scena dal film "Ombre rosse"
scena dal film “Ombre rosse” di
John Ford

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Partiamo da Stagecoach, La Diligenza (Ombre Rosse per la nostra fervida italica fantasia), film di John Ford del ’39: nelle scene finali dell’inseguimento degli Apaches il giocatore d’azzardo Hatfield,  già gentiluomo del Sud e figlio di un giudice, mentre sta per sparare alla signora da lui venerata per sottrarla alla cattura degli Indiani, viene ucciso da un colpo ed è l’unico a morire.

Nello stesso momento si sente la carica del Sesto Cavalleria che giunge a salvare tutti gli altri passeggeri, alcuni feriti ma tutti salvi. Il losco banchiere che sta fuggendo con la cassa viene arrestato e tutti gli altri nodi drammatici sciolti.

Insomma, a ognuno il suo.

La Giustizia e la Provvidenza divine coincidono perfettamente con quelle umane.

E questa coincidenza è l’archetipo, potremmo dire la cifra spirituale dell’uomo occidentale contemporaneo.

Costui non sa che farsene di una Provvidenza divina spesso illeggibile. Sostanzialmente non ha né pazienza né voglia di diventare un trapassato per ottenere la felicità ed è estremamente sospettoso di un tal modo di condurre le cose. Il viaggio in diligenza è scomodo, si viene sballottati e si sta stretti, ogni tanto una stazione di posta consente di riposarsi accompagnati da un lento canto messicano ma poi il viaggio riprende tra pericoli, l’importante è giungere a Lordsburg, che non è però la Gerusalemme celeste ma quella terrena.

E allora tutti attendono, tutti attendiamo il Sesto Cavalleria. Se non arriva in tempo ci sentiamo defraudati.

Anche la stagecoach dell’intero Occidente sta correndo sballottando i suoi passeggeri ma sembra non avere nessuna Lordsburg cui arrivare, così mi permetto di intrecciare una conversazione da viaggio un po’ sconclusionata, certamente inconcludente, che parte da esperienze e ricordi personali e cerca di giungere perlomeno a qualche stazione di posta che ci possa orientare.

Per esprimere in altri termini quello che si presenta, che soprattutto ci viene presentato come un nuovo paradigma esistenziale, uso quella felice espressione e nozione francese di “enfants gâtés”, vale a dire bambini che non hanno bisogno di fare capricci o di ribellarsi perché hanno già tutto e sono già accontentati in tutto. Non a caso oggi molti bambini non sono capricciosi e ribelli, perché non ne hanno motivo, piuttosto sono annoiati.

Viaggio Firenze Milano con Bla Bla Car e due giovani campani che lavorano nel capoluogo lombardo. Ad un tratto, mentre stiamo superando un Flix Bus, la ragazza dichiara con un certo astio che non ha intenzione di viaggiare più su quei bus, perché troppo cari: solo pochi anni prima si poteva viaggiare tra Milano e Napoli a 4 euro.

Prudentemente silenziosa mi lascio andare anch’io a nostalgici ricordi di Voli Orio al Serio Stansted Londra a 8 euro andata e ritorno, ma non mi verrebbe mai in mente di considerare equo e giusto un simile prezzo, né tantomeno di credere che il fine ultimo della mission aziendale sia di consentire a lei di ritornare più frequentemente a trovare la mamma. Il fine aziendale è il fatturato. Se poi questo coincida col mio interesse (in modo del tutto aleatorio per me) a spender meno è piacevole e utile sul momento ma nulla più. Credere che questo costituisca un diritto morale è proprio da enfant gâté.

E mi duole ammettere che questi nuovi parametri insieme psicologici e culturali sono nati, o almeno hanno trovato linfa vitale proprio nella mia generazione, quella nata nel decennio dopo la seconda guerra mondiale. Ripercorriamo alcune tappe di questa singolare rigenerazione.

Il Nazismo, incarnato nel suo leader, era stato non solo debellato ma cacciato via, nel deserto, come il capro espiatorio biblico: con lui andavano a perdersi tutte le ragioni del male, destinate a non ripresentarsi.

Ho un ricordo vivo di questo sentimento, di questa serena certezza che stragi, oppressioni, libertà conculcate non sarebbero più potute accadere: le guerre, Corea Vietnam Cuba erano confinate all’estremo confine delle carte geografiche mentali: qui nell’Occidente ormai risanato il migliore dei mondi possibili stava arrivando. In sovrappiù si era decolonizzata l’Africa, a riprova di quanto fossimo diventati bravi.

