi per sospettare che in questa crisi i loro pastori si siano preoccupati più delle conseguenze politiche delle loro azioni che delle ricadute pastorali. 

Molto spesso, le restrizioni annunciate dai leader della Chiesa hanno coinciso esattamente, punto per punto, con i regolamenti emanati dalle autorità civili. A Roma, la polizia ha chiuso l’accesso a piazza San Pietro (che è di loro competenza), e poi poche ore dopo il Vaticano ha annunciato la chiusura della basilica di San Pietro (che è sotto il controllo vaticano). È stata una coincidenza? Lo stesso schema è stato evidente in tutto il mondo: I leader della Chiesa hanno chiuso le chiese non appena i funzionari pubblici hanno imposto regole di emergenza.

(…)

Non potevamo tenere aperte le chiese, ci è stato detto, perché la Chiesa cattolica è una chiesa pro-vita, e non dobbiamo mai fare nulla che possa mettere in pericolo la vita di coloro che vengono a pregare con noi. Questa logica è valida, per quanto riguarda il suo funzionamento. Ma non si spinge abbastanza lontano.

La Chiesa cattolica non si occupa di salvare vite umane, ma di salvare anime. Così, durante un’epidemia, mentre i leader civili hanno giustamente in mente la salute fisica della gente, i leader della Chiesa dovrebbero essere più attenti al benessere spirituale della loro gente. Per quanto sia importante preoccuparsi della salute dei parrocchiani, i pastori non dovrebbero mai fare nulla che metta in pericolo le anime di coloro che venerano con noi.

Solo raramente le esigenze della salute fisica entrano in conflitto con quelle del benessere spirituale. Ma un tale conflitto è sorto in queste ultime settimane. Pastori diversi hanno risolto questo conflitto in modi diversi, e non intendo mettere in discussione i loro giudizi. Ma troppi pastori, invece di prendere le loro decisioni, le hanno delegate interamente alle autorità secolari. E questa è una scelta che metto in discussione.

(…)

In un articolo pubblicato da Le Figaro, il cardinale Robert Sarah fa un’osservazione, esprimendo la preoccupazione che i pastori della Chiesa, nel loro desiderio di essere “buoni cittadini”, abbiano troppo spesso perso di vista la loro missione più importante. Sì, la Chiesa lavora per il bene della società in generale, e offre la sua guida sulle questioni temporali, come si addice (secondo le parole di papa Paolo VI) a un “esperto di umanità”. “Ma a poco a poco i cristiani sono arrivati a dimenticare il motivo di questa competenza”, osserva il cardinale.

La Chiesa cattolica può offrire consigli ai responsabili civili, alla ricerca del bene comune, perché la Chiesa sa di cosa ha bisogno l’umanità per trovare la vera e duratura felicità. Ma le guide civiche non possono restituire il favore; non possono offrire lo stesso tipo di guida alla Chiesa, perché il mondo laico non comprende la missione di salvezza della Chiesa. La Chiesa comprende il mondo; il mondo non comprende la Chiesa.

Quindi la Chiesa non può, anzi non deve accettare la presunzione che lo Stato sappia cosa è bene per la Chiesa. Il compito dello Stato è quello di sapere cosa è bene per il benessere temporale dei cittadini in generale. Quando le leggi dello Stato sono concepite per questo scopo ed equamente applicate, la Chiesa fa bene ad obbedirle. Per esempio, le chiese parrocchiali dovrebbero rispettare le norme locali di sicurezza antincendio. Ma quando lo Stato decide arbitrariamente che le funzioni religiose non sono attività essenziali, la Chiesa non può e non deve acconsentire. Il culto è essenziale. La Chiesa lo sa perché è “esperta di umanità” e perché conosce il Primo Comandamento. Accettare la designazione come “non essenziale” significa negare la giusta autorità della Chiesa di Cristo.

Quando i funzionari civili emettono ordini su ciò che è buono per la salute pubblica, i vescovi cattolici dovrebbero ascoltare, perché i funzionari civili hanno la giusta autorità per far rispettare le regole di salute pubblica. Un vescovo prudente, infatti, normalmente presterebbe attenzione a queste regole anche se personalmente le ritiene sbagliate, perché il vescovo non è un esperto nel campo della sanità pubblica. Ma se e quando le regole violano le prerogative della Chiesa – se compromettono la missione evangelica – allora il vescovo deve fare obiezione, e protestare, e se necessario sfidare l’autorità civile. E così dobbiamo fare anche noi.

 




Sono riprese le messe pubbliche in Italia, ma non senza polemiche.

Molti fedeli italiani hanno accolto con favore la ripresa delle Messe pubbliche a Roma e nel resto d’Italia oggi (lunedì scorso, ndr), due mesi dopo che le celebrazioni pubbliche dell’Eucaristia sono state sospese in tutto il Paese a causa del coronavirus. Ma molte sono ancora le controversie.

Ce ne parla Edward Pentin nel suo articolo pubblicato sul National Catholic Register. Eccolo nella mia traduzione.

Sacerdote distribuisce la Comunione con guanti e mascherina, coronavirus, messa

Molti fedeli italiani hanno accolto con favore la ripresa delle Messe pubbliche a Roma e nel resto d’Italia oggi (lunedì scorso, ndr), due mesi dopo che le celebrazioni pubbliche dell’Eucaristia sono state sospese in tutto il Paese a causa del coronavirus.

Ma alcuni cattolici continuano ad avere forti riserve sulle restrizioni per la “Fase 2” dell’isolamento di Covid-19, mentre altri hanno accusato i vescovi italiani di usare la pandemia come scusa per “smantellare la liturgia”.

In molte delle basiliche più grandi, come San Pietro o il Duomo di Milano, i fedeli sono stati sottoposti a test termici prima di entrare. In una chiesa è consentito l’ingresso in numero limitato a seconda delle dimensioni, le maschere sono obbligatorie e il distanziamento sociale è consigliato attraverso cartelli sui banchi. Per garantire che non venga superata una quota per il numero di fedeli, sono state messe a disposizione prenotazioni online.

“È reale, sono felice, anche commovente”, ha detto Sonia Mauro mentre assisteva alla messa in Duomo a Milano. “Mi è mancata l’Eucaristia anche se l’ho seguita in TV”, ha detto al quotidiano episcopale italiano Avvenire. “C’è bisogno di sentirsi anche fisicamente Chiesa”.

Il 7 maggio, il capo della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte hanno firmato un protocollo congiunto che consente la ripresa delle Messe pubbliche. Tra le disposizioni del decreto c’è quella che prevede che i sacerdoti e i ministri straordinari della Comunione distribuiscano la Santa Comunione con maschere e guanti usa e getta.

L’articolo 3.4 del protocollo, firmato dopo lunghi colloqui con il governo, stabilisce:

“La distribuzione della Comunione avverrà dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno provveduto all’igiene delle mani e indossato guanti monouso; la stessa persona – indossando la maschera, avendo cura di coprirsi il naso e la bocca e mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza – avrà cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli”.

“Le maschere e i guanti? Quasi non te ne rendi conto”, ha detto Mauro. “Dopo qualche minuto scompaiono dalla tua mente, non te ne accorgi più”.

Ma la vista dei sacerdoti che distribuiscono la Santa Comunione con guanti e maschere usa e getta ha causato un po’ di costernazione sui social media e altrove. Alcuni l’hanno sostenuta, accogliendo le nuove misure come “meravigliose” e aggiungendo che era “così bello ricevere i sacramenti e garantire la protezione della vita”.

Ma altri si sono fortemente opposti. “Che tristezza”, ha commentato uno. “Questa è una totale mancanza di rispetto e di fiducia in Nostro Signore”, ha detto un altro. Altri hanno scritto per ricordare alla Chiesa in Italia che “l’Eucaristia è Dio”, e che è “uno spettacolo così spaventoso! Che Dio ci perdoni”.

Simona, cittadina romana, ha espresso la sua disapprovazione e ha chiesto perché la regola vale per ricevere l’Ostia, ma “la stessa regola non si applica nelle drogherie e nelle pasticcerie”. Argomentazioni simili sono state fatte per la sospensione delle messe pubbliche mentre i supermercati sono stati autorizzati ad essere aperti per tutta la durata dell’isolamento.

Ha detto al National Catholic Register che probabilmente era perché stavano “pensando alle precauzioni che i medici prendono a causa del loro contatto con i corpi”. Ma applicata qui, ha detto, “una tale precauzione nega effettivamente la sacralità dell’Eucaristia, nega il suo Corpo e il suo Sangue”.