In realtà in questi 70 e passa anni si è realizzata e rappresentata una nuova Teogonia e, se a qualcuno questo apparisse una forzatura retorica, possiamo parlare dell’affermazione di un nuovo paradigma e diciamo la stessa cosa.

Assecondando l’emergere dei ricordi ecco un primo elemento significativo: quasi a ricompensa per aver distrutto il Male, anzi il Male Assoluto, l’Occidente, e l’Italia non ultima, compiva un grandioso balzo in avanti nella prosperità economica e in un continuo progresso nei miglioramenti tecnologici, che per la gente comune si traducevano nel phon (un lusso incredibile per i più, e chi mai se l’era sognato mentre la mamma ti tastava i capelli e diceva: sei ancora umido, strofinati ancora) e poi nel tostapane, via via più su sino alla lavatrice e poi alla televisione, che in poco più di vent’anni dall’essere unica nel condominio o nel paese – i giovedì sera per guardare con i vicini “Lascia o Raddoppia”- si raddoppiò per ogni famiglia cosicché il figlio se la potesse guardare tranquillamente in cameretta. Ah, le camerette; pian piano si affermarono passando attraverso la fase del divano-letto o ancor peggio del mobile letto. Gli anni ’50 e ’60 segnarono il trionfo del mobile svedese, un’Ikea senza ombra di design. E le cucine americane, dai pensili in metallo e i ripiani in fòrmica rosso corallo (la nostra).

E mi fermo con gli amarcord, ma potrei parlare della mia scoperta delle scale mobili alla Rinascente, del lento progredire dei supermercati, delle scarpe da ginnastica che allora si chiamavano da tennis e si portavano a scuola in sacchetti di tela per l’ora di palestra, della tenace resistenza che mio padre, da povero impiegato con prole a carico, faceva ai vestiti comprati nei “grandi Magazzini”, abituato al sarto molto economico sotto casa. I miei fratelli andavano a scuola con la giacca, che mia madre puliva con la benzina. Non è colore locale, film con Totò e Fabrizi, o “Vacanze Romane”, ognuna di queste mutazioni di costumi di abitudini significava una rivoluzione nel nostro modo di pensare, di valutare le cose.

Già era iniziato il processo che aveva visto la maggioranza entrare nella stanza dei balocchi, da cui non sarebbe più voluta uscire, così come era iniziato un altro processo parallelo, i cui effetti non sarebbero rimasti paralleli ma destinati ad intersecarsi con quelli già descritti sommariamente, vale a dire la politicizzazione e l’istituzionalizzazione di questo mutato sentire.

Occorreva che questo popolo di consumatori trovasse modo e possibilità di esprimere le proprie istanze, di realizzarsi (altra parola totem di quei tempi), vulgo doveva guadagnare per spendere, ed ecco avvenire nel mondo del lavoro un’altra rivoluzione, la conquista di sempre maggiori tutele sindacali, che, pur tra lotte talora drammatiche, si affermavano ed estendevano e negli anni ’70 in molti casi tracimavano. Perché il diritto al lavoro, certamente giusto e necessario, divenne sacro e venne sottratto quindi alla sfera del quotidiano reale: in quegli anni avveniva facilmente che si organizzassero scioperi di solidarietà con altre categorie, che la classe lavoratrice, per bocca  delle sue Pizie sindacali, emettesse vaticini e sentenze di valore politico ed universale, che la categoria degli infermieri premesse per raggiungere le giuste rivendicazioni salariali e normative per poi domandarsi e domandare perché un infermiere dovesse percepire meno del primario chirurgo, anticipando di molti decenni la ragazza del Flixbus. Per essere licenziato, le tue mani avrebbero dovuto grondare del sangue del tuo caporeparto.

Gente istruita voleva i trasporti gratis perché, ti chiedeva seriamente, trovava irragionevole, improponibile che uno dovesse pagare per andare a lavorare.

Ebbene sì, i woke non sono stati i primi a sparare assurdità: se costruisci un universo parallelo, te lo puoi forgiare come meglio ti piace, farci entrare anche gli unicorni.

Ecco il salto di qualità, ideologico ma più propriamente fideistico, veicolato da poche voci, ma già ampiamente supportato dai movimenti alternativi.

Nessuno si accorse all’epoca che uno stuolo di Martin Lutero andava affiggendo tesi su tesi alle porte delle cattedrali della cultura.