I sacerdoti di Roma hanno detto in privato di essere molto insoddisfatti della regola dei guanti usa e getta, ma si preoccupano di andarci contro per paura di sanzioni da parte della polizia. Di particolare preoccupazione è ciò che accade ai guanti usa e getta dopo che hanno toccato il Signore nella Sacra Ostia.

Anche i vescovi italiani stanno anche suggerendo di usare le pinzette, ma una possibile alternativa, e probabilmente più accettabile, è quella di tagliare le grandi ostie pre-consacrate in strisce, piuttosto che distribuire le solite ostie a forma di disco, e far ricevere la Comunione sulla lingua al comunicando. Ciò impedirebbe sia al ministro della Comunione di entrare in contatto con il comunicando, sia di evitare che quest’ultimo debba toccare le mani o la bocca e il viso.

La Comunione sulla mano ritorna in discussione dopo che era stata sollevata all’inizio della pandemia come possibile soluzione per prevenire il contagio.

Andrea Zambrano, giornalista del quotidiano cattolico online La Nuova Bussola Quotidiana, ha detto che le prove suggeriscono che la pandemia viene usata come “scusa per smantellare la liturgia”, a cominciare dal “divieto della Comunione sulla lingua” che, secondo lui, non era nel protocollo congiunto con il governo ma che i vescovi italiani “hanno aggiunto in seguito” in ogni decreto episcopale per le singole diocesi. La notizia è stata riportata per la prima volta sul sito MiL – Messainlatino

Il sito spiegava che gli ortodossi, nei loro protocolli firmati con il governo il 15 maggio, si assicuravano di poter ricevere la Comunione come prima, purché prendessero le precauzioni di non entrare in contatto con i fedeli.

Il relativo protocollo, l’articolo 2.4, è quasi identico all’articolo 3.4 per la Chiesa cattolica, ma senza alcun riferimento al contatto con le “mani” dei fedeli. Esso afferma semplicemente che il celebrante deve “avere cura di offrire l’Eucaristia a conclusione della Divina Liturgia senza entrare in contatto con i fedeli”.

Lo stesso vale per i protocolli luterani e metodisti, ma agli ortodossi è permesso di continuare a ricevere la Santa Comunione a modo loro e sulla lingua, alcuni anche da un comune cucchiaio.

Secondo Avvenire, i comunicandi devono ora ricevere l’ostia consacrata “esclusivamente sulle mani” e non devono neppure dire la parola “Amen” dopo aver ricevuto l’Eucaristia. Anche altri articoli di altre pubblicazioni cattoliche italiane, insieme alle diocesi di tutto il Paese, insistono per la Comunione sulla mano, compresa l’arcidiocesi metropolitana di Milano.

“Si vede che per certe confessioni la Comunione sulla lingua non comporta alcun rischio di contagio”, ha scritto in maniera sardonica Zambrano. “O forse si vede che certe confessioni non sono – per usare un’altra parola magica di questi tempi – responsabili”.

La Comunione sulla mano è stata al centro di un lungo e appassionato dibattito all’interno della Chiesa, con la preoccupazione che si tratti di un atto di irriverenza verso la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. La questione è venuta alla ribalta a marzo, quando i vescovi hanno cominciato a insistere sul fatto di ricevere in mano per evitare il contagio, anche se gli studi hanno dimostrato che la Comunione sulla lingua non presenta rischi maggiori se effettuata correttamente.

Nei commenti al National Catholic Register, il portavoce della Conferenza episcopale italiana Vincenzo Corrado ha detto che il protocollo del 7 maggio “non specifica un modo di ricevere l’Eucaristia, ma piuttosto la preoccupazione di ‘non venire a contatto con le mani dei fedeli’”.

Dopo aver recitato domenica  il Regina Caeli, Papa Francesco ha detto per la seconda volta in meno di due settimane che i fedeli avrebbero dovuto accettare i protocolli. “Per favore, andiamo avanti con le regole, le prescrizioni che ci danno, in modo da salvaguardare la salute di tutti e del popolo”, ha detto in commenti non scritti.

 




La rivista della Massoneria italiana promuove il documento del Vaticano sulla “Fratellanza umana”

La rivista della più importante loggia massonica italiana, il Grande Oriente d’Italia accoglie con favore il documento sulla “Fratellanza umana” firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e lo sceicco sunnita Ahmed el-Tayeb. Ma la Chiesa cattolica ha a lungo condannato la Massoneria, sottolineando che i suoi principi sono inconciliabili con la fede cattolica.

Ne parla il giornalista Edward Pentin sul National Catholic Register. Eccolo nella mia traduzione. 

 

Papa Francesco firma “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune” con il Grande Imam di Al-Azhar, lo sceicco Ahamad al-Tayyib

Papa Francesco firma “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune” con il Grande Imam di Al-Azhar, lo sceicco Ahamad al-Tayyib

 

Il documento sulla fratellanza umana che Papa Francesco e lo sceicco Ahmed el-Tayeb, Grand Imam dell’Università di Al-Azhar, hanno congiuntamente sottoscritto l’anno scorso ad Abu Dhabi, ha ricevuto un’ampia approvazione sulla rivista della più grande fratellanza massonica italiana.

Il documento “Fratellanza umana per la pace nel mondo e per la convivenza comune” è “innovativo” e una “droga a lento rilascio” che potrebbe annunciare una “nuova era” e rappresentare un “punto di svolta per una nuova civiltà”, scrive Pierluigi Cascioli, giornalista di Nuovo Hiram, la rivista trimestrale della loggia massonica del Grande Oriente in Italia.

Aggiunge che il testo “è importante sia per le due autorevoli firme congiunte, sia per i contenuti”.

Il documento (di Abu Dhabi, ndr) di cinque pagine è stato elogiato quando è stato pubblicato come uno sforzo per respingere una deriva verso uno “scontro di civiltà”, ma ha anche ricevuto critiche per i suoi elementi sincretici e un passaggio controverso che affermava che la “diversità delle religioni” è “voluta da Dio”.

Nel suo articolo, Cascioli consiglia di dare al documento una “lettura approfondita”, e sostiene che ha “pagine nobili”, che “dovrebbero essere attentamente considerate” non solo da cristiani e cattolici e musulmani, ma da tutta l’umanità.

Cascioli vede il documento come uno stimolo sia per la Chiesa che per l’Islam a “fare di più per garantire l’effettiva parità tra donne e uomini”.

Riferendosi alla prefazione del documento, chiede se la sua condanna della discriminazione e il suo appello al “rispetto reciproco” porterà al “rispetto delle donne e degli uomini che hanno tendenze omosessuali o bisessuali?”

“Ogni essere umano è unico e inimitabile”, dice, e dovrebbe avere “il diritto (o, meglio, il dovere) di sperimentare il proprio erotismo secondo la propria natura”. Si riferisce poi alle nazioni che criminalizzano l’omosessualità, in particolare nel mondo islamico.

Si chiede inoltre se la struttura “monarchica” della Chiesa sia in contrasto con l’egualitarismo che vede nel documento, e specula sulla necessità di “aggiornare” la dottrina sociale della Chiesa “alla luce dei valori innovativi del documento”.

Papa Francesco e il Grande Imam esprimono “posizioni d’avanguardia”, osserva, e si chiede quanti cattolici e musulmani le seguiranno. “Quanto sono più avanti rispetto alle rispettive “basi” dei due leader?” Cascioli si chiede. “Papa Francesco è lontano dalla sua base; il Grande Imam è molto lontano dalla sua”.

Ma preferisce prendere la visione a lungo termine, credendo che la “Fratellanza umana” sia “come una droga a lento rilascio”. Sarebbe “illusorio aspettarsi un immediato, grande sconvolgimento, ma potrebbe aprire una nuova era”, sostiene. Cascioli dice che Francesco ed el-Tayeb hanno “costruito una pista d’atterraggio per l’aeroporto” per i valori del documento, ma perché i contenuti “decollino”, ci deve essere un “forte impulso”, che permetta loro di “superare la forza di gravità”. La gente dovrebbe avere il “coraggio della fratellanza”, dice, e così “decollare verso un mondo migliore”.

“I massoni, che hanno la fratellanza al loro centro, non potranno evitare di discutere questo documento”, scrive. “Nell’applicare questo principio, i cattolici e i sunniti vorranno dialogare con i massoni?”