C’è nella storia un’ironia nascosta: nell’alto Medioevo si risaliva immediatamente alle cause prime, al peccato originale, per spiegare gli accadimenti, naturali ed umani, un terremoto, una pestilenza, la malattia del bambino. Questo aspetto del pensiero medievale destava e desta l’ilarità delle persone minimamente istruite di ieri ed oggi, e l’orrore scandalizzato dei preti. Ma nel leggere le cause dei disastri sociali e nel dirigere gli interventi, la mentalità è rimasta medievale con un surplus fideistico.

Prendiamo la Legge Basaglia (promulgata nel glorioso anno 1978, nello stesso mese dell’approvazione dell’aborto) che sancì l’abolizione dei manicomi, primo Paese al mondo. Nessuno nega la situazione dei manicomi dell’epoca e qui non è neppure il luogo per discutere della validità del principio ispiratore improntato alla logica cui mi riferivo sopra. Vero è che non esistevano strutture, nel significato minore del termine, intese come luoghi, personale, regole operative, finanziamenti ecc. Si erano messe in stato di accusa le Strutture di Pensiero oppressive ed eliminate quelle che ne consentivano l’azione concreta. E tanto doveva bastare.

Così, in una meravigliosa sinergia, come direbbe meglio di me un qualunque assessore provinciale, istituzioni e movimenti interpretavano il mood dell’epoca, lo nutrivano e lo educavano, gli fissavano le mete.

La scuola?  Si partiva dalla ovvia constatazione che l’uomo nasce libero e buono e che la società è la causa di ogni problema. I bambini dell’asilo e delle elementari erano molto più intelligenti delle generazioni precedenti. Lo dichiaravano tutti, nonne zie madri, e poi le tate dove erano presenti, le maestre e infine psicologi e pedagoghi e soprattutto le Riviste. Vox populi. Ma che estro creativo nei loro disegni, che immaginazione vivace, che potenza espressiva! Circa vent’anni dopo (sì lo so sono di deduzioni rapide, non ci posso far niente) mi accorsi che almeno per l’80% tutto era dovuto all’uso dei pennarelli. Mentre noi poveri tapini dovevamo usare matite colorate, producendo figure verdine o rosine che appena si vedevano e che sempre lasciavano intravedere il bianco del foglio, i ragazzini geniali usavano colori accesi, certi gialli e rossi violenti, e meglio se debordavano, l’omino arrivava sempre al comignolo della casa ma ora si poteva caricare di ben altri significati, tutti estremamente interessanti.

Ancora una volta, lo schema si presentava identico: l’uomo, e quanto più il bambino, il non ancora corrotto del tutto dalle strutture oppressive di un potere comunque vessatorio, erano titolari di diritti non soggetti a discussione, interpretazione, limitazione! Alla società il compito di tutelarli, farli emergere.

Era quindi il mondo adulto, il sapere depositato, la cultura a dover lasciarsi interpellare dalle esigenze, soprattutto da quelle emotive, dei bambini e dei ragazzi.

Era il felice tempo in cui ogni partito, ogni sindacato avevano un organo culturale, detto generalmente Ufficio Studi, che preparava quelle che oggi inflazionano ogni settore d’attività, note come linee guida: muovevano insensibilmente, come correnti lacustri, le strutture pubbliche e i loro mutamenti, le istanze politiche, condizionando tutta la navigabilità.

Si incominciò dall’abolizione del latino, reso prima facoltativo e poi abolito tout court dal ’78. Intorno a quest’opera titanica si costruì un’intera epopea. Nella generalità dei casi, e salve fatte situazioni limite, se c’è una cosa di cui sono sicura è che il latino non era ostativo per il proseguimento degli studi. Già l’influenza dei cosiddetti fattori socio-economici è stata sempre grandemente sopravvalutata, enciclopedie incluse. Per una buona parte del Paese studiare il Latino era come studiare una seconda lingua straniera, dopo l’italiano. Certamente era necessaria una buona motivazione ed una discreta intelligenza. È vero, ai figli dei ricchi non era richiesta né l’una né l’altra, ma questo non avrebbe dovuto essere d’impedimento alla riuscita degli altri.

Ma il Latino era un simbolo e come tale andava abbattuto: da qui una lunga campagna condotta dalla Sinistra per equiparare lo studio del Latino ad una Scuola d’élite che rispecchiava valori della classe dominante. L’onorevole Pajetta, punta di diamante del Pci, si adoperava nelle Tribune politiche per perorare la nobile causa ricordando con una certa civetteria di aver studiato con insigni latinisti e proprio per questo di esser sicuro che il latino non fosse essenziale nella nuova Scuola, con lo stesso atteggiamento snobistico, per non dire razzistico, del cumenda che parla del proprio cabinato come della sua barca.