La Chiesa cattolica ha a lungo condannato la Massoneria, sottolineando che i suoi principi sono inconciliabili con la fede cattolica, e insegnando che per un cattolico appartenere ad essa è un “peccato grave” che automaticamente lo squalifica dal ricevere la Santa Comunione.  

I rituali massonici sono nocivi al cattolicesimo e un forte anticattolicesimo permea anche la Massoneria, secondo padre William Saunders in un articolo del 1996 pubblicato sul sito dell’EWTN. Anche alcuni critici particolarmente forti, come il vescovo ausiliare Athanasius Schneider di Astana, Kazakistan, ritengono che i suoi ranghi superiori siano impegnati ad adorare Satana. (Qualche giorno fa su questo blog abbiamo pubblicato un articolo di mons. Schneider in cui egli spiega l’infiltrazione della Massoneria nella Chiesa, ndr).

 




Sospensione messe: un fedele scrive 5 lettere al cardinale Nichols di Londra

Abbazia di Westminster - Londra

Abbazia di Westminster – Londra

 

di Maurizio Patti

 

La chiusura delle chiese nel Regno Unito, obbligata dal 23 marzo 2020, ha provocato in me un grande dolore. Questo intervento governativo ha sollecitato, nel rispetto delle regole, un tentativo di manifestare alle istituzioni politiche e religiose il disagio e la sofferenza che tali imposizioni hanno creato. 

Ho scritto lettere al Primo Ministro, Boris Johnson, al rappresentante parlamentare del mio distretto elettorale, al Ministro di Housing, Communities e Local (responsabile con il suo governo della riapertura dei luoghi di culto). Non ho ricevuto risposte. 

Ho scritto cinque lettere al Cardinale Vincent Nichols di Westminster, Londra. Ho avuto risposta alle prime due invitandomi a contattare il ministro responsabile. 

La settimana scorsa 11-17 maggio è stata particolarmente importante per sondare la sincerità effettiva e la leale volontà delle istituzioni nel riaprire le chiese in questo Paese (il Regno Unito).

L’11 maggio il Governo di Boris Johnson ha pubblicato un documento di circa 50 pagine che illustra la strategia da seguire per la Fase 2. Il 13 maggio, infatti, il Paese ha cominciato a riprendersi a muovere. La data della riapertura dei luoghi di culto è fissata per il 4 luglio, le ultime a riaprire insieme ai parrucchieri. Al momento sono aperti vivai, negozi, alcuni centri sportivi (golf, tennis, pesca, pallacanestro) 

La lettera che ho scelto delle 5 scritte al Cardinale è l’ultima, redatta in data 13 maggio. Non raccoglie ovviamente tutte le sollecitazioni delle precedenti. E’ stata provocata dal fatto che i leaders delle varie Professioni di Fede avrebbero incontrato esponenti del Governo il 15 maggio. La ragione dell’incontro era quella di discutere eventuali cambiamenti nelle tempistiche di riapertura. Era stata ventilata la possibilità di un accesso anticipato (soprattutto per le chiese) rispetto al 4 luglio, per la preghiera personale.

Il Cardinale è stato intervistato dalla radio BBC4 il 14 maggio.

Ha evidenziato:

  1. a) il sacrificio dei cristiani
  2. b) il rispetto delle disposizioni non cessando però di premere sul Governo (tuttavia una strategia non è stata chiaramente enunciata) 
  3. c) la difficoltà del Governo nel differenziare luoghi di culto – per esempio anticipare l’apertura delle chiese rispetto a moschee dove la preghiera comune è sempre molto affollata. 

Fino ad ora non ci sono stati comunicati governativi sull’anticipazione della data per apertura chiese per la preghiera personale. 

Al momento rimane drammaticamente quella del 4 luglio.

 

Ecco l’ultima delle mie lettere che ho rispettosamente inviato al Card. Vincent Nichols.

 

Nichols card Vincent

Nichols card Vincent, arcivescovo metropolita di Westminster, Londra

 

Buonasera Sua Eminenza,

Come vede è una questione che mi sta veramente a cuore. 

Sono sicuro che il Suo operato è appoggiato da un consiglio di alto livello che l’aiuta ad affrontare la questione della chiusura delle chiese.

Mi permetto umilmente di sollevare alcuni punti perché è davvero una questione di vita e di morte (pandemia e apertura delle nostre chiese) e di discutere come possa essere formulata una strategia di contenimento del contagio (oltre ad altri suggerimenti che ho evidenziato nelle 4 lettere precedenti).

1) in una chiesa (non in Cattedrale) in un giorno feriale c’è solo una Messa. I vivai (centri di giardinaggio) hanno riaperto il 13 maggio e abbiamo visto alla TV che il flusso di visitatori è costante nell’arco dell’intera giornata. 

2) la rivista scientifica britannica Lancet ha sottolineato che questa pandemia sta causando problemi psicologici, di conseguenza, anche morali e spirituali. Aprire le chiese può curare le ferite causate dall’essere privati di una sorgente di benessere quale è la Chiesa.

3) il governo britannico ha pubblicato un documento di circa 50 pagine per controllare lo scoppio dell’epidemia. E’ l’ultimo introdotto e l’ho letto attentamente. Mi rendo conto che sia uno sforzo titanico per le istituzioni controllare il contagio. Ma la natura stessa degli atti amministrativi che si sono succeduti implica che non siano mai discussi in Parlamento. Ci possono essere degli errori, come vediamo giorno dopo giorno (per esempio come sia stata gestita la crisi nelle case di anziani). Ho pensato che la Chiesa Cattolica dovrebbe avere una commissione medico-scientifica che appoggi  o metta in discussione le decisioni prese dal governo.

4) ho sempre pensato che lo Stato non avesse potere sulla nostra Chiesa. So che la Chiesa Anglicana è una Chiesa di Stato, quindi presumo che debba seguire le disposizioni del Governo. Ma è questo applicabile per legge anche alla Chiesa Cattolica? In alcuni Paesi ci sono degli Accordi che regolano il rapporto Stato-Chiesa (per esempio il Concordato in Italia). C’è qualcosa di simile nel Regno Unito?

5) in molti Paesi le chiese sono state riaperte con la crisi ancora in atto: per esempio in Spagna, in Germania il 3 maggio, in Italia il 18 maggio. Nella laica Francia sono sempre state aperte senza funzioni, come lo sono state in altre nazioni. Perché qui no?

A proposito la mia preoccupazione è rivolta anche alle moschee, sinagoghe e a tutti i luoghi di culto.

6) alcuni possono pensare che il mio atteggiamento sia irragionevole in una pandemia. Dobbiamo salvare le vite. Sono assolutamente d’accordo, ma perché allora si usano misure diverse?. Hanno aperto vivai, centri sportivi e negozi. Hanno permesso a migliaia di persone di tornare al lavoro. Foto di giornali e servizi televisivi hanno mostrato autobus affollatissimi e metro strapiene senza distanza fisica e uso di mascherine. Perché non si permette di aprire le chiese?

E mentre in autobus/metro  non ci sono controlli e vigilanza per proteggere i cittadini, in una chiesa, dove non ci si aspetta tra l’altro migliaia di persone, ci sarebbe una “task force” che garantisca che tutte le regole vengano rispettate. Le nostre chiese oltretutto sono molto grandi. Perché le regole devono essere applicate in alcuni posti e non in altri? 

Considerando anche che la data in cui si riapriranno le chiese sarà il 4 luglio, dobbiamo aspettare un mese e 21 giorni per rivisitarle? (La lettera è stata scritta il 13 maggio). Dopo vivai, centri sportivi, negozi…?

Vorrei terminare ringraziandoLa infinitamente per l’attenzione e il tempo che mi dedica. A conclusione, riporto una citazione del nostro amato scrittore cattolico GK Chesterton .

“Come risolverebbe Cristo i problemi di ora se fosse oggi nel mondo? Per quelli della mia Fede c’è solo un’unica risposta: Cristo è nel mondo oggi, vivo in migliaia di altari”

In Cristo

Maurizio Patti

 




Il coraggio della fede, opera dei laici

San Gregorio Nazianzeno

San Gregorio Nazianzeno ( 329 – 390 circa)

 

di Gabriele Mangiarotti

 