Poi si introdusse il sei politico, poi ancora il più politico diciotto, piani di studio ultraliberalizzati, e poi consigli per democratizzare il sapere, e soprattutto per proclamare Il Diritto allo Studio divenuto anch’esso sacro: si scriveva così, ma intanto si leggeva come Diritto al Titolo di Studio, e da qui il suo successo fragoroso, e aveva come approdo il Diritto ad un lavoro che vi corrispondesse. Poco importava se questo negli anni avrebbe significato per tanti la delusione che il cursus honorum non era automatico. Convinzione ferma e diffusa era che fosse compito della società il garantirlo: già lui/lei si erano fatti “una capa tanta” a laurearsi.

Si confermava così il già collaudato schema: prioritaria era l’affermazione del Sacro Principio (pensiamo all’insistenza maniacale sui “nostri valori”), la realtà si arrangiasse.

E siccome ogni rivoluzione deve ripudiare alla radice ciò che era prima, non vi poteva essere nessun diritto di cittadinanza per un pensiero diverso: il signore di ieri oggi è inesorabilmente “cittadino” o “compagno”.

Nessuno spazio ad un’ermeneutica della continuità.

Ciò mi ricorda come una nuova teogonia, questa volta in senso proprio, sia andata affermandosi proprio in quegli stessi anni.  

Basta guardare ai santini. In quelli di area tridentina, che ritrovavo tra i libri, dalle diverse tonalità di seppia e dai caratteri tutti pinnacoli, erano tutto un fiorire di maiuscole, Maestà Infinita e soprattutto di Voi. Ma il vento stava cambiando, in fondo nelle lingue classiche esisteva solo il Tu che non sottintendeva necessariamente una familiarità, ma ormai da secoli si era imposto il Voi cerimoniale contemporaneamente all’affermarsi delle monarchie assolute: potremmo forse dire che si manifestava rispetto e riverenza verso Dio nelle forme riservate al Roi Soleil.

Il punto è che il ritorno al tu avvenne nel registro dei rapporti familiari o amicali, o al più nello stile “Ehilà, buon uomo!”. Ed ecco apparire una nuova produzione di santini che dopo una stagione di orride Madonne alla Peynet approdò a fascinosi Gesù dai capelli sapientemente disordinati. Così anche ad un Dio Padre, uscito ringiovanito dal Triangolo, veniva naturale dare del Tu.

Il rapporto di noi contemporanei con Dio è l’esempio più icastico del nostro essere enfants gâtés, il controcanto puntuale alla parabola del servo inutile: il bambino viziato infatti studia per essere promosso, si lava anche i denti, ma avvia immediatamente una trattativa per avere il contraccambio, “tu che cosa mi dai?” o “io cosa ci guadagno?” è l’esplicito sottotesto.

Tempo fa ricordavo ironicamente come il catechismo settimanale vertesse su argomenti fondativi della Fede come l’essere bravi bambini e spegnere la televisione per aiutare la mamma ad apparecchiare la tavola e di come i miei figli, non avendola (la televisione), si ritenessero esentati anche dalla virtuosa alternativa, ma solo ora mi ha folgorato l’idea che né a me né tantomeno ai miei genitori o nonni sia mai stato proposto un simile fioretto: apparecchiavi e sparecchiavi (magari con accaniti litigi con i fratelli sui turni) e basta. Altrimenti sarebbe suonato come se l’operaio potesse dire: faccio il fioretto di andare in fabbrica lunedì mattina.

Mi si dirà che l’importante era ed è l’intenzione, e infatti il nobile proposito di sottrarre il gesto all’obbligo, al precetto, ha funzionato benissimo col “magro del venerdi”. Mentre prima almeno ci si ricordava vagamente a cosa rimandava il gesto, in seguito si tendeva a considerare la pratica anacronistica, come vestire di sacco e cospargersi il capo di cenere. Ora no, ora tutto doveva essere rapportato alla nostra matura capacità di giudizio di cattolici adulti e finalizzata a risvegliare la coscienza o più esattamente il sentimento.

E infatti nel giro di pochi anni non si è perso solamente il ricordo del gesto, ma soprattutto il senso e il valore di esso.

Così anche nella Chiesa è venuto instaurandosi  il metodo del “sei politico”, ed esso perdura trionfalmente.

Verrà il giorno, prima o poi verrà, in cui la gente avrà bisogno di medicine e cure vere e non sopporterà più mentine e biscottini da tè, preti e vescovi rimarranno sconcertati e rischieranno di venire bastonati a morte con i ceri pasquali (citazione liberissima, propriamente allusione ad una citazione da Chesterton).

 


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