Sto da tempo leggendo alcuni testi straordinari del santo Card. Newman, in particolare ho terminato «Sulla consultazione dei fedeli in materia di dottrina». Oltre al doloroso giudizio sulla azione dell’Episcopato («All’infuori di pochissimi, tutti si adattarono alla circostanza; differenziandosi gli uni dagli altri solo nella misura in cui gli uni subirono ciò prima, gli altri dopo» [S. Gregorio]), egli riporta l’azione dei fedeli cattolici e la loro strenua resistenza all’arianesimo, negatore delle divinità di Cristo e succube del potere imperiale.
Ecco tre esempi, di una attualità sconcertante

 

6. EDESSA– «Vi è in quella città una magnifica chiesa dedicata a S. Tommaso Apostolo, dove, data la santità del luogo si tengono in continuazione assemblee religiose. L’imperatore Valente desiderava visitare quell’edificio quando, avendo saputo che quei fedeli erano nemici dell’eresia [ariana] da lui favorita, si dice che abbia dato uno schiaffo al prefetto perché aveva trascurato di espellerli da quel luogo. Il prefetto, per impedire l’uccisione di un gran numero di persone, li mise privatamente in guardia dal raccogliersi colà. Ma le ammonizioni e le minacce furono ugualmente neglette, poiché il giorno seguente si affollarono tutti alla chiesa. Mentre il prefetto si stava dirigendo verso il tempio con una grossa forza militare, una povera donna che conduceva per mano il suo bambino, si precipitò di corsa sulla strada verso la chiesa, facendosi largo tra le file dei soldati. Il prefetto, irritato della cosa, ordinò che gli fosse condotta dinanzi e così le parlò: «Miserabile donna, dove stai correndo con tanta fretta?». Essa rispose: «Verso lo stesso luogo a cui si affrettano altri». «Non hai sentito, egli disse, che il prefetto sta per mettere a morte tutti gli occupanti?». «Sì, disse la donna, e perciò mi affretto per esserci anch’io». «E dove stai trascinando quel bambino?», disse il prefetto. La donna rispose: «Perché pure a lui sia concesso l’onore del martirio». Il prefetto tornò indietro e informò l’imperatore che tutti erano pronti a morire in favore della propria fede; e aggiunse che sarebbe stato assurdo mettere a morte in una sola volta tante persone, e così riuscì a frenare la collera dell’imperatore». Socr. Hist. IV, 18. «Così fu la fede cristiana confessata da tutta la città di Edessa» Sozom. VI. 18.

13. CAPPADOCIA – S. Basilio, circa nell’anno 372, dice: «Le persone religiose sono costrette al silenzio, ma ogni lingua blasfema viene lasciata sciolta. Le cose sacre vengono profanate e i membri del laicato che sono solidi e sani nella fede, evitano i luoghi di culto come scuole d’empietà, e levano le mani in solitudine, con gemiti e lacrime, verso il Signore del cielo». Ep. 92. Quattro anni dopo scrive: «Le cose sono arrivate a questo punto: la gente ha lasciato le sue case di preghiera, e si raccoglie nei deserti: visione pietosa; donne e bambini, vecchi e uomini altrimenti infermi, miserabilmente vivendo all’aria aperta, tra piogge copiose e bufere di neve e venti e geli dell’inverno, e di nuovo in estate sotto un sole bruciante. A ciò si assoggettano perché non vogliono aver nulla in comune col malvagio lievito ariano». Ep. 242. Ancora: «Soltanto un crimine è ora vigorosamente punito, un’osservanza diligente delle tradizioni della nostra fede. Per questo motivo i più sono trascinati via dai loro paesi, e deportati nei deserti. La gente è in lamento, in un ininterrotto strazio in casa e fuori. C’è un lamento nella città, un lamento nel paese, nelle strade, nei deserti. Gioia e letizia spirituale non esistono più; le nostre feste si sono mutate in lutto; le nostre case di preghiera sono serrate, i nostri altari privati del culto spirituale». Ep. 243.

20. L’ESERCITO – «Terenzio, un generale che si era distinto per la sua pietà e il suo coraggio, al ritorno dall’Armenia ebbe gli onori del trionfo e Valente gli promise di accontentare qualsiasi suo desiderio. Ma egli non chiese né oro né argento e neppure beni e cariche pubbliche, bensì la costruzione di una chiesa da donare ai predicatori della dottrina apostolica. Theod. Hist. IV. 32
«Valente mandò Traiano, allora generale, a combattere i barbari. Traiano fu sconfitto e al suo ritorno a Roma ebbe i rimproveri dell’imperatore che lo accusò di indecisione e di debolezza. Ma Traiano rispose con molto coraggio: ‘Non sono io, o imperatore ad essere sconfitto perché tu, combattendo contro Dio, hai spinto i barbari sotto la sua protezione. Non sai quanta gente hai sottratto alla chiesa e in quali braccia l’hai gettata?’. Gli altri due comandanti, Arinteo e Vittore, confermarono quanto aveva detto Traiano e costrinsero l’imperatore a riflettere sulla verità della loro protesta». Ibid. 33

22. 382 d.C. – S. Gregorio (di Nazianzo) scrive: «Se devo dire la verità, mi sento disposto a evitare ogni convegno di vescovi; poiché non ho mai visto un sinodo condotto a un esito felice, e che rimediasse, e non piuttosto aggravasse, i mali esistenti. Infatti la rivalità e l’ambizione sono più forti della ragione – non mi si ritenga stravagante se parlo così – e un mediatore è più probabile che incorra lui stesso in qualche imputazione piuttosto che eliminare le imputazioni scagliate contro altri». Ep. 129. [Si deve tener presente che un passo come questo va riferito, come qui si è fatto, all’infelice tempo di cui si parla. Nulla di più si può da esso arguire se non che la Ecclesia docensnon in ogni circostanza è l’attivo strumento della Chiesa infallibile].

 

Ario

(Nella foto è dipinto Ario)

 

P.S.: Per capire la questione, storicamente, aggiungo quanto scrive, qualche pagina prima, Newman per inquadrare la questione trattata.

Dice Newman: «Non intendo affatto negare che la maggior parte dei vescovi fosse ortodossa nelle sue intime credenze, così come non nego che ci furono molti tra il clero che si schierarono con i fedeli e operarono come loro punto di riferimento e di guida. Tanto meno intendo negare che i laici furono iniziati alla fede dal clero e dai Vescovi e, ancora, non nego che una larga parte dei laici fosse ignorante e un’altra parte fosse stata corrotta da predicatori ariani i quali occupavano sedi episcopali e ordinavano preti ereticali. Sostengo tuttavia che in quel tempo di grande confusione teologica il dogma della divinità di Nostro Signore fu proclamato, difeso e preservato, umanamente parlando, anche con maggior forza dalla Ecclesia docta che non dalla Ecclesia docens; che il corpo episcopale non fu all’altezza della sua missione, mentre il corpo dei fedeli rimase fedele al proprio battesimo; che almeno una volta il Papa e altre volte le Sedi patriarcali, metropolitane ed altre di rilevante importanza, come i concili generali, dissero ciò che non avrebbero dovuto e fecero cose che oscurarono e compromisero la verità rivelata, mentre dall’altra parte fu proprio il popolo di Dio che, grazie alla Divina Provvidenza, sostenne AtanasioIlarioEusebio di Vercelli ed altri grandi e solitari confessori, i quali senza di esso sarebbero stati perdenti.
Nella storia dell’Arianesimo vedo, quindi, un esempio lampante della situazione della Chiesa in un momento storico nel quale per conoscere la tradizione apostolica, fu necessario far ricorso al popolo di Dio… Ciò che mi conforta e mi dà sicurezza è la fede del popolo. Per usare le parole di Ilario, penso infatti che, se il popolo di Dio non fosse stato catechizzato nell’ortodossia sin dal tempo del suo battesimo, esso non avrebbe avuto quel suo radicale rifiuto della eterodossia ariana. La sua voce è allora la voce della tradizione e il caso assume ai nostri occhi un’importanza ancora maggiore quando si pensa che: 1 ) questo avvenne nei veri primordi storici della Ecclesia docens, in quanto non si può dire che il suo insegnamento fosse davvero cominciato prima che fosse finita l’epoca dei martiri; 2) la dottrina controversa era di straordinaria importanza essendo l’arco di volta del pensiero cristiano; 3) lo stato di controversia e di confusione teologica durò per un lungo arco di circa sessanta anni; 4) si portò dietro di sé una sequela di persecuzioni e di lotte che toccarono l’esistenza, la vita fisica e i beni dei fedeli, la cui leale ostinazione ebbe un peso così decisivo.»

 

fonte: CulturaCattolica.it